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2° metà del 900-later than never. “Perché vale la pena di vivere? E’ un’ottima domanda… Be’, ci sono cose per cui vale la pena di vivere … Per esempio, per me, direi, … Coatesa e il Genius Loci che lì mi ritrova ...le interpretazioni di Nina Simone, artista della musica … la voce di Ray Charles, quasi sempre … il ballo di Al Pacino in Scent of a Woman … le note di John Lewis … Duke Elligton che ascoltava mio padre, …i racconti di Stephen King … i quadri di Peppo Spagnoli, che dimostra che si può fare molto anche da luoghi piccoli … il definitivo e prospettico Logos-Pensiero di Silvia Montefoschi, attenuato dal politeismo simbolico di James Hillman ... il minimalismo, perchè sono minimo ... su tutti e tutto il sorriso di Luciana …. ... e poi anche ... e ancora ...†(ispirato da Woody Allen in Manhattan). pamalteo@gmail.com

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giovedì, 26 giugno 2008

Carlo Rivolta interpreta: Carlo Emilio Gadda: Quer pasticciaccio ...

Carlo Emilio Gadda, Quel pasticciaccio brutto de via Merulana,

... l'ha trovata ...

il Palazzo dell'Oro ...

della Zamira ...

Ai seguenti link c'è la possibilità di ascoltare alcune fra le immortali interpretazioni di Carlo Rivolta:

Se vuoi trasferire sul tuo computer o su un Dvd questi audio, segui le istruzioni qui contenute:

postato da: AMALTEO alle ore giugno 26, 2008 13:38 | link | commenti (8)
categorie: polis carlo rivolta, destino eternità

Commenti
#1    26 Giugno 2008 - 14:43
 
superbo!
mi ha incollata, e sì che ne ho di cose da fare!
grazie, marina
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente marina2007

#2    26 Giugno 2008 - 16:00
 
mi rendi felice nel dirmi questo.
nello stesso tempo mi viene il magone, perchè questa presenza unica ora non ci sarà più dietro il suo leggio, con i foglioni grandi tutti evidenziati con pennarelli di vari colori, per ricordare le intonature da dare ...
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente AMALTEO

#3    26 Giugno 2008 - 18:02
 
Eccellente, che meraviglia!

Rino, silenzioso nell'ascolto
utente anonimo

#4    27 Giugno 2008 - 09:38
 
ciao, rino
grazie
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente AMALTEO

#5    28 Giugno 2008 - 01:29
 
lascio qui questo articolo di mario porro:

