Tracce e Sentieri

Passeggiate splinderiane di Amalteo

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2° metà del 900-later than never. “Perché vale la pena di vivere? E’ un’ottima domanda… Be’, ci sono cose per cui vale la pena di vivere … Per esempio, per me, direi … tutta la musica e le interpretazioni di Nina Simone … la voce di Ray Charles, quasi sempre … Il ballo di Al Pacino in Scent of a Woman … le note di John Lewis quando volano nelle fughe di Bach … Louis Armstrong, l’incisione di West and blues del 1928 … i film di Sergio Leone … i racconti di Stephen King … gli azzurri e i gialli di Van Gogh … i quadri di Peppo Spagnoli, che dimostra che si può fare molto anche da luoghi piccoli… il sorriso di Luciana …. ... e poi anche ...” da Woody Allen, Manhattan (con qualche cambiamento) pamalteo@gmail.com

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sabato, 15 marzo 2008

La letteratura ebraico-israeliana scatena i "perdenti radicali"

Dopo il caso della Fiera del Libro di Torino la presenza degli scrittori israeliani ospiti d'onore a Parigi ha scatenato l'impulsiva reazione della cultura musulmana al Salon du livre di Parigi.
Il loro istituto di cultura che raggruppa 50 paesi islamici ha chiesto agli intellettuali musulmani di boicottare la manifestazione parigina in programma dal 14 al 19 marzo, che celebra il 60.mo anniversario della creazione dello Stato ebraico.
Visto che in questi stessi giorni al Festival della matematica 2008 di Roma è stato accolto con giustificati onori Hans Magnus Enzenberger, tanto lodato dalla intellettualità italiana, vorrei ricordare il suo prezioso libro Il perdente radicale, Einaudi, 2007, p. 73 che, all'opposto, questa stessa intellettualità di sinistra ha a suo tempo ignorato.
Nella quinta argomentazione - nella quale diceva che la civiltà arabo-musulmana, invece di provare a rinnovare le proprie coordinate culturali adattandole ai cambiamenti sistemici del mondo, reagisce con il vittimismo, il pianto mediterraneo, l'urletto isterico, l'ira lamentosa, l'odio dei mediocri, il ditone alzato a maledire Hans - Magnus Enzenberger scrive:

questa fede nella propria supremazia ha un fondamento religioso. In secondo luogo collide con la propria evidente debolezza. Questo genera un adontamento narcisistico in cerca di compensazione. Perciò attri­buzioni di colpa, teorie del complotto e proiezioni di ogni genere caratterizzano il sentire collettivo. Secondo il quale il mon­do esterno ostile mira unicamente all'umi­liazione dei musulmani arabi.
Sicché si reagisce con estrema permalosità a ogni offesa presunta o reale
A rimetterci le penne nei conflitti che na­scono da questa mentalità è l'elementare principio della reciprocità. Così, ad esem­pio, esistono due sensibilità assolutamente incomparabili tra loro: la propria e quella degli altri. Ferire quella degli infedeli è un esercizio quotidiano. (Del resto già questa definizione fa riflettere; evidentemente al­tre religioni, diverse dall'islam, non credo­no a qualcos'altro, bensì a nulla). Offende­re chi la pensa diversamente fa parte del re­pertorio standard dei media islamici. Quan­do mostrano Ariel Sharon con un'ascia a forma di svastica mentre macella bambini palestinesi, la cosa è normale; per conver­so il mondo arabo si sente offeso, se qual­che caricaturista lo prende in giro. La costruzione dì moschee in tutto il mondo è pretesa come un diritto inalienabile; la co­struzione dì chiese cristiane in molti paesi arabi è impensabile. La propaganda della fe­de musulmana è un dovere sacro, la missio­ne di altre religioni un crimine. Il semplice possesso di una Bibbia viene penalmente perseguito nell'Arabia Saudita. Un califfo autonominatosi tale si scaglia contro la pro­pria espulsione in quanto lesiva dei diritti dell'uomo. Laddove l'incitamento ad am­mazzare un romanziere apostata è approva­to da molti musulmani.  Slogan del tipo «morte agli infedeli (agli americani, ai da­nesi, ai tedeschi, ecc.)» sono considerati una forma legittima di protesta, per la quale tut­ti devono mostrare comprensione. Con l'a­ria dell'innocenza bistrattata predicatori dell'odio pretendono la libertà di opinione, la cui eliminazione è il loro scopo dichiara­to. La disintegrazione al tritolo delle statue di Buddha a Bamiyan è stata considerata in Afghanistan un atto di devozione; di rea­zioni violente in Thailandia o in Giappone non è giunta notizia. Ma non appena si pro­spetta la proiezione di un film che critica i costumi islamici, la plebaglia si schiera compatta e fioccano le minacce di morte. Si chiede a gran voce rispetto, ma lo si nega agli altri. (p. 53-54)

Per la cronaca storica mi appunto questo articolo:

