Nel giorno dell'onomastico, la Cattedrale ricorda l'attore Carlo Rivolta con la proiezione di un filmato. Un'idea del parroco del duomo, don Emilio Lingiardi, che conosceva bene l'attore cremasco e che già tanti anni fa fece debuttare proprio nella cattedrale facendogli recitare il Cantico dei Cantici. Verrà trasmesso un video con una delle più suggestive declamazioni dell'attore, tenute in pellegrinaggio in Terra Santa. In quell'occasione, Rivolta lesse brani evangelici, salmi e testi dei profeti nei contesti geografici stessi che li hanno creati. Un filmato che in pochi hanno visto, ma che rappresenta un momento emozionante del percorso artistico di Rivolta. «È una iniziativa semplice, e un modo per rispondere ai desideri del sinodo del vescovo», commenta don Lingiardi, «appena concluso a Roma con il Papa, per mettere al centro della fede e della nostra cultura la parola di Dio». La proiezione, a ingresso libero, si terrà alle 21 in cattedrale. |
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Ai seguenti link c'è la possibilità di ascoltare alcune fra le immortali interpretazioni di Carlo Rivolta:
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| PAROLA E MISTERO immagini dell'uomo nelle interpretazioni di Carlo Rivolta |
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Locandina:
La serata è un grande omaggio e ringraziamento a Carlo Rivolta, attore e regista che ha avuto una parte rilevante nella storia dell’intera Rassegna sia per la proposta di testi biblici che per l’interpretazione. Lo spettacolo di questa sera
“La notte è chiara”
riprende parole, canzoni e musica che l’hanno visto interprete in lavori come Giobbe, Qohelet, Salmi,Cantico dei Cantici e Apologia di Socrate, Fedone, Critone. Il testo è stato selezionato dalla moglie Nuvola De Capua che,in armonia con Marzia Bonfanti, ha curato pure la regia. La lettura scenica è di Davide Grioni, allievo di Rivolta, mentre la parte di vocalist è sostenuta da Elena Festini. Il tutto sarà accompagnato da un’orchestra diretta da Alessandro Lupo Pasini. Con questo lavoro, che riprende nel titolo parole di Socrate e Galileo, si celebra il passaggio da questa vita che attraversiamo all’altra che non conosciamo, in un contesto di speranza e di fiducia che qualcosa di noi continui a vivere … di là. A questa serena conclusione si arriva attaraverso una vita fatta di ricerca, dubbio creativo, pensiero e soprattutto amore. Lo spettacolo avrà inizio alle ore 21 nella Chiesa dello Sciarè, in via Carlo Cattaneo Chiesa che l’ha visto interprete pochi giorni prima del trapasso, di un “Cantico dei Cantici” memorabile, e con un pubblico da grandi occasioni che gremiva
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Testo del pezzo che ho denominato "Breanza":
Questa terra felice, denominata Breanza, da 'bre' che significa fortunato, è tra le più ridenti e verdi della provincia nostra ed è la natural sedia di quelle amplissime e venustissime ville ch"e i maggiori nostri edificarono a loro dimora per l'ozio loro, dopo le urbane contenzioni e li affanni delle politiche invidie: piantandovi d'attorno convenienti ed acconcissime piante, che superstiti sopra la banalità popolano d'uno fantasioso e nobile popolo antichi giardini.
I discendenti de' vecchi signori intristirono nelle democratiche giostre, nel corso delle quali vennero tra le nuvole de' molti coriàndoli quasi al tutto disarcionati. Altri infetidirono nel commercio del borbonzola, sorta di odorosissimo e pedagno escremento venato d'un suo borbomiceto verde-azzurro che ne fa ghiotti i deglutitori sua. Sicché le antiche ville, o ne vennero segati appiè i grandissimi ed alti sogni d'alberi, per cavarne legno d'opera e sul terreno edificarvi le scuole di chi non impara, o siffattamente diradarono nella verde piana, da parer pochi e verdi cespi fra le distrette d'un fumoso cantiere; dove comandano i capimastri e i bozzolieri.
