questa fede nella propria supremazia ha un fondamento religioso. In secondo luogo collide con la propria evidente debolezza. Questo genera un adontamento narcisistico in cerca di compensazione. Perciò attribuzioni di colpa, teorie del complotto e proiezioni di ogni genere caratterizzano il sentire collettivo. Secondo il quale il mondo esterno ostile mira unicamente all'umiliazione dei musulmani arabi.
Sicché si reagisce con estrema permalosità a ogni offesa presunta o reale …
A rimetterci le penne nei conflitti che nascono da questa mentalità è l'elementare principio della reciprocità. Così, ad esempio, esistono due sensibilità assolutamente incomparabili tra loro: la propria e quella degli altri. Ferire quella degli infedeli è un esercizio quotidiano. (Del resto già questa definizione fa riflettere; evidentemente altre religioni, diverse dall'islam, non credono a qualcos'altro, bensì a nulla). Offendere chi la pensa diversamente fa parte del repertorio standard dei media islamici. Quando mostrano Ariel Sharon con un'ascia a forma di svastica mentre macella bambini palestinesi, la cosa è normale; per converso il mondo arabo si sente offeso, se qualche caricaturista lo prende in giro. La costruzione dì moschee in tutto il mondo è pretesa come un diritto inalienabile; la costruzione dì chiese cristiane in molti paesi arabi è impensabile. La propaganda della fede musulmana è un dovere sacro, la missione di altre religioni un crimine. Il semplice possesso di una Bibbia viene penalmente perseguito nell'Arabia Saudita. Un califfo autonominatosi tale si scaglia contro la propria espulsione in quanto lesiva dei diritti dell'uomo. Laddove l'incitamento ad ammazzare un romanziere apostata è approvato da molti musulmani. Slogan del tipo «morte agli infedeli (agli americani, ai danesi, ai tedeschi, ecc.)» sono considerati una forma legittima di protesta, per la quale tutti devono mostrare comprensione. Con l'aria dell'innocenza bistrattata predicatori dell'odio pretendono la libertà di opinione, la cui eliminazione è il loro scopo dichiarato. La disintegrazione al tritolo delle statue di Buddha a Bamiyan è stata considerata in Afghanistan un atto di devozione; di reazioni violente in Thailandia o in Giappone non è giunta notizia. Ma non appena si prospetta la proiezione di un film che critica i costumi islamici, la plebaglia si schiera compatta e fioccano le minacce di morte. Si chiede a gran voce rispetto, ma lo si nega agli altri. (p. 53-54)
Mi piace molto come scrive Francesco Piccolo, classe 1964.Hong Kong, una mattina. Esco dalla mia sontuosa stanza d'albergo a un piano altissimo di un grattacielo. Mi fermo davanti alle decine di ascensori, premo il pulsante e aspetto che uno qualsiasi mi porti giù al sontuoso ristorante per la prima colazione. Entro. C'è un signore cinese. Mentre ci diciamo "morning", mi guarda con un'espressione stupita, quasi sgrana gli occhi, come se non avesse mai visto un essere umano europeo, o per qualche altro motivo che non capisco. M'inquieta. L'ascensore parte e io e questo signore cinese adesso abbiamo davanti un piccolo viaggio insieme, prima di arrivare laggiù al piano terra, e non mi piace che mi guardi così come continua a guardarmi, a scrutarmi, fisso, con occhi ormai completamente sgranati, tanto che io comincio ad abbassare lo sguardo per l'imbarazzo, fino a quando lui finalmente non parla e dice quel che voleva dire.
Non m'aspettavo che parlasse e così sulle prime non capisco niente, tranne una parola che mi sembra abbastanza inappropriata nel contesto: Hollywood.
Lui ripete la domanda e capisco che sta balbettando: "ma lei è... quella star di Hollywood... non mi viene il nome... è lei, vero?".
…
Mi ha detto così.
