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2° metà del 900-later than never. “Perché vale la pena di vivere? E’ un’ottima domanda… Be’, ci sono cose per cui vale la pena di vivere … Per esempio, per me, direi … tutta la musica e le interpretazioni di Nina Simone … la voce di Ray Charles, quasi sempre … Il ballo di Al Pacino in Scent of a Woman … le note di John Lewis quando volano nelle fughe di Bach … Louis Armstrong, l’incisione di West and Blues del 1928 … i film di Sergio Leone … i racconti di Stephen King … gli azzurri e i gialli di Van Gogh … i quadri di Peppo Spagnoli, che dimostra che si può fare molto anche da luoghi piccoli … il definitivo e prospettico Logos-Pensiero di Silvia Montefoschi ... il minimalismo, perchè sono minimo ... su tutti e tutto il sorriso di Luciana …. ... e poi anche ... e ancora ...” (rielaborato su suggestione di Woody Allen in Manhattan, con qualche cambiamento).

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sabato, 08 novembre 2008

Toumani Diabaté, concerto a Ferrara, Piazza Castello, 24 luglio 2008

Questo è un ricordo di una sera di estate: un bel ricordo. C’è voluto qualche tempo a mettere assieme i pezzi che aiutano la memoria: ora è possibile lanciarli nello spazio.

L’incontro con Toumani Diabatè era già avvenuto con l’ascolto del suo disco Mandè Variations.

Ma quel giorno c’era l’occasione di assistere ad un concerto dal vivo, alla fine del ciclo “Ferrara sotto le stelle”, in Piazza Castello. Potevamo vedere da vicino , oltre che ascoltare, il maestro della kora, l’antica arpa del Mali. Un segno della fortuna da non mancare

Jazzfromitaly aveva dato il primo impulso con la sua descrizione del concerto di Sermoneta. Appunti di gola aveva fornito le prime coordinate (da noi poi seguite) per la conoscenza della città.

Ma c’è stato qualcosa di più: l’appuntamento alle sei della sera, sotto la Cattedrale, con Clearbook, l’amica con cui avevo già parlato a lungo con le tecnologie internettiane e cioè indirettamente:

 

La comunicazione virtuale dei blog ha rafforzato la realtà di un’altra forma dell’incontro: quella di vedere con gli occhi una persona che si era solo immaginata. Era già avvenuto a Firenze con Dodo. C’è un attimo di pochi secondi in cui il tempo si riempie di energia: gli occhi si incrociano, c’è un frammento di incertezza e poi il riconoscimento si trasforma in conoscenza. Ecco una variante umanissima dell’intersoggettività. Clearbook, biancovestita, con l’uomo del suo destino.

E ora vi invito a presentificare dentro di voi il concerto. Anche se non c’eravate ho lavorato affinchè ci foste

 

 

Già dalla preparazione del palco e dalla presenza dei vari strumenti musicali  realizziamo che questa sera Toumani non sarà solo. Pensavamo ad un “solo live” ed invece sarà un magnifico “corale” di gruppo.

Grazie a ReeBee e Dodo (in sincronica simultaneità) posso dire la formazione:

  • Toumani Diabaté alla kora,
  • Kasse Mady Diabaté alla voce,
  • Fanta Mady Kouyate (chitarra elettrica),
  • Mamadou Fofana (piano acustico, flauto, calabash),
  • Fode Kouyate (percussioni),
  • Mohamed Koita (basso) 
  • Sidiki Diabaté (kora).

Alle 21 e 45 Toumani Diabatè, avvolto nella ampia tunica giallo-oro, fa il suo esordio e si siede come in un rito sacrale dietro allo strumento con il quale sembra fare tutt’uno, come in una gestalt:



Solo lui, la sua kora e questa traccia musicale:

 


Si tratta di una traccia di Mandè Variations, che qui sentirai nel modo in cui l’ha “incantata” quella sera:

Dopo il concerto prende un’altra piega: la manifestazione si fa interattiva e gli altri musicisti entrano in scena progressivamente, come dei magici folletti che animano una fiaba. Prima il figlio
Sidiki Diabaté , da lui amabilmente sostenuto con sguardi di orgoglio paterno, anche in un duetto mozzafiato fra le due generazioni.



