Tracce e Sentieri

Luogo Tempo Eros Polis Destino

Chi sono

Utente: AMALTEO
Nome: Amalteo
2° metà del 900-later than never. “Perché vale la pena di vivere? E’ un’ottima domanda… Be’, ci sono cose per cui vale la pena di vivere … Per esempio, per me, direi … tutta la musica e le interpretazioni di Nina Simone … la voce di Ray Charles, quasi sempre … Il ballo di Al Pacino in Scent of a Woman … le note di John Lewis quando volano nelle fughe di Bach … Louis Armstrong, l’incisione di West and Blues del 1928 … i film di Sergio Leone … i racconti di Stephen King … gli azzurri e i gialli di Van Gogh … i quadri di Peppo Spagnoli, che dimostra che si può fare molto anche da luoghi piccoli … il definitivo e prospettico Logos-Pensiero di Silvia Montefoschi ... il minimalismo, perchè sono minimo ... su tutti e tutto il sorriso di Luciana …. ... e poi anche ... e ancora ...” (rielaborato su suggestione di Woody Allen in Manhattan, con qualche cambiamento).

Partecipano

Contatti:

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte
venerdì, 21 agosto 2009

La tendenza a minimizzare le tendenze intrinsecamente liberticide dell'islamismo

Mi appunto questo testo argomentativo di Cadavrexquis.
Traccia perfetta per segnare il passaggio d'epoca che mi tocca attraversare

Non si facciano troppe concessioni all'Islam

di Cadavrexquis

Non smetterà mai di stupirmi la tendenza a minimizzare, soprattutto da parte di spiriti laici e progressisti, il pericolo islamico e le sue tendenze intrinsecamente liberticide. Mi spiace, ma io non mi fido della parola di quella parte di musulmani che sostengono che l'Islam sarebbe la "religione della pace" e che il fondamentalismo islamico non sarebbe il "vero islam". Non mi fido, ma soprattutto non mi basta una giustificazione del genere, considerando che a noi laici (e, spesso, agnostici o atei come nel mio caso) non interessa l' "essenza reale" di una religione - una religione è sempre una spiegazione mitica e a-razionale del mondo -, ma interessa che non causi danni ai non credenti, che non imponga i suoi miti, i suoi riti, i suoi dogmi e le sue prescrizioni a chi non crede e che quindi non limiti la libertà altrui di rifiutare quella stessa religione. Se scattiamo come molle ogni volta che una religione s'intromette nelle faccende private di ognuno di noi, a maggior ragione dovremmo farlo per una religione come l'Islam che dei tre monoteismi è il più feroce e il più stupido, forse anche a causa della sua relativa giovinezza. Intendiamoci: tutte le religioni che si vogliono assolute sono pericolose, ma almeno negli altri casi c'è ancora qualcosa che le frena e ne limita i danni. Vogliamo chiamare questo qualcosa "democrazia", "separazione tra stato e chiesa", "libertà individuale", "diritto al dissenso"? Nell'Islam, questa cosa solitamente non c'è. Al contrario, c'è una forte tendenza al proselitismo: del resto, è o non è vero che per l'Islam tutti gli esseri umani sono stati creati musulmani da Allah e che quindi convertire chi oggi non è musulmano altro non significa che riportarlo alla sua vera natura? E' o non è vero che è praticamente impossibile trovare uno stato musulmano in cui le leggi non siano più o meno influenzate dalla sharia? E' o non è vero che questo è il modello a cui tende l'Islam: introdurre sempre più elementi di sharia nello stato? Qualcuno magari dirà che sto buttando benzina sul fuoco, ma per una proporzionalità delle reazioni se i laici reagiscono con furia alle intromissioni delle gerarchie cattoliche - per ora solo verbali, anche se prontamente accolte dai nostri politici - nella vita civile sarebbe opportuno che reagissero con furia ancora maggiore contro le pretese degli islamisti. E non mi si venga a dire che, tutto sommato, se non lo si fa è perché loro sono ancora una minoranza. Per opporci a determinate tendenze già in atto dovremmo dunque aspettare che conquistino la maggioranza? Dopo quanti quartieri di grandi città islamizzati potremo cominciare a protestare? Dopo quale percentuale di donne completamente velate potremo dire che forse non va bene così? Le avvisaglie ci sono già tutte ora, forse è il caso di non minimizzare e prendere qualche misura. O forse bisognava prenderle già da un po'.

Una decina di giorni fa è apparso sul Daily Telegraph un articolo che svela il segreto di Pulcinella: entro il 2050 in Europa i musulmani non saranno più una minoranza tanto irrisoria. A causa dell'aumento dell'immigrazione dai paesi islamici e ai tassi di crescita demografica più elevati dei cittadini musulmani la tendenza è già in corso. Del resto, già oggi ci sono delle enclave in Europa dove tutto questo è immediatamente visibile: andate a Birmingham e contate le donne non soltanto velate, ma con un vero e proprio niqab addosso. A quando il burqa - che magari accetteremo in nome di un malinteso multiculturalismo? L'interessante articolo del Daily Telegraph è stato poi ripreso qualche giorno dopo dal Corriere della Sera, che ha aggiunto altri dettagli, smorzando un po' i toni. Nei giorni successivi è stato poi pubblicato un commento in cui si diceva, in sostanza, che non è detto che il tasso demografico resti costantemente così alto e che anzi tende a diminuire. Poi - più un pio desiderio che una registrazione della realtà - chi nasce e cresce in un paese occidentale ne "assorbe" a poco a poco i valori e, di conseguenza, anche un salutare scetticismo nei confronti della religione. Mi auguro che sia vero, ma se la situazione è invece quella descritta dal Daily Telegraph, io spero sinceramente di essere già morto nel 2050.

Fatto sta, però, che negli ultimi tempi mi sta cadendo un po' troppo l'occhio su notizie preoccupanti. Notizie che non fanno pensare a una evoluzione dell'Islam in senso democratico. Fuori dall'Europa, per esempio, c'è stato il caso della giornalista sudanese arrestata, insieme con altre tredici donne, perché indossava calzoni in pubblico, violando le "leggi sulla decenza". Per questa "violazione" sono previste una quarantina di frustate: non male come rispetto delle donne e della loro autonomia. Ne parla Mona Eltahawy in questo articolo sul New York Times: peccato che anche lei, come tanti altri, ripeta il vecchio ritornello secondo cui questa sarebbe una distorsione del "vero Islam", i cui insegnamenti "sottolineano la capacità di perdonare e la compassione". Non c'è che dire: una bella lettura selettiva dei precetti coranici. Oppure che dire del nuovo democratico Afghanistan? Per venire incontro alle esigenze dei talebani è stato sancito, di fatto, lo stupro delle donne all'interno del matrimonio. In Iraq, invece, si è aperta la caccia ai gay: e in questo caso non vuol dire che i gay non possono sposarsi, ma che vengono torturati e ammazzati direttamente dalle milizie, le quali restano impunite. Non so se è chiara la sottile differenza tra le due cose. A questo punto mi viene davvero da credere che sarebbe stato meglio abbandonare Afghanistan e Iraq al loro destino: con i risultati che (non) abbiamo conseguito avremmo risparmiato un bel po' di vite umane.

