Tracce e Sentieri

Passeggiate splinderiane di Amalteo

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2° metà del 900-later than never. “Perché vale la pena di vivere? E’ un’ottima domanda… Be’, ci sono cose per cui vale la pena di vivere … Per esempio, per me, direi … tutta la musica e le interpretazioni di Nina Simone … la voce di Ray Charles, quasi sempre … Il ballo di Al Pacino in Scent of a Woman … le note di John Lewis quando volano nelle fughe di Bach … Louis Armstrong, l’incisione di West and blues del 1928 … i film di Sergio Leone … i racconti di Stephen King … gli azzurri e i gialli di Van Gogh … i quadri di Peppo Spagnoli, che dimostra che si può fare molto anche da luoghi piccoli… il sorriso di Luciana …. ... e poi anche ...” da Woody Allen, Manhattan (con qualche cambiamento) pamalteo@gmail.com

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martedì, 11 settembre 2007

11 settembre 2001



Ricorre il sesto anno dall'attacco del terrorismo islamico alle torri gemelle di New York. Con la distruzione , assieme alle persone, di uno skyline simbolico dell’immaginario culturale del Novecento.
Per me ha contato molto quanto scrisse, quasi in tempo reale, Oriana Fallaci.
Dalla sua indagine giornalistica ho appreso ciò mi serviva ad orientarmi in quell’avvio di congiuntura storica.

L’11 settembre 2001 ha inciso moltissimo nella mia biografia.

To Cross the Line. Nei mesi successivi ho varcato la soglia e ho dovuto rimettere in discussione 28 anni di militanza politica nel Pci-Pds-Ds. 28 anni sono un bel pezzo di strada

Ma è negli scossoni storici che si vedono in modo illuminante le profonde relazioni esistenti fra l’Io, l’identità soggettiva, e il mondo esterno, ossia la società e la cultura.

Sarà una giornata di tante rievocazioni, di tanti punti di vista.

Io mi appunto qualche pensiero che va sui TEMPI LUNGHI, non sulla contingenza.

Il dato storico mi appare sempre di più questo:

 

l’islamismo non è un semplice integralismo cultural-religioso,

ma è un totalitarismo che si basa sul fondamentalismo religioso

 

L’islamismo è omologo (certo non uguale, per la diversità dei contesti) al nazismo della prima metà del Novecento.

Sostiene Alexandre Del Valle:
 

Pos­siamo, come suggerisce Pierre-Andre Taguieff, considerare il totalitarismo sotto tre forme e accezioni, più complementari che anti-nomiche, riprendendo la classificazione che Renzo De Felice ha ten­tato riguardo il fascismo: il fascismo come movimento, il fascismo come regime e il fascismo come ideologia. Se si applica questa tri­plice classificazione all'oggetto del nostro studio, si può distinguere il totalitarismo come movimento, con la genealogia dei fascismi e del marxismo e della loro incubazione totalitaria nei secoli XIX e XX, il totalitarismo come regime con i regimi nazista, sovietico, maoista, khmer rosso, saudita, talibano-khomeinista o sudanese, infine il tota­litarismo come ideologia con il marxismo-leninismo, lo stalinismo, il nazionalsocialismo o l'islamismo. L'ideologia islamista traspare nella dottrina totalitaria dei Fratelli musulmani, del Gamiat-i-islami pachistano, della rivoluzione sciita iraniana o del wahhabismo sau­dita - quindi il neo wahhabismo rivoluzionario di Ben Laden - o, più in generale, nel salafismo sunnita, nelle sue forme fondamentaliste e gihadiste. La definizione generica del totalitarismo come

 "pretesa dottrinaria ideologico-politica a conglobare la totalità della vita in un monismo del potere e della visione del mondo, usando se­gnatamente l'arma del terrore e della violenza"

 è, secondo noi, la più adeguata a definire l'islamismo, principale rappresentante oggi della realtà totalitaria.

In Alexandre Del Valle, Il totalitarismo islamista all’assalto delle democrazie, Solinum editore, 2007, p. 87-88

 

Due obiezioni contro l’impiego del termine “totalitarismo” consistono nell’affermare che questa nozione è storicamente associata al nazionalsocialismo tedesco e allo stalinismo russo e che il totalitarismo è necessariamente incarnato in uno stato. Da cui la non applicabilità alla situazione odierna di quella nozione.

Per contro Del Valle sostiene che il progetto islamista prevede la soppressione degli stati tradizionali (Israele in primis) e l’edificazione di uno stato califfale transnazionale che raggruppi tutti i membri della umma islamica, ossia la comunità dei credenti.

Il totalitarismo è l’esatto opposto delle democrazie liberali, che sono dei “sistemi pluralisti fondati sulle costituzioni”.

Quali , dunque, i criteri che, con lo sguardo proiettato al presente e non con gli occhiali del Novecento, permettono oggi di definire il totalitarismo?

Usando il pensiero di Raymond Aron e di Hannah Arendt lo studioso citato ne  individua tre:
 

-         la confusione fra campo della politica e campo della società civile:
 

il rifiuto totale di ogni laicità proprio del sistema islamista deve essere considerato  come uno dei criteri del totalitarismo nella misura in cui la secolarizzazione è una delle condizioni essenziali dei regimi democratici e liberali

op. cit p. 89
 

-         la mobilitazione totale e permanente e la fuga in avanti dell’estremismo

 

-         la militarizzazione non sottomessa alle norme dello stato di diritto:
 

An­che qui, come i corpi franchi o altri ordini del tipo SA e SS, l'isla­mismo invita ogni credente ad assolvere il suo dovere di "sforzo di guerra sul sentiero di Allah" (gihadfì sabil'Illah) contro i nemici dell'ordine islamista essendo la ricompensa il paradiso di Allah, l'e­quivalente del Valalla dei nazisti neopagani. Imperativo che i movi­menti gihadisti più o meno nati dai Fratelli musulmani o dal Gamiat-i-islami pakistano (Takfir, Gamaa, Gihad, Hamas, GIÀ, GSPC, Lashkar-i-Taiba, Geish-i-Muhammad) hanno spinto fin nelle più ter­ribili trincee chiamando i musulmani di tutto il mondo a "uccidere gli ebrei e i crociati ovunque si trovano". Questo spiega perché ter­roristi kamikaze si improvvisano a volte al di fuori di ogni struttura organizzata, così come si è visto in Francia a fine agosto 2001 con il caso dell'islamista di Béziers, Safir Bghuia.ù

Op.Cit. p. 89
 

 

-         il rifiuto dell’individualismo. La vita singola non ha alcun valore, perché è solamente il gruppo che conta. Questo aspetto, addirittura, è più presente nell’islamismo che nei fascismi o nel comunismo, se si pensa al loro motto: “Amiamo più la morte che voi la vita”

 

-         il terrore e la paura generalizzata. La coppia fede/terrore è rintracciabile in tutta evidenza  in Iran, nelle giunte alla Saddam o nelle strutture monarchico tribali dell’Arabia Saudita

 

-         il fine giustifica i mezzi e la menzogna è un dovere:

 

Ci ricor­diamo del modo in cui i nazisti arrivarono al potere dopo aver utilizzato tecniche sovversive come l'incendio del Reichstag o la strumentalizza­zione del cristianesimo che invece detestavano, o ancora il modo in cui i comunisti sovietici distinguevano la verità superiore (pravda), ideolo­gica, dalla verità di fatto (istina) sacrificabile a piacere. Puskin scrisse del resto: "La menzogna che ci eleva non mi è più cara della moltitu­dine delle piccole istina..." Perciò molti grandi pensatori e giuristi del­l'isiam classico ai quali si riferiscono gli islamisti hanno anch'essi teo­rizzato la "menzogna pietosa" o "l'adesione dei cuori" (tàlib al-qulub) e l'hanno destinata a quelli che Lenin chiamava gli "utili idioti": "Le menzogne sono peccati, salvo quando sono dette per il be­nessere del musulmano" (Al-Tabarani); "la menzogna verbale è auto­rizzata nella guerra" (Ibn Al-Arabi)7. Nello sciismo troviamo il princi­pio della taqiyya, che autorizza il credente a rinnegare pubblicamente la sua fede in un contesto ostile, mentre il salafismo sannita si riferisce alla menzogna di circostanza: "È permesso mentire per respingere un male più grande (...). La menzogna è laida ma si può usare per il bene. Si può mentire a un kafìr (infedele) al di fuori della guerra (...) per as­sicurarsi un interesse materiale", si spiega ai giovani militanti islamisti, essendo la menzogna qui paragonata a un'opera di pietà come a una guerra santa, perché "la guerra santa deve essere condotta utilizzando la furbizia e l'inganno contro i capi kafìr, contro quelli che attaccano ciò che Dio ha rivelato (...). Ibn Taymiyya ha detto che è permesso e che è anche un dovere per un musulmano in certi casi, di assomigliare agli "associatori" nelle cose esteriori come il vestiario e altre apparenze

Op.Cit. , p. 91-92

 

-         il fanatismo ideologico:

 

ciò che caratterizza più profonda­mente il totalitarismo, non è solamente la violenza e l'ipertrofia di uno Stato liberticida ma l'ideologia stessa, intesa nel senso etimologico del termine come logica di una idea totale, il fatto di spiegare il movi­mento della storia come un processo unico e coerente dedotto a partire da una idea centrale: la legge della natura e della razza per il nazismo, della storia o della lotta di classe per il marxismo, oppure della sotto­missione dell'umanità ad Allah e quindi la lotta delle religioni e delle civiltà per l'islamismo.

