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2° metà del 900-later than never. “Perché vale la pena di vivere? E’ un’ottima domanda… Be’, ci sono cose per cui vale la pena di vivere … Per esempio, per me, direi … tutta la musica e le interpretazioni di Nina Simone … la voce di Ray Charles, quasi sempre … Il ballo di Al Pacino in Scent of a Woman … le note di John Lewis quando volano nelle fughe di Bach … Louis Armstrong, l’incisione di West and Blues del 1928 … i film di Sergio Leone … i racconti di Stephen King … gli azzurri e i gialli di Van Gogh … i quadri di Peppo Spagnoli, che dimostra che si può fare molto anche da luoghi piccoli … il definitivo e prospettico Logos-Pensiero di Silvia Montefoschi ... il minimalismo, perchè sono minimo ... su tutti e tutto il sorriso di Luciana …. ... e poi anche ... e ancora ...” (rielaborato su suggestione di Woody Allen in Manhattan, con qualche cambiamento).

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mercoledì, 31 dicembre 2008

Amalteiana per il 2009. Ma tornerò da ciascuno

postato da: AMALTEO alle ore dicembre 31, 2008 14:45 | link | commenti (2)
categorie: ascoltare antologie di amalteo
lunedì, 08 dicembre 2008

Ascoltare

postato da: AMALTEO alle ore dicembre 08, 2008 09:30 | link | commenti
categorie: ascoltare antologie di amalteo
sabato, 22 novembre 2008

Ascoltare ...

postato da: AMALTEO alle ore novembre 22, 2008 11:42 | link | commenti (7)
categorie: ascoltare antologie di amalteo
sabato, 08 novembre 2008

Toumani Diabaté, concerto a Ferrara, Piazza Castello, 24 luglio 2008

Questo è un ricordo di una sera di estate: un bel ricordo. C’è voluto qualche tempo a mettere assieme i pezzi che aiutano la memoria: ora è possibile lanciarli nello spazio.

L’incontro con Toumani Diabatè era già avvenuto con l’ascolto del suo disco Mandè Variations.

Ma quel giorno c’era l’occasione di assistere ad un concerto dal vivo, alla fine del ciclo “Ferrara sotto le stelle”, in Piazza Castello. Potevamo vedere da vicino , oltre che ascoltare, il maestro della kora, l’antica arpa del Mali. Un segno della fortuna da non mancare

Jazzfromitaly aveva dato il primo impulso con la sua descrizione del concerto di Sermoneta. Appunti di gola aveva fornito le prime coordinate (da noi poi seguite) per la conoscenza della città.

Ma c’è stato qualcosa di più: l’appuntamento alle sei della sera, sotto la Cattedrale, con Clearbook, l’amica con cui avevo già parlato a lungo con le tecnologie internettiane e cioè indirettamente:

 

La comunicazione virtuale dei blog ha rafforzato la realtà di un’altra forma dell’incontro: quella di vedere con gli occhi una persona che si era solo immaginata. Era già avvenuto a Firenze con Dodo. C’è un attimo di pochi secondi in cui il tempo si riempie di energia: gli occhi si incrociano, c’è un frammento di incertezza e poi il riconoscimento si trasforma in conoscenza. Ecco una variante umanissima dell’intersoggettività. Clearbook, biancovestita, con l’uomo del suo destino.

E ora vi invito a presentificare dentro di voi il concerto. Anche se non c’eravate ho lavorato affinchè ci foste

 

 

Già dalla preparazione del palco e dalla presenza dei vari strumenti musicali  realizziamo che questa sera Toumani non sarà solo. Pensavamo ad un “solo live” ed invece sarà un magnifico “corale” di gruppo.

Grazie a ReeBee e Dodo (in sincronica simultaneità) posso dire la formazione:

  • Toumani Diabaté alla kora,
  • Kasse Mady Diabaté alla voce,
  • Fanta Mady Kouyate (chitarra elettrica),
  • Mamadou Fofana (piano acustico, flauto, calabash),
  • Fode Kouyate (percussioni),
  • Mohamed Koita (basso) 
  • Sidiki Diabaté (kora).

