Tracce e Sentieri

Passeggiate splinderiane di Amalteo

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Blogger: AMALTEO
Nome: Amalteo
2° metà del 900-later than never. “Perché vale la pena di vivere? E’ un’ottima domanda… Be’, ci sono cose per cui vale la pena di vivere … Per esempio, per me, direi … tutta la musica e le interpretazioni di Nina Simone … la voce di Ray Charles, quasi sempre … Il ballo di Al Pacino in Scent of a Woman … le note di John Lewis quando volano nelle fughe di Bach … Louis Armstrong, l’incisione di West and blues del 1928 … i film di Sergio Leone … i racconti di Stephen King … gli azzurri e i gialli di Van Gogh … i quadri di Peppo Spagnoli, che dimostra che si può fare molto anche da luoghi piccoli… il sorriso di Luciana …. ... e poi anche ...” da Woody Allen, Manhattan (con qualche cambiamento) pamalteo@gmail.com

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giovedì, 08 maggio 2008

Eugenio Scalfari, L'uomo che non credeva in dio, Einaudi 2008

Il ragionante Pensiero di Eugenio Scalfari ha funzionato sul mio Io come un incontro psicanalitico.

Passaggi-Chiave:
  • studio sull'Io
  • come il vissuto della persona condiziona i pensieri e - viceversa - come i vissuti condizionano il pensiero
  • il controllo sulla psiche nella relazione con il padre e la madre
  • la scoperta del "lato oscuro delle cose": l'irruzione dell'Es
  • tenere assieme il tetto della coppia genitoriale (sicurezza) espone al rischio di non sapersi confrontare con l'imprevedibilità della vita (rischio)
  • la terza via costituita dalla sindrome del "genitore dei propri genitori"
  • i "buoni" e i "cattivi": soggettività di queste etichette
  • ciascuno si pone al centro dell'universo
  • da cui la soggettività mobile e la relatività dei giudizi
  • le "stelle danzanti" di Nietzsche
  • le sconfitte nello spazio civile
  • Beppe Grillo: "il peggio del peggio degli italiani; "l'arcitaliano del peggio"

postato da: AMALTEO alle ore maggio 08, 2008 12:43 | link | commenti (5)
categorie: pensare storia contemporanea, pensare politica, pensare psiche
sabato, 19 aprile 2008

Lasciare segni: ancora Massimo Cacciari

Oggi per due coincidenze, quelle cui presto sempre grande attenzione, mi è capitato di parlare dell'atto di "lasciare segni"  conversando sia con Kensinton che con Renèe.

Dicevo a Kensington:
"
coosa possiamo fare?
possiamo lasciare segni. segni e mappe.
è poco? pazienza. è quello che è possibile. è comunque qualcosa di adatto per il buio.
leggo cose deprimenti per la loro indifferenza morale, come questo saggio:
I motivi per rallegrarsi
loro si beano della governabilità (avrebbero detto lo stesso per le libere elezioni che hanno portato al potere hitler, nel 1930). noi pensiamo anche all'etica.
mi sento meglio a camminare in tua compagnia
dunque continuiamo a lasciare i nostri segni"

Dicevo a Renè Dicichè:
perchè cancellare questo post?
sono contento che lo lasci.
è un segno.
cosa possiamo fare?
possiamo solo lasciare segni, come dei graffiti nelle caverne.
meglio questi segni che l'indifferenza morale di chi se ne infischia di un paese asservito a uno della brianza in combutta con uno di varese.
perchè questo saranno i prossimi mesi.
tu hai da tua la scrittura, hai la lingua curata e addomesticata.
e poi date si impara a vivere .. nonostante


Anche Massimo Cacciari ha lasciato il suo graffito. Prima o poi scomparirà dalla rete. E allora l'ho salvato come Audio:


postato da: AMALTEO alle ore aprile 19, 2008 18:00 | link | commenti (2)
categorie: pensare politica, segnare tracce e sentieri
venerdì, 18 aprile 2008

Fare qualcosa di adatto al buio: conoscere

Fu chiesto a Franco Basaglia:

"Che cosa farebbe
se il black-out capitasse improvvisamente a casa sua?"

Rispose:
"Accetterei il buio
e organizzerei la situazione.
Mi metterei cioè a fare
insieme con altri
un'attività giusta per il buio"

Baggio G., Adulti e gioco, in Anziani Oggi n. 2/3 1998, p. 77

L'umiliazione culturale c'è: è un dato oggettivo.
Tuttavia sarà bene rielaborarla: cinque o dieci anni sono tanti.
Il paesaggio del Nord è questo: cammini per strada e fra il 60 e 70 % ha votato per un governo dominato dalla Lega.
Il paesaggio del Sud è questo: i loro elettori si fidano di un governo comandato da uno della Brianza e da uno di Varese.
Chi l'avrebbe mai detto?
La "questione meridionale" è diventata un accettato dominio del Nord sul Sud.
Vorrei imparare almeno un po' l'arte del distacco disincantato da Massimo Cacciari: ma per lui è più facile .... già ... lui è un filosofo tragico.
Io che sono una persona più semplice, meno acculturata, più contraddittoria e con un Io mobile ed instabile, ripiego su una conversazione che mi ha stimolato Prisma, nella sua pagina "Cogli le rose quando è il momento".
Il tema è questo: una situazione problematica  chiede  alla persona  di conoscere  ciò che sta accadendo. E' in questi momenti che non è sufficiente riconoscere ciò che ci sta attorno.
Faccio questa riflessione leggendo a Prisma qualche pagina di Carlo Tullio-Altan, Antropologia funzionale (1968), Bompiani 1971, pagg. 53, 63, 66, 68-69

 
postato da: AMALTEO alle ore aprile 18, 2008 11:08 | link | commenti (23)
categorie: dire, pensare situazioni problematiche, pensare politica, pensare psiche
venerdì, 11 aprile 2008

Spunti da JazzFromItaly sull'Essere in situazione

Essere in situazione.
Che cosa vuol dire "essere in situazione"?
Ecco, essere in situazione - per me, MA ANCHE per gli altri - vuol dire esserci come INDIVIDUO singolo (materialmente costituito di corpo e pulsioni e geneticamente programmato a stabilire relazioni) che ha appreso - durante l'infanzia/adolescenza/età adulta/transizione alla vecchiaia - norme e valori dalla CULTURA che mi è stata attorno e che mi ha orientato a stare nella SOCIETA', che è quell'insieme di costrutti umani (stato ed istituzioni, in primo luogo) che caratterizzano la specie umana (1).
Prima di morire, se sarò sereno e lucido, saranno questi flussi di pensiero a  scorrermi davanti agli occhi che illuminano la mente. E sarà il fotogramma della vita in un attimo.



