Su questi concerti scrive Gianluigi Bozzi
KEITH JARRETT Piano solo
27 ottobre 2002
OSAKA Festival Hall
30 ottobre 2002
TOKYO Metropolitan Festival Hall (150° concerto in Giappone)
31 ottobre 2002
TOKYO Metropolitan Art Space
Sento il bisogno di ripensare con calma a quello che è successo, di ricostruirlo e riviverlo nella mente, di raccontarlo agli amici per renderli, almeno in parte e per quel poco che la scrittura e la difficoltà di esprimere le emozioni consentono, partecipi di questa straordinaria avventura.
Ci sono momenti nei quali, ancora adesso, a distanza di una settimana, non mi pare possibile essere stato a 10.000 chilometri e a 12 ore di volo da qua e aver provato gioia, emozioni, stupore, commozione, entusiasmo così intensi e assoluti.
La scelta della musica di accompagnamento alla scrittura di questi “ricordi” è stata facile: Osaka, 8 novembre 1976, per omaggio, coerenza e continuità storica ed emozionale. Poi proseguirò con Tokyo, 14 novembre.
Le prime notizie in merito al ritorno di Keith Jarrett ai concerti in piano solo e al tour in Giappone per celebrare il 150° concerto in quel paese mi erano state fornite dall’amico Mirco, sempre attento e informatissimo a tutto ciò che riguarda il “maestro”.
L’idea un po’ folle di andare in Giappone apposta per questi concerti è nata, quasi per scherzo, durante il tour europeo dello Standards Trio di quest’estate. Ma l’amico Roberto ha saputo tradurre lo scherzo (o il sogno?) in realtà, organizzando tutto quanto (voli, soggiorni, spostamenti, biglietti) con competenza, coraggio, fortuna, entusiasmo e simpatia, vincendo tutte le mie pigrizie e incertezze e paure e rendendo così possibile questa indimenticabile avventura giapponese.
Siamo partiti sabato 26 ottobre alle ore 14.30 da Malpensa, con un volo diretto per Osaka (precisiamolo una volta per tutte: si pronuncia òsaca, con l’accento sulla o e con la s di “sale”). Dopo 12 ore di viaggio (più 8 ore di fuso) siamo arrivati a destinazione e alle ore 17, con una modesta oretta di anticipo sull’orario di inizio, ci siamo presentati all’entrata della Festival Hall, un bellissimo auditorium di ca. 2700 posti, ovviamente esauriti.
I giapponesini arrivano al concerto alla spicciolata, non formano code (ognuno possiede già il biglietto e tutti i posti sono numerati), parlano molto sottovoce e si accomodano in silenzio (sembra di stare in chiesa!). Purtroppo però si annidano anche tra di loro alcuni incurabili bronchitici che, con indicibili sofferenze, sapranno trattenersi fino all’inizio del concerto per poi finalmente lasciarsi andare a isolati ma ben calibrati e cadenzati colpi di tosse (ma allora “tutto il mondo è paese”!?! E le caramelle? E gli sciroppi? E starsene a casa se si è malati? E tossire “educatamente”, magari approfittando di un crescendo e non sguaiatamente proprio mentre il brano sta attraversando il suo momento di maggior lirismo e di minor numero di note suonate? Mah!).
Alle 18.10 compare Jarrett, si dirige al piano con il solito passo flemmatico, ringrazia il pubblico, si leva l’orologio, si siede e inizia il concerto.
Il primo brano ha un avvio free molto lento e pacato, quindi prende sempre più corpo per diventare deciso e veemente fino a quando Jarrett, verso il decimo minuto, trova una melodia romantica e classicheggiante che risolve, intorno al quindicesimo minuto, su un basso ostinato e ripetuto, con varie divagazioni, fino alla conclusione del pezzo, dopo circa venti minuti in totale.
Nonostante la lunga pausa (il brano è del tutto evidentemente finito) il pubblico non applaude (forse perché Jarrett rimane troppo concentrato sulle tastiera o non ne allontana decisamente le mani).
Jarrett riprende a suonare una parte sui bassi molto decisa ma si interrompe quasi subito per alcuni rumori e colpi di tosse da parte del pubblico. Partono allora gli applausi ma Jarrett fa segno di no con le mani e richiede a gesti altri colpi di tosse. Poi dice al pubblico:”Tossite adesso!”, quindi si alza, beve un sorso d’acqua, ringrazia un po’ ironicamente, si risiede e regala un gioiello di circa cinque minuti, una sorta di ballad molto melodica e “americana”.
