Tracce e Sentieri

Passeggiate splinderiane di Amalteo

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Blogger: AMALTEO
Nome: Amalteo
2° metà del 900-later than never. “Perché vale la pena di vivere? E’ un’ottima domanda… Be’, ci sono cose per cui vale la pena di vivere … Per esempio, per me, direi … tutta la musica e le interpretazioni di Nina Simone … la voce di Ray Charles, quasi sempre … Il ballo di Al Pacino in Scent of a Woman … le note di John Lewis quando volano nelle fughe di Bach … Louis Armstrong, l’incisione di West and blues del 1928 … i film di Sergio Leone … i racconti di Stephen King … gli azzurri e i gialli di Van Gogh … i quadri di Peppo Spagnoli, che dimostra che si può fare molto anche da luoghi piccoli… il sorriso di Luciana …. ... e poi anche ...” da Woody Allen, Manhattan (con qualche cambiamento pamalteo@gmail.com http://amalteo.wordpress.com/

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martedì, 20 maggio 2008

Elementi condivisi

postato da: AMALTEO alle ore maggio 20, 2008 16:41 | link | commenti (3)
categorie: leggere
lunedì, 21 aprile 2008

Gruppo di lettura: La strada di Cormac McCarthy

E' il giorno dello sfregio oltraggioso alla Costituzione della Repubblica. D'altra parte Bossi aveva fatto anche questo: in riferimento ad un magistrato di Varese poliomielitico eccitò i suoi con le parole "gli raddrizzeremo la schiena".

Per una evidente agglutinazione sincronica (energia psichica che si concentra sugli stessi oggetti) oggi succede che:

1. Prisma presenta una sua interpretazione del libro La strada di Cormac McCarthy

2. ma anche Tartarugosa presenta una sua interpretazione della Strada di Mc Carthy

3. e a me è capitato di evocare - in una conversazione fra sordi con FurioGalli - La Terra desolata di Thomas Stearns Eliot

C'è qualcosa nell'aria.
E' la desolazione che esalta l'umiliazione culturale.

La tenda del fiume è rotta: le ultime dita delle foglie
S'afferrano e affondano dentro la riva umida. Il vento
Incrocia non udito sulla terra bruna. Le ninfe son partite.
Dolce Tamigi, scorri lievemente, finché non abbia finito il mio Canto.
Il fiume non trascina bottiglie vuote, carte da sandwich,
Fazzoletti di seta, scatole di cartone, cicche di sigarette
O altre testimonianze delle notti estive. Le ninfe son partite.
E i loro amici, eredi bighelloni di direttori di banca della City;
Partiti, e non hanno lasciato indirizzo.
Presso le acque dei Lemano mi sedetti e piansi...
Dolce Tamigi, scorri lievemente, finché non abbia finito il mio canto.
Dolce Tamigi, scorri lievemente, perché il mio canto non è alto né lungo.
Ma alle mie spalle in una fredda raffica odo
Lo scricchiolo delle ossa, e il ghigno che fende da un orecchio all'altro.
Un topo si insinuò con lentezza fra la vegetazione
Strascicando il suo viscido ventre sulla riva
Mentre stavo pescando nel canale tetro
Una sera d'inverno dietro il gasometro
Meditando sul naufragio del re mio fratello
E sulla morte del re mio padre, prima di lui.
Dei bianchi corpi ignudi sul suolo molle e basso
E ossa, gettate in una piccola soffitta bassa e arida,
Smosse solo dal piede del topo, un anno dietro l'altro.
Ma alle mie spalle di tanto in tanto odo
Suoni di trombe e motori, che condurranno
Sweeney da Mrs. Porter a primavera.
Oh la luna splendeva lucente su Mrs. Porter
E su sua figlia
Che si lavano i piedi in «soda water»
Et O ces voix d'enfants, chan tant dans la coupole!

Tuit tuit tuit
Giag giag giag giag giag giag
Così brutalmente
forzata. Tiriù

da Thomas Stearns Eliot, Il sermone del fuoco, in La terra desolata
postato da: AMALTEO alle ore aprile 21, 2008 16:07 | link | commenti (8)
categorie: leggere, pensare psiche
mercoledì, 05 marzo 2008

Gruppo di lettura

Ma sì, va ...
Provo anche così.

Caro passante su queste tracce.
Si sta conversando su questi libri.
In uno si parla anche di sesso.
Argomento sempre stuzzicante. Tanto per far srotolare i Chakra.

- l'idea del gruppo di lettura era ...

- Alice Munro  Il percorso dell'amore

- Eugen Herrigel  Lo Zen e il tiro con l'arco

- Josè Saramago  Cecità

- Ian McEwan  Chesil Beach

- Marguerite Yourcenar  Memorie di Adriano

- Paolo Roveredo  Mandami a dire
postato da: AMALTEO alle ore marzo 05, 2008 18:15 | link | commenti (5)
categorie: leggere
sabato, 01 marzo 2008

Partenze e, forse, eterni ritorni

Fra le persone diverse, sui sentieri della rete, ne ho incontrata una più diversa di altre.
Una ricercatrice unica ed impareggiabile di pagine letterarie e filosofiche talvolta ai limiti della vertigine e , a volte, cariche della forza dell'appiglio.
E' svanita con un Finisce qui.
E ora con un Prossima partenza.
Mi sorprende, molto in positivo, la canzone che ha scelto per il commiato:

postato da: AMALTEO alle ore marzo 01, 2008 18:00 | link | commenti (14)
categorie: leggere
venerdì, 14 dicembre 2007

Libri per la transizione di fine/nuovo anno

books and bookends 4Fra le tante liste di Libri da regalare che si trovano sui quotidiani o sui tanti Blog-Libri mi piace il modo in cui ha impostato la raccolta dei suggerimenti Remo Bassini:

"Ho chiesto ad alcuni che vivono tra libri e scrittori e scrittura di indicare, per il mio giornale, tre titoli di libri da consigliare ..."