Op.Cit. p.92

 

Mi sono appuntato questi pochi stralci di una ricerca ad ampissimo spettro: storico, religioso, politologico, giuridico, sociologico.

Il libro di Alexandre Del Valle va sui tempi lunghi.

E’ per questo che mi ha guidato nel tracciare questo ricordo dell’11 settembre.

Per decenni i miei criteri orientatori sono stati l’antifascismo e la guerra antifascista.

Sono una parte durevole della mia identità. Sono soddisfatto di me che sia andata così. Un po’ ho fatto buoni incontri e ho incrociato buoni maestri. E un po’ ci ho messo del mio,

Ed è per questo che la formula del saggista della sinistra americana Paul Berman:

la guerra al fondamentalismo è una guerra antifascista
 

mi ha fatto tornare alla casa dell’altra mia vita, quando ammiravo coloro che si erano battuti, in situazioni estreme e fino al sacrificio personale,  contro il nazifascismo:

I nazisti rappresentarono la Seconda guerra mondiale come una battaglia biologica tra la razza supe­riore (loro) e le razze inferiori e impure (noi). I Sovietici e i loro compagni rappresentarono la Guerra fredda come una lotta economica tra i proletari del mondo (loro) e gli sfruttatori borghesi (noi). L'immagine medioevale del fon­damentalismo, con guerrieri del gihad che brandiscono la scimitarra contro la cospirazione sionista-crociata era non meno fantasiosa, e non meno folle. La realtà della guerra al terrorismo - il panorama della vita reale che divenne evi­dente in quei primi giorni della guerra in Afghanistan - non era quindi un'operazione di polizia, non era uno scontro di civiltà e neanche una situazione cosmica. Era un avveni­mento in stile ventesimo secolo. Era uno scontro di ideo­logie. Era la guerra tra il liberalismo e i movimenti apoca­littici e fantasmagorici insorti contro la civiltà liberale fin dalla catastrofe della Prima guerra mondiale.

Paul Berman, Terrore e liberalismo, Einaudi, 2004, p. 216

 

Invece all’indomani dell’11 settembre l’amministrazione americana ha dovuto fronteggiare, sostanzialmente da sola, fatta eccezione della Inghilterra di Tony Blair, la guerra dichiarata dal totalitarismo islamista, attraverso la distruzione simbolica e materiale delle torri, all’intera civiltà occidentale.

 

Stasera gli americani si pongono molte domande. Gli americani si chie­dono: chi ha attaccato il nostro Paese? Tutte le prove che abbiamo raccol­to puntano verso un'accozzaglia di organizzazioni terroristiche liberamen­te affiliate a un'organizzazione nota come Al Qaeda. Sono gli stessi assas­sini accusati di aver bombardato le ambasciate americane in Tanzania e in Kenia, gli stessi responsabili del bombardamento dell'incrociatore USS Cole. Al Qaeda sta al terrore come la mafia sta al crimine. Essa tuttavia non ha per obiettivo il denaro; il suo obiettivo è rifare il mondo e impor­re il suo credo integralista ai popoli di ogni dove. I terroristi praticano una forma di estremismo islamico di frangia che è stato respinto dagli studio­si musulmani e dalla stragrande maggioranza dei religiosi musulmani; un movimento di frangia che perverte gli insegnamenti pacifici dell'Islam. Le direttive dei terroristi ordinano di uccidere i cristiani e gli ebrei, di ucci­dere tutti gli americani e di non fare alcuna distinzione tra militari e civili , donne e bambini compresi.                                                                   

Questo gruppo e il suo leader, una persona di nome Osama Bin Laden,     sono collegati a molte altre organizzazioni in diversi Paesi, e tra queste la  Jihad islamica in Egitto e il Movimento islamico in Uzbekistan. Ci sono  migliaia di questi terroristi in oltre 60 Paesi.

….

La nostra guerra al terrorismo comincia con Al Qaeda, ma non finisce lì. Non sarà finita fino a quando non saranno stati trovati, fermati e scon­fitti tutti i gruppi terroristici di portata globale. Gli americani si chiedono: perché ci odiano? Odiano quello che possiamo vedere proprio qui, in que­sto luogo: un governo eletto democraticamente. I loro leader si nominano da soli. Odiano le nostre libertà, la nostra libertà di culto, la nostra libertà di parola, la nostra libertà di voto e di riunirci ed essere in disaccordo l'uno con l'altro, Vogliono sovvertire i governi attuali di molti Paesi musulmani, quali l'Egitto, l'Arabia Saudita e la Giordania. Vogliono spingere Israele fuori dal Medio Oriente. Vogliono spingere i cristiani e gli ebrei fuori da ampie zone dell'Asia e dell'Africa. Questi terroristi uccidono non soltanto per porre fine alla vita, ma per disgregare e porre termine a un modo di vivere. Con le loro atrocità, sperano che l'America si impaurisca, che si riti­ri dal mondo e abbandoni i suoi amici. Sono contro di noi perché noi ci frapponiamo al loro cammino. La loro falsa devozione non ci trae in inganno. Abbiamo visto i loro simili in passato. Sono gli eredi di tutte le ideologie assassine del Ventesimo secolo. Sacrificando la vita umana per servire le loro visioni integraliste, abbandonando ogni valore a eccezione della volontà di uccidere, seguono le orme del fascismo, del nazismo e del totalitarismo. E seguiranno quelle orme fino alla fine, fin dove conduco­no: nella fossa comune dove sono sepolte le bugie della storia.

Georg W. Bush – Presidente degli Stati Uniti, Discorso al Congresso in sessione congiunta e al popolo americano, Campidoglio degli Stati Uniti, Washington, 20 settembre 2001

 

Non vedo nessuna contraddizione con la mia collocazione politica proveniente dalla sinistra lo stare da quella parte.

Sì ...  dalla parte della amministrazione americana.

Solo mi spiace che a prendere in mano questa bandiera sia stata in questi anni la destra italiana.

Il cannocchiale
venerdì, 29 giugno 2007

Oriana Fallaci: memoria




Di questa fotografia Kosmogabri, con finezza osservativa tutta femminile dice: "una donna nascosta dietro gli occhialoni, in tutta la sua fragilità, in tutta la sua forza, in procinto di partire per un lungo viaggio, con calcato il cappello per evitare che i capelli vadano da tutte le parti. Bellissima immagine"

Prisma ricorda che oggi ricorrerebbe il compleanno di Oriana Fallaci, morta l'anno scorso in settembre.
Intreccio questa sua traccia con l'altra di  pagina 23 dove si legge:

La guerra non è una maledizione insita nella nostra natura: è una maledizione insita nella Vita.
Non ci si sottrae alla guerra perché la guerra fa parte della Vita. Ciò è mostruoso, ne convengo. Così mostruoso che il mio ateismo deriva principalmente da questo. Cioè dal mio rifiuto d'accettare l'idea d'un Dio che ha inventato un mondo dove la Vita uccide la Vita, mangia la Vita. Un mondo dove per sopravvivere bisogna uccidere e mangiare altri esseri viventi, siano essi un pollo o un'arsella o un pomodoro. Se tale esigenza l'avesse concepita davvero Dio creatore, dico, si tratterebbe d'un Dio ben cattivo.
Però non credo nemmeno al masochismo del porgere l'altra guancia. E se un'ortica m'invade, se un'edera mi soffoca, se un insetto mi avvelena, se un leone mi morde, se un essere umano mi attacca, io combatto. Accetto la guerra, faccio la guerra.
Lo faccio con l'arma che m'appartiene, che porto sempre con me, che uso senza riserve e senza timidezze, è vero. Ossia l'arma incruenta dei pensieri espressi attraverso la parola scritta, attraverso le idee e i principi che ci distinguono dagli animali e dai vegetali.