Con il terzo brano si torna alle atmosfere free: dopo un paio di minuti di note veloci e in libertà c’è una brusca interruzione e il brano riprende, più lentamente, con note alte ribattute e un lavoro di bassi e pedale a prolungare e mischiare tutti i suoni in un magma sonoro straniante e ipnotico. Dopo circa otto minuti Jarrett ritorna decisamente al free per circa due minuti fino alla conclusione.
Segue un nuovo brano lento e romantico, con grande melodia e accompagnamento ad arpeggi di stampo classico. Circa sei minuti di grande atmosfera ed emozione e si chiude il primo tempo.
Il secondo tempo inizia con Jarrett che ancora ironizza con il pubblico per i continui colpi di tosse che quasi gli impediscono di cominciare. Parte finalmente il primo brano, con circa cinque minuti di free piuttosto deciso che sfocia, incredibilmente e sorprendentemente, in un fugato veloce di rigorosa matrice classica per circa altri cinque minuti (credo di sapere che la composizione classica ha canoni e regole che possono indirizzare verso passaggi quasi “obbligati” e che quindi possono, entro certi limiti, “agevolare” la creazione istantanea ma la complessità e la ricchezza delle linee melodiche e l’intrecciarsi continuo delle varie “voci” mi hanno lasciato, ancora una volta, stupefatto di fronte a tanta “perfezione”!).
Il secondo brano è un nuovo gioiello di circa cinque minuti: una classica “americana”, con una bellissima, ritmata e coinvolgente melodia.
Seguono altri cinque minuti di melodia, sviluppata su un tappeto di accordi secchi e ripetuti a segnare un tempo lento, che si interrompe all’improvviso.
Il quarto brano dura circa quindici minuti. Inizia lentamente, con una melodia che si fa strada fra una serie di accordi quasi dissonanti, di stampo impressionista, per diventare sempre più carico di pathos e di tensione, fino al finale con i bassi a fare da cassa di risonanza.
Il concerto si chiude con uno “scherzo”: un pezzo free con frasi e accentazioni bebop di circa un minuto.
Due bis. Il primo è un grandioso “ostinato” di circa sei minuti, con basso fisso e ripetuto e destra “svolazzante” sulla tastiera. Il secondo è il capolavoro del concerto! Una ballad di circa cinque minuti assolutamente stupenda. Potrebbe essersi trattato di uno standard (da me mai sentito prima) o di un “traditional” (a questo mi ha fatto pensare la struttura del pezzo) ma se, come ritengo, si è trattato di un brano improvvisato, siamo di fronte a un nuovo incredibile colpo di genio del maestro!
Dopo 2 giorni di turismo a Kyoto (del tutto inutile dopo una simile performance ma d’altronde bisognava pure far passare il tempo in attesa del nuovo evento!) ci siamo trasferiti a Tokyo ( con un simpatico trenino che si è bevuto 552 chilometri in poco più di due ore!). Pomeriggio a fare shopping per tenere a bada l’emozione e finalmente (questa volta con un’ora e mezza di anticipo) siamo davanti alla Metropolitan Festival Hall, altro bellissimo auditorium di circa 2300 posti.
Alle 19.05 Jarrett entra in scena e inizia “l’avvenimento”, il 150° concerto giapponese!
Parte un brano free lento, pacato, arioso, quasi “melodico”. Dopo circa sette minuti la melodia prende il sopravvento e diviene struggente. Ma riprende il free, quindi inizia un fugato sui bassi di sapore bachiano che si tramuta in un basso ribattuto e risonante sul quale si innesta una melodia dapprima dissonante,poi via via sempre più classica, grandiosa, sofferta, struggente. Jarrett è in totale trance creativa: canta, soffre, gioisce, si alza, si risiede, si contorce, mugola e raggiunge una delle sue vette più alte (non mi vergogno a dire che ho pianto! Mi rendo conto che probabilmente si è trattato di un momento di particolare commozione dovuto all’accumularsi di una serie di emozioni di carattere anche esterno, ma la musica creata da Jarrett è stata poesia pura e in quel momento, sul palco davanti a me, c’era la perfezione dell’arte, il bello assoluto, il gesto, il pensiero, il sentimento, la creazione, la purezza, la semplicità, l’amore…).