Ho messo sul tavolo questi:

Giuseppe Pontiggia, Prima persona, Mondadori.
da tenere accanto, sul tavolo o sul comodino, per godere di una scrittura densa di leggerezza e per invitarsi ad altre letture

Cormac McCarthy, La strada, Einaudi
un padre e un figlio su un carrello da supermercato in cammino dentro una terra desolata. eppure la relazione intersoggettiva la vince sulla distruzione del paesaggio da vivere

Vito Mancuso, L’anima e il suo destino, Raffaello Cortina
perchè la domanda prima è anche la domanda ultima: “la domanda riguarda la morte e l’al di là della morte, non tanto che cosa ci sarà, piuttosto, molto più radicalmente, se qualcosa ci sarà”

Remo Bassini sta raccogliendo moltissime altre proposte che aggiorna in questo elenco: Libri da regalare

postato da: AMALTEO alle ore dicembre 14, 2007 23:58 | link | commenti (5)
categorie: leggere
sabato, 02 giugno 2007

Francesco Piccolo: Hong Kong, una mattina ...

books and bookends 4Mi piace molto come scrive Francesco Piccolo, classe 1964.
E' ironico senza enfasi.
E' un fine osservatore della modernità. La modernità degli oggetti che ci circondano.
Tuttavia non mi sarei soffermato così tanto sul suo racconto "Hong Konk, una mattina", se non avessi letto con la consueta partecipazione il post di Dodo Kai Tak.
E invece mi sono fermato, ho letto, riletto e poi anche registrato questo racconto sul  tema dell'apparire agli occhi degli altri:

Amalteo legge: Francesco Piccolo, Hong Kong, una mattina"

Hong Kong, una mattina. Esco dalla mia sontuosa stanza d'albergo a un piano altissimo di un grattacielo. Mi fermo davanti alle decine di ascensori, premo il pulsante e aspetto che uno qualsiasi mi porti giù al sontuoso ristoran­te per la prima colazione. Entro. C'è un signore cinese. Mentre ci diciamo "morning", mi guarda con un'espres­sione stupita, quasi sgrana gli occhi, come se non avesse mai visto un essere umano europeo, o per qualche altro motivo che non capisco. M'inquieta. L'ascensore parte e io e questo signore cinese adesso abbiamo davanti un piccolo viaggio insieme, prima di arrivare laggiù al piano terra, e non mi piace che mi guardi così come continua a guardarmi, a scrutarmi, fisso, con occhi ormai completamente sgranati, tanto che io comincio ad abbassare lo sguardo per l'imbarazzo, fino a quando lui finalmente non parla e dice quel che voleva dire.
Non m'aspettavo che parlasse e così sulle prime non capisco niente, tranne una parola che mi sembra abbastanza inappropriata nel contesto: Hollywood.
Lui ripete la domanda e capisco che sta balbettando:
"ma lei è... quella star di Hollywood... non mi viene il nome... è lei, vero?".

Mi ha detto così.
Attenzione; non ha detto: sembra, somiglia. Ha detto: è. Quel che il mio cervello si è messo immediatamente a cercare, così, d'istinto, in risposta a quella domanda confu­sa, prima ancora di capire se il cinese mi stava prendendo per il culo e forse anche perché era chiarissimo che no, non mi stava affatto prendendo per il culo, ma diceva seriamen­te - la prima cosa che il mio assurdo cervello si è messo im­mediatamente a scorrere è un catalogo di volti delle star di Hollywood per capire per chi mi avesse scambiato il cinese. Cioè: alla sua domanda assurda, il mio cervello ha risposto prontamente con una ricerca ancora più assurda per capire a chi somiglio tra tutte le star di Hollywood. Anche se, ri­peto, il cinese non ha detto che somiglio a quella star di Hollywood, ma che sono quella star di Hollywood. Intanto però il nome non gli viene in mente, ma si ricorda il film che dovrebbe chiarirmi chi sono secondo lui. Me lo dice. …
Mi dice: "l'attore di Face/Off. Mi hai capito, ora?". E sapete cosa rispondo io, prontamente? "NicolasCage!" A questo punto, per vari motivi, il cinese fa svanire ogni dubbio: quello che ha davanti non sono io, ma la star hollywoodiana Nicolas Cage.
Provo a immedesimarmi in lui e a cercare di com­prendere i motivi per cui è giunto a questa conclusione. Prima di tutto, il signore cinese ha citato Face/Off. La re­gia è di John Woo, che tutto il mondo conosce come il più famoso regista di Hong Kong, appunto; questo rende immediatamente credibile, e non mi chiedete perché, il fatto che io in quanto Nicolas Cage stia qui a Hong Kong. Sarò venuto a trovare John Woo, forse non ci vediamo dai tempi del film. Poi: in Face/Off gli attori protagonisti so­no due, Nicolas Cage e John Travolta. E io ho detto quel­lo giusto. Ho detto quello giusto non perché assomigli a Nicolas Cage ma perché, tra i due, John Travolta mi sembrava ancora più assurdo di Nicolas Cage. Quindi, poiché dico quello giusto, lui pensa che io stia confermando il fatto che ha ragione.
E non basta: il signore cinese ha desunto da due fatto­ri - il mio iniziale spaesamento e il luogo comune sulle star hollywoodiane in vacanza - che io in quanto Nicolas Cage sono qui in incognito. Non ho nessuna voglia che mi si ri­conosca. Ed è per questo motivo che sto continuando a dirgli che non sono affatto Nicolas Cage e che sono italia­no. E poiché sono in incognito e dico che non sono Nico­las Cage, questo conferma che sono proprio Nicolas Cage. Dirò di più: il fatto che io sostenga di essere italiano, annulla paradossalmente anche l'ultima traccia di verità evi­dente (se, come ormai è chiaro, la mia faccia non solo non smentisce, ma è il motivo palese per cui il cinese pensa che io sia Nicolas Cage), e cioè che il mio inglese è claudicante quanto il suo, se non di più, e con un marcato accento italian-napoletano, quindi come faccio a essere Nicolas Cage; ma presumendo il signore cinese che io sia Nicolas Cage e cioè il grande attore che sarei - e che faccio di tutto per non farmi scoprire -, figuriamoci se non mi metto a fare l'italiano con accento napoletano che parla male l'inglese. E figuriamoci se non mi viene bene a tal punto che sem­bro davvero un italiano. Anche questo elemento, che do­vrebbe strasmentire, invece straconferma e così non c'è più scampo, nonostante io insista a dire con accento clau­dicante che non sono Nicolas Cage, che sono italiano e che non credo nemmeno di assomigliargli, lui dice: "sì, sei in, sei Nicolas Cage!"
e quando usciamo dall'ascensore   io cerco di allontanarmi perché lui comincia a sbracciarsi e a indicarmi, e insomma mi imba­razza - e l'imbarazzo è un altro indizio chiarissimo che io sono Nicolas Cage e non voglio che mi si riconosca; scappo verso il gruppetto dei miei compagni di viaggio mentre lui ferma chiunque si trovi davanti, e parla concitato e mi indica e io intanto racconto ai miei compagni di viaggio quel che mi è successo e perché quel signore mi sta indi­cando a tutti; i miei compagni di viaggio si girano a guar­darlo e a lui lì in fondo sembra che io, in quanto Nicolas Cage, abbia raccontato che un appassionato di Face/Off mi ha scoperto e che ci dobbiamo dileguare. Io davvero sto chiedendo di dileguarci, ma per il fatto che mi vergo­gno come un cane, a questo punto, di non essere davvero Nicolas Cage e di doverlo spiegare a tutti tra dieci secondi al massimo.
Per parte mia, vi dico quello che voi potete immagina­re ma di cui non potete essere certi visto che non mi cono­scete: non assomiglio affatto a Nicolas Cage. ….  non mi ha scam­biato per De Niro, Di Caprio o Brad Pitt. No, solo Nicolas Cage, cioè la faccia cinematografica dell'uomo medio. Ed è a questo punto che scopro la que­stione terribile che vive tra le righe di quel che ha immagi­nato il cinese. Che non è vero soltanto che per gli occiden­tali i cinesi sono tutti uguali, ma è vero anche il contrario. Anche per i cinesi gli occidentali sono tutti uguali.
Così mi sono dileguato. E adesso questo signore cinese penserà per tutta la vita di aver incontrato Nicolas Cage. Quando andrà al cinema, o alla televisione daranno un film con Nicolas Cage, racconterà senz'altro che lui quell'attore lì lo ha conosciuto e gli altri ascolteranno in­creduli e affascinati il suo racconto di quella volta in ascensore quando Nicolas Cage negava di essere Nicolas Cage. E una cosa che di sicuro racconterà per tutta la vita. Non sempre, magari, ma almeno ogni volta che Nicolas Cage apparirà in un film. Per quest'uomo che vive a Hong Kong o in qualsiasi altro posto del mondo, io sono e ri­marrò sempre Nicolas Cage