Il giovane usa stilemi moderni, ma dentro la tradizione, perché ogni innovazione è sempre una tradizione ben riuscita.

Successivamente emerge il pianista Mamadou Fofana, vestito di bianco. Il suo swing è di derivazione jazzistica e l’inserto è di cultura classica.  Sono io quello che grida “bravo!”. Bonne chance, Mamadou: ti auguro un grande futuro



Ora è il momento del chitarrista
Fanta Mady Kouyate. Un lento farsi avanti. Anche qui il linguaggio musicale mostra le contaminazioni fra antico e moderno.




Poi Toumani racconta delle relazioni fra la musica africana, quella classica, il rock e il jazz. E spiega, come ha fatto dovunque, la fisicità animale e tecnica della kora e il suo funzionamento acustico. Il dito pollice sinistro per il basso, il dito pollice destro per la melodia, i due indici per l’improvvisazione. Bass, Melody, Improvisation:



 
Infine, a tarda notte, la chiusura del concerto. Toumani inizia una specie di trattattiva con il pubblico: “How many pieces”? “Five, Ten, Eleven” si sente nella piazza ormai sovraccarica di gusto per la vita. “Do youn want to sing?”
“Yesss”
E allora “listen to the guitar”
Pochi accordi ripetuti più volte per aiutarci a memorizzarli, in una sorta di apprendimento collettivo. Ad aiutarci è il cantante Kasse Mady Diabaté
, da lui chiamato “wonder brother”



Il concerto siamo diventati noi, persone riunite in quel momento che è parte della eternità. Un lallalallalalla sempre meno incerto, più vigoroso e alto.

Siamo in ipnosi: è bello perdere l’individualità e fondersi nel collettivo, soprattutto quando è la coscienza a guidare il processo alchemico.

Toumani, con le mani tese e le palme rivolte verso il cielo sprona, incita, accompagna.

Tutti in piedi, chi ancheggiando, chi dondolando, chi saltando. Si sentono le vibrazioni interne, i capelli delle donne oscillano: il ritmo si impadronisce della psiche.

Tutti, proprio tutti (anche un sessantenne pre-vecchio) a battere il tempo con il corpo.

Un unico, spettacolare eccezionale bis durato 40 minuti!.

Attorno a mezzanotte ci sperdiamo, ciascuno con la sua unica e galvanizzata personalità

 

 



Le fotografie sono di Luciana e gli audio-video di Amalteo. E grazie ancora a Dodo e Maurizio ReeBee per le informazioni sui nomi dei musicisti.

Leggi anche:

-> Fratelli di kora Video di ALESSANDRO "MOUSSA" CIACCINI

-> recensione di Mariam di Mamadou Sidiki Diabate

-> recensione di The Mande Variation di Toumani Diabate

venerdì, 24 ottobre 2008

Paolo Conte: Diavolo rosso

Fino a quando la tua mente resterà
confitta al suolo?

Cicerone, La natura degli dèi, IV

Un esercizio di vertigine

Occorre darsi del tempo
Socchiudere le finestre.
Entrare nel semibuio
.
Scrutare l'orizzonte: ... l'orizzonte è Dentro, non fuori. Almeno questa volta

Guarda, senti, guardali tutti, poi uno alla volta e lasciati andare ... andare ... andare ...
 
postato da: AMALTEO alle ore ottobre 24, 2008 17:40 | link | commenti (6)
categorie: ascoltare al crepuscolo, ascoltare al risveglio
mercoledì, 23 luglio 2008

Toumani Diabaté, The Mande' Variations

Due giorni a Ferrara.

Manifestazione Ferrara sotto le stelle
, a sentire Toumani Diabatè.

Ne ho parlato e conversato qualche settimana fa qui:

Toumani Diabate', The Mande' Variations


grazie per questa informazione a Giuseppe Federico di Onda Rock



Toumani Diabate'
The Mande' Variations

Links:


Videos:



Mi affascina per vari motivi.
In primo luogo per le risonanze antiche che sa elaborare e trasmettere. Mi viene in mente quell' "Africaaaa ..." di Nina Simone, in una delle sue espressioni dentro l'interpretazione di Little Girl Blue in quella serata a Montreux, nel 1976: " .... Africaaa ..."  A 6 minuti e 50 ...
Poi per la qualità dei suoni singoli ed orchestrali che vengono fuori dalla Kora.
Dice Jazzfromitaly di questo suono:
 

Assistere ad un concerto per kora solo è un'esperienza unica.
Ti chiedi come sia possibile ascoltare quella cascata di suoni, da dove nascono quei bordoni come giri di basso ed allo stesso tempo ti ritrovi a godere di quelle lunghissime melodie, cristalline, con mille impercettibili variazioni e sempre nuove.

