Tracce e Sentieri

Passeggiate splinderiane di Amalteo

Chi sono

Blogger: AMALTEO
Nome: Amalteo
2° metà del 900-later than never. “Perché vale la pena di vivere? E’ un’ottima domanda… Be’, ci sono cose per cui vale la pena di vivere … Per esempio, per me, direi … tutta la musica e le interpretazioni di Nina Simone … la voce di Ray Charles, quasi sempre … Il ballo di Al Pacino in Scent of a Woman … le note di John Lewis quando volano nelle fughe di Bach … Louis Armstrong, l’incisione di West and blues del 1928 … i film di Sergio Leone … i racconti di Stephen King … gli azzurri e i gialli di Van Gogh … i quadri di Peppo Spagnoli, che dimostra che si può fare molto anche da luoghi piccoli… il sorriso di Luciana …. ... e poi anche ...” da Woody Allen, Manhattan (con qualche cambiamento pamalteo@gmail.com http://amalteo.wordpress.com/

Partecipano

Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte
giovedì, 22 maggio 2008

Da dova arriva il bisogno di sicurezza

Giustizia fai-da-te
di Luca Ricolfi

Polizia costretta a intervenire a Napoli per evitare il linciaggio di una rom sospettata di aver tentato di rapire una bambina. Baracche (fortunatamente vuote) di un campo rom incendiate nel quartiere Ponticelli di Napoli. Molotov contro un altro campo nomadi a Novara. Ronde di ogni specie e colore che sorgono un po’ dappertutto per proteggere i cittadini da ladri e malviventi. È bastato che il centro-destra vincesse le elezioni, e il clima del Paese è cambiato quasi all’istante. Anziché aspettare il varo dei provvedimenti del governo, molti sembrano aver deciso di fare da sé. Né si può dire che a questo spirito vagamente autoreferenziale si sottragga completamente il governo stesso, almeno a giudicare dal semplicismo di varie ricette di cui si sente parlare in questi giorni.

Non sono buone notizie, perché la giustizia «fai da te» non risolve i problemi, è pericolosa, spesso porta con sé abusi, prevaricazioni, vendette private, in breve genera altra ingiustizia. Ma proprio perché è una strada sbagliata, dobbiamo capire che cosa la alimenta. Il modo migliore per farlo, a mio parere, è leggersi Non sulle mie scale (ed. Donzelli 2001), un piccolo libro in cui Italo Fontana, psicoanalista torinese, racconta come, alla fine degli Anni 90, la vita della sua famiglia sia stata devastata da una doppia calamità: l’installarsi di decine di criminali immigrati nelle soffitte del suo condominio, e la completa sordità delle istituzioni cittadine.

Perché è utile leggere o rileggere quel testo? Perché vi si trova una spiegazione profonda di quanto sia difficile, per chi crede nella legalità, nella democrazia, nella solidarietà, nella libertà individuale, mantenere nel tempo l’animo sereno e la mente aperta, senza farsi prendere dalle peggiori pulsioni. Il cocktail micidiale, che richiede sforzi disumani per non esplodere, è fatto di tre ingredienti:
a)la scoperta che molti immigrati clandestini non sono poveretti alla ricerca di un lavoro dignitoso ma persone arroganti, prepotenti, violente;
b)la scoperta che le attività criminali e i luoghi del loro esercizio sono perfettamente noti alle autorità;
c)la scoperta che, anche di fronte alle vessazioni più drammatiche, le autorità non intervengono e non rispondono, opponendo il classico «muro di gomma».

Se ci riflettiamo un attimo, non è difficile rendersi conto che i tre ingredienti sono tutti presenti nella situazione attuale. I cittadini sono esasperati perché le attività criminali si svolgono sotto i loro occhi, perché si sa perfettamente dove si spaccia, dove si arruolano manovali in nero, dove si viene derubati, dove non si può camminare senza pericolo, ma si sa pure che - per i motivi più diversi - le istituzioni non interverranno.

Le istituzioni talora non intervengono perché le leggi non glielo consentono, e da questo punto di vista non si può che augurare al nuovo governo di riuscire a cambiare le norme che impediscono di perseguire efficacemente il crimine. Ma nella maggior parte dei casi le istituzioni non intervengono per due altri ordini di motivi, che ben poco hanno a che fare con le leggi. Il primo è l’inerzia amministrativa, ossia l’incapacità di capire che la libertà di espressione diventa una presa in giro se non c’è anche il diritto dei cittadini a ottenere risposte. Il secondo è la mancanza di risorse organizzative, fisiche, materiali: personale, uffici efficienti, banche dati, processi rapidi, carceri all’altezza di un paese civile. Il rischio, in questo momento, è che il governo si illuda che l’azione chiave sia l’inasprimento delle pene. Non è così: se c’è un risultato solido della ricerca empirica sulla devianza è che la gravità delle pene ha un effetto deterrente minimo, mentre ne ha uno molto più incisivo la probabilità di essere condannati, catturati o anche semplicemente disturbati. Ciò è tanto più vero in una situazione in cui è noto a tutti, e in primis ai criminali, che in Italia le pene sono e resteranno ancora a lungo puramente virtuali, visto che la magistratura è ingolfata di pratiche e mancano almeno 30 mila posti nelle carceri. È per questo che il nostro Paese è diventato la mecca del crimine.

Ecco perché oggi, con la gente che tende ad autorganizzarsi, la capacità delle istituzioni di «esserci» diventa la variabile fondamentale. Ma esserci come?

In attesa che i processi diventino più brevi e l’edilizia carceraria faccia il suo corso, a me pare che le uniche strade che possono dare risultati immediati siano il ripristino del controllo del territorio (non solo nelle regioni di mafia, ma anche in tante aree del Nord) e una massiccia opera di interferenza negli affari illegali della criminalità, dalla chiusura di attività al sequestro di beni alla confisca di patrimoni. Senza questa nuova visibilità dello Stato e delle istituzioni temo che il cambiamento delle leggi darà ben pochi risultati, e la «giustizia fai da te» verrà sempre più percepita come l’unica strada percorribile. Perché la «giustizia fai da te», come la mafia, prospera dove lo Stato si ritira o non fa il suo dovere. Abbiamo già un primo Stato, quello legale, e un secondo Stato, la criminalità mafiosa. Forse non è il caso di preparare le condizioni che potrebbero far sorgere il terzo Stato, quello dei cittadini esasperati.
Luca Ricolfi

postato da: AMALTEO alle ore maggio 22, 2008 11:27 | link | commenti (2)
categorie: pensare politica sociale, pensare regole, pensare dati e informazioni
martedì, 20 maggio 2008

