Tracce e Sentieri

Passeggiate splinderiane di Amalteo

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Blogger: AMALTEO
Nome: Amalteo
2° metà del 900-later than never. “Perché vale la pena di vivere? E’ un’ottima domanda… Be’, ci sono cose per cui vale la pena di vivere … Per esempio, per me, direi … tutta la musica e le interpretazioni di Nina Simone … la voce di Ray Charles, quasi sempre … Il ballo di Al Pacino in Scent of a Woman … le note di John Lewis quando volano nelle fughe di Bach … Louis Armstrong, l’incisione di West and blues del 1928 … i film di Sergio Leone … i racconti di Stephen King … gli azzurri e i gialli di Van Gogh … i quadri di Peppo Spagnoli, che dimostra che si può fare molto anche da luoghi piccoli… il sorriso di Luciana …. ... e poi anche ...” da Woody Allen, Manhattan (con qualche cambiamento pamalteo@gmail.com http://amalteo.wordpress.com/

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domenica, 18 maggio 2008

Fronteggiare l'eccesso di informazioni

Rodin, PensatoreCosa mi stressa di più nelle tecnologie internettiane (siti, blog, wiki)?
Di primo impulso dico le giudicanti cagatine di piccione e il giudizietto auto-identitario che serve solo a rispeccharsi come la strega di Biancaneve: "specchio specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?".
E' più di un rischio che corro anch'io, certamente.
Ma ancora di più mi stressano la velocità e la quantità delle informazioni. Il continuo nastro dei messaggi che scorrono sullo schermo.
Troppa informazione=nessuna informazione, si dice.
E' un avvertimento utile.
Come fronteggiare questa usura informativa?
Una strategia è quella di avere PROPRIE GRIGLIE MENTALI per selezionare le informazioni.
Sì: coltivare, come nell'orto/giardino, con tecniche e metodi appropriati le teorie adatte ad arredare la propria mente.
Ancora una volta: buone teorie per fronteggiare la massa delle informazioni.
E le teorie devono sempre essere messa a prova con il principio di realtà.
Tuttavia succede anche che quelle stesse tecnologie della rete mettono a disposizione strumenti utili per intervenire sulle ondate incessanti dei flussi informativi.
Sono gli "aggregatori", ossia le pagine che creano dei porticcioli in cui far stare, come delle barche al molo, siti e blog particolarmente frequentati.
E, dentro questi aggregatori, Google Reader mette a disposizione ancora altri strumenti quasi necessari per chi desidera stare in questi luoghi della modernità: 
  • Elementi condivisi, che è una specie di dossier in cui su infilano saggi ed articoli messi in evidenza e biblioteca di google
  • Biblioteca personale, che è uno scaffale di libri, con recensioni connesse
  • Documenti, ossia propri materiali scritti che possono essere condivisi con latre persone che hanno gli stessi interessi e gli stessi "idem sentire"

Alcuni esempi:

postato da: AMALTEO alle ore maggio 18, 2008 12:05 | link | commenti (10)
categorie: comunicare blog, vivere tempo, pensare situazioni problematiche
venerdì, 18 aprile 2008

Fare qualcosa di adatto al buio: conoscere

Rodin, PensatoreFu chiesto a Franco Basaglia:

"Che cosa farebbe
se il black-out capitasse improvvisamente a casa sua?"

Rispose:
"Accetterei il buio
e organizzerei la situazione.
Mi metterei cioè a fare
insieme con altri
un'attività giusta per il buio"

Baggio G., Adulti e gioco, in Anziani Oggi n. 2/3 1998, p. 77

L'umiliazione culturale c'è: è un dato oggettivo.
Tuttavia sarà bene rielaborarla: cinque o dieci anni sono tanti.
Il paesaggio del Nord è questo: cammini per strada e fra il 60 e 70 % ha votato per un governo dominato dalla Lega.
Il paesaggio del Sud è questo: i loro elettori si fidano di un governo comandato da uno della Brianza e da uno di Varese.
Chi l'avrebbe mai detto?
La "questione meridionale" è diventata un accettato dominio del Nord sul Sud.
Vorrei imparare almeno un po' l'arte del distacco disincantato da Massimo Cacciari: ma per lui è più facile .... già ... lui è un filosofo tragico.
Io che sono una persona più semplice, meno acculturata, più contraddittoria e con un Io mobile ed instabile, ripiego su una conversazione che mi ha stimolato Prisma, nella sua pagina "Cogli le rose quando è il momento".
Il tema è questo: una situazione problematica  chiede  alla persona  di conoscere  ciò che sta accadendo. E' in questi momenti che non è sufficiente riconoscere ciò che ci sta attorno.
Faccio questa riflessione leggendo a Prisma qualche pagina di Carlo Tullio-Altan, Antropologia funzionale (1968), Bompiani 1971, pagg. 53, 63, 66, 68-69

 
postato da: AMALTEO alle ore aprile 18, 2008 11:08 | link | commenti (23)
categorie: dire, pensare situazioni problematiche, pensare politica, pensare psiche
venerdì, 11 aprile 2008