"E' un po' grottesco parlare di boicottaggio in uno degli eventi culturali più importanti dell'anno, il Salone del libro di Parigi. Ma questo era il rischio (diventato una realtà, appesantita da psicosi e misure di sicurezza per la visita ufficiale di Shimon Peres) essendo ospite d'onore la letteratura ebraica, in occasione del sessantesimo anniversario dello Stato d'Israele.
Boicottaggio dichiarato e attuato da parte di scrittori e Paesi arabi; voci di censura (o meglio, appello al politicamente corretto) da parte delle autorità israeliane, secondo quanto riferisce il quotidiano "Haaretz". Ma la cultura ha una forza intrinseca che trapassa muri e diplomazia, e la parola degli scrittori diventa un grido di libertà, beffardo contro la stupidità dei bavagli, imposti o presunti.
Amos Oz, David Grossman e Abraham Yehoshua - i tre 'tenori' della letteratura israeliana - ne hanno dato ieri una testimonianza appassionata, raccontando l'esperienza di tante fratture che li accomuna come esseri umani e narratori.
La frattura fra il cittadino di una realtà inaccettabile e l'artista che sogna di cambiarlo, fra identità ebraica e coraggiose posizioni politiche, fra amore di patria e comprensione degli altri: vicini, avversari, nemici. Nel paradosso di essere oggi boicottati e nello stesso tempo di costituire la voce più critica della politica di Israele.
Per David Grossman, la frattura è arrivata all'estremo sacrificio, la perdita del figlio soldato, durante la guerra del Libano di due anni fa. Nel suo ultimo libro, in lavorazione al momento del lutto, lo scrittore rielabora il tema della perdita: dei propri cari, della terra, dell'identità. 'I dirigenti attuali hanno fatto così poco per preservare questa rara possibilità che ci ha donato la storia. Hanno sperperato un miracolo. Ad Amos Oz dissi che non sapevo se sarei riuscito a salvare il mio libro e lui mi disse che sarebbe stato il libro a salvarmi', ricorda. Si parla di libri, poesia e creazione artistica, ma il fantasma del conflitto aleggia nella sala. 'Il boicottaggio - dice David Grossman - è inaccettabile contro ogni forma di cultura ed espressione, perché rafforza estremismo e pregiudizio. E' un boomerang contro chi lo ha promosso, contro coloro ai quali vorremmo poter parlare'.
'Impedire il confronto è un'idiozia', aggiunge Amos Oz, che smentisce di aver ricevuto le 'raccomandazioni' di "Haaretz": 'Non saremmo qui se fosse vero'.
I tre scrittori hanno affrontato il tema della 'prigione psicologica' in cui si muovono e della libertà artistica che permette di trapassare i cliché e nonostante tutto sperare. 'Quando scrivo - racconta Amos Oz - uso una penna nera e una penna blu. Una per gli articoli di giornale e un'altra per la letteratura'. 'I media - dice Grossman - utilizzano stereotipi per descrivere una situazione terribile. La lingua degli scrittori è quella delle emozioni, va dritta all'anima del lettore, forse lo spinge a riflettere, talvolta a cambiare idea. Nella vita reale non abbiamo sempre voglia di conoscere l'altro. Anche quando facciamo l'amore, riusciamo a conoscere l'altro fino in fondo? Non ne sono sicuro. Nel romanzo, un personaggio può esere descritto in modo totale, o almeno come l'autore lo vede veramente'.
'Quando esco la mattina - racconta Amos Oz - osservo la gente cominciando dalle scarpe e poi provo a mettermi dalla parte degli altri, a entrare nella pelle degli altri. Così la letteratura diventa comprensione'. Yehoshua spiega: 'L'attualità e le vicende politiche possono impregnare i nostri libri, ma non sono manifesti politici e non lo saranno mai. La letteratura è una forma di relazione fra noi e gli arabi, permette di andare, come Proust e Dostoevskij, alla ricerca di se stessi, alla radice delle cose, all'infanzia, al tempo perduto, all'origine della nostra situazione terribile'.
Il messaggio passa nel pubblico, foltissimo, che ascolta in silenzio questa finta estraniazione dell'artista che diventa arma creativa e ultima risorsa per coltivare la speranza come un dovere, più che come una possibilità. 'L'esplosione della cultura ebraica in molti campi non è un buon segno. In molte epoche l'arte fiorisce quando la situazione politica e sociale è pessima. Mi piacerebbe che succedesse il contrario', dice Yehoshua. 'Gli artisti sono come fusibili che reagiscono al male che li circonda. E' questa nostra paura esistenziale che produce cultura.
Oggi la nostra vita non è una vita, ma violenza e paura perpetua', dice Grossman. 'Viviamo in un'epoca post moderna e nello stesso tempo il fanatismo ci riporta in un'epoca arcaica. Dopo il XXI secolo, vivremo in un nuovo Medioevo?', si chiede Amos Oz. Non si avrebbe voglia di annuire, nel salone del dialogo monco, della cultura in ostaggio, di un'altra occasione perduta." (da Massimo Nava, 'Il boicottaggio punisce gli arabi', "Corriere della Sera", 15/03/'08)





postato da: AMALTEO alle ore marzo 15, 2008 10:54 | link | commenti (6)
categorie: leggere scrivere, pensare culture religioni
sabato, 02 giugno 2007