Karl Marx, "badanti" e denaro

Rodin, Pensatore"Badanti".
Virgolettato, perchè questa parola è stata messa al centro della comunicazione pubblica da Umberto Bossi, con il risultato di svilire il contenuto relazionale di questo vero e proprio "lavoro familiare" che richiederebbe - all'opposto del solo controllo comportamentale - formazione, supporto, regolazione normativa, pause, alternative assistenziali ...
Tutti si appropriano di questa funzione.
La cultura cattolica, da secoli abituata a coltivare le relazioni primarie.
La cultura del welfare privato, abilissima nell'occupare nicchie di mercato distributivo.
La cultura socialdemocratica, nel momento in cui vede il possibile fallimento delle proprie strategie dello stato sociale

Quando osservo questi assistenti familiari (i più finti, altri apparentemente più affettivi) la mia mente associa e mi ricordo dei miei anni '60 e '70 e, in particolare, l'analisi marxiana della pervasività del denaro:

"Il denaro, in quanto possiede la proprietà di comprar tutto, di appropriarsi di tutti gli oggetti, è dunque l' oggetto in senso eminente. L'universalità della sua proprietà costituisce l'onnipotenza del suo essere, esso è considerato, quindi come ente onnipotente...Il denaro è il mediatore fra il bisogno e l'oggetto, fra la vita e il mezzo di vita dell'uomo. Ma ciò che media a me la mia vita mi media anche l'esistenza degli altri uomini. Per me è questo l'altro uomo. (---) Tanto grande è la mia forza quanto grande è la forza del denaro. Le proprietà del denaro sono mie, di me suo possessore: le sue proprietà e forze essenziali. Ciò ch'io sono e posso non è dunque affatto determinato dalla mia individualità. Io sono brutto, ma posso comprarmi la più bella fra le donne. Dunque non sono brutto, in quanto l'effetto della bruttezza, il suo potere scoraggiante, è annullato dal denaro. Io sono, come individuo storpio, ma il denaro mi dà 24 gambe: non sono dunque storpio. Io sono un uomo malvagio, infame, senza coscienza, senza ingegno, ma il denaro è onorato, dunque lo è anche il suo possessore. Il denaro è il più grande dei beni, dunque il suo possessore è buono: il denaro mi dispensa dalla pena di esser disonesto, io sono, dunque, considerato onesto; io sono stupido, ma il denaro è la vera intelligenza di ogni cosa: come potrebbe essere stupido il suo possessore? Inoltre questo può comprarsi le persone intelligenti, e chi ha potere sulle persone intelligenti non è egli più intelligente dell'uomo intelligente? Io, che mediante il denaro posso tutto ciò che un cuore umano desidera, non possiedo io tutti i poteri umani? Il mio denaro non tramuta tutte le mie deficienze nel loro contrario? (---) Poichè il denaro, in quanto concetto esistente e attuale del valore, confonde e scambia tutte le cose, esso costituisce la generale confusione e inversione di ogni cosa, dunque il mondo sovvertito, la confusione e inversione di tutte le qualità naturali e umane. (---) Il denaro, questa astrazione vuota ed estraniata della proprietà, è stato fatto signore del mondo. L'uomo ha cessato di essere schiavo dell'uomo ed è diventato schiavo della cosa; il capovolgimento dei rapporti umani è compiuto; la servitù del moderno mondo di trafficanti, la venalità giunta a perfezione e divenuta universale è più disumana e più comprensiva della servitù della gleba dell'era feudale; la prostituzione è più immorale, più bestiale dello ius primae noctis . La dissoluzione dell'umanità in una massa di atomi isolati, che si respingono a vicenda, è già in sè l'annientamento di tutti gli interessi corporativi, nazionali e particolari ed è l'ultimo stadio necessario verso la libera autounificazione dell'umanità. 

Karl Marx, Manoscritti economico filosofici del '44, Editori Riuniti

postato da: AMALTEO alle ore maggio 20, 2008 10:27 | link | commenti
categorie: pensare politica sociale
sabato, 22 marzo 2008

Economia italiana: quadri informativi per le elezioni politiche


Siamo un gruppo di studenti di master in economia. Con questa presentazione vogliamo fare informazione su alcuni temi economici della campagna elettorale che spesso vengono trattati in modo difficile da comprendere.

Ci teniamo a sottolineare che non siamo iscritti a nessuno partito e che abbiamo deciso di fare questa presentazione soprattutto per senso di cittadinanza.

Tutti i dati citati provengono da fonti ufficiali come ISTAT, EUROSTAT e OCSE. Alla fine della presentazione potete trovare il riferimento alle pubblicazioni ed ai database presi in considerazione.

Per commenti scriveteci a:

quattrogattiLSE@googlemail.com

Grazie,

fadi, marco, paolo, salvatore

Sito : QuattroGatti

Nelle successive slides la parte scritta talvolta si sovrappone.
Per leggere meglio consiglio di scaricare  dal sito dei QuattroGatti.



Associo a questo appunto:

Elezioni con la porcata


Lo ha detto un esponente fondamentale dello schieramento che i sondaggi indicano destinato a vincere le prossime elezioni: il sistema elettorale voluto dal governo di centro-destra prima delle elezioni del 2006 è una "porcata". Si sa.

Il sistema, al senato, penalizza le parti politiche che sono organizzate a mosaico. E mette in luce alleanze involontarie. Un voto utile in una regione diventa inutile in un'altra. Oggi un pezzo sul Sole 24 Ore mostra che Storace può togliere il premio di maggioranza al Pdl nel Lazio e che Bertinotti può erodere il numero di senatori che il Pdl conquisterà in Lombardia. Il caos è gigantesco e un elettore che non sia ferratissimo non può comprendere quale sia il voto che può determinare l'effetto che preferisce. Si direbbe che il porcellum sia fondamentalmente pensato per contrastare il mosaico favorito. In questo caso, visti i sondaggi, si ritorce più che altro contro il centro-destra che lo ha voluto.

E il tutto si ritorce contro l'Italia nel suo insieme.
postato da: AMALTEO alle ore marzo 22, 2008 19:54 | link | commenti (4)
categorie: pensare politica elezioni, pensare politica sociale
lunedì, 25 febbraio 2008

Spazzini e guardiani di WC : lavoratori al servizio del "bello"

Il mercato è il migliore sistema di allocazione delle merci. Tutti gli altri sistemi hanno storicamente fallito
Tuttavia nel migliorare progressivimente la qualità della vita il mercato produce volumi crescenti di "scarti". Basta guardare dentro una pattumiera di casa.
Allarghiamo lo sguardo al caseggiato, alla via, al quartiere, alla città, alla regione .... e vediamo il pianeta. Il disastro ambientale della Campania, provocato dalla antropologia dei campani e dai loro amministratori, lo mostra in tutta evidenza storica.
Ecco perchè nella gerarchia delle professioni metterei al primo posto quelle che si occupano degli "scarti" della vita: spazzini, guardiani di WC nelle stazioni e nelle piazze, pulitori, in generale.
Al primo posto anche nella scala salariale.
Avremmo piu occupazione e un mondo più bello.
Scopro, grazie a Incredigif, che il regista Michelangelo Antonioni aveva già fatto questa riflessione in un documentario di 11 minuti del 1948:

postato da: AMALTEO alle ore febbraio 25, 2008 10:42 | link | commenti (2)
categorie: pensare politica sociale, vedere cinema
venerdì, 15 febbraio 2008

