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Passeggiate splinderiane di Amalteo

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2° metà del 900-later than never. “Perché vale la pena di vivere? E’ un’ottima domanda… Be’, ci sono cose per cui vale la pena di vivere … Per esempio, per me, direi … tutta la musica e le interpretazioni di Nina Simone … la voce di Ray Charles, quasi sempre … Il ballo di Al Pacino in Scent of a Woman … le note di John Lewis quando volano nelle fughe di Bach … Louis Armstrong, l’incisione di West and blues del 1928 … i film di Sergio Leone … i racconti di Stephen King … gli azzurri e i gialli di Van Gogh … i quadri di Peppo Spagnoli, che dimostra che si può fare molto anche da luoghi piccoli… il sorriso di Luciana …. ... e poi anche ...” da Woody Allen, Manhattan (con qualche cambiamento pamalteo@gmail.com http://amalteo.wordpress.com/

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venerdì, 09 maggio 2008

Trentennale dell'assassinio di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse

Del discorso di Giorgio Napolitano ho particolarmente apprezzato queste parole:

"Per nessuno la prova è stata così dura come per i famigliari delle vittime. E la prova più alta - lo ha detto con parole bellissime nel suo libro Mario Calabresi - è stata quella di far crescere i figli liberi dal rancore e dall'odio, di "scommettere tutto sull'amore per la vita", di guardare avanti "nel rispetto della memoria". Purtroppo questo rispetto è spesso mancato, e proprio da parte di responsabili delle azioni terroristiche.
D'altronde, non pochi tra loro sono rimasti reticenti, anche in sede giudiziaria, e sul piano politico hanno ammesso errori e preso atto della sconfitta del loro disegno, ma non riconoscendo esplicitamente la ingiustificabile natura criminale dell'attacco terroristico allo Stato e ai suoi rappresentanti e servitori. Lo Stato democratico, il suo sistema penale e penitenziario, si è mostrato in tutti i casi generoso : ma dei benefici ottenuti gli ex terroristi non avrebbero dovuto avvalersi per cercare tribune da cui esibirsi, dare le loro versioni dei fatti, tentare ancora subdole giustificazioni. Mi ha colpito e indignato leggere giorni fa l'intervista di un ex brigatista, lo stesso che un anno fa raccontò con agghiacciante freddezza come aveva ammazzato Carlo Casalegno e che ora ha detto di provare "rammarico per i famigliari delle vittime delle BR", ma aggiungendo di aver dato per scontato che "quando si fanno azioni di un certo tipo" accade di "dare dei dispiaceri ad altri". No, non dovrebbero esserci tribune per simili figuri.
Chi abbia regolato i propri conti con la giustizia, ha il diritto di reinserirsi nella società, ma con discrezione e misura e mai dimenticando le sue responsabilità morali anche se non più penali. Così come non dovrebbero dimenticare le loro responsabilità morali tutti quanti abbiano contribuito a teorizzazioni aberranti e a campagne di odio e di violenza da cui sono scaturite le peggiori azioni terroristiche, o abbiano offerto al terrorismo motivazioni, attenuanti, coperture e indulgenze fatali."

Connessioni:

DISCORSO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
GIORGIO NAPOLITANO
IN OCCASIONE DEL
"GIORNO DELLA MEMORIA DEDICATO ALLE VITTIME DEL TERRORISMO E DELLE STRAGI DI TALE MATRICE"