E, infine per le contaminazioni con la musica europea e gli stilemi della improvvisazione jazz.
In Kaunding Cissoko, sento le fughe bachiane rilette da John Lewis:



Connessioni:

  • intervista a Toumani Diabatè e tecnica di costruzione della Korà. Video rintracciato da Prisma:
  • recensione di Giuseppe Federico e Diego Capuano in Ondarock: 
La cultura del continente africano custodisce tradizioni ancestrali di preservazione e diffusione della propria cultura e del proprio passato. La musica si è sviluppata in un contesto storico privo di scrittura e ha assunto il ruolo importante di principale veicolo di comunicazione della tradizione popolare. Nel Mali l’unico vero depositario della memoria storica del proprio popolo è il djeli (letteralmente “trasmissione attraverso il sangue”), il cantore e musicista meglio conosciuto in Occidente con il termine di derivazione francese griot.
Questa figura ha un ruolo sociale importante in quanto è il custode del patrimonio di temi e melodie trasmessi nei secoli attraverso le generazioni. E’ ad esso che si fa riferimento per affermare l’identità culturale del popolo mandè e per divulgare le storie e le gesta degli antenati, degli spiriti e della propria famiglia o gruppo etnico.
La kora è lo strumento tradizionale suonato dai djeli di etnia mandinka. Si tratta di un’arpa liuto a 21 corde che si compone di una cosiddetta calabash, ovvero una grossa semi-zucca ricoperta di pelle di mucca (o di antilope e talvolta capra), alla quale è attaccato un manico che fa da tirante per le 21 corde che si inseriscono, in due file parallele rispettivamente di 10 e 11 corde. Le corde sono legate al manico da anelli di pelli che determinano l’accordatura.
Ovviamente esistono delle varianti di kora, e svariati gli sono stili, le tecniche e le accordature della stessa. Addirittura le origini dello strumento sono incerte: secondo Diabatè la kora risale ai tempi di Soundjata Keita, il primo re dell’impero del Mali del XIII secolo e dopo peripezie capitata nelle mani di un antenato dello stesso musicista.

Toumani Diabatè è soltanto uno degli ultimi discendenti di una famiglia di importanti musicisti: suo padre era Sidiki Diabatè,uno dei protagonisti della musica del Mali e colui che pubblicò il primo disco di sola kora in assoluto (“Cordes Anciennes”, 1970).
Sono essenzialmente due le scuole importanti di kora: quella del Gambia e quella del Mali. La prima fa un uso della kora come strumento solista, quella del Mali la usa prevalentemente come strumento di accompagnamento per i cantanti.
Per la registrazione di questo disco l’artista ha apportato alcune modifiche alla kora: per la prima volta, in alcuni brani, sono state utilizzate delle corde tipiche delle arpe di tipo occidentale. Altra novità è l’utilizzo di chiavi di legno al posto di tradizionali anelli di pelle adoperati per il tiraggio delle corde. Queste modifiche nell’accordatura dello strumento hanno determinato un suono più limpido e armonico.