 Oriana Fallaci – La forza della ragione


"Uditi i critici ha ragione Oriana"

di
Giovanni Sartori

(Corriere della Sera, 15 ottobre 2001)


  Oriana Fallaci deve aver ragione, visto che i suoi assaltanti hanno abbondantemente torto. All’inizio mi sono lasciato un po’ incantare dal flauto di Terzani, dal suo dire che «dubitare è una funzione essenziale del pensiero, il dubbio è il fondo della nostra cultura». Oddio, questo è il fondo della cultura di Amleto. Cartesio non scriveva «dubito quindi sono», ma cogito ergo sum. Il dubbio deve dunque essere inserito nel cogito , nel pensare. E il dubitare di Terzani - come vedremo - non lo è. Umberto Eco dice su Repubblica che lui si preoccupa «dei giovani perché tanto ai vecchi la testa non cambia più». Sarei curioso di sapere qual è la categoria nella quale Eco colloca se stesso, se tra i vecchi o no. Comunque sia, io di me stesso lo so: per i giovani sono uno stravecchio. Il che non toglie - sorpresa, sorpresa - che la mia testa sia tutta un frullo di cambiamenti.

Nel ’68 scrivevo - proprio sul Corriere - che la cosiddetta rivoluzione studentesca preparava l’avvento della asinocrazia, del trionfo degli asini. Il che mi costringeva, nella mia testa, a vedere con diminuitissimo ottimismo il progredire della democrazia. Subito dopo la caduta del Muro di Berlino notavo che la «democrazia senza nemico» era molto più difficile da gestire della democrazia minacciata da un nemico. Il che mi induceva a riorientare la mia testa su questo nuovo problema. E siccome già scrivevo della altissima vulnerabilità della società tecnologica negli anni Settanta, l’11 settembre non mi ha preso del tutto alla sprovvista. Mi sono subito detto: questa è Hiroshima Due; ancora un inedito, e un inedito ancora più terrorizzante di Hiroshima Uno. Nel 1945 c’era la guerra e si sapeva con certezza che la resa (del Giappone) fermava anche il bombardamento atomico americano. Oggi i confini tra guerra e pace si sono annebbiati, e oggi nulla ferma più niente. La polverizzazione delle due torri di Manhattan prefigura un orripilante scenario di «atomiche di pace» (per così riassumere) che ci possono colpire ogni giorno e che massacrano alla cieca.

Dunque, da un mese io mi sto rifacendo - bene o male - una testa nuova che cerca di capire e di fronteggiare una nuovissima (nonché orribilissima) realtà. Invece per la Maraini e Terzani è quasi come se non fosse successo niente di nuovo. In entrambi ripassa il déjà vu di sempre, ripassano i ritornelli di sempre. Saranno anche giovani, certo più giovani in anni di me; ma per il criterio di Umberto Eco la loro testa è già vecchia assai.

Dacia Maraini è una bravissima scrittrice di romanzi che leggo sempre con piacere; ma nel suo discettare etico-politico ritrovo soltanto gli stanchi luoghi comuni del terzomondismo politicamente corretto. Tiziano Terzani ci ha raccontato con finezza e bravura dell’Asia; ma quando cita - come ricette di salvezza - San Francesco d’Assisi, Gandhi e poi, scendendo di parecchi chilometri, padre Balducci e il mio collega (alla Columbia University) Edward Said, allora cita a sproposito.

Personalmente io preferisco i Domenicani ai Francescani. Concedo che Il Cantico di Frate Sole è un testo di un candore commovente. Ma quel candore non può essere trasferito da una età davvero primitiva all’età ultracomplicata del terzo millennio. Quanto a Gandhi, lui aveva a che fare con gli inglesi, e noi non abbiamo a che fare con dei Gandhi. E padre Balducci? Pochi sanno chi fosse. Ma a Firenze negli anni nei quali padre Balducci affascinava il colto e l’inclita (e anche, a quanto pare, Terzani) c’ero anch’io; e ricordo un dibattito nel quale lui attaccò così smodatamente il Papa da costringere il sottoscritto, laico abbastanza catafratto, a fare il papalino, il papofilo. Bel personaggio quel padre Balducci! Ma sempre più bello del cupissimo Edward Said, che scrive bene ma razzola malissimo. Il fatto che Said sia palestinese lo legittima nel suo essere pro palestinesi. Ma non mi risulta che Said abbia mai condannato i suoi uomini-bomba, ed esiste una fotografia che lo coglie, in zona Gaza, che lancia un sasso «intifadico» contro gli israeliani. Lui sarebbe un fautore di «campi di comprensione invece di campi di battaglia»? On aura tout vu , se ne vedono (e sentono) proprio di tutte.

Terzani scrive: «A te, Oriana, i kamikaze non interessano. A me tanto, invece». Dopodiché cita i giapponesi che hanno dato origine al nome, le tigri Tamil, i palestinesi di Hamas. Fine lì. Terzani è troppo vecchio, direbbe Eco, per afferrare che i kamikaze di New York sono animali del tutto diversi da quelli che lui sta ancora studiando. I kamikaze all’antica - diciamo - si immolano per una loro patria, sono «locali». La loro causa è concreta e circoscritta. I suicidi di New York e del Pentagono, e quelli che verranno nella loro scia, sono «globali» e la loro patria è il Corano, è una fede religiosa. Non si battono per una loro madrepatria, per la patria nella quale sono nati, ma per un mondo islamizzato che combatte e punisce gli infedeli. Fa una bella differenza. Che però a Terzani sfugge.

Il Nostro prosegue così: «Non si tratta di giustificare, di condonare, ma di capire. Capire, perché io sono convinto che il problema del terrorismo non si risolve uccidendo i terroristi ma eliminando le ragioni che li rendono tali». Sante parole, ma soltanto parole. Asserire che il problema del terrorismo non si risolve uccidendo i terroristi è come asserire che il problema della criminalità non si risolve arrestando e condannando i criminali. Vero; ma quale sarebbe l’alternativa? Eliminare le prigioni e rinviare i criminali a uno «studio Terzani» nel quale possono essere studiati e compresi? Se Terzani ci sta, io ci sto. Mi fornisca l’indirizzo e io proporrò (alla Basaglia) che le prigioni vengano abolite e che i loro inquilini lo vadano a trovare nella sua baita nell’Himalaya. Poi veda lui.

Il punto serio è, comunque, che il problema del terrorismo deve essere spiegato dalle ragioni che lo motivano. Ma Terzani lo spiega asserendo che l’attacco alle Torri Gemelle «certo non è l’atto di una guerra di religione degli estremisti musulmani». Per una persona che esordisce dichiarando di non avere certezze e che per lui la nostra civiltà è la civiltà del dubbio, questa asserzione è stonata. Ed è anche infondata. Perché Terzani la sostiene citando un collega americano di nessuna particolare eminenza (uno tra centomila) per il quale gli «assassini suicidi dell’11 settembre non hanno attaccato l’America ma la politica estera americana», colpevole, tra l’altro, di aver mantenuto, nonostante la fine della guerra fredda, «circa 800 installazioni militari nel mondo». Davvero formidabili questi fondamentalisti addestrati da Bin Laden. Sapevano, sanno, cose che non sapevo nemmeno io. Faccio ammenda. Dopodiché passo lo stesso a dichiarare che questa è una spiegazione risibile. Come ho già spiegato su questo giornale, chi capisce così non capisce nulla.

Terzani osserva che «se alla violenza dell’attacco alle Torri Gemelle noi rispondiamo con ancora più terribile violenza... alla nostra ne seguirà una loro ancora più orribile e così via». Certo, la violenza chiama violenza. Ma, intanto, non è lecito equiparare la violenza di chi inizia con la violenza di chi si difende. Uno mi spara addosso. Io, dopo, gli rispondo contro-sparando. È la stessa cosa? Ovviamente no. Ciò fermato, qual è l’alternativa? Subire la violenza, farsi violentare senza reagire, fermare la violenza? Non è mai successo. Né succederà, questo è sicuro, con il terrorismo islamico.