Palazzo del Quirinale, 9 maggio 2008

Questo è il giorno del ricordo e del pubblico riconoscimento che l'Italia da tempo doveva alle vittime del terrorismo. E' il giorno del sostegno morale e della vicinanza umana che l'Italia sempre deve alle loro famiglie. Ed è il giorno della riflessione su quel che il nostro paese ha vissuto in anni tra i più angosciosi della sua storia e che non vuole mai più, in alcun modo, rivivere.
Parlo del terrorismo serpeggiante in Italia a partire dalla fine degli anni '60, e infine esploso come estrema degenerazione della violenza politica ; parlo delle stragi di quella matrice e della lunga trama degli attentati, degli assassinii, dei ferimenti che insanguinarono le nostre città. L'obbiettivo che i gruppi terroristici così perseguivano era quello della destabilizzazione e del rovesciamento dell'ordine costituzionale. Dedichiamo l'incontro di oggi in Quirinale alle vittime di quell'attacco armato alla Repubblica, che seminò ferocemente lutto e dolore.
Sappiamo che nell'istituire, un anno fa, questo "Giorno della memoria" il Parlamento ha raccolto diverse proposte, comprese quelle rivolte a onorare gli italiani, militari e civili, caduti in anni recenti nel contesto delle missioni in cui il nostro paese è impegnato a sostegno della pace e contro il terrorismo internazionale, nemico insidioso capace di colpire anche a casa nostra. Alla loro memoria rinnovo l'omaggio riconoscente delle istituzioni repubblicane e della nazione. Sono certo che anche al loro sacrificio si rivolgerà pubblico omaggio nelle manifestazioni e negli incontri cui darà luogo ovunque la celebrazione del "Giorno della memoria".
E colgo l'occasione per ricordare anche le vittime causate da fatti di diversa natura, dal disastro di Ustica all'intrigo delittuoso della Uno Bianca, ai caduti nell'adempimento del loro dovere e ai semplici cittadini, uomini e donne, che hanno perso la vita in torbide circostanze, su cui non sempre si è riusciti a fare pienamente chiarezza e giustizia. Più in generale, mi inchino a tutti i caduti per la Patria, per la libertà e per la legalità democratica, e dunque - come dimenticarle ! - alle tante vittime della mafia e della criminalità organizzata.
Ma sottolineo nuovamente la specificità delle vicende del terrorismo italiano, e l'esigenza di colmare vuoti e carenze nell'iniziativa dello Stato democratico, nell'impegno della comunità nazionale, che esigeva ed esige il ricordo di quelle vicende e delle loro vittime.
I momenti di solenne riconoscimento non sono mancati : come con il conferimento di medaglie d'oro, da parte del Presidente Ciampi, alla memoria di alcune figure rappresentative del sacrificio di molti negli "anni di piombo". Ma era a lungo mancato un riconoscimento collettivo e proiettato nel futuro come quello deciso dal Parlamento con la legge istitutiva del "Giorno della memoria".
E con la pubblicazione che oggi vede la luce abbiamo cercato di abbracciare in un comune ricordo ed omaggio - salvo possibili, involontarie omissioni o imprecisioni, di cui ci scusiamo - tutte le vittime della violenza politica armata, del terrorismo organizzato e rivolto a fini eversivi. Non si possono sfogliare quelle pagine senza provare profonda commozione e profondo sgomento. Abbiamo cercato di restituire, di consegnare alla memoria degli italiani, l'immagine - i volti, i percorsi di vita e di morte - di tutte le vittime.
I percorsi di vita, innanzitutto : perché non è accettabile che quegli uomini siano ricordati solo come vittime, e non come persone, che hanno vissuto, hanno avuto i loro affetti, il loro lavoro, il loro posto nella società, prima di cadere per mano criminale. Le ricordiamo tutte, come vittime e come persone, dalle più note ed illustri alle più modeste, facilmente rimaste più in ombra. Tutte, qualunque fosse la loro collocazione politica e qualunque fosse l'ispirazione politica di chi aggrediva e colpiva.
Vorrei che voi, mogli, figli, genitori, famigliari dei caduti, sentiste anche questa nostra particolare iniziativa come gesto di riparazione e di partecipe vicinanza per quello che avete sofferto, per il dolore di perdite irreparabili e poi per il dolore di una solitudine, di una disattenzione, che vi ha fatto temere di essere come dimenticati insieme con i vostri cari. Non può essere, non deve essere così. E' l'impegno che oggi prendiamo.
La scelta della data per il "Giorno della memoria" è caduta per validi motivi sull'anniversario dell'assassinio di Aldo Moro. Perché se nel periodo da noi complessivamente considerato, si sono incrociate per qualche tempo diverse trame eversive, da un lato di destra neofascista e di impronta reazionaria, con connivenze anche in seno ad apparati dello Stato, dall'altro lato di sinistra estremista e rivoluzionaria, non c'è dubbio che dominanti siano ben presto diventate queste ultime, col dilagare del terrorismo delle Brigate Rosse. E il bersaglio più alto e significativo che esso abbia raggiunto è stato il Presidente della Democrazia Cristiana, sequestrato, tenuto prigioniero per quasi due mesi e infine con decisione spietata ucciso.
Fu, in quel 16 marzo 1978, centrato dalle Brigate Rosse un obbiettivo forse impensabile, per il grado di organizzazione e il livello di audacia che comportava, ma non imprevedibile, dato il ruolo evidente e incontestabile di Moro nella vita politica nazionale, nella fase critica e cruciale che essa stava attraversando. Non si scelse un obbiettivo simbolico ; si decise di colpire il perno principale del sistema politico e istituzionale su cui poggiava la democrazia repubblicana.
Imprevedibili erano stati, e sarebbero stati ancora dopo, molti altri bersagli colpiti dalle Brigate Rosse con cieco furore ideologico : studiosi, magistrati, avvocati, giornalisti, amministratori locali, dirigenti d'azienda, commercianti, rappresentanti dei lavoratori, militari, uomini delle forze dell'ordine, e altri ancora, in una successione casuale e non facilmente immaginabile. Una successione perciò incalzante e angosciosa, che mirava a dare il senso dell'impotenza dello Stato, del vacillare delle istituzioni e della convivenza civile.
In Moro i terroristi individuarono il nemico più consapevole, che aveva più di chiunque colto - nel '68 - quel che si muoveva e premeva nella società, la crisi dei vecchi equilibri politici, il travaglio e la domanda di rinnovamento delle nuove generazioni, e quindi - nel maggio '77 - aveva lanciato l'estremo allarme. Ci si trovava, così disse, dinanzi a "manifestazioni di violenza" che avevano "uno sfondo ideologico" e si collocavano "tra la lotta politica e la lotta armata" ; di qui l'"apprensione per il logoramento" cui erano "sottoposte le istituzioni e le stesse grandi correnti ideali che credono nella democrazia". Egli non dubitava dell'"esito finale" del confronto tra le istituzioni democratiche, tra le forze democratiche e le forze che conducevano "un così grave attacco portato nel cuore dello Stato", ma era cosciente della durezza della prova, dell'"alto costo" e delle "distorsioni" che poteva comportare.
Per quel che egli rappresentava storicamente - nella lunga vicenda della costruzione democratica e della lotta politica in Italia - e per quel che contava in quel momento come punto di riferimento ai fini di una risposta concorde all'offensiva terroristica e di una sapiente tessitura volta a rinnovare e consolidare la democrazia nel nostro paese, il Presidente della Democrazia Cristiana divenne la vittima designata, da catturare anche a costo dell'efferato sterminio della sua scorta -, dei suoi "compagni di viaggio",- nell'agguato di via Fani, e fu quindi a lungo ristretto in una condizione fisica disumana, e sottoposto a una tremenda violenza psicologica.
Si sono di recente pubblicate attente ricostruzioni di quei fatti e analisi penetranti degli svolgimenti di una così inaudita e sconvolgente vicenda, dei comportamenti di tutti coloro che ne furono i diversi attori. Ma non è in questa sede e non è da parte mia che si possono esprimere giudizi conclusivi. Si può solo invitare - trent'anni dopo - alla riflessione profonda e dolorosa, alla ricerca non ancora conclusa, che anche questi nuovi contributi di osservatori e studiosi sollecitano ; possiamo solo inchinarci con rispetto e commozione dinanzi alla tragedia vissuta trent'anni orsono da un grande protagonista della storia democratica dell'Italia repubblicana, dinanzi allo sforzo intellettuale e politico da lui dispiegato in uno stato di cattività esposto a continue pressioni e manipolazioni. Possiamo solo inchinarci dinanzi al suo tormento umanissimo, consegnato a lettere di straordinaria intensità per carica affettiva e morale.
Fu tragedia non solo di un uomo, ma di un paese, di questa Italia che un grande maestro, Norberto Bobbio, volle ricordarci, dinanzi a simili eventi, essere, appunto, "un paese tragico".
Ci sarà ugualmente da riflettere ancora e a fondo -anche se molto si è lavorato, anche di recente, su questi temi - sulla genesi e sulla fisionomia dei fenomeni di stragismo e terrorismo politico di cui è stata teatro l'Italia : su come siano nati e via via cresciuti, su quali ne siano state le radici, i punti di forza, le ideologie e strategie di supporto. E c'è da augurarsi che si riesca ancora a indagare, anche in sede giudiziaria, su singoli fatti di devastante portata : che si riesca ad accertare pienamente la verità, come chiedono le Associazioni delle famiglie delle vittime.
Quel che più conta, tuttavia, è scongiurare ogni rischio di rimozione di una così sconvolgente esperienza vissuta dal paese, per poter prevenire ogni pericolo di riproduzione di quei fenomeni che sono tanto costati alla democrazia e agli italiani. In effetti abbiamo visto negli ultimi anni il riaffiorare del terrorismo, attraverso la stessa sigla delle Brigate Rosse, nella stessa aberrante logica, su scala, è vero, ben più ridotta ma pur sempre a prezzo di nuovi lutti e di nuove tensioni. Si hanno ancora segni di reviviscenza del più datato e rozzo ideologismo comunista, per quanto negli scorsi decenni quel disegno rivoluzionario sia naufragato insieme con la sconfitta del terrorismo, mostrando tutto il suo delirante velleitarismo, la sua incapacità di esprimere un'alternativa allo Stato democratico. E se vediamo nel contempo - come li stiamo vedendo - segni di reviviscenza addirittura di un ideologismo e simbolismo neo-nazista, dobbiamo saper cogliere il dato che accomuna fenomeni pur diversi ed opposti : il dato della intolleranza e della violenza politica, dell'esercizio arbitrario della forza, del ricorso all'azione criminale per colpire il nemico e non meno brutalmente il diverso, per sfidare lo Stato democratico. Occorre opporre a questo pericoloso fermentare di rigurgiti terroristici la cultura della convivenza pacifica, della tolleranza politica, culturale, religiosa, delle regole democratiche, dei principi, dei diritti e dei doveri sanciti dalla Costituzione repubblicana. E occorre ribadire e rafforzare, senza ambiguità, un limite assoluto, da non oltrepassare qualunque motivazione si possa invocare : il limite del rispetto della legalità, non essendo tollerabile che anche muovendo da iniziative di libero dissenso e contestazione si varchi il confine che le separa da un illegalismo sistematico e aggressivo.
Lo Stato repubblicano non può abbassare la guardia, dopo aver fatto fronte allo stragismo e aver sconfitto il terrorismo dilagante degli scorsi decenni. Lo ha sconfitto dopo aver subíto colpi molto duri - più di qualsiasi altro il sequestro di Aldo Moro, lo sterminio della sua scorta e infine la sua feroce soppressione ; lo ha sconfitto restando sul terreno della democrazia e dello Stato di diritto, e senza concedere alle Brigate Rosse il riconoscimento politico di controparte in guerra che esse pretendevano.
Bisogna rendere omaggio a quanti si sono battuti con tenacia fino a cogliere successi decisivi : a quanti vi hanno contribuito nel campo delle forze politiche - in seno al governo e in Parlamento - nel mondo sociale e culturale, e con coraggio, in prima linea, anche a rischio della vita, nella magistratura e nelle forze dell'ordine.
La prova è stata ardua, terribilmente dolorosa, e non può considerarsi del tutto conclusa, o conclusa una volta per tutte. Di qui l'appello alla vigilanza e alla severità.
Per nessuno la prova è stata così dura come per i famigliari delle vittime. E la prova più alta - lo ha detto con parole bellissime nel suo libro Mario Calabresi - è stata quella di far crescere i figli liberi dal rancore e dall'odio, di "scommettere tutto sull'amore per la vita", di guardare avanti "nel rispetto della memoria". Purtroppo questo rispetto è spesso mancato, e proprio da parte di responsabili delle azioni terroristiche.
D'altronde, non pochi tra loro sono rimasti reticenti, anche in sede giudiziaria, e sul piano politico hanno ammesso errori e preso atto della sconfitta del loro disegno, ma non riconoscendo esplicitamente la ingiustificabile natura criminale dell'attacco terroristico allo Stato e ai suoi rappresentanti e servitori. Lo Stato democratico, il suo sistema penale e penitenziario, si è mostrato in tutti i casi generoso : ma dei benefici ottenuti gli ex terroristi non avrebbero dovuto avvalersi per cercare tribune da cui esibirsi, dare le loro versioni dei fatti, tentare ancora subdole giustificazioni. Mi ha colpito e indignato leggere giorni fa l'intervista di un ex brigatista, lo stesso che un anno fa raccontò con agghiacciante freddezza come aveva ammazzato Carlo Casalegno e che ora ha detto di provare "rammarico per i famigliari delle vittime delle BR", ma aggiungendo di aver dato per scontato che "quando si fanno azioni di un certo tipo" accade di "dare dei dispiaceri ad altri". No, non dovrebbero esserci tribune per simili figuri.
Chi abbia regolato i propri conti con la giustizia, ha il diritto di reinserirsi nella società, ma con discrezione e misura e mai dimenticando le sue responsabilità morali anche se non più penali. Così come non dovrebbero dimenticare le loro responsabilità morali tutti quanti abbiano contribuito a teorizzazioni aberranti e a campagne di odio e di violenza da cui sono scaturite le peggiori azioni terroristiche, o abbiano offerto al terrorismo motivazioni, attenuanti, coperture e indulgenze fatali.
Queste sono le ragioni per cui si doveva e si deve dar voce non a chi ha scatenato la violenza terroristica, ma a chi l'ha subita, a chi ne ha avuto la vita spezzata, ai famigliari delle vittime e anche a quanti sono stati colpiti, feriti, sopravvivendo ma restando per sempre invalidati. Si deve dar voce a racconti di verità sugli "anni di piombo", ricordando quelle terribili vicende come sono state vissute dalla parte della legge e dello Stato democratico, dalla parte di un'umanità dolorante. E a questa parte, ai famigliari delle vittime, a tutti i colpiti dallo stragismo e dal terrorismo lo Stato deve restare vicino, anche garantendo l'attuazione di leggi come quella del 2004. Solo così, con questo rispetto per la memoria e con questa vicinanza alle persone che hanno sofferto, si potrà rendere davvero omaggio al sacrificio di tanti. E' qui il significato del 9 maggio "Giorno della memoria" che oggi insieme celebriamo.