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Questa felice Breanza gode di otto generazioni di felicità, di cui voglio dire. Prima è quella che ne' pozzi neri non accoglie i doni soltanto de' suoi naturali e gutturali inabitanti, ma quelli anche preziosissimi della signoria che vi va in villa, la di cui qualità è così ricca d'ogni fecondativa sustanzia, che quésta sola cagione basterebbe a implorare da Dio quella prelodata signoria, se l'onnipotente Iddio a nostro sostegno e allegrezza non l'avesse già di per sé procurata. Tu vedi qui la dama e i dami, la ex dama e li ex dami condescendere con caritatevole e dolce guardo e labbro all'eloquio e al commercio de' cavernicoli, prendere soave informazione de' ricolti e delle loro patate, o suggerir medicina alle femmine, affaticate ogni dì più da que' duo mali temibilissimi verso di cui per solito non usano la medicina, che sono la miseria e il mastio. Il mastio le astringe a promulgare la prole, e la miseria a ringhiottir le lacrime, e frenare lo sbadiglio. Ma il sorriso de' marchesi è di tanto loro conforto, che esse dopo quello sorriso, corrono a uno nuovo figlio, e a un nuovo digiuno. Come vedi, non è piccolo dono che nel salvadanaio tu vi metta non il tuo soldo solo, ma il mio pure, che l'Italia Letteraria me ne consente d'averne uno sì lauto. E così non è felicità poca a questa già così felice Breanza, lo aver ne' pozzi neri una doppia restituzione delle susine sue, con quella di quelle che la signoria comporta d'altronde, di Bosnia, o California, o Provenza.
La seconda generazione di felicità è nelle mosche, che vi vengono ancor più numerose che i signori, sebbene non ne abbino le insigni qualità e virtù sue. Dal Campanone di Teodolinda Regina alla Ritonda del Cagnola sopr'Inverigo l'agosto e tutto un campanare di campane e uno volo di molteplicissime mosche, delle quali la qual si da ne' formaggi, la qual nelli frutti, la qual nelli deretani de' cavalli, la qual nella perniciosa defecazione de' viventi e dipoi subito nel risotto loro, che è uno buonissimo condito di Lombardia. E quale osa pervenire, per difetto di riverenza qual è propio delle mosche, a mettersi a generare con la compagna in sull' appisolato naso della precommemorata Signoria. E come, anco in sul naso de' Grandi di mosche si genera mosche, così tu ne vedi venire delle nuvole sopra la costoletta, ch'è altro buonissimo condito di Lombardia. Donde vedi quanto sia più saggio quel povero villanello che si astiene dal mangiar costoletta, con che si astiene ad un tempo e dal gravame dello stomaco e dalla perenne insidia di queste felicissime mosche.
La terza generazione di felicità di Breanza è le campane, che distendono il loro metallo ne' cuori di tutti: appena addormito che tu sie, ecco ti risvegliano subite, chiamandoti senza indugio alle lodi del Signore. Queste laudi tu le puoi dire in diversi modi, e cioè nel volgare nostro o anche per chiaro e preciso latino. Il latino compiace a Dio, pur che sie latino d'una sorta che non l'offenda o con la durezza de' propositi o con la varietà delle comparazioni animalesche. Ed è in Breanza alcuna sorta di preti che fanno sermoni buonissimi e con esempli grandi e propiamente suasivi, su qual tu vogli de' comandamenti d'Iddio N.S. e de' peccati ch'Elli ne difende dal fare e che noi, o per pravità inveterata di nostra natura o calore alcuno che si genera ne' visceri nostri dopo la cena, o per il freddo che vi ha in mancanza di quella, del continovo facciamo, dico questi peccati proibitissimi et anco di venerdì. Uno vizio solo hanno purtuttavia questi cotali preti ch'io dico, ed è che quando li da il farnetico, si missono in la mente che le sua campane non suonino bastante per intronare la gloria di Dio nelli orecchi de' peccatori e delle peccatrici. Ed è in quello farneticante zelo che fatto il consiglio e persuaso della bisogna, subito imprendono a mutar campane, e sempre le mutano facendole duo volte le priori campane; e come l'onda del suono è nel peso, e il peso è nel volumine, e per duo volte la misura il volumine è otto volte, così d'otto in otto fanno cotali campane che il campanile non l'ha da reggere. E allora o rirsaldano il campanile o rifanno quello: che la prima è migliore che la seconda, che se a rifare bisogna primo tu lo levi dal sópra in giù, rinsaldare bisogna tu lo rifacci dal sotto in su. Ma perché l'appetito del doppio suonare non istia così lungo quanto dura il rifar campane e campanile nella chiesa, ne vengono questi cotali e soavissimi preti con alcuni messeri di Fabbrica, a casa de' marchesi per l'obolo. Ed è marchesi di duo nature, e cioè quelli che innanzi le ville hanno pan d'oro da mangiare e quelli che dietro le ville hanno croste da ródere. E dar dinaio nelle campane, è per li uni una gloria celeste: e per gli altri è una gloria verde. E quando questi secondi Marchesi hanno figli difettivi che non si contentano a mangiar l'ugne in sopra il latino, ma vogliono pane dopo il latino, così per la gloria delle campane ci sarà l'obolo e per i figli le lacrime, senza speranza.
