


On Thursday 9th April, 1987 we gave our first public performance as The
Necks, to about 120 people at the Old Darlington School, Sydney University,
Australia. At that point, we had no idea that we'd end up touring the world,
and releasing albums world-wide to such acclaim.
Thank you to everyone everywhere who has come to our concerts, bought our
records, told us what our music means to them, presented us, worked with us,
played us on radio, interviewed us, reviewed us, written about us, put us up
in their homes, in fact supported us in any way over the last 20 years.
It's been an immense pleasure and we plan to be around for a lot longer yet.
All the best,
Chris Abrahams, Tony Buck, Lloyd Swanton - The Necks
I The Necks a Berlino !!!Lloyd Swanton contrabbasso
I tre del trio Minimal - Jazz The Necks vivono in Australia, a Sidney.
Fanno una musica fuori dell'ordinario.
Pezzi unici, in genere di un'ora. Una scultura musicale che si sviluppa in crescendi e diminuendi.
Una esperienza p s i c o l o g i c a
Chris è il leader. Tony è il più "deviante" del gruppo. E Lloyd il più socievole.
Lloyd scrive anche agli amici del mondo:
The Necks will perform their first European concert in a long time on Saturday March 31, 2007, as part of the Meine Zeit (My Time) Festival at the House of World Cultures in Berlin.
Due to family commitments, this will be the only European performance by The Necks for the time being, but there will be a more substantial tour in October this year which we will keep you informed about.
Dunque questi musicisti che hanno preso la mia mente musicale e portata nella loro fabbrica di suoni saranno a Berlino il 31 marzo 2007.
Da dove vivo io a lì la distanza è questa:

Dunque c'è poco da fare.
E' escluso che possa fare quei 1.034 kilometri necessari. Tanto più che, come so, le lingue sono il mio handicap.
E allora?
Allora gli scrivo di provare a venire una volta in Italia (sono stati a Catania, una sola volta, qualche anno fa):
"Dear Lloyd Swanton,
I' m so sorry, but Berlin is too much far for me.
Perhaps are you planning a concert in another European city during 2007 or, maybe, next 2008?
In Italy, for example. In Milano, here: Blue Note-Milano
Or in Switzerland. In Zurich."
e Lloyd, che dicevo è persona buona e socievole, mi risponde:
E la parte finale:
E' quella che si conclude "con una notte stellata in cui cantano i grilli.
Le chiusure sono tanto importanti come le entrate.
Ma qui siamo al massimo.
Sono 10 secondi di vera magia.
Chiunque ami non solo ascoltare musica, ma entrare in uno spazio musicale esperienziale non perda i Necks e cominci pure da Drive By"
Solo due assaggi ... Drive By dura un'ora
Ma ai visitatori che lasceranno un messaggio sarà riservata una sorpresa ...
The Necks, Headlights
In Italia il trio Jazz dei The Necks è ancora poco conosciuto. I dizionari e le enciclopedie Jazz a stampa non ne parlano e anche sulla rivista Musica Jazz non ho trovato accenni: per fortuna la rete internet è molto più ricca di fonti informative e poi sono anche raggiungibili via E.Mail. Può sembrare strano: costoro creano e suonano assieme dal 1989, fanno un jazz nuovissimo, esplorano nuove frontiere come hanno fatto i loro predecessori, che cercavano
“la nota impossibile, quella che non esiste, che non c’è sulla terra” (Steve Lacy su Thelonius Monk).
Il loro ascolto lascia sempre il segno. Eppure non hanno attraversato quella invisibile linea che passa fra il notturno trascinare gli strumenti per il piccolo pubblico e la notorietà. Ripeto: almeno in Italia.
Dipenderà anche dal fatto che abitano in una terra straordinaria, ancestrale e moderna nello stesso tempo: l’Australia. Là devono essere molto famosi, visto che continuano il loro progetto musicale difficile e inusuale: in quasi vent’anni hanno realizzato solo 34 pezzi per un totale di 20 ore. Effettivamente la loro musica assomiglia molto a quel paesaggio: sanno creare uno spazio psichico e visivo che è bello e coinvolgente attraversare con la loro guida. Sì, sanno costruire un percorso ipnotico. Come nel film Picnic ad Hanging Rock ha fatto Peter Weir (1975).
C'è una zona d’ombra su di loro e allora vorrei colmare la lacuna e illuminare qua e là.
In “Aquatic” (1999) Chris Abrahams è al Piano e all’organo Hammond, Lloyd Swanton al Contrabbasso acustico ed elettrico, Tony Buck alla batteria e alle percussioni. Questa volta c’è anche Stevie Wishart all’”Hurdy-Gurdy” (una specie di violino elettrico che ha un suono simile alla cornamusa, mi ha detto Kosmogabri).
I pezzi sono due: uno di 27 minuti, e l’altro di 25. Una eccezione rispetto al loro standard, che quello di un’unica scultura musicale di circa un’ora.