Spunti da JazzFromItaly sull'Essere in situazione

Essere in situazione.
Che cosa vuol dire "essere in situazione"?
Ecco, essere in situazione - per me, MA ANCHE per gli altri - vuol dire esserci come INDIVIDUO singolo (materialmente costituito di corpo e pulsioni e geneticamente programmato a stabilire relazioni) che ha appreso - durante l'infanzia/adolescenza/età adulta/transizione alla vecchiaia - norme e valori dalla CULTURA che mi è stata attorno e che mi ha orientato a stare nella SOCIETA', che è quell'insieme di costrutti umani (stato ed istituzioni, in primo luogo) che caratterizzano la specie umana (1).
Prima di morire, se sarò sereno e lucido, saranno questi flussi di pensiero a  scorrermi davanti agli occhi che illuminano la mente. E sarà il fotogramma della vita in un attimo.



E' questo insight che mi ha attivato la quasi reverie notturna di cui JazzFromItaly ha voluto farmi  partecipe questa notte (commento 5):

amalteo...

passo di rado,
ma ogni volta mi sento come a casa di un caro amico, dove tutto mi è familiare, in sintonia, fortemente espresso, deciso e rassicurante al tempo stesso.

In questo periodo storico, le crisi che attraversano il mondo in varie forme mi hanno fatto vedere "l'evento politico" italiano come piccola cosa.
Lo sconsiderato consumo di energia come generatore di macro profitti ha causato la crisi energetica che ha risvolti sanguinosi nel delta del Niger, cambiando per sempre il volto della Madre Africa.
Lo stesso vale per i Paesi arabi ed il medio oriente, dove la messinscena dei rigurgiti integralisti camuffa la stessa cruenta lotta per l'oro nero.
La Cina, implosa sul suo enorme potere economico, altamente inquinante e da tutto il mondo alimentato in cambio di mano d'opera a costo zero, commette efferati crimini che nasconde sotto la luce dei cinque cerchi olimpionici.
Gli USA, che distillano terrore come avevano fatto solo ai tempi, purtroppo ancora vicini, del KKK.
E l'Europa, vecchia e grassa signora, stà a guardare...

non impariamo mai.

Cos'è il fazioso scontro televisivo dei politicanti italiani, l'osceno balletto di servi e lacché di fronte a questo, pensavo.
C'è altro a cui pensare, mi dicevo.

Invece vengo qui e, la tua sincerità, il tuo dichiarato gesto civico, la tua sensibilità ed intelligenza mi "costringono" a pensare...

A pensare a questo paese che, passato questo week-end avrà comunque un altro volto.
E potrà cambiare le sorti di noi cittadini.

Tra quattro giorni.
Poco tempo.

E' notte, dovrei dormire, ma non posso smettere di pensare:
come sarà domani?

Mio padre mi racconta che quando gli alleati bombardarono S. Lorenzo, per "liberare" Roma dai nazisti,
lui non aveva paura.
Avrebbe dovuto averne, ma era piccolo e non ne aveva.
Però non poteva smettere di pensare:
come sarà domani?
domani tornerò a scuola con Sarah e Ariel, che sono inspiegabilmente spariti?
domani potrò tenere accesa la luce nel letto per leggere?
mio padre andrà a lavorare e tornerà a casa sorridente?

In un paio di notti ci può cambiare il mondo intorno.
E tu, questa notte hai fugato ogni mio dubbio.