A proposito, i terroristi chi sono? Cosa li caratterizza? E, quindi, come li dobbiamo definire? Dopo aver menzionato i kamikaze giapponesi, i Tamil e i palestinesi di Hamas, Terzani scopre le sue carte: dobbiamo accettare - dichiara - che anche il presidente della Union Carbide (il richiamo è alla esplosione della fabbrica chimica di Bhopal, in India, nel 1984) sia percepito come un terrorista. Perché dobbiamo accettare che «per altri» (il Nostro non si scopre e non lascia capire se lui si includa nei suddetti altri; ma sospetto di sì) il terrorista «possa essere l’uomo di affari che arriva in un Paese povero del Terzo Mondo» per fare, come fa, soltanto i suoi sporchi affari. Terzani si rende conto di averla sparata grossa, e mette le mani avanti. Questo - avverte - «non è relativismo. Voglio solo dire che il terrorismo come modo di usare la violenza può esprimersi in varie forme, a volte anche economiche». Difatti questo non è relativismo; è pasticciare tutto, è incapacità di distinguere, incapacità di usare (come prescritto da Cartesio) idee chiare e distinte. E fa specie che Terzani si lanci all’attacco di Oriana Fallaci accusando lei di attentare «al meglio della testa umana, alla ragione». Perché qui è lui che va in clamoroso autogol. L’Union Carbide come (quasi come) Al Qaeda? Gianni Agnelli come (quasi come) Bin Laden? Alla stregua di questa logica anche Terzani sarebbe un terrorista, perché «usa violenza» alla logica. Il punto è che il terrorismo non può essere definito soltanto come «modo di usare violenza». A metterla così tutto è terrorismo, e perciò stesso (nota Mario Pirani) nulla è terrorismo. Ma per chi ragiona e sa ragionare queste sono soltanto sciocchezze.

Vengo a Dacia Maraini. Che addirittura si appella al Papa: «Nel momento in cui tutti, dal Papa al presidente degli Stati Uniti cercano di distinguere tra Islam e terrorismo, tu te la prendi con chi non è pronto a buttarsi in una guerra di religione. Per te chi distingue tra terrorismo e Islam è un ipocrita, un fottuto intellettuale. Con questo criterio anche il Papa sarebbe un ipocrita». Ma occorre davvero arrivare a un combattimento a colpi bassi, a colpi di Papa? Rileggiamo assieme il testo incriminato, che dice: «Qui è in atto una guerra di religione, forse voluta e dichiarata soltanto da una frangia di quella religione, ma comunque una guerra di religione». D’accordo, a livello diplomatico dobbiamo essere prudenti, dobbiamo sottacere. Ma Galli della Loggia ( Corriere del 4/10) ha benissimo spiegato che le prudenze diplomatiche sono una cosa e la verità dei fatti un’altra. E il fatto è che l’ostilità dei cosiddetti Stati arabi «moderati» verso il terrorismo «non nasce da un loro supposto moderatismo, nasce dalla paura del radicalismo militante».

Difatti i governi in questione non sono in grado di «tradurre la loro paura dell’estremismo in una qualunque battaglia ideologico-culturale a favore di una versione moderata dell’Islam... Dalle società del fronte cosiddetto moderato non è mai venuta una condanna esplicita contro la sentenza di morte dei mullah iraniani a carico di Salman Rushdie, contro le pene degradanti e inumane... contro la bestiale persecuzione di cristiani in Sudan...». Il fatto è, allora, che il fanatismo fondamentalista non può essere messo in discussione in nessuno Stato musulmano «perché ciò equivarrebbe a mettere in discussione in modo pubblico il Corano». Il che è tutto esatto.

Allora, quale sarebbe il terribile, vergognoso sbaglio di Oriana Fallaci? Forse sta nell’aver detto «forse». Invece avrebbe dovuto dire: qui è in atto una guerra di religione «anche se» voluta e dichiarata soltanto da una frangia di quella religione. Ma l’ira di Dacia Maraini non può essere stata scatenata da così poco. Potrebbe essere stata innescata dall’attacco di Oriana Fallaci a una Italia «stupida, vigliacca... imbelle, senza anima»? Non vorrei mai che la Maraini si sia sentita in qualche modo inclusa in quel ritratto. Sarebbe peccato.

Sia come sia, qui mi interessa la Maraini che ci leziona su come le culture e/o le civiltà siano o non siano da paragonare. L’attacco è questo: Tu (Oriana) «con foga impaziente sostieni che non vuoi nemmeno sentire parlare di due culture, perché le si metterebbero sullo stesso piano... E parti come un ciclone a fare quel che chiunque abbia un briciolo di buon senso ti direbbe che non si può fare: una comparazione fra civiltà». Fermi: qui stiamo parlando di culture o di civiltà? Dacia Maraini evidentemente confonde le due cose. Il che, vedremo, è una grave «fallacia». Ma prima continuiamo a citare: «Non c’è bisogno di aver studiato antropologia per sapere che ogni confronto tra culture è insensato. In quanto la civiltà è in movimento... sfugge al concetto di bene e di male. Ogni cultura... vive di valori, di regole... che non possono essere disprezzate mai, per nessuna ragione». E dunque, conclude la Nostra, «lasciamo stare il discorso sulla civiltà. Dopo millenni di odi e di guerre dovremmo perlomeno avere imparato che il dolore non ha bandiera».

Sì, certo, il dolore non ha bandiere. Come qualmente le lacrime sono tutte eguali. Ma cosa c’entra, in questo bel dire, la civiltà? C’entra se osserviamo che queste sono massime di alta civiltà (che non sono condivise, vedi caso, dalla «bassa civiltà» di chi esulta per il massacro di Manhattan). Però perché dobbiamo abbandonare il discorso sulle civiltà per scoprire che il dolore non ha bandiere? Il nesso mi sfugge. E mi sfugge perché proprio non c’è. E temo che tutto il succitato argomentare di Dacia Maraini sia del tutto sconnesso.

Il guaio è - già notavo - che la Nostra non distingue, non sa distinguere, tra cultura e civiltà. Tra l’altro la sua sola pezza d’appoggio è l’antropologia culturale (l’antropologia senza aggettivi è un’altra cosa); e l’antropologia culturale non ha, come suo concetto portante, il concetto di civiltà. Lévy-Bruhl e gli altri padri fondatori della disciplina hanno esplorato la «mentalità primitiva» e la sua distanza-differenza dalla nostra (e dalla nostra logica). E se io mi travestissi da antropologo culturale sarei prontissimo a sostenere che gli antropofaghi che mangiano i nemici che uccidono sono molto più «razionali» di chi non lo fa. Se non lo sostengo è perché la mia sensibilità etica si ascrive ad un’altra civiltà. Appunto, civiltà. Ma anche a questo proposito ci dobbiamo intendere. Se io difendo, come difendo, la civiltà occidentale non lo faccio in sede estetica e nemmeno religiosa. L’architettura, la letteratura e l’arte di molte civiltà non-occidentali sono, a mio giudizio, di straordinaria bellezza. E se mi venisse chiesto di scegliere una religione, io passerei al buddismo (anche se sono attratto dal nitore e dalla compostezza dello shintoismo).

Dunque, e venendo al nocciolo, qual è la civiltà che io difendo, e della quale la Maraini e Terzani non danno mostra di accorgersi? È la civiltà nell’accezione etico-politica del concetto. È la civiltà che ha conseguito più di ogni altra - sì, al paragone con ogni altra - la «buona città», la città politica più umana, più vivibile, più libera, più aperta di ogni altra. È, questo, un paragone «insensato»? È una tesi che lascio agli insensati che la sostengono. Terzani scrive che l’intolleranza di Oriana lo inquieta. A me inquieta molto di più, confesso, la cecità di chi fruisce di una «buona vita» (etico-politica) che non vede perché non sa vedere in contrasto. Per Oriana Fallaci, «se crolla l’America crolla l’Europa. Crolla l’Occidente, crolliamo noi. Blair l’ha capito...». Evidentemente Terzani e la Maraini no. Perciò sono davvero spaventato.

postato da: AMALTEO alle ore giugno 29, 2007 14:03 | link | commenti (18)
categorie: pensare culture religioni, cambiare to cross the line, vivere memoria
giovedì, 19 aprile 2007

Rapporti sessuali e Partito Democratico

Sono giorni importanti per la politica italiana.
Siamo al concepimento del Partito Democratico.
In realtà questi sono i giorni dei preliminari. I due partiti si esplorano per cercare i punti sensibili.
Il rapporto sessuale unitivo verrà in un secondo momento.
Un anno circa di coito prolungato.
Beh, un po' vorrei godere anch'io.
Perchè questo passaggio è parte anche della mia storia personale.
Di uno che è stato un militante del Pci (e successive trasformazioni) dal 1974 al 14 ottobre 2002, giorno in cui mi sono dimesso e non ho più rinnovato la tessera.
Per dissenso totale sulle linee di politica estera:

Sto pensando a una pagina di diario su questi due congressi paralleli.
Non posso farmi passare addosso queste giornate.
Ho bisogno di tempo e di far dipanare i pensieri.
E magari di un sogno.
E se non di un sogno di una reverie
Sarà una variante del mio

1. Partito Democratico: mappa del processo


Si tratta di unificare due esperienze politiche.
Quella di matrice comunista.
E quella di matrice cattolica.
Non quella di matrice socialista, perche costoro si tirano fuori. E tentano di cogliere questa occasione per rilanciare la loro tradizione.
In questa scelta di UNIRE DUE TRADIZIONI ci vedo una scelta forte e coraggiosa.
In un quadro di frammentazione della rappresentanza politica (22 partiti) trovo positivo, una azione opposta tendente ad unire.
Questo sta avvenendo.
Due culture politiche importanti della società italiana  tendono a  unificarsi  e creare  un unico PARTITO NUOVO.
Insisto: non è una cosa vecchia.
E' una cosa nuova.