Attenzione; non ha detto: sembra, somiglia. Ha detto: è. Quel che il mio cervello si è messo immediatamente a cercare, così, d'istinto, in risposta a quella domanda confusa, prima ancora di capire se il cinese mi stava prendendo per il culo e forse anche perché era chiarissimo che no, non mi stava affatto prendendo per il culo, ma diceva seriamente - la prima cosa che il mio assurdo cervello si è messo immediatamente a scorrere è un catalogo di volti delle star di Hollywood per capire per chi mi avesse scambiato il cinese. Cioè: alla sua domanda assurda, il mio cervello ha risposto prontamente con una ricerca ancora più assurda per capire a chi somiglio tra tutte le star di Hollywood. Anche se, ripeto, il cinese non ha detto che somiglio a quella star di Hollywood, ma che sono quella star di Hollywood. Intanto però il nome non gli viene in mente, ma si ricorda il film che dovrebbe chiarirmi chi sono secondo lui. Me lo dice. …
Mi dice: "l'attore di Face/Off. Mi hai capito, ora?". E sapete cosa rispondo io, prontamente? "NicolasCage!" A questo punto, per vari motivi, il cinese fa svanire ogni dubbio: quello che ha davanti non sono io, ma la star hollywoodiana Nicolas Cage.
Provo a immedesimarmi in lui e a cercare di comprendere i motivi per cui è giunto a questa conclusione. Prima di tutto, il signore cinese ha citato Face/Off. La regia è di John Woo, che tutto il mondo conosce come il più famoso regista di Hong Kong, appunto; questo rende immediatamente credibile, e non mi chiedete perché, il fatto che io in quanto Nicolas Cage stia qui a Hong Kong. Sarò venuto a trovare John Woo, forse non ci vediamo dai tempi del film. Poi: in Face/Off gli attori protagonisti sono due, Nicolas Cage e John Travolta. E io ho detto quello giusto. Ho detto quello giusto non perché assomigli a Nicolas Cage ma perché, tra i due, John Travolta mi sembrava ancora più assurdo di Nicolas Cage. Quindi, poiché dico quello giusto, lui pensa che io stia confermando il fatto che ha ragione.
E non basta: il signore cinese ha desunto da due fattori - il mio iniziale spaesamento e il luogo comune sulle star hollywoodiane in vacanza - che io in quanto Nicolas Cage sono qui in incognito. Non ho nessuna voglia che mi si riconosca. Ed è per questo motivo che sto continuando a dirgli che non sono affatto Nicolas Cage e che sono italiano. E poiché sono in incognito e dico che non sono Nicolas Cage, questo conferma che sono proprio Nicolas Cage. Dirò di più: il fatto che io sostenga di essere italiano, annulla paradossalmente anche l'ultima traccia di verità evidente (se, come ormai è chiaro, la mia faccia non solo non smentisce, ma è il motivo palese per cui il cinese pensa che io sia Nicolas Cage), e cioè che il mio inglese è claudicante quanto il suo, se non di più, e con un marcato accento italian-napoletano, quindi come faccio a essere Nicolas Cage; ma presumendo il signore cinese che io sia Nicolas Cage e cioè il grande attore che sarei - e che faccio di tutto per non farmi scoprire -, figuriamoci se non mi metto a fare l'italiano con accento napoletano che parla male l'inglese. E figuriamoci se non mi viene bene a tal punto che sembro davvero un italiano. Anche questo elemento, che dovrebbe strasmentire, invece straconferma e così non c'è più scampo, nonostante io insista a dire con accento claudicante che non sono Nicolas Cage, che sono italiano e che non credo nemmeno di assomigliargli, lui dice: "sì, sei in, sei Nicolas Cage!"
e quando usciamo dall'ascensore … io cerco di allontanarmi perché lui comincia a sbracciarsi e a indicarmi, e insomma mi imbarazza - e l'imbarazzo è un altro indizio chiarissimo che io sono Nicolas Cage e non voglio che mi si riconosca; scappo verso il gruppetto dei miei compagni di viaggio mentre lui ferma chiunque si trovi davanti, e parla concitato e mi indica e io intanto racconto ai miei compagni di viaggio quel che mi è successo e perché quel signore mi sta indicando a tutti; i miei compagni di viaggio si girano a guardarlo e a lui lì in fondo sembra che io, in quanto Nicolas Cage, abbia raccontato che un appassionato di Face/Off mi ha scoperto e che ci dobbiamo dileguare. Io davvero sto chiedendo di dileguarci, ma per il fatto che mi vergogno come un cane, a questo punto, di non essere davvero Nicolas Cage e di doverlo spiegare a tutti tra dieci secondi al massimo.
