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Passeggiate splinderiane di Amalteo

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2° metà del 900-later than never. “Perché vale la pena di vivere? E’ un’ottima domanda… Be’, ci sono cose per cui vale la pena di vivere … Per esempio, per me, direi … tutta la musica e le interpretazioni di Nina Simone … la voce di Ray Charles, quasi sempre … Il ballo di Al Pacino in Scent of a Woman … le note di John Lewis quando volano nelle fughe di Bach … Louis Armstrong, l’incisione di West and blues del 1928 … i film di Sergio Leone … i racconti di Stephen King … gli azzurri e i gialli di Van Gogh … i quadri di Peppo Spagnoli, che dimostra che si può fare molto anche da luoghi piccoli… il sorriso di Luciana …. ... e poi anche ...” da Woody Allen, Manhattan (con qualche cambiamento pamalteo@gmail.com http://amalteo.wordpress.com/

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sabato, 17 maggio 2008

Ascoltare jazz: Keith Jarrett

Keith Jarrett, Solo, Tokyo 2002

 




Su questi concerti scrive  Gianluigi Bozzi

KEITH JARRETT        Piano solo 
27 ottobre 2002
OSAKA
  Festival Hall

30 ottobre 2002
TOKYO
  Metropolitan Festival Hall (150° concerto in Giappone)

31 ottobre 2002
TOKYO  Metropolitan Art Space

Sento il bisogno di ripensare con calma a quello che è successo, di ricostruirlo e riviverlo nella mente, di raccontarlo agli amici per renderli, almeno in parte e per quel poco che la scrittura e la difficoltà di esprimere le emozioni consentono, partecipi di questa straordinaria avventura.

Ci sono momenti nei quali, ancora adesso, a distanza di una settimana, non mi pare possibile essere stato a 10.000 chilometri e a 12 ore di volo da qua e  aver provato gioia, emozioni, stupore, commozione, entusiasmo così intensi e assoluti.

La scelta della musica di accompagnamento alla scrittura di questi “ricordi” è stata facile: Osaka, 8 novembre 1976, per omaggio, coerenza e continuità storica ed emozionale. Poi proseguirò con Tokyo, 14 novembre.

Le prime notizie in merito al ritorno di Keith Jarrett ai concerti in piano solo e al tour in Giappone per celebrare il 150° concerto in quel paese mi erano state fornite dall’amico Mirco, sempre attento e informatissimo a tutto ciò che riguarda il “maestro”.

L’idea un po’ folle di andare in Giappone apposta per questi concerti è nata, quasi per scherzo, durante il tour europeo dello Standards Trio di quest’estate. Ma l’amico Roberto ha saputo tradurre lo scherzo (o il sogno?) in realtà, organizzando tutto quanto (voli, soggiorni, spostamenti, biglietti) con competenza, coraggio, fortuna, entusiasmo e simpatia, vincendo tutte le mie pigrizie e incertezze e paure e rendendo così possibile questa indimenticabile avventura giapponese.

Siamo partiti sabato 26 ottobre alle ore 14.30 da Malpensa, con un volo diretto per Osaka (precisiamolo una volta per tutte: si pronuncia òsaca, con l’accento sulla o e con la s di “sale”). Dopo 12 ore di viaggio (più 8 ore di fuso) siamo arrivati a destinazione e alle ore 17, con una modesta oretta di anticipo sull’orario di inizio, ci siamo presentati all’entrata della Festival Hall, un bellissimo auditorium di ca. 2700 posti, ovviamente esauriti.

I giapponesini arrivano al concerto alla spicciolata, non formano code (ognuno possiede già il biglietto e tutti i posti sono numerati), parlano molto sottovoce e si accomodano in silenzio (sembra di stare in chiesa!). Purtroppo però si annidano anche tra di loro alcuni incurabili bronchitici che, con indicibili sofferenze, sapranno trattenersi fino all’inizio del concerto per poi finalmente lasciarsi andare a isolati ma ben calibrati e cadenzati colpi di tosse (ma allora “tutto il mondo è paese”!?! E le caramelle? E gli sciroppi? E starsene a casa se si è malati? E tossire “educatamente”, magari approfittando di un crescendo e non sguaiatamente proprio mentre il brano sta attraversando il suo momento di maggior lirismo e di minor numero di note suonate? Mah!).

Alle 18.10 compare Jarrett, si dirige al piano con il solito passo flemmatico, ringrazia il pubblico, si leva l’orologio, si siede e inizia il concerto.

Il primo brano ha un avvio free molto lento e pacato, quindi prende sempre più corpo per diventare deciso e veemente fino a quando Jarrett, verso il decimo minuto, trova una melodia romantica e classicheggiante che risolve, intorno al quindicesimo minuto, su un basso ostinato e ripetuto, con varie divagazioni, fino alla conclusione del pezzo, dopo circa venti minuti in totale.

Nonostante la lunga pausa (il brano è del tutto evidentemente finito) il pubblico non applaude (forse perché Jarrett rimane troppo concentrato sulle tastiera o non ne allontana decisamente le mani).

Jarrett riprende a suonare una parte sui bassi molto decisa ma si interrompe quasi subito per alcuni rumori e colpi di tosse da parte del pubblico. Partono allora gli applausi ma Jarrett fa segno di no con le mani e richiede a gesti altri colpi di tosse. Poi dice al pubblico:”Tossite adesso!”, quindi si alza, beve un sorso d’acqua, ringrazia un po’ ironicamente, si risiede e regala un gioiello di circa cinque minuti, una sorta di ballad molto melodica e “americana”.

Con il terzo brano si torna alle atmosfere free: dopo un paio di minuti di note veloci e in libertà c’è una brusca interruzione e il brano riprende, più lentamente, con note alte ribattute e un lavoro di bassi e pedale a prolungare e mischiare tutti i suoni in un magma sonoro straniante e ipnotico. Dopo circa otto minuti Jarrett ritorna   decisamente al free per circa due minuti fino alla conclusione.