E' questo insight che mi ha attivato la quasi reverie notturna di cui JazzFromItaly ha voluto farmi  partecipe questa notte (commento 5):

amalteo...

passo di rado,
ma ogni volta mi sento come a casa di un caro amico, dove tutto mi è familiare, in sintonia, fortemente espresso, deciso e rassicurante al tempo stesso.

In questo periodo storico, le crisi che attraversano il mondo in varie forme mi hanno fatto vedere "l'evento politico" italiano come piccola cosa.
Lo sconsiderato consumo di energia come generatore di macro profitti ha causato la crisi energetica che ha risvolti sanguinosi nel delta del Niger, cambiando per sempre il volto della Madre Africa.
Lo stesso vale per i Paesi arabi ed il medio oriente, dove la messinscena dei rigurgiti integralisti camuffa la stessa cruenta lotta per l'oro nero.
La Cina, implosa sul suo enorme potere economico, altamente inquinante e da tutto il mondo alimentato in cambio di mano d'opera a costo zero, commette efferati crimini che nasconde sotto la luce dei cinque cerchi olimpionici.
Gli USA, che distillano terrore come avevano fatto solo ai tempi, purtroppo ancora vicini, del KKK.
E l'Europa, vecchia e grassa signora, stà a guardare...

non impariamo mai.

Cos'è il fazioso scontro televisivo dei politicanti italiani, l'osceno balletto di servi e lacché di fronte a questo, pensavo.
C'è altro a cui pensare, mi dicevo.

Invece vengo qui e, la tua sincerità, il tuo dichiarato gesto civico, la tua sensibilità ed intelligenza mi "costringono" a pensare...

A pensare a questo paese che, passato questo week-end avrà comunque un altro volto.
E potrà cambiare le sorti di noi cittadini.

Tra quattro giorni.
Poco tempo.

E' notte, dovrei dormire, ma non posso smettere di pensare:
come sarà domani?

Mio padre mi racconta che quando gli alleati bombardarono S. Lorenzo, per "liberare" Roma dai nazisti,
lui non aveva paura.
Avrebbe dovuto averne, ma era piccolo e non ne aveva.
Però non poteva smettere di pensare:
come sarà domani?
domani tornerò a scuola con Sarah e Ariel, che sono inspiegabilmente spariti?
domani potrò tenere accesa la luce nel letto per leggere?
mio padre andrà a lavorare e tornerà a casa sorridente?

In un paio di notti ci può cambiare il mondo intorno.
E tu, questa notte hai fugato ogni mio dubbio.

Non che avessi dubbi su CHI votare, perchè per storia personale, coerenza, senso civico e memoria storica, non avrei mai potuto votare per un uomo, un partito o un'accozaglia di individui che trattano lo Stato Italiano come un'azienda.
Che si permettono di trattare la questione politica come una strategia di marketing, piuttosto che un valore costituente la nostra società.
Loschi figuri che comandano (gestiscono non rende l’idea) due terzi dei media italiani, alterando il contenuto – a loro convenienza - e l’efficacia dell’informazione, che mettono in atto gravi censure al libero pensiero, che prosperano in un conflitto di interessi che tutti noi abbiamo lasciato sviluppare, che ci propinano programmi che “rincoglioniscono” la gente, che sono stati condannati in falso in bilancio
(da loro stessi poi giudicato non più reato) e concussione, che hanno carichi pendenti con la magistratura che a noi, comuni mortali, non ci permetterebbero nemmeno di accedere ad un concorso pubblico,
che hanno rigurgiti di nazionalismi inutili, faziosi e deleteri, che investono miliardi di miliardi nel calcio e niente nello sviluppo e nella formazione del paese, che vogliono abolire leggi che si sono conquistate con anni di lotta e di emancipazione – come l’aborto – a favore di un potere clericale che ci riporta nel Medioevo,
e che sono ancora, da sempre, ai loro posti, strapagati da noi contribuenti indebitati.

Ma ora so cosa posso fare IO per il nostro domani,
andando a votare.

Mancano solo quattro giorni,
noi possiamo decidere la direzione che prenderà questo paese.

Solo quattro notti, per cambiare il domani.

amalteo,
ma gli altri riescono a dormire?

ti abbraccio,
R.

(1) Sono gli appigli teorici e pratici di tutto il mio percorso professionale. Due fonti per tutte:
John Dewey, Come pensiamo, La Nuova Italia, 1968
Carlo Tullio-Altan, Antropologia culturale, Bompiani, 1968
postato da: AMALTEO alle ore aprile 11, 2008 11:55 | link | commenti (2)
categorie: pensare situazioni problematiche, pensare politica, pensare politica elezioni
lunedì, 31 marzo 2008

Destra, Sinistra

Cadavrexquis ha capacità di pensiero coltivate dallo studio che applica ad argomentazioni forti e strutturate.

Come in questa lista aggiornata della categoria politica su che cosa ancora sia di  "sinistra".

La appunto qui con le mie sottolineature.


Se c'è un ritornello continuamente ripetuto di questi tempi è che, ormai, le categorie di "destra" e "sinistra", in ambito politico, non avrebbero più senso, perché apparterrebbero a un'epoca definitivamente tramontata. Puro ciarpame, insomma: noi che siamo moderni dobbiamo essere "liquidi" e, volteggiando lievi sulle ali dei sofismi che ci propinano i pensatori della neodestra, sforzarci di superare queste assurde distinzioni. Insomma - pensare che abbia senso una distinzione simile ci rende irrimediabilmente passé e questo, per chi ha sete di modernità (qualunque cosa ciò significhi), è una cosa sconveniente, un po' come scoreggiare platealmente in una boutique di Armani e sorriderne compiaciuti.
Io invece credo che la distinzione tra sinistra e destra abbia ancora un senso e un peso, anche se adattata - anzi, soprattutto se adattata - alla nostra contemporaneità. Diventa ridicola solo se si trasforma la sinistra in una macchietta che attinge la propria definizione e i propri valori all'immaginario veterocomunista. Per essere di sinistra oggi, insomma, non occorre riesumare la salma di Lenin e proporre di portarsela in Italia. Ma se pure avessi qualche dubbio sulla sussistenza e sulla consistenza di questa distinzione, mi basterebbe, per convincermene, osservare l'insistenza, ai limiti dell'incarognimento, con cui qualcuno afferma che non ha più valore. E, guarda caso, si tratta quasi sempre di gente di destra - e qui non mi riferisco ai neo-fascisti di ogni risma, ma proprio ai neo-liberisti e ai mercatisti dogmatici: strano a dirsi, ma sono proprio loro a volerci convincere che il concetto di divisione tra destra e sinistra non ha più valore, quasi come per estendere surrettiziamente il loro dominio anche sulle coscienze non domate e annullare così gli ultimi barlumi di opposizione.