Alle 21 e 45 Toumani Diabatè, avvolto nella ampia tunica giallo-oro, fa il suo esordio e si siede come in un rito sacrale dietro allo strumento con il quale sembra fare tutt’uno, come in una gestalt:



Solo lui, la sua kora e questa traccia musicale:

 


Si tratta di una traccia di Mandè Variations, che qui sentirai nel modo in cui l’ha “incantata” quella sera:

Dopo il concerto prende un’altra piega: la manifestazione si fa interattiva e gli altri musicisti entrano in scena progressivamente, come dei magici folletti che animano una fiaba. Prima il figlio
Sidiki Diabaté , da lui amabilmente sostenuto con sguardi di orgoglio paterno, anche in un duetto mozzafiato fra le due generazioni.



Il giovane usa stilemi moderni, ma dentro la tradizione, perché ogni innovazione è sempre una tradizione ben riuscita.

Successivamente emerge il pianista Mamadou Fofana, vestito di bianco. Il suo swing è di derivazione jazzistica e l’inserto è di cultura classica.  Sono io quello che grida “bravo!”. Bonne chance, Mamadou: ti auguro un grande futuro



Ora è il momento del chitarrista
Fanta Mady Kouyate. Un lento farsi avanti. Anche qui il linguaggio musicale mostra le contaminazioni fra antico e moderno.




Poi Toumani racconta delle relazioni fra la musica africana, quella classica, il rock e il jazz. E spiega, come ha fatto dovunque, la fisicità animale e tecnica della kora e il suo funzionamento acustico. Il dito pollice sinistro per il basso, il dito pollice destro per la melodia, i due indici per l’improvvisazione. Bass, Melody, Improvisation:



 
Infine, a tarda notte, la chiusura del concerto. Toumani inizia una specie di trattattiva con il pubblico: “How many pieces”? “Five, Ten, Eleven” si sente nella piazza ormai sovraccarica di gusto per la vita. “Do youn want to sing?”
“Yesss”
E allora “listen to the guitar”
Pochi accordi ripetuti più volte per aiutarci a memorizzarli, in una sorta di apprendimento collettivo. Ad aiutarci è il cantante Kasse Mady Diabaté
, da lui chiamato “wonder brother”



Il concerto siamo diventati noi, persone riunite in quel momento che è parte della eternità. Un lallalallalalla sempre meno incerto, più vigoroso e alto.

Siamo in ipnosi: è bello perdere l’individualità e fondersi nel collettivo, soprattutto quando è la coscienza a guidare il processo alchemico.

Toumani, con le mani tese e le palme rivolte verso il cielo sprona, incita, accompagna.

Tutti in piedi, chi ancheggiando, chi dondolando, chi saltando. Si sentono le vibrazioni interne, i capelli delle donne oscillano: il ritmo si impadronisce della psiche.

Tutti, proprio tutti (anche un sessantenne pre-vecchio) a battere il tempo con il corpo.

Un unico, spettacolare eccezionale bis durato 40 minuti!.

Attorno a mezzanotte ci sperdiamo, ciascuno con la sua unica e galvanizzata personalità

 

 



Le fotografie sono di Luciana e gli audio-video di Amalteo. E grazie ancora a Dodo e Maurizio ReeBee per le informazioni sui nomi dei musicisti.

Leggi anche:

-> Fratelli di kora Video di ALESSANDRO "MOUSSA" CIACCINI

-> recensione di Mariam di Mamadou Sidiki Diabate

-> recensione di The Mande Variation di Toumani Diabate

mercoledì, 23 luglio 2008

Toumani Diabaté, The Mande' Variations

Due giorni a Ferrara.

Manifestazione Ferrara sotto le stelle
, a sentire Toumani Diabatè.

Ne ho parlato e conversato qualche settimana fa qui:

Toumani Diabate', The Mande' Variations


grazie per questa informazione a Giuseppe Federico di Onda Rock



Toumani Diabate'
The Mande' Variations

Links:


Videos:



Mi affascina per vari motivi.
In primo luogo per le risonanze antiche che sa elaborare e trasmettere. Mi viene in mente quell' "Africaaaa ..." di Nina Simone, in una delle sue espressioni dentro l'interpretazione di Little Girl Blue in quella serata a Montreux, nel 1976: " .... Africaaa ..."  A 6 minuti e 50 ...
Poi per la qualità dei suoni singoli ed orchestrali che vengono fuori dalla Kora.
Dice Jazzfromitaly di questo suono:
 

Assistere ad un concerto per kora solo è un'esperienza unica.
Ti chiedi come sia possibile ascoltare quella cascata di suoni, da dove nascono quei bordoni come giri di basso ed allo stesso tempo ti ritrovi a godere di quelle lunghissime melodie, cristalline, con mille impercettibili variazioni e sempre nuove.