Segue un nuovo brano lento e romantico, con grande melodia e accompagnamento ad arpeggi di stampo classico. Circa sei minuti di grande atmosfera ed emozione e si chiude il primo tempo.

Il secondo tempo inizia con Jarrett che ancora ironizza con il pubblico per i continui colpi di tosse che quasi gli impediscono di cominciare. Parte finalmente il primo brano,  con circa cinque minuti di free piuttosto deciso che sfocia, incredibilmente e sorprendentemente,  in un fugato veloce di rigorosa matrice classica per circa altri cinque minuti (credo di sapere che la composizione classica ha canoni e regole che possono indirizzare verso passaggi quasi “obbligati” e che quindi possono, entro certi limiti, “agevolare” la creazione istantanea ma la complessità e la ricchezza delle linee melodiche e l’intrecciarsi continuo delle varie “voci” mi hanno lasciato, ancora una volta, stupefatto di fronte a tanta “perfezione”!).

Il secondo brano è un nuovo gioiello di circa cinque minuti: una classica “americana”, con una bellissima, ritmata e coinvolgente melodia.

Seguono altri cinque minuti di melodia, sviluppata su un tappeto di accordi secchi e ripetuti a segnare un tempo lento, che si interrompe all’improvviso.

Il quarto brano dura circa quindici minuti. Inizia lentamente, con una melodia che si fa strada fra una serie di accordi quasi dissonanti, di stampo impressionista, per diventare sempre più carico di pathos e di tensione, fino al finale  con i bassi a fare da cassa di risonanza.

Il concerto si chiude con uno “scherzo”: un pezzo free con frasi e accentazioni bebop di circa un minuto.

Due bis. Il primo è un grandioso “ostinato” di circa sei minuti, con basso fisso e ripetuto e destra “svolazzante” sulla tastiera. Il secondo è il capolavoro del concerto! Una ballad di circa cinque minuti assolutamente stupenda. Potrebbe essersi trattato di uno standard (da me mai sentito prima) o di un “traditional” (a questo mi ha fatto pensare la struttura del pezzo) ma se, come ritengo, si è trattato di un brano improvvisato, siamo di fronte a un nuovo incredibile colpo di genio del maestro!

Dopo 2 giorni di turismo a Kyoto (del tutto inutile dopo una simile performance ma d’altronde bisognava pure far passare il tempo in attesa del nuovo evento!) ci siamo trasferiti a Tokyo ( con un simpatico trenino che si è bevuto 552 chilometri in poco più di due ore!). Pomeriggio a fare shopping per tenere a bada l’emozione e finalmente (questa volta con un’ora e mezza di anticipo) siamo davanti alla Metropolitan Festival Hall, altro bellissimo auditorium di circa 2300 posti.

Alle 19.05 Jarrett entra in scena e inizia “l’avvenimento”, il 150° concerto giapponese!

Parte un brano free lento, pacato, arioso, quasi “melodico”. Dopo circa sette minuti la melodia prende il sopravvento e diviene struggente. Ma riprende il free, quindi inizia un fugato sui bassi di sapore bachiano che si tramuta in un basso ribattuto e risonante sul quale si innesta una melodia dapprima dissonante,poi via via sempre più classica, grandiosa, sofferta, struggente. Jarrett è in totale trance creativa: canta, soffre, gioisce, si alza, si risiede, si contorce, mugola e raggiunge una delle sue vette più alte (non mi vergogno a dire che ho pianto! Mi rendo conto che probabilmente si è trattato di un momento di particolare commozione dovuto all’accumularsi di una serie di emozioni di carattere anche esterno, ma la musica creata da Jarrett è stata poesia pura e in quel momento, sul palco davanti a me, c’era la perfezione dell’arte, il bello assoluto, il gesto, il pensiero, il sentimento, la creazione, la purezza, la semplicità, l’amore…).

Alla conclusione del brano, durato circa venticinque minuti, il pubblico rimane ammutolito. E qui ho amato i giapponesi perché l’applauso sarebbe suonato “stonato”, avrebbe turbato l’incanto del momento, avrebbe ricondotto alla banale normalità l’eccezionalità di ciò a cui avevamo assistito.

Dopo una lunga pausa di silenzio Jarrett parte con un basso free  ma viene interrotto da un applauso isolato (subito zittito). Riprende con un trillo/tremolio e quindi con un free veloce ricco di note, di dissonanze, di scale che si inseguono e si intrecciano per circa dieci minuti. Quindi trova una melodia con note ribattute che diventa sempre più imponente e decisa fino a spegnersi su una linea romantica e classicheggiante dopo circa cinque minuti. Ma è un falso finale perché il brano riprende forza, acquista di nuovo pathos e drammaticità e si chiude dopo altri quattro minuti circa di nuova struggente melodia.

Un primo tempo indescrivibile!!! Posso solo augurarmi che venga realizzato, come è nelle previsioni, il DVD del concerto e che tutti possano godere di questo momento di assoluta creatività e genialità.

Il secondo tempo ha inizio con un brano di circa dieci minuti con una melodia bellissima e classicheggiante che si sviluppa su un avvolgente e misterioso accompagnamento ad arpeggi.

Il secondo brano ha una partenza veemente e incisiva, con un basso ostinato e note ripetute che si rincorrono fino a un’improvvisa interruzione, preludio a una ripresa decisamente classica, quasi un’invenzione a due voci, con le linee melodiche che si intrecciano e sovrappongono. Dopo circa dieci minuti il brano ha una nuova stasi, su note staccate, alte e basse, lasciate risonare a lungo. Purtroppo alcuni colpi di tosse rompono l’atmosfera trasognata e sognante che si stava creando e costringono Jarrett a interrompersi e a dar vita alla solita gag con il pubblico. Ma, come tante altre volte ci è già capitato di constatare, l’interruzione non rovina l’ispirazione.

Jarrett riprende con accordi e melodia tipo standard e crea una nuova “americana”, un gioiello, un capolavoro assoluto di quasi dieci minuti.

