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2° metà del 900-later than never. “Perché vale la pena di vivere? E’ un’ottima domanda… Be’, ci sono cose per cui vale la pena di vivere … Per esempio, per me, direi … tutta la musica e le interpretazioni di Nina Simone … la voce di Ray Charles, quasi sempre … Il ballo di Al Pacino in Scent of a Woman … le note di John Lewis quando volano nelle fughe di Bach … Louis Armstrong, l’incisione di West and Blues del 1928 … i film di Sergio Leone … i racconti di Stephen King … gli azzurri e i gialli di Van Gogh … i quadri di Peppo Spagnoli, che dimostra che si può fare molto anche da luoghi piccoli … il definitivo e prospettico Logos-Pensiero di Silvia Montefoschi ... il minimalismo, perchè sono minimo ... su tutti e tutto il sorriso di Luciana …. ... e poi anche ... e ancora ...” (rielaborato su suggestione di Woody Allen in Manhattan, con qualche cambiamento).

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venerdì, 08 maggio 2009

Persone: Peppo Spagnoli, fondatore della casa editrice discografica Splasc(H)

Chiedeva la piattaforma Splinder alla apertura di questo Blog:

"Chi sono?"

Rispondevo:
2° metà del 900-later than never. “Perché vale la pena di vivere? E’ un’ottima domanda… Be’, ci sono cose per cui vale la pena di vivere … Per esempio, per me, direi … tutta la musica e le interpretazioni di Nina Simone … la voce di Ray Charles, quasi sempre … Il ballo di Al Pacino in Scent of a Woman … le note di John Lewis quando volano nelle fughe di Bach … Louis Armstrong, l’incisione di West and Blues del 1928 … i film di Sergio Leone … i racconti di Stephen King … gli azzurri e i gialli di Van Gogh … i quadri di Peppo Spagnoli, che dimostra che si può fare molto anche da luoghi piccoli … il definitivo e prospettico Logos-Pensiero di Silvia Montefoschi ... il minimalismo, perchè sono minimo ... su tutti e tutto il sorriso di Luciana …. ... e poi anche ... e ancora ...” (rielaborato su suggestione di Woody Allen in Manhattan, con qualche cambiamento).

Chi è Peppo Spagnoli?



Oltre ad essere stato un amico di mio padre, che a 60 anni aprì un negozietto per la vendita di dischi 33 giri (non arrivò neppure alla svolta dei Cd: morì prima), Peppo Spagnoli è questa persona:

Alberto Cima intervista Peppo Spagnoli

In Jazz Magazine marzo – aprile 2009-05-08


Da quasi 27 anni l'etichetta varesina propone il migliore jazz italiano - senza dimenticare però quello internazionale -, di cui da sempre è vetrina attenta e stimolante, che apre ampi spazi ai giovani e alle idee innovative. Grazie in primis al suo lungimirante presidente.

 

 

Il 4 dicembre 1982 nasceva, ad Arcisate (Va­rese), l'etichetta discografica Splasc(H) (si legge come si scrive), acronimo di "Società Promozione Locale Arte Spettacolo e Cultura", con l'obiettivo di favorire, senza alcun fine di lucro, attività educativo-culturali. Artefice dell'inizia­tiva, unitamente ad alcuni amici, Peppo Spagnoli, ancora og­gi ne è il presidente, grande amante della musica afroame­ricana, sua passione sin dagli anni giovanili. Senza di lui - persona squisita, gentile e sempre disposta al dialogo - non avremmo una delle case discografiche più si­gnificative, non solo in ambito nazionale, tesa a valorizzare il jazz italiano in ogni suo aspetto: dalla fertile vena lirica al­le atmosfere solari, dalla tecnica all'espressione, sino alla pa­dronanza armonica. A oggi sono circa ottocento i dischi pro­dotti da questa infaticabile etichetta, che raccoglie il meglio del nostro panorama jazzistico, dando spazio anche alle fi­gure emergenti, ai giovani che potranno lasciare un solco im­portante nella sua evoluzione.

Particolare caratteristica della Splasc(H) è pure la veste gra­fica, moderna e accattivante. Molte copertine sono state ideate e dipinte direttamente dallo stesso Spagnoli, che si è occupato sino a poco tempo fa di disegni per tessitura, sua fonte di reddito principale.