Francesco Piccolo, Hong Kong, una mattina
in Allegro occidentale, Feltrinelli, 2005, p. 9-13

postato da: AMALTEO alle ore giugno 02, 2007 16:35 | link | commenti (7)
categorie: leggere, leggere scrivere
martedì, 15 maggio 2007

Carlo Rivolta legge Gadda

books and bookends 4Già un'altra volta mi dicevo che abitare in provincia ha qualche svantaggio, ma anche molti pregi.
Per esempio si può vivere a 15 chilometri dai luoghi della prima fase della vita di Carlo Emilio Gadda.
E può anche capitare che un gruppo di persone abbia la bella idea di fondare un Centro Studi Gadda.
Se poi questa associazione ha l'altrettanto bella idea di organizzare pomeriggi di lettura di testi d'autore, allora si è vicini al godimento intellettuale.
Se, infine, a fare queste letture è Carlo Rivolta ... beh a quel punto è fatta...
Si è manifestato un momento Zen.
Cioè una di quelle circostanze in cui, in modo ineluttabile, tutte le cose sembrano convergere a creare l' "irripetibile dotato di significato".
Certo occorre anche assecondare il caso: occorre che uno come Amalteo sia lì con l'Ipod trasformato in registratore.

Carlo Rivolta è un attore di bravura sovrumana.
Non esagero.
Quando legge un testo questo si libra in tutte le direzioni: parole, voce e corpo danno vita a una vera e propria esperienza esistenziale.

L'impasto linguistico di Carlo Emilio Gadda lo si  impara ad apprezzare, fino a non poterne più fare a meno, piano piano.
Con l'adatta lentezza.
Forse ci vuole età per arrivare a goderne.
Gadda ricrea una nuova lingua.
Oppure la adatta per metterla al servizio del suo messaggio letterario.

Qui sotto, nella "Villa in Brianza" il tema di sfondo è una parte del suo "romanzo familiare".
In particolare la casa di campagna voluta da suo padre e da lui detestata.
Non entro nel merito del valore letterario di questo testo.
Ne parla con competenza Mario Porro in "Carlo Emilio Gadda, Longone al Segrino e la Brianza", in Gadda e la Brianza. Nei luoghi della "Cognizione del dolore", Medusa editore, 2007.

Volevo condividere, con te caro lettore, il senso dell'umorismo localista che trasuda da questo testo.
Qui si ride.
Si ride di gusto.
Attenzione: ci vuole una mezz'oretta per ascoltarlo.
Sarà tempo ben usato.
I lombardi ne godranno di più, per via delle inflessioni dialettali.
Ecco la lettura:

Carlo Emilio Gadda, La casa della Brianza, letto da Carlo Rivolta
postato da: AMALTEO alle ore maggio 15, 2007 15:47 | link | commenti (8)
categorie: leggere
giovedì, 01 febbraio 2007

Pietro Citati, La scomparsa dell'autorità

Rodin-pensatoreE' vero o no che capita di incrociare l'occhio su uno scritto particolarmente spesso e di profilo forte?
Un testo che si imprime più di altri nella mente storica, quella che interpreta il presente alla luce del passato.
"Letture nutrienti" diventerà una cartelletta in cui conservare questi scritti duraturi.
Se anche tu, caro amico di blog, incontri una lettura nutriente mandami una traccia.
Nella velocità della comunicazione internettiana, ciascuno di noi ha la piccola responsabilità di dire: "fermiamoci un attimo qui".