E c’è ancora il tempo per circa altri quindici minuti di grande musica: un brano che inizia con dei trilli a più note lasciate risonare tenendo premuto il pedale, si sviluppa con una melodia innestata su bassi ribattuti e tenuti che diventano via via sempre più puliti e incisivi e danno vita a un classico momento iterativo jarrettiano, con melodie arabeggianti, concessioni blues, aumento di ritmo e finale con interruzione improvvisa.

Tre bis. Il primo è “Danny boy”, in un’ennesima, nuova, romantica e struggente riproposizione di circa cinque minuti.

Il secondo bis è un’incredibile versione di “Old man river”, circa sei minuti di genio assoluto! Strofa e bridge in versione classico-melodica, quindi ripetizione con basso ostinato e ripetitivo (suonato quasi tutto in piedi battendo il ritmo), ancora il bridge improvvisamente e sorprendentemente in stile bachiano e chiusura blues!!

Il terzo bis, dopo applausi trionfali e una standing ovation, è un altro bellissimo standard ballad già sentito ma di cui, purtroppo, non ho individuato il titolo (ci sarebbe voluto il mitico Riccardo Facchi al mio fianco!).

E dopo un concerto di tale intensità e bellezza è quasi sconveniente riferire di un avvenimento del tutto frivolo e di secondaria importanza. Ma so che qualcuno mi capirà e saprà comprendere, con la giusta indulgenza, questo mio entusiasmo un po’ infantile.

Grazie alla nostra amica giapponese che ci aveva procurato i biglietti (esauriti da due mesi!) siamo potuti entrare nel retro del teatro e abbiamo aspettato Jarrett davanti all’ascensore che l’avrebbe portato dai camerini all’uscita (fuori, intorno alle auto dell’organizzazione, si era formato un capannello di un centinaio di persone ma dentro non c’era nessuno). Quando si sono aperte le porte dell’ascensore e dietro a un paio di accompagnatori non identificati (non c’era il mitico Stephen Cloud) sono comparsi Jarrett e signora, vincendo, non so ancora come, l’emozione, la tachicardia, il tremore alle mani e grazie alla presenza di spirito di Roberto che, con grande prontezza e agilità, ha chiuso al maestro ogni via di fuga e l’ha incantato con un inglese fluente riuscendo, in 30 secondi, a fargli i complimenti per il magnifico concerto e a dirgli che eravamo venuti apposta dall’Italia per sentirlo, sono riuscito a mettergli in mano una biro (che è già stata riposta in una bacheca con vetro antiproiettile) e a farmi fare l’autografo sulla prima pagina del programma (un bellissimo libro di fotografie riportante tutti i concerti tenuti da Jarrett in Giappone, in edizione numerata non in vendita e riservata ai possessori del biglietto). Ovviamente il mito, pur non potendosi esimere dall’apporre la tanto desiderata firma, non ha mancato di sottolinearci come tale disdicevole attività fosse assolutamente sconsigliata per la buona salute e la conservazione del suo prezioso arto ( letteralmente: “That is bad for my arm”).

Ovviamente non chiedetemi cosa abbiamo fatto dopo il concerto! I miei ricordi riprendono dopo circa 15 ore quando, sia pure a fatica, ho cominciato a riavermi!

E siamo così giunti all’ultimo concerto, al Metropolitan Art Space, ancora un bellissimo auditorium di oltre 2000 posti (ma quanti ce ne sono a Tokyo?).

Jarrett si siede al piano intorno alle 19.05. Il primo brano ha un inizio classicheggiante, ancora una volta di chiara ispirazione bachiana. Dopo circa cinque minuti si sviluppa una melodia romantica e struggente che cresce sempre più in intensità e pathos, si incupisce su bassi inquietanti e misteriosi e torna lentamente alla luce con un nuovo sviluppo di grande dolcezza fino a chiudere il pezzo dopo circa venti minuti in totale.

Il secondo brano è una lunga, stupenda versione (oltre dodici minuti) di “Every time we say goodbye”, dolce, romantica, commovente, con una lunga coda finale con bassi ribattuti e ritmati e una conclusione improvvisa.

Il terzo brano inizia con leggere dissonanze sulle note alte, a creare quasi un effetto di campane. Poi il pezzo diventa free, dapprima molto leggero e sfuggente, poi sempre più incisivo e violento fino al parossismo, con irrefrenabili cascate di note. Quindi ancora l’effetto campane con note ribattute e ancora cascate di note, questa volta sui bassi, fino all’improvvisa interruzione dopo circa dodici minuti.

Il secondo tempo si apre con uno standard mediamente lento (purtroppo non ho individuato il titolo) di circa sette minuti, con molta improvvisazione  e un finale rallentato con la melodia in grande evidenza.

Jarrett sembra un po’ indeciso sul da farsi. Prende un foglio che stava sul tavolinetto posto al suo fianco e lo appoggia sul pianoforte. Quindi parte con un altro standard, molto romantico e melodico, per circa altri sette minuti (e anche questa volta niente titolo).

Il terzo brano è “Bewitched” in una bella versione, lenta e cantabile, di circa sei minuti.

Alla fine di ogni brano Jarrett sembra leggere sul foglio che si è messo davanti( forse si è appuntato una serie di titoli “possibili”).

Il quarto brano è un altro standard di circa cinque minuti, con un bellissimo finale classicheggiante e fugato. Quindi ancora uno standard di oltre dieci minuti, con lunghe e bellissime divagazioni e improvvisazioni su un arpeggio di accompagnamento ripetuto. Purtroppo, in entrambi i casi, pur avendo riconosciuto la melodia dei pezzi, non sono stato in grado di individuare i titoli.

Il sesto brano è una struggente versione di circa dieci minuti di “As time goes by”. Jarrett, durante la parte di improvvisazione, aumenta leggermente il tempo fino a trasformarlo in uno swing, quindi rallenta e ritorna per il finale sul ritmo ballad dell’inizio.

Il concerto si chiude con un ultimo brano melodico abbastanza ritmato, di circa quattro minuti, che non ho riconosciuto e che potrebbe anche essere stato frutto di improvvisazione.