Francesco Piccolo: Hong Kong, una mattina ...

books and bookends 4Mi piace molto come scrive Francesco Piccolo, classe 1964.
E' ironico senza enfasi.
E' un fine osservatore della modernità. La modernità degli oggetti che ci circondano.
Tuttavia non mi sarei soffermato così tanto sul suo racconto "Hong Konk, una mattina", se non avessi letto con la consueta partecipazione il post di Dodo Kai Tak.
E invece mi sono fermato, ho letto, riletto e poi anche registrato questo racconto sul  tema dell'apparire agli occhi degli altri:

Amalteo legge: Francesco Piccolo, Hong Kong, una mattina"

Hong Kong, una mattina. Esco dalla mia sontuosa stanza d'albergo a un piano altissimo di un grattacielo. Mi fermo davanti alle decine di ascensori, premo il pulsante e aspetto che uno qualsiasi mi porti giù al sontuoso ristoran­te per la prima colazione. Entro. C'è un signore cinese. Mentre ci diciamo "morning", mi guarda con un'espres­sione stupita, quasi sgrana gli occhi, come se non avesse mai visto un essere umano europeo, o per qualche altro motivo che non capisco. M'inquieta. L'ascensore parte e io e questo signore cinese adesso abbiamo davanti un piccolo viaggio insieme, prima di arrivare laggiù al piano terra, e non mi piace che mi guardi così come continua a guardarmi, a scrutarmi, fisso, con occhi ormai completamente sgranati, tanto che io comincio ad abbassare lo sguardo per l'imbarazzo, fino a quando lui finalmente non parla e dice quel che voleva dire.
Non m'aspettavo che parlasse e così sulle prime non capisco niente, tranne una parola che mi sembra abbastanza inappropriata nel contesto: Hollywood.
Lui ripete la domanda e capisco che sta balbettando:
"ma lei è... quella star di Hollywood... non mi viene il nome... è lei, vero?".