Lo abbiamo incontrato, per fare il punto della situazione di questi quasi 27 anni di attività discografico-musicale e per farci dire come è cambiato in questi anni il mondo del jazz italiano.

"Certamente in meglio", ci dice con il suo fare sem­pre amichevole. "Ha assunto un ruolo fondamentale anche in ambito internazionale. Abbiamo musicisti di alto livello, og­gigiorno fra i migliori in assoluto, americani compresi. Ab­biamo giovani talenti di elevato spessore artistico, per cui non è più un jazz italiano, è jazz."


Qual è oggi l'orientamento jazzistico europeo?

 "Non c'è una rivoluzione o un'evoluzione eclatante, com'è av­venuto negli anni 60/70. Si rimane in buona parte ancorati all'hard bop. Molti musicisti italiani, ad esempio, si ricono­scono in questo stile. Penso che oggi non si possa più dire "il jazz italiano fa" oppure "il jazz americano fa", ormai il jazz è universale. I nostri artisti (italiani ed europei) sono molto at­tenti e sensibili, per cui si evolvono naturalmente in linea con quello che succede nel mondo. Il jazz europeo, italiano e francese in particolare, ha raggiunto un livello elevatissimo. Re­stano sì i caratteri, ma nel dettaglio quello che succede in que­sti Paesi è lo stesso che accade in tutto il mondo."


Quali sono i giovani emergenti?

"Ce ne sono tanti e non vorrei dimenticarne qualcuno. Però posso ricordare in questo momento Felice Reggio (trombet­tista, nonché direttore e arrangiatore), Max Tempia (organi­sta), Massimo Serra (batterista), Duccio Bertini (sassofoni­sta e clarinettista), Vincenzo Iacono (chitarrista), Pino Jodi-ce (pianista), Giuliana Soscia (fisarmonicista e cantante), Ste­fano D'Anna (sassofonista) e la sassofonista Helga Planken-steiner, che suona spesso in gruppi italiani


Quali sono state le maggiori difficoltà che ha dovuto supe­rare in questi ultimi anni di attività?

 "In primo luogo sicuramente difficoltà di carattere finanzia­rio, dovute al calo di vendite dei ed. Non si possono stam­pare meno di 500 copie per ogni disco, poiché la produzio­ne in un certo senso è fissa, ma la vendita è molto più len­ta, si produce, ma non sempre si vende o si vende poco. Adesso si scarica quasi tutto da Internet."


C’è ancora, secondo lei, un futuro per il Cd?

"Credo di sì, anche se si tende ad acquistare sempre meno musica con i supporti tradizionali. Come dicevo la musica pre­valentemente si scarica. Per i giovani stare al pc è come un gioco; lo sanno utilizzare meravigliosamente e non trovano le difficoltà che incontrano quelli della mia generazione."


Però si può dire che molti grandi jazzisti italiani abbiano mos­so i primi passi proprio con la Splasc(H)...

"Non i primi passi, ma il primo passo. Il primo disco, Lunet, era stato regi­strato il 17 marzo 1982 con l'European Quartet di Gianni Basso, a cui era seguito il Guido Manusardi Quintet in Bridge Into The New Generation. Nel 1984 aveva visto la luce Streams con Tiziana Ghiglioni e il suo Sextet. È sta­ta una delle prime al mondo a canta­re brani di Thelonious Monk. Qui ap­pariva, in veste di direttore artistico e pianista, l'indimenticato Luca Flores. Persino Paolo Fresu (Ostinato, 1985) è stato tenuto a battesimo dalla Splasc(H). Mi piace poi ricor­dare anche Pietro Tonolo, Pino Minafra, Stefano Battaglia, Roberto Ottaviano, Attilio Zanchi, Riccardo Fassi, Tiziano To­noni, Tino Tracanna, Paolino Dalla Porta, Umberto Petrin, An­tonello Salis, Arrigo Cappelletti... So di non poterli citare tut­ti, e questi sono solo alcuni."


Flores è stato una punta di diamante della sua etichetta. Co­me ricorda questo pianista prematuramente scomparso?