Alla conclusione del brano, durato circa venticinque minuti, il pubblico rimane ammutolito. E qui ho amato i giapponesi perché l’applauso sarebbe suonato “stonato”, avrebbe turbato l’incanto del momento, avrebbe ricondotto alla banale normalità l’eccezionalità di ciò a cui avevamo assistito.
Dopo una lunga pausa di silenzio Jarrett parte con un basso free ma viene interrotto da un applauso isolato (subito zittito). Riprende con un trillo/tremolio e quindi con un free veloce ricco di note, di dissonanze, di scale che si inseguono e si intrecciano per circa dieci minuti. Quindi trova una melodia con note ribattute che diventa sempre più imponente e decisa fino a spegnersi su una linea romantica e classicheggiante dopo circa cinque minuti. Ma è un falso finale perché il brano riprende forza, acquista di nuovo pathos e drammaticità e si chiude dopo altri quattro minuti circa di nuova struggente melodia.
Un primo tempo indescrivibile!!! Posso solo augurarmi che venga realizzato, come è nelle previsioni, il DVD del concerto e che tutti possano godere di questo momento di assoluta creatività e genialità.
Il secondo tempo ha inizio con un brano di circa dieci minuti con una melodia bellissima e classicheggiante che si sviluppa su un avvolgente e misterioso accompagnamento ad arpeggi.
Il secondo brano ha una partenza veemente e incisiva, con un basso ostinato e note ripetute che si rincorrono fino a un’improvvisa interruzione, preludio a una ripresa decisamente classica, quasi un’invenzione a due voci, con le linee melodiche che si intrecciano e sovrappongono. Dopo circa dieci minuti il brano ha una nuova stasi, su note staccate, alte e basse, lasciate risonare a lungo. Purtroppo alcuni colpi di tosse rompono l’atmosfera trasognata e sognante che si stava creando e costringono Jarrett a interrompersi e a dar vita alla solita gag con il pubblico. Ma, come tante altre volte ci è già capitato di constatare, l’interruzione non rovina l’ispirazione.
Jarrett riprende con accordi e melodia tipo standard e crea una nuova “americana”, un gioiello, un capolavoro assoluto di quasi dieci minuti.
E c’è ancora il tempo per circa altri quindici minuti di grande musica: un brano che inizia con dei trilli a più note lasciate risonare tenendo premuto il pedale, si sviluppa con una melodia innestata su bassi ribattuti e tenuti che diventano via via sempre più puliti e incisivi e danno vita a un classico momento iterativo jarrettiano, con melodie arabeggianti, concessioni blues, aumento di ritmo e finale con interruzione improvvisa.
Tre bis. Il primo è “Danny boy”, in un’ennesima, nuova, romantica e struggente riproposizione di circa cinque minuti.
Il secondo bis è un’incredibile versione di “Old man river”, circa sei minuti di genio assoluto! Strofa e bridge in versione classico-melodica, quindi ripetizione con basso ostinato e ripetitivo (suonato quasi tutto in piedi battendo il ritmo), ancora il bridge improvvisamente e sorprendentemente in stile bachiano e chiusura blues!!
Il terzo bis, dopo applausi trionfali e una standing ovation, è un altro bellissimo standard ballad già sentito ma di cui, purtroppo, non ho individuato il titolo (ci sarebbe voluto il mitico Riccardo Facchi al mio fianco!).
E dopo un concerto di tale intensità e bellezza è quasi sconveniente riferire di un avvenimento del tutto frivolo e di secondaria importanza. Ma so che qualcuno mi capirà e saprà comprendere, con la giusta indulgenza, questo mio entusiasmo un po’ infantile.