Mi ha detto così.
Attenzione; non ha detto: sembra, somiglia. Ha detto: è. Quel che il mio cervello si è messo immediatamente a cercare, così, d'istinto, in risposta a quella domanda confu­sa, prima ancora di capire se il cinese mi stava prendendo per il culo e forse anche perché era chiarissimo che no, non mi stava affatto prendendo per il culo, ma diceva seriamen­te - la prima cosa che il mio assurdo cervello si è messo im­mediatamente a scorrere è un catalogo di volti delle star di Hollywood per capire per chi mi avesse scambiato il cinese. Cioè: alla sua domanda assurda, il mio cervello ha risposto prontamente con una ricerca ancora più assurda per capire a chi somiglio tra tutte le star di Hollywood. Anche se, ri­peto, il cinese non ha detto che somiglio a quella star di Hollywood, ma che sono quella star di Hollywood. Intanto però il nome non gli viene in mente, ma si ricorda il film che dovrebbe chiarirmi chi sono secondo lui. Me lo dice. …
Mi dice: "l'attore di Face/Off. Mi hai capito, ora?". E sapete cosa rispondo io, prontamente? "NicolasCage!" A questo punto, per vari motivi, il cinese fa svanire ogni dubbio: quello che ha davanti non sono io, ma la star hollywoodiana Nicolas Cage.
Provo a immedesimarmi in lui e a cercare di com­prendere i motivi per cui è giunto a questa conclusione. Prima di tutto, il signore cinese ha citato Face/Off. La re­gia è di John Woo, che tutto il mondo conosce come il più famoso regista di Hong Kong, appunto; questo rende immediatamente credibile, e non mi chiedete perché, il fatto che io in quanto Nicolas Cage stia qui a Hong Kong. Sarò venuto a trovare John Woo, forse non ci vediamo dai tempi del film. Poi: in Face/Off gli attori protagonisti so­no due, Nicolas Cage e John Travolta. E io ho detto quel­lo giusto. Ho detto quello giusto non perché assomigli a Nicolas Cage ma perché, tra i due, John Travolta mi sembrava ancora più assurdo di Nicolas Cage. Quindi, poiché dico quello giusto, lui pensa che io stia confermando il fatto che ha ragione.
E non basta: il signore cinese ha desunto da due fatto­ri - il mio iniziale spaesamento e il luogo comune sulle star hollywoodiane in vacanza - che io in quanto Nicolas Cage sono qui in incognito. Non ho nessuna voglia che mi si ri­conosca. Ed è per questo motivo che sto continuando a dirgli che non sono affatto Nicolas Cage e che sono italia­no. E poiché sono in incognito e dico che non sono Nico­las Cage, questo conferma che sono proprio Nicolas Cage. Dirò di più: il fatto che io sostenga di essere italiano, annulla paradossalmente anche l'ultima traccia di verità evi­dente (se, come ormai è chiaro, la mia faccia non solo non smentisce, ma è il motivo palese per cui il cinese pensa che io sia Nicolas Cage), e cioè che il mio inglese è claudicante quanto il suo, se non di più, e con un marcato accento italian-napoletano, quindi come faccio a essere Nicolas Cage; ma presumendo il signore cinese che io sia Nicolas Cage e cioè il grande attore che sarei - e che faccio di tutto per non farmi scoprire -, figuriamoci se non mi metto a fare l'italiano con accento napoletano che parla male l'inglese. E figuriamoci se non mi viene bene a tal punto che sem­bro davvero un italiano. Anche questo elemento, che do­vrebbe strasmentire, invece straconferma e così non c'è più scampo, nonostante io insista a dire con accento clau­dicante che non sono Nicolas Cage, che sono italiano e che non credo nemmeno di assomigliargli, lui dice: "sì, sei in, sei Nicolas Cage!"
e quando usciamo dall'ascensore   io cerco di allontanarmi perché lui comincia a sbracciarsi e a indicarmi, e insomma mi imba­razza - e l'imbarazzo è un altro indizio chiarissimo che io sono Nicolas Cage e non voglio che mi si riconosca; scappo verso il gruppetto dei miei compagni di viaggio mentre lui ferma chiunque si trovi davanti, e parla concitato e mi indica e io intanto racconto ai miei compagni di viaggio quel che mi è successo e perché quel signore mi sta indi­cando a tutti; i miei compagni di viaggio si girano a guar­darlo e a lui lì in fondo sembra che io, in quanto Nicolas Cage, abbia raccontato che un appassionato di Face/Off mi ha scoperto e che ci dobbiamo dileguare. Io davvero sto chiedendo di dileguarci, ma per il fatto che mi vergo­gno come un cane, a questo punto, di non essere davvero Nicolas Cage e di doverlo spiegare a tutti tra dieci secondi al massimo.
Per parte mia, vi dico quello che voi potete immagina­re ma di cui non potete essere certi visto che non mi cono­scete: non assomiglio affatto a Nicolas Cage. ….  non mi ha scam­biato per De Niro, Di Caprio o Brad Pitt. No, solo Nicolas Cage, cioè la faccia cinematografica dell'uomo medio. Ed è a questo punto che scopro la que­stione terribile che vive tra le righe di quel che ha immagi­nato il cinese. Che non è vero soltanto che per gli occiden­tali i cinesi sono tutti uguali, ma è vero anche il contrario. Anche per i cinesi gli occidentali sono tutti uguali.
Così mi sono dileguato. E adesso questo signore cinese penserà per tutta la vita di aver incontrato Nicolas Cage. Quando andrà al cinema, o alla televisione daranno un film con Nicolas Cage, racconterà senz'altro che lui quell'attore lì lo ha conosciuto e gli altri ascolteranno in­creduli e affascinati il suo racconto di quella volta in ascensore quando Nicolas Cage negava di essere Nicolas Cage. E una cosa che di sicuro racconterà per tutta la vita. Non sempre, magari, ma almeno ogni volta che Nicolas Cage apparirà in un film. Per quest'uomo che vive a Hong Kong o in qualsiasi altro posto del mondo, io sono e ri­marrò sempre Nicolas Cage

Francesco Piccolo, Hong Kong, una mattina
in Allegro occidentale, Feltrinelli, 2005, p. 9-13

postato da: AMALTEO alle ore giugno 02, 2007 16:35 | link | commenti (7)
categorie: leggere, leggere scrivere
mercoledì, 28 marzo 2007

Rodin-pensatore"Le idee chiare e precise sono le più pericolose, perché non si osa più cambiarle."

André Gide
postato da: AMALTEO alle ore marzo 28, 2007 10:24 | link | commenti (13)
categorie: leggere scrivere, comunicare blog
sabato, 17 giugno 2006

Comunicazione: contenuti e tono

tracce"La parola comunica il pensiero, il tono le emozioni"

Ezra Pound


ripreso da: http://www.frasicelebri.it/
postato da: AMALTEO alle ore giugno 17, 2006 09:37 | link | commenti
categorie: leggere scrivere
venerdì, 02 giugno 2006

Livio Cerri: scrivere il jazz

tracceChe scrittura!
Livio Cerri nei primi anni '50, chino su una macchina da scrivere (una Olivetti?), copiando gli appunti, senza poter correggere in tempo reale.