Ancora l'aborto in campagna elettorale: il ciclo 1975-2008

Il politico e giornalista Giuliano Ferrara ha voluto introdurre in queste elezioni un elemento di fortissimo e cruento conflitto in tema di "difesa della vita" e di aborto, da lui equiparato all' omicidio.
Le parole ed i toni usati sono molto aggressivi e tipici di una persona che non conosce equilibrio e mezze misure. Con mia moglie, guardandolo e ascoltandolo alla televisione mercoledì sera, ci siamo detti: "è una grave crisi mistica da andropausa". Aggiungerei che c'è anche un "effetto Rasputin", dovuto alla evidente somiglianza somatica.
Sono un estimatore, a corrente alterna, di questo personaggio pubblico, che conosco in tutto il suo itinerario personale, essendo noi coetanei (1948 io, 1952 lui) ed avendo percorso - in parte - le stesse esperienze di partito.
Però questa volta i suoi argomenti sono estremanente contraddittori: verissimi per quanto riguarda l'uso eugenetico e sessista dell'aborto in Cina e India e falsissimi, invece, per quanto riguarda l'uso della interruzione volontaria di gravidanza all'interno del nostro ordinamento giuridico.
Fra il 1975 (legge sui consultori familiari) e il 1981 (referendum sulla legge 194) da militante locale ho attivamente partecipato a quella vicenda legislativa.
Faccio dunque un piccolo ripasso di storia delle istituzioni.

In tema di aborto e più precisamente di interruzione volontaria della gravidanza  si sono confrontate varie posizioni . Quella cattolica, che condanna moralmente qualsiasi aborto procurato e vieta anche la contraccezione, secondo cui l'embrione, dal concepimento, é ritenuto in possesso di   tutte le caratteristiche fondamentali dell'essere umano e quindi va trattato come una persona. Quella del Movimento per la vita, che si oppone all’aborto, ma lascia libertà di opinione sulla liceità morale della contraccezione ed ammette la possibilità dell’interruzione della gravidanza quando fosse necessario salvare la vita della donna. All’opposto di questi orientamenti, c’è la posizione per la liberalizzazione dell’aborto, sulla base della considerazione che esso è un problema privato della donna e deve essere risolto nella riservatezza del rapporto medico-paziente. Infine esiste la posizione per la legalizzazione dell’aborto, che lo ammette entro criteri, forme e procedure regolate dalla legge. Tutte le legislazioni su questo problema rientrano in tale categoria.

In Italia, il codice penale del 1932 collocava il reato di aborto nel capitolo "Dei delitti contro l'integrità e sanità della stirpe" e prevedeva le seguenti sanzioni: per l'aborto di donna consenziente da 2 a 5 anni di reclusione; per l'aborto procuratosi dalla donna da 1 a 4 anni; per l'istigazione all'aborto da 6 mesi a 2 anni. E' da rilevare che se i fatti erano commessi "per salvare l'onore proprio e di quello di un prossimo congiunto" le pene potevano diminuire dalla metà ai due terzi. In tale contesto giuridico erano possibili solo:   a) l'aborto eseguito  in stato di necessità per "salvare sé o altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona"; b) l'aborto clandestino, che dimostrava l'inefficacia della legge repressiva e che avveniva in condizioni sanitarie di grande insicurezza e danno alla salute.

Una prima modifica di questa legislazione è avvenuta con una sentenza della Corte Costituzionale (Sentenza Corte Costituzionale n.27/1975), nella quale (pur ribadendo che la "tutela del concepito abbia fondamento costituzionale") si considera  che "non esiste equivalenza fra il diritto non solo alla vita ma anche alla salute proprio di chi é già persona, come la madre, e la salvaguardia dell'embrione che persona deve ancora diventare". Con tale sentenza veniva sostanzialmente confermata ed ampliata la possibilità dell'aborto per motivi terapeutici cioé "quando l'ulteriore gestazione implichi danno, o pericolo grave, medicalmente accertato [...]per la salute della donna".

La legge sull’interruzione volontaria della gravidanza è stata approvata, dopo vari tentativi iniziati dal 1972, con uno scarto minimo di voti: 308 alla Camera (contro 275); 160 al Senato (contro 148). I punti chiave della Legge 22 maggio 1978 n. 194, Norme per la tutela sociale della maternità e della interruzione volontaria della gravidanza sono i seguenti:

-         prevenzione : riconoscimento che l'interruzione volontaria della gravidanza (di seguito IVG) "non é mezzo per il controllo delle nascite" (art.1); rafforzamento del ruolo dei consultori che informano sui diritti spettanti alla donna, contribuiscono a "far superare le cause che potrebbero indurre la donna alla IVG" (art.2), garantiscono i necessari accertamenti medici in caso di IVG cercando anche le possibili soluzioni per i problemi connessi alla richiesta (art.5); la prescrizione  dei mezzi contraccettivi é consentita anche ai minori

 

-    caso di IVG entro i primi 90 giorni di gravidanza:

-         motivazioni: la donna si rivolge ad un consultorio, o ad una struttura socio-sanitaria abilitata dalla regione e dichiara le circostanze che inducono alla richiesta di IVG: serio pericolo per la salute fisica o psichica; condizioni economiche, o sociali o familiari; circostanze in cui è avvenuto il concepimento; previsioni di anomalie o malformazioni del concepito (art.4)

-         procedure di accertamento: in caso di urgenza il medico "rilascia immediatamente alla donna un certificato" che autorizza l'IVG; nei casi normali il medico "rilascia copia di un documento, firmato anche dalla donna, attestante lo stato di gravidanza", trascorsi 7 giorni "la donna può presentarsi per ottenere la IVG" (art.5/III,IV)

-         sede dell'intervento: servizio ostetrico ginecologico dell'ospedale, case di cura autorizzate dalla regione, poliambulatori pubblici adeguatamente attrezzati (art.8)

-         obiezione di coscienza: il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie può sollevare obiezione di coscienza solo per le procedure connesse all'IVG ma non per "l'assistenza antecedente e conseguente l'intervento;

 

-    caso di IVG dopo i 90 giorni di gravidanza:

-         motivazioni: l'IVG può essere praticata solo in caso di grave pericolo per la vita della donna e per accertati processi patologici relativi al nascituro ed alla salute fisica o psichica della madre (art.6)

 

-         procedure di accertamento: effettuate dal medico del servizio ospedaliero che deve fornire documentazione sul caso ed informare il direttore sanitario; in caso di imminente pericolo di vita della donna l'intervento può essere praticato anche fuori delle strutture previste, dandone comunicazione alla USL (art.7)

 

-         caso di IVG di minorenni (art.12): a) entro i primi 90 giorni é richiesto l'assenso di chi esercita la potestà o la tutela, ma nei casi in cui ciò sia sconsigliabile é richiesto l'intervento e l'autorizzazione del giudice tutelare; in caso di urgenza a causa di un grave pericolo di vita, il medico rilascia certificato per ottenere l'intervento; b) dopo i 90 giorni vale la stessa normativa di cui sopra

 

-         caso di IVG di interdette (art.13): la richiesta può essere presentata oltre che da lei, anche dal tutore o dal marito non tutore; la richiesta deve essere trasmessa al giudice tutelare il cui provvedimento costituisce titolo per ottenere l'intervento

 

-         sistema informativo: ogni anno il Ministro della Sanità presenta al Parlamento una relazione sull'attuazione della legge

 

-         sanzioni penali: sono puniti le IVG che avvengono al di fuori delle procedure indicate; le pene sono aumentate se le IVG sono praticate da medici che hanno sollevato obiezione di coscienza.

