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2° metà del 900-later than never. “Perché vale la pena di vivere? E’ un’ottima domanda… Be’, ci sono cose per cui vale la pena di vivere … Per esempio, per me, direi … tutta la musica e le interpretazioni di Nina Simone … la voce di Ray Charles, quasi sempre … Il ballo di Al Pacino in Scent of a Woman … le note di John Lewis quando volano nelle fughe di Bach … Louis Armstrong, l’incisione di West and Blues del 1928 … i film di Sergio Leone … i racconti di Stephen King … gli azzurri e i gialli di Van Gogh … i quadri di Peppo Spagnoli, che dimostra che si può fare molto anche da luoghi piccoli … il definitivo e prospettico Logos-Pensiero di Silvia Montefoschi ... il minimalismo, perchè sono minimo ... su tutti e tutto il sorriso di Luciana …. ... e poi anche ... e ancora ...” (rielaborato su suggestione di Woody Allen in Manhattan, con qualche cambiamento).

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martedì, 22 aprile 2008

Rielaborazione del lutto 3. O meglio: della sconfitta

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 21 aprile 2008, www.ilmattino.it

Che fare della sconfitta? Per ognuno di noi, si tratta di un’esperienza non evitabile. Anche la persona di maggior successo, ogni tanto subisce il gusto amaro della sconfitta. Churchill, uno dei vincitori del secolo scorso, fu sconfitto più volte. Anche i vincenti di oggi, politici, sportivi, scienziati, a volte vengono clamorosamente battuti nelle loro prove. A ben guardare, anzi, si scopre che ciò che fa di qualcuno un vincitore è proprio la sua capacità di perdere, e di rialzarsi.
Cos’è, però, che aiuta a trasformare la sconfitta in un momento di potente ricarica? Il primo fattore, indispensabile, è l’amore per la vita. Chi ama la vita in quanto tale, è aiutato nel volgere in positivo ogni esperienza, perché, dato che è la vita che gliela offre, la considera sempre un dono, di qualsiasi cosa si tratti, sconfitta compresa. Chi ama la vita così com’è non sta a discuterla in continuazione. Egli sa bene che ogni cosa se l’è meritata, e gli capita per insegnargli qualcosa. Come un generale lucido, non perde tempo ad esecrare il nemico vincitore, ma analizza con cura l’elenco dei propri errori.
La sconfitta, che arriva spesso dopo un periodo di vittorie e successi, diventa così un prezioso riequilibratore dell’umore e del senso della realtà del soggetto, che prima tendeva a sbilanciarsi dal lato dell’euforia e dell’ottimismo, camminando nelle nuvole dei propri sogni, e dimenticando di verificarli con la dura realtà.
Per amare la vita così com’è, con le sue difficoltà, e non come vorremmo che fosse, per mettere a frutto le esperienze di scacco che la vita quotidiana ci offre, è necessario uscire dal mito moderno secondo il quale la vita sarebbe una successione di acquisizioni, di vittorie, e che quando così non è ciò significa che sei soltanto un “perdente”. Teoria falsa e diseducativa (anche se molto in voga nella psicologia troppo facile), che quando va bene ti ubriaca col successo e ti fa perdere il contatto con la realtà, e quando poi arriva l’inevitabile legnata ti precipita nella depressione.
In realtà, più che le acquisizioni e le vittorie, ciò che ti tempra più saldamente sono appunto le sconfitte e le perdite. E’ nel confronto con quei momenti difficili che la personalità cresce davvero, e che le tentazioni del narcisismo (se affronti la situazione con coraggio e realismo) si sciolgono una volta per tutte. E’ allora, tra l’altro, che si costruisce una vera e salda autostima, in grado di sorreggerti stabilmente.
Da questo punto di vista, una sconfitta elaborata positivamente è molto più utile e formativa di tante terapie, con il loro rischio di farti vedere che, in fondo, sei tu che hai ragione (il che può anche essere, ma tanto è la sconfitta la vera prova di realtà), impedendoti così di cambiare e di addestrarti per bene per la prossima occasione.
Nella vita di ognuno di noi, la figura più adatta a trasmetterci il sapere della perdita è il padre, così come la madre ci trasmette il sapere opposto: quello dell’avere, dell’ottenere, di soddisfare i nostri bisogni. E’ anche per questo che, nel nostro mondo occidentale di padri assenti, o allontanati da casa dalle separazioni e divorzi, è sempre più difficile trovare chi sa trasformare la sconfitta in un’esperienza positiva.
Tuttavia, in ogni momento di sconfitte diffuse, come ad esempio il dopo elezioni, consola vedere che qualcuno che sa perdere bene c’è sempre. Come riconoscerlo? E’ chi non dà la colpa ai vincitori, o alla gente che non l’ha votato, ma, senza parlar tanto, si mette a pensare, e cerca di capire. Sono tipi così, quelli che in futuro potranno vincere.