E, infine per le contaminazioni con la musica europea e gli stilemi della improvvisazione jazz.
In Kaunding Cissoko, sento le fughe bachiane rilette da John Lewis:



Connessioni:

  • intervista a Toumani Diabatè e tecnica di costruzione della Korà. Video rintracciato da Prisma:
  • recensione di Giuseppe Federico e Diego Capuano in Ondarock: 
La cultura del continente africano custodisce tradizioni ancestrali di preservazione e diffusione della propria cultura e del proprio passato. La musica si è sviluppata in un contesto storico privo di scrittura e ha assunto il ruolo importante di principale veicolo di comunicazione della tradizione popolare. Nel Mali l’unico vero depositario della memoria storica del proprio popolo è il djeli (letteralmente “trasmissione attraverso il sangue”), il cantore e musicista meglio conosciuto in Occidente con il termine di derivazione francese griot.
Questa figura ha un ruolo sociale importante in quanto è il custode del patrimonio di temi e melodie trasmessi nei secoli attraverso le generazioni. E’ ad esso che si fa riferimento per affermare l’identità culturale del popolo mandè e per divulgare le storie e le gesta degli antenati, degli spiriti e della propria famiglia o gruppo etnico.
La kora è lo strumento tradizionale suonato dai djeli di etnia mandinka. Si tratta di un’arpa liuto a 21 corde che si compone di una cosiddetta calabash, ovvero una grossa semi-zucca ricoperta di pelle di mucca (o di antilope e talvolta capra), alla quale è attaccato un manico che fa da tirante per le 21 corde che si inseriscono, in due file parallele rispettivamente di 10 e 11 corde. Le corde sono legate al manico da anelli di pelli che determinano l’accordatura.
Ovviamente esistono delle varianti di kora, e svariati gli sono stili, le tecniche e le accordature della stessa. Addirittura le origini dello strumento sono incerte: secondo Diabatè la kora risale ai tempi di Soundjata Keita, il primo re dell’impero del Mali del XIII secolo e dopo peripezie capitata nelle mani di un antenato dello stesso musicista.

Toumani Diabatè è soltanto uno degli ultimi discendenti di una famiglia di importanti musicisti: suo padre era Sidiki Diabatè,uno dei protagonisti della musica del Mali e colui che pubblicò il primo disco di sola kora in assoluto (“Cordes Anciennes”, 1970).
Sono essenzialmente due le scuole importanti di kora: quella del Gambia e quella del Mali. La prima fa un uso della kora come strumento solista, quella del Mali la usa prevalentemente come strumento di accompagnamento per i cantanti.
Per la registrazione di questo disco l’artista ha apportato alcune modifiche alla kora: per la prima volta, in alcuni brani, sono state utilizzate delle corde tipiche delle arpe di tipo occidentale. Altra novità è l’utilizzo di chiavi di legno al posto di tradizionali anelli di pelle adoperati per il tiraggio delle corde. Queste modifiche nell’accordatura dello strumento hanno determinato un suono più limpido e armonico.

L’importanza di “The Mandè Variations” (i mandè sono un gruppo etnico dell’Africa Occidentale, definiti dalla cultura e dalla lingua piuttosto che dall'etnicità, alla cui popolazione mandinka, inclusa in questo gruppo, appartiene Diabatè) è spiegata proprio dalle variazioni dai temi del repertorio tradizionale del Mali e dall’uso pionieristico della kora. La caratteristica principale è costituita dalla libera improvvisazione e dalla “variazione” di ritmo, armonia, tema, melodia e dalla contaminazione con altre sonorità: temi tipici del jazz (“Ali Farka Tourè”, dove fraseggi di assoluta libertà impro-virtuosistica sono spezzati da momenti di struggente intensità lirica), minimalismo (in “Ismael Drame”, dedicata alla propria guida spirituale, l’atmosfera si fa più cupa e riflessiva), raga indiano (“El Nabiyouna” ricorda fraseggi di sitar indiani, prima di sfociare in una dinamica più energica del solito), fino a un accenno western morriconiano (la conclusiva “Cantelowes”, che finisce poi con il dipanarsi in un intreccio ritmico e melodico tipico dello stile del più classico di Diabatè).
Tra le dediche da segnalare anche quella di "Kaounding Cissoko" a un altro amico e musicista scomparso: Baaba Maal, fenomeno pop (chitarrista, cantante, ballerino) del Senegal.