La scomparsa dell´autorità

PIETRO CITATI

La Repubblica  30-01-2007

Qualche giorno fa, un mio amico mi ha detto: "Oggi, in Italia, non esiste più nessuna autorità". Credo che avesse ragione.
Nessuno degli uomini politici che ci governano da almeno una decina d´anni possiede la minima autorità
: né i presidenti del consiglio, né i ministri, né i capi dell´opposizione, né i senatori né i deputati. L´autorità politica si è liquefatta come un gelato di vaniglia sotto il sole d´agosto. E, sebbene la mia esperienza della realtà sia scarsissima, ho l´impressione che questo fenomeno si sia esteso all´intero paese: sia al campo istituzionale o economico o giuridico o universitario, e persino alla Chiesa Cattolica. Capisco che questa morte dell´autorità possa piacere ai rappresentanti della cosiddetta generazione del sessantotto, la quale ha cercato di divorare i padri, a qualsiasi tipo e genere appartenessero.Chi divora i padri finisce per generare dei padri molto più mostruosi, che pretendono obbedienza fino alla morte: Napoleone o Stalin o Hitler o il nostro ridicolo Mussolini.
In realtà, un italiano del 2007 ha completamente dimenticato cosa sia l´autorità e l´autorevolezza, che non sono affatto legati all´esercizio o tanto meno all´eccesso del potere. Per comprenderlo, basta rileggere Confucio e Platone. Chi possiede veramente autorità obbedisce a un´ascesi rigorosissima. Se vuol comandare, deve in primo luogo rinunciare a se stesso; non insegue il proprio io, non lo esalta, non lo riflette nello specchio, non lo impone agli altri; e, in primo luogo, non desidera alti stipendi. Di solito, ha progetti, piani e programmi, che i suoi sottoposti non conoscono. Ma egli conosce intimamente ciascuno dei suoi sottoposti: ne intuisce i caratteri, le passioni, i desideri, molto meglio di quanto essi non li conoscano. In modo quasi inavvertito, riesce ad imporre loro i suoi progetti: quando essi li eseguono, credono di compiere i propri desideri. Così egli ispira loro una fiducia senza limiti e senza ombre, in modo che, come dicevano i cinesi, quando guardano se stessi credono di vedere Confucio, quando guardano Confucio credono di vedere se stessi. Se i progetti hanno successo, egli ne attribuisce il merito ai sottoposti, come se non li avesse nemmeno pensati.
Se oggi, in Italia, non esiste più autorità, esiste uno sterminato potere. Tutti ne hanno: il ministro, l´infimo sottosegretario, l´industriale, l´impiegato della posta, il burocrate, il giornalista, il banchiere, il ladro, il professore, il giudice, lo studente delle medie; le migliaia di categorie sociali, corpi e istituzioni, nelle quali si suddivide il tessuto della società moderna. E tutto è diventato potere: l´immagine televisiva, il libro che finge di non avere scopo, la musica ripetuta fino all´ossessione, il disco o il vestito amati dai ragazzi di quindici anni.
Il potere non ha un volto riconoscibile: è anonimo, vuoto, indifferenziato. E´ nebbioso, gelatinoso, vischioso: aderisce a coloro che lo desiderano e anche a coloro che non lo amano. Se tutti hanno potere, nessuno lo afferra. Così è lui che ci possiede, senza che noi lo sappiamo. Poche epoche come la nostra, la quale ha voluto seppellire i grandi della storia per liberarsi dalla morsa del dominio, sono state così schiave della soggezione e del fascino del potere. I potenti di oggi sono sempre più smaniosi di possedere il proprio potere. Nulla, o quasi nulla, li divide dai loro avversari: hanno quasi le stesse idee; ma esercitano il potere in modo sempre più esclusivo e autoritario. Vorrebbero che la televisione trasmettesse soltanto il loro volto meraviglioso, le loro parole affascinanti, i loro gesti impareggiabili. Non tollerano rivali nel proprio territorio: li combattono come nemici mortali.
Se oggi in Italia godiamo ancora una parte di libertà, è soltanto perché tra l´uno e l´altro di questi poteri esistono luoghi vuoti, dove possono sopravvivere quasi liberamente coloro che non amano comandare. Non è sicuro che questa condizione durerà a lungo. Forse siamo giunti agli estremi: forse queste innumerevoli mafie stanno per saldarsi tra loro come in un gioco di puzzle, così da non lasciare nemmeno uno spazio dove vivere e respirare.
Vivere in questa condizione dà una specie di ebbrezza, che agli inizi è molto piacevole: il senso di una libertà e leggerezza quasi assolute, senza più padri, leggi, prescrizioni, precetti, divieti, come in una specie di paradiso terrestre prima del peccato originale. Ma l´euforia non dura mai a lungo.
postato da: AMALTEO alle ore febbraio 01, 2007 12:12 | link | commenti (4)
categorie: leggere
martedì, 31 ottobre 2006

Mike Leigh e Amos Oz

proiettoreE' vero che "verba volant, scripta manent", ma talvolta dire le parole con la voce alimenta le libere associazioni. E la rete offre risorse anche per questo.
Ho imparato ad usare YouTube, a memorizzare e lanciare i video.
  • Comincio con un commento ad un film di famiglie ..., rimandando anche all' Album dei film:
  • Continuo con un commento al libro  "Storie di amore e di tenebra" di Amos Oz
  • più sotto c'è Amos Oz che si racconta
venerdì, 22 settembre 2006

Culture e religioni: Benedetto XVI e il fondamentalismo islamico

IND-CULT-SOCLa fiammata è diventata brace sotto la cenere.
E' per questo che occorre misurare quanto è stato effettivamente detto.
La miseria di questa transizione storica mi appare in tutta evidenza quando osservo che le argomentazioni comunicative tendono ad andare indietro di secoli. A discettare su versetti di un libro del 600 (non '600, ma 600) o su un dialogo del 1391.
Di mezzo ci sono stati il Rinascimento, le rivoluzioni industriali, le rivoluzioni scientifiche, l'illuminismo, le democrazie costituzionali, l'espansione delle forme di comunicazione.
Eppure i destini dei prossimi decenni sembrano appesi a parole di un passato non proprio entusiasmante sul piano delle soggettività individuali.
Mi appunto gli appunti di
silendo:



Discorso di Benedetto XVI all'Università di Ratisbona. 12 settembre 2006

Fede, ragione e università. Ricordi e riflessioni.