Caos
Mario Porro
Centro Studi Gadda – Longone al Segrino
Tratto da The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)
Molteplici sono le varianti lessicali con cui Gadda ha dato espressione
alle modalità del caos e del pasticcio. (1) In prospettiva
«psicopatologica», l’incuria e l’agire approssimativo degli uomini
scatenano le «bizze» di chi è assillato da «mania militare», da spirito
di funzionalità ingegneresca e da «quel bisogno di ordine che ha reso
così poco felice la mia vita!» (Tigre nel parco, SGF I 78). Una prima
facies del caos è data dalla perdita di funzionalità dei meccanismi,
dalla non rispondenza operativa ad un progetto; (2) nelle macchine
che cominciano a «scanchignare» – vitarelle o cavatappi, scarpe o
«penne stilografiche buggerone» – si colgono già gli indizi che
preannunciano l’avvento di una catastrofe» (Le bizze del capitano in
congedo, RR II 973).
Ma quando la nevrastenia si mescola ad una filosofia il cui principio è
tenersi fedeli alla «coscienza della complessità» (Meditazione, SVP
668), non si può pensare al caos solo come al negativo da
sconfiggere o al male da redimere. (3) Il «pandemonion», quando è
l’esito di scelta deliberata suggerita da una mente organizzatrice,
quando assume il volto di «orgia voluta», ha la capacità di ricreare lo
spirito: l’ordine imposto dal tempo profano, dal «tedioso dovere» (SVP
722), chiama la polarità opposta, la trasgressione e la dépense della
festa, a rinnovare le energie esauste del vivere. La percezione della
caoticità del mondo rimane certo fonte di turbamento, a cui rispondere
con la terapia della ricerca di principi d’ordine, con il
«parallelepipedismo» delle forme geometriche. Ma non si può
annullare la presenza ineludibile del pasticcio, che rimane realtà da
affrontare e da comprendere: «Navigare nella minestra, ma cercar di
capire come è fatta» (Castello, RR I 130).
Non è solo per un «attacco di zolianesimo» (Meccanica, RR II 471), di
naturalistica esattezza descrittiva, che occorre allora escogitare le
forme con cui dare rappresentazione mimetica del disordine:
l’esigenza filosofico-scientifica di intendere «la trama complessa della
realtà» (Racconto, SVP 460), di tradurre il «campo oltraggioso di non
forme» (Cognizione, RR I 627) in sistemi, è imperativo etico e
conoscitivo ad un tempo («Il disordine […] è il mare dei Sargassi per
la nostra nave», Giornale, SGF II 575): ed è su questo mare che
siamo imbarcati, sulla tolda di un bateau ivre che non possiede la
consolante roccia cartesiana a cui ancorarsi, ma si agita nella
tempesta.
Al termine caos Gadda sembra attribuire anche un significato
specifico, non di semplice sinonimo del disordine. Roscioni ha rilevato
come i vocaboli di caos e magma siano assunti, soprattutto negli
scritti anteriori al 1930, secondo i tradizionali significati della
cosmogonia e della filosofia antiche (Roscioni 1975: 76). Il lessico
presocratico, da poco emerso dal mito, era stato risvegliato ed aveva
assunto veste rigorosa grazie al pensiero filosofico-scientifico della
modernità: il passaggio dal caos al cosmo era delineato nella
cosmogonia kantiana, si strutturava nell’evoluzionismo di Spencer,
diveniva nodo problematico con la comparsa della termodinamica.
Il caos è primo: spazio delle origini, condizione fluida e indistinta da
cui emergono le determinazioni, luogo in cui l’eccedenza dei possibili
attende di essere filtrata. L’informe è sfondo e fondo (il fondo oscuro
delle monadi leibniziane), serbatoio di forme, materia prima e matrice
che racchiude le radici da cui «germinano» le cose: in esso si agitano
i potenziali che attendono di «coagularsi», come se ogni morfogenesi
fosse un transitare dal fluido al solido. Così scrive Gadda rievocando
l’esperienza di costruzione di un impianto a Jemappes: «Quel
disordine primo si sciolse e poi si rapprese in forme sempre più valide,
secondo validissime direttrici di cristallizzazione. Il caos, mesi e mesi,
generò l’organismo», cioè la fabbrica per il fissaggio dell’azoto
atmosferico (Tecnica e poesia, SGF I 249).
Nella prospettiva gaddiana, sistemica e fortemente intrisa di
«organicismo», il caos ritrova i connotati vitalistici della presocratica
physis: natura generante e creativa, in cui scorre il pulsare della vita.
Il «nefando pasticcio», «cumulo informe di entraglie», è il ciarpame
indistinto con cui la vita si esprime nel suo stadio primario, in attesa di
un’idea differenziatrice che la organizzi e le dia un fine (Anastomosi,