Che cosa potrebbe essere di sinistra, oggi?

A me, per esempio, pare che tassare di più i redditi da speculazione finanziaria e meno quelli da lavoro sia una cosa di sinistra.

Di sinistra è, tanto per dire, evitare di prelevare ricchezza dai ceti medio-bassi per trasferirla ai ceti più alti tramite quella che, con eufemismo, si usa chiamare "tassa piatta" o flat tax, che di fatto equivale a un taglio consistente nella tassazione dei redditi più alti - soprattutto se consideriamo che, negli ultimi anni, la forbice tra chi guadagna molto e chi guadagna poco si è notevolmente allargata e, tanto per dirne una, il reddito di un CEO corrisponde a un multiplo molto più alto del reddito di un lavoratore dipendente rispetto a quanto non fosse una trentina d'anni fa. Naturalmente è comprensibile che i miliardari difendano le loro ricchezze - più o meno onestamente guadagnate, ipotizzando che qualcuno pssa diventare straricco solo grazie al proprio lavro -, ma non vedo perché debba difenderle io per loro, quando io vivo solo del mio reddito da lavoro.

Una cosa di sinistra sarebbe - per proseguire in questo elenco - non considerare il lavoro una "merce" dissociata dalla persona che la "fornisce" e le persone come pedine da spostare o come materiale inerte da modellare a piacimento.

E' di sinistra, poi, credere che non tutti i rapporti umani possano o debbano essere regolati dal mercato, ma che alcuni ambiti, poiché riguardano elementi fondamentali della vita umana e come tali rendono possibile l'esercizio di tutte le altre libertà, debbano essere garantiti comunque a tutti e sostenuti con la fiscalità pubblica: istruzione e sanità ne sono gli esempi più forti.

Ed è di sinistra usare le risorse di tutti perché questi presupposti siano garantiti, mentre è di destra dichiarare che si tratta di "irresponsabilità fiscale" impiegare il denaro pubblico per fornire assistenza sanitaria ai bambini e, allo stesso tempo - pur dichiarandosi liberisti -, praticare come unica forma di keynesianesimo l'aumento esponenziale delle spese pubbliche nel settore militare.

E' di sinistra rendersi conto che, oltre al merito - che non va represso o umiliato -, esistono anche altri elementi che contribuiscono alle nostre riuscite e ai nostri fallimenti: nel primo caso i risultati conseguiti dagli altri, per esempio, che entrano a far parte del "sistema" e che creano condizioni più favorevoli affinché ogni individuo realizzi le sue potenzialità, nel secondo i rovesci della fortuna, meglio sopportabili se c'è una rete collettiva che protegge l'individuo nella sua fragilità.

E' di sinistra aspettarsi che questa rete sia certa e garantita dallo stato, e non sottoposta alla "buona volontà" delle istituzioni di carità.

Ed è di sinistra capire che lo slogan "meno stato" è, per l'appunto, solo uno slogan: l'intervento dello stato può essere più o meno buono, più o meno utile, e quindi non censurabile o disprezzabile a priori, al di là dei risultati che intende raggiungere. In genere però è (o dovrebbe essere) sottoposto al controllo democratico dei cittadini che votano - e votano secondo il principio "una testa, un voto", quindi a prescindere dalla loro ricchezza -, mentre spesso (o quasi sempre) le azioni delle grandi imprese private - soprattutto delle corporation - hanno un'identica influenza sulla libertà dei cittadini, i quali però non possono esercitare nessun controllo democratico, se non quando sono azionisti - e cioè a seconda della loro ricchezza.

Uno che diceva che la distinzione tra destra e sinistra non ha più senso era - ed è - Daniele Capezzone, che ancora ringrazio per avermi aperto gli occhi: in primo luogo su di lui, in secondo luogo sull'immane sciocchezza di questa affermazione. Da lui apprendo infatti che si è opposto alla proposta di un "salario minimo" - una misura che esiste anche in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, benché avversata, per l'appunto, dalla destra (che esiste e si fa sentire, in questo caso) - sostenendo che "aumenta il lavoro nero e fa saltare la contrattazione locale". Persino Ichino - che non è un pericoloso leninista - gli ha fatto notare che un salario di mille euro al mese sono sei euro all'ora: non è esattamente una cifra da grandi patrimoni.

Ecco, secondo me è di destra pensare che la libertà debba essere a senso unico: la libertà dell'imprenditore di abbassare la retribuzione fino a renderla virtualmente uguale a zero. A questo punto tanto varrebbe ripristinare la schiavitù: se c'è qualcuno che "liberamente" l'accetta, perché no?

E' di destra ignorare che la libertà può esistere solo tra pari e richiamarsi a un'astratta "libertà" - usata come una clava per mettere a tacere chi è in condizioni oggettivamente svantaggiate -, fingendo che questa non sia influenzata dallo sbilanciamento dei poteri delle due parti contraenti. Invito chiunque svolga un lavoro "normale" - cioè non particolarmente pregiato o raro - a contrattare su un piano di parità (e quindi di reciproca libertà) le condizioni del proprio lavoro con chi (il datore di lavoro) ha invece il coltello dalla parte del manico: la sua unica libertà sarà quella di svendere la propria dignità oppure morire di fame*. Per esempio, mi piacerebbe vedere Capezzone raccogliere pomodori in Campania per dieci euro al giorno e meditare, nel frattempo, su quanto sia assurdo che una retribuzione minima venga garantita per legge e su quanto sia "moderno" superare la distinzione tra destra e sinistra.

Questo per quanto riguarda i diritti dei lavoratori. Ci sono però anche i diritti civili. Sarebbero anche questi "di sinistra" - o non, piuttosto, di una destra attenta ai valori dell'individuo? Io credo invece che anche questi diritti - come per esempio, visto che mi tocca in prima persona, i diritti delle persone gay - siano patrimonio della "nuova" sinistra. E' vero che in altri paesi europei, quelli in cui governa una destra meno rancida della nostra, questi diritti non sono sono stati annullati e sono stati confermati, ma è altrettanto vero che, per quanto riguarda l'introduzione delle varie forme di unioni gay, questa è avvenuta grazie a governi socialisti, liberalsocialisti o socialdemocratici. Poi, a giochi fatti, la destra si è semplicemente (e realisticamente) adeguata, ma non ha il merito di aver introdotto questa innovazione del diritto.

