Cosa mi stressa di più nelle tecnologie internettiane (siti, blog, wiki)?
Fu chiesto a Franco Basaglia:
Il tempo che resta
E' l'importante questione che l’associazione Accanto - Amici dell’Hospice San Martino” ha messo sotto riflessione in città:
“il tempo che resta è ciò che resta a ciascuno dalla nascita all’ultimo delicato soffio o respiro.
Il compito è quello di riuscire a viverlo il meglio possibile”,
dice la locandina.
In tre settimane si sono dipanati tre film e un dibattito:
Le temps qui reste di Francois Ozon
Go Now di Michael Winterbottom
La mia vita senza di me di Isabel Coixet
Chi, come me, sta velocemente avvicinandosi ai 60 anni questo tema se lo pone.
Non dico insistentemente, ma spesso. Come una questione importante, ineliminabile, oggettiva.
Il nostro tempo è breve.
E’ breve sempre, sia che moriamo giovani (certo di più), sia che moriamo vecchi (di meno, ma con la stessa percezione che il tempo è breve).
E’ tema talmente rilevante che mi trascino di stanza in stanza questo libro:
Harald Weinrich, Il tempo stringe: arte ed economia della vita a termine, Il Mulino, 2006 (edizione originale: Knappe Zeit. Kunst un Okonomie des befristeten Lebens, 2004. Quindi sono grato a Francesca Rigotti che lo ha tradotto).
Ecco alcuni capitoli di questo libro: Breve è la vita, lunga è l’arte, il tempo urge nell’aldiquà e nell’aldilà, il dramma del tempo scarso, finitezza-infinitezza, vivere con termini e scadenze.
Weinrich è un magistrale esperto di linguistica e filologia e la sua ricerca è di immenso interesse.
Ma tornando alla città c’è stato anche un dibattito a cui sono intervenuti:
Maurizio Migliori, filosofo
Don Bruno Maggioni, teologo,
Giuliano Turone e Gherardo Colombo, magistrati.
Ho preso qualche appunto che ora raccolgo e lascio qui nel mio blog –diario.
La morte è un processo individuale che riguarda tutti. E’ l’evento più universale e “democratico” che ci sia. Per l’individuo è una esperienza del tutto irripetibile, che si conosce solo per averla vista solo attraverso il corpo di uno o più altri.
Questa è la sua “eccezionalità”: tocca a tutti e a ciascuno, per ogni persona capita solo una volta. L’esperienza che ne facciamo è sempre indiretta.
Le tecnologie mediche oggi ci pongono un problema. Un problema tipicamente “moderno”, cioè non presente nelle società del passato. Non era così nelle culture esplorate dalle letterature classiche o da quelle moderne. Diciamo fino almeno alla seconda metà del ‘900.
Il problema è quello delle diagnosi sempre più selettive e precise e quello del tempo concesso in più dalle tecnologie mediche.
Insomma, oggi la morte, che pure è coperta da mille tabù, oscurità, rimozioni sempre più può metterci davanti al nostro “Tempo che resta”. Può avvenire che uno di noi venga a conoscenza forte e viva che il suo viaggio volge al limite. Sapendolo, avendone coscienza. Una coscienza resa ancora più avvertita dalla tecnica
Amici, credo che sia
meglio per me ricominciare
a tirar giù la valigia.
Anche se non so bene l'ora
d'arrivo, e neppure
conosca quali stazioni
precedano la mia,
sicuri segni mi dicono,
da quanto m'è giunto all'orecchio
di questi luoghi, ch'io
vi dovrò presto lasciare.
Giorgio Caproni, Congedo del viaggiatore cerimonioso
Questo processo della fine della vita individuale investe le politiche e le istituzioni.
Un tempo si moriva a casa, poi in ospedale (nei reparti di medicina e geriatria). Oggi le istituzioni si specializzano: dal 1989 si è sviluppata in Italia la rete delle RSA- Residenze sanitarie assistenziali. Ed ora si creano gli Hospice, strutture specializzate ad accompagnare in un contesto socio-sanitario alla morte i malati a prognosi infausta.
La novità è questa: nell’elenco delle situazioni estreme occorre aggiungere quello della:
E allora attorno e dopo questo problema nuovo ne nasce un altro:
si può “pensare” il tempo che resta?
