Tracce e Sentieri

Passeggiate splinderiane di Amalteo

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Blogger: AMALTEO
Nome: Amalteo
2° metà del 900-later than never. “Perché vale la pena di vivere? E’ un’ottima domanda… Be’, ci sono cose per cui vale la pena di vivere … Per esempio, per me, direi … tutta la musica e le interpretazioni di Nina Simone … la voce di Ray Charles, quasi sempre … Il ballo di Al Pacino in Scent of a Woman … le note di John Lewis quando volano nelle fughe di Bach … Louis Armstrong, l’incisione di West and blues del 1928 … i film di Sergio Leone … i racconti di Stephen King … gli azzurri e i gialli di Van Gogh … i quadri di Peppo Spagnoli, che dimostra che si può fare molto anche da luoghi piccoli… il sorriso di Luciana …. ... e poi anche ...” da Woody Allen, Manhattan (con qualche cambiamento pamalteo@gmail.com http://amalteo.wordpress.com/

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mercoledì, 03 ottobre 2007

Il Diavolo esiste: Jung e Al Pacino lo sanno

Carl Gustav Jung ha fama di "religioso" e spiritualista. In realtà era un empirico. Anzi era talmente empirico che tendeva a prendere sul serio ogni evento e a nominare ogni aspetto della psiche: Ombra, Anima, Puer, Senex, Grande Madre ...
E, naturalmente, da empirico, Jung conosceva, per averlo visto e conosciuto,  il Diavolo.
In "Ricordi, sogni, riflessioni", ad esempio, dice:
 "Una volta mentre ero nel mio laboratorio e riflettevo questi problemi il diavolo mi suggerì che sarei stato giustificato se avessi pubblicato i risultati dei miei esperimenti senza citare Freud"
Jung ha conosciuto davvero il Diavolo. Lo prendeva sul serio e lo trattava come un consigliere da osservare cautamente. E altrettanto cautamente da evitare, se possibile.
Qualche decennio dopo Al Pacino, a supporto, ha saputo rappresentare in un modo insuperabile il Diavolo.
Ne film L'avvocato del diavolo di Taylor Hackford (Usa 1997) Kevin ha venduto la sua anima. Lo ha fatto per vanità:
"La vanità è l'oppiaceo più naturale"
Nessun attore riuscirà più, dopo la potenza interpretativa di Al Pacino, a darne il volto, la gestualità e gli "argomenti".



“Perché vale la pena di vivere? E’ un’ottima domanda…
Be’, ci sono cose per cui vale la pena di vivere … Per esempio, per me, direi …  … Il ballo di Al Pacino in Scent of a Woman e il suo monologo nell'  Avvocato del diavolo ...

E, grazie a Dodo, la stessa scena, ma con la voce del grandissimo Al Pacino:

 
postato da: AMALTEO alle ore ottobre 03, 2007 20:07 | link | commenti (17)
categorie: vedere cinema al pacino, vedere cinema teatro, vivere psiche
mercoledì, 12 settembre 2007

Casablanca

Paul Templar ha due vite parallele.
In una fa lo spigolatore di crimini, fatti e misfatti della storia.
Nell'altra scopre una vena romantica.


Oggi ha parlato del film Casablanca.

Mi piace rilanciare il segnale con la scena sensibilmente centrale:


 

Sostiene Umberto Eco:

Tempo fa, cercando di spiegare perché Casablanca fosse diventato oggetto di culto, ho avanzato l'ipotesi che una condizione del successo e del culto sia la "sgangheratezza" dell'opera. Ma sgangheratezza vuole dire anche "sgangherabilità". Mi spiego. È ormai noto che Casablanca è stato costruito giorno per giorno, senza sapere come la storia sarebbe andata a finire, tanto che Ingrid Bergman vi appare così affascinante­mente misteriosa perché, recitando sul set, non sapeva ancora quale sarebbe stato l'uomo che avrebbe scelto, e quindi sorrideva a entrambi con eguale tenerezza e ambiguità. E sappiamo che, dovendo portare a ter­mine una storia ancora incerta, sceneggiatori e regista vi hanno posto dentro tutti i cliché di tutta la storia del cinema e della narrativa, trasformando il film in una sorta di museo per cinefili. Proprio per questo il film può essere usato, per così dire, a pezzi smontabili, ciascuno dei quali diventa citazione, archetipo.