 "Lo ricordo con grande affetto. Ero rimasto molto colpito dal­la sua arte e dal suo modo di suonare. Notevoli i suoi arran­giamenti e l'orchestrazione, ottimo come pianista. In lui non vi era solo tecnica, ma anche emozione. In qualche modo, con la sua produzione artistica, è rimasto legato a me. Ri­cordo ancora, come se fosse oggi, il suo piano solo prodot­to poco prima di suicidarsi. "How Far Can You Fly" è una del­le sue composizioni straordinarie. Dopo un periodo di oblio è ritornato in auge grazie al libro scritto da Walter Veltroni."


Quale ricordo ha invece di Giancarlo Prina, indimenticabile batterista?

"Non ho un ricordo diretto, con me infatti non ha mai inciso alcun disco a suo nome, ma era presente come batterista in vari gruppi. Mi ricordo l'ultimo ed, bellissimo, con il pianista Giuseppe Emmanuele. Prina è stato indubbiamente un gran­de batterista, un artista eccellente, fuori dalla normalità. Era già un grande, lo si sentiva nel tocco, sin dagli esordi, già molto apprezzato."


La Splasc(H) si è sempre caratterizzata per essere, in un cer­to senso, la portavoce del nuovo jazz italiano. Ancora oggi l'etichetta mantiene questa prerogativa?

 "Senz'altro. È vero, è stata la portavoce del jazz italiano e con­tinua a esserlo. Carattere particolare dell'etichetta è quello di offrire una musica fresca, nuova, sempre in divenire. Di­rei alla pari con le espressioni e le manifestazioni che carat­terizzano questa musica in tutto il mondo.


" Ricorda qualche aneddoto?

"Siamo nel 1983: in quel periodo sognavo il jazz anche di not­te. Si sposava mia figlia Simona e, per l'occasione, avevo pen­sato a un evento jazzistico. Avevo così invitato Basso e Manusardi a esibirsi in un locale di collina, un ristorante a Montallegro, vicino Varese. Era il primo incontro per tutti e due e si temevano, ognuno aveva "paura" dell'altro. Improvvisa­mente si erano trovati insieme a suonare, senza avere fatto delle prove. Era tutto improvvisato, nel miglior stampo della musica jazz. Finiva un assolo e subito ne cominciava un al­tro, senza tregua: ne sono uscite tante cose interessanti. Nacque così il disco Maestro+Maestro = Exciting Duo, inci­so a Induno Olona il 20 febbraio 1983."


Avete però dato vita anche a una collana di musica stranie­ra...

"Sì. È quella che ho denominato "World Series", ossia una collana in cui ci sono musicisti americani e comprende un cen­tinaio di titoli. Grandi sono gli interpreti: da Anthony Braxton e Dave Douglas a Butch Morris, da Sheila Jordan a Tim Ber­ne, da Henry Texier e Mick Goodrick a William Parker, da Mat­thew Shipp a David S. Ware. Di grande interesse è anche la "Contemporary Series", in cui la figura di Andrea Rossi An­drea emerge in modo evidente."


Qual è l'obiettivo della "Splasc(H)" nei prossimi anni?

 "È triste doverlo ammettere, ma il primo obiettivo è soprav­vivere. Ce in realtà una crisi del disco che fa paura. Tut­ti sperano che possa essere superata, ma... Dobbiamo re­sistere, resistere, resistere. Sono certo che il ed, o qual­siasi possibile evoluzione tecnica, non sparirà, come non spariranno i libri, Ma forse più che una certezza è la spe­ranza di chi, su dischi e libri, ha fondato la propria vita. Bisogna attenersi ai fatti: il disco è crollato; e come dice­vo prima sta imperando il computer. Ed è per questo mo­tivo che la nostra etichetta sarà pronta a breve per river­sare la propria musica sulle più importanti piattaforme web. Cominceremo sicuramente dai dischi ormai esauri­ti da tempo, la cui richiesta è ancora molto viva, ma con­tiamo, con il consenso dei musicisti, di estendere questa opportunità a tutto il catalogo."


C’è qualche progetto, nel quale crede, che uscirà prossima­mente in Cd?