Si può apprendere qualcosa di questa situazione? Si può “fare anima”, come direbbe James Hillman o Claudio Risè, attorno a questo evento.
Ci si può provare.
Maurizio Migliori, quella sera ci ha sapientemente provato. Per ora riassumo il suo denso contributo.
Poi ci penserò e ripenserò e correggerò ed amplierò.
Esordio:
Possiamo applicare funzioni di pensiero solo alla morte degli altri.
Tuttavia la morte ha anche una funzione attiva sulla vita. Sulla vita intera e sul frammento finale:
la morte tende ad attribuire senso al tempo che resta
Gli immortali dei romanzi di fantascienza e di fantasy sono dei soggetti infelici. Per loro il tempo eterno arriva a perdere significato. Non sanno cosa fare. Ricordo qui il discorso finale del perfetto robot in Blade Runner.
La morte può produrre apprendimento:
dà il senso del limite
Cioè fornisce coscienza che siamo esseri finiti e limitatissimi.
Siamo foglie, foglie importanti, ma foglie.
Ricordo una frase di Alberto Moravia: “siamo rugiada della notte che si asciuga al sole”.
E’ la coscienza di un limite pesante perché la natura è concentrata sulla viva non ci viene in aiuto per la morte:
alla natura la morte non interessa,
alla natura interessa solo la specie, non l’individuo
La natura non ci aiuta. Anzi si allontana quando si avvicina la morte.
Allora, cosa possiamo fare in una situazione di coscienza non solo della ineluttabilità della morte, ma del tempo scarso, come ben dice Weinrich?
Possiamo, facendoci anche aiutare, fare questo:
attraversare la nostra vita, l’unica cosa che veramente ci appartiene,
alla luce della certezza della morte.
Nessuno può dare istruzioni in proposito, data la singolarità dell’evento finale.
Tuttavia qualche cosa può essere pensato. Già: pensare. Visto che la specie umana ha sviluppato la coscienza ed il pensiero. E proprio perché li ha elaborati ha anche necessariamente elaborato il tema della angoscia della morte. Lo sa bene chi possiede animali: soffrono, provano dolore, si nascondono. Ma non hanno coscienza della morte. Avvertono il dolore, quella cosa che non sentivano prima. E noi possiamo alleviarlo.
Alcune cose che possono essere pensate:
occorre sapere da subito che “il tempo è poco”
Questo vale anche per i più giovani. Non è un problema dei pre-vecchi, come io sono, o dei vecchi. Anche un giovane dovrebbe apprendere che il tempo è poco. Non è facile, anzi sembra impossibile nella società dei consumi e dell’immagine.
Occorre poi:
sapere che siamo in cammino.
E che questo cammino ha delle tappe e che il tempo non non va sprecato.
Come? Per esempio non concentrandosi su una sola cosa. Il lavoro, l’ideologia, il divertimento. Allargare il campo degli interessi. Come Tarzan: attaccarsi a più liane. Volare e prenderne un’altra.
Poi si può, piano piano, senza masochismi eccessivi (come ho detto proprio questa mattina ad Arsenico, che pure il tema della sofferenza lo maneggia professionalmente)
prepararsi ed accettare questo processo
Allenarsi ad accettarlo
Dire “non me lo aspettavo” è un insulto alla intelligenza.
No: è nella gamma delle possibilità. O per cause probabilistiche, come nei mestieri pericolosi. O per rischi accettati. O, comunque, per biologia. Naturalmente si deve fare di tutto per ridurre i rischi
Però può succedere.
O nell’attimo dell’incidente e delle bombe nelle metropolitane (è un mio chiodo fisso: ma se loro mi dicono “ti odio e ti voglio uccidere”, io gli credo).
O in un decorso lungo e assistito.
E allora cosa pi può ancora fare in questo percorso che è la mia vita, la tua vita?
si può relazionarsi con il mondo,
si può tentare di lasciare un segno della nostra presenza
Si può scrivere una poesia: magari l’unica poesia. Ma la mia. Sì : anche un haiku, senza la tecnica dell’haiku
Si può fare un dipinto: magari l’unico, ma il mio.