Non che avessi dubbi su CHI votare, perchè per storia personale, coerenza, senso civico e memoria storica, non avrei mai potuto votare per un uomo, un partito o un'accozaglia di individui che trattano lo Stato Italiano come un'azienda.
Che si permettono di trattare la questione politica come una strategia di marketing, piuttosto che un valore costituente la nostra società.
Loschi figuri che comandano (gestiscono non rende l’idea) due terzi dei media italiani, alterando il contenuto – a loro convenienza - e l’efficacia dell’informazione, che mettono in atto gravi censure al libero pensiero, che prosperano in un conflitto di interessi che tutti noi abbiamo lasciato sviluppare, che ci propinano programmi che “rincoglioniscono” la gente, che sono stati condannati in falso in bilancio
(da loro stessi poi giudicato non più reato) e concussione, che hanno carichi pendenti con la magistratura che a noi, comuni mortali, non ci permetterebbero nemmeno di accedere ad un concorso pubblico,
che hanno rigurgiti di nazionalismi inutili, faziosi e deleteri, che investono miliardi di miliardi nel calcio e niente nello sviluppo e nella formazione del paese, che vogliono abolire leggi che si sono conquistate con anni di lotta e di emancipazione – come l’aborto – a favore di un potere clericale che ci riporta nel Medioevo,
e che sono ancora, da sempre, ai loro posti, strapagati da noi contribuenti indebitati.

Ma ora so cosa posso fare IO per il nostro domani,
andando a votare.

Mancano solo quattro giorni,
noi possiamo decidere la direzione che prenderà questo paese.

Solo quattro notti, per cambiare il domani.

amalteo,
ma gli altri riescono a dormire?

ti abbraccio,
R.

(1) Sono gli appigli teorici e pratici di tutto il mio percorso professionale. Due fonti per tutte:
John Dewey, Come pensiamo, La Nuova Italia, 1968
Carlo Tullio-Altan, Antropologia culturale, Bompiani, 1968
postato da: AMALTEO alle ore aprile 11, 2008 11:55 | link | commenti (2)
categorie: pensare situazioni problematiche, pensare politica, pensare politica elezioni
sabato, 31 marzo 2007

tracce

Il tempo che resta

E' l'importante questione che l’associazione Accanto - Amici dell’Hospice San Martino” ha messo sotto riflessione in città:
 

“il tempo che resta è ciò che resta a ciascuno dalla nascita all’ultimo delicato soffio o respiro.
Il compito è quello di riuscire a viverlo il meglio possibile”,
dice la locandina.

In tre settimane si sono dipanati tre film e un dibattito:

Le temps qui reste di Francois Ozon

Go Now di Michael Winterbottom

La mia vita senza di me di Isabel Coixet

 

Chi, come me, sta velocemente avvicinandosi ai 60 anni questo tema se lo pone.

Non dico insistentemente, ma spesso. Come una questione importante, ineliminabile, oggettiva.

Il nostro tempo è breve.

E’ breve sempre, sia che moriamo giovani (certo di più), sia che moriamo vecchi (di meno, ma con la stessa percezione che il tempo è breve).

E’ tema talmente rilevante che mi trascino di stanza in stanza questo libro:
Harald Weinrich, Il tempo stringe: arte ed economia della vita a termine, Il Mulino, 2006 (edizione originale: Knappe Zeit. Kunst un Okonomie des befristeten Lebens, 2004. Quindi sono grato a Francesca Rigotti che lo ha tradotto).

Ecco alcuni capitoli di questo libro: Breve è la vita, lunga è l’arte, il tempo urge nell’aldiquà e nell’aldilà, il dramma del tempo scarso, finitezza-infinitezza, vivere con termini e scadenze.

Weinrich è un magistrale esperto di linguistica e filologia e la sua ricerca è di immenso interesse.

Ma tornando alla città c’è stato anche un dibattito a cui sono intervenuti:

Maurizio Migliori, filosofo

Don Bruno Maggioni, teologo,

Giuliano Turone e Gherardo Colombo, magistrati.

 

Ho preso qualche appunto che ora raccolgo e lascio qui nel mio blog –diario.

La morte è un processo individuale che riguarda tutti. E’ l’evento più universale e “democratico” che ci sia. Per l’individuo è una esperienza del tutto irripetibile, che si conosce solo per averla vista solo attraverso il corpo di uno o più altri.

Questa è la sua “eccezionalità”: tocca a tutti e a ciascuno, per ogni persona capita solo una volta. L’esperienza che ne facciamo è sempre indiretta.

Le tecnologie mediche oggi ci pongono un problema. Un problema tipicamente “moderno”, cioè non presente nelle società del passato. Non era così nelle culture esplorate dalle letterature classiche o da quelle moderne. Diciamo fino almeno alla seconda metà del ‘900.

Il problema è quello delle diagnosi sempre più selettive e precise e quello del tempo concesso in più dalle tecnologie mediche.