L’album arriva venti anni dopo l’esordio del musicista maliano, quando a 21 anni pubblicò “Kaira”, l’altro lavoro per sola kora che inaugurò una carriera ricchissima di prestigiose collaborazioni, valga per tutte quella con il mai troppo compianto Ali Farka Tourè: “In The Heart Of The Moon”, uscito nel 2005 e Grammy Awards 2006.
Ciò che rende l’opera unica è la grande semplicità e raffinatezza nel combinare i vari passaggi sonori, rivisitare le melodie tradizionali dei djeli scavando nelle radici arcaiche senza tuttavia snaturarle anzi arricchendole con altre influenze. Tutto il disco è permeato da momenti di grande intensità e lirismo che lasciano senza fiato: Diabaté dimostra una padronanza assoluta dello strumento improvvisando con una naturalezza disarmante e dettando in contemporanea la linea di basso, accompagnamento e improvvisazione.

In “Si naani”, forse uno dei momenti più intensi del disco, ricorre a una scala di tipo orientale detta “egizia” e, attraverso in una serie rivisitazioni di alcune melodie dei djeli del Mali del nord e del centro, parte da una canzone d'amore, "Maramba Musu", snodandosi attraverso una serie di rielaborazioni fino a "Njaaro” (una melodia tipica dei djeli di etnia fulani).
Territori musicali inediti, dove l’equilibrio tra tradizione e modernità riesce a trovare un importante punto d’arrivo. Un po’ come faceva John Fahey con la sua chitarra, con un’intensità che spazza subito via qualsiasi accusa di virtuosismo gratuito, Toumani Diabatè riesce ad architettare con spontaneità una musica che, senza l’utilizzo di parole, fa parlare e vibrare terra e anima, facendo emergere secoli di culture e tradizioni del proprio paese.
“The Mandè Variations” è un album bello e non facile, una preghiera in otto movimenti lontana da qualsiasi moda o tendenza.

(18/04/2008)



Su questo concerto ha scritto Jazzfromitaly:

Venerdì sono andato ad un concerto unico, quello di Toumani Diabatè organizzato dagli amici di T.P. Africa. Un concerto bellissimo, che avrebbe meritato l’auditorium di Roma, l’attenzione dei media, ed un pubblico più numeroso. Due ore di poesia unica, di improvvisazione felice e di una valenza culturale enorme, come ben sintetizzato dalle parole di Giulio Mario Rampelli
“…I dischi non possono rendere l’atmosfera che si crea in presenza di un djeli e del suo strumento, gli occhi chiusi, rapiti all’interno, le mani agili che pizzicano le corde, le melodie notturne e le cascate di note che cadono e volano improvvise. E’ un viaggio nello spazio e nel tempo, guidato da chi conosce altre dimensioni, antiche storie, memorie cancellate…
.
Ebbene, Toumani, questo uomo straordinario figlio di diverse generazioni di griot, che da sempre sfida se stesso nella ricerca musicale tra le radici e la modernità, ad un certo punto ha detto:
“…nel mio Paese, il Mali, abbiamo subìto per anni il colonialismo.
Era difficile, loro avevano il potere e le armi, ma mio padre ed i miei parenti si sono ribellati ugualmente, hanno combattuto questo clima di soprusi e di repressione con i loro strumenti.
Sì, i miei antenati hanno fatto la resistenza con la Kora, il Balafon, la M’bira, quelle erano le loro armi, questi sono i miei strumenti…”
 
Un uomo straordinario, di una grandezza enorme e di una modestia umana rara, bello e inimmaginabile, come solo un Maestro del racconto per immagini poteva ritrarre.
Art by Maurizio Ribichini
postato da: AMALTEO alle ore luglio 23, 2008 23:19 | link | commenti (4)
categorie: ascoltare al crepuscolo, ascoltare a mezzanotte, ascoltare antologie di amalteo
mercoledì, 21 novembre 2007

Femmes qui jouent du piano



Questa sera musica!

Per te,

amica o amico che passi

.... per me ...