Grazie alla nostra amica giapponese che ci aveva procurato i biglietti (esauriti da due mesi!) siamo potuti entrare nel retro del teatro e abbiamo aspettato Jarrett davanti all’ascensore che l’avrebbe portato dai camerini all’uscita (fuori, intorno alle auto dell’organizzazione, si era formato un capannello di un centinaio di persone ma dentro non c’era nessuno). Quando si sono aperte le porte dell’ascensore e dietro a un paio di accompagnatori non identificati (non c’era il mitico Stephen Cloud) sono comparsi Jarrett e signora, vincendo, non so ancora come, l’emozione, la tachicardia, il tremore alle mani e grazie alla presenza di spirito di Roberto che, con grande prontezza e agilità, ha chiuso al maestro ogni via di fuga e l’ha incantato con un inglese fluente riuscendo, in 30 secondi, a fargli i complimenti per il magnifico concerto e a dirgli che eravamo venuti apposta dall’Italia per sentirlo, sono riuscito a mettergli in mano una biro (che è già stata riposta in una bacheca con vetro antiproiettile) e a farmi fare l’autografo sulla prima pagina del programma (un bellissimo libro di fotografie riportante tutti i concerti tenuti da Jarrett in Giappone, in edizione numerata non in vendita e riservata ai possessori del biglietto). Ovviamente il mito, pur non potendosi esimere dall’apporre la tanto desiderata firma, non ha mancato di sottolinearci come tale disdicevole attività fosse assolutamente sconsigliata per la buona salute e la conservazione del suo prezioso arto ( letteralmente: “That is bad for my arm”).
Ovviamente non chiedetemi cosa abbiamo fatto dopo il concerto! I miei ricordi riprendono dopo circa 15 ore quando, sia pure a fatica, ho cominciato a riavermi!
E siamo così giunti all’ultimo concerto, al Metropolitan Art Space, ancora un bellissimo auditorium di oltre 2000 posti (ma quanti ce ne sono a Tokyo?).
Jarrett si siede al piano intorno alle 19.05. Il primo brano ha un inizio classicheggiante, ancora una volta di chiara ispirazione bachiana. Dopo circa cinque minuti si sviluppa una melodia romantica e struggente che cresce sempre più in intensità e pathos, si incupisce su bassi inquietanti e misteriosi e torna lentamente alla luce con un nuovo sviluppo di grande dolcezza fino a chiudere il pezzo dopo circa venti minuti in totale.
Il secondo brano è una lunga, stupenda versione (oltre dodici minuti) di “Every time we say goodbye”, dolce, romantica, commovente, con una lunga coda finale con bassi ribattuti e ritmati e una conclusione improvvisa.
Il terzo brano inizia con leggere dissonanze sulle note alte, a creare quasi un effetto di campane. Poi il pezzo diventa free, dapprima molto leggero e sfuggente, poi sempre più incisivo e violento fino al parossismo, con irrefrenabili cascate di note. Quindi ancora l’effetto campane con note ribattute e ancora cascate di note, questa volta sui bassi, fino all’improvvisa interruzione dopo circa dodici minuti.
Il secondo tempo si apre con uno standard mediamente lento (purtroppo non ho individuato il titolo) di circa sette minuti, con molta improvvisazione e un finale rallentato con la melodia in grande evidenza.
Jarrett sembra un po’ indeciso sul da farsi. Prende un foglio che stava sul tavolinetto posto al suo fianco e lo appoggia sul pianoforte. Quindi parte con un altro standard, molto romantico e melodico, per circa altri sette minuti (e anche questa volta niente titolo).
Il terzo brano è “Bewitched” in una bella versione, lenta e cantabile, di circa sei minuti.
Alla fine di ogni brano Jarrett sembra leggere sul foglio che si è messo davanti( forse si è appuntato una serie di titoli “possibili”).
Il quarto brano è un altro standard di circa cinque minuti, con un bellissimo finale classicheggiante e fugato. Quindi ancora uno standard di oltre dieci minuti, con lunghe e bellissime divagazioni e improvvisazioni su un arpeggio di accompagnamento ripetuto. Purtroppo, in entrambi i casi, pur avendo riconosciuto la melodia dei pezzi, non sono stato in grado di individuare i titoli.
Il sesto brano è una struggente versione di circa dieci minuti di “As time goes by”. Jarrett, durante la parte di improvvisazione, aumenta leggermente il tempo fino a trasformarlo in uno swing, quindi rallenta e ritorna per il finale sul ritmo ballad dell’inizio.
Il concerto si chiude con un ultimo brano melodico abbastanza ritmato, di circa quattro minuti, che non ho riconosciuto e che potrebbe anche essere stato frutto di improvvisazione.
Tre bis.Il primo è un brano improvvisato di circa cinque minuti tutto giocato su un vigoroso riff di bassi ripetuti: una danza selvaggia con Jarrett sempre in piedi a battere il tempo e a dimenarsi e con stupendi stacchi finali e successiva ripresa del ritmo. Un’esplosione di gioia, una festa!
Il secondo bis è ancora uno standard, ancora una ballad di quasi dieci minuti suonata con grande sentimento e creatività (e perdonatemi l’ennesima carenza del titolo).