Insomma, oggi la morte, che pure è coperta da mille tabù, oscurità, rimozioni sempre più può metterci davanti al nostro “Tempo che resta”. Può avvenire che uno di noi venga a conoscenza forte e viva che il suo viaggio volge al limite. Sapendolo, avendone coscienza. Una coscienza resa ancora più avvertita dalla tecnica

Amici, credo che sia
meglio per me ricominciare
a tirar giù la valigia.
Anche se non so bene l'ora
d'arrivo, e neppure
conosca quali stazioni
precedano la mia,
sicuri segni mi dicono,
da quanto m'è giunto all'orecchio
di questi luoghi, ch'io
vi dovrò presto lasciare.

Giorgio Caproni, Congedo del viaggiatore cerimonioso
 

Questo processo della fine della vita individuale investe le politiche e le istituzioni.

Un tempo si moriva a casa, poi in ospedale (nei reparti di medicina e geriatria). Oggi le istituzioni si specializzano: dal 1989 si è sviluppata in Italia la rete delle RSA- Residenze sanitarie assistenziali. Ed ora si creano gli Hospice, strutture specializzate ad accompagnare in un contesto socio-sanitario alla morte i malati a prognosi infausta.

La novità è questa: nell’elenco delle situazioni estreme occorre aggiungere quello della:

possibile consapevolezza del tempo che resta

 

E allora attorno e dopo questo problema nuovo ne nasce un altro:

si può “pensare” il tempo che resta?

 

Si può apprendere qualcosa di questa situazione? Si può “fare anima”, come direbbe James Hillman o Claudio Risè, attorno a questo evento.

Ci si può provare.

Maurizio Migliori, quella sera ci ha sapientemente provato. Per ora riassumo il suo denso contributo.

Poi ci penserò e ripenserò e correggerò ed amplierò.

Esordio:

La NOSTRA morte è impensabile. E’ impossibile da razionalizzare.

 

Possiamo applicare funzioni di pensiero solo alla morte degli altri.

Tuttavia la morte ha anche una funzione attiva sulla vita. Sulla vita intera e sul frammento finale:

la morte tende ad attribuire senso al tempo che resta

 

Gli immortali dei romanzi di fantascienza e di fantasy sono dei soggetti infelici. Per loro il tempo eterno arriva a perdere significato. Non sanno cosa fare. Ricordo qui il discorso finale del perfetto robot in Blade Runner.

La morte può produrre apprendimento:

dà il senso del limite

Cioè fornisce coscienza che siamo esseri finiti e limitatissimi.

Siamo foglie, foglie importanti, ma foglie.

Ricordo una frase di Alberto Moravia: “siamo rugiada della notte che si asciuga al sole”.

E’ la coscienza di un limite pesante perché la natura è concentrata sulla viva  non ci viene in aiuto per la morte:

alla natura la morte non interessa,

alla natura interessa solo la specie, non l’individuo

 

La natura non ci aiuta. Anzi si allontana quando si avvicina la morte.

Allora, cosa possiamo fare in una situazione di coscienza non solo della ineluttabilità della morte, ma del tempo scarso, come ben dice Weinrich?

Possiamo, facendoci anche aiutare, fare questo:

attraversare la nostra vita, l’unica cosa che veramente ci appartiene,

alla luce della certezza della morte.

 

Nessuno può dare istruzioni in proposito, data la singolarità dell’evento finale.

Tuttavia qualche cosa può essere pensato. Già: pensare. Visto che la specie umana ha sviluppato la coscienza ed il pensiero. E proprio perché li ha elaborati ha anche necessariamente elaborato il tema della angoscia della morte. Lo sa bene chi possiede animali: soffrono, provano dolore, si nascondono. Ma non hanno coscienza della morte. Avvertono il dolore, quella  cosa che non sentivano prima. E noi possiamo alleviarlo.

Alcune cose che possono essere pensate:

occorre sapere da subito che “il tempo è poco”

 

Questo vale anche per i più giovani. Non è un problema dei pre-vecchi, come io sono, o dei vecchi. Anche un giovane dovrebbe apprendere che il tempo è poco. Non è facile, anzi sembra impossibile nella società dei consumi e dell’immagine.

Occorre poi:

sapere che siamo in cammino.

 

E che questo cammino ha delle tappe e che il tempo non non va sprecato.

Come? Per esempio non concentrandosi  su una sola cosa. Il lavoro, l’ideologia, il divertimento. Allargare il campo degli interessi. Come Tarzan: attaccarsi a più liane. Volare e prenderne un’altra.

Poi si può, piano piano, senza masochismi eccessivi (come ho detto proprio questa mattina ad Arsenico, che pure il tema della sofferenza lo maneggia professionalmente)

prepararsi ed accettare questo processo

Allenarsi ad accettarlo

Dire “non me lo aspettavo” è un insulto alla intelligenza.