giovedì, 08 maggio 2008

Eugenio Scalfari, L'uomo che non credeva in dio, Einaudi 2008

Rodin, PensatoreIl ragionante Pensiero di Eugenio Scalfari ha funzionato sul mio Io come un incontro psicanalitico.

Passaggi-Chiave:
  • studio sull'Io
  • come il vissuto della persona condiziona i pensieri e - viceversa - come i vissuti condizionano il pensiero
  • il controllo sulla psiche nella relazione con il padre e la madre
  • la scoperta del "lato oscuro delle cose": l'irruzione dell'Es
  • tenere assieme il tetto della coppia genitoriale (sicurezza) espone al rischio di non sapersi confrontare con l'imprevedibilità della vita (rischio)
  • la terza via costituita dalla sindrome del "genitore dei propri genitori"
  • i "buoni" e i "cattivi": soggettività di queste etichette
  • ciascuno si pone al centro dell'universo
  • da cui la soggettività mobile e la relatività dei giudizi
  • le "stelle danzanti" di Nietzsche
  • le sconfitte nello spazio civile
  • Beppe Grillo: "il peggio del peggio degli italiani; "l'arcitaliano del peggio"

postato da: AMALTEO alle ore maggio 08, 2008 12:43 | link | commenti (7)
categorie: pensare storia contemporanea, pensare politica, pensare psiche
lunedì, 05 maggio 2008

Una sola storia e due memorie

Rodin, PensatoreSi dice: guardiamo al futuro e sul passato si faccia ricerca storica.
Diciamo che è necessario e realistico.
La politica funziona così: loro hanno il potere e loro dovranno provare a fare gli statisti.
Vorrei, tuttavia, sottrarmi alla litania della "memoria condivisa" di cui blaterano i post-fascisti Gianfranco Fini e Gianni Alemanno.

Lo "loro" memoria non sarà mai la mia memoria.

Percorro il ragionamento aiutandomi con un basico scritto di Sergio Luzzatto e un ricordo delle torture ed uccisione del partigiano ebreo Emanuele Artom.

Sottolineature mie



confusione che oggi si fa tra memoria condivisa e storia condivisa; più in generale tra bisogno di memoria e bisogno di storia.... Occorrerebbe spiegare che la memoria collettiva sulla quale si affaticava la mente geniale di uno studioso come Marc Bloch non equivale necessariamente alla memoria condivisa" (pag. 15) di cui tessono l’elogio i revisionisti da strapazzo.

"L’una (la storia) rimanda a un unico passato, cui nessuno di noi può sottrarsi, mentre l"altra (la memoria condivisa) sembra presumere un’operazione più o meno forzosa di azzeramento delle identità e di occultamento delle differenze. Il rischio di una memoria condivisa è una smemoratezza patteggiata, la comunione nella dimenticanza" (pag. 25).

"Credo sia venuto il momento di dire ai cattivi maestri - votino a destra o a sinistra - una cosa semplicissima, ma di dirla forte e chiara: la guerra civile combattuta tra il 1943 e 45 (o 46) non ha bisogno di interpretazioni bipartisan che ridistribuiscano equamente ragioni e torti, elogi e necrologi. Perché certe guerre civili meritano di essere combattute. E perché la moralità della Resistenza consistette anche nella determinazione degli antifascisti di rifondare l"Italia anche a costo di spargere sangue" (pag. 29). "Ripeto: si può condividere una storia - e si può condividere una nazione o addirittura una patria - senza per questo dover dividere delle memorie. Dico di più: una nazione e perfino una patria hanno bisogno come del pane di memorie antagonistiche, fondate su lacerazioni originarie, su valori identitari, su appartenenze non abdicabili né contrattabili".

"Oggi, con il mio collega storico - nonchè mio ex professore alla Normale - Roberto Vivarelli io certamente condivido, da cittadino italiano, tutta una storia. È quella stessa storia (a poste­riori cosi straziante, e infatti cosi poco studia­ta) che fece in maggioranza degli ebrei italiani, e forse di mio nonno, altrettanti volenterosi am­miratori di Mussolini.

Ma se parliamo di me­moria, io desidero e pretendo che la mia e quel­la di Vivarelli restino memorie divise. Si tenga pure, lui, la memoria di suo padre squadrista, marciatore su Roma, volontario in tutte le guer­re del duce; si tenga la memoria di se stesso, im­berbe volontario delle brigate nere. Io mi ten­go la memoria del nonno che non ho mai cono­sciuto: del medico che perse, dopo la cattedra universitaria, ogni diritto di curare pazienti «ariani», prima di nascondersi a Lucca come un topo braccato per sfuggire ai risultati estremi della persecuzione razziale. E mi tengo la memoria di mio padre bambino, che dovette cela­re tra i monti della Garfagnana la sua origina­ria condizione di «mezzo» ebreo, cosi da sottrarsi al treno per Auschwitz.