E qui, nel "mondo occidentale", che cosa facciamo? Mostriamo condiscendenza verso comportamenti e rivendicazioni che, se fossero avanzati da altre religioni, scatenerebbero - e a ragion veduta - una ridda di proteste e di censure. Sembra che chi sostiene questo genere di multiculturalismo abbia introiettato una certa quantità di masochismo, per cui è giusto e sacrosanto bastonare i fondamentalisti di casa nostra - le cui armi sono ancora spuntate - ma è scorretto politicamente frenare le derive fondamentaliste altrui. In questi casi sono proprio certi progressisti accecati che, novelli Quisling, si prestano alla bisogna. Giusto un paio di esempi di questi ultimi giorni. A Yale la casa editrice universitaria pubblicherà un libro sulle famigerate vignette danesi raffiguranti, tra l'altro, Maometto che, qualche anno fa, scatenarono l'ira (spesso organizzata e manovrata politicamente) dei paesi musulmani. Però, per non dare troppo fastidio, non riprodurrà quelle stesse vignette che sarebbero l'oggetto dello scandalo, oltre che l'argomento principale del libro. In Inghilterra, invece, è di pochi giorni fa il caso di un ministro - Jim Fitzpatrick - che ha abbandonato un matrimonio islamico, nell'East End londinese, perché pretendevano che lui e sua moglie sedessero in stanze separate. Per questo è stato criticato dalla comunità musulmana britannica, che ha visto nel suo gesto - tra l'altro molto tranquillo - una "grave offesa", e gli sono state chieste scuse ufficiali. Ma come? In questo caso la parità tra uomo e donna non vale più niente? In ossequio ai pregiudizi di una religione tribale - perché questo sono certi precetti - dobbiamo buttare a mare certi princìpi non negoziabili? La reazione di Fitzpatrick sarebbe stata degna di un elogio, altro che di attacchi!

In Italia, invece, in questi giorni abbiamo le polemiche sul "burquini". Per ora è solo una notizia che fa colore, ma mi auguro che non si diffonda la tendenza a far nuotare le donne travestite da mummia azzurra o da puffo gigante. O quanto meno, pretendiamo un po' di reciprocità: se in qualche paese islamico le donne (magari anche solo occidentali) potranno, se vorranno, nuotare nelle piscine pubbliche con un bikini, allora non c'è problema. Oppure, se vogliamo stabilire eccezioni per motivi religiosi, non vedo perché io non potrei - tanto per dire - nuotare nudo accampando la spiegazione che me l'hanno imposto il mio dio e la mia religione. Qualche giorno fa, invece, c'è stata la polemica sui braccianti agricoli del Mantovano e l'obbligo di bere anche durante il Ramadan, pena il licenziamento. E' evidente che chi lavora sotto il sole cocente di agosto deve reidratarsi. Non ci sarebbe neanche stato bisogno di minacciare il licenziamento, in realtà: per cautelarsi bastava far firmare uno scarico di responsabilità. Se qualcuno voleva continuare a non bere, ebbene, avrebbe dovuto dichiarare di assumersi la responsabilità di qualunque cosa fosse successa poi. Punto e fine del discorso. (Tanto per intenderci: se uno, per motivi religiosi, preferisce lasciarsi morire di sete è libero di farlo, in nome della sua libertà individuale, così come un testimone di Geova può tranquillamente lasciarsi morire pur di non subire una trasfusione. Quello che non si può pretendere è di trasferire la colpa a qualcun altro e garantire questa libertà come uno statuto di eccezione in virtù della sua appartenenza religiosa). Altrimenti vale lo stesso discorso del "burquini": chiunque, per qualsiasi motivo, potrebbe avanzare una ragione per cui la sua personalissima religione gli impedisce di fare qualcosa: se il mio dio mi vieta di rispondere al telefono o di scrivere email in un certo periodo dell'anno, posso essere esentato dal farlo senza rischiare il posto di lavoro?

Insomma, se è generalmente pericoloso fare eccezione ai princìpi di uno stato laico per favorire una religione, lo è ancora di più quando questa religione è l'Islam che, diversamente dalle altre, non conosce, negli stati in cui è praticata, la separazione tra sfera privata e sfera pubblica. Occorre vigilare e frenare, altrimenti - concessione dopo concessione - il 2050 potrebbe diventare davvero un incubo e trovarci islamizzati. Nel modo peggiore, oltretutto.

postato da: AMALTEO alle ore agosto 21, 2009 14:04 | link | commenti (2)
categorie: pensare culture religioni, pensare storia contemporanea
martedì, 03 febbraio 2009

Il diritto, almeno, al proprio corpo

rodin, PENSATORE, in MARMODisgustato per la violenza e mancanza di carità che i religiosi espongono, in questi giorni, sul mercato della rappresentazione sociale, rileggo le parole che dovrebbero sancire il più umanissimo e personale diritto soggettivo:

Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana

Costituzione della Repubblica, art. 32


«Ove il malato giaccia da moltissimi anni (nella specie, oltre quindici) in stato vegetativo permanente, con conseguente radicale incapacità di rapportarsi al mondo esterno, e sia tenuto artificialmente in vita mediante un sondino nasogastrico che provvede alla sua nutrizione ed idratazione, su richiesta del tutore che lo rappresenta, e nel contraddittorio con il curatore speciale, il giudice può autorizzare la disattivazione di tale presidio sanitario (fatta salva l’applicazione delle misure suggerite dalla scienza e dalla pratica medica nell’interesse del paziente), unicamente in presenza dei seguenti presupposti: (a) quando la condizione di stato vegetativo sia, in base ad un rigoroso apprezzamento clinico, irreversibile e non vi sia alcun fondamento medico, secondo gli standard scientifici riconosciuti a livello internazionale, che lasci supporre la benché minima possibilità di un qualche, sia pure flebile, recupero della coscienza e di ritorno ad una percezione del mondo esterno; e (b) sempre che tale istanza sia realmente espressiva, in base ad elementi di prova chiari, univoci e convincenti, della voce del paziente medesimo, tratta dalle sue precedenti dichiarazioni ovvero dalla sua personalità, dal suo stile di vita e dai suoi convincimenti, corrispondendo al suo modo di concepire, prima di cadere in stato di incoscienza, l’idea stessa di dignità della persona.