L’importanza di “The Mandè Variations” (i mandè sono un gruppo etnico dell’Africa Occidentale, definiti dalla cultura e dalla lingua piuttosto che dall'etnicità, alla cui popolazione mandinka, inclusa in questo gruppo, appartiene Diabatè) è spiegata proprio dalle variazioni dai temi del repertorio tradizionale del Mali e dall’uso pionieristico della kora. La caratteristica principale è costituita dalla libera improvvisazione e dalla “variazione” di ritmo, armonia, tema, melodia e dalla contaminazione con altre sonorità: temi tipici del jazz (“Ali Farka Tourè”, dove fraseggi di assoluta libertà impro-virtuosistica sono spezzati da momenti di struggente intensità lirica), minimalismo (in “Ismael Drame”, dedicata alla propria guida spirituale, l’atmosfera si fa più cupa e riflessiva), raga indiano (“El Nabiyouna” ricorda fraseggi di sitar indiani, prima di sfociare in una dinamica più energica del solito), fino a un accenno western morriconiano (la conclusiva “Cantelowes”, che finisce poi con il dipanarsi in un intreccio ritmico e melodico tipico dello stile del più classico di Diabatè).
Tra le dediche da segnalare anche quella di "Kaounding Cissoko" a un altro amico e musicista scomparso: Baaba Maal, fenomeno pop (chitarrista, cantante, ballerino) del Senegal.

L’album arriva venti anni dopo l’esordio del musicista maliano, quando a 21 anni pubblicò “Kaira”, l’altro lavoro per sola kora che inaugurò una carriera ricchissima di prestigiose collaborazioni, valga per tutte quella con il mai troppo compianto Ali Farka Tourè: “In The Heart Of The Moon”, uscito nel 2005 e Grammy Awards 2006.
Ciò che rende l’opera unica è la grande semplicità e raffinatezza nel combinare i vari passaggi sonori, rivisitare le melodie tradizionali dei djeli scavando nelle radici arcaiche senza tuttavia snaturarle anzi arricchendole con altre influenze. Tutto il disco è permeato da momenti di grande intensità e lirismo che lasciano senza fiato: Diabaté dimostra una padronanza assoluta dello strumento improvvisando con una naturalezza disarmante e dettando in contemporanea la linea di basso, accompagnamento e improvvisazione.

In “Si naani”, forse uno dei momenti più intensi del disco, ricorre a una scala di tipo orientale detta “egizia” e, attraverso in una serie rivisitazioni di alcune melodie dei djeli del Mali del nord e del centro, parte da una canzone d'amore, "Maramba Musu", snodandosi attraverso una serie di rielaborazioni fino a "Njaaro” (una melodia tipica dei djeli di etnia fulani).
Territori musicali inediti, dove l’equilibrio tra tradizione e modernità riesce a trovare un importante punto d’arrivo. Un po’ come faceva John Fahey con la sua chitarra, con un’intensità che spazza subito via qualsiasi accusa di virtuosismo gratuito, Toumani Diabatè riesce ad architettare con spontaneità una musica che, senza l’utilizzo di parole, fa parlare e vibrare terra e anima, facendo emergere secoli di culture e tradizioni del proprio paese.
“The Mandè Variations” è un album bello e non facile, una preghiera in otto movimenti lontana da qualsiasi moda o tendenza.

(18/04/2008)



Su questo concerto ha scritto Jazzfromitaly:

Venerdì sono andato ad un concerto unico, quello di Toumani Diabatè organizzato dagli amici di T.P. Africa. Un concerto bellissimo, che avrebbe meritato l’auditorium di Roma, l’attenzione dei media, ed un pubblico più numeroso. Due ore di poesia unica, di improvvisazione felice e di una valenza culturale enorme, come ben sintetizzato dalle parole di Giulio Mario Rampelli
“…I dischi non possono rendere l’atmosfera che si crea in presenza di un djeli e del suo strumento, gli occhi chiusi, rapiti all’interno, le mani agili che pizzicano le corde, le melodie notturne e le cascate di note che cadono e volano improvvise. E’ un viaggio nello spazio e nel tempo, guidato da chi conosce altre dimensioni, antiche storie, memorie cancellate…
.
Ebbene, Toumani, questo uomo straordinario figlio di diverse generazioni di griot, che da sempre sfida se stesso nella ricerca musicale tra le radici e la modernità, ad un certo punto ha detto:
“…nel mio Paese, il Mali, abbiamo subìto per anni il colonialismo.
Era difficile, loro avevano il potere e le armi, ma mio padre ed i miei parenti si sono ribellati ugualmente, hanno combattuto questo clima di soprusi e di repressione con i loro strumenti.
Sì, i miei antenati hanno fatto la resistenza con la Kora, il Balafon, la M’bira, quelle erano le loro armi, questi sono i miei strumenti…”
 