Inoltre, sostengo che è assurdo pretendere di versare il sangue di mio nonno, di mio padre, o di qualunque altro ebreo fortunosamente scam­pato alla Soluzione finale, nell'improbabile cal­derone di un sangue dei vincitori in tutto e per tutto distinto dal sangue dei vinti.
No, davvero non riesco a pensare a mio nonno come a un vin­citore: lui che nel 1915, da fervido irredentista triestino, si era arruolato volontario nella Gran­de Guerra per combattere sotto le insegne di Ca­sa Savoia; lui che, vent'anni più tardi, ha letto la firma del suo maestro Pende in calce al «Ma­nifesto della razza»; lui che il io giugno del 1940 - ormai da ebreo perseguitato - è nondimeno sceso con suo figlio (mio padre) in piazza De Fer­rari, a Genova, per raccogliere dall'altoparlante la voce di Mussolini che annunciava stentorea l'entrata dell'Italia fascista nella seconda guerre mondiale; lui che, nell'Italia della Repubblica, non avrebbe comunque più ritrovato lo scranne della sua cattedra universitaria. (Pag. 24-25)

Tra i due schieramenti vi era incompatibilità di valori:
"La qualità etica dei valori in nome dei quali le brigate partigiane (anche le Garibaldi) fecero la Resistenza risiede precisamente nella loro incompatibilità con i valori in nome dei quali le brigate nere spalleggiarono la Wehrmacht e le SS nell’opera di repressione del banditismo antifascista"(pag. 31).

"Mi riesce più gradito riconoscere nella guerra partigiana la carta di identità del paese in cui sono nato e mi riesce necessario pensare all’Italia della Resistenza come al terreno dove gli Italiani devono tracciare ‘ora e sempre’ i confini non negoziabili della loro identità, la soglia del non rinunciabile da sé" (pag. 33).

da Sergio Luzzatto, La crisi dell'antifascismo, Einaudi 2002


"Emanuele Artom sognava un mondo senza guerre: a renderlo possibile sarebbe stata una generazione di «uomini nuovi» scaturita direttamente dall'esperienza della lotta antifascista. In questo senso, il disincanto con cui all'inizio guardava i suoi compagni si trasmutò lentamente in speranza. «Siamo quello che siamo: un complesso di individui, in parte disinteressati e in buona fede, in parte arrivisti politici, in parte soldati sbandati che temono la deportazione in Germania, in parte spinti dal desiderio di avventura, in parte da quello di rapina», aveva scritto il 22 novembre 1943, appena arrivato in banda. Subito dopo, però, affiorò la consapevolezza che in ogni uomo c'è una scintilla da cui partire, che «si cresce e si diventa migliori nel confronto con la vita e con la morte».

Fu catturato dai tedeschi durante un rastrellamento in prossimità del Colle Giulian, in Val Pellice, il 25 marzo 1944. Torturato per cinque giorni, fu trasferito nelle carceri Nuove di Torino. Lì, in una cella, fu rinvenuto cadavere il 7 aprile. Della sua sepoltura non si è mai trovata traccia. Le testimonianze dei compagni di prigionia sono raccapriccianti: bagni nell'acqua gelata, unghie estirpate, percosse fino a sfigurarlo, e poi gli scherni, gli insulti, Emanuele fotografato per la rivista Der Adler a cavallo di una mula, con una scopa in mano. Era stato riconosciuto come commissario politico e come ebreo: di qui l'accanimento dei carnefici, l'orrore di un martirio straziante."

in Giovanni De Luna recensione di:
Diario di un partigiano ebreo, Bollati Boringhieri, pp. 232, e18) a cura di Gury Schwarz.


Quale memoria condivisa con questa storia?
postato da: AMALTEO alle ore maggio 05, 2008 20:48 | link | commenti (20)
categorie: pensare storia contemporanea, pensare politica neodestre
mercoledì, 30 aprile 2008

... il gran principio che ci fa creature socievoli ...

Rodin, PensatoreVa beh ...
mettiamola così ...
Vediamo il paesaggio storico politico dentro questo processo della vita:

Né le qualità socievoli, né le affezioni benevole che sono naturali all'uomo, né le virtù reali che egli è capace di acquistare con la ragione e con l'abnegazione, sono il fondamento della società, ma ciò che noi chiamiamo male in questo mondo, male morale o naturale, è il gran principio che ci fa creature socievoli, la solida base, la vita e il sostegno di tutti i commerci e gli impieghi senza eccezione. Per conseguenza, se il male cessasse, la società si avvierebbe al suo dissolvimento.

Bernard de Mandeville
da La favola delle api
copiato da: akatalepsia
postato da: AMALTEO alle ore aprile 30, 2008 09:21 | link | commenti (19)
categorie: pensare storia contemporanea, pensare politica elezioni
venerdì, 21 marzo 2008

Lettera di Aldo a Eleonora Moro. Lettura di Massimo Popolizio

A Eleonora Moro

(lettera non recapitata)

Mia dolcissima Noretta,

dopo un momento di esilissimo ottimismo4, dovuto forse ad un mio equivoco circa quel che mi si veniva dicendo, siamo ormai, credo 5, al momento conclusivo. Non mi pare il caso di discutere della cosa in sé e dell'incredibilità di una sanzio­ne che cade sulla mia mitezza e la mia moderazione. Certo ho sbagliato, a fin di bene, nel definire l'indirizzo della mia vita. Ma ormai non si può cambiare. Resta solo di riconosce­re che tu avevi ragione. Si può solo dire che forse saremmo stati in altro modo puniti, noi e i nostri piccoli. Vorrei re­stasse ben chiara la piena responsabilità della D.C. con il suo assurdo ed incredibile comportamento. È sua va detto con fermezza cosi come si deve rifiutare eventuale medaglia che si suole dare in questo caso. E poi vero che moltissimi ami­ci (ma non ne so i nomi) o ingannati dall'idea che il parlare mi danneggiasse o preoccupati delle loro personali posizio­ni, non si sono mossi come avrebbero dovuto. Cento sole fir­me raccolte avrebbero costretto a trattare 6. E questo è tutto per il passato. Per il futuro / c'è in questo momento una te­nerezza infinita per voi, il ricordo di tutti e di ciascuno, un amore grande grande carico di ricordi apparentemente insi­gnificanti e in realtà preziosi. Uniti nel mio ricordo vivete insieme. Mi parrà di essere tra voi. Per carità, vivete in un'unica casa, anche Emma se è possibile e fate ricorso ai buoni e cari amici, che ringrazierai tanto, per le vostre esigenze. Bacia e carezza per me tutti, volto per volto, occhi per oc­chi, capelli per capelli. A ciascuno una mia immensa tenerez­za che passa per le tue mani. Sii forte, mia dolcissima, in que­sta prova assurda e incomprensibile. Sono le vie del Signo­re. Ricordami a tutti i parenti ed amici con immenso affetto ed a te e tutti un caldissimo abbraccio pegno di un amore eterno. Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo. Amore mio, sentimi sempre con te e tienmi stretto. Bacia e carezza Fida, Demi, Luca (tanto tanto Luca) Anna Mario il piccolo non nato Agnese Giovanni. Sono tanto grato per quello che hanno fatto. Tutto è inutile, quando non si vuole aprire la porta. Il Papa ha fatto pochino: forse ne avrà scrupolo

 

1 Recapitata il 5 maggio, insieme con la successiva, da don Mennini, ma la da­ta di stesura potrebbe essere antecedente. Non è presente tra i dattiloscritti ritro­vati nell'ottobre 1978, né tra le fotocopie dei manoscritti di dodici anni dopo. L'o­riginale è riprodotto in CM, voi. CXXII, pp. 445-46. E lettera autonoma dalla se­guente. Lo stesso giorno, qualche ora prima, il comunicato n. 9 delle Br annunciava: «Concludiamo quindi la battaglia iniziata il 16 marzo eseguendo la sentenza a cui Aldo Moro è stato condannato». Divulgata il 13 settembre 1978 dal «Corriere del­la Sera», p. 6, ma fu pubblicata per la prima volta integralmente e in modo auto­nomo dalla successiva, in L'intelligenza e gli avvenimenti, pp. 427-28.