 

La legge 194 é stata sottoposta nel 1981 a due referendum abrogativi: a) per la totale liberalizzazione dell'aborto (richiesto dal Partito Radicale), che é stato respinto con l'88,5% dei voti; b) per limitare l'aborto esclusivamente al tipo terapeutico (richiesto dal Movimento per la vita), che é stato respinto con il 67,9% dei voti.

Nel frattempo le IVG legalizzate sono passate da 187.752 nel 1979 a 227.809 nel 1984. E negli anni successivi è continuata la riduzione: 210.192 nel 1985; 138.354 nel 1998 (9,3 casi ogni 1000 donne residenti in età feconda).

Un particolare problema che si pone è quello della "recidività" del ricorso all'aborto (IVG ripetute)  quale indiretto indicatore che il modello organizzativo dei servizi non funziona proprio nei confronti di questa popolazione a rischio. In particolare viene messa in discussione l’ipotizzata relazione tra l'aumento delle pratiche contraccettive e la diminuzione dell'aborto. I due fenomeni non sono meccanicamente correlabili, perché dipendono da atteggiamenti psicologici fra loro opposti: attivo e preventivo per la contraccezione, passivo e come soluzione di urgenza a posteriori per l'aborto.

In ambito clinico, questo tema é analizzabile nel quadro delle  "resistenze alla contraccezione”.  Il controllo della fecondità umana è influenzato da molti fattori di tipo socioculturale, psicologico ed affettivo. La sola informazione sui mezzi anticoncezionali spesso non é sufficiente a favorire atteggiamenti e comportamenti di tipo razionale o, come si dice, "consapevole". In proposito la psicologa Silvia Vegetti Finzi osserva che “molte volte le ragazze non prendono sufficienti precauzioni contro la gravidanza perché inconsciamente hanno bisogno della conferma della propria identità sessuale” .

Le ricerche socio-demografiche mettono in evidenza che, a oltre 20 anni dalla legalizzazione della interruzione volontaria della gravidanza, le donne italiane considerano l’aborto indotto uno strumento di cui disporre se necessario, ma sempre con una certa cautela. In particolare si è osservato che la scelta di abortire, per una quota non irrilevante di donne, si connota come un’esperienza molto personale e soggettiva che da un lato si aggancia a condizioni contingenti e dall’altro poggia su un sistema di valori (che potrebbe spiegare anche qualche cosa in merito al calo della fecondità nel nostro paese) che legittimano la maternità a condizione che ci sia una accettazione di fondo del nascituro da parte della madre.

 Una ricerca dell’Istat  ha evidenziato queste tendenze:

-         la crescita del tasso di abortività delle minorenni

 -         forte aumento delle interruzioni volontarie della gravidanza fra le donne nate all’estero  residenti in Italia

-         forte riduzione dell’aborto clandestino

in : Paolo Ferrario, Politica dei servizi sociali, Carocci editore, Roma 2001, pagg. 257-261

Quanto sopra per fissare qualche criterio storico, legislativo e socio-culturale.


Ma l'aspetto più insidioso e manipolatorio è l'argomento della equiparazione, malevolmente posta da Ferrara, fra aborto ed omicidio e la conseguente divisione , da lui esasperata,  della opinione pubblica fra chi è "contro" la vita e chi è "per" l'accoglienza alla vita.

Dato che è questa una questione rilevante, faccio qui una specie di servizio culturale, riproponendo alcune pagine di Laura Conti ( l'intellettuale, la medichessa, la biologa, la storica, la politica ... di cui ho spesso parlato qui) che scriveva così in un libro ormai introvabile di quegli anni:


La vita è un processo caratterizzato da una crescita invasiva.

Una modalità di organizzazione della materia che chiamiamo « vita » prese inizio circa tre miliardi di anni fa, con l'organiz­zazione di poco materiale che fluttuava a più di dieci metri sotto il livello del mare. Lentamente quel poco materiale che si era organizzato in maniera « vitale » reclutò i materiali che lo circondavano e li organizzò secondo il proprio modello. Via via che continuava questa crescita quantitativa le forme viventi si differenziarono sempre più e accanto ai modelli primitivi, si­mili ai nostri batteri, comparvero forme più grosse e comples­se, organismi ancora formati di una sola cellula ma dotati di cromosomi. Alcuni di essi si raggrupparono formando organi­smi multicellulari che via via si differenziarono lungo tre linee separate, la linea delle piante, quella dei funghi e quella degli animali che colonizzarono successivamente le terre emerse. I primi animali che tentarono la grande avventura abbandonan­do l'ambiente idrico furono gli scorpioni e alcuni molluschi, poi i pesci dotati di polmoni che dovevano dare origine agli anfibi e ai rettili. E poi dai rettili originarono due linee, quella degli uccelli e quella dei mammiferi, alla quale anche noi ap­parteniamo. A poco a poco, attraverso questa lunga storia, quantità sempre più grandi di carbonio, idrogeno, ossigeno, azoto, fosforo, ferro, magnesio, sodio e potassio si organizza­rono in forma di organismi viventi occupando, dopo i mari e le acque dolci, estensioni sempre più vaste delle terre emerse.

Tutto questo è potuto avvenire grazie a un grande spreco di vite.

Moltissime delle alghe che furono lanciate sulle rive mo­rirono, prima che qualcuna di esse potesse abbarbicarsi e dare origine a un muschio. Moltissimi dei muschi che il vento por­tò un po' più lontano dalla riva morirono, prima che qualcuno di essi potesse dare origine a una felce. Moltissimi dei pesci polmonati, trovatisi in pozzanghere che la siccità isolò rispetto al fiume, morirono prima che qualcuno di essi desse origine a un animale stabilmente capace di respirare aria, cioè a un ante­nato dei moderni anfibi (e nostro antenato).

La progressiva estensione del dominio della vita è stata possibile soltanto gra­zie allo spreco di vite.