Un uomo straordinario, di una grandezza enorme e di una modestia umana rara, bello e inimmaginabile, come solo un Maestro del racconto per immagini poteva ritrarre.
Art by Maurizio Ribichini
postato da: AMALTEO alle ore luglio 23, 2008 23:19 | link | commenti (4)
categorie: ascoltare al crepuscolo, ascoltare a mezzanotte, ascoltare antologie di amalteo
domenica, 27 aprile 2008

Spokane, Thankless Marriage



Di rapido passaggio:
un saluto

postato da: AMALTEO alle ore aprile 27, 2008 00:26 | link | commenti (12)
categorie: ascoltare al crepuscolo
domenica, 24 febbraio 2008

Gli Elbow al crepuscolo



Vorrei riprendere il cammino delle Musiche del crepuscolo.
E' il periodo giusto, da qui a maggio.
Quando la luce si fa avanti e il buio recede


An Audience with the Pope
in Elbow, "The Seldom Seen Kid", 2008

postato da: AMALTEO alle ore febbraio 24, 2008 23:45 | link | commenti (6)
categorie: ascoltare al crepuscolo
mercoledì, 14 marzo 2007

crepucoloThe Necks, Headlights

I The Necks sono perfetti per l'ora del crepuscolo.
Questi musicisti minimal-jazz australiani lavorano sull' "immaginale".
Per saperne qualcosa guardate qui:
- Aquatic
- Drive By
-  Sex     

Ma non è necessario, cari amici di ascolto, leggere queste pagine.
Piuttosto, spegnete la luce ... rimanete nella casa allo scuro ...
Guardate fuori dalla finestra, mentre le luci si accendono nel buio.
E ... immaginate .... quello che volete ...
E' una musica ipnotica.
I The Necks prediligono sculture musicali di un'ora.
Il pezzo che ci ascoltiamo è più breve:
The Headlights
in "The Boys"

postato da: AMALTEO alle ore marzo 14, 2007 18:32 | link | commenti (7)
categorie: ascoltare the necks, ascoltare al crepuscolo
lunedì, 12 marzo 2007

crepucoloAl crepuscolo: Damien Rice, "Elephant"
Dedicato a Gin Giulio che mi scrive:


"cia ama come va come stai
...ho voglia di un tuo ascolto musicale per celebrare la primavera.
grazie
giulio"

Dai, Giulio, mettiamoci qui ... ma anche voi ... sì anche voi ... ciao tu ... e ciao anche tu ...
Sentiamoci Damien Rice ... questo "Elephant"
Ma al crepuscolo.
Ora le sere cominciano ad arrivare più tardi ... sempre più tardi ...
Già ... si avvicina la primavera ...
La stagione degli ormoni.

Chi è Damien Rice?

Per me Damien Rice è uno che ricomincia dove aveva finito Jeff Buckley
E allora ... ti prego Damien ... attento ai bagni e alle nuotate!
Conto molto su di te.
E, se pemetti, forse ancora un po' di più sulla tua compagna ...  Lisa Hannigan
Ma lei ce la sentiamo un'altra volta.
Magari attorno a mezzanotte ...





lyrics - Damien Rice Lyrics
postato da: AMALTEO alle ore marzo 12, 2007 15:40 | link | commenti (14)
categorie: ascoltare al crepuscolo, ascoltare antologie di amalteo
giovedì, 01 marzo 2007

Al crepuscolo: Mark Strand e Jan Garbarek

crepucoloSuccede … può succedere …
E’ successo che un poeta mi è arrivato addosso per caso.
Non proprio per caso: a frequentare i blog è più facile incrociare qualcuno o sconosciuto o non conosciuto abbastanza. Le vie dei blog sono frammentarie, intercettano pensieri volatili, spingono le persone a copiare qualcosa. Spesso qualcosa di breve. E a riproporlo. A lanciarlo come una palla.
E talvolta uno scritto arriva al momento giusto. Quella poesia, quella prosa acquista significato in un “qui ed ora” che in un'altra fase biografica non avrebbe potuto manifestarsi allo stesso modo e con la stessa intensità.
E’ successo con Mark Strand, che mi è stato segnalato da Astime. L’ho già evocato ieri.
L’impatto con Mark Strand è arrivato per strati, per momenti successivi. Non proprio di colpo.
Nato nel 1934 a Summerside, nella Prince Edward Island in Canada, cresciuto negli Stati Uniti, vive a New York. 73 anni. A vederlo sembra un attore. Altissimo, bello, «in tutto e per tutto simile a Clint Eastwood», diceva Enzo Siciliano. Anche mia moglie, vedendo la fotografia, ha esclamato: “ … che bello!”.
Quella che racconto, dichiara Strand, è sempre la stessa «vecchia storia»: quella «sui minuti che muoiono e le ore, e gli anni». E anche se tu che mi ascolti sai già di cosa sto parlando (e come potresti non saperlo?), questa è la storia «di me stesso, di te, di tutti».
Dicono di lui:

“Ci sono poeti che hanno il dono raro della semplicità uno di questi è Mark Strand, classe 1934, americano. La semplicità unita alla profondità di sguardo crea una miscela unica. Questa miscela unica costituisce il suo mondo poetico. Un mondo poetico che si nutre della quotidianità, una quotidianità quasi crepuscolare, decadente, anzi in decadenza: il suo universo, a tratti kafkiano come spiega la seconda di copertina di questo pregevole raccolta pubblicata da Minimum Fax, Il futuro non è più quello di una volta, è un universo nel quale la tristezza dei giorni è metodicamente disegnata con una precisione di sguardo e di dettato davvero unici. E nei giorni che scorrono implacabili si delinea una metafisica dell'assenza tutta terrena, immanente” (Mauro Fabi)

“Scenari struggenti di sconsolata felicità, densità ed evanescenza, presenze perdute e morte in vita. Atmosfere romantiche, l'assenza della vita, "fissare il nulla è imparare a memoria / quello in cui noi tutti verremo spazzati": dinanzi a un simile scenario non possiamo che limitarci a contemplare la sua attività poetica. La capacità dell'autore di sfruttare un immaginario al margine del conscio appare unica,” (Marco Milone)

“Dovessi sintetizzare in un unico aggettivo cosa penso del corpus poetico di Mark Strand, non avrei dubbi: userei il superlativo interessantissimo. Mai, per esempio, mi verrebbe in mente di catalogare una sua poesia nella categoria del bello, con quanto di edonistico – di esteticamente godereccio - a questo termine si fa corrispondere. Piuttosto nella categoria dell’etico: infatti, quelle di Strand sono incursioni coraggiose sul terreno minato dell’esistere, eseguite con lo scandaglio dell’ironia.” (Ciro Bestini)

“la poesia di Strand è una poesia di domande più che di risposte, che non ha il compito di cambiare il mondo né di comunicare nessuna verità teologica, ideologica o etica.  Non è una poesia confessionale né sentimentale: l’io lirico sembra addirittura abdicare a se stesso, annullandosi continuamente anche e soprattutto nell’uso prevedibile e canonico di certa lingua poetica: ogni luogo comune della dizione poetica viene sempre accuratamente evitato e la lingua, sorvegliatissima, ne esce essiccata, rastremata. Eppure la situazione umana balza evidente in tutte le sue implicazioni. È una poetica quella di Strand che vuole guardare in faccia la vita e la morte con la “discretion” disillusa e l’acre ironia della tradizione scettica. La poesia di Strand ferma la vita su un palcoscenico silenzioso e ci costringe ad osservarla nella sua nullità, con occhi asciutti.” (Franco Nasi)

Uno sguardo poetico sulla “quodinianità crepuscolare”. Ma anche un potente evocatore di immagini potenti, nitide, fortissime, come qui:

Due cavalli

Una calda sera di giugno

scesi al lago, mi misi carponi

e mi abbeverai come un animale. Due cavalli

mi si affiancarono, per abbeverarsi anch'essi.

È stupefacente, pensai, ma chi lo crederà?

I cavalli mi scrutavano di tanto in tanto, sbuffando

e scrollando la testa. Sentii il bisogno di rispondere, così anch'io

sbuffai, ma esitando, come se in realtà non volessi essere udito.

I cavalli dovevano avere percepito che mi reprimevo.

Si scostarono un poco. Poi pensai che forse mi avevano conosciuto

in un'altra vita - quella in cui ero stato poeta.