PartitoDemocratico

2. Storia personale e recente storia politica

A partire dal 1974 ho intrecciato la mia biografia individuale con un pezzo di storia politica dell'Italia.
L'ho fatto da iscritto e militante di un partito della famiglia dei partiti comunisti: il Pci.
Ricordo le fasi e i momenti cruciali.
Il compromesso storico, in funzione di difesa delle istituzioni democratiche dal doppio attacco del terrorismo rosso e del terrorismo nero.
Seguiva la fase identitaria, Quella della patologia genetica del Pci, ossia il suo sentirsi "diverso". Portatore di una diversità quasi antropologica. Questa fase si è conclusa con il più grande funerale di popolo, per la morte nel 1984 di Enrico Berlinguer.
Poi la fase piatta e depressiva, incarnata dalla segreteria  Natta. Anni inutili e inconcludenti. Di pura schermaglia. Erano gli anni nei quali i socialisti sguazzavano nelle tangenti e De Michelis impazzava nelle discoteche. E Craxi spadroneggiava come un ras avido ed arrogante. E tuttavia portatore di alcune ragioni.
Nel 1989 c'è il creativismo di Achille Occhetto, conseguente alla rovinosa caduta dell'impero sovietico. Crollato non per la competizione con l'America, ma per le sue contraddizioni interne.
Bei momenti. Li ho attraversati tutti: nelle sezioni con il rituale della "relazione/dibattito/conclusioni/voto" per cambiare nome ed anima ad un partito di radici comuniste.
C'ero anch'io. Sono contento, molto contento di esserci stato.
Partecipare individualmente in un processo collettivo è stato emozionante e nutritivo.
Ed ora, 2007/2008, siamo alla fase del sacrificio. La cultura politica del Pci/Pds/Ds rinuncia alla sua esistenza organizzativa per dare vita ad una nuova aggregazione politica di donne e uomini.
Un po' mi dispiace di non parteciparvi direttamente.
Ma io, dopo l'11 settembre 2001, non sono più la stessa persona.
Non mi appassiona una ristrutturazione del sistema politico italiano che non fa i conti con la guerra di civiltà che la religione militare islamica ha dichiarato al mondo occidentale europeo ed americano.

3. Le logiche dissociative delle culture politiche della sinistra

E' un fatto che questa transizione determinerà una ulteriore scissione nella sinistra.
C'è un germe patologico nella sinistra, una vera e propria malattia costante che ogni tanto riemerge con recrudescenza: quella di dividersi in nome e ragione della identità.
La sinistra incarna il simbolo della strega di Biancaneve:

"Specchio .... specchio
delle mie brame
chi è la più bella del reame?"

SINISTRE

E' un paradosso assoluto.
La sinistra nasce come movimento associativo di estensione popolare dei diritti.
Si sviluppa per espandere i diritti. Si dà strategie per determinare socialità e affermare il valore di "stare assieme" in nome del principio della inclusione.
E, invece, si divide. Ed è sempre CONTRO QUALCUNO.
La sinistra non si scrolla di dosso la cultura dello schema amico/nemico.
"Se non sei mio amico, sei un nemico. E te lo dico anche con violenza che sei un nemico"
Un paradosso assoluto.
Il Partito socialista italiano nasce nel 1892. E da subito è lacerato da un conflitto interno fra massimalisti e riformisti.
Conflitto che, dopo la rivoluzione russa del 1917, conduce alla prima grande scissione, con la nascita del Partito comunista italiano.
Da quel momento le sinistre in Italia sono due.
Due tradizioni, due culture.
Nel 1947 dal partito socialista si stacca un Partito social-democratico. E nel 1964 si stacca un altro pezzo: il Psiup.
Nel frattempo il Pci mantiene la sua compattezza identitaria ed organizzativa.
Nel 1968 si forma la sinistra pulviscolare.
"Avanguardia Operaia", che si rifaceva al leninismo bolscevico. "Servire il popolo", di osservanza maoista. il "Movimento Studentesco" di cultura stalinista. "Potere Operaio" di indirizzo operaista. "Lotta continua", di spirito anarchico (con esponenti che poi si sono rivelati molto abili a sopravvivere e a fare carriera)
Polvere, parte della quale si è trasformata nel fango sporco del terrorismo assassino.
Nel 1989 dal Pci si stacca Rifondazione comunista.
E qualche anno dopo i Comunisti italiani.
E oggi il gruppo di Fabio Mussi, che fa una scissione silenziosa.
Vista così, in serie storica, la frantumazione della sinistra, la sua vocazione alla divisione, la continua presentificazione del simbolo di Narciso fanno davvero impressione.
Un paradosso assoluto.
La sinistra nasce e si sviluppa per unire interessi e valori. E, all'opposto, è ammalata di logiche dissociative.

E' PER QUESTO CHE IL PARTITO DEMOCRATICO E' UN PROGETTO NUOVO

Perchè è una scelta in contro-tendenza.
Da logiche dissociative ad una scelta associativa.
Un doppio sacrificio per dare vita ad un partito nuovo.
Sarà poi il test della prova del voto a dire se questo obiettivo era raggiungibile.
Non c'è pathos?
Non c'è godimento?
E' una fusione a freddo?
Sì ci sono tutti questi elementi.
Tuttavia non si dica che non è un progetto nuovo.
Sul piano del sistema politico è una innovazione di cui riconosco il valore.
E quindi:
buoni preliminari, buon amplesso, buon godimento, buon plateau e buona nascita.

4. Conclusione

Sul piano personale, tuttavia, non partecipo con emozione e coinvolgimento a questo processo politico.
Perchè?
Riutilizzo un commento che ho fatto sul blog di Astime:

"sai, mi sento così più libero nel giudicare questi movimenti effimeri della politica.
Tanto più quanto sono stato convinto ed ideologico nei miei 20-40 anni!
Ho acquisito questa libertà di collocazione politica riflettendo su queste parole di Cassandra Fallaci:

"Ormai Destra e Sinistra sono i due volti della medesima faccia.
Quando parlo di Destra e Sinistra non mi riferisco a due entità opposte e nemiche, l'una simbolo di regresso e l'altra di progresso: mi riferisco a due schieramenti che come due squadre di calcio rincorrono la palla del Potere e che per questo sembran davvero due entità opposte e nemiche.
Se le guardi bene, però, t'accorgi che nonostante il diverso colore delle mutande e delle magliette sono un blocco omogeneo: un'unica squadra che combatte sé stessa.
La Destra laida, la Destra reazionaria ed ottusa, feudale, in Occidente non esiste più.
O esiste soltanto in Islam.
È l'Islam."