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE,SEZIONE I CIVILE, Sentenza 16 ottobre 2007, n. 21748

postato da: AMALTEO alle ore febbraio 03, 2009 20:02 | link | commenti (12)
categorie: pensare culture religioni
sabato, 17 gennaio 2009

Toni Capuozzo, Ultima lettera dalla collina

Solo uno sguardo empatico  (guardare negli occhi e non opinionare per darsi identità) poteva cogliere un punto di vista differente, fuori dalle contrapposizioni da stadio:

"Se uno sta male a investire un gabbiano, cosa gli succede se uccide un innocente ? Mi sono sempre chiesto in questi giorni, quale sforzo debbano fare non i guerrieri di Hamas, che coltivano la morte, ma i soldati di Tsahal, che vogliono vivere."


L'altra sera tornavamo, stanchi, dalla collina verso l'albergo di Ashqelon. Lavoro finito, e il silenzio, tra me e Garo, di chi deve decidere se ha più fame o sonno. A un tratto ho visto in mezzo alla strada una macchia bianca. Non andavamo veloci, perchè Garo, il mio operatore armeno non guida veloce, e l'auto è grossa e pesante, carica di attrezzature. Ma non c'è stato il tempo di pensare, solo di registrare, velocemente, che la macchia era un gabbiano, e all'ultimo momento che era un gabbiano vivo, immobile. Troppo tardi per sterzare, il tempo di un'imprecazione, e gli siamo passati sopra.
Era chiaro che Garo stava ancora peggio di me. Per tutta la strada non ha fatto altro che parlare di questo . Mi ha raccontatto di quella volta che stava girando delle immagini in campagna, un contadino seguito da un asinello e a un tratto l'asinello aveva dato una scarto e aveva attraversato la strada proprio mentre passava un'auto. Era stato urtato malamente, e aveva arrancato di nuovo, ragliando di dolore, sul sentiero, lontano dall'asfalto. Il contadino non si era neppure girato a guardarlo. “Credo temesse che quello dell'auto tornasse indietro, a chiedergli i danni”, mi ha detto Garo, e così faceva finta che l'asinello non lo riguardasse. Garo era andato a dormire soffrendo all'idea di quell'asinello senza veterinario, senza parole, senza medicine, senza lo sguardo del padrone.
Gli ho raccontato di quella volta che a Ostia ho trovato un gabbiano con un filo da pesca che gli penzolava dal becco, e di come lo portai in una clinica veterinaria, dove non sapevano cosa fare, perchè al massimo avevano esperienza di pappagallini. Gli avevano fatto un'iniezione per alimentarlo – era indebolito da un digiuno lungo e forzato- e il mattino dopo ero tornato a prenderlo e in una scatola di cartone lo avevo portato alla Lipu. Poi avevo telefonato per sapere qualcosa, e mi avevano risposto che dalla radiografia risultava che l'amo era incagliato nello stomaco, in profondità, e che l'unica speranza era che lo espellesse da solo. Non ho più telefonato, ho raccontato a Garo, per nona vere brutte notizie e perchè nonostante tutto nona evo fatto a tempo ad affezionarmi al gabbiano, che continuava a sfondare il coperchio della scatola di cartone con il suo becco temibile, e facevo fatica a guidare con una mano sola. “Era un gabbiano senza nome, Garo, e i gabbiani sono una specie forte e colonizzatrice, popolano campi e discariche, ormai”. Non credo che quei racconti servissero a molto, e in silenzio abbiamo deciso di aver più sonno che fame.
Se uno sta male a investire un gabbiano, cosa gli succede se uccide un innocente ? Mi sono sempre chiesto in questi giorni, quale sforzo debbano fare non i guerrieri di Hamas, che coltivano la morte, ma i soldati di Tsahal, che vogliono vivere.
Ed è per questo che spero finisca presto, anche. Perchè se uno moltiplica le vittime civili, e i loro parenti sopravvissuti, e i feriti e le ferite che si porteranno dentro, e i loro parenti, e quelli che sopravviveranno ma non dimenticheranno quello che hanno visto, c'è da aver paura. E se uno pensa a chi ha ucciso per sbaglio, fosse pure per evitare di venire ucciso, o per spezzare l'incubo dei missili sulla testa della tua gente, è facile capire che le cicatrici lasceranno un segno. Non l'abitudine, non l'indurimento, questo non lo credo. Ma un segno lo lasceranno, e non è un bel segno. Per questo spero che si passi presto a combattere, visto che non c'è il cessate il fuoco, con le armi corte, e perfino con i coltelli, se serve. A tu per tu, nel modo intimo che l'odio e la vendetta meritano, guardandosi negli occhi. Perchè guai per Israele, se accettasse che ci sono prezzi che si possono pagare, che bisogna rassegnarsi a pagare. E guai se non ci si fermasse sulla soglia di tanti cuori palestinesi, se non gli si desse modo di pensare, di ripensare, di ribellarsi alla follia di Hamas, se non ci fosse, rapida , la capacità di azzerare la minaccia e tirarsi fuori e lasciare Gaza davanti al suo specchio infranto, a regolare i conti con se stessa.
Cercando un pertugio, uno spioncino nella rete, il giorno dopo, in una stradina di campagna in vista di Rafah, mi sono imbattuto in una storia che avrebbe fatto felice un buonista, ma nell'auto c'eravamo solo io e Garo. Un furgoncino ci ha affiancati, e dal finestrino un ragazzo ci ha chiesto, in israeliano, se davvero eravamo della televisione. Riconoscendo l'accento, Garo gli ha risposto in arabo. E l'altro ha detto che voleva mostrarci come lui e i suoi amici vivessero in pace con gli israeliani, lì vicino. L'abbiamo seguito, attraverso i campi di un'azienda agricola enorme, distese di pomodori a perdita d'occhio, e dopo le nuvole di fumo sopra Rafah. Ci ha portati in un cortile vasto, ai bordi di un capannone dove i rumori degli attrezzi dei meccanici spezzavano la nenia di una radio che diffondeva una preghiera islamica. Erano una ventina di operai, arabi e israeliani. Tutti amici, e non solo davanti alla telecamera capitata lì per caso. Il ragazzo che ci aveva portato ha la madre di Gaza, e uno zio che vive ancora lì, grazie a Dio ancora indenne, ha aggiunto. Gli abbiamo chiesto dei Qassam, delle vittime civili, di Hamas. Avevano risposte laconiche e uguali, gli uni e gli altri. “Sì, ne parliamo tra di noi, e pensiamo che questa storia fa male a tutti”, ha detto un israeliano. Il ragazzo arabo, che ha continuato a essere il più esuberante di tutti è arrivato a dire che Hamas non è araba, in un'affermazione di orgoglio, ma non risparmiava le critiche a Israele: “Vuole uccidere Hamas ? Ha ragione , fa bene. Però non deve pensare che siamo tutti di Hamas, non deve uccidere gli altri”. Non era quei dibattiti formali, con convenevoli e liti già scritte. Erano operai che facevano rimpiangere la lotta di classe, al tempo delle guerre di religione.
Quando siamo tornati verso la strada asfaltata, avevamo la sensazione di esserci imbattuti in un'oasi rustica. “Mi sembra una Nevè Shalom operaia”, ho detto io, ricordando quel villaggio dove ebrei, musulmani, cristiani vivono insieme, e che non ho mai visitato. “Quelli sono hippie che hanno l'età nostra”, ha detto Garo. “Sai cosa dice mio figlio giovane ? Che tutti i pazzi di tutte le religioni vanno ad abitare lì”. “Bè, sono pazzi ma almeno non fanno la guerra”.
“Toni – mi ha detto Garo- uno come te non ci resterebbe neanche un giorno, lì. Sai perchè ? Perchè non hai la coda di cavallo, sei poco credibile come vecchio pacifista”. Abbiamo riso, anche per mascherare l'imbarazzo di quell'oasi operaia così difficilmente catalogabile, vicino ai rumori della guerra. “Ma ci sarà gente così anche a Gaza, no ?”. “Sì ma non li intervistano, o se li intervistano dicono altre cose. Poi, sotto le bombe è difficile andare per il sottile”. Insomma, abbiamo lasciato quell'angolo di campagna come fuori dal mondo, anche se i cappelli di paglia coloratissimi di un gruppo di donne che raccoglievano i pomodori ci ha fatto rallentare, e abbiamo chiesto da dove venissero. Thailandesi, ci ha risposto il caposquadra. Non è neanche questione di proletariato, allora, perchè i proletari lì, non erano più né gli israeliani né gli arabi.
Siamo stati zitti, anche quando abbiamo incrociato una lunga fila di motociclisti con i giubbotti di cuoio, i chopper, e le bandiere israeliane al vento. “Garo, sotto i caschi hanno le code di cavallo pure quelli”, ho detto io. “E anche tu, se non avessi i capelli ricci, potresti fartela, la coda, forse siamo un po' fuori dal tempo”. Garo è stato zitto, ma capivo che stava pensando come dirmi qualcosa. Era di nuovo buio quando me l'ha detto: “Stanotte ho sognato il gabbiano. E' venuto a dirmi che era colpa sua, così fermo in mezzo alla strada, che io non avevo colpa”. “Sai – gli ho risposto- non mi era mai capitato di vedere un gabbiano così, fermo sull'asfalto. Corvi, magari, a cercare qualche resto di ricci, sì. Ma gabbiani mai. Forse era intontito dalle esplosioni”. Abbiamo rallentato, prima del punto dell'investimento. Non c'erano tracce. “Garo, forse è sopravvissuto”. “No, te l'ho detto che l'ho sognato. Quel che restava, se lo sono portato via le volpi”.