Il terzo bis, a ripagare il pubblico per gli applausi calorosi e per la standing ovation, è una lenta e commovente versione di “If I should lose you”.
Ho cercato di ricordare tutto e spero di essere riuscito a dare almeno un’idea della grandiosità di questi tre concerti, come sempre molto diversi tra loro ma tutti bellissimi per intensità e creatività. E chi ha assistito almeno una volta a un concerto di piano solo di Jarrett potrà immaginare lo sconvolgimento emotivo che tre avvenimenti di questo genere, concentrati nel breve spazio temporale di cinque giorni, sono in grado di provocare.
Ho ancora la mente piena di immagini, suoni, colori. E’ stato davvero difficile ritornare alla quotidianità. Ma ho aggiornato la mia lista dei concerti jarrettiani (42 dal 1983 a oggi!), mi risfoglio quasi quotidianamente il libro di foto autografato, alterno l’ascolto di “Always let me go” con quello dei “Sun bear concerts” e aspetto notizie per dare inizio a una nuova avventura.
Come dice il maestro: “Think of your ears as eyes”.Nov 8th, 2002 Scritto da Gianluigi Bozzi
Keith Jarrett Solo Piano Improvisations, 18 ottobre 2007, Teatro alla Scala , Milano

Non mi è simpatica, La Scala. Anche se non è che ci ho visto granchè, giusto qualche opera, per biglietti omaggio o rinunce, tra nobildonne ingioiellate e notabili con il papillon. L’unica volta che mi sono sentito bene è quando ho fatto sei ore di fila per un posto in piedi in piccionaia alle Nozze di Figaro. Mi sentivo nel posto giusto, la curva sud del teatro. All’opposizione.
E invece, domenica sera siamo in prima fila. Gli altri dietro, ex sindaci giudici presidenti opinionisti e dame, e va bene così. Gianluigi 92 concerti, Enzo 51, Mirco 36, Roberto 40, io 20, (Riccardo uno solo ma un milione di ore di jazz sul contachilometri), tra Osaka e Los Angeles. Ce lo siamo guadagnato, il posto a bordo palco.
Quando entra Jarrett, alle 8 e un paio di minuti, occhialetti scuri, pantaloni e camicia neri e un gilet grigio a disegni tribali double face, e si siede alla tastiera, penso al concerto di dodici anni prima, che ho mancato nonostante ogni sforzo, ma il cui disco ho consumato. Penso all’inizio dolcissimo, lirico, irresistibile, i primi 18 minuti che hanno fatto dire a centinaia di jarrettiani in tutto il mondo, my favourite album is La Scala.

Il primo pezzo di allora durò 44 minuti. Negli ultimi solo che ho sentito, a Roma Venezia Parigi Chicago, il primo pezzo è sempre piuttosto breve e tormentato, mette le dita sulla tastiera e ne tira fuori qualcosa di irto e dissonante. Quello mi aspetto, alle 20.03 di domenica sera. E invece, l’omino in nero mi sorprende ancora una volta.

Il secondo, invece, è appunto come mi aspettavo il primo. Free jazz, bop di impronta atonale, echi di In Front. Con una precisione e una limpidezza di fraseggio, che poi, e qui l’animo europeo se ne va sotto il palco, viene fuori l’americano. Emerge un ritmo che lo cambia in una specie di ostinato violento con echi di blues, per il godimento assoluto dei fans più evoluti. E la disperazione di un gentiluomo sui 90 nella fila dietro, perfetto abito da sera, panciotto e paipllon, che dice, nemmno tanto sottovoce, ‘Questo qui non ha mai sentito la musica!’. La moglie, di qualche anno più giovane, ma non molto, lo zittisce.

Al terzo pezzo una progressione di accordi che ricorda Heartland, bellissima, di una raccolta solennità. La dialettica vuole che il quarto sia di nuovo veloce e difficile. Del quinto pezzo si riconosce l’ispirazione perché la canta, quattro note a intervalli discendenti di quarta, più o meno. Un po’ modale, oserei dire.