Forse avevano persino letto le mie poesie, perché a quell'epoca,

in quel tempo vago in cui il nostro ardore non aveva limiti,

cambiavamo stile quasi con la stessa frequenza con cui cadevano giorni nell'anno.
 

Two Horses

On a warm night in June

I went to thè lake, got on ali fours,

and drank like an animai. Two horses

carne up beside me to drink as well.

This is amazing, I thought, but who will believe it?

The horses eyed me from time to time, snorting

and nodding. I felt thè need to respond, so I snorted, too,

but haltingly, as though not really wanting to be heard.

The horses must have sensed that I was holding back.

They moved slightly away. Then I thought they might have known me

in another life - thè one in which I was a poet.

They might have even read my poems, for back then,

in that shadowy time when our eagerness knew no bounds,

we changed styles almost as often as there were days in thè year.

In Mark Strand, Uomo e cammello, Mondadori, 2007, p. 14-15
 

Provo a rileggerla con

Knot Of Place And Time

di Jan Garbarek

in “In Praise of Dreams

 

Funziona … sì funziona
Il suono del sassofono, il più vicino alla voce umana, racconta quel dialogo interiore fra l’uomo e i cavalli.
In vite diverse.


postato da: AMALTEO alle ore marzo 01, 2007 18:27 | link | commenti (26)
categorie: leggere, mark strand, ascoltare al crepuscolo
mercoledì, 28 febbraio 2007

Al crepuscolo: Daniel Lanois, Transmitter

crepucoloAstime  mi ha regalato una poesia di Mark Strand.
A dire il vero l'ha regalata a tutti noi che, talvolta, ci intratteniamo qui al crepuscolo.
Questa sera associo il crepuscolo a questa
Transmitter
di Daniel Lanois,

in "Shine"

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Questo è il luogo. Le sedie sono bianche. Il tavolo splende.
La persona che vi siede fissa la cerea incandescenza.
Il vento sommuove l’aria, ripetutamente,
come per crearvi uno spazio. “ Uno spazio per me”, pensa.
È sempre stato attratto dal clima del commiato,
disponendosi in modo che il dolore – perfino il più intimo –
lo si potessi leggere da lontano.

This is the place.  The chairs are white.  The table shines.
 The person sitting there stares at the waxen glow.
The wind moves the air around repeatedly,
 As if to clear a space.  "A space for me," he thinks.

He's always been drawn to the weather of leavetaking,
Arranging it so that grief — even the most intimate —
Might be read from a distance.

Una fascia lunga di nuvole
è sospesa sul mare aperto con il sole, il sole senza qualità
che là dietro affonda – versione edulcorata di una storia
che viene detta una sola volta se vera, e sempre troppo tardi.

La cameriera gli porta da bere, lui alza il bicchiere
verso la luce che si spegne, ma un attimo solo.
Il barlume rosso che ne viene gli tinge la camicia.
Adagio il cielo s'oscura, il vento si placa,
la veduta sublima. Il suo ampio abbraccio viola
pare, in questo crepuscolo placido, più che un motivo
per essere lì, per contemplarlo, pare in sé una specie
di felicità, come se quel semplice fatto bastasse e potesse durare.

Mark Strand

(mirabilmente tradotto da Damiano Abeni, che ha scritto: "Vi ho trovati su google - e vi ringrazio per lo spazio concesso a Mark, il consiglio musicale, e le buone parole spese per il modesto traduttore. Ma se vi piace questo "ambiente" vi piacerà tutto il libro, e anche i precedenti. Comunque, continuate così!  Un saluto da Damiano Abeni, 14 marzo 2007)

postato da: AMALTEO alle ore febbraio 28, 2007 18:32 | link | commenti (8)
categorie: ascoltare al crepuscolo, ascoltare antologie di amalteo
lunedì, 19 febbraio 2007

My Life In Art, dei Mojave 3

crepucoloAttraversare le ore del crepuscolo per entrare in quelle della sera e poi della notte.
La vita è una serie di passaggi.
Attraversare la vita è una forma d'arte.

My Life In Art
dei Mojave 3
in "Excuses For Travellers", 2000

postato da: AMALTEO alle ore febbraio 19, 2007 18:24 | link | commenti (5)
categorie: ascoltare al crepuscolo