In: Umberto Eco, Sei passeggiate nei boschi narrativi, Bompiani 1994, p. 157-158
 

Ma allora a cosa si deve la fascinazione di questo film, realizzato quando la seconda guerra mondiale lasciava il suo segno tragico?

Sostiene, ancora, Umberto Eco:

Ora dimentichiamo come il film sia stato fatto e vedia­mo cosa esso ci fa vedere. Si apre su di un luogo già ma­gico di per sé, il Marocco, l'Esotico, inizia con un accenno di melodia araba che sfuma nella Marsigliese. Come si en­tra nel locale di Rick, si ode Gershwin. Africa, Francia, Sta­ti Uniti. A questo punto entra in gioco un intrico di Arche­tipi Eterni. Sono situazioni che hanno presieduto alle sto­rie di tutti i tempi. Ma di solito per fare una buona storia basta una sola situazione archetipa. E avanza. Per esem­pio, l'Amore Infelice. Oppure, la Fuga. Casablanca non si accontenta: le mette tutte. La città è il luogo di un Pas­saggio, il passaggio verso la Terra Promessa (o a Nord Ovest, se volete). Per passare però ci si deve sottomettere a una prova, l'Attesa ("aspettano, aspettano, aspettano* dice la voce fuori campo all'inizio). Per passare dal ve­stibolo dell'attesa alla terra promessa ci vuole una Chiave Magica: è il visto. Intorno alla Conquista di questa chiave si scatenano le passioni. La mediazione alla chiave sembra data dal Denaro (che appare a varie riprese, per lo più sot­to forma di Gioco Mortale, o roulette): ma alla fine si sco­prirà che la Chiave può essere data solo attraverso un Do­no (che è dono del visto, ma è anche il dono che Rick fa del suo Desiderio, sacrificandosi). Perché quésta è anche la storia di una ridda di Desideri di cui solo due vengono soddisfatti: quello di Victor Laszlo, l'eroe purissimo, e quello dei due sposini bulgari. Tutti coloro che hanno pas­sioni impure, falliscono.

E quindi, altro archetipo, trionfa la Purezza. Gli impu­ri non raggiungono la terra promessa, scompaiono prima; però realizzano la Purezza attraverso il Sacrificio: ecco la Redenzione. Si redime Rick e si redime il capitano della polizia francese. Ci si accorge che sotto sotto le Terre Pro­messe sono due: una è l'America, ma per molti è un fal­so scopo; la seconda è la Resistenza, ovvero la Guerra San­ta. Victor ne viene, Rick e il capitano di Polizia ci vanno, raggiungono De Gaulle. E se il simbolo ricorrente dell'ae­reo sembra sottolineare ogni tanto la fuga verso l'America. la Croce di Lorena, che appare una volta sola, preannun­cia l'altro gesto simbolico del capitano, che alla fine butta via la bottiglia di acqua di Vichy (mentre l'aereo parte). D'altra parte il mito del Sacrificio attraversa tutto il film: il sacrificio di Ilse che a Parigi abbandona l'uomo amato per tornare dall'eroe ferito; il sacrificio della sposina bul­gara pronta a cedersi per aiutare il marito; il sacrificio di Victor che sarebbe disposto a vedere Ilse con Rick pur di saperla salva.

In questa orgia di archetipi sacrificali (accompagnati dal tema Servo-Padrone, grazie al rapporto tra Bogey e il ne­gro Dooley Wilson) si inserisce il tema dell' Amore Infeli­ce. Infelice per Rick, che ama Ilse e non può averla, infeli­ce per Ilse, che ama Rick e non può partire con lui, infelice per Victor, che capisce che non ha veramente conservato Ilse. Il gioco degli amori infelici produce vari e accorti incroci: all'inizio è infelice Rick che non capisce perché Use lo sfugga; poi è infelice Victor che non capisce perché Use sia attratta da Rick; e infine è infelice Ilse, che non ca­pisce perché Rick la faccia partire col marito. Questi tre amori infelici (o Impossibili) si. dispongono a triangolo. Ma nel Triangolo archetipo c'è un Marito Tradito e un Amante Vittorioso. Qui invece entrambi gli uomini sono traditi e perdenti: ma nella sconfitta (e a monte di essa) gioca un elemento additivo, così sottile da sfuggire a livello di coscienza. È che sotto sotto si instaura (sublimatissimo) un sospetto di Amore virile o Socratico. Perché Rick ammi­ra Victor, e Victor è ambiguamente attratto da Rick, e pare quasi che a un certo punto ciascuno dei due giochi il duello del sacrificio per compiacere l'altro. In ogni caso, come nelle Confessioni di Rousseau, la donna si, pone come Tramite tra i due uomini. La donna non è portatrice di valori positivi, solo gli uomini lo sono.