Nina  Simone  at Ronnie Scott, 1984,  Norah Jones, Live in New Orleans, 2002,  Gianna Nannini, Perle, 2004:

Facciata A  - God, God, God       Comes Love      Notti senza cuore      If You Knew / Mr Smith      Come  Away  with  me       Una luce       Mississippi  Goddam / Alabama Song        The long Way Home        California        For a while      Carnival Town

Facciata B  -  Amore cannibale       See-Line woman       The long day is over      Aria

Shirley Horn, May the music never end, 2003: If you go away       The nearness of you      Yesterday    

Profumo       Humble me       Ill wind       Meravigliosa creatura





Post Scriptum
Mi si perdoni l'auto-elogio, ma questa antologia è davvero molto, molto bella.
Se vuoi solo sentirla clicca o su Femmes-piano1.mp3 (facciata A) oppure su Femmesjouentpiano2.mp3 (facciata B) nel box DivShare qui sopra. Lascia aperta la pagina e puoi anche fare altro mentre ascolti: la musica fluisce.
Se vuoi metterla su un tuo lettore, clicca o su Facciata A o su Facciata B. DivShare (benedetti!) mette a disposizione, lì sulla destra, il link Download Original che puoi scaricare su una tua directory e poi trasbordare sul lettore.
buoni ascolti e riascolti.
postato da: AMALTEO alle ore novembre 21, 2007 00:25 | link | commenti (14)
categorie: ascoltare antologie di amalteo
martedì, 30 ottobre 2007

Richard Hawley ai Magazzini generali di Milano


Era da un mese che ci puntavo.

Avevo un appuntamento con l’unico concerto italiano di Richard Hawley, crooner di Sheffield. Gran bella voce cavernosa. Tono romantico. Chitarre maneggiate con cultura e perizia.

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Anche il posto era interessante: i Magazzini generali. In un quartiere sud di Milano, tagliato dalla ferrovia.
Zona dove l’urbanistica progetta il riuso delle “aree dimesse”, con un buon risultato, mi sembra. L’ambiente urbano di Milano, in quel luogo, è anonimo, senza centri di identificazione. Le strade di scorrimento tagliano quartieri e li chiudono in se stessi. Gli individui e le famiglie sembrano dover fissare le loro coordinate esistenziali sulla abitazione, lo spostamento al lavoro, il luogo di lavoro e i grandi supermercati. Manca quello che io (per esemplificare) riesco ancora ad avere: la mediazione del paesaggio. Ossia una visione che lega i nodi che, comunque, si devono attraversare: casa, trasporto, lavoro.
Questo per dire che la progettazione dei Magazzini Generali promette bene: in un’area urbana di “non luogo”, lì sembra profilarsi un centro caldo di identificazione: spazi gioco per i bambini, ludoteche, scuole di disegno e, ecco il punto, questa discoteca e sala concerti.

In un primo momento mi sono detto: qui è come a Zurigo, al Kaufleuten Restaurants dove siamo andati a sentire i Pink Martini.
Aspettativa alta. Delusione cocente.
L’amplificazione eccitante e demoniaca del quintetto di Richard Hawley (lui, un’altra chitarra, un contrabbasso, la batteria e il piano) ha rovinato tutto.
Ma davvero tanto.
Un concerto inascoltabile, inaudibile.

Il tono intimo e le sfumature della gamma cromatica del suono completamente annichilite dalla devastazione del volume.
Si ascoltava in piedi – e questo mi piaceva – ma era impossibile sentire.
Ma evidentemente sono io – e soprattutto mia moglie – ad essere “fuori tempo”. Fuori questo tempo.
I giovani – e qualche meno giovane – presenti in sala erano a loro agio. Addirittura davanti ai maxi altoparlanti che facevano rimbombare pareti dell’edificio e casse toraciche.
Come se, per raggiungere la testa passando per il cuore, fosse necessario in eccesso di stimolo.

Richard Hawley canta e suona così:

The Ocean, in Coles Corner

Ma ieri sera era davvero tanto fuori dal suo spazio emotivo.
Non so se è stato lui ad adattare il suo stile al contesto di una discoteca eccessiva o se la discoteca eccessiva ne ha massacrato l’ispirazione.