A dirla tutta io non credo che ci sia una contrapposizione reale tra "vecchi" diritti, solitamente rappresentati dalla sinistra e relativi alla difesa dei lavoratori, e "nuovi" diritti: i primi non escludono affatto i secondi, ma penso anzi che i diritti dei lavoratori siano, a loro volta e in senso lato, diritti umani e civili. Sono come cerchi concentrici: i secondi includono i primi. Non si tratta quindi di dover "scegliere" tra gli uni e gli altri, ma di promuovere sia gli uni che gli altri, perché la difesa di entrambi, allo stesso tempo, è una cosa di sinistra. E dire questo significa non essere né le macchiette "vetero-marxiste" che, agli occhi della destra, è qualunque sinistra che si ostini a non considerare i lavoratori limoni da spremere, né le fighette "liberal-chic" che pensano solo a diritti decorativi (la "gauche caviar", insomma) e che se ne fottono di chi lavora.

Ed è per questi motivi che per me la differenza tra sinistra e destra esiste ancora oggi ed è una differenza grande e visibile, una differenza a cui tengo. Ed è per questo che io ancora mi dichiaro di sinistra: diversamente da lui, io capisco benissimo.

[* Racconto un aneddoto personale: qualche anno fa una casa editrice mi ha chiesto se volevo tradurre un libro. C'era un problema, però: il libro era molto urgente, saranno state trecento pagine da fare in due mesi. Come se non bastasse, il libro era in olandese. Io ho traccheggiato e ho chiesto se non fosse possibile rivolgersi a un altro traduttore. No, non avevano nessuno a disposizione. "Nemmeno a dividerlo tra due traduttori?" ho domandato. No, nemmeno in quel caso. Mi sono trovato nella condizione di doverlo tradurre io, quel libro - e come se non bastasse mi è stato chiesto di mandare subito la prima stesura man mano che la producevo, anche se non era definitiva. Io stavo fornendo un lavoro "pregiato", avevo il potere di scarsità dalla mia parte, ma quando ho tentato di spuntare una retribuzione più alta, che in teoria dovrebbe essere contrattabile, non ce l'ho fatta. Il mio potere individuale, infatti, era inferiore al potere della casa editrice e così ha prevalso l'asimmetricità del potere su un'astratta libertà. Perché tra un individuo e una struttura forte, è solitamente quest'ultima ad avere la meglio. La mia unica "libertà" sarebbe consistita nel rifiutare l'incarico.]

Preso da: cadavrexquis

 


postato da: AMALTEO alle ore marzo 31, 2008 15:02 | link | commenti (20)
categorie: pensare politica
giovedì, 21 febbraio 2008

Kosovo e Padania libera


A due battute di elicottero e 3 ore di motoscafo dalla Puglia c'è un'area geopolitica, il cui presidente Thaci è capocordata di traffico della droga, che si chiama Kosovo e che da qualche giorno si è proclamata in modo unilaterale stato indipendente.
La prima reazione è del nazilocalista Borghezio che ha dichiarato: la prossima tappa sarà la Padania.
Ricordo che ad innescare il bagno di sangue genocida nella ex Jugoslavia fu la proclamazione unilaterale da parte del consiglio d'Europa della Slovenia.
Non  sarà indifferente avere a giro d'orizzonte uno stato che farà da base per i vari traffici criminali della attuale congiuntura storica (prostituzione, forza lavoro, droga).
Non ho una cultura di politica internazionale sufficiente per osservare e valutare questi passaggi.
Ma ho un consulente personale. Sì: un consulente personale che già mi aiutò a dipanare qualche filo della matassa sul terreno Israele e palestinesi. Si chiama Silendo: e consiglio di interpellarlo quando è necessario.
Gli ho chiesto una scheda sulla situazione.
La riporto qui, sul blocco degli appunti.

Ciao Silendo. Mi fai una scheda sulla situazione del Kosovo?

Il Kosovo è una provincia a maggioranza albanese inserita in uno stato slavo, la Serbia appunto.
Sicuramente ricorderai il recente passato fatto di scontri, vittime, vendette, pulizia etnica.
Maurizio Molinari  ha perfettamente ragione. Il Kosovo è di fatto uno Stato-mafia con un sistema economico legale ridotto al lumicino ed un sistema economico illegale di proporzioni consistenti.
La dirigenza è nella sostanza fatta di criminali, Thaci in primis.
Gli USA (e l'Unione Europea al seguito) spingendo (ed accettando) l'indipendenza hanno commesso un errore di cui pagheremo le conseguenze negli anni futuri.
Innanzitutto perchè viene meno il principio di sovranità statale che è alla base del sistema internazionale moderno. Si afferma, invece, il principio di auto-determinazione dei popoli. Questo implica che teoricamente tutte le minoranze (e l'Europa è un mosaico di minoranze) si potrebbero sentire legittimate a dichiarare la propria indipendenza.
Chi potrebbe, in via di principio, opporsi dopo il Kosovo ?
Ma non solo. Si sta venendo a creare uno Stato autonomo stile "Tortuga" alle porte di casa nostra con evidenti implicazioni riguardanti la sicurezza.
E' un errore strategico di tali proporzioni che ancora stento a crederci.

E perchè gli Stati Uniti (presidenza Clinton) hanno promesso e poi sostenuto questa indipendenza unilaterale?

Perchè gli americani hanno spinto per avere un Kosovo indipendente ? Per frammentare la Serbia filo-russa.
Divide et impera, hai presente ?
A questo poi si legano interessi vari ma la motivazione di base, sia per l'Amministrazione Clinton che per quella Bush, è questa. A riprova, per inciso, che gli interessi geopolitici sono costanti e non variano a seconda delle Amministrazioni e dei Presidenti.
Sulla questione della razionalità, e più in generale, del processo decisionale, in materia di politica estera sono stati scritti fiòr di trattati e tanti ne verranno ancora scritti.
Il punto è che le scelte politiche non sono razionali. Sono frutto di un bilanciamento/scontro di interessi, di soggetti e di istituzioni diversi. Il risultato finale, quindi, non è quasi mai il "più giusto", diversamente da quello che la maggior parte delle persone è portata a credere.
Tieni anche presente che l'orizzonte temporale sul quale ragionano i decisori non è quasi mai quello lungo. E' quasi sempre, invece, quello medio o corto.
In sostanza si ragiona sulla base dell'interesse (quasi) immediato o comunque non sulla base di eventuali interessi di lungo periodo.
Gli USA, ad esempio, hanno tutto l'interesse ad avere una Serbia incapace e supina. Prestano poca attenzione al fatto che l'indipendenza del Kosovo potrebbe portare contraccolpi negativi in un futuro. E per giunta non a loro ma agli europei.
Mi spiego ?