Sullo sfondo di queste ambiguità a catena, ecco i carat­teri da commedia, o tutti buoni o tutti cattivi. Victor gio­ca un doppio ruolo, agente di ambiguità nel rapporto ero­tico, e agente di chiarezza nel rapporto politico: egli è la Bella contro la Bestia nazista. Il tema Civiltà contro Barba­rie si aggroviglia con gli altri, alla melanconia del Ritorno odisseico si unisce la baldanza bellica di una Iliade in cam­po aperto.

Intorno a questa danza di miti eterni, ecco i miti sto­rici, ovvero i miti del cinema dovutamente rivisitati. Bogart ne impersona almeno tre: l'Avventuriero Ambiguo, impasto di cinismo e generosità; l'Asceta per Delusione Amorosa e al tempo stesso l'Alcolizzato Redento (e per farlo redimere occorre alcolizzarlo, di colpo, mentre era già Asceta Deluso). Ingrid Bergman è la Donna Enigma­tica o Fatale. Poi c'è Senti Caro la Nostra Canzone, l'Ulti­mo Giorno a Parigi, l'America, l'Africa, Lisbona come Por­to Franco, il Posto di Frontiera o Ultimo Fortino ai Mar­gini del Deserto. C'è la Legione Straniera (ogni personag­gio ha una nazionalità e una storia diversa) e infine il Gran d'Hotel Gente Che Va Gente Che Viene, II locale di Rck è un posto magico dove può accadere (e accade) di tutto: amore, morte, inseguimenti, spionaggio, gioco d'azzardo, seduzioni, musica, patriottismo (l'origine teatrale della tra­ma e la povertà di mezzi hanno portato alla mirabile con­densazione di eventi in un solo luogo). Questo luogo è Hong Kong, Macao Inferno del Gioco, prefigurazione di Lisbona Paradiso dello Spionaggio, Battello sul Mississippi.

….

In tal modo Casablanca non è un film, è tanti film, una antologia. Fatto quasi per caso, probabil­mente si è fatto da sé, se non contro almeno al di là della volontà dei suoi autori, e dei suoi attori. E per questo fun­ziona, a dispetto delle teorie estetiche e delle teorie filmo-grafiche. Perché in esso si dispiegano per forza quasi tel­lurica le Potenze della Narratività allo stato brado, senza che l'Arte intervenga a disciplinarle. E allora possiamo ac­cettare che i personaggi cambino di umore, di moralità, di psicologia da un momento all'altro, che i cospiratori tos­siscano per interrompere il discorso quando si avvicina una spia, che le donnine allegre piangano udendo la Marsigliese. Quando tutti gli archetipi irrompono senza decenza, si raggiungono profondità omeriche. Due cliché fanno ride­re. Cento cliché commuovono.

In : Umberto Eco, Dalla periferia dell’Impero, Bompiani 1977, p. 139-142

 

Ah … ciao Astime

Sapevo che saresti passata di qui …

postato da: AMALTEO alle ore settembre 12, 2007 12:27 | link | commenti (11)
categorie: vedere cinema 1001 film, vedere cinema teatro
lunedì, 10 settembre 2007

Come eravamo, di Sidney Pollack, 1973



Per il tema l'amore impossibile.
Ci sono film ai quali vorrei cambiare il finale ogni volta che li vedo.
Come eravamo è uno di quelli