2 Si distingue una «t» corretta: forse in precedenza aveva scritto «politiche».

3 È il solito esergo aggiunto posteriormente nello spazio residuo del foglio.

4 Questa espressione non sembra essere giustificata dai toni sicuri delle due versioni della lettera a Zaccagnini e soprattutto dal perentorio argomentare delle pagine finali del "Memoriale", che non sono certo il prodotto di un «esilissimo ot­timismo».

5 II prigioniero, rispetto alla lettera successiva, «crede» ancora, cioè non è del tutto sicuro di morire: in 55 giorni sarebbe questa la terza volta in cui vive un si­mile stato emotivo di imminente minaccia di morte.

6 A proposito di questa raccolta di firme, Guerzoni ha testimoniato in Com­missione stragi, il 6 giugno 1995: «L'onorevole Moro chiese la raccolta di cento fir­me per convocare il Consiglio Nazionale e noi arrivammo a ventinove, a quel pun­to dissi che non avrei più collaborato per cercare le firme, perché non volevo che l'onorevole Moro rimanesse alla storia come colui che aveva determinato la rottu­ra formale del partito. A mio parere infatti l'onorevole Moro non voleva la rottura del partito; semmai che venissero in evidenza delle contraddizioni. Tanto più ero convinto di questo, perché sapevo che egli non sarebbe mai tornato e che quindi ol­tretutto avremmo fatto delle operazioni di significato storico che non servivano nemmeno a salvarlo». Secondo la testimonianza di Vittorio Cervone, fra i promo­tori nel 1968 della corrente democristiana «Gli amici di Aldo Moro», il 9 maggio, alle 13,1 principali esponenti del gruppo, erano riuniti a pranzo al ristorante il « Bar­roccio» e stavano decidendo di chiedere la convocazione del Consiglio nazionale della De, quando furono raggiunti dalla tragica notizia del ritrovamento del cada­vere dell'uomo politico (Cervone, Ho fatto di tutto, p. 44).

da: Aldo Moro, Lettere dalla prigionia, a cura di Miguel Gotor, Einaudi 2008, p. 177-179


Un altro ricordo:
postato da: AMALTEO alle ore marzo 21, 2008 01:30 | link | commenti (12)
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Lettera di Aldo Moro a Luca. Lettura di Massimo Popolizio

A Luca Bonini
(lettera non recapitata)

Mio carissimo Luca,
non so chi e quando ti leggerà questa lettera del tuo caro nonnetto. Potrai capire che tu sei stato e resti per lui la cosa più importante della vita. Vedrai quanto sono preziosi i tuoi riccioli, i tuoi occhietti arguti e pieni di memoria, la tua inesauribile energia.

Saprai così che tutti ti abbiamo voluto un gran bene ed il nonno, forse, appena un po' più degli altri. Per quel poco che è durato sei stato tutta la sua vita.
Ed ora il nonno Aldo, che è costretto ad allontanarsi un poco, ti ridice tutto il suo infinito affetto ed afferma che vuole restarti vicino.

Tu non mi vedrai, forse, ma io ti seguirò nei tuoi saltelli con la palla, nella tua corsa al [... ] nel guizzare nell'acqua, nel tirare la corda al motore. Io sarò là e ti accarezzerò, come sempre ti ho accarezzato, dolcemente il visino e le mani. Ti sarò accanto la notte, per cogliere l'ora giusta della pipì, e farti poi dolcemente riaddormentare. E la mattina portarti la vestaglietta, magari con le scarpette pronte in mano in attesa della pizza o del pane fresco.

Queste sono state le grandi gioie di nonno e, per quanto è possibile lo resteranno.

Cresci buono, forte, allegro serio. Il nonno ti abbraccia forte forte, ti benedice con tutto il cuore, spera sia in mezzo a gente che ti vuol bene e che forma anche la tua psiche.
Con tanto amore
il nonno

postato da: AMALTEO alle ore marzo 21, 2008 01:09 | link | commenti (2)
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domenica, 16 marzo 2008

L’assassinio di Aldo Moro e l’abisso morale fra la vittima e i colpevoli


Telefonata di Valerio Morucci al professor Franco Tritto, amico di Moro.
"E' il professor Franco Tritto?"
Chi parla?"
Il dottor Nicolai."
Chi, Nicolai?"
È lei il professor Franco Tritto?"
"Sì, ma io voglio sapere chi parla. "
"Brigate rosse. Ha capito?"
"Sì."
"Adempiamo alle ultime volontà del presidente comunicando alla famiglia dove potrà trovare il corpo dell' onorevole. Aldo Moro. Mi sente?"
"Che devo fare? Se può ripetere..."
"Non posso ripetere, guardi. Allora, lei deve comunicare alla famiglia che troveranno il corpo dell'onorevole. Aldo Moro in via Caetani. Via Caetani. Lì c'è una Renault 4 rossa. I primi numeri dì targa sono N5."


La mattina del 16 marzo 1978 - il giorno in cui un nuovo governo  guidato da Giulio Andreotti e sostenuto dall'allora Partito Comunista Italiano - stava andando in Parlamento per ottenere la fiducia, l'auto che trasportava Aldo Moro, dalla sua abitazione alla Camera dei Deputati, fu intercettata in via Fani, a Roma, da un commando delle Brigate Rosse. In pochi secondi i terroristi (Mario Moretti, Barbara Balzerani, Valerio Morucci, Prospero Gallinari, Alvaro Lojacono, Alessio Casimirri, Rita Algranati, Bruno Seghetti, Raffaele Fiore, Franco Bonisoli) uccisero i due carabinieri a bordo dell'auto di Moro (Domenico Ricci e Oreste Leonardi) e i tre poliziotti sull'auto di scorta (Raffaele Jozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi) e sequestrarono il presidente della Democrazia Cristiana.

Penso che la storia dell'assassinio di Aldo Moro sia una storia tutta italiana. E' la storia delle Brigate rosse. E' la storia di una componente tutta interna alla "famiglia politica" del comunismo italiano. Lo testimoniano le biografie dei componenti di quel gruppo di assassini.

Ma è l'Aldo Moro "persona" che vorrei fare risaltare in questo mio ricordo.

Dopo una prigionia di 55 giorni - durante la quale venne sottoposto ad un interrogatorio e ad un “processo politico” (sic !) e venne chiesto invano uno scambio di prigionieri con lo stato italiano - il cadavere di Aldo Moro fu ritrovato il 9 maggio nel cofano di una Renault 4 a Roma, in via Caetani, emblematicamente a poca distanza da Piazza del Gesù (dov'era la sede nazionale della Democrazia Cristiana) e via delle Botteghe Oscure (dove era la sede nazionale del Partito Comunista Italiano).

Mario Moretti è stato condannato a sei ergastoli, dal 1994 è in libertà condizionata ed è attualmente coordinatore del laboratorio di informatica della Regione Lombardia, stipendiato da quella pubblica amministrazione che egli voleva un tempo distruggere. Barbara Balzerani (tra le ultime ad essere arrestata) è stata condannata all'ergastolo e dal 2006 è in libertà vigilata. Valerio Morucci ha avuto più condanne all'ergastolo, portate poi a ventidue anni e mezzo per l'applicazione della legge sulla dissociazione. Ha poi ottenuto la semilibertà e la libertà condizionale. Ha pubblicato alcuni libri e (anche lui!) lavora in informatica. Alvaro Lojacono vive in Svizzera e non ha mai scontato un solo giorno di carcere. Alessio Casimirri ha ottenuto la cittadinanza dello stato del Nicaragua - grazie ad un matrimonio e ai buoni rapporti con uomini politici e militari del paese - dove ha partecipato alla lotta dei sandinisti (uno dei tanti partiti ispirati a Che Guevara) contro i Contras. Attualmente è padrone di un ristorante a Managua. Nella metà degli anni 90 Prospero Gallinari, a causa di gravi motivi di salute, dopo quindici anni di prigione riesce ad ottenere i primi permessi premio per poter tornare a casa.