in: http://www.facebook.com/profile.php?id=550220979&ref=profile#/note.php?note_id=45570621309&id=1150592420&index=0
martedì, 13 gennaio 2009

Amos Oz su: ebrei, la lingua, le lingue, la terra, lo stato di Israele

Il tempo non sembra passare in quel lembo di terra: ... 1948 ... 1956... ... 1967 ... 1973 ... 1987... 1993 ... 2000 ... 2005 ... 2008

"i miei genitori non volevano che imparassi le lingue europee affinchè non fossi attratto dal fascino fatale dell'Europa, che avrebbe voluto dire la morte"

"la piccola casa in cui viviamo deve essere divisa in due appartamenti in cui devono stabilirsi entrambi
... famiglie ... famiglie infelici ..."

domenica, 28 dicembre 2008

Ribaltamenti di prospettiva, e ora la rivincita

Bernard Lewis, I musulmani alla scoperta dell'Europa
Rizzoli - Bur, 2005, p. 413



In questo classico libro, Bernard Lewis ribalta l'usuale nozione della parola "scoperta": qui gli europei non sono gli esploratori di terre remote e selvagge, ma gli esotici barbari "oggetto di scoperta e di studio da parte di osservatori provenienti dalle terre dell'Islam.
Lewis racconta la battaglia di Poitiers come dovette apparire non a Carlo Martello ma agli arabi, e Lepanto e l'assedio di Vienna dal punto di vista dei turchi. Racconta soprattutto l'immagine dell'Europa riflessa nelle opere della cultura islamica: un'Europa che nel Medioevo appariva arretrata e incivile, e che nei secoli seguenti diventa sempre più lontana e incomprensibile.
postato da: AMALTEO alle ore dicembre 28, 2008 20:07 | link | commenti
categorie: pensare culture religioni, pensare storia contemporanea, pensare politica terrorismo
martedì, 30 settembre 2008

persecuzioni e massacri di cristiani che si svolgono in altre parti del mondo

" ... Troppi, mentre sono pronti a sollevarsi strepitando di razzismo genocida quando si propone di prendere le impronte ai bambini dei campi nomadi, voltano lo sguardo dall’altra parte di fronte ai massacri concreti di cristiani. ..."
...
Il “politicamente corretto” ipocrita e suicida porta a tacere e persino a giustificare ogni crimine compiuto dall’“altro” e a considerare il massacro di cristiani come un normale prezzo da pagare per le colpe della civiltà occidentale ...
di Giorgio Israel
 
postato da: AMALTEO alle ore settembre 30, 2008 10:14 | link | commenti (2)
categorie: pensare culture religioni, pensare polis
sabato, 13 settembre 2008

Le parole del prof. Ratzinger al Collège des Bernardins di Parigi, 12 Settembre 2008

Rodin, Pensatore

Il tema di fondo della lectio del prof. Joseph Ratzinger è esplicitato nelle righe finali:

“Una cultura meramente positivista che rimuovesse nel campo soggettivo come non scientifica la domanda circa Dio, sarebbe la capitolazione della ragione, la rinuncia alle sue possibilità più alte e quindi un tracollo dell’umanesimo, le cui conseguenze non potrebbero essere che gravi.”