Per parte mia, vi dico quello che voi potete immaginare ma di cui non potete essere certi visto che non mi conoscete: non assomiglio affatto a Nicolas Cage. …. non mi ha scambiato per De Niro, Di Caprio o Brad Pitt. No, solo Nicolas Cage, cioè la faccia cinematografica dell'uomo medio. Ed è a questo punto che scopro la questione terribile che vive tra le righe di quel che ha immaginato il cinese. Che non è vero soltanto che per gli occidentali i cinesi sono tutti uguali, ma è vero anche il contrario. Anche per i cinesi gli occidentali sono tutti uguali.
Così mi sono dileguato. E adesso questo signore cinese penserà per tutta la vita di aver incontrato Nicolas Cage. Quando andrà al cinema, o alla televisione daranno un film con Nicolas Cage, racconterà senz'altro che lui quell'attore lì lo ha conosciuto e gli altri ascolteranno increduli e affascinati il suo racconto di quella volta in ascensore quando Nicolas Cage negava di essere Nicolas Cage. E una cosa che di sicuro racconterà per tutta la vita. Non sempre, magari, ma almeno ogni volta che Nicolas Cage apparirà in un film. Per quest'uomo che vive a Hong Kong o in qualsiasi altro posto del mondo, io sono e rimarrò sempre Nicolas Cage
Francesco Piccolo, Hong Kong, una mattina
in Allegro occidentale, Feltrinelli, 2005, p. 9-13
"La parola comunica il pensiero, il tono le emozioni"
Che scrittura!Mi ri-appunto la sua definizione del Cool Jazz:
La musica dei coolsters si differenzia da quella dei boppers per tre principali caratteristiche: 1) Un idioma di improvvisazione più semplice e soprattutto più calmo o, se si preferisce, più « relaxed » ; 2) Una decisa tendenza alle staccature moderate (e non rapide) ed a un « beat » più morbido; 3) L'uso frequente, specie negli assieme, di una armonizzazione complessa che, molto più del bop, risente della musica europea contemporanea e che tende piuttosto al politonalismo che all’atonalismo.A sua volta la musica cool si distingue da quella progressiva per due considerazioni generali: 1) la molto maggiore ortodossia jazzistica; 2) l'uso quasi costante di formazioni ridotte (in genere da tre a nove elementi) invece dell'orchestone polisinfonico.
p. 308
Livio Cerri, Antologia del jazz, Nistri -Lischi, 1955
In quanto vivente nella modernità vivo non solo il politeismo dei valori, ma anche quello dei ruoli e delle situazioni.Umberto Eco
La bustina di Minerva: Gli Ossimori Concilianti
In L'espresso, 13 aprile 2006
Ancora alcuni anni fa, quando si usava la parola "ossimoro", si doveva spiegare di che cosa si trattasse. Vi si faceva ricorso per definire espressioni celebri come le "convergenze parallele" ed era opportuno chiarire che si ha ossimoro quando si mettono insieme due termini che si contraddicono a vicenda, come forte debolezza, disperata speranza, dolce violenza, insensato senso (Manganelli) e - per non dimenticare il latino - «formosa deformitas, concordia discors, festina lente». Ora tutti parlano di ossimoro: lo si legge sovente sulla stampa, l'ho sentito dire da politici alla televisione, insomma, o tutti si sono messi a leggere trattati di retorica oppure c'è qualcosa dì ossimorico in giro. Si potrebbe obiettare che la faccenda non è sintomo di nulla, si formano sempre delle mode linguìstiche dovute a pigrizia e imitazione, talune durano lo spazio di un mattino ed altre sopravvivono più a lungo ma - insomma - negli anni Cinquanta le ragazzine dicevano "bestiale" e recentemente dicevano "assurdo", senza per questo riferirsi né alla zoologia né a Ionesco, Per un poco tutti avevano preso a dire "un attimino", ma non perché il tempo si fosse davvero accorciato; oppure dicevano "esatto" invece di "sì" (anche quando si sposavano in chiesa), ma non per puntigliosità matematica bensì per l'influenza dei programmi quiz. Resiste ancora l'insopportabile