SGF I 268). Nelle tenebre della mollezza interiore si nascondono le
potenzialità del vivere, le «buie probabilità»: il molteplice è varietà
seminale «germinante e nascente», che si attua ad ogni istante in
virtù della «continua vibrazione dell’essere» (Meditazione, SVP 652).
Ed è in questo «retroscena del mondo» (Meraviglie d’Italia, SGF I 90)
che si nascondono «le ragioni oscure» di quella «deformazione
perenne» che è la vita (Castello, RR I 119).
Uscita dall’indistinzione delle origini, la vita in termini evolutivi è
crescita continua (in senso proprio, cioè graduale e senza salti, per
differenziali infinitesimi) di differenze, a partire da una radice comune:
«differenziarsi per deviazioni e divergenze delle specie, secondo un
processo di ramificazione» (Meditazione, SVP 884). «Il processo
euristico», lo sforzo creativo del reale nei suoi diversi livelli, nelle «sue
varie parvenze», dalla biologia alla tecnologia, dalla meccanica alla
politica, si costruisce e si «autodeforma», procedendo verso il
«vieppiù differenziato»: l’n+1 viene fuori «da un nebuloso e
schellinghiano cementarsi od agglutinarsi o coordinarsi degli n» (SVP
783). È dunque nel senso di una crescita della complessità, di un
aumento delle differenze (oggi, diremmo anche dell’informazione in
quanto neghentropia) che il reale inventa continuamente se stesso,
quasi fosse «un caos che si arricchisca di determinazioni come un
poligono avente vertici infiniti» (SVP 834).
«Dal caos dello sfondo devono coagulare e formarsi alcune figure»,
osserva la prima pagina del Cahier d’études del Racconto italiano di
ignoto del novecento. Certo, qui caos va inteso anche in termini
storico-critici, come «emanazione della società italiana del
dopoguerra», cioè di una società in preda a «dissoluzione», morale e
teoretica, in cui si è prodotta «una perdita di vista del nesso di
organicità». La società, come gli organismi, costituisce un
«ingarbugliato intreccio», può dunque accadere (ed è qui l’origine del
male) che si perda di vista il nesso unitario: l’organismo si dissolve
«quando una sua parte agisce di per sé, per il proprio (creduto)
vantaggio o piacere e non in armonia al tutto» (Racconto, SVP 460).
La dissoluzione rappresenta dunque il venir meno della gerarchia
delle differenze: il sistema vede sconvolte le sue relazioni, si annuncia
così il declino che lo porterà al caos terminale della indifferenziazione.
Ogni sistema organico è un sistema aperto in senso termodinamico,
precaria unità di relazioni, groppo o nodo che si conserva
provvisoriamente sfuggendo alla dissoluzione: ma ciò che appartiene
a bios non può disobbedire alle norme della physis, il suo destino è
tornare all’inerzia della materia. Nella morte il sistema si decompone,
si arrende al disordine entropico, torna all’n-1, all’indistinto, diviene
cosa fisiologica: «il sistema dolce e alto della vita», dice la Cognizione
a proposito della madre morente, viene ricondotto «all’orrore dei
sistemi subordinati, natura, sangue, materia: solitudine di visceri e di
volti senza pensiero. Abbandono» (RR I 754).
Emerso dal caos delle origini, il sistema si costruisce deformandosi,
ma non può ignorare il processo inverso, il regredire verso
l’indistinzione e la fine delle differenze. Rileggendo la psicanalisi a
partire dai suoi presupposti filosofici, Gadda non può mancare di
volgere la sua attenzione alla pulsione di morte tematizzata in Al di là
del principio del piacere. Il lessico freudiano dell’energia (certo non
estraneo a chi come Gadda era lettore di Ostwald) dà veste teorica al
problema (meta-fisico ancor prima che psicologico) dei rapporti tra
biologico e fisico che assilla il pensiero filosofico-scientifico di fine
Ottocento e a cui anche Bergson cerca di dare risposta: come può
coesistere l’evoluzione creatrice degli organismi con la legge
implacabile che inscrive tutto ciò che nasce sotto le insegne del
declinare? (4) Non potremmo pensare ad una sorta di andamento
ciclico per cui ciò che si dissolve nel «letamaio diveniristico»
(Meditazione, SVP 872) ritrova al contempo le condizioni dell’origine e
può riprincipiar da capo? «Sotto il riflettore spietato dell’analisi»,
l’attrazione che esercita la quiete del mondo inorganico è insieme
ritorno alla «potenza primigenia» che rende possibile un nuovo inizio.
Le parole de I viaggi, la morte saranno integrate l’anno successivo
nell’approccio sistemico della Meditazione:
il migrare dei...
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#6    28 Giugno 2008 - 01:36
 