La scaletta argomentativa è particolarmente suggestiva, anche perché si snoda attorno alla immagine dei monasteri e della vita monastica per scovare le radici del pensiero riflessivo:

“Nella confusione dei tempi in cui niente sembrava resistere, essi volevano fare la cosa essenziale: impegnarsi per trovare ciò che vale e permane sempre, trovare la Vita stessa.”

Non appartiene al mio percorso intellettuale quello di riferire la “cultura della Parola” (custodita e sviluppata dai monaci) al “colloquio con Dio.

Tuttavia, da laico, sono molto interessato al tema della tensione fra “legame” e libertà, in quanto non posso farmi soggetto se non dentro al rapporto continuo che si instaura fra la storia (così ritraduco il tema del “legame”) e la biografia personale. E’ la libertà soggettiva, dentro le regole sociali, che mi produce ogni giorno come individuo.

Nel loro linguaggio i cattolici propongono così la questione:

“Questa tensione tra legame e libertà, che va ben oltre il problema letterario dell’interpretazione della Scrittura, ha determinato anche il pensiero e l’operare del monachesimo e ha profondamente plasmato la cultura occidentale.
Essa si pone nuovamente anche alla nostra generazione come sfida di fronte ai poli dell’arbitrio soggettivo, da una parte, e del fanatismo fondamentalista, dall’altra. Sarebbe fatale, se la cultura europea di oggi potesse comprendere la libertà ormai solo come la mancanza totale di legami e con ciò favorisse inevitabilmente il fanatismo e l’arbitrio.”

Non sono indifferente a questo modo di ragionare.


Joseph Ratzinger, Lectio al al Collège des Bernardins di Parigi, 12 Settembre 2008