L’ascolto lascia vigilmente intontiti per la bellezza del ritmo (Tony Buck è un batterista eccezionale), per le armonie degli accordi pianistici, per la ripetizione ipnotica, per tutte le cose che accadono in quella che non è solo un’iterazione minimalista.
Già il primo movimento è di grande soddisfazione per la mente musicale. Suoni raffinati che alimentano l’immaginazione, rintocchi pianistici di forte energia, un drumming-beat davvero unico, rumori ambientali appena accennati e stimolatori di benessere psichico. Come a dire: “sei in un altro spazio, ma qui si può stare bene. E’ solo diverso”.
Ma il secondo movimento è incredibilmente bello (cercherò di scegliere un assaggio che lo rappresenti). Uno “Swing” che è indubbiamente jazzistico, ma che si avventura in un’Ambient Music di gran cultura. Inizia subito a grande velocità, con il contrabbasso violineggiante di Swanton, incalzato dal terribile Tony Buck, un vero monello della batteria. Poi il piano di Abrahams comincia a spingere avanti. Sempre di più: trilli, battiti, con il basso a contenere. Ecco di nuovo gli archi. Sempre più veloce, impercettibilmente veloce. Viene voglia di chiudere gli occhi. Ecco: nel nero si vede lo spazio che è attraversato dalle note del piano sorrette da quel tappeto volante che è la batteria, baroccheggiata dal contrabbasso. Ora il ritmo si fa un po’ meno frenetico. E comincia il gioco fra di loro. Sì: l’interplay jazzistico inventato dal trio di Bill Evans risorge, si riattualizza in un’altra dimensione ! I tre improvvisano dentro un sonno spaziale reso possibile dalla (leggera) elaborazione elettronica dei suoni. La conclusione è di grande pace.
Sì è bello stare qui. E dove siamo ? Ma guarda un po’: ancora in Drive By. La loro è un’architettura musicale: siamo sempre a casa ! O meglio: si ritorna sempre a casa. Come insegna la cadenza d’inganno.
Jazz … Ambient … Minimalismo … Elettronica. I The Necks sono tutto questo ma vanno oltre questo. Per i The Necks il termine “Post-Jazz” è limitativo. Sanno creare una situazione di incanto nello spazio temporale di un’ora.
Di questo disco AltriSuoni dice:
“È questo il primo affascinante picco espressivo dei Necks, un prodotto che potrebbe benissimo essere posto accanto ai capolavori quartomondisti di Jon Hassell e Brian Eno”
In queste mie parole non c'è un filtro critico, ma solo il piacere dell’ascolto: sono filtrate dalla “Funzione Sentimento” piuttosto che dalla “Funzione Pensiero”.
Dunque, caro lettore, scusa se ti sono sembrato approssimativo. Ma volevo solo invitarti a conoscerli.

The Necks are one of the great Australian underground acts.
With Chris Abrahams on piano, Tony Buck on drums, and Lloyd Swanton on bass, they’ve produced 12 critically acclaimed, highly successful albums that have sold in the thousands, all with a minimum of publicity and mainstream media support.
In 1998 their evocative soundtrack for Rowan Woods’ The Boys was nominated for Best Musical Score at both the AFI Awards and Australian Guild of Screen Composers Awards and in 2004 their 11th album, Drive-by, received the Aria for best jazz release.
Decidedly difficult to pigeon-hole, The Necks inhabit a space somewhere between minimalism, ambient music and jazz; yet remain distinct from all of these forms.
C'è una parola ricorrente nelle recensioni dei dischi del trio australiano The Necks: "unico". È vero. Fanno un Jazz nuovo. Diverso da qualsiasi altro.
Chris Abrahams (tastiere), Tony Buck (batteria), Lloyd Swanton (basso) sono nati durante i primi anni '60. Proprio quando John Coltrane suonava "Olè", che viene accostato a loro per la sua capacità di innovare, e 10 anni prima dell'ascesa del trio Keith Jarrett. Insomma: appartengono ad una nuova generazione di musicisti Jazz. E del passato sanno distillare il più sapiente uso degli elementi essenziali del Jazz: il rapporto particolare con il tempo, in gergo lo "Swing"; l'improvvisazione; il fraseggio del singolo esecutore, anche all'interno di un gruppo; ed, infine, quell'elemento che differenzia il Jazz da altri generi di musica, ossia quella qualità speciale che chiamiamo "stile". Questi richiami li devo al libro: Joachim Ernst Berendt, Il nuovo libro del Jazz, Vallardi.
La loro unicità mi sembra dovuta ad alcuni fattori: creano un unico pezzo della durata di circa un'ora; il suono è acustico e potente; l'uso dell'elettronica è appena accentuato; il "tappeto" musicale, che si richiama alla ripetizione ipnotica del minimalismo e su cui si appoggiano le armonie e le improvvisazioni, è semplicemente sublime; non ricorrono a dissonanze Free per dimostrarsi "diversi". "Sex" è del 1989: 15 anni prima di "Drive By". Eppure i due dischi sono fra loro vicinissimi, a conferma del loro stile e della loro coerenza artistica.