Peccato, perché i sui dischi sono molto godibili:

postato da: AMALTEO alle ore ottobre 30, 2007 15:29 | link | commenti (12)
categorie: ascoltare antologie di amalteo
venerdì, 19 ottobre 2007

Traduzioni: Stand In My Way

ParoleMi è venuta una idea: aprire un  tag "traduzioni".
Per sopperire alle mie mancanze linguistiche.

Caro passante, come tradurresti questa locuzione?

Stand In My Way

Ispirata da:
Micah P. Hinson, Stand in my Way, in  Micah P Hinson And The Gospel Of Progress:



grazie anticipato per l'aiuto.

Esperimento riuscito (ma avevo pochi dubbi che non riuscisse).
Ecco le polifonie significanti:

Stand In My Way
  • stare, mettersi o trovarsi sulla mia strada
  • dimorare sulla mia strada
  • abitare sulla mia strada
  • soffermati sulla mia strada
  • affiancami nel mio cammino
  • procedi con me
  • abito, sempre, qui da me. Come interpreta - e trasla - Astime
  • resta sulla mia strada, resta con me


MICAH P. HINSON
 And The Gospel Of Progress
(Sketchbook) 2004
country-folk
  1. Close Your Eyes
  2. Beneath The Rose
  3. Don't You Forget (Part One And Two)
  4. The Possibilities
  5. As You Can See
  6. At Last, Our Promise
  7. I Still Remember
  8. The Nothing
  9. Stand In My Way
  10. On My Way
  11. You Lost Sight In Me
  12. Caught In Between
  13. The Day Texas Sank To The Bottom Of The Sea

di Davide Ariasso

Un movimento verso l'alto, l'innalzarsi di un uccello. Inizia come potrebbe iniziare una favola, tappeto sintetico e flauto, poi entra quella voce che ti sembra di aver già sentito mille volte. E invece è la prima, perché si tratta di un esordio per questo Micah P. Hinson, ormai sulla bocca di tutti quei neo-prewar-post folkster che ci ritroviamo a essere in questi anni. Non raccontiamocela, semplicemente è dagli anni 90 che questa storia del folk rivisitato, rimasticato, resuscitato, decontestualizzato, avanguardizzato, continua a toccarci perché ha, in casi come questo, la forza di quel pop che sfiora le sempre tese corde dell'emozione. Batte dove il dente duole, con sottile piacere. Ottime canzoni con attitudine figlia/madre del tempo attuale, dischi di autori nel vero senso della parola, che hanno scelto una veste in parte folk per il loro mondo poetico. E' bastato qualche nome su cui puntare, Will Holdam, Bill Callahan e di recente Devendra Banhart , per dare senso e lustro a qualcosa che, come al solito, è in parte invenzione e in parte segno dei desideri di chi la musica la fa, la ascolta, la vende, oppure di musica scrive.
Micah è giovanissimo, ma sa scrivere con un senso perfetto della sintesi e della melodia immediata. Ha una voce riconoscibile pur ricordando Smog in modo impressionante, e quella capacità di appassionarsi, contenersi, sprofondare nell'intimo che è dei grandi cantautori. Dalla sua ha anche una biografia tormentata, interessi letterari pseudo- maudit e gli Earlies (il "Gospel Of Progress"), che spalmano queste gentili strutture con arrangiamenti attenti soprattutto a valorizzare il pathos e le sfumature delle canzoni. Verso l'alto, a sospendere nella classicità canzoni-colibrì ruggenti di desiderio.
"Close Your Eyes" introduce la serie di crescendo, figura musicale principe di questo disco. In questo, come in altri casi, si tratta di progressiva stratificazione strumentale: synth, fender rhodes, chitarra acustica, voci femminili, archi, chitarre elettriche, batteria che fa scattare una marcia, mentre le elettriche salgono e l'intensità annuncia l'apertura dei cuori. Come in "Beneath The Rose", Cohen arpeggiato veloce, contrabbasso pizzicato country, slide emotiva, raddoppiamento acustico, fisa, piano che rotola come se Glass jammasse con i Black Heart Procession e insieme trovassero un po' di calore. Quante volte l'ho associata istintivamente a chi mi ha fatto perdere la testa in questi ultimi giorni, e scusate la parentesi intima ma e' per rendere l'idea.
Poi si va a insistere con i crescendo: "Don't You (Part 1&2)" è il primo tassello di ballata alla Tom Waits dalla struttura semplice e ripetuta che, attraverso un ponte di note-plettro molto indie, sfocia in un finale epico, un wall of sound che consegna l'intimo al corale.
Questo senso religioso, insieme raccolto e disteso, che tinge di sincerità ogni passo, si contrae in altri episodi, come la oldhamiana "At Last, Our Promises", mesta ma spalancata sul dramma con sguardo sottilmente cinematografico, mentre il caos dell'orchestra dipinge lo scenario di una caduta: "Yeah, he is a cinematographer". Tornano le suggestioni Black Heart nel valzer di "Stand In My Way", ma Micah sembra sempre con un raggio di sole in fronte, anche quando inscena voli notturni. Che dire poi di "Patience", nonostante la sua immensa semplicità uno degli apici di questo disco, forse perché qui Micah finalmente gratta la sua voce, sostenuto da quattro accordi di acustica, fondo d'organo e qualche nota sparsa di piano, finché il brano s'impenna Mogwai deragliando le intenzioni Waits.
La conclusione, "The Day Texas Sank To The Bottom Of The Sea", è distacco, come vedere all'orizzonte l'ultimo volo della stagione. Distensione, rilascio, rintocchi d'elettrica, archi che s'adagiano, organo che scalda e annuncia il movimento, lenta batteria, cori e piano che trascinano via l'attore dopo il suo "a parte" e lasciano il palcoscenico vuoto. Il pubblico sospetta che queste siano anche le sue emozioni, termina l'applauso, esce dalla sala e rifluisce nella hall, poi finiscono tutti fuori dal teatro: è un grande stormo di uccelli quello che si vede uscire. Per l'ultimo volo della stagione.