….
Vorrei parlarvi stasera delle origini della teologia occidentale e delle radici della cultura europea. Ho ricordato all’inizio che il luogo in cui ci troviamo è in qualche modo emblematico. È infatti legato alla cultura monastica, giacché qui hanno vissuto giovani monaci, impegnati ad introdursi in una comprensione più profonda della loro chiamata e a vivere meglio la loro missione. È questa un’esperienza che interessa ancora noi oggi, o vi incontriamo soltanto un mondo ormai passato? Per rispondere, dobbiamo riflettere un momento sulla natura dello stesso monachesimo occidentale. Di che cosa si trattava allora? In base alla storia degli effetti del monachesimo possiamo dire che, nel grande sconvolgimento culturale prodotto dalla migrazione di popoli e dai nuovi ordini statali che stavano formandosi, i monasteri erano i luoghi in cui sopravvivevano i tesori della vecchia cultura e dove, in riferimento ad essi, veniva formata passo passo una nuova cultura.
Ma come avveniva questo? Quale era la motivazione delle persone che in questi luoghi si riunivano? Che intenzioni avevano? Come hanno vissuto? Innanzitutto e per prima cosa si deve dire, con molto realismo, che non era loro intenzione di creare una cultura e nemmeno di conservare una cultura del passato. La loro motivazione era molto più elementare. Il loro obiettivo era: quaerere Deum, cercare Dio. Nella confusione dei tempi in cui niente sembrava resistere, essi volevano fare la cosa essenziale: impegnarsi per trovare ciò che vale e permane sempre, trovare la Vita stessa. Erano alla ricerca di Dio. Dalle cose secondarie volevano passare a quelle essenziali, a ciò che, solo, è veramente importante e affidabile. Si dice che erano orientati in modo “escatologico”. Ma ciò non è da intendere in senso cronologico, come se guardassero verso la fine del mondo o verso la propria morte, ma in un senso esistenziale: dietro le cose provvisorie cercavano il definitivo. Quaerere Deum: poiché erano cristiani, questa non era una spedizione in un deserto senza strade, una ricerca verso il buio assoluto.
Dio stesso aveva piantato delle segnalazioni di percorso, anzi, aveva spianato una via, e il compito consisteva nel trovarla e seguirla. Questa via era la sua Parola che, nei libri delle Sacre Scritture, era aperta davanti agli uomini. La ricerca di Dio richiede quindi per intrinseca esigenza una cultura della parola o, come si esprime Jean Leclercq : nel monachesimo occidentale, escatologia e grammatica sono interiormente connesse l’una con l’altra (cfr L’amour des lettres et le desir de Dieu, p.14). Il desiderio di Dio, le désir de Dieu, include l’amour des lettres, l’amore per la parola, il penetrare in tutte le sue dimensioni. Poiché nella Parola biblica Dio è in cammino verso di noi e noi verso di Lui, bisogna imparare a penetrare nel segreto della lingua, a comprenderla nella sua struttura e nel suo modo di esprimersi. Così, proprio a causa della ricerca di Dio, diventano importanti le scienze profane che ci indicano le vie verso la lingua. Poiché la ricerca di Dio esigeva la cultura della parola, fa parte del monastero la biblioteca che indica le vie verso la parola. Per lo stesso motivo ne fa parte anche la scuola, nella quale le vie vengono aperte concretamente. Benedetto chiama il monastero una dominici servitii schola.
Il monastero serve alla eruditio, alla formazione e all’erudizione dell’uomo – una formazione con l’obbiettivo ultimo che l’uomo impari a servire Dio. Ma questo comporta proprio anche la formazione della ragione, l’erudizione, in base alla quale l’uomo impara a percepire, in mezzo alle parole, la Parola. Per avere la piena visione della cultura della parola, che appartiene all’essenza della ricerca di Dio, dobbiamo fare un altro passo. La Parola che apre la via della ricerca di Dio ed è essa stessa questa via, é una Parola che riguarda la comunità. Certo, essa trafigge il cuore di ciascun singolo (cfr At 2, 37). Gregorio Magno descrive questo come una fitta improvvisa che squarcia la nostra anima sonnolenta e ci sveglia rendendoci attenti per Dio (cfr Leclercq, ibid., p.35). Ma così ci rende attenti anche gli uni per gli altri. La Parola non conduce a una via solo individuale di un’immersione mistica, ma introduce nella comunione con quanti camminano nella fede. E per questo bisogna non solo riflettere sulla Parola, ma anche leggerla in modo giusto. Come nella scuola rabbinica, così anche tra i monaci il leggere stesso compiuto dal singolo è al contempo un atto corporeo. “Se, tuttavia, legere e lectio vengono usati senza un attributo esplicativo, indicano per lo più un’attività che, come il cantare e lo scrivere, comprende l’intero corpo e l’intero spirito”, dice al riguardo Jean Leclercq (ibid., p.21).
E ancora c’è da fare un altro passo. La Parola di Dio introduce noi stessi nel colloquio con Dio. Il Dio che parla nella Bibbia ci insegna come noi possiamo parlare con Lui. Specialmente nel Libro dei Salmi Egli ci dà le parole con cui possiamo rivolgerci a Lui, portare la nostra vita con i suoi alti e bassi nel colloquio davanti a Lui, trasformando così la vita stessa in un movimento verso di Lui. I Salmi contengono ripetutamente delle istruzioni anche sul come devono essere cantati ed accompagnati con strumenti musicali. Per pregare in base alla Parola di Dio il solo pronunciare non basta, esso richiede la musica. Due canti della liturgia cristiana derivano da testi biblici che li pongono sulle labbra degli Angeli: il Gloria, che è cantato dagli Angeli alla nascita di Gesù, e il Sanctus, che secondo Isaia 6 è l’acclamazione dei Serafini che stanno nell’ immediata vicinanza di Dio. Alla luce di ciò la Liturgia cristiana è invito a cantare insieme agli Angeli e a portare così la parola alla sua destinazione più alta. Sentiamo in questo contesto ancora una volta Jean Leclercq: “I monaci dovevano trovare delle melodie che traducevano in suoni l’adesione dell’uomo redento ai misteri che egli celebra. I pochi capitelli di Cluny, che si sono conservati fino ai nostri giorni, mostrano così i simboli cristologici dei singoli toni” (cfr ibid. p.229).
In Benedetto, per la preghiera e per il canto dei monaci vale come regola determinante la parola del Salmo: Coram angelis psallam Tibi, Domine – davanti agli angeli voglio cantare a Te, Signore (cfr 138,1). Qui si esprime la consapevolezza di cantare nella preghiera comunitaria in presenza di tutta la corte celeste e di essere quindi esposti al criterio supremo: di pregare e di cantare in maniera da potersi unire alla musica degli Spiriti sublimi, che erano considerati gli autori dell’armonia del cosmo, della musica delle sfere.
I monaci con il loro pregare e cantare devono corrispondere alla grandezza della Parola loro affidata, alla sua esigenza di vera bellezza. Da questa esigenza intrinseca del parlare con Dio e del cantarLo con le parole donate da Lui stesso è nata la grande musica occidentale. Non si trattava di una “creatività” privata, in cui l’individuo erige un monumento a se stesso, prendendo come criterio essenzialmente la rappresentazione del proprio io. Si trattava piuttosto di riconoscere attentamente con gli “orecchi del cuore” le leggi intrinseche della musica della stessa creazione, le forme essenziali della musica immesse dal Creatore nel suo mondo e nell’uomo, e trovare così la musica degna di Dio, che allora al contempo è anche veramente degna dell’uomo e fa risuonare in modo puro la sua dignità.
Per capire in qualche modo la cultura della parola, che nel monachesimo occidentale si è sviluppata dalla ricerca di Dio, partendo dall’interno, occorre finalmente fare almeno un breve cenno alla particolarità del Libro o dei Libri in cui questa Parola è venuta incontro ai monaci. La Bibbia, vista sotto l’aspetto puramente storico o letterario, non è semplicemente un libro, ma una raccolta di testi letterari, la cui stesura si estende lungo più di un millennio e i cui singoli libri non sono facilmente riconoscibili come appartenenti ad un’unità interiore; esistono invece tensioni visibili tra di essi.
Ciò vale già all’interno della Bibbia di Israele, che noi cristiani chiamiamo l’Antico Testamento. Vale tanto più quando noi, come cristiani, colleghiamo il Nuovo Testamento e i suoi scritti, quasi come chiave ermeneutica, con la Bibbia di Israele, interpretandola così come via verso Cristo. Nel Nuovo Testamento, con buona ragione, la Bibbia normalmente non viene qualificata come “la Scrittura”, ma come “le Scritture” che, tuttavia, nel loro insieme vengono poi considerate come l’unica Parola di Dio rivolta a noi. Ma già questo plurale rende evidente che qui la Parola di Dio ci raggiunge soltanto attraverso la parola umana, attraverso le parole umane, che cioè Dio parla a noi solo attraverso gli uomini, mediante le loro parole e la loro storia. Questo, a sua volta, significa che l’aspetto divino della Parola e delle parole non è semplicemente ovvio. Detto in espressioni moderne: l’unità dei libri biblici e il carattere divino delle loro parole non sono, da un punto di vista puramente storico, afferrabili. L’elemento storico è la molteplicità e l’umanità. Da qui si comprende la formulazione di un distico medioevale che, a prima vista, sembra sconcertante: “Littera gesta docet – quid credas allegoria…” (cfr Augustinus de Dacia, Rotulus pugillaris, I). La lettera mostra i fatti; ciò che devi credere lo dice l’allegoria, cioè l’interpretazione cristologica e pneumatica.
Possiamo esprimere tutto ciò anche in modo più semplice: la Scrittura ha bisogno dell’interpretazione, e ha bisogno della comunità in cui si è formata e in cui viene vissuta. In essa ha la sua unità e in essa si dischiude il senso che tiene unito il tutto. Detto ancora in un altro modo: esistono dimensioni del significato della Parola e delle parole, che si dischiudono soltanto nella comunione vissuta di questa Parola che crea la storia. Mediante la crescente percezione delle diverse dimensioni del senso, la Parola non viene svalutata, ma appare, anzi, in tutta la sua grandezza e dignità. Per questo il “Catechismo della Chiesa Cattolica” con buona ragione può dire che il cristianesimo non è semplicemente una religione del libro nel senso classico (cfr n. 108). Il cristianesimo percepisce nelle parole la Parola, il Logos stesso, che estende il suo mistero attraverso tale molteplicità. Questa struttura particolare della Bibbia è una sfida sempre nuova per ogni generazione. Secondo la sua natura essa esclude tutto ciò che oggi viene chiamato fondamentalismo. La Parola di Dio stesso, infatti, non è mai presente già nella semplice letteralità del testo. Per raggiungerla occorre un trascendimento e un processo di comprensione, che si lascia guidare dal movimento interiore dell’insieme e perciò deve diventare anche un processo di vita. Sempre e solo nell’unità dinamica dell’insieme i molti libri formano un Libro, si rivelano nella parola e nella storia umane la Parola di Dio e l’agire di Dio nel mondo.