Ma dirò della quarta generazione di felicità, ch'è in la ditta Breanza. Ed è nello ingresso di detta terra; dove soffia uno treno che ti fa nel viso uno fummo buonissimo, e tu te ne lavi dipoi in uno bacile di tua casa, che con quel fummo che hai preso ne li cigli fai un brodo da otto. Questo treno pertiene a una compagnia, che forse la fece Moisè profeta quando volse lasciare la terra di Egitto e rasciugati li mari andorno per
Dirò ora della quinta generazione di felicità ch'è infitta nella felice Breanza. Et è dessa quell'antiquo e felice modo dell'aucupio che dicesi da noi della bressanella, come che provenghi da quella nobile villa che Druso chiamavala Brixia e noi diciam Bressa. Questo gradevole aucupio è nel paretaio, sovr'alle coste che soprapprendono più nel piano, dove tu vi ti ascondi, dentro le verzure e 'l bosco di dette costole, e vi stai sufolando con intenzione grande de' tua nervi, dall'alba a mezzo il mattino. Li augelli purtuttavia non vi vengono, non perché abbino essi alcuna astuzia o una froda siffatta da scansare quello ingegno, che poi così temibilmente li occupa, ma perché non v'ha in Lombardia nissuno augello volante, se non balsamato ne' musei, oltracché le galline, quando tu queste vogli pur dire che son augelli. Ma «l'uomo è cacciatore» dice uno modo da noi: e tu, che sei vuomo e cacciatore e lombardo, sùfola per l'augello,e così puoi augellare per il sùfolo.
E, lasciando dell'aucupio, dirò che altri animali sono in la terra, che non sono nel cielo. Che v'ha la donnola, ovver bellòla, lo scorpio, la sanamandra, il ghiro, il tasso, l'ariccio detto l'istrice, la volpe, e 'l più di tutti ghiotto che da noi li cacciatori grandi lo chiaman «légora», et io lo chiamo, dato l'un caso o l'altro, o gatto ovverosìa coniglio. Questa légora la fa mettere li stivali grandi a costoro, che per cacciar légora vuole calzar duo grandi stivali. Fa prendere cadauno un fucile, detto schioppo o doppietta, e tre o quattro cani ansimanti, che «tirano», che «puntano», che fanno ù, ù, ù quanto è lunga la mane; e con mille puntamenti e mille tirature e ù, ù non ne vengono a capo di nissuna légora, avvegnacché siano quaranta schioppi, ottanta stivali e cani centoventi. Solo v'ha centoventi palmi di lingua e dugentoquaranta mantici in soffio che basterebbono a Vulcano d'accender li fochi dello scudo. E v'ha di grandi e gloriosi ritorni, e poco a poco, tra li stivali e i cani, quella légora che di terra lombarda è onninamente fugitiva, se non che la entrò con l'anima dentro nel corpo di messer lo micio gnào gnào, quella légora, dico, tu te la trovi imaginata, stanata, puntata, tirata ed ancisa nei discorsi che ne fanno: e dipoi come di légora si genera légora, quella medemà doventa duo, e le duo quattro, e le quattro increscono fino a quel nòvero che quelli boriando e trionfando, con passi di Marte e stivaloni di Vinciguerra, possono sustenere col nòvero de' conigli, o de' gatti, o d'entrambi li generi che faranno cotti la gran festa di Nembrot in nella osteria del suo vico. Tu li senti nel treno, che con la légora e con il cane e con la pinna e con il pelo e col punta e col tira, già ti vincono il soffiare del pìffete pàffete. Tu li senti dentro cucina del trattore, urlare circa la sua imaginata légora e dirne grandissime laudi, e dipingerla così presta, così scaltra, così feroce, che quasi ella li avrebbe mangiati, se elli non erano quei virtuosi che sono. Ma incontra a loro neppur potè quella légora, benché légora la fusse al certo: che incontra a uomini così fatti, con tanto stivale nel suo pie, gli è d'uopo alla légora che infine dopo una infinita corsa la si persuada daddovero esser légora se pure al principio la fussi buon'anima del gatto, ch'era fuggito alla ciavatta di monna Perpetua.
Ed è pure, in questa generazione di felicità, una terza sottospezie, dopo l'aria e la terra: e cioè dopo lo star a sufolare nell'aucupio e il circuire nella légora. E la è questa propiamente uno stare, come l'aucupio, ma ti bisogna qui tutto il contrario che sufolare: che lo animale a che tu intendi qui non vuoi sùfolo, ma uno vermicino minimo di che si ciba, tanta è la varietà delli appetiti dei detti animali, ch'è come quella dell'uomini, che qual ciba il vermine e qual ciba lo sùfolo. Dico che questo animale non è se non il pesce, la di cui nazione è più propia nella marina, ma quando il suo regno nativo vi vengon soverchio, o è il regno troppo salso per chi non ami salsedine, vengono simili pesci a far l'ova sua in sui fiumi e di questi nei laghi. Così v'ha pesci anco nei lachi di Breanza che son cinque, e cioè l'Eupili, il