Si può scrivere in un blog. Chissà mai che questi segni dell’elettronica lascino da qualche parte una traccia di sé. E illuminino il cammino di un qualunque altro
E dove si inscrivono le tracce di sé?
In altre persone. Come un software invisibile che però plana su un hardware.
Ecco la funzione delle biblioteche.
La funzione delle piazze e delle vie.
La funzione dei rituali.
Tutto questo si può e deve fare.
Sapendo, tuttavia che il passaggio finale è solitario.
Soli, soli, soli.
E chi ha la fortuna di avere la fede se la tenga cara e molto stretta.
E chi non l’ha, e io sono uno che non l’ha, avrà uno strumento in meno.
Ma chissà se in quel momento anche chi ha la fede non vacillerà, almeno per un attimo?
Soli, soli, soli.
Pubblicato anche in VivereaComo
Questa potente "lettera estrema" è riuscita, attraverso l'attenzione del Presidente della Repubblica Napolitano, ad interpellare, ancora una volta, la politica.
Siamo a contatto con la punta più alta delle "situazione problematiche". Una domanda che propone antichissimi dilemmi morali.
La cultura medica, grazie al dominio della tecnica, è in grado di prolungare, fino a limiti nel passato impossibili, il funzionamento biologico dei viventi.
Ma questo progresso può diventare insopportabile, come scrive con intelligente sofferenza, Piergiorgio Welby.
E i religiosi (assieme ai neo-convertiti), che da secoli si legittimano per le loro risposte alle questioni di vita e di morte, si presentano numerosi sui giornali, nelle televisioni e nelle radio a fornire la loro risposta che si condensa in un precetto: "condividere" ed "accompagnare" alla morte (con qualche dubbiosa concessione alle cure palliative). Già: questo è il loro lavoro.
Ma se a desiderare la fine del proprio percorso esistenziale è quella concreta persona, con la sua storia, i suoi vissuti, la sua meditata intenzionalità cosa si può fare? Tutto dipende dagli apparati sociali che gli stanno attorno: ospedali, residenze, hospice, comitati "etici" (!), .... E così al dolore si aggiunge altro dolore, indotto però dalla situazione socio-culturale circostante.
Le risposte si riducono, per ora, a due possibilità: la scelta estrema dei suicidio, ma occorre avere la forza e le condizioni per praticarlo o quello del "testamento di vita". Un documento scritto e firmato in piena coscienza, ma che si limiterà (ammesso che superi gli ostacoli oppositivi, presenti in entrambi gli schieramenti della politica italiana) alla esclusione dell'accanimento terapeutico. Sarà comunque un passo importante, visto che lo strumento è stato individuato da almeno 20 anni.
Occorrerà seguire con partecipazione alla discussione dei prossimi mesi. Qui si misureranno le capacità delle culture a fare i conti con la libertà individuale. Tanto desiderata e invocata, ma altrettanto negata e rifiutata.
Lettera aperta al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano
Da Piergiorgio Welby, Co-Presidente dell’Associazione Coscioni
Caro Presidente,
scrivo a Lei, e attraverso Lei mi rivolgo anche a quei cittadini che avranno la possibilità di ascoltare queste mie parole, questo mio grido, che non è di disperazione, ma carico di speranza umana e civile per questo nostro Paese.
Fino a due mesi e mezzo fa la mia vita era sì segnata da difficoltà non indifferenti, ma almeno per qualche ora del giorno potevo, con l’ausilio del mio computer, scrivere, leggere, fare delle ricerche, incontrare gli amici su internet. Ora sono come sprofondato in un baratro da dove non trovo uscita.