Mi ri-appunto la sua definizione del Cool Jazz:

 


La musica dei coolsters si differenzia da quella dei boppers per tre principali caratteristiche: 1) Un idioma di improvvisazione più semplice e soprattutto più calmo o, se si preferisce, più « relaxed » ; 2) Una decisa tendenza alle staccature moderate (e non rapide) ed a un « beat » più morbido; 3) L'uso frequente, specie negli assieme, di una armonizzazione complessa che, molto più del bop, risente della musica europea contemporanea e che tende piuttosto al politonalismo che all’atonalismo.A sua volta la musica cool si distingue da quella progressiva per due considerazioni generali: 1) la molto maggiore ortodossia jazzistica; 2) l'uso quasi costante di formazioni ridotte (in genere da tre a nove elementi) invece dell'orchestone polisinfonico.

p. 308


Livio Cerri, Antologia del jazz, Nistri -Lischi, 1955

postato da: AMALTEO alle ore giugno 02, 2006 12:27 | link | commenti
categorie: leggere scrivere, ascoltare jazz
venerdì, 28 aprile 2006

Sui Blog

tracceIn quanto vivente nella modernità vivo non solo il politeismo dei valori, ma anche quello dei ruoli e delle situazioni.
Ma se dovessi ricordare per il futuro la "cifra" di questi mesi dovrei riferirla alla mia avventura sui Blog. E alla mia vorace curiosità per questa forma di comunicazione biografica resa possibile dalle tecnologie del Web.
Sull' argomento ho avuto una interessante discussione con Ruckert che vorrei fissare anche nel mio blocco degli appunti.


Paolo a Ruckert  Mi è piaciuta la tua rievocazione biografica sul Blog del 14 aprile . Volevo dirti subito - in breve - perchè trovo di grandissimo interesse culturale i Blog. Perchè credo che attraverso questi scritti e nei commenti stia avvenendo una rivoluzione. Cioè la costruzione di una intelligenza associativa. Ossia l'elaborazione di nuovi modi di pensare il mondo attraverso piccoli francobolli che fanno vedere le associazioni fra gli eventi e la loro interpretazione. Qualcosa che ha un equivalente storico solo con la nascita della "opinione pubblica" che è avvenuta con l'illuminismo francese. Nei blog vedo cultura, interessi, passioni. Tutte spezzettate: ma questa è la modernità. La modernità è frammento. Solo ogni singolo individuo può tentare di "mettere assieme". Così i tuoi foglietti ne cassetti possono uscire. E magari incuriosire qualcuno .. che così incontra altri pensieri ... Una grandissima rivoluzione. Tanto più profonda perchè molecolare. Con i blog si vede vistosamante che non c'è la "massa" (il riferimento-base dei fascismi e dei comunismi) ma individui pensanti che associano le loro intelligenze e sentimenti.
 
Ruckert:  l'idea reticolare nella diffusione delle idee è interessante, bisognerà capire se e come prenderà piede, se non c’è il rischio che la rete possa imprigionare piuttosto che liberare, magari inserendoci in piccole comunità autoreferenziali. Il rischio, inutile negarlo, esiste come la potenzialità. Come spesso accade il problema è bilnaciare le due cose e fare in modo che da questa babele di passione interessi ideali possa venir fuori una massa critica (o magari diverse masse critiche) di maggiore respiro. Anche qua il tempo ci risponderà, per ora possiamo solo immaginare... Ciao :)
 
Paolo: "se non c’è il rischio che la rete possa imprigionare piuttosto che liberare, magari inserendoci in piccole comunità autoreferenziali" E' vero. Allora l'unico ragionamento possibile è: qual'è il minore dei mali? LE autoreferenzialità? o il pensiero unico (insisto: quello delle culture totalitarie)? Propendo per il primo corno del dilemma. Trovo più libertà di pensiero in piccoli gruppi che condividono più comuni sentire. Il vero problema lo vedo nella possibile superficialità dei contatti. Relazioni sociali basate su "francobolli" tendono ad impoverire i significati di conoscenze più profonde e complessive.
Ciao Amalteo
 
Ruckert: vero, ma se ci fosse la terza via? L'ideale sarebbe combattere l'aureferenzialità in modo tale da ampliare sempre di più le piccole comunità che poi interagendo tra loro riescono a fare quella massa in grado di sviluppare la circolazione delle idee, che ne pensi?
 
Paolo: Caro Ruck, questa volta temo che o non siamo in sintonia o non ci capiamo. E' la parola massa che mi incute timore, pensando al passato, soprattutto al secolo breve (1917-1945). Meglio infinitamente meglio individui che comunicano. Parlanti che crescono individualmente sulle normali sfide di una normale vita: nascita, crescita, espansione della personalità, fatica del lavoro, accettazione della morte. Nella massa c'è sempre bisogno di un capo. Come insegna anche la vicenda politica italiana: un popolo televisivo (non i parlanti dei blog) ha ancora acclamato un capo. Che non accetta le regole della democrazia. Ben sapendo che le televisioni sono sufficienti a creare qual "senso comune" che gli consentirà (probabilmente grazie a Bertinotti) di vincere per la terza volta. La televisone fà massa, i blog possono fare individui che trovano quei comuni sentire basati sul'intelligenza associativa. Ciao e grazie per gli stimoli a pensare
 