"Sì. È un disco di Ghiglioni che canterà composizioni di Mal Waldron. Atteso da parecchio tempo, quest'anno finalmen­te uscirà. Sarà un'occasione speciale perché coinciderà con i trentanni di carriera di Tiziana, un grande traguardo per una delle vocalist più importanti del panorama del jazz italiano. Penso che sia una prova superba. Waldron è un composito­re eccellente, la sua musica non è semplicissima, ma la vo­ce di Tiziana, con l'ottima interpretazione, lo ha trasformato in un caposaldo."

Connessioni:
postato da: AMALTEO alle ore maggio 08, 2009 11:15 | link | commenti (12)
categorie: destini, ascoltare jazz
venerdì, 13 marzo 2009

La grande storia del Jazz, allegati all'Espresso e Repubblica, 12 uscite, a cura di Massimo Nunzi



Sto vedendo il Dvd allegato al n. 1 di:

LA GRANDE STORIA DEL JAZZ,
la Musica di Repubblica - L'Espresso, marzo-giugno 2009


Pur essendo il piano dell'opera scandito lungo la consueta linea storica (le Origini, le Città del jazz, le Grandi Voci, le orchestre dello Swing, Be Bop, Cool & California, Monk/Mingus/Rollins, Davis/Coltrane, Jazz Rock, Oggi) il Dvd curato da Massimo Nunzi fa davvero la differenza in rapporto alle analoghe raccolte degli anni passati.
La spiegazione è didattica ed è alternata a spezzoni musicali di jazzisti italiani.
E' un lavoro di sicuro valore culturale e durevolezza nel tempo.
Lo consiglio come antidoto alle notizie quotidiane da depressione sulla crisi economica (in realtà bancaria, finanziaria, economica, in giusta sequenza).
La cultura della improvvisazione nell'attimo presente è lo sguardo che occorre.
postato da: AMALTEO alle ore marzo 13, 2009 16:50 | link | commenti (9)
categorie: ascoltare jazz
domenica, 04 gennaio 2009

Il secolo del Jazz: Jeff Wall, After "Invisible Man" by Ralph Ellison. Rovereto, Mart, 2° puntata

L'ultimo capitolo della mostra "Il secolo del Jazz" di Rovereto presenta un'opera che per Daniel Soutif, è il punto di arrivo della storicizzazione di questa arte:
Jeff Wall, After "Invisible Man" by Ralph Ellison, The Prologue, 2000



Wall illustra, con una fotografia di enorme suggestione, il protagonista del romanzo di Ralph Ellison The Invisible Man, seduto in una cantina dove vive e dove ha istallato 1350 lampadine illegalmente allacciate alla corrente elettrica, mentre ascolta What Did I Do To Be So Black and Blue (1929) di Louis Armstrong

"Per ora ho un solo radio-grammofono; ma conto di averne cinque. Nel mio buco c'è una certa immobilità acustica, e quando c'è musica voglio sentirne le vibrazioni, non solo con le orecchie ma con tutto il corpo. Mi piacerebbe sentire cinque dischi di Louis Armstrong che suona e canta What Did I Do to Be so Black and Blue tutti insieme. Adesso sto ad ascoltare Louis, qualche volta, succhiando il mio dessert preferito, gelato di vaniglia al liquore. Verso il liquido rosso sulla massa bianca, e lo guardo luccicare ed evaporare mentre Louis plasma quello strumento militaresco in un raggio di liriche note. Forse mi piace Louis Armstrong perché è riuscito a trasformare in poesia il fatto d'essere invisibile. Credo che questo avvenga perché egli non si accorge di essere invisibile. E la mia comprensione dell'invisibilità mi aiuta a capire la sua musica.
"

da Ralph Ellison, Uomo invisibile, traduzione di Carlo Fruttero Lucentini e Luciano Gallino, Einaudi, Torino, 1956

 
postato da: AMALTEO alle ore gennaio 04, 2009 12:39 | link | commenti (8)
categorie: ascoltare jazz
martedì, 30 settembre 2008

Jazz: la SPLASC(H) di Peppo Spagnoli e la PHILOLOGY di Paolo Piangiarelli

 

copertina di Peppo Spagnoli


... il disco del Jazz italiano, vive la sua stagione d’oro tra gli anni ’70 e gli inizi dei ’90, grazie soprattutto all’impegno ed alla passione di alcuni “piccoli” produttori indipendenti ...

da Jazz from Italy

 

postato da: AMALTEO alle ore settembre 30, 2008 11:43 | link | commenti (2)
categorie: destini, ascoltare jazz
martedì, 17 giugno 2008

Non ci sono piĂą: il pianista svedese Esbjorn Svensson del trio EST

Da una E.Mail:


questa mattina abbiamo ricevuto questa tristissima notizia dalla direzione EST sul pianista svedese Esbjorn Svensson del trio EST:

Esbjorn Svensson muore il 14 giugno 2008 in un incidente per una immersione sub.