I serbi, secondo me, possono fare poco. Tranne qualche dimostrazione diplomatica.
Per la Russia, invece, la situazione è più complessa e prescinde da elementi contigenti.
Mi spiego. La dirigenza moscovita non è anti-occidentale. Soprattutto non è anti-americana.
Solo che non ragiona in termini di subalternità. I russi si vedono ancora come un potenza internazionale. Puntano a condividere tale status con gli USA e non ad affermarlo in contrapposizione ad essi.
Il fatto è che la strategia di Bush (ed in parte anche quella di Clinton) punta invece a frammentare il più possibile la Russia, limitandone la forza e restringendone il campo d'azione.
Ora, questa cosa del Kosovo ovviamente viene letta dalla dirigenza come l'ennesimo rifiuto delle offerte (di condivisione) russe.
A prescindere quindi dalle contromosse contingenti il punto rilevante è l'effetto che questo avrà nell'atteggiamento, nel comportamento, da parte moscovita.
Tieni presente, infatti, che la dirigenza russa non è "monoblocco" granitico. Anche lì ci sono correnti di pensiero "imperiali" che vedono gli americani come nemici e non come partner.
Washington, negli ultimi anni, sta erodendo le posizioni filo-occidentali a vantaggio di quelle "imperiali".

Eccoci al punto: l'Italia non produce energia per i suoi bisogni. La compera dalla Russia, dalla Libia, dalla Francia, perfino dalla Svizzera.
Ecco il futuro prossimo venturo.
Ed ecco un ottimo motivo per ridurre la natalità e non per aumentarla, come grida Maurizio Ferrara.
postato da: AMALTEO alle ore febbraio 21, 2008 14:14 | link | commenti (7)
categorie: pensare storia contemporanea, pensare politica

Walter Veltroni ... ma anche ...

Ciascuno di noi è il prodotto della sua vita e delle diverse cose che lo circondano.

Ciascuno, nella sua vita, è : "ma anche ..."

Il "maanchismo" è il manifesto della laicità, intesa come abbandono dell'integralismo, di ogni fondamentalismo intollerante, di ogni concezione arrogante e della pretesa di avere ragione su tutto ...

perchè chi non dice "ma anche ...." finisce sempre per dire "senza se e senza ma"

Walter Veltroni
postato da: AMALTEO alle ore febbraio 21, 2008 11:14 | link | commenti
categorie: pensare politica, vivere personalitĂ 
venerdì, 15 febbraio 2008

Ancora l'aborto in campagna elettorale: il ciclo 1975-2008

Il politico e giornalista Giuliano Ferrara ha voluto introdurre in queste elezioni un elemento di fortissimo e cruento conflitto in tema di "difesa della vita" e di aborto, da lui equiparato all' omicidio.
Le parole ed i toni usati sono molto aggressivi e tipici di una persona che non conosce equilibrio e mezze misure. Con mia moglie, guardandolo e ascoltandolo alla televisione mercoledì sera, ci siamo detti: "è una grave crisi mistica da andropausa". Aggiungerei che c'è anche un "effetto Rasputin", dovuto alla evidente somiglianza somatica.
Sono un estimatore, a corrente alterna, di questo personaggio pubblico, che conosco in tutto il suo itinerario personale, essendo noi coetanei (1948 io, 1952 lui) ed avendo percorso - in parte - le stesse esperienze di partito.
Però questa volta i suoi argomenti sono estremanente contraddittori: verissimi per quanto riguarda l'uso eugenetico e sessista dell'aborto in Cina e India e falsissimi, invece, per quanto riguarda l'uso della interruzione volontaria di gravidanza all'interno del nostro ordinamento giuridico.
Fra il 1975 (legge sui consultori familiari) e il 1981 (referendum sulla legge 194) da militante locale ho attivamente partecipato a quella vicenda legislativa.
Faccio dunque un piccolo ripasso di storia delle istituzioni.

In tema di aborto e più precisamente di interruzione volontaria della gravidanza  si sono confrontate varie posizioni . Quella cattolica, che condanna moralmente qualsiasi aborto procurato e vieta anche la contraccezione, secondo cui l'embrione, dal concepimento, é ritenuto in possesso di   tutte le caratteristiche fondamentali dell'essere umano e quindi va trattato come una persona. Quella del Movimento per la vita, che si oppone all’aborto, ma lascia libertà di opinione sulla liceità morale della contraccezione ed ammette la possibilità dell’interruzione della gravidanza quando fosse necessario salvare la vita della donna. All’opposto di questi orientamenti, c’è la posizione per la liberalizzazione dell’aborto, sulla base della considerazione che esso è un problema privato della donna e deve essere risolto nella riservatezza del rapporto medico-paziente. Infine esiste la posizione per la legalizzazione dell’aborto, che lo ammette entro criteri, forme e procedure regolate dalla legge. Tutte le legislazioni su questo problema rientrano in tale categoria.

In Italia, il codice penale del 1932 collocava il reato di aborto nel capitolo "Dei delitti contro l'integrità e sanità della stirpe" e prevedeva le seguenti sanzioni: per l'aborto di donna consenziente da 2 a 5 anni di reclusione; per l'aborto procuratosi dalla donna da 1 a 4 anni; per l'istigazione all'aborto da 6 mesi a 2 anni. E' da rilevare che se i fatti erano commessi "per salvare l'onore proprio e di quello di un prossimo congiunto" le pene potevano diminuire dalla metà ai due terzi. In tale contesto giuridico erano possibili solo:   a) l'aborto eseguito  in stato di necessità per "salvare sé o altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona"; b) l'aborto clandestino, che dimostrava l'inefficacia della legge repressiva e che avveniva in condizioni sanitarie di grande insicurezza e danno alla salute.

Una prima modifica di questa legislazione è avvenuta con una sentenza della Corte Costituzionale (Sentenza Corte Costituzionale n.27/1975), nella quale (pur ribadendo che la "tutela del concepito abbia fondamento costituzionale") si considera  che "non esiste equivalenza fra il diritto non solo alla vita ma anche alla salute proprio di chi é già persona, come la madre, e la salvaguardia dell'embrione che persona deve ancora diventare". Con tale sentenza veniva sostanzialmente confermata ed ampliata la possibilità dell'aborto per motivi terapeutici cioé "quando l'ulteriore gestazione implichi danno, o pericolo grave, medicalmente accertato [...]per la salute della donna".