Tre bis.Il primo è un brano improvvisato di circa cinque minuti tutto giocato su un vigoroso riff di bassi ripetuti: una danza selvaggia con Jarrett sempre in piedi a battere il tempo e a dimenarsi e con stupendi stacchi finali e successiva ripresa del ritmo. Un’esplosione di gioia, una festa!

Il secondo bis è ancora uno standard, ancora una ballad di quasi dieci minuti suonata con grande sentimento e creatività (e perdonatemi l’ennesima carenza del titolo).

Il terzo bis, a ripagare il pubblico per gli applausi calorosi e per la standing ovation, è una lenta e commovente versione di “If I should lose you”.

Ho cercato di ricordare tutto e spero di essere riuscito a dare almeno un’idea della grandiosità di questi tre concerti, come sempre molto diversi tra loro ma tutti bellissimi per intensità e creatività. E chi ha assistito almeno una volta a un concerto di piano solo di Jarrett potrà immaginare lo sconvolgimento emotivo che tre avvenimenti di questo genere, concentrati nel breve spazio temporale di cinque giorni, sono in grado di provocare.

Ho ancora la mente piena di immagini, suoni, colori. E’ stato davvero difficile ritornare alla quotidianità. Ma ho aggiornato la mia lista dei concerti jarrettiani (42 dal 1983 a oggi!), mi risfoglio quasi quotidianamente il libro di foto autografato, alterno l’ascolto di “Always let me go” con quello dei “Sun bear concerts” e aspetto notizie per dare inizio a una nuova avventura.

Come dice il maestro: “Think of your ears as eyes”.

in:  Io c’ero l’avventura Giapponese - Osaka, Tokyo, Tokyo
postato da: AMALTEO alle ore maggio 17, 2008 15:10 | link | commenti (3)
categorie: ascoltare jazz - keith jarrett
domenica, 23 marzo 2008

Keith Jarrett, Gary Peacock, Jack DeJohnette, Prism

postato da: AMALTEO alle ore marzo 23, 2008 17:33 | link | commenti (4)
categorie: ascoltare jazz - keith jarrett
venerdì, 26 ottobre 2007

Teatro alla Scala, Keith Jarrett Solo Piano Improvisations, 18 ottobre 2007

Cara lettrice e caro lettore
ti ho già parlato di Angelo Ghirotti, in occasione del concerto del Trio Keith Jarrett a Brescia.
Ieri Angelo mi ha spedito un suo testo sul concerto che Keith Jarrett, questa volta in "a solo", ha tenuto al Teatro alla Scala il 18 ottobre 2007.
Credo che sia una testimonianza preziosa.
Nessuna esegesi critica, ma una grande competenze nel riconoscere i pezzi e nel commentarli.
Solo il piacere di esserci e di condividere le due ore di quella sera.
Sono certo che piacerà anche a te addentrarti in questo racconto.
Sai come la penso: siamo contemporanei di un genio.
Il suo carattere mi è del tutto  indifferente. Conta solo l'unicità del suono che riesce a fare scaturire in quel "qui e ora" che dona a chi lo ascolta.
Sapere far risuonare l'eternità in un battito di note è possibile solo in questa eccezionale combinazione di genio e cultura.
Buona lettura.

Per alludere, solo alludere, a quello che succede in un concerto a solo di Keith Jarrett
metto qui, per l'ascolto, Sapporo, tratto dai Sun Bear Concerts, 1980:




Angelo Ghidotti 
ANCORA LA SCALA

Keith Jarrett Solo Piano Improvisations, 18 ottobre 2007, Teatro alla Scala , Milano

 

Non mi è simpatica, La Scala. Anche se non è che ci ho visto granchè, giusto qualche opera, per biglietti omaggio o rinunce, tra nobildonne ingioiellate e notabili con il papillon. L’unica volta che mi sono sentito bene è quando ho fatto sei ore di fila per un posto in piedi in piccionaia alle Nozze di Figaro. Mi sentivo nel posto giusto, la curva sud del teatro. All’opposizione.

E invece, domenica sera siamo in prima fila. Gli altri dietro, ex sindaci giudici presidenti opinionisti e dame, e va bene così. Gianluigi 92 concerti, Enzo 51, Mirco 36, Roberto 40, io 20, (Riccardo uno solo ma un milione di ore di jazz sul contachilometri), tra Osaka e Los Angeles. Ce lo siamo guadagnato, il posto a bordo palco.

Quando entra Jarrett, alle 8 e un paio di minuti, occhialetti scuri, pantaloni e camicia neri e un gilet grigio a disegni tribali double face, e si siede alla tastiera, penso al concerto di dodici anni prima, che ho mancato nonostante ogni sforzo, ma il cui disco ho consumato. Penso all’inizio dolcissimo, lirico, irresistibile, i primi 18 minuti che hanno fatto dire a centinaia di jarrettiani in tutto il mondo, my favourite album is La Scala.


E penso che adesso è tutto cambiato. 

Il primo pezzo di allora durò 44 minuti. Negli ultimi solo che ho sentito, a Roma Venezia Parigi Chicago, il primo pezzo è sempre piuttosto breve e tormentato, mette le dita sulla tastiera e ne tira fuori qualcosa di irto e dissonante. Quello mi aspetto, alle 20.03 di domenica sera. E invece, l’omino in nero mi sorprende ancora una volta.


 Forse anche lui ha una specie di storia con La Scala. Quanti scritti su di lui parlano del suo gesto ‘classico’, della sua pulsione profonda a suonare come un europeo, nella tradizione romantica. Mette le dita sul piano, sfiora i tasti, e ne tira fuori un suono dolce e suadente, arpeggi sussurrati, una melodia  appena accennata e dolcissima. Trattengo il fiato. Non mi sembra vero. C’è sempre sofferenza nei suoi concerti in solo, per lui a trovare l’ispirazione, per noi a capire dov’è.
 Ma qui è subito godimento, caldo che ti sale dalla pancia, quella dolcezza mai melensa che solo lui sa tirare fuori dal piano e ti ci abbandoni, che è quello a cui tutti pensano, l’inizio di Koln, i primi accordi di Vienna, le prime battute della Scala. Ecco, la Scala dopo quattro minuti è già ai suoi piedi. Applausi e grida di giubilo dopo il primo pezzo. Eccolo, è tornato. Keith Jarrett, La Scala. 