segue:

il migrare dei simbolisti è un determinare nuove fortune spaziali,
nuove conoscenze e nuove sensazioni astratte dall’impulso
coordinante dell’io, è un perdersi nella casualità oceanica; il morire è
un accedere a una più vasta dissoluzione, a più sconfinata casualità,
ove ogni impaccio sia tolto dei vincoli d’ogni teleologia.
Filosoficamente questo anelito verso il caos adirezionale rappresenta
un regresso alla potenza primigenia dell’inizio, ancora privo di
determinazioni etiche: una ricaduta nell’infanzia dell’essere, se così
sia lecito dire.
Io credo che nella persona umana esso appalesi la rivolta della
materia paziente contro l’insopportabile tirannide della finalità. Anche
la finalità eccede ed erra e viene in questo errore a negarsi: la materia
è incaricata di rappresentarle i vincoli logici del mondo, le premesse
proprie di essa finalità: la materia è la memoria logica, la «premessa
logica» su cui lavora ogni impulso finalistico, ogni «forma» attuante se
stessa (chiara idea platonica rielaborata dagli evoluzionisti e poi da
Bergson). (Viaggi, SGF I 581)
Il dramma della Balducci, la non ottenuta maternità, produce in lei un
abbandonarsi al richiamo della morte, «una tendenza al caos»,
risveglia l’anelito verso l’indistinto che è insieme brama di rinascere:
Quel buttare, quel dissipare come petali al vento o come fiori nel
ruscello tutte le cose che più contano […] finirono di rivelargli, a don
Ciccio, l’alterazione sentimentale della vittima: la psicosi tipica delle
insoddisfatte, o delle umiliate nell’anima: quasi, proprio, una
dissociazione di natura panica, una tendenza al caos: cioè una brama
di riprincipiar da capo: dal primo possibile: un «rientro nell’indistinto».
In quanto l’indistinto soltanto, l’Abisso, o Tenebra, può ridischiudere
alla catena delle determinazioni una nuova ascesi: la rinnovata sua
forma, la rinnovata fortuna. (Pasticciaccio, RR II 105-06)
Il caos è il reale che non trova (non ha ancora trovato) modo di
tradursi in sistema: spazio delle origini e momento terminale, esso
costituisce la zona indistinta attorno a cui spuntano le sporadi
dell’ordine e dell’equilibrio (nelle quali si afferma la coscienza della
combinazione), gli arcipelaghi emersi nella «casualità oceanica». Ma i
sistemi sono solo impropriamente delle isole, non sono ipostatizzabili
in «sostanze», in solidi dai bordi definiti: se la realtà è «fiume eracliteo
pieno di gorghi e di forze aggrovigliate e intersecantisi» (Meditazione,
SVP 777), il dato è solo una «pausa della deformazione in atto»,
equilibrio transitorio di un vortice nella corrente.
La «mobile duna» su cui il filosofo poggia i suoi piedi (ad anticipare il
popperiano sapere su palafitte), non consente di scorgere «né il fondo
dell’abisso né l’assoluto cielo: ma partendo dal traballante ponte della
realtà data cerco di estendere la conoscenza nelle (due) direzioni
(ascensionale e involutiva)» (SVP 667). Ogni sistema realizza un
provvisorio equilibrio nel contesto di una «ascensione di sistemi», fra i
suoi interni sistemi subordinati ed il «caos soprastante» in cui è
integrato: ma la speranza che il «caos poi presto disparirà» rimane
illusoria, dato che la superordinazione deve essere intesa come «un
groviglio estremamente complesso e direi confuso», per cui ogni
sistema resta immerso in una più vasta realtà, in un «oscuro e
indistinto sistema esterno» che sfugge alla logica (SVP 861 ). La
totalità, a cui kantianamente aspira la metafisica, ci rimane ignota: se
il «desiderabile termine di riferimento supremo» è pensare, per
integrazione, l’Oceano, solo la Mente divina potrebbe aspirare
all’icnografia delle prospettive parziali, cioè a tradurre il caos in
cosmo.
Ogni sistema strutturato è un cosmo paragonabile ad un gioco come
la partita a scacchi: le sue regole, arbitrarie e vincolanti, costituiscono
«la cinta daziaria logica, funzionante da Dio» (SVP 646), e formano
così un universo chiuso e finito. Ma nulla in natura, secondo Gadda,
corrisponde alla partita a scacchi: la realtà non si compone di «ficchi
secchi», stoicheia distinguibili come i caratteri dell’alfabeto o gli atomi,
dalla cui inesausta combinatoria formare l’ordine delle cose. Nel
pentolone del mondo gli gnocchi si aggrumano per filamenti che il
rasoio della ragione analitica non può separare: caos o cosmo,
«Eleggi tu, secondo credi, qual de’ duo nomi ti piaccia, come
consentaneo con gli umori tuoi propri», si dice a proposito delle
immagini e delle favole «in che si aggroviglia il vivente polipaio della