Illustri Signori, gentili Signore!
È per me un momento emozionante stare ancora una volta sulla cattedra dell'università e una volta ancora poter tenere una lezione. I miei pensieri, contemporaneamente, ritornano a quegli anni in cui, dopo un bel periodo presso l'Istituto superiore di Freising, iniziai la mia attività di insegnante accademico all’università di Bonn. Era – nel 1959 – ancora il tempo della vecchia università dei professori ordinari. Per le singole cattedre non esistevano né assistenti né dattilografi, ma in compenso c'era un contatto molto diretto con gli studenti e soprattutto anche tra i professori. Ci si incontrava prima e dopo la lezione nelle stanze dei docenti. I contatti con gli storici, i filosofi, i filologi e naturalmente anche tra le due facoltà teologiche erano molto stretti. Una volta in ogni semestre c'era un cosiddetto dies academicus, in cui professori di tutte le facoltà si presentavano davanti agli studenti dell'intera università, rendendo così possibile una vera esperienza di universitas: il fatto che noi, nonostante tutte le specializzazioni, che a volte ci rendono incapaci di comunicare tra di noi, formiamo un tutto e lavoriamo nel tutto dell'unica ragione con le sue varie dimensioni, stando così insieme anche nella comune responsabilità per il retto uso della ragione – questo fatto diventava esperienza viva. L'università, senza dubbio, era fiera anche delle sue due facoltà teologiche. Era chiaro che anch'esse, interrogandosi sulla ragionevolezza della fede, svolgono un lavoro che necessariamente fa parte del "tutto" dell'universitas scientiarum, anche se non tutti potevano condividere la fede, per la cui correlazione con la ragione comune si impegnano i teologi. Questa coesione interiore nel cosmo della ragione non venne disturbata neanche quando una volta trapelò la notizia che uno dei colleghi aveva detto che nella nostra università c'era una stranezza: due facoltà che si occupavano di una cosa che non esisteva – di Dio. Che anche di fronte ad uno scetticismo così radicale resti necessario e ragionevole interrogarsi su Dio per mezzo della ragione e ciò debba essere fatto nel contesto della tradizione della fede cristiana: questo, nell'insieme dell'università, era una convinzione indiscussa.
Tutto ciò mi tornò in mente, quando recentemente lessi la parte edita dal professore Theodore Khoury (Münster) del dialogo che il dotto imperatore bizantino Manuele II Paleologo, forse durante i quartieri d'inverno del 1391 presso Ankara, ebbe con un persiano colto su cristianesimo e islam e sulla verità di ambedue. Fu poi probabilmente l'imperatore stesso ad annotare, durante l'assedio di Costantinopoli tra il 1394 e il 1402, questo dialogo; si spiega così perché i suoi ragionamenti siano riportati in modo molto più dettagliato che non le risposte dell'erudito persiano. Il dialogo si estende su tutto l'ambito delle strutture della fede contenute nella Bibbia e nel Corano e si sofferma soprattutto sull'immagine di Dio e dell'uomo, ma necessariamente anche sempre di nuovo sulla relazione tra le "tre Leggi": Antico Testamento – Nuovo Testamento – Corano. Vorrei toccare in questa lezione solo un argomento – piuttosto marginale nella struttura del dialogo – che, nel contesto del tema "fede e ragione", mi ha affascinato e che mi servirà come punto di partenza per le mie riflessioni su questo tema.