L’ultimo della prima parte è un robusto, travolgente blues, che suona con una energia sorprendente. Ecco, a questo punto del concerto comincio a pensare che l’omino ha fatto un patto con il diavolo: a 63 anni ha il fisico asciutto, l’entusiasmo e la determinazione di un ventenne. Si alza, si china, si arcua, canta e danza tra lo sgabello e la tastiera, con raddoppi di velocità impressionanti. Quei video che circolano degli inzi degli anni 70, lui con una massa enorme di capelli che si avventa sul piano come un ossesso: è ancora lui. Il desiderio feroce di suonare.
L’intervallo non esco nemmeno dalla fila, niente foyer, niente bar, niente toilette delle signore della Milano bene da ammirare. Ci alziamo talmente entusiasti che i commenti fra di noi esauriscono il quarto d’ora di pausa.
Quando rientra, riprende il discorso del primo pezzo, o forse della Scala anni 90. Melodia accattivante, arpeggi, gemiti. Nel momento della maggiore concentrazione, in un pianissimo, piegato sui tasti alla ricerca di quel niente che separa una improvvisazione nebulosa da una ispirazione, un colpo di tosse in fortissimo dal centro della platea. Ahia.
Si ferma di colpo, si rialza. Il signore dietro di me dice . ‘Noooo!’. Jarrett chiude gli occhi un attimo, a sbollire il disappunto. Poi guarda la sala, una faro puntato negli occhi, e dice, senza acredine, anche con una certa rassegnazione: ‘No, it’s impossible. This cough.. I have lost this music, and you too, and it will never exist forever. Have you noticed that in hundreds of concerts I never coughed once? It’s a matter of concentration and respect. We are looking for silence, but the world is full of scream and noise. It’s a world… and I am American. I’m not proud of it.’
Deboli applausi. Qualcuno sibila, qualcuno parlotta, qualcuno approffitta per tossire. Magia del pezzo svanita. Lui riprende, ma a fatica. Un pezzo veloce, free, difficile. Deve ritrovare la concentrazione. Il successivo è più lungo, discontinuo, con squarci di bellezza. Ancora non si è ritrovato. Si vede che cerca ma non trova. Ha già fatto nove pezzi, potrebbe alzarsi e uscire e iniziare la liturgia dei bis.
E invece no. Poggia le dita di nuovo sulla tastiera, e va. Mi ricordo che da piccolo studiavo l’Hanon, un metodo di esercizi per le dita, e quasi verso la fine c’era un esercizio che si chiamava Tremolo, e c’era una nota che di ceva: quando Seibelt iniziava a suonare il tremolo, in sala calava un brivido.
Alla Scala cala un brivido. Un tremolo con la mano destra, incessante, martellante, e con la mano sinistra una melodia commovente. Ho i brividi, guardo Enzo sulla mia sinistra con gli occhi sgranati, tutta il teatro trattiene il fiato. Quando finisce, un uragano liberatorio di applausi.
Così può finire. Così l’incidente è chiuso. Col viso imperlato di sudore, stremato, sta in mezzo al palco, si inchina, entra ed esce diverse volte. Finche non si risiede, e ci regala quattro bis. My Wild Irish Rose, una versione delicata ma il cui tessuto armonico e ritmico si arrichisce via via e diventa un piccolo capolavoro. Poi un blues improvvisato, quindi uno standard che nessuno riconosce – almeno così pensiamo.

All’ultima uscita si fa accendere le luci in platea, e si caspice chiaramente che vuole godersi lo spettacolo. Mi volto verso i palchi, ed è veramente da trattenere il respiro. Tutta la Scala lo sta osannando. Noi in piedi nelle prime file. Poi finisce con Old Man River, Jarrett l’europeo, Jarrett che si dispiace di essere americano finisce con un classico dell’epopea afroamericana. Appalusi che non finiscono. Sorride ed esce.
Dopo la fine del concerto, Steve ci fa segno di entrare. Keith Jarrett ci riceve e non l’ho mai visto così amabile. Divertito e ironico nel resistere alle richieste di autografo, sull’interruzione per la tosse finge di battere la testa contro il muro, poi parla dell’America, della globalizzazione, della perdita della semplicità e della spontaneità, ci rivela che lo standard del bis non era un vero standard ma una improvvisazione in forma di standard, ci dà la mano, la sinistra come sempre, e alla fine fa firmare gli autografi alla moglie. Con il suo nome, e con un sorriso.