Il secondo, invece, è appunto come mi aspettavo il primo. Free jazz, bop di impronta atonale, echi di In Front. Con una precisione e una limpidezza di fraseggio, che poi, e qui l’animo europeo se ne va sotto il palco, viene fuori l’americano. Emerge un ritmo che lo cambia in una specie di ostinato violento con echi di blues, per il godimento assoluto dei fans più evoluti. E la disperazione di un gentiluomo sui 90 nella fila dietro, perfetto abito da sera, panciotto e paipllon, che dice, nemmno tanto sottovoce, ‘Questo qui non ha mai sentito la musica!’. La moglie, di qualche anno più giovane, ma non molto, lo zittisce.


Al terzo pezzo una progressione di accordi che ricorda Heartland, bellissima, di una raccolta solennità. La dialettica vuole che il quarto sia di nuovo veloce e difficile. Del quinto pezzo si riconosce l’ispirazione perché la canta, quattro note a intervalli discendenti di quarta, più o meno. Un po’ modale, oserei dire.

L’ultimo della prima parte è un robusto, travolgente blues, che suona con una energia sorprendente. Ecco, a questo punto del concerto comincio a pensare che l’omino ha fatto un patto con il diavolo: a 63 anni ha il fisico asciutto, l’entusiasmo e la determinazione di un ventenne. Si alza, si china, si arcua, canta e danza tra lo sgabello e la tastiera, con raddoppi di velocità impressionanti. Quei video che circolano degli inzi degli anni 70, lui con una massa enorme di capelli che si avventa sul piano come un ossesso: è ancora lui. Il desiderio feroce di suonare.

L’intervallo non esco nemmeno dalla fila, niente foyer, niente bar, niente toilette delle signore della Milano bene da ammirare. Ci alziamo talmente entusiasti che i commenti fra di noi esauriscono il quarto d’ora di pausa.

Quando rientra, riprende il discorso del primo pezzo, o forse della Scala anni 90. Melodia accattivante, arpeggi, gemiti.  Nel momento della maggiore concentrazione, in un pianissimo, piegato sui tasti alla ricerca di quel niente che separa una improvvisazione nebulosa da una ispirazione, un colpo di tosse in fortissimo dal centro della platea. Ahia.

Si ferma di colpo, si rialza. Il signore dietro di me dice . ‘Noooo!’. Jarrett chiude gli occhi un attimo, a sbollire il disappunto. Poi guarda la sala, una faro puntato negli occhi, e dice, senza acredine, anche con una certa rassegnazione: ‘No, it’s impossible. This cough.. I have lost this music, and you too, and it will never exist forever. Have you noticed that in hundreds of concerts I never coughed once? It’s a matter of concentration and respect. We are looking for silence, but the world is full of scream and noise. It’s a world… and I am American. I’m not proud of it.’

Deboli applausi. Qualcuno sibila, qualcuno parlotta, qualcuno approffitta per tossire. Magia del pezzo svanita. Lui riprende, ma a fatica. Un pezzo veloce, free, difficile. Deve ritrovare la concentrazione. Il  successivo è più lungo, discontinuo, con squarci di bellezza. Ancora non si è ritrovato. Si vede che cerca ma non trova. Ha già fatto nove pezzi, potrebbe alzarsi e uscire e iniziare la liturgia dei bis.

E invece no. Poggia le dita di nuovo sulla tastiera, e va. Mi ricordo che da piccolo studiavo l’Hanon, un metodo di esercizi per le dita, e quasi verso la fine c’era un esercizio che si chiamava Tremolo, e c’era una nota che di ceva: quando Seibelt iniziava a suonare il tremolo, in sala calava un brivido.

Alla Scala cala un brivido. Un tremolo con la mano destra, incessante, martellante, e con la mano sinistra una melodia commovente. Ho i brividi, guardo Enzo sulla mia sinistra con gli occhi sgranati, tutta il teatro trattiene il fiato. Quando finisce, un uragano liberatorio di applausi.

Così può finire. Così l’incidente è chiuso. Col viso imperlato di sudore, stremato, sta in mezzo al palco, si inchina, entra ed esce diverse volte. Finche non si risiede, e ci regala quattro bis. My Wild Irish Rose, una versione delicata ma il cui tessuto armonico e ritmico si arrichisce via via e diventa un piccolo capolavoro. Poi un blues improvvisato, quindi uno standard che nessuno riconosce – almeno così pensiamo.


All’ultima uscita si fa accendere le luci in platea, e si caspice chiaramente che vuole godersi lo spettacolo. Mi volto verso i palchi, ed è veramente da trattenere il respiro. Tutta la Scala lo sta osannando. Noi in piedi nelle prime file. Poi finisce con Old Man River, Jarrett l’europeo, Jarrett che si dispiace di essere americano finisce con un classico dell’epopea afroamericana. Appalusi che non finiscono. Sorride ed esce.

Dopo la fine del concerto, Steve ci fa segno di entrare. Keith Jarrett ci riceve e non l’ho mai visto così amabile. Divertito e ironico nel resistere alle richieste di autografo, sull’interruzione per la tosse finge di battere la testa contro il muro, poi parla dell’America, della globalizzazione, della perdita della semplicità e della spontaneità, ci rivela che lo standard del bis non era un vero standard ma una improvvisazione in forma di standard, ci dà la mano, la sinistra come sempre, e alla fine fa firmare gli autografi alla moglie. Con il suo nome, e con un sorriso.

Era annuciata la registrazione del concerto, spero di poter risentire la soffusa meraviglia del primo pezzo, lo strepitoso blues, il tremolo, Ol’man River. Siamo gli ultimi. I portoni del grande ingresso del teatro sono chiusi e girovaghiamo un po’ prima di trovare l’uscita. Esco, tento di rubare il manifesto da sotto una bacheca ma si straccia e a malincuore lo lascio lì, di fronte a quello della Madama Butterfly. Allontanandomi verso via Manzoni, mi giro un’ultima volta, e guardo l’ingresso imponente della Scala, illuminato di luce gialla, con la bandiera italiana che sventola all’aria fresca di ottobre.