Se credessimo a un Progetto, potremmo dire che il progetto globale (l'estensione del dominio della vita) ha potuto realizzarsi soltanto grazie all'interruzione precoce di molti progetti parziali (le vite degli individui che, nel passaggio da un ambiente a un altro, sono morti). Se non crediamo all'e­sistenza di un Progetto, ci esprimiamo diversamente: e dicia­mo che si sono evolute, dando origine a nuove specie viventi, soltanto quelle specie che avevano eccessi demografici da spre­care, quelle specie che avevano una tale esuberanza riprodutti­va da contare in ogni momento su un numero di nati tale da colmare tutta la nicchia ecologica d'origine e per di più da tra­boccarne al di fuori occupando nuovi ambienti e incontrando­vi — fra pochissime probabilità di vita — un'elevatissima proba­bilità di morte. Sopravvivere al di là dei limiti dell'ambiente nel quale si è avuta origine è stato sempre spaventosamente improbabile: le specie viventi vi sono riuscite solo perché ave­vano un'immensa capacità riproduttiva; il cui prezzo era sem­pre, in ogni momento, un'immensa mortalità.

Col procedere dell'evoluzione, col complicarsi degli apparati, delle funzioni organiche, delle esigenze dell'organismo, la capa­cità riproduttiva è andata diminuendo, pur rimanendo superio­re alle disponibilità dell'ambiente nel quale vive ogni specie. Gli uccelli hanno minore capacità riproduttiva degli insetti, i mammiferi ne hanno meno dei pesci. Perciò anche la morte ha un significato diverso per le diverse specie: la morte di un in­dividuo in crescita, di un uovo fecondato, è priva d'importanza per i pesci; è gravissima per gli scimpanzè e per i gorilla che hanno un potenziale riproduttivo molto basso.
La diminuzione della potenzialità riproduttiva che si è verificata lungo l'evoluzione biologica non è avvenuta per diminu­zione della potenzialità riproduttiva sia dei maschi che delle femmine, ma esclusivamente per diminuzione della potenzialità riproduttiva delle femmine. Sotto il profilo della potenzialità riproduttiva l'evoluzione biologica è un processo che coinvolge soltanto le femmine, perché l'organismo femminile è molto più impegnato dell'organismo maschile nel processo di riproduzio­ne  [ …]

Le centinaia di migliaia di uova presenti nell'ovaio umano al momento della nascita  sono  moltissime  rispetto  all'effettiva possibilità di procreazione da parte della donna, che non può portare a termine più di una ventina di gravidanze, ma sono pochissime rispetto ai miliardi di spermatozoi che si formano, lungo il ciclo vitale individuale, nell'organismo dell'uomo. È come se si manifestasse, accanto al « principio di spreco », un contrastante « principio di risparmio » (l'uovo « costa » più del­lo spermatozoo, quindi va risparmiato). Naturalmente potrem­mo parlare di « principi » solo se credessimo a un Progetto; ma se non crediamo a un Progetto (o se ci asteniamo dal supporlo,  il che forse  esprime più esattamente  l'atteggiamento scientifico), allora possiamo dire che sono sopravvissute, evolvendosi, le specie capaci di spreco delle funzioni semplici e capaci di risparmio nelle funzioni complesse [ …]
Nella funzione riproduttiva il principio di risparmio non si manifesta soltanto con la diminuzione del numero delle cellule seminali lungo l'evoluzione dalle specie più semplici alle specie più complesse, e più specificamente con la diminuzione del nu­mero delle uova in confronto agli spermatozoi, ma anche in molti altri modi. In alcuni mammiferi (per esempio nel coni­glio) il principio di risparmio fa sì che la maturazione delle uova si completi soltanto dopo il coito: perché fare il lavoro di portare a termine la maturazione delle uova, se non ci sono spermatozoi in vista? Non si fanno lavori inutili...
[ …]
Anche l'aborto spontaneo è un aspetto del principio di ri­sparmio. Più o meno in tutte le specie di mammiferi, e anche nella specie umana, la maggior parte dei prodotti del concepi­mento che hanno qualche anomalia o malformazione vengono spontaneamente abortiti: molte donne hanno aborti spontanei dei quali non si accorgono perché li scambiano per  «semplici ritardi mestruali »; non si tratta di avvenimenti rari: sono invece frequentissimi. Nel caso dell'aborto spontaneo non c'è stato « risparmio » né di spermatozoi né di uova: però viene risparmiato l'organismo femminile dal peso e dal rischio di una gra­vidanza e di un parto che non sarebbero utili ai fini della specie in quanto porterebbero alla nascita di un  individuo incapace di sopravvivere. In certe specie l'aborto è una manifestazio­ne del principio di risparmio non in quanto evita la nascita di un individuo incapace di sopravvivere, e di procreare a propria volta, ma in quanto evita la nascita di individui meno adatti alla vita di altri individui che potrebbero nascere al loro posto.
[…]
Nessuna specie può servire da modello interpretativo per le altre, nemmeno fra specie piuttosto vicine nella scala evolutiva come sono gli uomini e i licaoni. Se mi sono soffermata su questi esempi di soluzioni trovate da specie diverse dalla no­stra, l'ho fatto solo per rilevare alcune poche grandi costanti che si ritrovano in tutte le specie viventi; non perché un Pro­getto le abbia dotate di alcune caratteristiche simili, ma perché sono sopravvissute soltanto le specie che le possedevano.

La grande costante fondamentale è la potenzialità riproduttiva esuberante rispetto alle risorse dell'ambiente.
Un'altra grande costante è la diminuzione della potenzialità riproduttiva che sopravviene con il complicarsi delle funzioni e degli apparati, e che nelle specie sessuate si verifica nel sesso femminile. [ …]
Dunque possiamo dire che nella specie umana un'alta frequenza di aborti - anche tre in un anno - è connessa con la mancanza di un estro vero e proprio. D'altronde alla mancanza di un estro vero e proprio è connessa, se­condo la maggior parte degli studiosi, tutta una serie di fatti che hanno portato all'homo sapiens e alle caratteristiche che gli conosciamo. Secondo questa con­cezione la continua disponibilità della donna all'accoppiamento ha creato saldi legami di coppia, il saldo legame di coppia ha reso possibile l'inibizione dell'aggressività tra maschi, e questo ha reso possibile una cooperazione più efficiente e una vita sociale più costruttiva   […] e connesso allo sviluppo di quei caratteri specifici della nostra specie che ci sembrano migliori: l'atteggiamento positivo verso i compa­gni di specie, la disponibilità all'aiuto reciproco, l'amore per il compagno ses­suale. In particolare, l'aborto provocato è un prezzo che si paga per quel preva­lere della corteccia cerebrale del quale siamo tanto orgogliosi. Ma non è un prezzo pagato dalla specie nel suo insieme: è un prezzo pagato dalle donne. Alle quali, per il fatto che pagano questo prezzo, ne vengono fatti pagare degli altri.
Le inibizioni all'ovulazione o alla fecondazione, come pure le morti di embrioni, di feti, di organismi giovani ancora incapaci di procreare, costituiscono forme diverse di diminu­zione della capacità riproduttiva. Non sembri strano parlare della morte di un bambino come di una « di­minuzione della potenzialità riproduttiva della specie ». Non significa ignorare il valore dell'esistenza individuale; significa soltanto rilevare che, tra la morte di un organismo che già si è riprodotto e la morte di un organismo che ancora non si è riprodotto, la seconda apre, a distanza di tempo, un più grande vuoto negli effettivi della specie. La vittoria sulle malattie infantili ha dato alla cresci­ta demografica un impulso molto maggiore che la vittoria su questa o quella malattia degli adulti  [ …]