Tutta la drammaticità di questo tema viene illuminata negli scritti di san Paolo. Che cosa significhi il trascendimento della lettera e la sua comprensione unicamente a partire dall’insieme, egli l’ha espresso in modo drastico nella frase: “La lettera uccide, lo Spirito dà vita” (2 Cor 3,6). E ancora: “Dove c’è lo Spirito … c’è libertà” (2 Cor 3,17). La grandezza e la vastità di tale visione della Parola biblica, tuttavia, si può comprendere solo se si ascolta Paolo fino in fondo e si apprende allora che questo Spirito liberatore ha un nome e che la libertà ha quindi una misura interiore: “Il Signore è lo Spirito, e dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà” (2 Cor 3,17). Lo Spirito liberatore non è semplicemente la propria idea, la visione personale di chi interpreta. Lo Spirito è Cristo, e Cristo è il Signore che ci indica la strada. Con la parola sullo Spirito e sulla libertà si schiude un vasto orizzonte, ma allo stesso tempo si pone un chiaro limite all’arbitrio e alla soggettività, un limite che obbliga in maniera inequivocabile il singolo come la comunità e crea un legame superiore a quello della lettera: il legame dell’intelletto e dell’amore. Questa tensione tra legame e libertà, che va ben oltre il problema letterario dell’interpretazione della Scrittura, ha determinato anche il pensiero e l’operare del monachesimo e ha profondamente plasmato la cultura occidentale.
Essa si pone nuovamente anche alla nostra generazione come sfida di fronte ai poli dell’arbitrio soggettivo, da una parte, e del fanatismo fondamentalista, dall’altra. Sarebbe fatale, se la cultura europea di oggi potesse comprendere la libertà ormai solo come la mancanza totale di legami e con ciò favorisse inevitabilmente il fanatismo e l’arbitrio.
Mancanza di legame e arbitrio non sono la libertà, ma la sua distruzione. Nella considerazione sulla “scuola del servizio divino” – come Benedetto chiamava il monachesimo – abbiamo fino a questo punto rivolto la nostra attenzione solo al suo orientamento verso la parola, verso l’ “ora”. E di fatto è a partire da ciò che viene determinata la direzione dell’insieme della vita monastica. Ma la nostra riflessione rimarrebbe incompleta, se non fissassimo il nostro sguardo almeno brevemente anche sulla seconda componente del monachesimo, quella descritta col “labora”. Nel mondo greco il lavoro fisico era considerato l’impegno dei servi. Il saggio, l’uomo veramente libero si dedicava unicamente alle cose spirituali; lasciava il lavoro fisico come qualcosa di inferiore a quegli uomini che non sono capaci di questa esistenza superiore nel mondo dello spirito. Assolutamente diversa era la tradizione giudaica: tutti i grandi rabbi esercitavano allo stesso tempo anche una professione artigianale. Paolo che, come rabbi e poi come annunciatore del Vangelo ai gentili, era anche tessitore di tende e si guadagnava la vita con il lavoro delle proprie mani, non costituisce un’eccezione, ma sta nella comune tradizione del rabbinismo.
Il monachesimo ha accolto questa tradizione; il lavoro manuale è parte costitutiva del monachesimo cristiano. Benedetto parla nella sua Regola non propriamente della scuola, anche se l’insegnamento e l’apprendimento – come abbiamo visto – in essa erano cose praticamente scontate. Parla però
esplicitamente del lavoro (cfr cap.48). Altrettanto fa Agostino che al lavoro dei monaci ha dedicato un libro particolare. I cristiani, che con ciò continuavano nella tradizione da tempo praticata dal giudaismo, dovevano inoltre sentirsi chiamati in causa dalla parola di Gesù nel Vangelo di Giovanni, con la quale Egli difendeva il suo operare in giorno di Sabato: “Il Padre mio opera sempre e anch’io opero” (5, 17). Il mondo greco-romano non conosceva alcun Dio Creatore; la divinità suprema, secondo la loro visione, non poteva, per così dire, sporcarsi le mani con la creazione della materia. Il “costruire” il mondo era riservato al demiurgo, una deità subordinata. Ben diverso il Dio cristiano: Egli, l’Uno, il vero e unico Dio, è anche il Creatore. Dio lavora; continua a lavorare nella e sulla storia degli uomini. In Cristo Egli entra come Persona nel lavoro faticoso della storia. “Il Padre mio opera sempre e anch’io opero”. Dio stesso è il Creatore del mondo, e la creazione non è ancora finita. Dio lavora. Così il lavorare degli uomini doveva apparire come un’espressione particolare della loro somiglianza con Dio e l’uomo, in questo modo, ha facoltà e può partecipare all’operare di Dio nella creazione del mondo.
Del monachesimo fa parte, insieme con la cultura della parola, una cultura del lavoro, senza la quale lo sviluppo dell’Europa, il suo ethos e la sua formazione del mondo sono impensabili. Questo ethos dovrebbe però includere la volontà di far sì che il lavoro e la determinazione della storia da parte dell’uomo siano un collaborare con il Creatore, prendendo da Lui la misura. Dove questa misura viene a mancare e l’uomo eleva se stesso a creatore deiforme, la formazione del mondo può facilmente trasformarsi nella sua distruzione. Siamo partiti dall’osservazione che, nel crollo di vecchi ordini e sicurezze, l’atteggiamento di fondo dei monaci era il quaerere Deum – mettersi alla ricerca di Dio. Potremmo dire che questo è l’atteggiamento veramente filosofico: guardare oltre le cose penultime e mettersi in ricerca di quelle ultime, vere. Chi si faceva monaco, s’incamminava su una via lunga e alta, aveva tuttavia già trovato la direzione: la Parola della Bibbia nella quale sentiva parlare Dio stesso. Ora doveva cercare di comprenderLo, per poter andare verso di Lui. Così il cammino dei monaci, pur rimanendo non misurabile nella lunghezza, si svolge ormai all’interno della Parola accolta. Il cercare dei monaci, sotto certi aspetti, porta in se stesso già un trovare.
Occorre dunque, affinché questo cercare sia reso possibile, che in precedenza esista già un primo movimento che non solo susciti la volontà di cercare, ma renda anche credibile che in questa Parola sia nascosta la via – o meglio: che in questa Parola Dio stesso si faccia incontro agli uomini e perciò gli uomini attraverso di essa possano raggiungere Dio. Con altre parole: deve esserci l’annuncio che si rivolge all’uomo creando così in lui una convinzione che può trasformarsi in vita. Affinché si apra una via verso il cuore della Parola biblica quale Parola di Dio, questa stessa Parola deve prima essere annunciata verso l’esterno. L’espressione classica di questa necessità della fede cristiana di rendersi comunicabile agli altri è una frase della Prima Lettera di Pietro, che nella teologia medievale era considerata la ragione biblica per il lavoro dei teologi: “Siate sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione (logos) della speranza che è in voi” (3, 15) (Logos, la Ragione della Speranza deve diventare apo-logia, la Parola deve diventare risposta).
Di fatto, i cristiani della Chiesa nascente non hanno considerato il loro annuncio missionario come una propaganda, che doveva servire ad aumentare il proprio gruppo, ma come una necessità intrinseca che derivava dalla natura della loro fede: il Dio nel quale credevano era il Dio di tutti, il Dio uno e vero che si era mostrato nella storia d’Israele e infine nel suo Figlio, dando con ciò la risposta che riguardava tutti e che, nel loro intimo, tutti gli uomini attendono. L’universalità di Dio e l’universalità della ragione aperta verso di Lui costituivano per loro la motivazione e insieme il dovere dell’annuncio. Per loro la fede non apparteneva alla consuetudine culturale, che a seconda dei popoli è diversa, ma all’ambito della verità che riguarda ugualmente tutti. Lo schema fondamentale dell’annuncio cristiano “verso l’esterno” – agli uomini che, con le loro domande, sono in ricerca – si trova nel discorso di san Paolo all’Areopago. Teniamo presente, in questo contesto, che l’Areopago non era una specie di accademia, dove gli ingegni più illustri s’incontravano per la discussione sulle cose sublimi, ma un tribunale che aveva la competenza in materia di religione e doveva opporsi all’importazione di religioni straniere. È proprio questa l’accusa contro Paolo: “Sembra essere un annunziatore di divinità straniere” (At 17, 18). A ciò Paolo replica: “Ho trovato presso di voi un’ara con l’iscrizione: Al Dio ignoto. Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio” (cfr 17, 23). Paolo non annuncia dei ignoti. Egli annuncia Colui che gli uomini ignorano, eppure conoscono: l’Ignoto-Conosciuto; Colui che cercano, di cui, in fondo, hanno conoscenza e che, tuttavia, è l’Ignoto e l’Inconoscibile. Il più profondo del pensiero e del sentimento umani sa in qualche modo che Egli deve esistere. Che all’origine di tutte le cose deve eserci non l’irrazionalità, ma la Ragione creativa; non il cieco caso, ma la libertà. Tuttavia, malgrado che tutti gli uomini in qualche modo sappiano questo – come Paolo sottolinea nella Lettera ai Romani (1, 21) – questo sapere rimane irreale: un Dio soltanto pensato e inventato non è un Dio. Se Egli non si mostra, noi comunque non giungiamo fino a Lui.
La cosa nuova dell’annuncio cristiano è la possibilità di dire ora a tutti i popoli: Egli si è mostrato. Egli personalmente. E adesso è aperta la via verso di Lui. La novità dell’annuncio cristiano consiste in un fatto: Egli si è mostrato. Ma questo non è un fatto cieco, ma un fatto che, esso stesso, è Logos – presenza della Ragione eterna nella nostra carne. Verbum caro factum est (Gv 1,14): proprio così nel fatto ora c’è il Logos, il Logos presente in mezzo a noi. Il fatto è ragionevole. Certamente occorre sempre l’umiltà della ragione per poter accoglierlo; occorre l’umiltà dell’uomo che risponde all’umiltà di Dio. La nostra situazione di oggi, sotto molti aspetti, è diversa da quella che Paolo incontrò ad Atene, ma, pur nella differenza, tuttavia, in molte cose anche assai analoga. Le nostre città non sono più piene di are ed immagini di molteplici divinità. Per molti, Dio è diventato veramente il grande Sconosciuto. Ma come allora dietro le numerose immagini degli dèi era nascosta e presente la domanda circa il Dio ignoto, così anche l’attuale assenza di Dio è tacitamente assillata dalla domanda che riguarda Lui. Quaerere Deum – cercare Dio e lasciarsi trovare da Lui: questo oggi non è meno necessario che in tempi passati. Una cultura meramente positivista che rimuovesse nel campo soggettivo come non scientifica la domanda circa Dio, sarebbe la capitolazione della ragione, la rinuncia alle sue possibilità più alte e quindi un tracollo dell’umanesimo, le cui conseguenze non potrebbero essere che gravi. Ciò che ha fondato la cultura dell’Europa, la ricerca di Dio e la disponibilità ad ascoltarLo, rimane anche oggi il fondamento di ogni vera cultura.