No: è nella gamma delle possibilità. O per cause probabilistiche, come nei mestieri pericolosi. O per rischi accettati. O, comunque, per biologia. Naturalmente si deve fare di tutto per ridurre i rischi

Però può succedere.

O nell’attimo dell’incidente e delle bombe nelle metropolitane (è un mio chiodo fisso: ma se loro mi dicono “ti odio e ti voglio uccidere”, io gli credo).

O in un decorso lungo e assistito.

E allora cosa pi può ancora fare in questo percorso che è la mia vita, la tua vita?

si può relazionarsi con il mondo,

si può tentare di lasciare un segno della nostra presenza

 

Si può scrivere una poesia: magari l’unica poesia. Ma la mia. Sì : anche un haiku, senza la tecnica dell’haiku

Si può fare un dipinto: magari l’unico, ma il mio.

Si può scrivere in un blog. Chissà mai che questi segni dell’elettronica lascino da qualche parte una traccia di sé. E illuminino il cammino di un qualunque altro

E dove si inscrivono le tracce di sé?

In altre persone. Come un software invisibile che però plana su un hardware.

Ecco la funzione delle biblioteche.

La funzione delle piazze e delle vie.

La funzione dei rituali.

Tutto questo si può e deve fare.

Sapendo, tuttavia che il passaggio finale è solitario.

Soli, soli, soli.

E chi ha la fortuna di avere la fede se la tenga cara e molto stretta.

E chi non l’ha, e io sono uno che non l’ha, avrà uno strumento in meno.

Ma chissà se in quel momento anche chi ha la fede non vacillerà, almeno per un attimo?

Soli, soli, soli.


Pubblicato anche in VivereaComo

postato da: AMALTEO alle ore marzo 31, 2007 20:20 | link | commenti (92)
categorie: vedere cinema teatro, vivere tempo, pensare situazioni problematiche, vivere morte
venerdì, 29 settembre 2006

Il diritto di morire

IND-CULT-SOCQuesta potente  "lettera estrema" è riuscita, attraverso l'attenzione del Presidente della Repubblica Napolitano, ad interpellare, ancora una volta, la politica.
Siamo a contatto con la punta più alta delle "situazione problematiche". Una domanda che propone antichissimi dilemmi morali.
La cultura medica, grazie al dominio della tecnica, è in grado di prolungare, fino a limiti nel passato impossibili, il funzionamento biologico dei viventi.
Ma questo progresso può diventare insopportabile, come scrive con intelligente sofferenza, Piergiorgio Welby.
E i religiosi (assieme ai neo-convertiti), che da secoli si legittimano per le loro risposte alle questioni di vita e di morte, si presentano numerosi sui giornali, nelle televisioni e nelle radio a fornire la loro risposta che si condensa in un precetto: "condividere" ed "accompagnare" alla morte (con qualche dubbiosa concessione alle cure palliative). Già: questo è il loro lavoro.
Ma se a desiderare la fine del proprio percorso esistenziale  è quella concreta persona, con la sua storia, i suoi vissuti, la sua meditata intenzionalità cosa si può fare? Tutto dipende dagli apparati sociali che gli stanno attorno: ospedali, residenze, hospice, comitati "etici" (!), .... E così al dolore si aggiunge altro dolore, indotto però dalla situazione socio-culturale circostante.
Le risposte si riducono, per ora, a due possibilità:  la scelta estrema dei suicidio, ma occorre avere la forza e le condizioni per praticarlo o quello del "testamento di vita". Un documento scritto e firmato in piena coscienza, ma che si limiterà (ammesso che superi gli ostacoli oppositivi, presenti in entrambi gli schieramenti della politica italiana) alla esclusione dell'accanimento terapeutico. Sarà comunque un passo importante, visto che lo strumento è stato individuato da almeno 20 anni.
Occorrerà seguire con partecipazione alla discussione dei prossimi mesi. Qui si misureranno le capacità delle culture a fare i conti con la libertà individuale. Tanto desiderata e  invocata, ma altrettanto negata e rifiutata.