Per ascoltarlo occorre "darsi tempo". Meglio ancora quando diventa buio e cominciano ad accendersi le prime luci della notte.
Provo a scrivere cosa succede. L'inizio è una cascata di note di piano che rimbalzano sul tappeto del drumming di Tony, cha da subito comincia ad ordire la sua trama. Il ritmo rimarrà sempre quello, con continue variazioni, ma con lo stesso disegno: credo che ci voglia una forza incredibile a tenere intatto e senza un errore, questo tempo per un'ora filata… 4 o 5 note acustiche di piano in tono melodico… l'idea è buona, altri andrebbero avanti su quella scia, ma Chris le lascia lì, forse per farci desiderare che ritornino ancora… il contrabbasso di Lloyd diventa un violino, ma soprattutto evoca le porte che si aprono nei castelli delle favole… variazioni del tappeto di Tony, preciso come l'equibrio biologico della vita. Accenno di aumento della velocità, forse solo una impressione, come nei sogni dove tutto ha misure diverse… sassi che si rotolano fra di loro nell'acqua di una grotta… campanelle, ma forse no, forse era un sogno perchè sono già sparite… secchi colpi di bacchetta in tono sordo-acuto, ancora solo per un attimo… avanti con lentezza, sempre uguale e sempre diverso… Sono passati 20 minuti. La meraviglia è che sono ad un terzo del viaggio. Mi viena da sorridere come Noodles nella fumeria d'oppio, alla fine del film di Sergio Leone "C'era una volta l'America". Ma l'espansione di coscienza dei Necks è di tutt'altro tipo: loro realizzano un ponte fra lo spazio musicale che stanno creando e le mie onde cerebrali.
Alla metà del disco cominciano a crearsi nella mente delle immagini, ogni volta diverse, tutte rivelatrici di altre parti della realtà, mai drammatiche. È tutto così "sincronizzato": dinamica, ritmo, variazioni, battiti del cuore, respiro, movimenti del corpo… 34° minuto: Tony aggiunge un battito della grancassa… ora l'ambiente sta ancora cambiando… più veloci, perchè ormai siamo dentro con loro e possiamo andare tutti assieme dove non siamo mai stati… mi sento nel cuore di questa scultura, come quando il marmo rivela la forma che aveva dentro.. e infatti i sassi della grotta ricominciano a rotolare… qui ora c'è un beat che vorrei memorizzare per il resto della mia vita… 44° minuto: interplay di tensione drammatica… improvvisazione onirica e i tre si mettono a raccontare le loro storie… 51° minuto inizia il passaggio alla chiusura… ritmo di nuovo più lento, ma sempre incalzante. Tony è ancora lì, da dove aveva cominciato, dopo essere andato da tutte le parti senza mai mancare di "assistere" i suoi compagni… chiusura su interplay batteria-basso con poche note di piano. The end.
Si esce dal sogno e si torna al reale. Ma con quel tono tra-sognato che fa percepire meglio la bellezza della vita. Grazie Necks: siete "unici", fate una musica "bella".
Vi invito al loro ascolto, di tutto cuore.
già pubblicato su Debaser: http://www.debaser.it/recensionidb/ID_8201/The_Necks_Sex.htm
"Drive By" è un pezzo unico di circa 60 minuti. Una scultura musicale sostenuta dal tappeto sonoro della batteria di Tony Buck. Non ricordo altro drumming di così grande bravura per precisione e ritmo. La musica sembra appartenere al genere del minimalismo. Ma non è solo così: è continuamente attraversata da altri inserti sonori. Come voci di bambini, lampi notturni, rintocchi acustici, armonie da contrabbasso. La ricorsività e talvolta monotonia del minimalismo qui è vivificata dalla improvvisazione
La musica procede per sottrazione ed estensione. Talvolta Tony Buck è lasciato da solo a tenere l’opera (perché di grande opera d’arte si tratta!), ma poi di nuovo riprendono l’interplay. Impossibile non essere ipnotizzati da questa musica. Forse, senza particolari intenzioni terapeutiche, i Necks intercettano le onde cerebrali. Questa esperienza sonora si conclude, infine con una notte stellata in cui cantano i grilli. Le chiusure sono tanto importanti come le entrate. Ma qui siamo al massimo. Sono 10 secondi di vera magia. Chiunque ami non solo ascoltare musica, ma entrare in uno spazio musicale esperienziale non perda i Necks e cominci pure da Drive By. Ma poi cerchi tutti gli altri loro dischi. Ascoltateli: è una esperienza musicale straordinaria. Sembra di stare in uno spazio fatto di note. O meglio, come dice Dyer, "è musica che contiene lo spazio che attraversa".
Già pubblicato sul sito Debaser: http://www.debaser.it/recensionidb/ID_7993/The_Necks_Drive_By.htm