Durante il periodo della sua detenzione, Aldo Moro scrisse alcune lettere ai principali esponenti della Democrazia Cristiana, alla famiglia ed all'allora Papa Paolo VI .

Alcune arrivarono a destinazione, altre non furono mai recapitate.

Estraggo quelle di maggior significato personale, per segnare l’abisso morale che divide la persona Aldo Moro dai suoi assassini, dagli indifferenti e dalla zona grigia di coloro che ancora oggi assegnano valore a quella teoria politica in quanto “necessaria nel quadro dello scontro sociale di quegli anni”.

Questo è il loro linguaggio:

Chi è Aldo Moro è presto detto: dopo il suo degno compare De Gasperi, è stato fino a oggi il gerarca più autorevole, il "teorico" e lo "stratega" indiscusso di questo regime democristiano che da trenta anni opprime il popolo italiano [...] la controrivoluzione imperialista [...] ha avuto in Aldo Moro il padrino politico e l'esecutore più fedele delle direttive impartite dalle centrali imperialiste.”  (Brigate Rosse, Primo Comunicato)

 
E questo è il linguaggio di Aldo Moro:
 
A Eleonora Moro
(non recapitata)

Genesi 44-29 segg.
"e se mi togliete anche questo, e se gli avviene qualche disgrazia, voi farete scendere la mia canizie con dolore nel soggiorno dei morti. Or dunque, quando giungerò da mio padre, tuo servitore, se il fanciullo, all'anima del quale è legata, non è con noi, avverrà che, come avrà veduto che il fanciullo non c'è, egli morrà e i tuoi servitori avranno fatto scendere con cordoglio la canizie del tuo servitore nostro padre nel soggiorno dei morti. ...Perché come farei a risalire da mio padre senz'aver meco il fanciullo? Ah, ch'io non vegga il dolore che ne verrebbe a mio padre."
Così Luca lontano fa scendere la mia canizie con dolore nel soggiorno dei morti.

Mia dolcissima Noretta,
ti mando alcune lettere da distribuire che vorrei proprio arrivassero come mi è stato promesso. Aggiungo due testamenti che ho già mandato, ma che temo possono non essere arrivati. Uno è il mio lascito ad Anna della mia quota di condominio al terzo piano. L'altro è un lascito a Luca, il mio archivio che, come esecutori testamentari il Sen. Spadolini ed il Dott. Guerzoni dovrebbero opportunamente alienare ad Istituto o Biblioteca, preferibilmente italiani, per costituire una piccola rendita per il piccolo, al quale va la mia infinita tenerezza.
Carissima, vorrei avere la fede che avete tu e la nonna, per immaginare i cori degli angeli che mi conducono dalla terra al cielo. Ma io sono molto più rozzo. Ho solo capito in questi giorni che vuol dire che bisogna aggiungere la propria sofferenza alla sofferenza di Gesù Cristo per la salvezza del mondo. Il Papa forse questa mia sofferenza non l'ha capita. E sembra, d'altro canto, impossibile che di tanti amici non una voce si sia levata. Pacatamente direi a Cossiga che sono stato ucciso tre volte, per insufficiente protezione, per rifiuto della trattativa, per la politica inconcludente, ma che in questi giorni ha eccitato l'animo di coloro che mi detengono. …

Ma ormai è fatta. Mi è stato promesso che restituiranno il corpo ed alcuni ricordi. Speriamo che si possa. E voi siate forti e pregate per me che ne ho tanto bisogno. Tutto è così strano. Ma Iddio mi dia la forza di arrivare fino in fondo e mi faccia rivedere poi i tanto dolci visi che ho tanto amato ed ai quali darei qualunque cosa per essere ancora vicino. Ma non ho, purtroppo, tutto quello che dovrei dare. Così fosse possibile. Dopo si vedrà l'assurdità di tutto questo. Ed ora dolcissima sposa, ti abbraccio forte con tutto il cuore e stringo con te i nostri figli e i nipoti amatissimi, sperando di restare con voi così per sempre. Un tenerissimo bacio.
Aldo

 
A Eleonora Moro

(lettera non recapitata)

Mia dolcissima Noretta,

dopo un momento di esilissimo ottimismo4, dovuto forse ad un mio equivoco circa quel che mi si veniva dicendo, siamo ormai, credo 5, al momento conclusivo. Non mi pare il caso di discutere della cosa in sé e dell'incredibilità di una sanzio­ne che cade sulla mia mitezza e la mia moderazione. Certo ho sbagliato, a fin di bene, nel definire l'indirizzo della mia vita. Ma ormai non si può cambiare. Resta solo di riconosce­re che tu avevi ragione. Si può solo dire che forse saremmo stati in altro modo puniti, noi e i nostri piccoli. Vorrei re­stasse ben chiara la piena responsabilità della D.C. con il suo assurdo ed incredibile comportamento. È sua va detto con fermezza cosi come si deve rifiutare eventuale medaglia che si suole dare in questo caso. E poi vero che moltissimi ami­ci (ma non ne so i nomi) o ingannati dall'idea che il parlare mi danneggiasse o preoccupati delle loro personali posizio­ni, non si sono mossi come avrebbero dovuto. Cento sole fir­me raccolte avrebbero costretto a trattare 6. E questo è tutto per il passato. Per il futuro / c'è in questo momento una te­nerezza infinita per voi, il ricordo di tutti e di ciascuno, un amore grande grande carico di ricordi apparentemente insi­gnificanti e in realtà preziosi. Uniti nel mio ricordo vivete insieme. Mi parrà di essere tra voi. Per carità, vivete in un'unica casa, anche Emma se è possibile e fate ricorso ai buoni e cari amici, che ringrazierai tanto, per le vostre esigenze. Bacia e carezza per me tutti, volto per volto, occhi per oc­chi, capelli per capelli. A ciascuno una mia immensa tenerez­za che passa per le tue mani. Sii forte, mia dolcissima, in que­sta prova assurda e incomprensibile. Sono le vie del Signo­re. Ricordami a tutti i parenti ed amici con immenso affetto ed a te e tutti un caldissimo abbraccio pegno di un amore eterno. Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo. Amore mio, sentimi sempre con te e tienmi stretto. Bacia e carezza Fida, Demi, Luca (tanto tanto Luca) Anna Mario il piccolo non nato Agnese Giovanni. Sono tanto grato per quello che hanno fatto. Tutto è inutile, quando non si vuole aprire la porta. Il Papa ha fatto pochino: forse ne avrà scrupolo

 

1 Recapitata il 5 maggio, insieme con la successiva, da don Mennini, ma la da­ta di stesura potrebbe essere antecedente. Non è presente tra i dattiloscritti ritro­vati nell'ottobre 1978, né tra le fotocopie dei manoscritti di dodici anni dopo. L'o­riginale è riprodotto in CM, voi. CXXII, pp. 445-46. E lettera autonoma dalla se­guente. Lo stesso giorno, qualche ora prima, il comunicato n. 9 delle Br annunciava: «Concludiamo quindi la battaglia iniziata il 16 marzo eseguendo la sentenza a cui Aldo Moro è stato condannato». Divulgata il 13 settembre 1978 dal «Corriere del­la Sera», p. 6, ma fu pubblicata per la prima volta integralmente e in modo auto­nomo dalla successiva, in L'intelligenza e gli avvenimenti, pp. 427-28.

2 Si distingue una «t» corretta: forse in precedenza aveva scritto «politiche».

3 È il solito esergo aggiunto posteriormente nello spazio residuo del foglio.