Sapendo che anche tu sei un  accanito ammiratore di questo complesso ispiratore e delle loro consistenti e brillanti performances, nel corso degli anni, per IMC a Vicar Street, ti chiediamo di unirti a noi dimostrando tutta la nostra più profonda partecipazione alla famiglia Esbjorn e ai colleghi del suo trio Dan Berglund e Magnus Ostrum.

 

Il pianista e compositore svedese Esbjorn Svensson è morto in un incidente sabato 14 giugno 2008 all’età di 43 anni. I nostri pensieri vanno, con profonda partecipazione, alla moglie, vedova, ai bambini e a Dan Berglund e Magnus Ostrom, uniti nella musica da parecchio tempo.

Esbjorn Svensson era uno degli artisti jazz più influenti della storia contemporanea e il suo complesso E.S.T. è considerato il gruppo jazz di maggiore successo in Europa e oltre.

E.S.T. è diventato famoso per il loro innovativo mix di jazz con il rock contemporaneo ed anche elementi di musica classica raggiungendo l’audience di giovani e adulti nei loro concerti in tutto il mondo. I loro album regolarmente entravano nelle classifiche jazz e pop ottenendo numerosi awards.

Esbjorn Svensson nacque il 16 aprile del 1964 a Vasteras, Svezia. Sua madre suonava piano classico, suo padre amava Ellington e Svensson ascoltava alla radio gli ultimi successi pop. Alla scuola superiore, Esbjorn suonò nei suoi primi complessi, prendendo lezioni di piano per tre anni. Poi seguì quattro anni di studi musicali all’università di Stoccolma dove Svenson sviluppò l’abilità tecnica necessaria per esprimere pienamente le sue intuizioni. Così la sua esuberanza musicale giovanile e spensierata potè maturare in creativa consapevolezza.

Nel 1993 Svensson fondò E.S.T. insieme al suo amico d’infanzia Magnus Ostrom, percussionista, e al bassista Dan Berglund e si concentrò completamente con questo trio completando il lavoro sul loro dodicesimo e ora definitivo album “LEUCOCYTE”..

Come nota personale mi sento di aggiungere: “Esbjorn Svensson fu il più fine di tutti gli uomini che io abbia incontrato, semplice, modesto, rispettoso – LA SUA LUCE   LLUMINO’ IL MONDO INTERO e la sua musica ispirò persone in tutti gli angoli del mondo”!

Burkhard Hopper

 

Da: “The Gardian”:

Jazz pianist Ebjorn Svendon morì in un incidente Sub.

Martin Hodgson

Lunedì, 16 giugno 2008

The Guardian

 

Esbjorn Svenson, pianista e compositore jazz svedese, è morto in un incidente sub, l’ha comunicato il suo manager ieri.

Burkhard Hopper, manager del Trio di Esbjorn Svenson (E.S.T,), comunicò che Svensson morì sabato a Stoccolma. Aveva 44 anni. Secondo il sito allaboutjazz.com stava nuotando vicino a un molo con molti altri quando successe l’incidente; fu trovato con parecchie ferite sul fondo marino e la rianimazione non ebbe successo.

Scondo John Fordham, critico Jazz di “The Guardian”, Svensson era un fenomeno raro nel mondo del Jazz: “Un eroe secondo le critiche più severe e una star internazionale secondo le critiche più scontate”.

Una serie di 13 album ottenne il plauso della critica e il successo commerciale per la sua combinazione di jazz contemporaneo intersecato con rock, pop ed elettronica.

Ieri, Hopper comunicò all’agenzia di stampa Reuters: Dal punto di vista musicale, ERA LA LUCE CHE    ILLUMINAVA IL MONDO, PERCHE’ IN CIO’ CHE FACEVA EGLI SPINGEVA IN LA’ I CONFINI.