umana comunicativa» (Meditazione breve circa il dire e il fare, SGF I
446). Forse non sarebbe dispiaciuto a Gadda il neologismo che gli
odierni teorici della complessità hanno coniato per esprimere la
convivenza di ordine e disordine nella scatola nera delle cose:
caosmos.
Il ricorso all’Oceano quale emblema del caos è solo uno dei tanti
indizi del prevalere in Gadda di un immaginario costruito sulla
metaforica dei fluidi, certo non estranea agli studi di un ingegnere
idroelettrico, lettore di Bergson. I modelli razionali imposti ad una
realtà recalcitrante prediligono, nel tracciare quelle che oggi
chiameremmo le dinamiche del caos, la lingua newtoniana delle
fluenze e delle flussioni con cui un eretico leibniziano guarda al
calcolo infinitesimale. La sarabanda e il garbuglio, e soprattutto il
«dissonante fescennio» (Meccanica, RR II 487) della folla – alla fiera
o al mercato – obbediscono ad un processo scandito dal passaggio
lucreziano da turba a turbo, tipico dello scorrimento dei fluidi. (5) In
greco turbé è la folle danza in onore di Dioniso, la moltitudine e il
grande numero, la confusione e il tumulto: è il caos come massa
fluttuante, in moto browniano, su cui «un impercetto clinamen»
(Adalgisa, RR I 488) produce una spirale che gira vorticosamente,
turbo.
Il flusso, percorso da turbolenze, trova le sue linee di impluvio, si
declina in vortici turbinosi. Il «girotondo infernale», agitato da
rimescolamenti paragonabili al bollore del magma, è un «pullulante
vivaio di possibilità meravigliosamente ebbre» (Meccanica, RR II 502),
che attendono di assurgere all’equilibrio instabile di un vortice,
«dentro l’inviluppo motivato del circostanziare» (RR II 488). Nel
«vortice del mio sistema», la materia stessa è sottoposta alla
chiamata, all’imperio finale che spinge le acque a precipitare nella
cateratta: anche l’io è pensabile come «un pauroso gorgo ove un
fiume converge precipitando in cascata» (Meditazione, SVP 779). La
lingua dell’idrodinamica consente di esprimere il caos, di farlo passare
dal mito al sapere positivo. Il rumore di fondo delle cose scivola verso
il turbine: «Improvvisamente la sindrome tipica delle frenòsi collettive
si manifestò nel magma […] E poi tutto si confuse in un violento
torrente il quale, dopo intoppi e gorghi d’ogni maniera, proruppe
rigurgitando nella diabolica sala» (Cinema, RR I 67). L’orgasmo della
folla al mercato, nella Meccanica o nel Pasticciaccio, è percorso da
un’energia critica che smista la direzione verso «l’indistricabile
groviglio delle miserie universe». Il «bailamme» della «festa
formaggia» e della «repubblica erbaria» è involtato nel «turbine degli
inviti e degli incitamenti alla compera»: il caos si rapprende nel
vorticare delle femmine, negli inviluppi e nei gorghi della gran «fiera
magnara».
Anche la madre nella Cognizione, come può accadere ad una bimba
urtata dalla folla, subisce il tumulto della «turpe invasione», pronta a
sfociare nella «selvaggia rissa», come l’uragano «si disfrenava alle
folgori»: «effuso mugghiare di quella turba in tobòga senza più né
Cristo né diavolo, moltitudine flagellata contro la proda dal precipitare
dell’onda» (Cognizione, RR I 693). È il momento in cui risorge la
minaccia del male, annunciata da «cupe nuvole»: la dinamica del
caos parla la lingua delle meteore e delle intemperie, dei fenomeni
che avvengono nell’atmosfera. Anche le quotazioni azionarie seguono
un andamento «meteorologico»: nel «baccanale» della Borsa (Alla
borsa di Milano, SGF I 34) non possiamo prevedere il «differenziale
positivo della variabile», conoscere il «comportamento dell’attimo»,
cioè la sua variazione nell’istante. Nel vorticoso tracciarsi dei percorsi
e dei contorni «d’una folla impazzita» che «si aggrumava e schiariva
in un coagulo e in uno scioglimento continui», la «fusa continuità del
clamore» era percorsa da «celeri lampi», da segnali fuggitivi e grida
improvvise che obbligavano i commessi, «giovanetti-saette», a
spostamenti rapidi per comunicare le variazioni delle «instabili quote».
Nel campo di forze della realtà (come ripete il Pasticciaccio), contrasti
mutevoli e «convergenti motivi» finiscono per confluire «in un punto di
azione manifesta»: «probabilità imponderabili» producono «la
deprecata catastrofe. Il turbine o uragano che fosse» (Meccanica, RR
II 533). La «dégringolade del divenire» (Meditazione, SVP 872) si
arresta in un «groviglio...
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#7    28 Giugno 2008 - 01:43
 