Vent’anni di storia americana e di cronaca del nostro secolo, vissuti attraverso gli sguardi e le vicende private di una coppia di innamorati: Hubbell Gardiner (Robert Redford), un brillante studente di estrazione borghese che si arruola nell’esercito e coltiva il sogno di diventare scrittore, e Katie Morosky (una superlativa Barbra Streisand, nella migliore interpretazione della sua carriera), una giovane e determinata attivista politica di sinistra che non cessa di battersi per i propri ideali. Sono i due protagonisti di “Come eravamo”, uno dei capolavori del grande regista Sydney Pollack e uno dei più famosi classici d’amore di tutti i tempi.
Il film inizia nella seconda metà degli Anni ’30, quando la società americana è in fermento e dall’altra sponda dell’oceano, in Europa, si profila inevitabile l’ombra della guerra. Nonostante i caratteri diametralmente opposti e i differenti stili di vita, Hubbell e Katie scoprono di essere attratti l’uno dall’altra; si ritrovano a guerra conclusa, riprendendo finalmente la loro contrastata storia d’amore. Nel frattempo, lui ha successo come scrittore e viene chiamato a Hollywood per comporre sceneggiature; lei, che intanto è diventata sua moglie, decide di seguirlo, sebbene si adatti con difficoltà a vivere nell’ambiente frivolo e superficiale delle amicizie borghesi di suo marito. Ma arrivano gli Anni ’50, e con l’avvento del Maccartismo iniziano anche le persecuzioni anticomuniste e la caccia alle streghe a Hollywood: il mondo del cinema è messo sotto indagine in un clima di repressione e di denunce, e alla fine, a dispetto dell’amore che ancora li unisce, Katie e Hubbell saranno costretti a separarsi. Si ritroveranno soltanto diversi anni dopo, nel periodo della distensione e del disarmo nucleare, salutandosi con uno degli addii più teneri e commoventi mai visti sul grande schermo.
Splendide le musiche di Marvin Hamlisch. La colonna sonora e la canzone “The way we were”, vinsero 2 premi Oscar, mentre la straordinaria Barbra Streisand ricevette la nomination come miglior attrice.
da: MyMovies

The way we were”

postato da: AMALTEO alle ore settembre 10, 2007 00:22 | link | commenti (6)
categorie: vedere cinema 1001 film, vedere cinema teatro
sabato, 23 giugno 2007

Come cantava Nina Simone

Il film Before the Sunset - Prima del tramonto di Richard Linklater è attraversato per i suoi 80 minuti da Eros, il dio dell'amore.
Nel precedente film, Prima dell'alba, due ventenni si erano incontrati ed avevano trascorso assieme una notte di passeggiate, parole, baci e intimità a Vienna. Poi si erano lasciati con la promessa di rivedersi sei mesi dopo. Senza riuscirci.
Nove anni dopo si incontrano di nuovo a Parigi. Jesse è uno scrittore che ha appena pubblicato un best seller che allude alla loro storia e Celine lavora in progetti ecologici.
E' il caso a farli incontrare di nuovo.
Passano assieme il tardo pomeriggio, fino al tramonto, per l'appunto. Perchè lui dovrebbe prendere l'areoplano, per tornare negli Stati Uniti, dove ha una moglie, un matrimonio usurato e un figlio.
E questo tempo è tutto occupato dai loro fitti dialoghi, da parole e riflessioni.
La cinepresa sta addosso ai due che si parlano in continuazione. Eros propiziando la loro relazione.
Quando lui sale nella sua casa, per quello che potrebbe essere l'ultimo saluto, prima Celine gli canta una canzone. Un valzer scritto da lei, e indubbiamente ispirato dalla loro storia di un giorno e nove anni prima:


E subito dopo, quando ormai Eros ha lanciato tutte le sue frecce, Jesse mette sul lettore una canzone.
Just in Time, cantata da Nina Simone.
E questo si dicono.
Che manca a tutti e due.
Di come cantava lei.
Di come si fermava nel mezzo di una canzone, per iniziarne un'altra.
Di .....




" .... lei a volte nel bel mezzo di una sua canzone si fermava .... si allontanava dal pianoforte .... raggiungeva il bordo del palco e con studiata lentezza ...."



postato da: AMALTEO alle ore giugno 23, 2007 00:09 | link | commenti (13)
categorie: ascoltare nina simone, vedere cinema teatro
lunedì, 28 maggio 2007

Israel Kamakawiwo' ole, Over The Rainbow

MUSICA-MP3Ricerca musicale ispirata da un sottofondo di post scelto da Astime.
Buon mattino anche a te, Astime.

Di Israel Kamakawiwo' ole dice un viaggiante di Youtube:

"Magnifique vraiment. Je rend hommage a Israel Kamakawiwo'ole pour son prestige et ca voit au delà du réel pour ce merveille morceaux plein de joué et de bonheur a ecouté en famille ou seul chez sois moi a chaque fois que je l'ecoute je pense a lui qui a ten voulu faire de son mieu meme si sa maladie la tué physiquement interieurement il restera un ange et une personne que j'aurais aimé rencontrer ,rien que sa voit signifie beaucoup pour moi !! I LOVE IT !! j'adore cette chancon !"