“Lui, disse, stava seguendo la musica che scaturiva dal suo interno. La sua musica ispirò persone in tutti gli angoli del mondo.”

Formatosi nel 1993, E.S.T. fu il primo gruppo europeo ad essere onorato sulla copertina della prestigiosa rivista jazz americana Down Beat nel 2006.

Nel 2006, il gruppo, con Dan Berglund sul doppio basso e Magnus Ostrom sulla batteria, vinsero l’European Jazz Award e il BBC Jazz Award.

Ha lasciato moglie e due figli.

 

Traduzione della mia preziosa amica Prisma

 

Qualche pensiero:

  • Tristissima notizia. 
    Solo il jazz riesce ad identificare in modo assoluto la musica con il musicista. Impossibile
    piangere l'uomo senza fare lo stesso con il pianista.
    Quanto buona musica resterà non scritta..., Dodo
  •  

Vorrei ricordarlo con il suo primo pezzo che mi ha folgorato:

The Face of Love
in Good Morning Susie Soho, 2000




postato da: AMALTEO alle ore giugno 17, 2008 13:01 | link | commenti (3)
categorie: ascoltare jazz, vivere morire
giovedì, 12 giugno 2008

Ascoltare Minimal Jazz: Nik Bärtsch's Ronin

  • Jazz Minimal
postato da: AMALTEO alle ore giugno 12, 2008 18:48 | link | commenti
categorie: ascoltare jazz, ascoltare the necks
domenica, 25 maggio 2008

Toumani Diabate', The Mande' Variations

Toumani Diabatè suonerà a Ferrara il 24 luglio 2008
manifestazione Ferrara sotto le stelle
grazie per questa informazione a Giuseppe Federico di Onda Rock


In questi giorni ascolto spesso:

Toumani Diabate'
The Mande' Variations

Links:

MySpace
Toumani Diabaté Website
World Circuit Records Website

Videos:
Toumani Diabaté plays the kora
Toumani Diabaté live at MetroTech Brooklyn



Mi affascina per vari motivi.
In primo luogo per le risonanze antiche che sa elaborare e trasmettere. Mi viene in mente quell' "Africaaaa ..." di Nina Simone, in una delle sue espressioni dentro l'interpretazione di Little Girl Blue in quella serata a Montreux, nel 1976: " .... Africaaa ..."  A 6 minuti e 50 ...
Poi per la qualità dei suoni singoli ed orchestrali che vengono fuori dalla Kora. Dice Jazzfromitaly di questo suono:
 

Assistere ad un concerto per kora solo è un'esperienza unica.
Ti chiedi come sia possibile ascoltare quella cascata di suoni, da dove nascono quei bordoni come giri di basso ed allo stesso tempo ti ritrovi a godere di quelle lunghissime melodie, cristalline, con mille impercettibili variazioni e sempre nuove.

E, infine per le contaminazioni con la musica europea e gli stilemi della improvvisazione jazz.
In Kaunding Cissoko, sento le fughe bachiane rilette da John Lewis:



Connessioni:

  • intervista a Toumani Diabatè e tecnica di costruzione della Korà. Video rintracciato da Prisma:
  • recensione di Giuseppe Federico e Diego Capuano in Ondarock: 
La cultura del continente africano custodisce tradizioni ancestrali di preservazione e diffusione della propria cultura e del proprio passato. La musica si è sviluppata in un contesto storico privo di scrittura e ha assunto il ruolo importante di principale veicolo di comunicazione della tradizione popolare. Nel Mali l’unico vero depositario della memoria storica del proprio popolo è il djeli (letteralmente “trasmissione attraverso il sangue”), il cantore e musicista meglio conosciuto in Occidente con il termine di derivazione francese griot.
Questa figura ha un ruolo sociale importante in quanto è il custode del patrimonio di temi e melodie trasmessi nei secoli attraverso le generazioni. E’ ad esso che si fa riferimento per affermare l’identità culturale del popolo mandè e per divulgare le storie e le gesta degli antenati, degli spiriti e della propria famiglia o gruppo etnico.
La kora è lo strumento tradizionale suonato dai djeli di etnia mandinka. Si tratta di un’arpa liuto a 21 corde che si compone di una cosiddetta calabash, ovvero una grossa semi-zucca ricoperta di pelle di mucca (o di antilope e talvolta capra), alla quale è attaccato un manico che fa da tirante per le 21 corde che si inseriscono, in due file parallele rispettivamente di 10 e 11 corde. Le corde sono legate al manico da anelli di pelli che determinano l’accordatura.
Ovviamente esistono delle varianti di kora, e svariati gli sono stili, le tecniche e le accordature della stessa. Addirittura le origini dello strumento sono incerte: secondo Diabatè la kora risale ai tempi di Soundjata Keita, il primo re dell’impero del Mali del XIII secolo e dopo peripezie capitata nelle mani di un antenato dello stesso musicista.