Nel settimo colloquio (διάλεξις – controversia) edito dal prof. Khoury, l'imperatore tocca il tema della jihād (guerra santa). Sicuramente l'imperatore sapeva che nella sura 2, 256 si legge: "Nessuna costrizione nelle cose di fede". È una delle sure del periodo iniziale in cui Maometto stesso era ancora senza potere e minacciato. Ma, naturalmente, l'imperatore conosceva anche le disposizioni, sviluppate successivamente e fissate nel Corano, circa la guerra santa. Senza soffermarsi sui particolari, come la differenza di trattamento tra coloro che possiedono il "Libro" e gli "increduli", egli, in modo sorprendentemente brusco, si rivolge al suo interlocutore semplicemente con la domanda centrale sul rapporto tra religione e violenza in genere, dicendo: "Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava". L'imperatore spiega poi minuziosamente le ragioni per cui la diffusione della fede mediante la violenza è cosa irragionevole. La violenza è in contrasto con la natura di Dio e la natura dell'anima. "Dio non si compiace del sangue; non agire secondo ragione (σὺν λόγω) è contrario alla natura di Dio. La fede è frutto dell'anima, non del corpo. Chi quindi vuole condurre qualcuno alla fede ha bisogno della capacità di parlare bene e di ragionare correttamente, non invece della violenza e della minaccia… Per convincere un'anima ragionevole non è necessario disporre né del proprio braccio, né di strumenti per colpire né di qualunque altro mezzo con cui si possa minacciare una persona di morte…".
L'affermazione decisiva in questa argomentazione contro la conversione mediante la violenza è: non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio. L'editore, Theodore Khoury, commenta: per l'imperatore, come bizantino cresciuto nella filosofia greca, quest'affermazione è evidente. Per la dottrina musulmana, invece, Dio è assolutamente trascendente. La sua volontà non è legata a nessuna delle nostre categorie, fosse anche quella della ragionevolezza. In questo contesto Khoury cita un'opera del noto islamista francese R. Arnaldez, il quale rileva che Ibn Hazn si spinge fino a dichiarare che Dio non sarebbe legato neanche dalla sua stessa parola e che niente lo obbligherebbe a rivelare a noi la verità. Se fosse sua volontà, l'uomo dovrebbe praticare anche l'idolatria.
Qui si apre, nella comprensione di Dio e quindi nella realizzazione concreta della religione, un dilemma che oggi ci sfida in modo molto diretto. La convinzione che agire contro la ragione sia in contraddizione con la natura di Dio, è soltanto un pensiero greco o vale sempre e per se stesso? Io penso che in questo punto si manifesti la profonda concordanza tra ciò che è greco nel senso migliore e ciò che è fede in Dio sul fondamento della Bibbia. Modificando il primo versetto del Libro della Genesi, Giovanni ha iniziato il prologo del suo Vangelo con le parole: "In principio era il λόγος". È questa proprio la stessa parola che usa l'imperatore: Dio agisce con logos. Logos significa insieme ragione e parola – una ragione che è creatrice e capace di comunicarsi ma, appunto, come ragione. Giovanni con ciò ci ha donato la parola conclusiva sul concetto biblico di Dio, la parola in cui tutte le vie spesso faticose e tortuose della fede biblica raggiungono la loro meta, trovano la loro sintesi. In principio era il logos, e il logos è Dio, ci dice l'evangelista. L'incontro tra il messaggio biblico e il pensiero greco non era un semplice caso. La visione di san Paolo, davanti al quale si erano chiuse le vie dell'Asia e che, in sogno, vide un Macedone e sentì la sua supplica: "Passa in Macedonia e aiutaci!" (cfr At 16,6-10) – questa visione può essere interpretata come una "condensazione" della necessità intrinseca di un avvicinamento tra la fede biblica e l'interrogarsi greco.
In realtà, questo avvicinamento ormai era avviato da molto tempo. Già il nome misterioso di Dio dal roveto ardente, che distacca questo Dio dall'insieme delle divinità con molteplici nomi affermando soltanto il suo essere, è, nei confronti del mito, una contestazione con la quale sta in intima analogia il tentativo di Socrate di vincere e superare il mito stesso. Il processo iniziato presso il roveto raggiunge, all'interno dell'Antico Testamento, una nuova maturità durante l'esilio, dove il Dio d'Israele, ora privo della Terra e del culto, si annuncia come il Dio del cielo e della terra, presentandosi con una semplice formula che prolunga la parola del roveto: "Io sono". Con questa nuova conoscenza di Dio va di pari passo una specie di illuminismo, che si esprime in modo drastico nella derisione delle divinità che sono soltanto opera delle mani dell'uomo (cfr Sal 115). Così, nonostante tutta la durezza del disaccordo con i sovrani ellenistici, che volevano ottenere con la forza l'adeguamento allo stile di vita greco e al loro culto idolatrico, la fede biblica, durante l'epoca ellenistica, andava interiormente incontro alla parte migliore del pensiero greco, fino ad un contatto vicendevole che si è poi realizzato specialmente nella tarda letteratura sapienziale. Oggi noi sappiamo che la traduzione greca dell'Antico Testamento, realizzata in Alessandria – la "Settanta" –, è più di una semplice (da valutare forse in modo poco positivo) traduzione del testo ebraico: è infatti una testimonianza testuale a se stante e uno specifico importante passo della storia della Rivelazione, nel quale si è realizzato questo incontro in un modo che per la nascita del cristianesimo e la sua divulgazione ha avuto un significato decisivo. Nel profondo, vi si tratta dell'incontro tra fede e ragione, tra autentico illuminismo e religione. Partendo veramente dall'intima natura della fede cristiana e, al contempo, dalla natura del pensiero ellenistico fuso ormai con la fede, Manuele II poteva dire: Non agire "con il logos" è contrario alla natura di Dio.
Per onestà bisogna annotare a questo punto che, nel tardo Medioevo, si sono sviluppate nella teologia tendenze che rompono questa sintesi tra spirito greco e spirito cristiano. In contrasto con il cosiddetto intellettualismo agostiniano e tomista iniziò con Duns Scoto una impostazione volontaristica, la quale alla fine portò all'affermazione che noi di Dio conosceremmo soltanto la voluntas ordinata. Al di là di essa esisterebbe la libertà di Dio, in virtù della quale Egli avrebbe potuto creare e fare anche il contrario di tutto ciò che effettivamente ha fatto. Qui si profilano delle posizioni che, senz'altro, possono avvicinarsi a quelle di Ibn Hazn e potrebbero portare fino all'immagine di un Dio-Arbitrio, che non è legato neanche alla verità e al bene. La trascendenza e la diversità di Dio vengono accentuate in modo così esagerato, che anche la nostra ragione, il nostro senso del vero e del bene non sono più un vero specchio di Dio, le cui possibilità abissali rimangono per noi eternamente irraggiungibili e nascoste dietro le sue decisioni effettive. In contrasto con ciò, la fede della Chiesa si è sempre attenuta alla convinzione che tra Dio e noi, tra il suo eterno Spirito creatore e la nostra ragione creata esista una vera analogia, in cui certo le dissomiglianze sono infinitamente più grandi delle somiglianze, non tuttavia fino al punto da abolire l'analogia e il suo linguaggio (cfr Lat IV). Dio non diventa più divino per il fatto che lo spingiamo lontano da noi in un volontarismo puro ed impenetrabile, ma il Dio veramente divino è quel Dio che si è mostrato come logos e come logos ha agito e agisce pieno di amore in nostro favore. Certo, l'amore "sorpassa" la conoscenza ed è per questo capace di percepire più del semplice pensiero (cfr Ef 3,19), tuttavia esso rimane l'amore del Dio-logos, per cui il culto cristiano è λογικὴ λατρεία – un culto che concorda con il Verbo eterno e con la nostra ragione (cfr Rm 12,1).