Questa versione di Over the Rainbow compare nel film Scoprendo Forrester:
postato da: AMALTEO alle ore maggio 28, 2007 10:21 | link | commenti (9)
categorie: ascoltare al risveglio, vedere cinema teatro
sabato, 31 marzo 2007

tracce

Il tempo che resta

E' l'importante questione che l’associazione Accanto - Amici dell’Hospice San Martino” ha messo sotto riflessione in città:
 

“il tempo che resta è ciò che resta a ciascuno dalla nascita all’ultimo delicato soffio o respiro.
Il compito è quello di riuscire a viverlo il meglio possibile”,
dice la locandina.

In tre settimane si sono dipanati tre film e un dibattito:

Le temps qui reste di Francois Ozon

Go Now di Michael Winterbottom

La mia vita senza di me di Isabel Coixet

 

Chi, come me, sta velocemente avvicinandosi ai 60 anni questo tema se lo pone.

Non dico insistentemente, ma spesso. Come una questione importante, ineliminabile, oggettiva.

Il nostro tempo è breve.

E’ breve sempre, sia che moriamo giovani (certo di più), sia che moriamo vecchi (di meno, ma con la stessa percezione che il tempo è breve).

E’ tema talmente rilevante che mi trascino di stanza in stanza questo libro:
Harald Weinrich, Il tempo stringe: arte ed economia della vita a termine, Il Mulino, 2006 (edizione originale: Knappe Zeit. Kunst un Okonomie des befristeten Lebens, 2004. Quindi sono grato a Francesca Rigotti che lo ha tradotto).

Ecco alcuni capitoli di questo libro: Breve è la vita, lunga è l’arte, il tempo urge nell’aldiquà e nell’aldilà, il dramma del tempo scarso, finitezza-infinitezza, vivere con termini e scadenze.

Weinrich è un magistrale esperto di linguistica e filologia e la sua ricerca è di immenso interesse.

Ma tornando alla città c’è stato anche un dibattito a cui sono intervenuti:

Maurizio Migliori, filosofo

Don Bruno Maggioni, teologo,

Giuliano Turone e Gherardo Colombo, magistrati.

 

Ho preso qualche appunto che ora raccolgo e lascio qui nel mio blog –diario.

La morte è un processo individuale che riguarda tutti. E’ l’evento più universale e “democratico” che ci sia. Per l’individuo è una esperienza del tutto irripetibile, che si conosce solo per averla vista solo attraverso il corpo di uno o più altri.

Questa è la sua “eccezionalità”: tocca a tutti e a ciascuno, per ogni persona capita solo una volta. L’esperienza che ne facciamo è sempre indiretta.

Le tecnologie mediche oggi ci pongono un problema. Un problema tipicamente “moderno”, cioè non presente nelle società del passato. Non era così nelle culture esplorate dalle letterature classiche o da quelle moderne. Diciamo fino almeno alla seconda metà del ‘900.

Il problema è quello delle diagnosi sempre più selettive e precise e quello del tempo concesso in più dalle tecnologie mediche.

Insomma, oggi la morte, che pure è coperta da mille tabù, oscurità, rimozioni sempre più può metterci davanti al nostro “Tempo che resta”. Può avvenire che uno di noi venga a conoscenza forte e viva che il suo viaggio volge al limite. Sapendolo, avendone coscienza. Una coscienza resa ancora più avvertita dalla tecnica

Amici, credo che sia
meglio per me ricominciare
a tirar giù la valigia.
Anche se non so bene l'ora
d'arrivo, e neppure
conosca quali stazioni
precedano la mia,
sicuri segni mi dicono,
da quanto m'è giunto all'orecchio
di questi luoghi, ch'io
vi dovrò presto lasciare.

Giorgio Caproni, Congedo del viaggiatore cerimonioso
 

Questo processo della fine della vita individuale investe le politiche e le istituzioni.

Un tempo si moriva a casa, poi in ospedale (nei reparti di medicina e geriatria). Oggi le istituzioni si specializzano: dal 1989 si è sviluppata in Italia la rete delle RSA- Residenze sanitarie assistenziali. Ed ora si creano gli Hospice, strutture specializzate ad accompagnare in un contesto socio-sanitario alla morte i malati a prognosi infausta.