segue:

si
arresta in un «groviglio spiraloide»: il flusso si esprime per
contingenze e circostanze, per cui «l’oscurità generale del destino è
su tutto». Chi racchiude il racconto fra la «nuvolaglia tempestosa» ed
«i nuvoloni del finimondo», non ignora un meccanismo tipico delle
dinamiche caotiche, l’effetto farfalla con cui il meteorologo Edward
Lorenz ha indicato l’incertezza previsionale dovuta alla sensibilità alle
condizioni iniziali: (6) «Se una libellula vola a Tokio, innesca una
catena di reazioni che raggiungono me» (L’egoista, SGF I 654).
Nel caosmo delle meteore, cede ogni stabile riferimento: sul bateau
ivre, nella buia notte in cui si svolge il nostro peregrinare conoscitivo
per mari strani e diversi, il metodo non ha alcuna stella a cui riferirsi,
le cose «si dissolvono e si deformano da sé, come i cumuli delle
nubi». Anche la «teoretica idea» del commissario Ingravallo, per cui
«le inopinate catastrofi» sono nodo o «gnommero» effetto di cause
molteplici, obbedisce ad una dinamica morfogenetica analoga a
quella di un altro «convoluto Eraclito», René Thom: tali catastrofi
«sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella
coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità
di causali convergenti» (Pasticciaccio, RR II 16). Dal vortice di
depressione ciclonica «nulla segue», suggerisce l’inizio meteorologico
dell’Uomo senza qualità di un altro ingegnere-scrittore, Robert Musil:
come per l’incidente automobilistico che si scatena nel caos del
traffico viennese anche il fattaccio delittuoso del Pasticciaccio «era
l’effetto di tutta una rosa di causali che gli eran soffiate addosso a
mulinello (come i sedici venti della rosa dei venti quando
s’avviluppano a tromba in una depressione ciclonica) e avevano finito
per strizzare nel vortice del delitto la debilitata “ragione del mondoâ€Â»
(RR II 17).
Centro Studi Gadda di Longone al Segrino
1. Si veda la rassegna, necessariamente non esaustiva, proposta da
Gian Carlo Roscioni (Roscioni 1975: 75-76).
2. Basti pensare ai molteplici esempi relativi alla condotta bellica
riportati nel Giornale di guerra e di prigionia.
3. «Avevano cancellato il disordine, per la stanza, come si suol
medicare un male», si dice a proposito dei quadri calpestati da
Gonzalo nella Cognizione del dolore (RR I 617).
4. Su questo tema rimando a M. Serres, Zola. Feux et signaux de
brume (Paris: Grasset, 1975), 108-120.
5. Il riferimento è a M. Serres, La naissance de la physique dans le
texte de Lucrèce (Paris: Editions de Minuit, 1977; trad. it., Lucrezio e
l’origine della fisica, Palermo: Sellerio, 1980), 35-39.
6. J. Gleick, Chaos (New York: Viking Penguin Inc., 1987; trad. it.,
Caos, Milano: Rizzoli, 1989).
published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

articolo spesso
ciao
buonanotte
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#8    28 Giugno 2008 - 09:00
 
grazie, prisma.
sì, mario porro è un finissimo analizzatore della cultura letteraria e filosofica.
il suo è un approccio filologico. gli piece inseguire le componenti e varianti di un tema.
ne userò qualche parte nel prossimo post su carlo rivolta che legge gadda e la sua brianza
attendo con trepidazione l'altra importante opportunità che hai scovato alla biblioteca di crema
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