Oriana Fallaci, Intervista a se stessa, p. 39

Il ciclo geopolitico che si è aperto l'11 settembre ha spostato i confini fra destra e sinistra.
Oggi la destra fascisto-nazista è l'islamismo religioso e politico.
Il resto sono schermaglie locali. Uno scambio di (necessario) potere.
Fino a quando non ci sarà in Italia un equivalente di Tony Blair che prende in mano questa bandiera, nessun progetto politico sarà un grado di suscitare le mie residue energie.
Post Scriptum

In questa transizione dal Pci a Partito democratico c'è chi ha tirato con fatica visibile sul suo volto ed è Pietro Fassino.
Ma c'è ancora una volta la mente più lucida di questa tradizione.
Mi ricopio qui, con le mie sottolineature, l'intervento di Massimo D'Alema

Firenze - 4° Congresso dei Democratici di Sinistra

20 Aprile 2007
Testo dell'intervento di Massimo D’Alema

 

Care compagne e cari compagni,
grazie. Credo che questa nostra forte appassionata e per certi aspetti anche dolorosa discussione, che si accompagna al dibattito che a Roma sta conducendo la Margherita, stia dando al Paese la consapevolezza che sta accadendo qualcosa di importante, che si sta producendo un cambiamento vero. Quei cambiamenti veri che sono rari nella vita politica di un grande Paese. Di un paese come l’Italia nel quale spesso i cambiamenti sono proclamati ma più raramente vengono effettivamente realizzati. E quando ci sono, i cambiamenti, producono sempre resistenza, fatica, sofferenza. Di questo grande cambiamento io credo dobbiamo esse grati in modo particolare al Presidente del Consiglio, a Romano Prodi, alla sua tranquilla determinazione con la quale nel corso di lunghi anni ha perseguito il disegno della costruzione in Italia di una grande forza in grado di unire i riformisti. Al coraggio con cui ci ha proposto in un momento difficile di andare uniti alle elezioni europee e poi di continuare su quel cammino fino all’appuntamento di oggi. Non è un caso che l’on. Silvio Berlusconi abbia voluto essere qui, ieri, e oggi a Roma al congresso della Margherita, e abbia voluto misurarsi con questa novità con parole di apprezzamento che mostrano che l’uomo il quale indubbiamente ha una straordinaria percezione di quello che si muove nel profondo della società italiana e credo che noi che lo abbiamo combattuto tuttavia non dobbiamo sottovalutarne – quando lo abbiamo fatto abbiamo sbagliato – le capacità, l’uomo ha voluto essere sulla scena nel momento in cui si compiva un cambiamento che egli comprende essere profondo, reale ed una sfida per tutta la politica italiana compreso il centrodestra, che per essere all’altezza della competizione del futuro deve probabilmente – ed io lo spero – incamminarsi anch’esso lungo la strada della costruzione di una grande forza politica conservatrice del nostro paese in grado di incarnare la destra oltre le frammentazioni della Casa delle libertà. Per questo siamo al governo del Paese. E l’Ulivo era lì anche – lo dicemmo – come promessa di un nuovo grande partito. Noi dunque stiamo dando attuazione ad una parte importante, direi cardinale, del nostro programma di rinnovamento della società italiana, che comprende la necessità di una politica nuova.

Non è una scelta frettolosa, accelerata, lasciatemi dire con quel tanto di implicito riferimento autocritico che è legato alla storia di questi anni, che semmai è una scelta tardiva rispetto alla forza con cui il progetto dell’Ulivo si è imposto come una delle poche grandi novità di questa seconda stagione della nostra Repubblica. L’Italia non è uscita dopo molti anni da una lunga e logorante crisi democratica. Rimane in bilico fra tentazioni personalistiche e plebiscitarie e un parlamentarismo frantumato, rissoso, impotente, lento rispetto alle necessità di una democrazia moderna. La politica perde legittimità perché si indeboliscono le sue radici nella società italiana e se noi non avvertiamo questo rischio drammatico davvero vuol dire che non siamo più quella grande forza popolare che siamo stati durante la nostra storia. E non si esce da questa crisi senza cambiamenti radicali. Lo stesso bipolarismo va ripensato, non nella sua essenza perché è stato ed è un grande passo in avanti rispetto all’immobilità del centrismo e alla cooptazione delle classi dirigenti, ma nelle sue forme dato che siamo riusciti a mettere insieme un maggioritario talora brutale – perché privo di regole, senza contrappesi e senza la forza di valori condivisi – al permanere di una cultura del proporzionale con tutti i suoi egoismi, con tutte le sue vanità, con tutte le sue ricerche di visibilità che tanto oramai infastidiscono il paese che chiede alla politica serietà, coerenza, coesione. Lo so, la questione italiana non si concentra solo nella perdurante crisi della politica, anche se una pubblicistica corrente vuole farlo credere, anche se la politica è assediata da quel qualunquismo che è un tratto antico della cultura nazionale, alimentato poi da una borghesia che proprio perché non è un potere forte ha bisogno della politica e quindi la vuole debole perché all’occorrenza più flessibile. Ma spetta a noi uscire dalla logica devastante di classi dirigenti impegnate a darsi la colpa gli uni con gli altri - i politici con i giornalisti, con gli imprenditori – anziché capaci di assumere una comune responsabilità per il destino dell’Italia. E se vogliamo che la politica riacquisti autorevolezza io credo che dobbiamo sapere vedere che cosa c’è da fare, con coraggio, con forza, con nettezza per ricostruire una struttura politica del paese in grado di guidare la società italiana, in grado di unire il paese, in grado di combattere ingiustizie, corporativismi, egoismi, in grado di liberare il paese da quel senso di paura per il futuro, per le sfide che abbiamo di fronte, che è stato – questo sentimento di paura – davvero la forza della destra e ciò che ha alimentato la forza di massa della destra nel nostro paese. Paura verso le sfide di un mondo che cambia, illusione che si possa difendere il privilegio di una parte della società italiana alzando le barriere dell’ostilità verso le grandi economie emergenti, verso il dramma ma anche la ricchezza dell’immigrazione. Questa cultura della paura ha dato forza alla destra ma non la si sconfigge soltanto con la predicazione di una società aperta, la si sconfigge con la capacità di governare il paese e di portarlo all’altezza delle sfide da cui dipende il destino comune degli italiani. Il destino comune degli italiani e non la somma dei destini individuali. In quella lotta contro furbizia e individualismo che sono i mali antichi di questo paese. Di un paese nel quale le classi dirigenti sono più preoccupate di dove andare a rifugiare le loro ricchezze, anziché di investirle per lo sviluppo e l’occupazione, o in quale università straniera mandare i loro figli anziché occuparsi di rinnovare e far funzionare l’università italiana. Un paese che sembra avere smarrito il senso della propria forza, della propria vitalità, della propria capacità di vivere la globalizzazione come un’occasione per questo straordinario popolo cosmopolita intelligente che è il popolo italiano che nell’epoca della globalizzazione dovrebbe vivere questa stagione come una straordinaria opportunità.

Per vincere questa sfida non basta rappresentare soltanto i bisogni, le aspirazioni – sia pure legittime – di una parte della società. Occorre un grande partito in grado di esprimere quello che in un linguaggio antico – ma qui, dato che ognuno ha rivendicato il diritto ai propri penati, ai propri lari, credo non faccia scandalo parlare appunto in un linguaggio antico – si sarebbe definito un “nuovo blocco sociale” di cui il lavoro è una componente essenziale ma che non può – come ha ricordato Bersani poco fa – prescindere dal mondo dell’impresa vitale, dalla vitalità del mondo dell’impresa. Lavoro, impresa, cultura sono le componenti di un nuovo patto sociale per cambiare questo paese, per riuscire fare insieme ciò che in Italia non è contraddittorio, insieme una società più aperta e una società più giusta, perché in nessun paese come nel nostro liberalizzare, rimuovere chiusure corporative, privilegi di casta è insieme liberale e socialista, è insieme a favore della concorrenza e del mercato ma anche a favore di nuove opportunità e di maggiore eguaglianza. Questa è la condizione dell’Italia e noi dobbiamo riuscire a fare in modo che di fronte alle sfide di oggi prevalga la speranza sulla paura.

Vedete …. Il lavoro che ho l’onore di svolgere, anche grazie a voi, mi porta a viaggiare molto nel mondo. Il mondo intorno a noi cambia con una straordinaria rapidità.