La giornata inizia con l’allarme del ventilatore polmonare mentre viene cambiato il filtro umidificatore e il catheter mounth, trascorre con il sottofondo della radio, tra frequenti aspirazioni delle secrezioni tracheali, monitoraggio dei parametri ossimetrici, pulizie personali, medicazioni, bevute di pulmocare. Una volta mi alzavo al più tardi alle dieci e mi mettevo a scrivere sul pc. Ora la mia patologia, la distrofia muscolare, si è talmente aggravata da non consentirmi di compiere movimenti, il mio equilibrio fisico è diventato molto precario. A mezzogiorno con l’aiuto di mia moglie e di un assistente mi alzo, ma sempre più spesso riesco a malapena a star seduto senza aprire il computer perchè sento una stanchezza mortale. Mi costringo sulla sedia per assumere almeno per un’ora una posizione differente di quella supina a letto. Tornato a letto, a volte, mi assopisco, ma mi risveglio spaventato, sudato e più stanco di prima. Allora faccio accendere la radio ma la ascolto distrattamente. Non riesco a concentrarmi perché penso sempre a come mettere fine a questa vita. Verso le sei faccio un altro sforzo a mettermi seduto, con l’aiuto di mia moglie Mina e mio nipote Simone. Ogni giorno vado peggio, sempre più debole e stanco. Dopo circa un’ora mi accompagnano a letto. Guardo la tv, aspettando che arrivi l’ora della compressa del Tavor per addormentarmi e non sentire più nulla e nella speranza di non svegliarmi la mattina.
Io amo la vita, Presidente. Vita è la donna che ti ama, il vento tra i capelli, il sole sul viso, la passeggiata notturna con un amico. Vita è anche la donna che ti lascia, una giornata di pioggia, l’amico che ti delude. Io non sono né un malinconico né un maniaco depresso – morire mi fa orrore, purtroppo ciò che mi è rimasto non è più vita – è solo un testardo e insensato accanimento nel mantenere attive delle funzioni biologiche. Il mio corpo non è più mio ... è lì, squadernato davanti a medici, assistenti, parenti. Montanelli mi capirebbe. Se fossi svizzero, belga o olandese potrei sottrarmi a questo oltraggio estremo ma sono italiano e qui non c’è pietà.
Starà pensando, Presidente, che sto invocando per me una “morte dignitosa”. No, non si tratta di questo. E non parlo solo della mia, di morte.
La morte non può essere “dignitosa”; dignitosa, ovvero decorosa, dovrebbe essere la vita, in special modo quando si va affievolendo a causa della vecchiaia o delle malattie incurabili e inguaribili. La morte è altro. Definire la morte per eutanasia “dignitosa” è un modo di negare la tragicità del morire. È un continuare a muoversi nel solco dell’occultamento o del travisamento della morte che, scacciata dalle case, nascosta da un paravento negli ospedali, negletta nella solitudine dei gerontocomi, appare essere ciò che non è. Cos’è la morte? La morte è una condizione indispensabile per la vita. Ha scritto Eschilo: “Ostico, lottare. Sfacelo m'assale, gonfia fiumana. Oceano cieco, pozzo nero di pena m'accerchia senza spiragli. Non esiste approdo”.
L’approdo esiste, ma l’eutanasia non è “morte dignitosa”, ma morte opportuna, nelle parole dell’uomo di fede Jacques Pohier. Opportuno è ciò che “spinge verso il porto”; per Plutarco, la morte dei giovani è un naufragio, quella dei vecchi un approdare al porto e Leopardi la definisce il solo “luogo” dove è possibile un riposo, non lieto, ma sicuro.
In Italia, l’eutanasia è reato, ma ciò non vuol dire che non “esista”: vi sono richieste di eutanasia che non vengono accolte per il timore dei medici di essere sottoposti a giudizio penale e viceversa, possono venir praticati atti eutanasici senza il consenso informato di pazienti coscienti. Per esaudire la richiesta di eutanasia, alcuni paesi europei, Olanda, Belgio, hanno introdotto delle procedure che consentono al paziente “terminale” che ne faccia richiesta di programmare con il medico il percorso di “approdo” alla morte opportuna.