in : http://www.ondarock.it/recensioni/2004_hinson.htm
postato da: AMALTEO alle ore ottobre 19, 2007 11:45 | link | commenti (33)
categorie: ascoltare antologie di amalteo
giovedì, 30 agosto 2007

Carmen McRae secondo Amalteo

Mi è capitato di mettere insieme una antologia della cantante jazz Carmen McRae (1920 - 1994).
Voce calda. Le pause giuste ... molto giuste. Interazione perfetta con i musicisti. Stupenda per le notti.
Sincronica per la mezzanotte ....
Lì, vicino al pianoforte, a far brillare la tradizione del canto jazz. Quando la voce tende a diventare un personalissimo strumento musicale.
Devo molto per questo ricordo all'amico Thomas, che forse sta cambiando lavoro e paese. E per la voglia di fare comunità con la musica, oltre che per l'impaginazione, a Kosmogabri
Ecco per voi, cari amici:


Carmen McRae

secondo Amalteo

L'antologia è qui: mediafire

Carmen McRae su YouTube

Carmen McRae on Wikipedia


1.He Was Too Good to Me in Book of Ballads, 1960
2.It Never Entered My Mind in Live at Sugar Hill, 1963
3.Don't Explain in Alive, 1965
4.You and I in Velvet Soul 1972
5.As time goes by in Live at the Dug, 1973
6.Duke Ellington Medley:Satin Doll-Mood Indigo
in Live in Belgrade, 1975
7.Send in the clowns in Live at Bubba's, 1981
8.My Funny Valentine in Live At Montreux, 1982
9.Besame Mucho in Live At Montreux,, 1982
10.Love me tender in Any Old Time, 1986
11.'Round Midnight in Live At Umbria Jazz, 1990
12.Poor Butterfly in Sarah: Dedicated To You, 1990
13.Take five in New York State of Mind, 1978
14.Moonlight in Vermont in Carmen in London, 1961
postato da: AMALTEO alle ore agosto 30, 2007 23:54 | link | commenti (5)
categorie: vivere tempo, ascoltare a mezzanotte, ascoltare antologie di amalteo
venerdì, 10 agosto 2007

Stephan Micus: Till the End of Time

IMG_1561Ci sono autori "seminali" nella vita di ciascuno.
Per me Stephan Micus è fra questi.
Un autore che ricerca il suono degli strumenti delle culture del mondo e li innesta nella sua ispirazione.

La musica è come polvere dorata.
Da qualche parte si deposita e qualcuno trova  il suo granello luminoso.


 


Vai al  Sito di Stephan Micus
postato da: AMALTEO alle ore agosto 10, 2007 13:29 | link | commenti (12)
categorie: vivere tempo, ascoltare antologie di amalteo