La novità è questa: nell’elenco delle situazioni estreme occorre aggiungere quello della:

possibile consapevolezza del tempo che resta

 

E allora attorno e dopo questo problema nuovo ne nasce un altro:

si può “pensare” il tempo che resta?

 

Si può apprendere qualcosa di questa situazione? Si può “fare anima”, come direbbe James Hillman o Claudio Risè, attorno a questo evento.

Ci si può provare.

Maurizio Migliori, quella sera ci ha sapientemente provato. Per ora riassumo il suo denso contributo.

Poi ci penserò e ripenserò e correggerò ed amplierò.

Esordio:

La NOSTRA morte è impensabile. E’ impossibile da razionalizzare.

 

Possiamo applicare funzioni di pensiero solo alla morte degli altri.

Tuttavia la morte ha anche una funzione attiva sulla vita. Sulla vita intera e sul frammento finale:

la morte tende ad attribuire senso al tempo che resta

 

Gli immortali dei romanzi di fantascienza e di fantasy sono dei soggetti infelici. Per loro il tempo eterno arriva a perdere significato. Non sanno cosa fare. Ricordo qui il discorso finale del perfetto robot in Blade Runner.

La morte può produrre apprendimento:

dà il senso del limite

Cioè fornisce coscienza che siamo esseri finiti e limitatissimi.

Siamo foglie, foglie importanti, ma foglie.

Ricordo una frase di Alberto Moravia: “siamo rugiada della notte che si asciuga al sole”.

E’ la coscienza di un limite pesante perché la natura è concentrata sulla viva  non ci viene in aiuto per la morte:

alla natura la morte non interessa,

alla natura interessa solo la specie, non l’individuo

 

La natura non ci aiuta. Anzi si allontana quando si avvicina la morte.

Allora, cosa possiamo fare in una situazione di coscienza non solo della ineluttabilità della morte, ma del tempo scarso, come ben dice Weinrich?

Possiamo, facendoci anche aiutare, fare questo:

attraversare la nostra vita, l’unica cosa che veramente ci appartiene,

alla luce della certezza della morte.

 

Nessuno può dare istruzioni in proposito, data la singolarità dell’evento finale.

Tuttavia qualche cosa può essere pensato. Già: pensare. Visto che la specie umana ha sviluppato la coscienza ed il pensiero. E proprio perché li ha elaborati ha anche necessariamente elaborato il tema della angoscia della morte. Lo sa bene chi possiede animali: soffrono, provano dolore, si nascondono. Ma non hanno coscienza della morte. Avvertono il dolore, quella  cosa che non sentivano prima. E noi possiamo alleviarlo.

Alcune cose che possono essere pensate:

occorre sapere da subito che “il tempo è poco”

 

Questo vale anche per i più giovani. Non è un problema dei pre-vecchi, come io sono, o dei vecchi. Anche un giovane dovrebbe apprendere che il tempo è poco. Non è facile, anzi sembra impossibile nella società dei consumi e dell’immagine.

Occorre poi:

sapere che siamo in cammino.

 

E che questo cammino ha delle tappe e che il tempo non non va sprecato.

Come? Per esempio non concentrandosi  su una sola cosa. Il lavoro, l’ideologia, il divertimento. Allargare il campo degli interessi. Come Tarzan: attaccarsi a più liane. Volare e prenderne un’altra.

Poi si può, piano piano, senza masochismi eccessivi (come ho detto proprio questa mattina ad Arsenico, che pure il tema della sofferenza lo maneggia professionalmente)

prepararsi ed accettare questo processo

Allenarsi ad accettarlo

Dire “non me lo aspettavo” è un insulto alla intelligenza.

No: è nella gamma delle possibilità. O per cause probabilistiche, come nei mestieri pericolosi. O per rischi accettati. O, comunque, per biologia. Naturalmente si deve fare di tutto per ridurre i rischi

Però può succedere.

O nell’attimo dell’incidente e delle bombe nelle metropolitane (è un mio chiodo fisso: ma se loro mi dicono “ti odio e ti voglio uccidere”, io gli credo).

O in un decorso lungo e assistito.