Mi ha colpito nel messaggio di Margaret Mazzantini quel riferimento allo sguardo opaco dei giovani. Nel mondo intorno a noi, nei grandi paesi che diventano sempre più protagonisti sulla scena mondiale ci sono moltissimi giovani, sono società giovani mentre la nostra comincia a essere relativamente una società vecchia, e con la curiosità di un uomo che oramai pensa ai suoi figli e spera di potere pensare ai suoi nipoti, io guardo con curiosità a questi giovani. Lo sguardo di questi giovani, in India, in Brasile, in Cina, non è opaco, è vivo. Può esprimere qualche volta odio nei confronti dell’Occidente, qualche volta può esprimere disperazione, molte volte esprime speranza nella convinzione che anima queste società che vivono a volte nella miseria, nello sfruttamento e che comunque domani staranno meglio. Fiducia nel futuro, speranza: c’è una straordinaria energia nel mondo che cambia. Qui da noi, nella vecchia Europa, ce n’è di meno; c’è paura del futuro molte volta, c’è l’idea nei nostri figli che essi non godranno degli stessi diritti, degli stessi privilegi qualche volta, di cui abbiamo goduto noi. C’è un senso di precarietà, di incertezza che non è soltanto la precarietà del lavoro, che certo ne è un aspetto ma la società italiana ha vissuto tanti anni fa momenti di sofferenza, di sfruttamento in cui la condizione del lavoro era ancora più dura ma c’era speranza nel futuro. Oggi il rischio è che si guardi al futuro senza fiducia e senza convinzione. Questo è il più grande problema che noi abbiamo e – lo ripeto – non è soltanto una grande decisiva questione sociale, cambiare lo stato sociale, costruire uno stato sociale che sappia non annullare l’incertezza della società moderna perché questo è impossibile, ma ridurre la precarietà e accompagnare l’individuo nella società fluida nella quale viviamo. Ma non è solo una questione sociale, è una grandissima questione politica, culturale, ideale, si tratta di restituire al nostro paese, alle giovani generazioni innanzitutto, il senso della missione dell’Italia, della missione dell’Europa, di che cosa ci stiamo a fare in questo mondo che cambia, di quali valori vogliamo interpretare. Perché l’Europa nel mondo che cambia? Perché senza l’Europa i valori della democrazia, della libertà, la difesa dei diritti umani conterebbero di meno nel mondo che si va unificando. Il senso di una missione che dia a questa generazione fiducia nel futuro e volontà di contribuire al futuro di questo paese e non soltanto di mettersi come individui al riparo dai rischi e dalle sfide che oggi ci incalzano.
E allora io credo che questa è la sfida per l’Italia, l’Italia del centrosinistra, l’Italia governata dall’Ulivo. Partiamo dalla realtà: noi abbiamo avuto una discussione nella quale una parte del nostro partito ci ha detto “voi state facendo una svolta moderata!”, ma noi siamo al governo del paese e dov’è la svolta moderata? Dov’è? nel profilo internazionale che ha assunto il nostro paese, sotto la guida del partito democratico, dov’è la svolta moderata? Nella iniziativa italiana, per voltare pagina dopo la stagione dell’unilateralismo, per rimettere al centro il sistema della Nazioni Unite, per rilanciare l’unità europea, per intraprendere con coraggio la via della pace, del dialogo, per costruire una nuova coalizione internazionale che sconfigga davvero il terrorismo perché coalizza con l’Europa, con gli Stati Uniti, anche il mondo islamico, il mondo arabo, cogliendone le speranze e fugando il rischio di un conflitto di civiltà. Dov’è la svolta moderata? Nel profilo che l’Italia, l’Italia dell’Ulivo, l’Italia guidata dal Partito democratico ha assunto sulla scena internazionale. Nell’allargamento dell’orizzonte della nostra politica estera dopo anni in cui si parlava della Cina solo per dire “dazi”, quando non addirittura il fatto che “bollivano i bambini”..! Noi abbiamo guardato alla trasformazione di questi paesi con una grande opportunità per la nostra economia, per la nostra azione politica. Ecco, io credo davvero che se la prova del governo è la prova del Partito democratico io non vedo davvero il rischio di una involuzione moderata. E mi pare che sulla scena europea il partito democratico è entrato con la forza di un progetto che interroga il socialismo europeo.

Anche qui, il socialismo europeo quello vero – lasciatemi dire – dallo spettatore esterno ci sarà stato almeno un senso di straniamento tra un dibattito nel quale ci siamo sentiti dire “state abbandonando il socialismo europeo!” e il fatto che il socialismo europeo è venuto qui, ad incoraggiare le nostre svolte, a interloquire con il processo di costruzione del partito democratico! Non so se noi lo stiamo abbandonando, certo il socialismo europeo non sta abbandonando noi! Ma con ogni evidenza guarda alla nascita di una nuova grande forza riformista dell’Italia come di un un’opportunità per il socialismo europeo, quello vero, quello di cui noi siamo parte, quello che conosciamo, che non è un feticcio, non è un idolo ma è un movimento vero, con la sua forza, la sua storia ma anche le sue contraddizioni, le sue difficoltà. Non è un feticcio, non è un simbolo ideologico, non è quello che in un’epoca lontana in cui eravamo più giovani, più spregiudicati e più eretici qualcuno avrebbe definito un “bambolotto di pezza”.

Il socialismo europeo è una grande forza reale che vive anche un’autentica crisi, che è alla ricerca di nuove vie, che cerca di allargare i suoi orizzonti, che non a caso ha conosciuto negli ultimi anni, dalla mutazione blairiana del laburismo inglese “center, center, left” fino all’ambizione della Spd di diventare il nuovo centro nella società tedesca, che grandi partiti della sinistra riformista e di governo sono partiti di sinistra che puntano a conquistare il centro della società, la maggioranza e il governo dei loro paese. Questa è la sinistra riformista in Europa e questo è il socialismo europeo e noi che siamo qui a tifare per Segolene Royal sappiamo tuttavia che nell’auspicabile sfida con la destra, con una destra francese che sta cambiando perché Sarkozy non ha il volto del gollismo nazionalista tradizionale della destra francese, la sinistra potrà vincere soltanto se saprà saldarsi con le ragioni di un elettorato moderato democratico europeista che si è raccolto attorno a Beyrout. O no? E che neppure in quella Francia che ha tradizionalmente rappresentato più di ogni altra società europea la logica di un bipolarismo destra-sinistra, neppure lì più oggi il socialismo vince se in qualche modo non va oltre i suoi confini e se non costruisce nuove sintesi e nuove alleanze. Questo è il socialismo europeo, quello vero, che ha bisogno del partito democratico che stiamo costruendo in Italia. E naturalmente questo lo si è capito dal messaggio aperto, interlocutorio, dalla volontà di discutere un messaggio che, lo dico con franchezza, spero sia stato inteso da chi nel nostro partito teme che ci distanziamo dal partito europeo ma anche da chi continua a ripetere verso il socialismo europeo un anatema ideologico, il senso di una distanza ideologica. Anche, qui – io sono d’accordo con Dario Franceschini – nessuno può pensare di imporre un’egemonia ideologica, nessuno può diventare qualcos’altro. Il problema è un altro. Il problema è che il partito democratico non può nascere nella logica di una terza forza tra socialisti e conservatori in Europa. Ma con l’ambizione di essere una componente di un rinnovato polo progressista , riformista, socialista e non solo socialista. E in questo modo il partito democratico diventa un progetto per l’Europa e diventa un messaggio innovativo. Ho sentito qualche amico – c’erano molte delegazioni straniere a questo congresso che avrebbe dovuto isolarci da tutto il mondo, in una eccezione italiana – ho sentito qualche amico dire “finalmente torna dalla sinistra italiana un messaggio innovativo, un messaggio creativo.
Io credo che il grande problema con cui siamo confrontati è quello di costruire su scala internazionale – perché questa è la dimensione della sinistra – una coalizione in grado di misurarsi con le sfide di oggi, che sono quelle che tante compagne e tanti compagni hanno ricordato. La sfida che riguarda il futuro del pianeta e che investe radicalmente la qualità, il modello dello sviluppo e che impone cambiamenti radicali, non soltanto nelle forme dello sviluppo economico ma anche nella qualità della vita delle persone. La sfida della lotta alla povertà, alla fame, all’esclusione. La sfida della violenza, del terrorismo e della guerra che si vince innanzitutto attraverso la capacità nel mondo globale di imparare a convivere, a rispettarsi e a conoscersi. La sfida della libertà delle persone, libertà dalla paura e libertà di realizzare un proprio progetto di vita. Il grande problema con cui si misureranno le generazioni future, le giovani generazioni di oggi, è esattamente quello di dare un orizzonte globale alla democrazia. Il tema della democrazia è un riferimento tutt’altro che arcaico o banale. È un tratto identitario tutt’altro che superficiale o generico di un grande partito nuovo che nasce. La democrazia politica è stato ciò che ha consentito alla sinistra, la sinistra democratica del mondo occidentale, di realizzare quel compromesso tra sviluppo e libertà e diritti individuali, sociali, civili che ha caratterizzato le nostre società. Questo compromesso è entrato in crisi nell’epoca della globalizzazione. Ricostruire le condizioni di questo compromesso comporta la capacità di sviluppare un’azione politica che si muova nell’ambito di un mondo unificato. L’illusione che fosse il mercato a unificare il mondo è svanita negli anni che sono venuti dopo la caduta del muro di Berlino. Oggi la sfida riguarda la politica. È una sfida che il socialismo da solo non può vincere non solo in Italia, su scala mondiale. E che richiede – anche qui usiamo una espressione antica – un nuovo “internazionalismo” in grado di costruire una grande coalizione progressista e riformatrice che comprenda le forze democratiche, progressiste di diversa ispirazione. Se questa è l’ambizione di una sinistra vera io credo che la nascita del Partito democratico ci aiuta a fare un passo in avanti e non ad arretrare di fronte a questa sfida così ambiziosa. Certo, compagni, la fatica del cambiamento noi l’abbiamo avvertita, certo siamo arrivati a questo passaggio in modo forse diverso del modo in cui l’avevamo immaginato all’indomani delle elezioni primarie che indicarono Romano Prodi come capo della coalizione del centro sinistra. Forse siamo stati troppo cauti – lo dico per me, non per chi ha condotto con generosità, con forza, con coraggio questo processo, lo dico innanzitutto per Piero Fassino, per quello che ci riguarda – ma se non siamo arrivati nel migliore dei modi possibili a questo passo, questo tuttavia io credo non debba e4ssere una ragione per farci indugiare ancora. Bisogna andare avanti, bisogna farlo con slancio e la verità di questa innovazione la misureremo nelle settimane e nei mesi della Costituente, la misureremo per la qualità delle idee che verranno in campo, perché questo nostro congresso e il congresso della Margherita sono solo l’avvio di un grande dibattito democratico che deve coinvolgere una parte della società italiana.