4 Questa espressione non sembra essere giustificata dai toni sicuri delle due versioni della lettera a Zaccagnini e soprattutto dal perentorio argomentare delle pagine finali del "Memoriale", che non sono certo il prodotto di un «esilissimo ot­timismo».

5 II prigioniero, rispetto alla lettera successiva, «crede» ancora, cioè non è del tutto sicuro di morire: in 55 giorni sarebbe questa la terza volta in cui vive un si­mile stato emotivo di imminente minaccia di morte.

6 A proposito di questa raccolta di firme, Guerzoni ha testimoniato in Com­missione stragi, il 6 giugno 1995: «L'onorevole Moro chiese la raccolta di cento fir­me per convocare il Consiglio Nazionale e noi arrivammo a ventinove, a quel pun­to dissi che non avrei più collaborato per cercare le firme, perché non volevo che l'onorevole Moro rimanesse alla storia come colui che aveva determinato la rottu­ra formale del partito. A mio parere infatti l'onorevole Moro non voleva la rottura del partito; semmai che venissero in evidenza delle contraddizioni. Tanto più ero convinto di questo, perché sapevo che egli non sarebbe mai tornato e che quindi ol­tretutto avremmo fatto delle operazioni di significato storico che non servivano nemmeno a salvarlo». Secondo la testimonianza di Vittorio Cervone, fra i promo­tori nel 1968 della corrente democristiana «Gli amici di Aldo Moro», il 9 maggio, alle 13,1 principali esponenti del gruppo, erano riuniti a pranzo al ristorante il « Bar­roccio» e stavano decidendo di chiedere la convocazione del Consiglio nazionale della De, quando furono raggiunti dalla tragica notizia del ritrovamento del cada­vere dell'uomo politico (Cervone, Ho fatto di tutto, p. 44).

da: Aldo Moro, Lettere dalla prigionia, a cura di Miguel Gotor, Einaudi 2008, p. 177-179

 

A Maria Fida Moro e D. Bonini

(non recapitata)

Miei carissimi Fida e Demi,
credo di essere alla conclusione del mio calvario e desidero abbracciarvi forte forte con tutto l'amore che, come sapete, vi porto. Forse in qualche momento sarò stato nervoso o non del tutto capace di comprensione. Ma l'amore dentro è stato grande in ogni momento con un desiderio profondo della vostra felicità sempre in una vita retta, quale voi conducete. Con Luca, dicevo, mi avete dato la gioia più grande che io potessi desiderare. Questa è per me la punta più acuta di questa dolorosissima vicenda. Non vedere il piccolo e non potergli dare tutto l'amore, tutto l'aiuto, tutto il servizio che avevo progettato. So poi i problemi di Fida che tutti dobbiamo aiutare. Ho già detto a quanti lo amano che gli siano vicini, che facciano la mia parte, che prendano il mio posto. Anche tu, Demi carissimo, tienilo pieno d'amore come egli merita; tienilo tra le braccia come vorrei tenerlo e come sarei felice di fare, lasciando ogni altra cosa. Vivete uniti con la nonna, con gli zii, con gli amici. …. Ricordatevi di me che ricordo e prego. Che Iddio vi aiuti a passare questo brutto momento e dia a voi ed al piccolo tutta la felicità. Che Iddio vi benedica come io vi benedico e vi abbraccio dal profondo del cuore.
Papà
per Fida e Demi

A Anna Moro e Mario Giordano

(non recapitata)

Miei carissimi Anna e Mario,
credo di essere ad un momento conclusivo e desidero abbracciarvi forte forte con tutto l'amore che meritate. C'è stato certo qualche momento di difficoltà dovuto ad un momento particolarmente impegnativo. Spero che sia davvero cancellato tutto e che siate uniti e in salute, come mamma mi scrive tramite il giornale. Tu sai, Anna mia, quanto bene ti ho voluto da sempre, come ho goduto della tua confidenza e fiducia, come sono riuscito a vincere alcune tue amarezze. Poi è venuto Mario ed io sono stato felice che un'altra persona cara abbia preso a svolgere la funzione che era stata mia. E ne sono felice tuttora. Non per questo però ti ho voluto e ti voglio meno bene. Sei sempre la mia piccolina della gamba destra, mentre Agnese era per parte sua quella della gamba del cuore. Tempi felici. Niente ha potuto annullare la grandezza dell'amore. A qualsiasi età i figli sono i nostri piccoli. E tu sei la mia piccola. Come vorrei vedere nascere il tuo bimbo. Che venga su bello, buono, vispo, felice. Mi parrà di averlo conosciuto. Non so darvi nessun consiglio. Vogliatevi bene sempre e siate uniti alle vostre due famiglie. Tutte ne hanno diritto: una, la nostra, un particolare bisogno. Siate buoni e puliti come siete stati sempre. Iddio vi aiuterà. Quello che Egli vi toglie, vi darà in altro modo. Certo tutto questo pesa. Ma sia fatta la volontà del Signore.
Carissimi, vi abbraccio forte dal profondo del cuore e vi benedico. Ricordatemi ai vostri cari.
Papà
per Anna e Mario

 
A Luca Bonini
(non recapitata)

Mio carissimo Luca,
non so chi e quando ti leggerà, spiegando qualche cosa, la lettera che ti manda quello che tu chiamavi il tuo nonnetto. L' immagine sarà certo impallidita, allora. Il nonno del casco, il nonno degli scacchi, il nonno dei pompieri della Spagna, del vestito di torero, dei tamburelli. E' il nonno, forse ricordi, che ti portava in braccio come il S.S. Sacramento, che ti faceva fare la pipì all'ora giusta, che tentava di metterti a posto le coperte e poi ti addormentava con un lungo sorriso, sul quale piaceva ritornare. Il nonno che ti metteva la vestaglietta la mattina, ti dava la pizza, ti faceva mangiare sulle ginocchia. Ora il nonno è un po' lontano, ma non tanto che non ti stringa idealmente al cuore e ti consideri la cosa più preziosa che la vita gli abbia donato e poi, miseramente, tolta. Luca dolcissimo, insieme col nonno che ora è un po' fuori, ci sono tanti che ti vogliono bene. E tu vivi e dormi con tutto questo amore che ti circonda. Continua ad essere dolce, buono, ordinato, memore, come sei stato. Fai compagnia oltre che a Papà e Mamma, alla tua cara Nonna che ha più che mai bisogno di te. E quando sarà la stagione, una bella trottata coi piedini nudi sulla spiaggia e uno strattone per il tuo gommoncino. La sera, con le tue preghiere, non manchi la richiesta a Gesù di benedire tanti ed in ispecie il Nonno che ne ha particolare bisogno. E che Iddio pure ti benedica, il tuo dolcissimo volto, i tuoi biondi capelli che accarezzo da lontano, con tanto amore. Ti abbraccia tanto nonno
Aldo

 
 
A Luca Bonini
(non recapitata)

Mio carissimo Luca,
non so chi e quando ti leggerà questa lettera del tuo caro nonnetto. Potrai capire che tu sei stato e resti per lui la cosa più importante della vita. Vedrai quanto sono preziosi i tuoi riccioli, i tuoi occhietti arguti e pieni di memoria, la tua inesauribile energia. Saprai così che tutti ti abbiamo voluto un gran bene ed il nonno, forse, appena un po' più degli altri. Per quel poco che è durato sei stato tutta la sua vita.
Ed ora il nonno Aldo, che è costretto ad allontanarsi un poco, ti ridice tutto il suo infinito affetto ed afferma che vuole restarti vicino. Tu non mi vedrai, forse, ma io ti seguirò nei tuoi saltelli con la palla, nella tua corsa al [... ] nel guizzare nell'acqua, nel tirare la corda al motore. Io sarò là e ti accarezzerò, come sempre ti ho accarezzato, dolcemente il visino e le mani. Ti sarò accanto la notte, per cogliere l'ora giusta della pipì, e farti poi dolcemente riaddormentare. E la mattina portarti la vestaglietta, magari con le scarpette pronte in mano in attesa della pizza o del pane fresco. Queste sono state le grandi gioie di nonno e, per quanto è possibile lo resteranno. Cresci buono, forte, allegro serio. Il nonno ti abbraccia forte forte, ti benedice con tutto il cuore, spera sia in mezzo a gente che ti vuol bene e che forma anche la tua psiche.
Con tanto amore
il nonno