Ruckert Non credo che non siamo in sintonia forse bisogna solo capirsi. Proviamoci magari partendo da un linguaggio comune perché bisogna intendersi sul senso delle parole. Al termine massa critica non voglio dare quel significato. Preferisco immaginare che l'insieme, anzi meglio la presenza sempre più numerosa di individui che comunicano e interagiscono tra loro crescendo individualmente, possano consentire un miglioramento qualitativo della società nelle sue diversità. Più la massa dei pensieri liberi aumenterà, più sarà possibile avere un miglioramento, a condizione però che tutti questi individui mantengano il più possibile un atteggiamento aperto verso l'esterno, in modo tale anche da far sviluppare in modo reticolare questo modello. E questa massa a differenza del passato potrebbe non avere necessità di un capo gerarchicamente sovraordinato proprio per la presenza di un reticolo che si muove orizzontalmente. Che dici? Siamo davvero così distanti? Ciao :)
 
Paolo: caro Ruck. Era proprio un malinteso linguistico sulla parola "massa". Sono del tutto in accordo con il tuo ragionamento. Fra l'altro, nel tuo caso, non è solo un "ragionamento" ma una pratica attiva. La tua intelligenza e capacità di pensiero la vedo sempre messa in atto nelle tue interazioni con amìci di vecchia data o occasionali. Ti sei costruito con loro un cerchio-reticolo in cui amplificate le vostre esperienze ed i vissuti. Ecco la forza dei blog: una rivoluzione attraverso il parlarsi. Insomma una volta tanto la scienza e le tecniche possono essere utilizzate in modo attivo e partecipato. Dati i tempi che continuano ad essere piuttosto crudeli è davvero molto. ciao, a presto

MariaPrivi 
ad agosto sarà un anno che frequento il mondo bloggaro. Tempo di consuntivi? Ma no! Non ci credo.
Solo un momento per conversare.
Il blog è uno specchio abbastanza fedele dei tanti pubblici "reali". Un mezzo con buone peculiarità ed inevitabili difetti.
Permette rapida, ed a volte mirata circolarità delle idee, ma si rischia di ricevere informazioni errate.
Eppure da Alex, con i blog, abbiamo ottenuto persino risultati concreti -vedi da me: Come muore la mia terra-.
Io con il blog faccio di tutto: amicizia, lavoro, passatempo.
Per alcune persone può diventare indispensabile (vecchi, persone sole, persone con bisogno ed impossibilità di comunicare altrimenti), per altre una droga (autoreferenzialità, sindrome del contatore, sostituzione impropria del virtuale con il reale), c'è chi lo adopera per raccattare sesso e chi per suscitare compassione.
Un buon mezzo, un cattivo mezzo, secondo l'uso -sia attivo, sia passivo- che se ne fa. Un mezzo sicuramente in linea con il carattere del nostro tempo.

Paolo  condivisione piena, cara mariaprivi. Ben ritrovata! Mi fa immenso piacere che anche tu valuti positivamenta la rivoluzione comunicativa dei Blog. Condivido tutto, ma proprio tutto, quello che dici: luogo innanzitutto di conversazione; specchio fedele (quasi un campione) della opinione pubblica; rapidità nella circolazione delle informazioni; nuovi tipi di amicizia, non basata sulla vicinanza fisica, eppure forte ed affettuosa; spazio comunicativo per le persone sole anziane (direi anche: allenamento del cervello e quindi prevenzione della decadenza della memoria); compulsività per alcuni (è vero: però meno dannosa dei telefonini, perchè è mediata dalla lingua scritta, che è sempre un esercizio di ordine); certo anche luogo per promuovere incontri sessuali (che, però se consenzienti e sicuri, sono una gioia della vita).
Vero, verissimo: un mezzo, uno strumento. Non un fine. Uno strumento al servizio della personalità.
Dei blog amo moltissimo le coincidenze (incrociare persone particolari che magari mai avrei potuto conoscere) e le occasioni. Per esempio in queste ore sul blog di ruckert (post Gotan project) sta avviandosi la stesura di una discografia jazz interattiva che potrebbe concludersi con un testo quasi collettivo su questo genere musicale del novecento. ciao carissima. a presto
postato da: AMALTEO alle ore aprile 28, 2006 17:26 | link | commenti (7)
categorie: leggere scrivere, comunicare blog
domenica, 16 aprile 2006