Toumani Diabatè è soltanto uno degli ultimi discendenti di una famiglia di importanti musicisti: suo padre era Sidiki Diabatè,uno dei protagonisti della musica del Mali e colui che pubblicò il primo disco di sola kora in assoluto (“Cordes Anciennes”, 1970).
Sono essenzialmente due le scuole importanti di kora: quella del Gambia e quella del Mali. La prima fa un uso della kora come strumento solista, quella del Mali la usa prevalentemente come strumento di accompagnamento per i cantanti.
Per la registrazione di questo disco l’artista ha apportato alcune modifiche alla kora: per la prima volta, in alcuni brani, sono state utilizzate delle corde tipiche delle arpe di tipo occidentale. Altra novità è l’utilizzo di chiavi di legno al posto di tradizionali anelli di pelle adoperati per il tiraggio delle corde. Queste modifiche nell’accordatura dello strumento hanno determinato un suono più limpido e armonico.

L’importanza di “The Mandè Variations” (i mandè sono un gruppo etnico dell’Africa Occidentale, definiti dalla cultura e dalla lingua piuttosto che dall'etnicità, alla cui popolazione mandinka, inclusa in questo gruppo, appartiene Diabatè) è spiegata proprio dalle variazioni dai temi del repertorio tradizionale del Mali e dall’uso pionieristico della kora. La caratteristica principale è costituita dalla libera improvvisazione e dalla “variazione” di ritmo, armonia, tema, melodia e dalla contaminazione con altre sonorità: temi tipici del jazz (“Ali Farka Tourè”, dove fraseggi di assoluta libertà impro-virtuosistica sono spezzati da momenti di struggente intensità lirica), minimalismo (in “Ismael Drame”, dedicata alla propria guida spirituale, l’atmosfera si fa più cupa e riflessiva), raga indiano (“El Nabiyouna” ricorda fraseggi di sitar indiani, prima di sfociare in una dinamica più energica del solito), fino a un accenno western morriconiano (la conclusiva “Cantelowes”, che finisce poi con il dipanarsi in un intreccio ritmico e melodico tipico dello stile del più classico di Diabatè).
Tra le dediche da segnalare anche quella di "Kaounding Cissoko" a un altro amico e musicista scomparso: Baaba Maal, fenomeno pop (chitarrista, cantante, ballerino) del Senegal.

L’album arriva venti anni dopo l’esordio del musicista maliano, quando a 21 anni pubblicò “Kaira”, l’altro lavoro per sola kora che inaugurò una carriera ricchissima di prestigiose collaborazioni, valga per tutte quella con il mai troppo compianto Ali Farka Tourè: “In The Heart Of The Moon”, uscito nel 2005 e Grammy Awards 2006.
Ciò che rende l’opera unica è la grande semplicità e raffinatezza nel combinare i vari passaggi sonori, rivisitare le melodie tradizionali dei djeli scavando nelle radici arcaiche senza tuttavia snaturarle anzi arricchendole con altre influenze. Tutto il disco è permeato da momenti di grande intensità e lirismo che lasciano senza fiato: Diabaté dimostra una padronanza assoluta dello strumento improvvisando con una naturalezza disarmante e dettando in contemporanea la linea di basso, accompagnamento e improvvisazione.