Il qui accennato vicendevole avvicinamento interiore, che si è avuto tra la fede biblica e l'interrogarsi sul piano filosofico del pensiero greco, è un dato di importanza decisiva non solo dal punto di vista della storia delle religioni, ma anche da quello della storia universale – un dato che ci obbliga anche oggi. Considerato questo incontro, non è sorprendente che il cristianesimo, nonostante la sua origine e qualche suo sviluppo importante nell'Oriente, abbia infine trovato la sua impronta storicamente decisiva in Europa. Possiamo esprimerlo anche inversamente: questo incontro, al quale si aggiunge successivamente ancora il patrimonio di Roma, ha creato l'Europa e rimane il fondamento di ciò che, con ragione, si può chiamare Europa.
   Alla tesi che il patrimonio greco, criticamente purificato, sia una parte integrante della fede cristiana, si oppone la richiesta della dis-ellenizzazione del cristianesimo – una richiesta che dall'inizio dell'età moderna domina in modo crescente la ricerca teologica. Visto più da vicino, si possono osservare tre onde nel programma della dis-ellenizzazione: pur collegate tra di loro, esse tuttavia nelle loro motivazioni e nei loro obiettivi sono chiaramente distinte l'una dall'altra.
La dis-ellenizzazione emerge dapprima in connessione con i postulati fondamentali della Riforma del XVI secolo. Considerando la tradizione delle scuole teologiche, i riformatori si vedevano di fronte ad una sistematizzazione della fede condizionata totalmente dalla filosofia, di fronte cioè ad una determinazione della fede dall'esterno in forza di un modo di pensare che non derivava da essa. Così la fede non appariva più come vivente parola storica, ma come elemento inserito nella struttura di un sistema filosofico. Il sola Scriptura invece cerca la pura forma primordiale della fede, come essa è presente originariamente nella Parola biblica. La metafisica appare come un presupposto derivante da altra fonte, da cui occorre liberare la fede per farla tornare ad essere totalmente se stessa. Con la sua affermazione di aver dovuto accantonare il pensare per far spazio alla fede, Kant ha agito in base a questo programma con una radicalità imprevedibile per i riformatori. Con ciò egli ha ancorato la fede esclusivamente alla ragione pratica, negandole l'accesso al tutto della realtà.
La teologia liberale del XIX e del XX secolo apportò una seconda onda nel programma della dis-ellenizzazione: di essa rappresentante eminente è Adolf von Harnack. Durante il tempo dei miei studi, come nei primi anni della mia attività accademica, questo programma era fortemente operante anche nella teologia cattolica. Come punto di partenza era utilizzata la distinzione di Pascal tra il Dio dei filosofi ed il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe. Nella mia prolusione a Bonn, nel 1959, ho cercato di affrontare questo argomento. Non intendo riprendere qui tutto il discorso. Vorrei però tentare di mettere in luce almeno brevemente la novità che caratterizzava questa seconda onda di dis-ellenizzazione rispetto alla prima. Come pensiero centrale appare, in Harnack, il ritorno al semplice uomo Gesù e al suo messaggio semplice, che verrebbe prima di tutte le teologizzazioni e, appunto, anche prima delle ellenizzazioni: sarebbe questo messaggio semplice che costituirebbe il vero culmine dello sviluppo religioso dell'umanità. Gesù avrebbe dato un addio al culto in favore della morale. In definitiva, Egli viene rappresentato come padre di un messaggio morale umanitario. Lo scopo di ciò è in fondo di riportare il cristianesimo in armonia con la ragione moderna, liberandolo, appunto, da elementi apparentemente filosofici e teologici, come per esempio la fede nella divinità di Cristo e nella trinità di Dio. In questo senso, l'esegesi storico-critica del Nuovo Testamento sistema nuovamente la teologia nel cosmo dell'università: teologia, per Harnack, è qualcosa di essenzialmente storico e quindi di strettamente scientifico. Ciò che essa indaga su Gesù mediante la critica è, per così dire, espressione della ragione pratica e di conseguenza anche sostenibile nell'insieme dell'università. Nel sottofondo c'è l'autolimitazione moderna della ragione, espressa in modo classico nelle "critiche" di Kant, nel frattempo però ulteriormente radicalizzata dal pensiero delle scienze naturali. Questo concetto moderno della ragione si basa, per dirla in breve, su una sintesi tra platonismo (cartesianismo) ed empirismo, che il successo tecnico ha confermato. Da una parte si presuppone la struttura matematica della materia, la sua per così dire razionalità intrinseca, che rende possibile comprenderla ed usarla nella sua efficacia operativa: questo presupposto di fondo è, per così dire, l'elemento platonico nel concetto moderno della natura. Dall'altra parte, si tratta della utilizzabilità funzionale della natura per i nostri scopi, dove solo la possibilità di controllare verità o falsità mediante l'esperimento fornisce la certezza decisiva. Il peso tra i due poli può, a seconda delle circostanze, stare più dall'una o più dall'altra parte. Un pensatore così strettamente positivista come J. Monod si è dichiarato convinto platonico o cartesiano.
Questo comporta due orientamenti fondamentali decisivi per la nostra questione. Soltanto il tipo di certezza derivante dalla sinergia di matematica ed empiria ci permette di parlare di scientificità. Ciò che pretende di essere scienza deve confrontarsi con questo criterio. E così anche le scienze che riguardano le cose umane, come la storia, la psicologia, la sociologia e la filosofia, cercano di avvicinarsi a questo canone della scientificità. Importante per le nostre riflessioni, comunque, è ancora il fatto che il metodo come tale esclude il problema Dio, facendolo apparire come problema ascientifico o pre-scientifico. Con questo, però, ci troviamo davanti ad una riduzione del raggio di scienza e ragione che è doveroso mettere in questione.