vezzo del "coniugare", e Dio sa perché, in tempi in cui non si presenta il proprio marito ma il proprio compagno, e infine i francesi da un po' di anni abusano del termine "'incontournable", nel senso di qualcosa che non si può evitare e di cui si deve tener conto, e tutto alla radio, alla televisione, nelle conversazioni a cena, è diventato "incontournable", un film, un problema, un libro, un cibo, un tipo di scarpe. Temo proprio che da noi presto si parlerà di qualcosa di ìncontornabile - e si finirà per dire che ciò che è incontornabile è qualcosa che "ci appella" - ma non perché sia improvvisamente aumentato il numero delle cose inevitabili (anzi, quando tutto diventa incontornabile, tutto può essere tranquillamente trascurato, o scontornato). Invece il mio sospetto è che l'ossimoro abbia guadagnato in popolarità perché viviamo in un mondo dove, tramontate le ideologie (che cercavano, talora rozzamente, di ridurre le contraddizioni e imporre una visione univoca delle cose), ci si dibatte ormai solo tra situazioni contraddittorie. Se volete un esempio travolgente, ecco la Realtà Virtuale, che è un poco come un Niente Concreto. Poi ci sono le Bombe Intelligenti, che ossimoro non pare, ma lo è se si considera che una bomba, per propria natura, è stupida e dovrebbe cadere dove la buttano, altrimenti se fa di propria iniziativa rischia di diventare Fuoco Amico, bellissimo ossimoro, se per fuoco si intende qualcosa messo in essere (altro bel vezzo linguistico, anche se non ossimorico) per danneggiare chi amico non è. Mi pare abbastanza ossimorica la Esportazione della Libertà, se la libertà è per definizione qualcosa che un popolo o un gruppo si guadagnano per decisione personale e non per imposizione altrui, ma a ben sottilizzare c'è un ossimoro implicito nel Conflitto di Interessi, perché si può tradurre come Interesse Privato Perseguito per il Pubblico Bene - o Interesse Collettivo Perseguito per il Proprio Utile Particolare.
Vorrei fare notare come siano ossimorici la Mobilitazione Globale dei No-glo-bal, la Pace Armata e l'Intervento Umanitario (se per intervento s'intende, come s'intende, una serie dì azioni belliche in casa altrui). Mi vedo sempre più d'intorno, a sentire i programmi elettorali dei nuovi alleati di Berlusconì, una Sinistra Fascista, e ritengo abbastanza ossimorici gli Atei Clericali come Pera o Ferrara. Non trascurerei, anche se ci siamo abituati, l'Intelligenza Artificiale e persino il Cervello Elettronico (se il cervello è quella cosa molle che abbiamo nella scatola cranica), per non dire degli Embrioni con Anima e persino della Variante di Valico - visto che per definizione un valico è l'unico punto ("incontournable") per cui si può passare tra due montagne. Per essere "bipartisan" (e ditemi se noè è ossimoro questo Prendere Coraggiosamente Parte Tenendo i Piedi in Due Scarpe), altrettanto ossimorìca mi pare una prospettiva ventilata dall'Ulivo, di un Volontariato per il Servizio Civile Obbligatorio. Insomma, non sapendo più come far quadrare scelte che non possono stare insieme, si ricorre a Ossimori Concilianti (ecco un altro bell'ossimoro) per dare l'impressione che ciò che non può convivere conviva, la missione di pace in Iraq, le leggi contro i magistrati (che le leggi dovrebbero applicarle), la politica in televisione e le farse in parlamento, la censura della satira non autorizzata, le profezie a ritroso come il terzo segreto di Fatima, i kamikaze arabi che sarebbero un poco come dei saraceni scintoisti, i sessantottini che sono andati a lavorare con Berlusconi, il populismo liberai. Per finire coi Pacs virtuosamente avversati da concubini divorziati.
Non sapendo più come far quadrare scelte che non possono stare insieme. tutti ricorrono a questa forma retorica con esiti a volte esilaranti.