E allora cosa pi può ancora fare in questo percorso che è la mia vita, la tua vita?

si può relazionarsi con il mondo,

si può tentare di lasciare un segno della nostra presenza

 

Si può scrivere una poesia: magari l’unica poesia. Ma la mia. Sì : anche un haiku, senza la tecnica dell’haiku

Si può fare un dipinto: magari l’unico, ma il mio.

Si può scrivere in un blog. Chissà mai che questi segni dell’elettronica lascino da qualche parte una traccia di sé. E illuminino il cammino di un qualunque altro

E dove si inscrivono le tracce di sé?

In altre persone. Come un software invisibile che però plana su un hardware.

Ecco la funzione delle biblioteche.

La funzione delle piazze e delle vie.

La funzione dei rituali.

Tutto questo si può e deve fare.

Sapendo, tuttavia che il passaggio finale è solitario.

Soli, soli, soli.

E chi ha la fortuna di avere la fede se la tenga cara e molto stretta.

E chi non l’ha, e io sono uno che non l’ha, avrà uno strumento in meno.

Ma chissà se in quel momento anche chi ha la fede non vacillerà, almeno per un attimo?

Soli, soli, soli.


Pubblicato anche in VivereaComo

postato da: AMALTEO alle ore marzo 31, 2007 20:20 | link | commenti (92)
categorie: vedere cinema teatro, vivere tempo, pensare situazioni problematiche, vivere morte
giovedì, 22 febbraio 2007

Il ballo di Al Pacino in Scent of a Woman …

proiettoreGiorni tristi.
Esiste la depressione politica.
E' quella in cui sto male per come vanno le cose fuori del mio Io. Nella storia, o più semplicemente nella contingenza quotidiana.
La depressione politica arriva quando ascolto certe frasi di Buttiglione, quando Sgarbi insulta qualcuno, quando Berlusconi fa credere ai suoi sudditi di essere un superuomo ... quando due maramaldi, scelti da due partiti della coalizione che ha vinto le ultime elezioni, mandano a fondo un governo che aveva tolto lo scettro al su indicato personaggio brianzolo.
La depressione politica ieri era al suo culmine. Oggi è un po' calata, grazie anche a qualche commento e letterine private.
Ma ora è arrivato un farmaco. Un farmaco scovato da Gri Gri ... grazie Gri Gri


Al Pacino è una parte di me.
Amo Al Pacino ... Adoro Al Pacino
Se madame Bovary c'est moi, io dico ... Al Pacino c'est moi ...
"Ma davvero non ha mai ballato il tango? ... allora .... bisogna provvedere ..."
postato da: AMALTEO alle ore febbraio 22, 2007 22:41 | link | commenti (14)
categorie: vedere cinema al pacino, vedere cinema teatro, vivere diario, pensare politica
giovedì, 08 febbraio 2007

Teatro: Marco Ballerini recita "Ubriaco di parole"




Marco Ballerini Invasioni Letterarie

Cosa vuol dire, invasioni letterarie?
E’ un recital di circa 60 minuti, dove un attore ed una violinista si alternano ognuno con il proprio suono, la propria voce.
Non ci sarà un filo conduttore, ma si salterà qua e la usando i libri come appigli, usando gli spartiti come gradini, e per ogni libro toccato, il protagonista di quella pagina, si animerà, per ogni spartito, il suono dolcissimo, e allo stesso tempo straziante del violino, suonerà.
Ma allora, cos’è? Un minestrone senza sale?!?!
Assolutamente no! Quando si uscirà, ci si sentirà sazi e con un buon gusto in bocca, anche perché sarete poi Voi, gentilissimo pubblico, a finire la storia che vi verrà narrata, con la Vostra fantasia o con i Vostri occhi adagiati sul libro.
… volete una scaletta?… Prego.

Marco Ballerini

Brani Letterari:

da “Cirano de Bergerac” di Edmond Rostand il monologo “No, grazie” di Cirano, Atto II, Scena VIII.

da “Non si sa come” di Luigi Pirandello il monologo di Romeo fine Atto I.

da “Buchi nella sabbia” di Ernesto Ragazzoni la ballata “De Affrica”.

da “Adelchi” di Alessandro Manzoni il monologo del “Diacono Martino” Atto II, Scena III.

da “Canti” di Giacomo Leopardi la poesia “A Silvia”.

da “Il linguaggio del Paggio” di Autori vari spettacolo di Marco Ballerini “Parole Parole Parole”.

da “Kean, genio e sregolatezza” di Dumas, Sartre, Gassman il “Perché recitare”
 