La legge sull’interruzione volontaria della gravidanza è stata approvata, dopo vari tentativi iniziati dal 1972, con uno scarto minimo di voti: 308 alla Camera (contro 275); 160 al Senato (contro 148). I punti chiave della Legge 22 maggio 1978 n. 194, Norme per la tutela sociale della maternità e della interruzione volontaria della gravidanza sono i seguenti:

-         prevenzione : riconoscimento che l'interruzione volontaria della gravidanza (di seguito IVG) "non é mezzo per il controllo delle nascite" (art.1); rafforzamento del ruolo dei consultori che informano sui diritti spettanti alla donna, contribuiscono a "far superare le cause che potrebbero indurre la donna alla IVG" (art.2), garantiscono i necessari accertamenti medici in caso di IVG cercando anche le possibili soluzioni per i problemi connessi alla richiesta (art.5); la prescrizione  dei mezzi contraccettivi é consentita anche ai minori

 

-    caso di IVG entro i primi 90 giorni di gravidanza:

-         motivazioni: la donna si rivolge ad un consultorio, o ad una struttura socio-sanitaria abilitata dalla regione e dichiara le circostanze che inducono alla richiesta di IVG: serio pericolo per la salute fisica o psichica; condizioni economiche, o sociali o familiari; circostanze in cui è avvenuto il concepimento; previsioni di anomalie o malformazioni del concepito (art.4)

-         procedure di accertamento: in caso di urgenza il medico "rilascia immediatamente alla donna un certificato" che autorizza l'IVG; nei casi normali il medico "rilascia copia di un documento, firmato anche dalla donna, attestante lo stato di gravidanza", trascorsi 7 giorni "la donna può presentarsi per ottenere la IVG" (art.5/III,IV)

-         sede dell'intervento: servizio ostetrico ginecologico dell'ospedale, case di cura autorizzate dalla regione, poliambulatori pubblici adeguatamente attrezzati (art.8)

-         obiezione di coscienza: il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie può sollevare obiezione di coscienza solo per le procedure connesse all'IVG ma non per "l'assistenza antecedente e conseguente l'intervento;

 

-    caso di IVG dopo i 90 giorni di gravidanza:

-         motivazioni: l'IVG può essere praticata solo in caso di grave pericolo per la vita della donna e per accertati processi patologici relativi al nascituro ed alla salute fisica o psichica della madre (art.6)

 

-         procedure di accertamento: effettuate dal medico del servizio ospedaliero che deve fornire documentazione sul caso ed informare il direttore sanitario; in caso di imminente pericolo di vita della donna l'intervento può essere praticato anche fuori delle strutture previste, dandone comunicazione alla USL (art.7)

 

-         caso di IVG di minorenni (art.12): a) entro i primi 90 giorni é richiesto l'assenso di chi esercita la potestà o la tutela, ma nei casi in cui ciò sia sconsigliabile é richiesto l'intervento e l'autorizzazione del giudice tutelare; in caso di urgenza a causa di un grave pericolo di vita, il medico rilascia certificato per ottenere l'intervento; b) dopo i 90 giorni vale la stessa normativa di cui sopra

 

-         caso di IVG di interdette (art.13): la richiesta può essere presentata oltre che da lei, anche dal tutore o dal marito non tutore; la richiesta deve essere trasmessa al giudice tutelare il cui provvedimento costituisce titolo per ottenere l'intervento

 

-         sistema informativo: ogni anno il Ministro della Sanità presenta al Parlamento una relazione sull'attuazione della legge

 

-         sanzioni penali: sono puniti le IVG che avvengono al di fuori delle procedure indicate; le pene sono aumentate se le IVG sono praticate da medici che hanno sollevato obiezione di coscienza.

 

La legge 194 é stata sottoposta nel 1981 a due referendum abrogativi: a) per la totale liberalizzazione dell'aborto (richiesto dal Partito Radicale), che é stato respinto con l'88,5% dei voti; b) per limitare l'aborto esclusivamente al tipo terapeutico (richiesto dal Movimento per la vita), che é stato respinto con il 67,9% dei voti.

Nel frattempo le IVG legalizzate sono passate da 187.752 nel 1979 a 227.809 nel 1984. E negli anni successivi è continuata la riduzione: 210.192 nel 1985; 138.354 nel 1998 (9,3 casi ogni 1000 donne residenti in età feconda).

Un particolare problema che si pone è quello della "recidività" del ricorso all'aborto (IVG ripetute)  quale indiretto indicatore che il modello organizzativo dei servizi non funziona proprio nei confronti di questa popolazione a rischio. In particolare viene messa in discussione l’ipotizzata relazione tra l'aumento delle pratiche contraccettive e la diminuzione dell'aborto. I due fenomeni non sono meccanicamente correlabili, perché dipendono da atteggiamenti psicologici fra loro opposti: attivo e preventivo per la contraccezione, passivo e come soluzione di urgenza a posteriori per l'aborto.

In ambito clinico, questo tema é analizzabile nel quadro delle  "resistenze alla contraccezione”.  Il controllo della fecondità umana è influenzato da molti fattori di tipo socioculturale, psicologico ed affettivo. La sola informazione sui mezzi anticoncezionali spesso non é sufficiente a favorire atteggiamenti e comportamenti di tipo razionale o, come si dice, "consapevole". In proposito la psicologa Silvia Vegetti Finzi osserva che “molte volte le ragazze non prendono sufficienti precauzioni contro la gravidanza perché inconsciamente hanno bisogno della conferma della propria identità sessuale” .

Le ricerche socio-demografiche mettono in evidenza che, a oltre 20 anni dalla legalizzazione della interruzione volontaria della gravidanza, le donne italiane considerano l’aborto indotto uno strumento di cui disporre se necessario, ma sempre con una certa cautela. In particolare si è osservato che la scelta di abortire, per una quota non irrilevante di donne, si connota come un’esperienza molto personale e soggettiva che da un lato si aggancia a condizioni contingenti e dall’altro poggia su un sistema di valori (che potrebbe spiegare anche qualche cosa in merito al calo della fecondità nel nostro paese) che legittimano la maternità a condizione che ci sia una accettazione di fondo del nascituro da parte della madre.

 Una ricerca dell’Istat  ha evidenziato queste tendenze:

-         la crescita del tasso di abortività delle minorenni

 -         forte aumento delle interruzioni volontarie della gravidanza fra le donne nate all’estero  residenti in Italia

-         forte riduzione dell’aborto clandestino

in : Paolo Ferrario, Politica dei servizi sociali, Carocci editore, Roma 2001, pagg. 257-261

Quanto sopra per fissare qualche criterio storico, legislativo e socio-culturale.


Ma l'aspetto più insidioso e manipolatorio è l'argomento della equiparazione, malevolmente posta da Ferrara, fra aborto ed omicidio e la conseguente divisione , da lui esasperata,  della opinione pubblica fra chi è "contro" la vita e chi è "per" l'accoglienza alla vita.

Dato che è questa una questione rilevante, faccio qui una specie di servizio culturale, riproponendo alcune pagine di Laura Conti ( l'intellettuale, la medichessa, la biologa, la storica, la politica ... di cui ho spesso parlato qui) che scriveva così in un libro ormai introvabile di quegli anni:


La vita è un processo caratterizzato da una crescita invasiva.