In “Si naani”, forse uno dei momenti più intensi del disco, ricorre a una scala di tipo orientale detta “egizia” e, attraverso in una serie rivisitazioni di alcune melodie dei djeli del Mali del nord e del centro, parte da una canzone d'amore, "Maramba Musu", snodandosi attraverso una serie di rielaborazioni fino a "Njaaro” (una melodia tipica dei djeli di etnia fulani).
Territori musicali inediti, dove l’equilibrio tra tradizione e modernità riesce a trovare un importante punto d’arrivo. Un po’ come faceva John Fahey con la sua chitarra, con un’intensità che spazza subito via qualsiasi accusa di virtuosismo gratuito, Toumani Diabatè riesce ad architettare con spontaneità una musica che, senza l’utilizzo di parole, fa parlare e vibrare terra e anima, facendo emergere secoli di culture e tradizioni del proprio paese.
“The Mandè Variations” è un album bello e non facile, una preghiera in otto movimenti lontana da qualsiasi moda o tendenza.

(18/04/2008)



Su questo concerto ha scritto Jazzfromitaly:

Venerdì sono andato ad un concerto unico, quello di Toumani Diabatè organizzato dagli amici di T.P. Africa. Un concerto bellissimo, che avrebbe meritato l’auditorium di Roma, l’attenzione dei media, ed un pubblico più numeroso. Due ore di poesia unica, di improvvisazione felice e di una valenza culturale enorme, come ben sintetizzato dalle parole di Giulio Mario Rampelli
“…I dischi non possono rendere l’atmosfera che si crea in presenza di un djeli e del suo strumento, gli occhi chiusi, rapiti all’interno, le mani agili che pizzicano le corde, le melodie notturne e le cascate di note che cadono e volano improvvise. E’ un viaggio nello spazio e nel tempo, guidato da chi conosce altre dimensioni, antiche storie, memorie cancellate…
.
Ebbene, Toumani, questo uomo straordinario figlio di diverse generazioni di griot, che da sempre sfida se stesso nella ricerca musicale tra le radici e la modernità, ad un certo punto ha detto:
“…nel mio Paese, il Mali, abbiamo subìto per anni il colonialismo.
Era difficile, loro avevano il potere e le armi, ma mio padre ed i miei parenti si sono ribellati ugualmente, hanno combattuto questo clima di soprusi e di repressione con i loro strumenti.
Sì, i miei antenati hanno fatto la resistenza con la Kora, il Balafon, la M’bira, quelle erano le loro armi, questi sono i miei strumenti…”
 
Un uomo straordinario, di una grandezza enorme e di una modestia umana rara, bello e inimmaginabile, come solo un Maestro del racconto per immagini poteva ritrarre.
 .
Art by Maurizio Ribichini
postato da: AMALTEO alle ore maggio 25, 2008 15:32 | link | commenti (9)
categorie: ascoltare jazz
mercoledì, 26 dicembre 2007

Muore Oscar Peterson

Oscar Peterson (1925-2007) lo ricorderò soprattutto per questa interpretazione:



venerdì, 11 maggio 2007 Oscar Peterson (1925)
A proposito di felicità e di grandi vecchi!
Ascoltiamo e guardiamo Oscar Peterson.
La faccia beata, le note nella bocca ... e che altro ancora Dodo, Prisma ...? Ah sì, l'occhio affettuoso del contrabbissista ... E il piano orchestrale con una mano sola, quando si asciuga il volto ... E i passaggi di a solo fra musicisti ...
postato da: AMALTEO alle ore dicembre 26, 2007 18:49 | link | commenti (9)
categorie: ascoltare jazz, vivere morire
giovedì, 25 ottobre 2007

Jo Jones Trio, 1958

Dedicato a Surferosa, PerlaSmarrita, Astime, Prisma, Dodo, JazzFan, Macca ...
partecipi al mio PRLP- Progetto Recupero degli LP

 

Jo Jones Drum, Ray Bryant Piano, Tommy Bryant Bass
Jo Jones Trio, 1958

Per oggi l'intera facciata, senza distinzione dei singoli pezzi.
Se poi vi piace, separerò le parti.

Side A:
  • Sweet Georgia Brown
  • My Blue Heaven
  • Jive at Five
  • Greenleeves
  • When Your Lover Has Gone
  • Philadelphia Bound



Side B:
  • Close Your Eyes
  • I Got Rhythm Part I
  • I Got Rhythm Part 2
  • Embraceable You
  • Bebop Irisham
  • Little Susie


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postato da: AMALTEO alle ore ottobre 25, 2007 11:27 | link | commenti (21)
categorie: ascoltare jazz