Brani Musicali:

J. S. Bach: Preludio dalla Partita n.3 in Mi maggiore

G. Pugnani–Kreisler: Preludium

J. S. Bach: Double n.3 dalla Partita n.1 in Si minor

M. Praetorius: Danza

J. S. Bach: Bourrée dalla Partita n.3 in Mi maggiore

Timballo di note


Recitato il:
Il 3 Febbraio ore 21.00 presso la sala consiliare di Bulgarograsso -

postato da: AMALTEO alle ore febbraio 08, 2007 13:55 | link | commenti (7)
categorie: vedere cinema teatro
martedì, 06 febbraio 2007

L'amico di famiglia

proiettoreL'amico di famiglia
di Paolo Sorrentino
2005



L'usuraio Geremia si insinua nella vita delle persone cui presta il denaro.
Entra nelle loro case, le consiglia, le blandisce, le minaccia, le punisce.
Lui vive nelle oscurità della casa, mangia pappette di patate alla luce fioca delle candele, lava la madre paralizzata e, sdraiato nel letto con lei, guarda alla televisione documentari sui rettili.
Geremia cammina come un ragno e, dentro di sè, si sente buono e giusto.
Però qualcosa accade anche dentro questa vita degenerata: la Besta incontra la Bella.
E Geremia, che non ha amici, non può accorgersi che c'è un Male peggiore dello stesso Male.

Il tema dominante del film è il Denaro che intride ogni piega dell'esistenza, senza renderla migliore.

Tracce lasciate: la luce degli esterni per far risaltare il buio malsano degli interni.
Più in generale un senso di mal-essere.
L'attore Giacomo Rizzo è memorabile.
postato da: AMALTEO alle ore febbraio 06, 2007 11:46 | link | commenti (1)
categorie: vedere cinema teatro
lunedì, 29 gennaio 2007

Invasioni letterarie: Marco Ballerini e Elisabetta Zuliani

Marco BalleriniSoprattutto per gli amici del Lago di Como.

Il 3 Febbraio ore 21.00 presso la sala consiliare di Bulgarograsso - Como, Via Romolo Guffanti,

un recital di Marco Ballerini

dal titolo "Invasioni Letterarie"

con Elisabetta Zuliani al violino.





Invasioni Letterarie

Cosa vuol dire, invasioni letterarie?
E’ un recital di circa 60 minuti, dove un attore ed una violinista si alternano ognuno con il proprio suono, la propria voce.
Non ci sarà un filo conduttore, ma si salterà qua e la usando i libri come appigli, usando gli spartiti come gradini, e per ogni libro toccato, il protagonista di quella pagina, si animerà, per ogni spartito, il suono dolcissimo, e allo stesso tempo straziante del violino, suonerà.
Ma allora, cos’è? Un minestrone senza sale?!?!
Assolutamente no! Quando si uscirà, ci si sentirà sazi e con un buon gusto in bocca, anche perché sarete poi Voi, gentilissimo pubblico, a finire la storia che vi verrà narrata, con la Vostra fantasia o con i Vostri occhi adagiati sul libro.
… volete una scaletta?… Prego.

Marco Ballerini

Brani Letterari:

da “Cirano de Bergerac” di Edmond Rostand il monologo “No, grazie” di Cirano, Atto II, Scena VIII.

da “Non si sa come” di Luigi Pirandello il monologo di Romeo fine Atto I.

da “Buchi nella sabbia” di Ernesto Ragazzoni la ballata “De Affrica”.

da “Adelchi” di Alessandro Manzoni il monologo del “Diacono Martino” Atto II, Scena III.

da “Canti” di Giacomo Leopardi la poesia “A Silvia”.

da “Il linguaggio del Paggio” di Autori vari spettacolo di Marco Ballerini “Parole Parole Parole”.

da “Kean, genio e sregolatezza” di Dumas, Sartre, Gassman il “Perché recitare”
 

Brani Musicali:

J. S. Bach: Preludio dalla Partita n.3 in Mi maggiore

G. Pugnani–Kreisler: Preludium

J. S. Bach: Double n.3 dalla Partita n.1 in Si minor

M. Praetorius: Danza

J. S. Bach: Bourrée dalla Partita n.3 in Mi maggiore

Timballo di note

postato da: AMALTEO alle ore gennaio 29, 2007 19:01 | link | commenti (3)
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