Era annuciata la registrazione del concerto, spero di poter risentire la soffusa meraviglia del primo pezzo, lo strepitoso blues, il tremolo, Ol’man River. Siamo gli ultimi. I portoni del grande ingresso del teatro sono chiusi e girovaghiamo un po’ prima di trovare l’uscita. Esco, tento di rubare il manifesto da sotto una bacheca ma si straccia e a malincuore lo lascio lì, di fronte a quello della Madama Butterfly. Allontanandomi verso via Manzoni, mi giro un’ultima volta, e guardo l’ingresso imponente della Scala, illuminato di luce gialla, con la bandiera italiana che sventola all’aria fresca di ottobre.
Ero su tracce e sentieri ed ho trovato
Cari amici,








Venerdì, lemmi lemmi, senza prendere autostrade e quindi raddoppiando i tempi dello spostamento (per uno come me che vorrebbe solo stare fermo, anche un viaggetto è uno stress) ce ne andiamo a Brescia. Dove Keith Jarrett terrà l'ultimo suo concerto in Italia (di quest'anno?).
Qualcuno dei miei amici conosce la mia venerazione per questo pianista. Il massimo del Novecento. Un talento genetico poi alimentato e sostenuto da un lavoro (sì:lavoro) quotidiano di ore ed ore, per giorni e giorni, per anni e anni. Uno sforzo di improvvisazione sulla scena del tutto unico: una concentrazione impossibile per trovare, come dice lui stesso, una nota, quella nota di quel momento. Una nota che non ritornerà più. L'unica, solo quella e solo quella volta e poi mai più.
Ci sono persone (una l'ho incontrata sulla rete proprio oggi) che lo inseguono nei teatri d'Europa per cogliere quell'attimo.
Ebbene ieri a Perugia è andata così:
"Quando dal buio sono sbucate tre ombre, Jarrett caracollando verso il microfono e con aria sprezzante e ingiustificatamente provocatoria ha sibilato: "Non parlo Italiano ma qualcuno deve aver detto a tutti gli 'assholes' (intraducibile senza deviare nello scurrile) presenti di mettere via tutte queste fottute macchine fotografiche. Se non lo fate immediatamente mi riservo il diritto di lasciare immediatamente il palco e questa 'God Damn City' (maledetta città ndr), così voi avrete pagato per vedere nulla, ricordatevi che il privilegio è vostro, non certo il mio".
Dopo i magnifici tre (Peacock, Dejohnette e Jarrett) hanno suonato a dirla con le parole del cronista di prima "una musica di una bellezza stordente".
Poi, a fine concerto, uno stronzo del pubblico inveisce contro di loro con un "motherfucker".
E così i tre se ne vanno senza i ricercatissimi bis. Quelli per cui i tre tirano fuori e sublimano gli eterni standard jazzistici.
E ora questi giornalistucoli del cazzo lo criticano, inveiscono sul suo carattere. E sono giornalisti "specializzati". Immagino i cronachieri della serata.
Signori miei: di Keith Jarrett le generazioni degli umani ed anche degli extraterrestri ne tirano fuori uno ogni due secoli.
Lasciatelo stare.
State zitti. Mettete via i flash. E le cineprese da giapponesi che visitano Venezia. E i telefonini con i quali la mamma vi chiama per dire che ha versato la pasta.
Abbiamo il privilegio di essere contemporanei di un genio.
Proviamo ad avere un po' raccoglimento.
Non sprechiamoci. Forse venerdì i tre individueranno quel corridoio che porta a "Prism". Solo quella sera avevano imboccato quel sentiero. E per un flash lo si sarebbe perso.
Accontententiamoci.
Vogliamoci bene.
Siamo piccoli ascoltatori.
Siamo persone che facciamo (bene, magari) il nostro lavoro.
Ma non siamo dei geni.
Non abbiamo dedicato centinaia di giorni a scoprire le armonie nascoste nelle pieghe delle note.
Si va a Brescia con la possibilità di andarci per niente. Come Jannacci: "Son venuto da Como per niente ...".
Dea pagana della musica, fai che qualche cretino non mandi a puttane questo appuntamento desideratissimo.
Qui sotto il video, giustamente, si sofferma sulla faccia felice e beata di Gary Peacock. Ma chiudete un attimo gli occhi. Fatto? Li avete chiusi? Cosa sentite? .... Keith Jarrett che si è infilato nel corridoio dl capolavoro. E gli altri due lo guardano con gratitudine ed amore. Perchè è lui che ha aperto le porte di quel paradiso terreno.
Keith Jarrett questa estate ha suonato alla Fenice di Venezia.