Una legge sull’eutanasia non è più la richiesta incomprensibile di pochi eccentrici. Anche in Italia, i disegni di legge depositati nella scorsa legislatura erano già quattro o cinque. L’associazione degli anestesisti, pur con molta cautela, ha chiesto una legge più chiara; il recente pronunciamento dello scaduto (e non ancora rinnovato) Comitato Nazionale per la bioetica sulle Direttive Anticipate di Trattamento ha messo in luce l’impossibilità di escludere ogni eventualità eutanasica nel caso in cui il medico si attenga alle disposizioni anticipate redatte dai pazienti. Anche nella diga opposta dalla Chiesa si stanno aprendo alcune falle che, pur restando nell’alveo della tradizione, permettono di intervenire pesantemente con le cure palliative e di non intervenire con terapie sproporzionate che non portino benefici concreti al paziente. L’opinione pubblica è sempre più cosciente dei rischi insiti nel lasciare al medico ogni decisione sulle terapie da praticare. Molti hanno assistito un famigliare, un amico o un congiunto durante una malattia incurabile e altamente invalidante ed hanno maturato la decisione di, se fosse capitato a loro, non percorrere fino in fondo la stessa strada. Altri hanno assistito alla tragedia di una persona in stato vegetativo persistente.
Quando affrontiamo le tematiche legate al termine della vita, non ci si trova in presenza di uno scontro tra chi è a favore della vita e chi è a favore della morte: tutti i malati vogliono guarire, non morire. Chi condivide, con amore, il percorso obbligato che la malattia impone alla persona amata, desidera la sua guarigione. I medici, resi impotenti da patologie finora inguaribili, sperano nel miracolo laico della ricerca scientifica. Tra desideri e speranze, il tempo scorre inesorabile e, con il passare del tempo, le speranze si affievoliscono e il desiderio di guarigione diventa desiderio di abbreviare un percorso di disperazione, prima che arrivi a quel termine naturale che le tecniche di rianimazione e i macchinari che supportano o simulano le funzioni vitali riescono a spostare sempre più in avanti nel tempo. Per il modo in cui le nostre possibilità tecniche ci mantengono in vita, verrà un giorno che dai centri di rianimazione usciranno schiere di morti-viventi che finiranno a vegetare per anni. Noi tutti probabilmente dobbiamo continuamente imparare che morire è anche un processo di apprendimento, e non è solo il cadere in uno stato di incoscienza.
Sua Santità, Benedetto XVI, ha detto che “di fronte alla pretesa, che spesso affiora, di eliminare la sofferenza, ricorrendo perfino all'eutanasia, occorre ribadire la dignità inviolabile della vita umana, dal concepimento al suo termine naturale”. Ma che cosa c’è di “naturale” in una sala di rianimazione? Che cosa c’è di naturale in un buco nella pancia e in una pompa che la riempie di grassi e proteine? Che cosa c’è di naturale in uno squarcio nella trachea e in una pompa che soffia l’aria nei polmoni? Che cosa c’è di naturale in un corpo tenuto biologicamente in funzione con l’ausilio di respiratori artificiali, alimentazione artificiale, idratazione artificiale, svuotamento intestinale artificiale, morte-artificialmente-rimandata? Io credo che si possa, per ragioni di fede o di potere, giocare con le parole, ma non credo che per le stesse ragioni si possa “giocare” con la vita e il dolore altrui.
Quando un malato terminale decide di rinunciare agli affetti, ai ricordi, alle amicizie, alla vita e chiede di mettere fine ad una sopravvivenza crudelmente ‘biologica’ – io credo che questa sua volontà debba essere rispettata ed accolta con quella pietas che rappresenta la forza e la coerenza del pensiero laico.
Sono consapevole, Signor Presidente, di averle parlato anche, attraverso il mio corpo malato, di politica, e di obiettivi necessariamente affidati al libero dibattito parlamentare e non certo a un Suo intervento o pronunciamento nel merito. Quello che però mi permetto di raccomandarle è la difesa del diritto di ciascuno e di tutti i cittadini di conoscere le proposte, le ragioni, le storie, le volontà e le vite che, come la mia, sono investite da questo confronto.
Il sogno di Luca Coscioni era quello di liberare la ricerca e dar voce, in tutti i sensi, ai malati. Il suo sogno è stato interrotto e solo dopo che è stato interrotto è stato conosciuto. Ora siamo noi a dover sognare anche per lui.
Il mio sogno, anche come co-Presidente dell’Associazione che porta il nome di Luca, la mia volontà, la mia richiesta, che voglio porre in ogni sede, a partire da quelle politiche e giudiziarie è oggi nella mia mente più chiaro e preciso che mai: poter ottenere l’eutanasia. Vorrei che anche ai cittadini italiani sia data la stessa opportunità che è concessa ai cittadini svizzeri, belgi, olandesi.