 

postato da: AMALTEO alle ore settembre 13, 2008 12:10 | link | commenti (10)
categorie: pensare culture religioni, pensare storia contemporanea
giovedì, 12 giugno 2008

Pensare culture e religioni

"Il Corano, questo cattivo libro, fu sufficiente per fondare una religione mondiale, per soddisfare il bisogno metafisico di milioni e milioni di uomini, per definire il fondamento della loro morale - e di un  notevole disprezzo della morte, ma anche per esaltarli convolgendoli in guerre sanguinose e nelle conquiste più estese.
Nel Corano troviamo la forma più squallida e più povera di teismo...
In quest'opera, io non sono riuscito a scoprire nemmeno un pensiero dotato di valore"


Arthur Schopenhauer (1788-1860)

Noto, per inciso, che oggi per molto meno i vittimisti perdenti radicali mettono a ferro e fuoco le democrazie occidentali e sgozzano i loro apostati.
postato da: AMALTEO alle ore giugno 12, 2008 14:23 | link | commenti (2)
categorie: citare, pensare culture religioni

Pensare culture e religioni

"Ma che lei, da musulmano, ignori che quel simbolo significa perdono senza rappresaglia, amore senza ricompensa, essere innalzati nella sconfitta.
E che tutto questo, poi, sia stato tradito miliardi di volte dalla cristianità ... miliardi di volte. Tanto che l'ultimo papa chiede perdono.
Ma che lei tutto questo lei non lo dica da musulmano, da fratello musulmano, questo darà fiato alle peggiori trombe di questo paese.
A quelli che vanno alla  guerra coi pifferi e sventolando bandiere.
Non con il cuore che piange.
E questo, mi creda, è una tragedia"


Dalla trasmissione "Porta a porta", 5 novembre 2001

risposta di Massimo Cacciari al presidente dell'Unione musulmani d'Italia, che aveva affermato:
"A un bambino che guarda il crocefisso si può dire che rappresenta il cadavere di un uomo nudo, affisso su un pezzo di legno usato dai romani per punire i peggiori criminali dell'epoca.  A prescindere dall'aspetto scioccante che può avere la croce per chi non è cristiano, non è sempre  piacevole vedere un cadavere in miniatura" ...  "La croce simbolo di amore !? No ! La croce è il simbolo di un suicidio e di un deicidio !"
postato da: AMALTEO alle ore giugno 12, 2008 14:14 | link | commenti
categorie: citare, pensare culture religioni