Torneremo ancora su questo argomento. Per il momento basta tener presente che, in un tentativo alla luce di questa prospettiva di conservare alla teologia il carattere di disciplina "scientifica", del cristianesimo resterebbe solo un misero frammento. Ma dobbiamo dire di più: è l'uomo stesso che con ciò subisce una riduzione. Poiché allora gli interrogativi propriamente umani, cioè quelli del "da dove" e del "verso dove", gli interrogativi della religione e dell'ethos, non possono trovare posto nello spazio della comune ragione descritta dalla "scienza" e devono essere spostati nell'ambito del soggettivo. Il soggetto decide, in base alle sue esperienze, che cosa gli appare religiosamente sostenibile, e la "coscienza" soggettiva diventa in definitiva l'unica istanza etica. In questo modo, però, l'ethos e la religione perdono la loro forza di creare una comunità e scadono nell'ambito della discrezionalità personale. È questa una condizione pericolosa per l'umanità: lo costatiamo nelle patologie minacciose della religione e della ragione – patologie che necessariamente devono scoppiare, quando la ragione viene ridotta a tal punto che le questioni della religione e dell'ethos non la riguardano più. Ciò che rimane dei tentativi di costruire un'etica partendo dalle regole dell'evoluzione o dalla psicologia e dalla sociologia, è semplicemente insufficiente.
Prima di giungere alle conclusioni alle quali mira tutto questo ragionamento, devo accennare ancora brevemente alla terza onda della dis-ellenizzazione che si diffonde attualmente. In considerazione dell’incontro con la molteplicità delle culture si ama dire oggi che la sintesi con l’ellenismo, compiutasi nella Chiesa antica, sarebbe stata una prima inculturazione, che non dovrebbe vincolare le altre culture. Queste dovrebbero avere il diritto di tornare indietro fino al punto che precedeva quella inculturazione per scoprire il semplice messaggio del Nuovo Testamento ed inculturarlo poi di nuovo nei loro rispettivi ambienti. Questa tesi non è semplicemente sbagliata; è tuttavia grossolana ed imprecisa. Il Nuovo Testamento, infatti, e stato scritto in lingua greca e porta in se stesso il contatto con lo spirito greco – un contatto che era maturato nello sviluppo precedente dell’Antico Testamento. Certamente ci sono elementi nel processo formativo della Chiesa antica che non devono essere integrati in tutte le culture. Ma le decisioni di fondo che, appunto, riguardano il rapporto della fede con la ricerca della ragione umana, queste decisioni di fondo fanno parte della fede stessa e ne sono gli sviluppi, conformi alla sua natura.
Con ciò giungo alla conclusione. Questo tentativo, fatto solo a grandi linee, di critica della ragione moderna dal suo interno, non include assolutamente l’opinione che ora si debba ritornare indietro, a prima dell’illuminismo, rigettando le convinzioni dell’età moderna. Quello che nello sviluppo moderno dello spirito è valido viene riconosciuto senza riserve: tutti siamo grati per le grandiose possibilità che esso ha aperto all’uomo e per i progressi nel campo umano che ci sono stati donati. L’ethos della scientificità, del resto, è volontà di obbedienza alla verità e quindi espressione di un atteggiamento che fa parte della decisione di fondo dello spirito cristiano. Non ritiro, non critica negativa è dunque l’intenzione; si tratta invece di un allargamento del nostro concetto di ragione e dell’uso di essa. Perché con tutta la gioia di fronte alle possibilità dell'uomo, vediamo anche le minacce che emergono da queste possibilità e dobbiamo chiederci come possiamo dominarle. Ci riusciamo solo se ragione e fede si ritrovano unite in un modo nuovo; se superiamo la limitazione autodecretata della ragione a ciò che è verificabile nell'esperimento, e dischiudiamo ad essa nuovamente tutta la sua ampiezza. In questo senso la teologia, non soltanto come disciplina storica e umano-scientifica, ma come teologia vera e propria, cioè come interrogativo sulla ragione della fede, deve avere il suo posto nell'università e nel vasto dialogo delle scienze.
Solo così diventiamo anche capaci di un vero dialogo delle culture e delle religioni – un dialogo di cui abbiamo un così urgente bisogno. Nel mondo occidentale domina largamente l'opinione, che soltanto la ragione positivista e le forme di filosofia da essa derivanti siano universali. Ma le culture profondamente religiose del mondo vedono proprio in questa esclusione del divino dall'universalità della ragione un attacco alle loro convinzioni più intime. Una ragione, che di fronte al divino è sorda e respinge la religione nell'ambito delle sottoculture, è incapace di inserirsi nel dialogo delle culture. E tuttavia, la moderna ragione propria delle scienze naturali, con l'intrinseco suo elemento platonico, porta in sé, come ho cercato di dimostrare, un interrogativo che la trascende insieme con le sue possibilità metodiche. Essa stessa deve semplicemente accettare la struttura razionale della materia e la corrispondenza tra il nostro spirito e le strutture razionali operanti nella natura come un dato di fatto, sul quale si basa il suo percorso metodico. Ma la domanda sul perché di questo dato di fatto esiste e deve essere affidata dalle scienze naturali ad altri livelli e modi del pensare – alla filosofia e alla teologia. Per la filosofia e, in modo diverso, per la teologia, l'ascoltare le grandi esperienze e convinzioni delle tradizioni religiose dell'umanità, specialmente quella della fede cristiana, costituisce una fonte di conoscenza; rifiutarsi ad essa significherebbe una riduzione inaccettabile del nostro ascoltare e rispondere. Qui mi viene in mente una parola di Socrate a Fedone. Nei colloqui precedenti si erano toccate molte opinioni filosofiche sbagliate, e allora Socrate dice: "Sarebbe ben comprensibile se uno, a motivo dell'irritazione per tante cose sbagliate, per il resto della sua vita prendesse in odio ogni discorso sull'essere e lo denigrasse. Ma in questo modo perderebbe la verità dell'essere e subirebbe un grande danno". L'occidente, da molto tempo, è minacciato da questa avversione contro gli interrogativi fondamentali della sua ragione, e così può subire solo un grande danno. Il coraggio di aprirsi all'ampiezza della ragione, non il rifiuto della sua grandezza – è questo il programma con cui una teologia impegnata nella riflessione sulla fede biblica, entra nella disputa del tempo presente. "Non agire secondo ragione (con il logos) è contrario alla natura di Dio", ha detto Manuele II, partendo dalla sua immagine cristiana di Dio, all'interlocutore persiano. È a questo grande logos, a questa vastità della ragione, che invitiamo nel dialogo delle culture i nostri interlocutori. Ritrovarla noi stessi sempre di nuovo, è il grande compito dell'università.

postato da: AMALTEO alle ore settembre 22, 2006 13:01 | link | commenti (11)
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