Già prevedo molte delle obiezioni che verranno fatte alle pagine che ho scritto sin qui. Qualcuno dirà che mi sono rifat­ta alla biologia, all'etologia, alla socio-biologia e alle scienze af­fini; non intendo difendermi da questa accusa perché non la ritengo denigratoria. Qualcuno specificherà maggiormente e mi accuserà di aver « messo sullo stesso piano » l'uomo e gli altri animali. Ribatterò che non li ho messi sullo stesso piano ma ho cercato di studiarli col medesimo metro, perché soltan­to in questo modo si possono rilevare le differenze. Nessuno, per confrontare due lunghezze diverse, userebbe diverse unità di misura: è proprio l'impiego dell'identica misura che da con­to delle differenze. È comunque un po' strano che, fra i molti che avversano gli etologi e i socio-biologi in nome del fatto che le determinanti della specie umana sarebbero storiche anzi­ché biologiche (se mi è lecito schematizzare così la polemica), non se ne sia levato uno solo, durante la campagna referenda­ria, a dire chiaramente che l'embrione, sul quale agiscono sol­tanto determinanti biologiche, non è da considerarsi « uomo » (altri, è chiaro, sono i motivi che inducono me a non conside­rarlo tale; gli avversari dell'etologia e della socio-biologia avrebbero dei motivi in più di quelli che ho io, ma non li han­no adoperati). Ma se a muovermi l'accusa di impiegare per  l'uomo e per gli altri animali i medesimi strumenti concettuali  sarà un cattolico, non avrò molto da ribattere: perché mi ren­do conto che, nella sua concezione, la diversità fra l'uomo e gli altri animali è fondamentalmente un diverso rapporto con Dio; il cattolico, nel confrontare al rapporto con Dio le acqui­sizioni delle scienze biologiche, psicologiche, etologiche, avrà probabilmente i suoi problemi: ma io non ne posso discutere perché i problemi miei sono altri. Aggiungerò che a tenermi lontana dal cattolicesimo è proprio soprattutto "questo, la negazione dell’unità del mondo vivente nel suo insieme, in nome di un rapporto con Dio che lo divide: di qua l’Uomo e di là il Resto.

In : Laura Conti, Il tormento e lo scudo, Mazzotta editore, Milano 1981, pagg.  9-21

Ritraduco in modo più semplice e sintetico: nel circuito della vita umana c'è un eccesso di spermatozoi e di ovuli.
Possiamo assumerci la responsabilità di governarli con giudizio.
Suggerisco degli ottimi preservativi, elastici e maneggevoli. Da usare in modo divertito, godendo della differenza sessuale.

postato da: AMALTEO alle ore febbraio 15, 2008 16:34 | link | commenti (17)
categorie: pensare storia contemporanea, pensare politica, pensare politica sociale
mercoledì, 11 luglio 2007

Riforma delle pensioni 3

partenoneLe istituzioni contribuiscono in modo irreversibile al funzionamento della nostra vita quotidiana.



La famiglia garantisce solo, quando va bene, gli affetti  e l'assolvimento del codice genetico procreativo, quando è scelto dalla coppia. Ma quest'ultimo non è assolutamente necessario. Basta il "profumo" di quel codice genetico, ossia l'espressione della sessualità.

Invece, oggi, senza servizi (salute, assistenza, comunicazione, trasporti ...) non potremmo neppure esistere.



Fra gli storici programmi dello stato sociale, quello delle pensioni è di gran lunga il più importante: è il più capillare, il più costoso ed è quello che più dà valore agli obiettivi del ciclo di vita.

Questo programma, iniziato in Germania alla fine dell'800 e diffuso in tutto il '900, vacilla per i successi dello stato sociale. Sembra un paradosso, eppure è proprio il miglioramento delle condizioni di salute dovuto alla medicina di base, all'accesso alle diagnosi e cure specialistiche, ai progressi delle tecnologie farmaceutiche a determinare il poderoso allungamento delle vita che tende a prosciugare i risparmi pensionistici.



PerlaSmarrita, proprio oggi,  ha elaborato una serie di grafici su queste tendenze.



La pensione è un "salario differito" si diceva, accennando a Marx, nella seconda metà del'900.Tuttavia se questo risparmio sul salario non è più usato per capitalizzare nella vita attiva il "salvadanaio" della vecchiaia, ma per pagare le rendite degli attuali pensionati è del tutto evidente che l'attuale generazione dei sessantenni, settantenni, ottantenni (classi di età in cui sono prevalenti i politici ed i sindacalisti) sta rubando il futuro degli attuali ventenni e trentenni.



L'irresponsabilità etica dei fondamentali attori pubblici della attuale situazione (sindacati e governi, con la punta più alta negli anni '70) sta preparando quello che in futuro potrebbe diventare un conflitto generazionale.



In questi giorni si può misurare con estrema precisione che la sinistra "congelatrice" e conservatrice (e che ci si ostina a chiamare assurdamente "radicale") ha una visione che punta al passato.



Mentre è la visione della sinistra "riformista" quella che tenta di gettare lo sguardo al futuro.


Diceva Walter Veltroni nella parte
nuovo patto fra le generazioni della sua relazione al Lingotto di Torino:



"Per fortuna - o meglio, per merito di quello stato sociale che i nostri padri hanno costruito per far fronte al rischio della malattia e della vecchiaia - l’età media si allunga. Nella sua recente Relazione il governatore Mario Draghi lo ha sottolineato con estrema chiarezza: nel 2005 vi erano 42 ultrasessantenni per ogni 100 cittadini. Ve ne saranno 53 nel 2020 e ben 83 nel 2040.



È una buona notizia. Non è una disgrazia che ci cade tra capo e collo. Una disgrazia la può diventare solo se noi saremo conservatori, pretendendo di fare fronte alle nuove insicurezze e ai nuovi problemi - almeno in parte connessi ai nostri stessi successi - con le vecchie ricette.



Pensate alla portata straordinaria dell’innovazione introdotta più di trent’anni fa nella previdenza pubblica dall’adozione del sistema cosiddetto a ripartizione, che sostituiva quello a capitalizzazione, nel quale ognuno versava i contributi “per sé”: io lavoratore in attività pago oggi i miei contributi, che vengono usati per pagare le pensioni ai pensionati di oggi, in nome del patto, garantito dallo Stato, che prevede che i lavoratori attivi di domani pagheranno a loro volta la mia pensione… e così via, in un sempre rinnovato rapporto di solidarietà tra le generazioni.