Mi è un po’ più simpatica.
postato da: AMALTEO alle ore ottobre 26, 2007 16:14 | link | commenti (21)
categorie: ascoltare jazz - keith jarrett
domenica, 19 agosto 2007

Keith Jarrett, The Köln Concert , 1975

IMG_1461Ero su tracce e sentieri ed ho trovato

Keith Jarrett,
The Köln Concert, 1975

Tutto intero.
Più di un'ora.
Per l'eternità





"Non possiedo nemmeno un seme quando comincio a suonare. E' come partire da zero. [...] Il jazz è lasciare che la luce brilli. Non cercare di accrescerla, lasciarla essere" (K. Jarrett)

postato da: AMALTEO alle ore agosto 19, 2007 18:56 | link | commenti (17)
categorie: ascoltare jazz, pensare bellezza, vivere agosto, ascoltare jazz - keith jarrett
martedì, 31 luglio 2007

Keith Jarrett-Gary Peacock, Jack DeJohnette, Brescia 13 luglio 2007

IMG_1717Cari amici,
che cosa dicevo?
Potenza della rete!
in occasione del concerto del Trio Keith Jarrett del 13 luglio 2007, a Brescia, ho conosciuto, attraverso Youtube, Angelo Ghirotti, che scrive anche sul sito www.keithjarrett.it
Angelo è uno di quelli che inseguono Jarrett in giro per il mondo e ha scritto un testo biografico sulla memorabile serata.
In attesa della mia pagina di Diario (che - prometto - arriverà: sono una persona lenta che tende alla immobilità !) mi ha autorizzato a pubblicarla qui.

Sarà un po' come ritornarci o esserci.

Grazie ad Angelo Ghirotti!

Angelo Ghidotti
Keith Jarrett Trio in piazza Loggia,  Brescia, 13 luglio 2007

God bless the trio

Ero stato contento per mesi, dal giorno in cui avevano annunciato il concerto del trio in Piazza Loggia. Dopo aver arrancato per Europa e America a seguirlo, non ci potevo credere, veniva nella mia città, nella più bella piazza di Brescia. Potevo prendere la moto e in venti minuti arrivare lì, tranquillo, e godermi il concerto.  E invece, a Perugia, qualche giorno prima, il fattaccio. I flash, gli insulti al pubblico e alla città, i bis negati, i fischi, gli articoli sui giornali, i forum, tutti durissimi, pagine e pagine con il post ‘Keith Jarrett the asshole’ pieno di repliche, una discussione già fatta mille volte ma stavolta ancora più accesa. Come fan assoluto di Jarrrett mi sentivo stretto in un angolo.
E Brescia non promette bene. Innanzitutto, i bresciani, lo dico per esperienza diretta, non è che siano tutti del gentlemen. Poi Piazza Loggia, da controllare non è facile. Vie che entrano da tutte le parti, case, palazzi, tetti, balconi affacciati, chi può impedire di usare il flash o registrare o fare un video da casa propria? Chi può evitare che intorno, dai bar, dalle viuzze, dagli stretti passaggi dietro la loggia, qualcuno non si metta a rumoreggiare, a fischiare, a gridare, a smanettare motorini? E quindi, Keith Jarrett a Brescia da un’attesa si trasforma in un’ansia.
Quando arrivo alle cinque nella piazza, parcheggio la moto e tolgo il casco, sento suonare dietro l’angolo. Corro. Jarrett con i soliti jeans azzurri la t shirt bianca e il cappellino, la sua tenuta estiva da prove. Prova i due steinway sul palco, parla con Peacock e De Johnette, con il suo manager, con il tecnico del suono. Sembra rilassato, nessuna traccia di Perugia: c’è pieno di gente ai lati del palco, che chiacchiera, fotografa, lecca gelati e cerca di avvicinarsi, ma lui niente. Suona, Never let me go, As time goes by, accenna un blues. Tutto fila liscio.



E’ un pomeriggio di sole feroce. Il palco è sistemato a ridosso della Loggia rinascimentale, al lato opposto dei portici, quelli della strage del 78. Ci saranno 1500-2000 posti. Il colpo d’occhio è notevole. Su un camper aprono la biglietteria, ci sono ancora posti disponibili. Mai visto.
Il sole inizia a calare, passeggiamo per il centro di Brescia, mentre il gruppo dei fedelissimi si ingrossa. Alle otto e mezzo entriamo nel recinto, nel frattempo hanno davvero chiuso meticolosamente ogni accesso alla piazza, e ci sistemiamo nei nostri posti.



La serata è bellissima, calda, dalle finestre, dai balconi, dai tetti la gente si affaccia. Due signore di una finestra tra le più vicine hanno anche messo il vestito buono e sono andate a farsi i capelli. Cominciano gli annunci, e questa volta ci vanno giù pesante. Li ripetono due o tre volte, in diverse lingue. Niente foto, né flash né senza flash, niente video, niente registrazioni fino a concerto finito. Qualche fischio alla ennesima ripetizione.
Intanto, si è riempito tutto. L’attesa cresce. Forse per Perugia, o perché qui non è mai stato, o è la sera così bella, o la piazza così stupenda, ma dopo tanti concerti mi sento emozionato come da tempo non ero. Speriamo in bene. Un piccolo incidente fa crescere la preoccupazione. Timothy prende il microfono: ‘Non possiamo iniziare finchè le persone sul tetto di fronte non smontano la telecamera’. Mi volto, si voltano tutti.



Ma i bresciani sono proprio così gnorancc? In piedi sul tetto, proprio a fianco dell’orologio dei Macc de le Ure (I matti delle ore, gli orologi meccanici con le statuette che picchiano sulla campana, molto in voga nel ‘500), un paio di persone hanno montato una telecamera sul treppiede. Ma come potevano pensare di non essere visti? Dopo un paio di richiami smontano, e secondo me nascondono tutto dietro un camino. Ma così possiamo cominciare.