 
A Giovanni Moro
(non recapitata)

Mio carissimo Giovanni,
tu sei il più piccolo e insieme, in un certo senso, il capo della famiglia. Ti devo trattare da uomo, anche se non riesco a distaccarmi dalla tua immagine di piccolino, tanto amato e tanto accarezzato. Lo so c'è stato poi il momento in cui hai rivendicato la tua autonomia ed hai forse avuto un po' fastidio di un padre un tantino opprimente (s'intende per amore). Ma è stato poi bello, quando, passata quell'età critica, sei stato tu stesso che sei tornato a carezzarmi di quando in quando. Ed io la tua carezza non l'ho dimenticata, né, in quest'ora triste, la dimentico. Così sei restato il mio piccolino, che avrei voluto accompagnare un po' più a lungo nella vita. Che anno terribile. Che anno incomprensibile. Povero libro del buon Mancini che avrei dovuto leggere e che avevo con me in macchina da qualche parte. Che ne sarà stato? E' meglio non pensare. Voglio solo dire, senza contrastare la tua vocazione, che vi sono in politica fattori irrazionali che creano situazioni difficilissime. E' meglio essere prudenti e difendersi dall'incomprensione. Sarei più tranquillo per te e per Emma (che ricordo tanto e che ti farà buona compagnia), se non ti avviassi su questa strada. Io volentieri tornerei indietro, come consigliava la mamma, ma sono stato preso dal laccio di questa infausta presidenza del Consiglio nazionale. Sia fatta la volontà di Dio. Tu studia, prega, opera per il bene, aiuta la famiglia ed il piccolo Luca che mi fa finire nell'angoscia. Fai un po' meno fuori, un po' più per questo bambino carissimo che mi strazia il cuore. Sii prudente, saggio, misurato in tutto. Consigliati con Don Mancini che mi saluterai tanto. Quanto la sua previsione, fatta di amore, non ha avuto riscontro nella realtà. Ti abbraccio forte forte con Emma, piccolo mio e ti benedico dal profondo del cuore.
il tuo papà


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postato da: AMALTEO alle ore marzo 16, 2008 12:18 | link | commenti (40)
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venerdì, 14 marzo 2008

Si dice "Destra". Si dice "Destre". I topi sono dei grandi animali, al confronto

Si dice "Destra". Si dice "Destre".
Si dice: Fini, con il congresso di Fiuggi, ha "sdoganato" l'MSI - Movimento sociale italiano.
Si guarda alla televisione Storace o la Santanchè. Come se dietro di loro non ci fosse il passato infernale da dove provengono.
Si dice destra e si dimentica la Repubblica di Salò e la feroce occupazione dell'Italia del Nord, in alleanza con i nazisti e le SS.
Si dice destra.
E allora sarà bene ricordare in che modo la Banda Carità torturava gli oppositori al regime fascista. Lo scritto che copio qui sotto è solo una introduzione, edulcorata dagli aspetti più cruenti, come l'uso della fiamma ossidrica di cui parlano altri libri di storia e che si vede in Roma Città aperta di Rossellini.

Scheda storica:
Nel luglio 1944 Mussolini decise di militarizzare il Partito fascista repubblicano. Tutti gli iscritti dovevano arruolarsi nelle Brigate nere, nuovo corpo armato che andava ad affiancarsi all'Esercito, alla Guardia nazionale repubblicana (che aveva compiti di polizia e ordine pubblico) e ai corpi paramilitari (SS italiane, X Mas, ecc.).
Le Brigate nere furono le principali responsabili del clima di terrore e di violenza che caratterizzò l'ultimo anno di guerra nel nord Italia. Come sottolineato dal teschio disegnato sulla bandiera nera, i fascisti avevano il culto della morte, che veniva elevata a simbolo. L'azione armata non era un mezzo, duro e necessario in una guerra, ma arrivava a costituire il fine stesso di un'esistenza e di una pratica militare totalmente votate alla violenza più selvaggia e indiscriminata. 

I carnefici di Salò

un commento di Franco Giustolisi al libro:

Primo de Lazzari, "Le Ss italiane", Teti Editore, pp.227

Primo de Lazzari nel suo libro antologico ci ricorda gli orripilanti misfatti delle Ss italiane. Lettura da consigliare vivamente ai revisionisti di oggi.

Divisa tedesca. Armi tedesche. Sul cinturone la sinistra fibbia con il teschio incrociato dalle ossa. L'unica differenza: le mostrine rosse sulla giubba.
Uccisero i loro connazionali a Sant'Anna di Stazzema, a Marzabotto, a Fivizzano, a Bucine, a Cavriglia, a Civitella della Chiana e altrove. Ci sono le testimonianze dei sopravvissuti che hanno raccontato il loro stupore sentendo quei massacratori parlare la loro lingua, qualche volta addirittura con inflessioni locali. Si avventarono con i loro simboli di morte, che fecero diventare effettivi, su bimbi in fasce che potevano essere loro figli. Su donne che potevano essere loro madri o sorelle. Su vecchi, dell'età dei loro padri, che forse non erano mostri, ma mostri generarono. Sono, anzi erano, per fortuna, le Ss italiane. Ne scrive in un libro che riporta appunto questo titolo "Le Ss italiane", Primo de Lazzari. E' una sorta di antologia: contiene tutte le notizie possibili su questo tragico e squallido passato, molte tratte da pubblicazioni già note, alcune inedite.

Oggi che si tenta disperatamente di dar corpo ad un revisionismo altrettanto tragico e squallido, è essenziale leggere o rileggere quel che fu la republichetta di Salò. Anche assai recentemente ci hanno provato con uno sceneggiastro, "La guerra è finita". Sua tesi di fondo: c'erano i buoni e i cattivi in un versante e nell'altro. A parte l'ovvietà di una simile considerazione, da un punto di vista storico e politico insieme, la risposta non può essere che univoca: quelli, le Ss italiane e gli altri delle tante bande, erano tutti criminali. Si dice, si è detto che fu la reazione degli onesti - ma trovo questo termine improponibile assegnato a loro - la reazione al tradimento del re e di Badoglio: quell'aver rovesciato Mussolini, quell'aver proclamato l'armistizio.

Se tradimento vi fu, e vi fu, è stato quello di aver abbandonato, come fecero i Savoia e i loro cortigiani, i nostri soldati senza direttive, senza ordini. E di questo hanno risposto al popolo che ha cancellato per sempre la monarchia dal nostro paese.

Ma quegli assassini, le Ss italiane e gli altri, tutti, assassini o complici di assassini, nessuno escluso compreso un ministro dell'attuale governo che si vanta del suo passato, in nome di chi sterminavano civili, torturavano e impiccavano partigiani? In nome della civiltà offesa, dei trattati calpestati? Hitler e Mussolini: due dittatori, non avevano il diritto di parlare a nome di nessuno. La civiltà e i trattati furono loro due a calpestarli.

Chi ha cercato malamente di coprirsi con così alti concetti, quelli della lealtà e della continuità, è nel migliore dei casi un illuso; ma rimane, come gli altri, anche un assassino. Delle centinaia di migliaia di prigionieri italiani, dai seicento ai settecentomila rinserrati dai tedeschi, in lager caratterizzati da condizioni disumane, solo un'infima minoranza, poco più dell'uno per cento, aderì, in molti casi anche per fame e per tentare successivamente la fuga, (e molti furono per questo fucilati) alle lusinghe del nazismo e del fascismo. S