Lettera aperta al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano
Da Piergiorgio Welby, Co-Presidente dell’Associazione Coscioni
Caro Presidente,
scrivo a Lei, e attraverso Lei mi rivolgo anche a quei cittadini che avranno la possibilità di ascoltare queste mie parole, questo mio grido, che non è di disperazione, ma carico di speranza umana e civile per questo nostro Paese.
Fino a due mesi e mezzo fa la mia vita era sì segnata da difficoltà non indifferenti, ma almeno per qualche ora del giorno potevo, con l’ausilio del mio computer, scrivere, leggere, fare delle ricerche, incontrare gli amici su internet. Ora sono come sprofondato in un baratro da dove non trovo uscita.
La giornata inizia con l’allarme del ventilatore polmonare mentre viene cambiato il filtro umidificatore e il catheter mounth, trascorre con il sottofondo della radio, tra frequenti aspirazioni delle secrezioni tracheali, monitoraggio dei parametri ossimetrici, pulizie personali, medicazioni, bevute di pulmocare. Una volta mi alzavo al più tardi alle dieci e mi mettevo a scrivere sul pc. Ora la mia patologia, la distrofia muscolare, si è talmente aggravata da non consentirmi di compiere movimenti, il mio equilibrio fisico è diventato molto precario. A mezzogiorno con l’aiuto di mia moglie e di un assistente mi alzo, ma sempre più spesso riesco a malapena a star seduto senza aprire il computer perchè sento una stanchezza mortale. Mi costringo sulla sedia per assumere almeno per un’ora una posizione differente di quella supina a letto. Tornato a letto, a volte, mi assopisco, ma mi risveglio spaventato, sudato e più stanco di prima. Allora faccio accendere la radio ma la ascolto distrattamente. Non riesco a concentrarmi perché penso sempre a come mettere fine a questa vita. Verso le sei faccio un altro sforzo a mettermi seduto, con l’aiuto di mia moglie Mina e mio nipote Simone. Ogni giorno vado peggio, sempre più debole e stanco. Dopo circa un’ora mi accompagnano a letto. Guardo la tv, aspettando che arrivi l’ora della compressa del Tavor per addormentarmi e non sentire più nulla e nella speranza di non svegliarmi la mattina.
Io amo la vita, Presidente. Vita è la donna che ti ama, il vento tra i capelli, il sole sul viso, la passeggiata notturna con un amico. Vita è anche la donna che ti lascia, una giornata di pioggia, l’amico che ti delude. Io non sono né un malinconico né un maniaco depresso – morire mi fa orrore, purtroppo ciò che mi è rimasto non è più vita – è solo un testardo e insensato accanimento nel mantenere attive delle funzioni biologiche. Il mio corpo non è più mio ... è lì, squadernato davanti a medici, assistenti, parenti. Montanelli mi capirebbe. Se fossi svizzero, belga o olandese potrei sottrarmi a questo oltraggio estremo ma sono italiano e qui non c’è pietà.
Starà pensando, Presidente, che sto invocando per me una “morte dignitosa”. No, non si tratta di questo. E non parlo solo della mia, di morte.
La morte non può essere “dignitosa”; dignitosa, ovvero decorosa, dovrebbe essere la vita, in special modo quando si va affievolendo a causa della vecchiaia o delle malattie incurabili e inguaribili. La morte è altro. Definire la morte per eutanasia “dignitosa” è un modo di negare la tragicità del morire. È un continuare a muoversi nel solco dell’occultamento o del travisamento della morte che, scacciata dalle case, nascosta da un paravento negli ospedali, negletta nella solitudine dei gerontocomi, appare essere ciò che non è. Cos’è la morte? La morte è una condizione indispensabile per la vita. Ha scritto Eschilo: “Ostico, lottare. Sfacelo m'assale, gonfia fiumana. Oceano cieco, pozzo nero di pena m'accerchia senza spiragli. Non esiste approdo”.
L’approdo esiste, ma l’eutanasia non è “morte dignitosa”, ma morte opportuna, nelle parole dell’uomo di fede Jacques Pohier. Opportuno è ciò che “spinge verso il porto”; per Plutarco, la morte dei giovani è un naufragio, quella dei vecchi un approdare al porto e Leopardi la definisce il solo “luogo” dove è possibile un riposo, non lieto, ma sicuro.
In Italia, l’eutanasia è reato, ma ciò non vuol dire che non “esista”: vi sono richieste di eutanasia che non vengono accolte per il timore dei medici di essere sottoposti a giudizio penale e viceversa, possono venir praticati atti eutanasici senza il consenso informato di pazienti coscienti. Per esaudire la richiesta di eutanasia, alcuni paesi europei, Olanda, Belgio, hanno introdotto delle procedure che consentono al paziente “terminale” che ne faccia richiesta di programmare con il medico il percorso di “approdo” alla morte opportuna.