Quando, alle nove e dieci, calano finalmente le luci, e Jarrett, Peacock e De Johnette entrano, e scatta l’applauso, trattengo il fiato e prego che non ci siano flash. E non ci sono. E poi qui comincia uno dei più bei concerti in assoluto del trio.

Il primo pezzo è You go to my head, uno standard molto conosciuto, scritto alla fine degli anni 30 da Coots e Gillespie, esistente in decine di versioni (l’ha cantato anche Mina). Si sente che Jarrett è in forma, e anche gli altri due sono in serata. Si guardano, sorridono, Gary ogni tanto chiude gli occhi e ascolta il piano, poi si lancia in vibranti giri di basso. Proseguono con un pezzo molto bello, una  ballad, nessuno ricorda il titolo.
Poi cambia ritmo e passa alla veloce e brillante  One for Majid, quindi una deliziosa versione di Little man you have had a busy day, di Wayne, Hoffman e Sigler. Applausi, grande fluidità e perfetto interplay con basso e batteria – Jack particolarmente preciso e elegante nei suoi interventi.
Ma si sta preparando il vertice del primo tempo:  Somewhere, dalla celeberrima West Side Story di Bernstein. L’esecuzione è splendida, e i tre sono così concentrati e intensi, che quando Jarrett trova uno spunto finale si inventano una coda memorabile di cinque minuti, che scatena una vera ovazione. E ancora nessun flash.



L’intervallo è il momento dei primi commenti. Tutti entusiasti, si profila il grande concerto. Lo stesso trio sembra molto carico, mentre escono sorridono visibilmente. Merito anche del pubblico, corretto ma caldo e pronto all’applauso. Una prima conferma viene subito: lo speaker, nel ripetere gli inviti al pubblico, dice che ‘gli artisti hanno molto apprezzato il concerto finora’, che tradotto vuol dire che qualcuno è andato da Jarrett il quale avrà detto ok, very good in un sussurro.
Si riprende verso le 10 e mezza, ed è ancora West Side Story: Tonight, in una versione veloce e piena di ritmo, che non sentivo da parecchio. Poi un altro standard che potrebbe essere Lament, di Jay Jay Johnson, e quindi  Bye Bye Blackbird, un pezzo di Ray Henderson del 1926, che il trio suona spesso. Quindi, un pezzo che adoro, Last night when we where young,  scritto negli anni 60 da Harald Arlen. Dal momento del primo attacco del tema, che mi fa sciogliere, alla strepitosa coda, il trio suona con una contagiosa energia. Negli ultimi minuti il pubblico non riesce a trattenersi e batte i piedi, per poi finire in un’ovazione. I tre si alzano per salutare, ma devono uscire una, due, tre volte, per gli applausi scroscianti, le urla, un signore dietro di me si sgola per dieci minuti nel gridare an-co-ra, an-co-ra. E quindi, suonano ancora.





When I fall in love, che come in una liturgia appare in ogni concerto per segnare la fine. Ed è un altro trionfo. E così non può finire: si risiede – mentre incredibilmene ancora non sono scattati che un paio di lontani flash. E attacca God Bless the child, un altro pezzo bellissimo, ipnotico, di dieci minuti.

Quasi mezzanotte quando escono per un’ultima volta, e allora tutti in piedi, alle finestre, sui balconi, sui tetti, poi mi diranno nei vicoli intorno, ad acclamare quello che era stato tre giorni prima il mostro di Perugia. La gente non si tiene più, adesso davvero i flash sono molti, e il pubblico si accalca proprio sotto il palco. Anche per una serata di grazia, è troppo. Jarrett non dice niente, saluta, si volta e se ne va, si vedono i tre salire gli scalini della Loggia dandosi pacche sulle spalle.



Esco dal concerto commosso, quasi stremato. Sapere che non è stato registrato e che non sarà mai un disco mi strugge. Ma andiamo a cena, Brescia è in tiro, sexy come non mai, e alla Porta Bruciata, tra i tavoli dei ristorantini all’una di notte c’è la folla. Troviamo posto a fatica, ceniamo con grande piacere, con i racconti di Beppe e Enzo sulla tournee giapponese, i microbagni degli hotel di Tokyo dove si sbatte la testa dapperutto, la mitica camicia con l’autografo regalata da Jarrett a Enzo, che per metterla ha dovuto calare di dieci chili, e via così.

Poi ognuno riprende la strada di casa. Chi va a Milano, chi a Napoli, chi a Trento. Beppe deve andare a Padova, ma non ha la minima idea di dove abbia parcheggiato la sua auto. Per noi la serata finisce così: in una Brescia deserta, alle tre di notte, con in giro, come diceva mio nonno, apena i lader e le putane, mentre gli operai smontano il palco, a chiederci dove sarà finita l’auto di Beppe, finchè non lo carico in moto, che scricchiola e soffre, ma così dopo un po’ la troviamo. Nemmeno si ricordava il modello, solo il colore. Blu.
Serata da ricordare anche per questo. Quindici giorni dopo, a Juan les Pins, dopo un concerto bello la metà, con Jarrett che ci fa entrare nel backstage per dirci che ha sofferto di mal di schiena e ha pensato di annullare la serata, Steve ci confida: Brescia? Beautiful night. One of the best five in the last twenty years of the Trio.
Nei newsgroups su internet rimbalzano ancora le discussioni su Perugia. Il giorno dopo scrivo qualche riga: Jarett, beautiful concert in Brescia. Nessuno risponde, non fa notizia. In fondo meglio così. Cosa importa quello che si dice in giro. Cosa importa quello che pensa chi non c’era.

Noi c’eravamo.

postato da: AMALTEO alle ore luglio 31, 2007 13:04 | link | commenti (17)
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sabato, 14 luglio 2007

Keith Jarrett-Gary Peacock, Jack DeJohnette, Brescia 13 luglio 2007

Poi ....