E oscuro è il mistero del bosco, in cui, una notte, tutta la fauna vivente scomparve.
La minaccia scende con il buio e ovunque aleggia il presagio che, con l’avanzare delle tenebre, bisogna ben proteggersi nelle proprie case.
Chi sfida il folto del bosco, incauto, ne sarà punito, come è accaduto a Nimi che, dopo la sua prima incursione, ha sostituito la parola con il nitrito.
Si mormora, nel paese, della cupa presenza di Nehi, demone del bosco, unico responsabile della cattura e del rapimento di tutti gli animali, bestie e bestiole che un tempo allietavano le case, i prati, il fiume e il vento del paese.
Realtà o leggenda?
I bambini così crescono, sentendo raccontare e poi negare, poiché, in fondo, il sapore della fiaba incanta o spaventa, ma la realtà è sempre un’altra cosa.
E chi si ostina a rievocare troppo o a diffondere una descrizione troppo minuziosa di un animale o di un verso o di un’orma, viene zittito e guardato con sospetto.
Ma nelle storie c’è sempre qualcuno che sfida la congiura del silenzio.
Così Mati e Maya vogliono indagare, guardando in faccia la propria paura, ma ugualmente pronti a carpire il segreto del bosco.
In un avventuroso viaggio verso la conquista dell’ignoto, rincontrano Nimi e, sorpresa!, ha ripreso a parlare. O meglio, non aveva mai smesso. Piuttosto il suo “nitrillo” corrispondeva ad una scelta di rottura verso chi lo canzonava e lo offendeva solo perché affermava di sentire i suoni degli animali.
Il cammino prosegue sempre più intricato e tortuoso, a ridosso del fiume.
Mati, il ragazzo, vorrebbe tornare indietro, ma Maya è ostinata e decisa.
Si va avanti.
E in un giorno che non lascia incedere la notte, avviene l’incontro con Nehi, il demone del bosco.
Dal suo racconto, Mati e Maya apprendono la “sua” verità, così simile a quella di Nimi.
Anche Nehi, da piccolo, aveva appreso e sviluppato il linguaggio degli animali: il cagnesco, il micioliano, l’equese, il mucchese, il moschese … e gli adulti lo guardavano con sospetto ed imbarazzo. Persino i genitori non avevano ostacolato il suo vagabondare nel bosco, finchè Nehi aveva deciso che quella sarebbe stata la sua nuova dimora. E gli animali … avevano compiuto la stessa scelta, stabilendosi con lui.
E questa potrebbe essere la storia.
Una separazione, un distacco dai propri simili poiché percepiti come ottusi, malevoli, insensibili. L’adozione di uno stile di vita più aereo, pacifico, sereno, di un contatto primordiale con la natura, ed il suo addestramento a non essere più crudele e nefasta.
Ma l’autore è Amos Oz.
Come nel romanzo Una storia d’amore e di tenebra, ritorna ancora una volta l’appassionata e disperata ricerca di ritrovare uno spazio di dialogo.
Nella storia D’un tratto nel folto del bosco la metafora che traspare è daccapo la frattura tra il popolo israeliano e palestinese e il desiderio di lanciare una traiettoria di riavvicinamento, unito alla paura del rinnovo del tormento, dell’ostilità e dell’incomprensione.
Per questo quando Mati e Maya interrogano Nehi prospettandogli la gioia, per il loro paese, di riappropriarsi di ciò che hanno perduto grazie ad un suo ritorno, Nehi non potrà che invocare: “Parlate loro. Parlate a quelli che offendono e anche a quelli che tormentano e a quelli che sono contenti di far del male agli altri. Parlate, voi due, a chiunque sia disposto ad ascoltare. Cercate di parlare persino a quelli che prendono in giro voi, che non vi degnano che del loro disprezzo. Nan badateci, continuate a tentare di parlare”.
E il meditabondo rientro verso casa di Mati e Maya, il continuo incalzare del nome di tutti coloro che dovranno essere informati, il timore di essere beffeggiati e comunque la reciproca promessa di riuscire a dialogare, concludono con la parola “Domani” la speranza di intravedere un possibile disegno di unione.
ElleQ
moglie di Amalteo