Ossimori Concilianti

books and bookends 4

Umberto Eco

La bustina di Minerva: Gli Ossimori Concilianti

In L'espresso, 13 aprile 2006

Ancora alcuni anni fa, quando si usava la parola "ossimoro", si doveva spiegare di che cosa si trattasse. Vi si faceva ri­corso per definire espres­sioni celebri come le "convergenze pa­rallele" ed era opportuno chiarire che si ha ossimoro quando si mettono insie­me due termini che si contraddicono a vicenda, come forte debolezza, dispe­rata speranza, dolce violenza, insensa­to senso (Manganelli) e - per non di­menticare il latino - «formosa deformitas, concordia discors, festina lente». Ora tutti parlano di ossimoro: lo si leg­ge sovente sulla stampa, l'ho sentito di­re da politici alla televisione, insomma, o tutti si sono messi a leggere trattati di retorica oppure c'è qualcosa dì ossimorico in giro. Si potrebbe obiettare che la faccenda non è sintomo di nulla, si for­mano sempre delle mode linguìstiche dovute a pigrizia e imitazione, talune durano lo spazio di un mattino ed altre sopravvivono più a lungo ma - insom­ma - negli anni Cinquanta le ragazzine dicevano "bestiale" e recentemente di­cevano "assurdo", senza per questo ri­ferirsi né alla zoologia né a Ionesco, Per un poco tutti avevano preso a dire "un attimino", ma non perché il tempo si fosse davvero accorciato; oppure dice­vano "esatto" invece di "sì" (anche quando si sposavano in chiesa), ma non per puntigliosità matematica bensì per l'influenza dei programmi quiz. Resiste ancora l'insopportabile vezzo del "co­niugare", e Dio sa perché, in tempi in cui non si presenta il proprio marito ma il proprio compagno, e infine i francesi da un po' di anni abusano del termine "'incontournable", nel senso di qualco­sa che non si può evitare e di cui si de­ve tener conto, e tutto alla radio, alla televisione, nelle conversazioni a cena, è diventato "incontournable", un film, un problema, un libro, un cibo, un tipo di scarpe. Temo proprio che da noi presto si parlerà di qualcosa di ìncontornabile - e si finirà per dire che ciò che è incontornabile è qualcosa che "ci appella" - ma non perché sia improvvisamente au­mentato il numero delle cose inevitabi­li (anzi, quando tutto diventa incontornabile, tutto può essere tranquillamen­te trascurato, o scontornato). Invece il mio sospetto è che l'ossimoro abbia guadagnato in popolarità perché viviamo in un mondo dove, tramonta­te le ideologie (che cercavano, talora rozzamente, di ridurre le contraddizio­ni e imporre una visione univoca delle cose), ci si dibatte ormai solo tra situa­zioni contraddittorie. Se volete un esempio travolgente, ecco la Re­altà Virtuale, che è un poco come un Niente Concreto. Poi ci sono le Bombe Intelligenti, che ossimoro non pare, ma lo è se si considera che una bomba, per propria natura, è stupida e do­vrebbe cadere dove la buttano, altrimenti se fa di propria iniziativa rischia di diventare Fuoco Amico, bellissi­mo ossimoro, se per fuoco si intende qualcosa messo in es­sere (altro bel vezzo linguistico, anche se non ossimorico) per danneggiare chi amico non è. Mi pare abbastanza ossimorica la Esportazione della Libertà, se la libertà è per definizione qualcosa che un popolo o un gruppo si guada­gnano per decisione personale e non per imposizione altrui, ma a ben sotti­lizzare c'è un ossimoro implicito nel Conflitto di Interessi, perché si può tra­durre come Interesse Privato Persegui­to per il Pubblico Bene - o Interesse Col­lettivo Perseguito per il Proprio Utile Particolare.
Vorrei fare notare come siano ossimorici la Mobilitazione Globale dei No-glo-bal, la Pace Armata e l'Intervento Umanitario (se per intervento s'intende, co­me s'intende, una serie dì azioni belliche in casa altrui). Mi vedo sempre più d'intorno, a sentire i programmi eletto­rali dei nuovi alleati di Berlusconì, una Sinistra Fascista, e ritengo abbastanza ossimorici gli Atei Clericali come Pera o Ferrara. Non trascurerei, anche se ci siamo abituati, l'Intelligenza Artificia­le e persino il Cervello Elettronico (se il cervello è quella cosa molle che abbia­mo nella scatola cranica), per non dire degli Embrioni con Anima e persino della Variante di Valico - visto che per definizione un valico è l'unico punto ("incontournable") per cui si può pas­sare tra due mon­tagne. Per essere "bipartisan" (e di­temi se noè è ossimoro questo Pren­dere Coraggiosa­mente Parte Tenen­do i Piedi in Due Scarpe), altrettan­to ossimorìca mi pare una prospetti­va ventilata dal­l'Ulivo, di un Vo­lontariato per il Servizio Civile Ob­bligatorio. Insomma, non sapendo più come far quadrare scelte che non possono stare insieme, si ricorre a Ossimori Conci­lianti (ecco un altro bell'ossimoro) per dare l'impressione che ciò che non può convivere conviva, la missione di pace in Iraq, le leggi contro i magistrati (che le leggi dovrebbero applicarle), la poli­tica in televisione e le farse in parla­mento, la censura della satira non au­torizzata, le profezie a ritroso come il terzo segreto di Fatima, i kamikaze ara­bi che sarebbero un poco come dei sa­raceni scintoisti, i sessantottini che so­no andati a lavorare con Berlusconi, il populismo liberai. Per finire coi Pacs virtuosamente avversati da concubini divorziati.
Non sapendo più come far quadrare scelte che non possono stare insieme. tutti ricorrono a questa forma retorica con esiti a volte esilaranti.


postato da: AMALTEO alle ore aprile 16, 2006 11:27 | link | commenti
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venerdì, 14 aprile 2006