Solo poi il diario ....

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postato da: AMALTEO alle ore luglio 14, 2007 15:54 | link | commenti (16)
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mercoledì, 11 luglio 2007

Il Keith Jarrett Trio a Brescia

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Venerdì, lemmi lemmi, senza prendere autostrade e quindi raddoppiando i tempi dello spostamento (per uno come me che vorrebbe solo stare fermo, anche un viaggetto è uno stress) ce ne andiamo a Brescia. Dove Keith Jarrett terrà l'ultimo suo concerto in Italia (di quest'anno?).


Qualcuno dei  miei amici conosce la mia venerazione per questo pianista. Il massimo del Novecento. Un talento genetico poi alimentato e sostenuto da un lavoro (sì:lavoro) quotidiano di ore ed ore, per giorni e giorni, per anni e anni. Uno sforzo di improvvisazione sulla scena del tutto unico: una concentrazione impossibile per trovare, come dice lui stesso, una nota, quella nota di quel momento. Una nota che non ritornerà più. L'unica, solo quella e solo quella volta e poi mai più.

Ci sono persone (una l'ho incontrata sulla rete proprio oggi) che lo inseguono nei teatri d'Europa per cogliere quell'attimo.



Ebbene ieri a Perugia è andata così:




"Quando dal buio sono sbucate tre ombre, Jarrett caracollando verso il microfono e con aria sprezzante e ingiustificatamente provocatoria ha sibilato: "Non parlo Italiano ma qualcuno deve aver detto a tutti gli 'assholes' (intraducibile senza deviare nello scurrile) presenti di mettere via tutte queste fottute macchine fotografiche. Se non lo fate immediatamente mi riservo il diritto di lasciare immediatamente il palco e questa 'God Damn City' (maledetta città ndr), così voi avrete pagato per vedere nulla, ricordatevi che il privilegio è vostro, non certo il mio".



Dopo i magnifici tre (Peacock, Dejohnette e Jarrett) hanno suonato a dirla con le parole del cronista di prima "una musica di una bellezza stordente".



Poi, a fine concerto, uno stronzo del pubblico inveisce contro di loro con un "motherfucker".



E così i tre se ne vanno senza i ricercatissimi bis. Quelli per cui i tre tirano fuori e sublimano gli eterni standard jazzistici.

E ora questi giornalistucoli del cazzo lo criticano, inveiscono sul suo carattere. E sono giornalisti "specializzati". Immagino i cronachieri della serata.

Signori miei: di Keith Jarrett le generazioni degli umani ed anche degli extraterrestri ne tirano fuori uno ogni due secoli.

Lasciatelo stare.

State zitti. Mettete via i flash. E le cineprese da giapponesi che visitano Venezia. E i telefonini con i quali la mamma vi chiama per dire che ha versato la pasta.

Abbiamo il privilegio di essere contemporanei di un genio.

Proviamo ad avere un po' raccoglimento.

Non sprechiamoci. Forse venerdì i tre individueranno quel corridoio che porta a "Prism". Solo quella sera avevano imboccato quel sentiero. E per un flash lo si sarebbe perso.

Accontententiamoci.

Vogliamoci bene.

Siamo piccoli ascoltatori.

Siamo persone che facciamo (bene, magari) il nostro lavoro.

Ma non siamo dei geni.

Non abbiamo dedicato centinaia di giorni a scoprire le armonie nascoste nelle pieghe delle note.

Si va a Brescia con la possibilità di andarci per niente. Come Jannacci: "Son venuto da Como per niente ...".

Dea pagana della musica, fai che qualche cretino non mandi a puttane questo appuntamento desideratissimo.

Qui sotto il video, giustamente, si sofferma sulla faccia felice e beata di Gary Peacock. Ma chiudete un attimo gli occhi. Fatto? Li avete chiusi? Cosa sentite? .... Keith Jarrett che si è infilato nel corridoio dl capolavoro. E gli altri due lo guardano con gratitudine ed amore. Perchè è lui che ha aperto le porte di quel paradiso terreno.







postato da: AMALTEO alle ore luglio 11, 2007 19:13 | link | commenti (25)
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mercoledì, 30 maggio 2007

Ancora una volta Prism

Un giovane amico  intercetta su Youtube Prism di Gary Peacock, Keith Jarrett e Jack DeJohnette.
Per questa volta è Gary che va messo al primo posto: è lui che aggiunge pathos ai dieci minuti del pezzo.

" oh... oh... questa è passione infinita, gliela senti dentro.. è incredibile.
saranno all'Umbria Jazz quest'estate, spero tanto di riuscire a vederli
Nessuno ad ogni modo conosce il nome del pezzo?
Saluti.
Andrea"

La meravigliosa amicizia di questi tre sarà presente sul palco anche a Brescia, in Piazza della Loggia venerdì 13 luglio.

postato da: AMALTEO alle ore maggio 30, 2007 10:53 | link | commenti (1)
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venerdì, 05 gennaio 2007

Prism

Gli amici più vicini lo hanno già ascoltato e sentito.
Ora è per tutti i passanti.
Viaggio andata e ritorno per il paradiso. Con Gary Peacock che sembra un angelo beato e pieno di felicità.
"Prism", dopo quella notte a Tokyo nel 1985, non è mai stato più suonato così.
Carpe diem.

postato da: AMALTEO alle ore gennaio 05, 2007 00:31 | link | commenti (11)
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venerdì, 21 luglio 2006

Musica Jazz: Keith Jarrett alla Fenice di Venezia

tracceKeith Jarrett questa estate ha suonato alla Fenice di Venezia.
Cerco racconti su questa serata, che deve essere stata straordinaria.
Keith Jarrett costruisce i suoi solo piano come Michelangelo dipingeva la Cappella Sistina. Voglio dire che
siamo contemporanei di un genio e che essere suoi contemporanei è un privilegio.
Qualcuno ha anche potuto cogliere l'attimo
Ecco il primo racconto che ho finora trovato:
postato da: AMALTEO alle ore luglio 21, 2006 23:55 | link | commenti (5)
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