E la misureremo anche dalla quantità delle persone che verranno in campo, perché in democrazia la quantità è qualità. E anche qui noi non possiamo accontentarci del risultato pure straordinario per quanto ci riguarda di un congresso nel quale pure hanno discusso e votato 250.000 italiane e italiani. Io credo che ancora di più dobbiamo moltiplicare lo sforzo, proprio perché noi paghiamo sulla strada di questo rinnovamento un prezzo.
Cari compagni, lo sapete, ci conosciamo da tanti anni, a me non piacciono le smancerie e tendo ad essere rude. Ma questo non significa che io non avverta con profondo dispiacere personale il senso di un allontanamento che non condivido. Mi sia consentito dirlo perché rispettarsi, volersi bene non significa fare finta, che bello ve ne andate… no! Sarebbe un torto alle persona con le quali abbiamo lavorato tanti anni e con le quali c’è un legame molto profondo e molto antico.

Consentitemi soltanto una digressione autenticamente personale. Vedete …. tantissimi anni fa, erano i giorni in cui si consumava la rottura del Manifesto, Fabio Mussi ed io fummo incerti. Noi eravamo simpatizzanti del Manifesto, lui era più importante perché era membro del Comitato centrale del partito, io ero meno importante ma eravamo molto legati. Avevamo raccolto gli abbonamenti, eravamo parte di quella che allora era una “frazione segreta” ma anche per questo più solidale, e fummo incerti se seguirli e abbandonare il Partito comunista o restare. E allora salimmo su quello che allora era il nostro unico mezzo di locomozione – la motocicletta di Mussi – e ce ne andammo su uno di quei monti che circondano Pisa, dai quali si va verso la Lucchesia, in campagna, e facemmo una discussione tra di noi su quello che dovevamo fare. Se dovevamo abbandonare o no il Partito comunista, una scelta importante. E venimmo alla conclusione che per quante buone ragioni vi fossero, noi condividevamo largamente la piattaforma del Manifesto, questo non giustificava il fatto di separarsi da quella che era la grande forza, che nel bene e nel male per noi rappresentava la grande, la maggiore speranza per il paese. Dopo, solo dopo, perchè allora eravamo così, Fabio mi disse che Luana aspettava un figlio, solo dopo, dopo aver parlato di politica, e che si sarebbero sposati. Adesso sua figlia è una scienziata, noi siamo sempre a far baruffa come quei vecchietti nell’ultima scena del film di Bertolucci “’900”, ma dopo quarant’anni! Quindi, figuratevi un po’. Io non voglio fare un parallelo con le scelte di allora, allora tutto era diverso, allora davvero noi eravamo legati a quella idea “extra ecclesiam nulla salus”, ce ne siamo liberati, siamo diventati più laici e tuttavia dopo tanti anni io avverto questa separazione con un senso di sofferenza e sento il dovere di dire che è una scelta sbagliata, e sento il dovere di dire perché questo è il mio carattere che faremo di tutto per dimostrarvi che è una scelta sbagliata.

Che sta nascendo una nuova forza della sinistra e non svanendo la sinistra italiana e di questo io sono sicuro, perché conosco l’onestà intellettuale di questi compagni, che se noi ce la faremo essi saranno i primi a riconoscerlo. Fabio ha detto una cosa che mi ha colpito, ha parlato di quarant’anni dedicati a questo partito e alle sue trasformazioni. È vero, perchè anche il partito che siamo oggi è apparso persino ingiustamente perché non è poi davvero così, come una, l’ultima trasformazione del partito dove eravamo tanti anni fa.

E Gavino Angius ha detto “beh, compagni, oggi non stiamo decidendo da soli” lo ha detto con un senso come di obbligazione.

È vero, è così.

Lasciatemi dire: finalmente! Finalmente oggi non stiamo decidendo da soli.

E il partito democratico non nasce come Minerva dalla testa di Giove, è alla fine quella trasformazione, quel cambiamento al quale abbiamo aspirato in questi anni proprio perché lo facciamo con gli altri, in ogni città, attraverso la creazione di comitati, in modo aperto, con uno sforzo che deve essere a mio giudizio straordinario, di andare oltre la platea delle forze politiche e anche dei comitati degli appassionati, perché la società civile è più ampia dei comitati per gli appassionati.

Ha ragione Romano Prodi: dobbiamo arrivare ad una elezione popolare dell’assemblea costituente, momento in cui i cittadini italiani che vogliono dare vita al Partito democratico vanno, votano, versano una quota e ricevono una tesserina e a quel punto io spero che ne conteremo più di un milione perché, vedete …,  noi dobbiamo ridare un fondamento forte alla politica, rilegittimare la politica rimettendoci anche in discussione come struttura organizzata e come persone. E anche in questo senso io vorrei spiegare senza alcun retroscena ciò di cui abbiamo discusso convenendo con Piero Fassino: noi dobbiamo dare il senso che si avvia un processo accelerato di trasformazione, una transizione rapida. Piero ha ricevuto un mandato pieno a condurci verso il Partito democratico, ha portato avanti con coerenza questo impegno, abbiamo deciso, abbiamo sofferto, non ha senso che adesso noi ci rimettiamo a riedificare i Ds come se nulla fosse. Non c’è bisogno di avere un presidente del partito, non c’è bisogno. È un orpello inutile in una forza politica che sui muove in modo accelerato nella transizione verso la costruzione di un nuovo grande partito.

Non ci sono assi da rompere o da costruire, è semplicemente un segnale di chiarezza e di buon senso, uno dei valori cui si è riferito Sergio Cofferati con una proposta davvero eversiva in un paese come il nostro. Un atto di ragionevolezza e vorrei aggiungere che a questo si accompagna la disponibilità piena ad un impegno solidale. Piero ha detto voglio chiamare intorno a me, nelle forme che lui riterrà giuste, le maggiori personalità di questo partito, ovviamente in modo anche pluralistico, per lavorare insieme in queste settimane in questi mesi. Ha fatto il mio nome: io sono a disposizione.

Ci credo e credo che dobbiamo mettere ogni energia in questo impegno. Nessuno mancherà all’appello. Siamo pronti, siamo pronti a rimboccarci le maniche, siamo pronti a metterci in discussione, ci piace anche l’idea di dimostrare che siamo nel bene o nel male la classe dirigente della sinistra e non una oligarchia che vuole mantenere sé stessa ad ogni costo e che siamo disposti a metterci in discussione in un grande processo democratico di transizione politica e di mutamento generazionale negli anni che ve4rranno così come ha indicato in modo chiaro e generoso Romano Prodi. Noi siamo convinti in questo modo di rendere un servizio a questo Paese e anche alle idee e alle convinzioni che ci muovono da tanti anni nell’impegno politico.
Questo partito, questo grande partito non ha raggiunto i risultati che si proponeva. Qualcuno ha detto l’obiettivo del partito democratico è anche il riconoscimento che non siamo riusciti: è vero. E tuttavia non possiamo dimenticare che in questo paese, dalla caduta di un grande partito comunista noi siamo riusciti, nell’epoca in cui il comunismo falliva e cadeva nel mondo, a riedificare una sinistra che ha saputo mantenere vivi gli ideali della sinistra, che ha saputo contribuire a una grande coalizione di governo, che ha mantenuto l’Italia legata all’Europa e che per due volte con Romano Prodi è tornata al governo dell’Italia.