È solo un esempio di metodo, che faccio per dimostrare come il dinamismo economico e sociale - ed un più elevato grado di giustizia sociale - possa essere sorretto da un patto tra generazioni che sappia ispirarsi ai valori eterni di solidarietà ed eguaglianza, ma anche modificare profondamente gli strumenti e le politiche per attuarli.



È su quest’ultimo terreno che abbiamo accumulato un ritardo. Perché non siamo stati sempre fedeli interpreti di quel principio di distinzione tra destra e sinistra che enunciò tanti anni fa il più giovane vecchio della sinistra italiana, Vittorio Foa, quando rispose: destra e sinistra? La prima, è figlia legittima degli interessi egoistici dell’oggi. La seconda, è figlia legittima degli interessi di quelli che non sono ancora nati."



E, ancora, dice oggi Giuliano Amato, in occasione della presentazione di Il gioco delle pensioni: rien ne va plus?, Il Mulino 2007.



E diceva anche domenica scorsa Eugenio Scalfari nell'articolo Quando il sindacato si accordò con Maroni, opportunamente ricordato da Astime.
postato da: AMALTEO alle ore luglio 11, 2007 11:04 | link | commenti (5)
categorie: pensare storia contemporanea, pensare politica, pensare politica sociale
venerdì, 06 luglio 2007

Riforma delle pensioni 2

partenoneAncora sul riformismo politico alla prova delle riforme.

Come parla il
riformista Tommaso Padoa-Schioppa :

Se lei fosse il premier di un governo tecnico, come risolverebbe i problemi del sistema previdenziale nel nome dei giovani?

«La questione di fondo è il debito pubblico, che è pagato dalla generazione dei giovani e sarà pagato da chi oggi è bambino e da chi non è ancora nato.
E´ necessario un equilibrio tra le generazioni,
che renda il nostro sistema pensionistico sostenibile sia dal punto di vista sociale che da quello finanziario.
Oggi è sostenibile dal punto di vista finanziario. Bisogna migliorarlo dal punto di vista sociale senza alterarne l´equilibrio.

da Intervista di Annalisa Cuzzocrea al ministro della economia Padoa - Schioppa, in La Repubblica 5 luglio 2007

Direi che le parole del riformista che si preoccupa delle nuove generazioni andrebbe confrontate con le opposte parole del massimalista, che si preoccupa solo di tutelare la propria parrocchietta della sinistra:

"La sinistra si trova oggi di fronte a una sfida drammatica, forse la più difficile della sua storia: quella dell'esistenza politica. Quello che si affaccia è l'orizzonte di un vero e proprio declino".

Fausto Bertinotti, intervista a Massimo Giannini, La Repubblica 6 giugno 2007




Infatti Rifondazione comunista, in oggettiva alleanza con le destre, si prepara a dare la spallata al Governo Prodi, così come ha già fatto nel 1998:

"NON possumus...". C'è un'indignazione vera, ma anche una sofferenza acuta, nelle parole di Bertinotti. Discutiamo da un'ora, nel suo studio a Montecitorio. Sulla riforma delle pensioni, oggi come nel 1998, il governo di centrosinistra rischia di cadere. E dopo un lungo colloquio con il presidente della Camera, si capisce che il pericolo è reale. Rifondazione comunista (di cui Fausto il Rosso resta il faro, nonostante il riserbo istituzionale che s'è imposto) non può accettare né lo "scalone" di Maroni, né lo "scalino" di Damiano. Non può accettare nessun innalzamento "in corsa" dell'età pensionabile per la categoria degli "ultimi nella moderna gerarchia sociale": gli operai. Quelli che "hanno lavorato duro per una vita". Quelli ai quali, oggi, non puoi dire "lavora un altro anno". Su questo punto non c'è vincolo di coalizione che tenga. Ogni violazione del patto che lo Stato ha sottoscritto con queste persone "sarebbe socialmente intollerabile". Bertinotti usa la formula di Pio IX ai tempi della Questione Romana: "Non possumus".
Non è un monito a Prodi. Non è una minaccia al governo. Il presidente della Camera non vuole condizionare la trattativa, mettere veti alla maggioranza, imporre la linea al suo partito. Fa un ragionamento politico-culturale. Parte da lontano, e ripete quello che ha scritto nell'editoriale della rivista "Alternative del socialismo", in uscita nei prossimi giorni: "La sinistra si trova oggi di fronte a una sfida drammatica, forse la più difficile della sua storia: quella dell'esistenza politica. Quello che si affaccia è l'orizzonte di un vero e proprio declino". Di fronte alla ventata di "organicismo liberista" che attacca in radice la politica, "l'eredità del movimento operaio del '900 rischia di essere cancellata". "Io - aggiunge - resto ancorato al cleavage destra-sinistra, e resto affezionato all'idea di sinistra che ci ha insegnato Norberto Bobbio, con il suo discorso sull'uguaglianza".
"Vede - ragiona il leader - io capisco che la politica è sempre più lontana dalla gente. Ma non posso accettare che lo "straniamento" si spinga fino a questo punto. Non posso accettare che i politici non sappiano più cos'è la vita delle persone in carne ed ossa". Una volta, soprattutto a sinistra, le cose non andavano così. "Ricordo Giorgio Amendola, che veniva alla Quinta Lega di Mirafiori, guardava in faccia quelle persone, ci parlava. Poi il partito decideva a modo suo, ma c'era ascolto, c'era dialogo. Oggi no. Oggi il problema delle pensioni viene declinato in due soli modi. Si dice che l'età pensionabile va innalzata perché le aspettative di vita si sono allungate, e perché il sistema non è in equilibrio dal punto di vista finanziario". Sono risposte "agghiaccianti". "Dove sono le donne e gli uomini, dietro queste risposte?". C'è quasi rabbia, nelle parole del presidente della Camera: "Ci sono 130 mila persone che l'anno prossimo hanno maturato il diritto ad andare in pensione. Molte hanno lavorato 35 anni in fabbrica, 48 ore a settimana. Con salari minimi, con turni massacranti. Per loro andare in pensione è come raggiungere un'oasi. E se tu gli sposti l'oasi, anche solo di un metro, commetti un delitto sociale. Un delitto che noi non possiamo e non vogliamo commettere...".
Questo, dunque, è il paletto invalicabile della trattativa. Qualunque intervento sull'età pensionabile deve "salvare" i diritti acquisiti degli operai. "Sono pochi? Può darsi. Ma io voglio guardare negli occhi ed ascoltare le lavoratrici tessili del biellese, o i lavoratori metalmeccanici che non hanno avuto la fortuna di trovarsi un Marchionne come capo-azienda. Sono persone che hanno maturato un diritto sacrosanto, e noi abbiamo il dovere di garantirglielo. E sa perché? Non per ragioni "di classe", come qualcuno potrebbe pensare. Ma proprio per l'idea di sinistra che ci ha insegnato Bobbio, quella che ruota intorno all'uguaglianza. Nella nostra società questi sono gli "ultimi". Questi sono i "deboli". E io, che rifiuto l'idea di vederli contrapposti ai giovani in un presunto e per me insostenibile "conflitto generazionale", voglio difenderli. È esattamente questa la ragione per cui noi facciamo politica, e la ragione che nel secolo scorso ha consentito alla stessa politica di raggiungere il suo punto più alto, ponendosi l'obiettivo della trasformazione radicale della società".
Questa visione, che i suoi critici definiranno vetero-operaista, non lo spaventa: "Certo, diranno che sono classista, diranno che sono conservatore. Ma in realtà garantire i diritti acquisiti a quelle persone è una risposta doverosa persino nell'ottica del "capitalismo compassionevole"...". Quello che Fausto il Rosso non accetta è che il problema di quelle "persone in carne ed ossa" venga rimosso, come se non esistesse.
"L'ho detto a Padoa-Schioppa, quando è stato qui da me: io capisco che il tuo vincolo è l'equilibrio finanziario. Ma tu cosa rispondi al mio vincolo, che invece è la tutela che dobbiamo a quei lavoratori?". Allo stesso modo, non sopporta che il problema venga aggirato, con quella che chiama "la formula ambigua dei lavori usuranti". "Che vuol dire lavori usuranti? C'è chi dice che è usurante fare la maestra d'asilo. E come dovremmo definire allora il lavoro di chi fa il turnista in un'azienda meccanica, o di chi passa la giornata davanti a una pressa? Sono pronto a sostenere il confronto in un'assemblea sindacale, di fronte ai lavoratori del pubblico impiego. Sono pronto a spiegare perché è legittimo chiedere a loro di andare in pensione più tardi. Durante la vita lavorativa, hanno beneficiato di condizioni che un operaio non raggiungerà mai: contratti, orari, disciplina normativa, livelli retributivi, garanzie occupazionali. Non è giusto difendere la disuguaglianza di condizioni mentre si lavora, e poi pretendere l'uguaglianza solo quando si va in pensione".
Come si può trovare l'intesa, al tavolo con le parti sociali, il presidente della Camera non può e non vuole dirlo. "Non sta a me indicare soluzioni. Le trovino loro..."  [ecco come ragiona un massimalista: ci pensino gli altri. a lui basta fare il "critico". Rispecchiarsi come Narciso sulla propria criticità. Annotazione di Amalteo]  ]. Purché le trovino. Ignorare il tema non si può: "Capisco un approccio alla Sarkozy, che brutalmente dice ai lavoratori "vi do più soldi, vi detasso gli straordinari, purché lavoriate di più". Per me è una soluzione impraticabile. Ma è il segnale che si riconosce l'esistenza di un problema, anche se gli si dà una soluzione sbagliata". Qui, secondo Bertinotti, si rischia di dare una soluzione sbagliata proprio perché non si vuole vedere il problema. E la ragione, secondo le parole usate nell'editoriale per la sua rivista, sta anche e soprattutto "nell'insidia neo-borghese", cioè in quella tendenza di una certa classe dirigente, nel mezzo della transizione incompiuta, a voler "precludere alle sinistre critiche ogni possibilità di essere attive nei processi politici". Il "manifesto" di Montezemolo all'assemblea di Confindustria è "la punta dell'iceberg". E' il paradigma di una strategia che mira innanzitutto a "sradicare la sinistra dal Nord del Paese", dove c'è "la frontiera dell'innovazione capitalistica europea", e dove "se sei a rischio come sinistra di alternativa, sei a rischio per il futuro". E in subordine, mira a "cancellare le categorie di sinistra e di destra", in nome di una presunta "neutralità" delle politiche e di una palese "inutilità" della politica. E punta a creare uno spazio in cui, alla fine, "tutto diventerebbe centro". Nelle sue diverse versioni e nelle sue possibili conformazioni. [ecco qui il nocciolo della questione. Il nocciolo della questione è Walter Veltroni. Qui Bertinotti attacca di petto Walter Veltroni. Lo attacca di petto dopo aver preteso di diventare Presidente della Camera dei deputati. Noterella di Amalteo]
Lui non lo dice espressamente. Ma c'è una sponda politica, per questo disegno tecnocratico. E non è solo quella di Casini. È anche quella di Dini. Stretta in questa tenaglia, secondo l'analisi di Bertinotti, la sinistra radicale ha due doveri. Il primo è accelerare al massimo "sulla costituente del soggetto unitario e plurale della sinistra di alternativa", che deve ambire alla "ricerca sul socialismo del XXI secolo". Il secondo è riaffermare con orgoglio il suo "non possumus" sulla previdenza.
La domanda cruciale è: fino a che punto? Si può arrivare a una crisi del governo Prodi sulle pensioni, come accadde nel '98? Il presidente della Camera pesa le parole: "Non si può escludere nulla. Certo oggi le condizioni sono diverse dal '98. Allora facemmo una scelta politica dolorosa ma necessaria. Prodi scelse una strada che noi non potevamo imboccare, e decidemmo di riprenderci la nostra autonomia. Ma allora c'era solo un patto di desistenza. Oggi c'è invece un'alleanza organica, e c'è un programma comune che, piaccia o no, tutti gli alleati hanno sottoscritto. Oggi tutti, da Rifondazione al Pdci ai Verdi, capiscono che questo governo e questa maggioranza rappresentano l'equilibrio più avanzato possibile, per le forze della sinistra di alternativa. Dunque nessuno vuole la crisi. Ma questo non vuol dire che il rischio non c'è...".
Il quadro politico è così "sfarinato", si sarebbe detto ai tempi di Rino Formica, che Fausto il Rosso vede un pericolo diffuso, e annidato ovunque: "Le pensioni arriveranno al voto qui alla Camera in autunno. Ma prima avremo l'ordinamento giudiziario, con le tensioni tra Mastella e Di Pietro. Poi c'è un altro focolaio, tra conflitto d'interessi e riforma delle tv. Per non parlare della legge elettorale, che resta sullo sfondo, irrisolta...". Insomma, Bertinotti non lo dice, ma applica al governo la metafora del "vestito liso": si sta logorando, e dunque si può strappare. In ogni momento, e in qualunque sua parte. Per evitarlo c'è un solo modo: una guida politica forte. Molto più forte, molto più incisiva. Che guidi i processi, e non si faccia travolgere. Ma questo è un problema che non si può porre al presidente della Camera, perché riguarda solo il presidente del Consiglio.

da intervista di Massimo Giannini, La Repubblica 6 luglio 2007
postato da: AMALTEO alle ore luglio 06, 2007 10:03 | link | commenti (10)
categorie: pensare politica, pensare politica sociale