Una legge sull’eutanasia non è più la richiesta incomprensibile di pochi eccentrici. Anche in Italia, i disegni di legge depositati nella scorsa legislatura erano già quattro o cinque. L’associazione degli anestesisti, pur con molta cautela, ha chiesto una legge più chiara; il recente pronunciamento dello scaduto (e non ancora rinnovato) Comitato Nazionale per la bioetica sulle Direttive Anticipate di Trattamento ha messo in luce l’impossibilità di escludere ogni eventualità eutanasica nel caso in cui il medico si attenga alle disposizioni anticipate redatte dai pazienti. Anche nella diga opposta dalla Chiesa si stanno aprendo alcune falle che, pur restando nell’alveo della tradizione, permettono di intervenire pesantemente con le cure palliative e di non intervenire con terapie sproporzionate che non portino benefici concreti al paziente. L’opinione pubblica è sempre più cosciente dei rischi insiti nel lasciare al medico ogni decisione sulle terapie da praticare. Molti hanno assistito un famigliare, un amico o un congiunto durante una malattia incurabile e altamente invalidante ed hanno maturato la decisione di, se fosse capitato a loro, non percorrere fino in fondo la stessa strada. Altri hanno assistito alla tragedia di una persona in stato vegetativo persistente.
Quando affrontiamo le tematiche legate al termine della vita, non ci si trova in presenza di uno scontro tra chi è a favore della vita e chi è a favore della morte: tutti i malati vogliono guarire, non morire. Chi condivide, con amore, il percorso obbligato che la malattia impone alla persona amata, desidera la sua guarigione. I medici, resi impotenti da patologie finora inguaribili, sperano nel miracolo laico della ricerca scientifica. Tra desideri e speranze, il tempo scorre inesorabile e, con il passare del tempo, le speranze si affievoliscono e il desiderio di guarigione diventa desiderio di abbreviare un percorso di disperazione, prima che arrivi a quel termine naturale che le tecniche di rianimazione e i macchinari che supportano o simulano le funzioni vitali riescono a spostare sempre più in avanti nel tempo. Per il modo in cui le nostre possibilità tecniche ci mantengono in vita, verrà un giorno che dai centri di rianimazione usciranno schiere di morti-viventi che finiranno a vegetare per anni. Noi tutti probabilmente dobbiamo continuamente imparare che morire è anche un processo di apprendimento, e non è solo il cadere in uno stato di incoscienza.
Sua Santità, Benedetto XVI, ha detto che “di fronte alla pretesa, che spesso affiora, di eliminare la sofferenza, ricorrendo perfino all'eutanasia, occorre ribadire la dignità inviolabile della vita umana, dal concepimento al suo termine naturale”. Ma che cosa c’è di “naturale” in una sala di rianimazione? Che cosa c’è di naturale in un buco nella pancia e in una pompa che la riempie di grassi e proteine? Che cosa c’è di naturale in uno squarcio nella trachea e in una pompa che soffia l’aria nei polmoni? Che cosa c’è di naturale in un corpo tenuto biologicamente in funzione con l’ausilio di respiratori artificiali, alimentazione artificiale, idratazione artificiale, svuotamento intestinale artificiale, morte-artificialmente-rimandata? Io credo che si possa, per ragioni di fede o di potere, giocare con le parole, ma non credo che per le stesse ragioni si possa “giocare” con la vita e il dolore altrui.
Quando un malato terminale decide di rinunciare agli affetti, ai ricordi, alle amicizie, alla vita e chiede di mettere fine ad una sopravvivenza crudelmente ‘biologica’ – io credo che questa sua volontà debba essere rispettata ed accolta con quella pietas che rappresenta la forza e la coerenza del pensiero laico.
Sono consapevole, Signor Presidente, di averle parlato anche, attraverso il mio corpo malato, di politica, e di obiettivi necessariamente affidati al libero dibattito parlamentare e non certo a un Suo intervento o pronunciamento nel merito. Quello che però mi permetto di raccomandarle è la difesa del diritto di ciascuno e di tutti i cittadini di conoscere le proposte, le ragioni, le storie, le volontà e le vite che, come la mia, sono investite da questo confronto.
Il sogno di Luca Coscioni era quello di liberare la ricerca e dar voce, in tutti i sensi, ai malati. Il suo sogno è stato interrotto e solo dopo che è stato interrotto è stato conosciuto. Ora siamo noi a dover sognare anche per lui.
Il mio sogno, anche come co-Presidente dell’Associazione che porta il nome di Luca, la mia volontà, la mia richiesta, che voglio porre in ogni sede, a partire da quelle politiche e giudiziarie è oggi nella mia mente più chiaro e preciso che mai: poter ottenere l’eutanasia. Vorrei che anche ai cittadini italiani sia data la stessa opportunità che è concessa ai cittadini svizzeri, belgi, olandesi.