Piergiorgio Welby
La risposta del Presidente Napolitano
Caro Welby,
ho ascoltato e letto con profonda partecipazione emotiva l’appello che lei ha voluto pubblicamente rivolgermi. Ne sono stato toccato e colpito come persona e come Presidente.
Lei ha mostrato piena comprensione della natura e dei limiti del ruolo che il Parlamento mi ha chiamato ad assolvere, secondo il dettato e lo spirito della nostra Costituzione.
Penso che tra le mie responsabilità vi sia quella di ascoltare con la più grande attenzione quanti esprimano sentimenti e pongano problemi che non trovano risposta in decisioni del governo, del Parlamento, delle altre autorità cui esse competono. E quindi raccolgo il suo messaggio di tragica sofferenza con sincera comprensione e solidarietà. Esso può rappresentare un’occasione di non frettolosa riflessione su situazioni e temi, di particolare complessità sul piano etico, che richiedono un confronto sensibile e approfondito, qualunque possa essere in definitiva la conclusione approvata dai più.
Mi auguro che un tale confronto ci sia, nelle sedi più idonee, perché il solo atteggiamento ingiustificabile sarebbe il silenzio, la sospensione o l’elusione di ogni responsabile chiarimento.
Con sentimenti di rinnovata partecipazione,
Giorgio Napolitano
C’è un filone nel cinema di cultura francese il cui tono emotivo mi sembra definibile come “oggettivo ed empatico”: attributi che mi arrivano contemporaneamente,. Sono registi, autori, interpreti che sanno raccontare storie di normale vita quotidiana con oggettività, sguardo attento e partecipazione emotiva. E’ uno stile riconoscibile in un attimo, attraverso una inquadratura o i volti di certi attori. Penso ai giovani sulla soglia della vita adulta dei film di Rohmer, alla Marsiglia popolare di Guèdiguian, agli slanci vitali delle ragazze di “La vita sognata degli angeli” di Zonca …
Ma con i film dei belgi Jeanne-Pierre e Luc Dardenne l’effetto è sempre quello molto coinvolgente di una presa di coscienza in situazioni estreme. In “Il figlio (2002) al falegname Olivier, che insegna questo mestiere in una scuola professionale per adolescenti usciti dal riformatorio, capita di incrociare il sedicenne che cinque anni prima ha strangolato, durante un furto, il suo figlio. Gli capita questo nello stesso giorno in cui la sua ex-moglie gli comunica che si risposerà e che è incinta. E gli capita di voler far posto nella sua vita a questo ragazzo.
La macchina da presa sta addosso ad Olivier, indugia sui suoi gesti di lavoro, registra le sue attenzioni educative, mostra la sua solitudine, insiste sul suo mal di schiena, che cura con una specie di cilicio e esercizi di ginnastica effettuati in una fredda e scarna cucina. Ma, soprattutto, la cinepresa ci fa partecipare al costruirsi di questa relazione che nasce da un dolore non rimarginato. Olivier guarda, scruta, spia, interroga il ragazzo. Gli insegna a riconoscere le qualità del legno, ad usare gli attrezzi, ad imparare un lavoro che potrebbe dargli un’altra chance di vita. E solo alla fine gli rivela di essere il padre della sua vittima.
Alla ex-moglie che gli dice “Nessuno lo farebbe. Perché lo fai?”, Olivier risponde “Non lo so”. E’ lo spettatore che deve provare a rispondere. L’immedesimazione con Olivier è intensa e passa attraverso lo sguardo, le incertezze e la sua evidente sofferenza. Si partecipa al dramma interiore, ai dilemmi, alle domande che lo attraversano come lance. Olivier, durante tutto il racconto, non chiama mai per nome il ragazzo. Nominare, dare il nome a questo “figlio” che ha ucciso l’altro e che ne ha preso il posto è la cosa impossibile. Per tutto il film Olivier corre, corre avanti e indietro, come per cercare la strada giusta per riprendere a vivere.
E’ una storia di dolore per un figlio perso e di un padre che lo ridiventa per caso, per desiderio,. per necessità.