Web, Blog

tracce



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"La conversazione è un edificio al quale si lavora in comune. Gli interlocutori devono sistemare le loro frasi pensando all'effetto d'insieme, come fanno i muratori con le pietre"
André Maurois (1885-1967)

postato da: AMALTEO alle ore aprile 14, 2006 09:38 | link | commenti
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venerdì, 17 marzo 2006

Amos Oz

books and bookends 4






Amos Oz (2005), D’un tratto nel folto del bosco, Feltrinelli


Triste è essere bambini e poter solo immaginare, attraverso il ricordo degli adulti o illustrazioni appese alle pareti dell’aula della scuola, chi sono gli ani

E oscuro è il mistero del bosco, in cui, una notte, tutta la fauna vivente scomparve. 

La minaccia scende con il buio e ovunque aleggia il presagio che, con l’avanzare delle tenebre, bisogna ben proteggersi nelle proprie case.

Chi sfida il folto del bosco, incauto, ne sarà punito, come è accaduto a Nimi che, dopo la sua prima incursione, ha sostituito la parola con il nitrito. 

Si mormora, nel paese, della cupa presenza di Nehi, demone del bosco, unico responsabile della cattura e del rapimento di tutti gli animali, bestie e bestiole che un tempo allietavano le case, i prati, il fiume e il vento del paese. 

Realtà o leggenda?

I bambini così crescono, sentendo raccontare e poi negare, poiché, in fondo, il sapore della fiaba incanta o spaventa, ma la realtà è sempre un’altra cosa. 

E chi si ostina a rievocare troppo o a diffondere una descrizione troppo minuziosa di un animale o di un verso o di un’orma, viene zittito e guardato con sospetto. 

Ma nelle storie c’è sempre qualcuno che sfida la congiura del silenzio.

Così Mati e Maya vogliono indagare, guardando in faccia la propria paura, ma ugualmente pronti a carpire il segreto del bosco. 

In un avventuroso viaggio verso la conquista dell’ignoto, rincontrano Nimi e, sorpresa!, ha ripreso a parlare. O meglio, non aveva mai smesso. Piuttosto il suo “nitrillo” corrispondeva ad una scelta di rottura verso chi lo canzonava e lo offendeva solo perché affermava di sentire i suoni degli animali. 

Il cammino prosegue sempre più intricato e tortuoso, a ridosso del fiume. 

Mati, il ragazzo, vorrebbe tornare indietro, ma Maya è ostinata e decisa.

Si va avanti. 

E in un giorno che non lascia incedere la notte, avviene l’incontro con Nehi, il demone del bosco.

Dal suo racconto, Mati e Maya apprendono la “sua” verità, così simile a quella di Nimi.

Anche Nehi, da piccolo, aveva appreso e sviluppato il linguaggio degli animali: il cagnesco, il micioliano, l’equese, il mucchese, il moschese … e gli adulti lo guardavano con sospetto ed imbarazzo. Persino i genitori non avevano ostacolato il suo vagabondare nel bosco, finchè Nehi aveva deciso che quella sarebbe stata la sua nuova dimora. E gli animali … avevano compiuto la stessa scelta, stabilendosi con lui. 

E questa potrebbe essere la storia.

Una separazione, un distacco dai propri simili poiché percepiti come ottusi, malevoli, insensibili. L’adozione di uno stile di vita più aereo, pacifico, sereno, di un contatto primordiale con la natura, ed il suo addestramento a non essere più crudele e nefasta. 

Ma l’autore è Amos Oz. 

Come nel romanzo Una storia d’amore e di tenebra, ritorna ancora una volta l’appassionata e disperata ricerca di ritrovare uno spazio di dialogo.

Nella storia D’un tratto nel folto del bosco la metafora che traspare è daccapo la frattura tra il popolo israeliano e palestinese e il desiderio di lanciare una traiettoria di riavvicinamento, unito alla paura del rinnovo del tormento, dell’ostilità e dell’incomprensione. 

Per questo quando Mati e Maya interrogano Nehi prospettandogli la gioia, per il loro paese, di riappropriarsi di ciò che hanno perduto grazie ad un suo ritorno, Nehi non potrà che invocare: “Parlate loro. Parlate a quelli che offendono e anche a quelli che tormentano e a quelli che sono contenti di far del male agli altri. Parlate, voi due, a chiunque sia disposto ad ascoltare. Cercate di parlare persino a quelli che prendono in giro voi, che non vi degnano che del loro disprezzo. Nan badateci, continuate a tentare di parlare”. 

E il meditabondo rientro verso casa di Mati e Maya, il continuo incalzare del nome di tutti coloro che dovranno essere informati, il timore di essere beffeggiati e comunque la reciproca promessa di riuscire a dialogare, concludono con la parola “Domani” la speranza di intravedere un possibile disegno di unione.

ElleQ
moglie di Amalteo

postato da: AMALTEO alle ore marzo 17, 2006 14:59 | link | commenti
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