Piergiorgio Welby

La risposta del Presidente Napolitano
Caro Welby,
ho ascoltato e letto con profonda partecipazione emotiva l’appello che lei ha voluto pubblicamente rivolgermi. Ne sono stato toccato e colpito come persona e come Presidente.
Lei ha mostrato piena comprensione della natura e dei limiti del ruolo che il Parlamento mi ha chiamato ad assolvere, secondo il dettato e lo spirito della nostra Costituzione.
Penso che tra le mie responsabilità vi sia quella di ascoltare con la più grande attenzione quanti esprimano sentimenti e pongano problemi che non trovano risposta in decisioni del governo, del Parlamento, delle altre autorità cui esse competono. E quindi raccolgo il suo messaggio di tragica sofferenza con sincera comprensione e solidarietà. Esso può rappresentare un’occasione di non frettolosa riflessione su situazioni e temi, di particolare complessità sul piano etico, che richiedono un confronto sensibile e approfondito, qualunque possa essere in definitiva la conclusione approvata dai più.
Mi auguro che un tale confronto ci sia, nelle sedi più idonee, perché il solo atteggiamento ingiustificabile sarebbe il silenzio, la sospensione o l’elusione di ogni responsabile chiarimento.
Con sentimenti di rinnovata partecipazione,
Giorgio Napolitano

postato da: AMALTEO alle ore settembre 29, 2006 11:15 | link | commenti (14)
categorie: pensare situazioni problematiche, vivere morte, vivere salute e malattia
martedì, 19 settembre 2006

Film: "Il figlio", di Jeanne-Pierre e Luc Dardenne

proiettore

C’è un filone nel cinema di cultura francese il cui tono emotivo mi sembra definibile come “oggettivo ed empatico”: attributi che mi arrivano contemporaneamente,. Sono registi, autori, interpreti che sanno raccontare storie di normale vita quotidiana con oggettività, sguardo attento e partecipazione emotiva. E’ uno stile riconoscibile in un attimo, attraverso una inquadratura o i volti di certi attori. Penso ai giovani sulla soglia della vita adulta dei film di Rohmer, alla Marsiglia popolare di Guèdiguian, agli slanci vitali delle ragazze di “La vita sognata degli angeli” di Zonca …
Ma con i film dei belgi Jeanne-Pierre e Luc Dardenne l’effetto è sempre quello molto coinvolgente di una presa di coscienza in situazioni estreme. In  “Il figlio (2002) al falegname Olivier, che insegna questo mestiere in una scuola professionale per adolescenti usciti dal riformatorio, capita di incrociare il sedicenne che cinque anni prima ha strangolato, durante un furto, il suo figlio. Gli capita questo nello stesso giorno in cui la sua ex-moglie gli comunica che si risposerà e che è incinta. E gli capita di voler far posto nella sua vita a questo ragazzo.
La macchina da presa sta addosso ad Olivier, indugia sui suoi gesti di lavoro, registra le sue attenzioni educative, mostra la sua solitudine, insiste sul suo mal di schiena, che cura con una specie di cilicio e esercizi di ginnastica effettuati in una fredda e scarna cucina. Ma, soprattutto, la cinepresa ci fa partecipare al costruirsi di questa relazione che nasce da un dolore non rimarginato. Olivier guarda, scruta, spia, interroga il ragazzo. Gli insegna a riconoscere le qualità del legno, ad usare gli attrezzi, ad imparare un lavoro che potrebbe dargli un’altra chance di vita. E solo alla fine gli rivela di essere il padre della sua vittima.
Alla ex-moglie che gli dice “Nessuno lo farebbe. Perché lo fai?”, Olivier risponde “Non lo so”. E’ lo spettatore che deve provare a rispondere. L’immedesimazione con Olivier è intensa e passa attraverso lo sguardo, le incertezze e la  sua evidente sofferenza. Si partecipa al dramma interiore, ai dilemmi, alle domande che lo attraversano come lance. Olivier, durante tutto il racconto, non chiama mai per nome il ragazzo. Nominare, dare il nome a questo “figlio” che ha ucciso l’altro e che ne ha preso il posto è la cosa impossibile.  Per tutto il film Olivier corre, corre avanti e indietro,  come per cercare la strada giusta per riprendere a vivere.
E’ una storia di dolore per un figlio perso e di un padre che lo ridiventa per caso, per desiderio,. per necessità.

postato da: AMALTEO alle ore settembre 19, 2006 08:59 | link | commenti (8)
categorie: vedere cinema teatro, pensare situazioni problematiche