Una modalità di organizzazione della materia che chiamiamo « vita » prese inizio circa tre miliardi di anni fa, con l'organiz­zazione di poco materiale che fluttuava a più di dieci metri sotto il livello del mare. Lentamente quel poco materiale che si era organizzato in maniera « vitale » reclutò i materiali che lo circondavano e li organizzò secondo il proprio modello. Via via che continuava questa crescita quantitativa le forme viventi si differenziarono sempre più e accanto ai modelli primitivi, si­mili ai nostri batteri, comparvero forme più grosse e comples­se, organismi ancora formati di una sola cellula ma dotati di cromosomi. Alcuni di essi si raggrupparono formando organi­smi multicellulari che via via si differenziarono lungo tre linee separate, la linea delle piante, quella dei funghi e quella degli animali che colonizzarono successivamente le terre emerse. I primi animali che tentarono la grande avventura abbandonan­do l'ambiente idrico furono gli scorpioni e alcuni molluschi, poi i pesci dotati di polmoni che dovevano dare origine agli anfibi e ai rettili. E poi dai rettili originarono due linee, quella degli uccelli e quella dei mammiferi, alla quale anche noi ap­parteniamo. A poco a poco, attraverso questa lunga storia, quantità sempre più grandi di carbonio, idrogeno, ossigeno, azoto, fosforo, ferro, magnesio, sodio e potassio si organizza­rono in forma di organismi viventi occupando, dopo i mari e le acque dolci, estensioni sempre più vaste delle terre emerse.

Tutto questo è potuto avvenire grazie a un grande spreco di vite.

Moltissime delle alghe che furono lanciate sulle rive mo­rirono, prima che qualcuna di esse potesse abbarbicarsi e dare origine a un muschio. Moltissimi dei muschi che il vento por­tò un po' più lontano dalla riva morirono, prima che qualcuno di essi potesse dare origine a una felce. Moltissimi dei pesci polmonati, trovatisi in pozzanghere che la siccità isolò rispetto al fiume, morirono prima che qualcuno di essi desse origine a un animale stabilmente capace di respirare aria, cioè a un ante­nato dei moderni anfibi (e nostro antenato).

La progressiva estensione del dominio della vita è stata possibile soltanto gra­zie allo spreco di vite.

Se credessimo a un Progetto, potremmo dire che il progetto globale (l'estensione del dominio della vita) ha potuto realizzarsi soltanto grazie all'interruzione precoce di molti progetti parziali (le vite degli individui che, nel passaggio da un ambiente a un altro, sono morti). Se non crediamo all'e­sistenza di un Progetto, ci esprimiamo diversamente: e dicia­mo che si sono evolute, dando origine a nuove specie viventi, soltanto quelle specie che avevano eccessi demografici da spre­care, quelle specie che avevano una tale esuberanza riprodutti­va da contare in ogni momento su un numero di nati tale da colmare tutta la nicchia ecologica d'origine e per di più da tra­boccarne al di fuori occupando nuovi ambienti e incontrando­vi — fra pochissime probabilità di vita — un'elevatissima proba­bilità di morte. Sopravvivere al di là dei limiti dell'ambiente nel quale si è avuta origine è stato sempre spaventosamente improbabile: le specie viventi vi sono riuscite solo perché ave­vano un'immensa capacità riproduttiva; il cui prezzo era sem­pre, in ogni momento, un'immensa mortalità.

Col procedere dell'evoluzione, col complicarsi degli apparati, delle funzioni organiche, delle esigenze dell'organismo, la capa­cità riproduttiva è andata diminuendo, pur rimanendo superio­re alle disponibilità dell'ambiente nel quale vive ogni specie. Gli uccelli hanno minore capacità riproduttiva degli insetti, i mammiferi ne hanno meno dei pesci. Perciò anche la morte ha un significato diverso per le diverse specie: la morte di un in­dividuo in crescita, di un uovo fecondato, è priva d'importanza per i pesci; è gravissima per gli scimpanzè e per i gorilla che hanno un potenziale riproduttivo molto basso.
La diminuzione della potenzialità riproduttiva che si è verificata lungo l'evoluzione biologica non è avvenuta per diminu­zione della potenzialità riproduttiva sia dei maschi che delle femmine, ma esclusivamente per diminuzione della potenzialità riproduttiva delle femmine. Sotto il profilo della potenzialità riproduttiva l'evoluzione biologica è un processo che coinvolge soltanto le femmine, perché l'organismo femminile è molto più impegnato dell'organismo maschile nel processo di riproduzio­ne  [ …]

Le centinaia di migliaia di uova presenti nell'ovaio umano al momento della nascita  sono  moltissime  rispetto  all'effettiva possibilità di procreazione da parte della donna, che non può portare a termine più di una ventina di gravidanze, ma sono pochissime rispetto ai miliardi di spermatozoi che si formano, lungo il ciclo vitale individuale, nell'organismo dell'uomo. È come se si manifestasse, accanto al « principio di spreco », un contrastante « principio di risparmio » (l'uovo « costa » più del­lo spermatozoo, quindi va risparmiato). Naturalmente potrem­mo parlare di « principi » solo se credessimo a un Progetto; ma se non crediamo a un Progetto (o se ci asteniamo dal supporlo,  il che forse  esprime più esattamente  l'atteggiamento scientifico), allora possiamo dire che sono sopravvissute, evolvendosi, le specie capaci di spreco delle funzioni semplici e capaci di risparmio nelle funzioni complesse [ …]
Nella funzione riproduttiva il principio di risparmio non si manifesta soltanto con la diminuzione del numero delle cellule seminali lungo l'evoluzione dalle specie più semplici alle specie più complesse, e più specificamente con la diminuzione del nu­mero delle uova in confronto agli spermatozoi, ma anche in molti altri modi. In alcuni mammiferi (per esempio nel coni­glio) il principio di risparmio fa sì che la maturazione delle uova si completi soltanto dopo il coito: perché fare il lavoro di portare a termine la maturazione delle uova, se non ci sono spermatozoi in vista? Non si fanno lavori inutili...
[ …]
Anche l'aborto spontaneo è un aspetto del principio di ri­sparmio. Più o meno in tutte le specie di mammiferi, e anche nella specie umana, la maggior parte dei prodotti del concepi­mento che hanno qualche anomalia o malformazione vengono spontaneamente abortiti: molte donne hanno aborti spontanei dei quali non si accorgono perché li scambiano per  «semplici ritardi mestruali »; non si tratta di avvenimenti rari: sono invece frequentissimi. Nel caso dell'aborto spontaneo non c'è stato « risparmio » né di spermatozoi né di uova: però viene risparmiato l'organismo femminile dal peso e dal rischio di una gra­vidanza e di un parto che non sarebbero utili ai fini della specie in quanto porterebbero alla nascita di un  individuo incapace di sopravvivere. In certe specie l'aborto è una manifestazio­ne del principio di risparmio non in quanto evita la nascita di un individuo incapace di sopravvivere, e di procreare a propria volta, ma in quanto evita la nascita di individui meno adatti alla vita di altri individui che potrebbero nascere al loro posto.
[…]
Nessuna specie può servire da modello interpretativo per le altre, nemmeno fra specie piuttosto vicine nella scala evolutiva come sono gli uomini e i licaoni. Se mi sono soffermata su questi esempi di soluzioni trovate da specie diverse dalla no­stra, l'ho fatto solo per rilevare alcune poche grandi costanti che si ritrovano in tutte le specie viventi; non perché un Pro­getto le abbia dotate di alcune caratteristiche simili, ma perché sono sopravvissute soltanto le specie che le possedevano.

La grande costante fondamentale è la potenzialità riproduttiva esuberante rispetto alle risorse dell'ambiente.
Un'altra grande costante è la diminuzione della potenzialità riproduttiva che sopravviene con il complicarsi delle funzioni e degli apparati, e che nelle specie sessuate si verifica nel sesso femminile. [ …]
Dunque possiamo dire che nella specie umana un'alta frequenza di aborti - anche tre in un anno - è connessa con la mancanza di un estro vero e proprio. D'altronde alla mancanza di un estro vero e proprio è connessa, se­condo la maggior parte degli studiosi, tutta una serie di fatti che hanno portato all'homo sapiens e alle caratteristiche che gli conosciamo. Secondo questa con­cezione la continua disponibilità della donna all'accoppiamento ha creato saldi legami di coppia, il saldo legame di coppia ha reso possibile l'inibizione dell'aggressività tra maschi, e questo ha reso possibile una cooperazione più efficiente e una vita sociale più costruttiva   […] e connesso allo sviluppo di quei caratteri specifici della nostra specie che ci sembrano migliori: l'atteggiamento positivo verso i compa­gni di specie, la disponibilità all'aiuto reciproco, l'amore per il compagno ses­suale. In particolare, l'aborto provocato è un prezzo che si paga per quel preva­lere della corteccia cerebrale del quale siamo tanto orgogliosi. Ma non è un prezzo pagato dalla specie nel suo insieme: è un prezzo pagato dalle donne. Alle quali, per il fatto che pagano questo prezzo, ne vengono fatti pagare degli altri.
Le inibizioni all'ovulazione o alla fecondazione, come pure le morti di embrioni, di feti, di organismi giovani ancora incapaci di procreare, costituiscono forme diverse di diminu­zione della capacità riproduttiva. Non sembri strano parlare della morte di un bambino come di una « di­minuzione della potenzialità riproduttiva della specie ». Non significa ignorare il valore dell'esistenza individuale; significa soltanto rilevare che, tra la morte di un organismo che già si è riprodotto e la morte di un organismo che ancora non si è riprodotto, la seconda apre, a distanza di tempo, un più grande vuoto negli effettivi della specie. La vittoria sulle malattie infantili ha dato alla cresci­ta demografica un impulso molto maggiore che la vittoria su questa o quella malattia degli adulti  [ …]

Già prevedo molte delle obiezioni che verranno fatte alle pagine che ho scritto sin qui. Qualcuno dirà che mi sono rifat­ta alla biologia, all'etologia, alla socio-biologia e alle scienze af­fini; non intendo difendermi da questa accusa perché non la ritengo denigratoria. Qualcuno specificherà maggiormente e mi accuserà di aver « messo sullo stesso piano » l'uomo e gli altri animali. Ribatterò che non li ho messi sullo stesso piano ma ho cercato di studiarli col medesimo metro, perché soltan­to in questo modo si possono rilevare le differenze. Nessuno, per confrontare due lunghezze diverse, userebbe diverse unità di misura: è proprio l'impiego dell'identica misura che da con­to delle differenze. È comunque un po' strano che, fra i molti che avversano gli etologi e i socio-biologi in nome del fatto che le determinanti della specie umana sarebbero storiche anzi­ché biologiche (se mi è lecito schematizzare così la polemica), non se ne sia levato uno solo, durante la campagna referenda­ria, a dire chiaramente che l'embrione, sul quale agiscono sol­tanto determinanti biologiche, non è da considerarsi « uomo » (altri, è chiaro, sono i motivi che inducono me a non conside­rarlo tale; gli avversari dell'etologia e della socio-biologia avrebbero dei motivi in più di quelli che ho io, ma non li han­no adoperati). Ma se a muovermi l'accusa di impiegare per  l'uomo e per gli altri animali i medesimi strumenti concettuali  sarà un cattolico, non avrò molto da ribattere: perché mi ren­do conto che, nella sua concezione, la diversità fra l'uomo e gli altri animali è fondamentalmente un diverso rapporto con Dio; il cattolico, nel confrontare al rapporto con Dio le acqui­sizioni delle scienze biologiche, psicologiche, etologiche, avrà probabilmente i suoi problemi: ma io non ne posso discutere perché i problemi miei sono altri. Aggiungerò che a tenermi lontana dal cattolicesimo è proprio soprattutto "questo, la negazione dell’unità del mondo vivente nel suo insieme, in nome di un rapporto con Dio che lo divide: di qua l’Uomo e di là il Resto.

In : Laura Conti, Il tormento e lo scudo, Mazzotta editore, Milano 1981, pagg.  9-21

Ritraduco in modo più semplice e sintetico: nel circuito della vita umana c'è un eccesso di spermatozoi e di ovuli.
Possiamo assumerci la responsabilità di governarli con giudizio.
Suggerisco degli ottimi preservativi, elastici e maneggevoli. Da usare in modo divertito, godendo della differenza sessuale.

postato da: AMALTEO alle ore febbraio 15, 2008 16:34 | link | commenti (17)
categorie: pensare storia contemporanea, pensare politica, pensare politica sociale
mercoledì, 13 febbraio 2008

Elezioni e complesso della Grande Madre mediterranea


In tema di agenda politica: l'abbraccio della madre

 

Speravo molto che nella campagna elettorale non si sarebbe usato l’argomento della “mamma”.

Invece ieri sera – in quel programma televisivo che si chiama il nido di vespe – Berlusconi, incalzato da una vespa che si lisciava le antenne (pardon le mani), ha estratto dal suo repertorio la terrificante immagine della sua mamma che torna a casa, entra nella sua camera da letto e gli dice: “devi entrare in politica”.

Da cui la sua missione.

Nella cultura italiana la “mamma” è una istituzione, non una concreta persona.

Da ancora prima del proverbiale incipit di Beniamino Gigli “Mamma son tanto felice, perchè ritorno da te (felice un c. !) della canzone di Cherubini, Bixio, Concina (1940, inizio della seconda guerra mondiale) e naturalmente anche per i decenni e secoli seguenti la mamma italiana, con la scusa della pastasciutta al ragù e delle mutande lavate e stirate, mantiene in uno stato di sudditanza emotiva il maschio  italiano e trasmette alla femmina la ret