postato da: AMALTEO alle ore aprile 22, 2008 19:59 | link | commenti (6)
categorie: pensare politica elezioni, pensare psiche

Commenti
#1   22 Aprile 2008 - 23:21
 
Tutto l'argomentare di Claudio è ineccepibile. E' utile per incassare e ammortizzare, ma vale a livello psicologico privato. La sua non è analisi politica, né rimedio politico. Può andar bene per leccarsi le ferite. Condivido la riflessione potente sul padre. Lui ha scritto che questa società è materno-infantile, prevalentemente dedita al consumo: il contrario del padre.
Non condivido più la piega che Claudio ha dato alle sue posizioni. Se va bene difendere anche i giovani padri dalla tendenza delle donne a decidere tutto da sole, pensando a una revisione della legge sull'aborto che non le veda da sole a decidere, mi trova in totale disaccordo la clericalizzazione delle sue posizioni e la crociata contro l'aborto. Come se fosse vero quello che vanno sostenendo lui e Ferrara! Mi sono perso qualche passaggio negli ultimi due anni. Per me, tutto ciò che non è laico, cioè valido per tutti, non vale più niente. Rispetto, ma non condivido. Mi interessa solo ciò che è comune. La destra potrà pure continuare a seminare odio: raccoglierà solo odio.
utente anonimo

#2   23 Aprile 2008 - 13:48
 
condivido interamente quanto dici su claudio risè.
d'altra parte sono convinto che le persone, come anche gli eventi storici, vanno visti e presi anche per le loro parzialità.
la sua analisi psicologica è ben centrata.
la sua collocazione culturale, come pure la faziosità talvolta cieca, gli fa ombra.
onche i migliori psicanalisti hanno le loro zone d'ombra
e risè è un bravo psicanalista.
se poi politicamente si sente bene nel paesaggio italiano della destra, pazienza.
non sarà certo per questo che mi verrà meno la stima nei suoi confronti
ciao gabriele
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#3   23 Aprile 2008 - 16:09
 
Interessante articolo. Sul finire mi sarebbe piaciuta una differenziazione. Io penso, infatti, che un conto sia dire "Ho perso, è colpa dei vincitori e di chi non mi ha votato", un altro è dire "ho perso; ne sono responsabile, ma identifico anche nelle scelte di chi non mi ha votato pulsioni, sogni, convinzioni, idee o aspettative, o soluzioni che secondo me sono sbagliate". Non sono sicura che Risé condivida il mio pensiero e che non mi metta tra coloro che non sanno perdere.
Affascinante la sua lettura della società.
ciao marina
utente anonimo

#4   23 Aprile 2008 - 16:56
 
sì, marina
secondo me hai colto una sfumatura importante in ciò che sarebbe stato più giusto dire.
claudio risè, che ti assicuro è persona di grande valore, mostra come anche gli psicanalisti siamo presi dalla loro "ombra" quando devono apparire.
c'è in lui una frattura fra la finissima capacità di leggere i rapporti intra-psichici ed extra-psichici e la sua posizione sociale faziosa.
comunque, no ... non credo che direbbe quello che tu hai detto
e per lui di certo siamo i perdenti che non sanno perdere
pazienza: ho imparato da lui a camminare per la mia strada, guardando il paesaggio
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#5   24 Aprile 2008 - 09:28
 
mah, pensavo che anch'io nel mio post sul libro "La strada" di McCarthy non sono riuscita a fermare l'attenzione sulla "sconfitta", sono dovuta "andare oltre"... . Ma un conto è dirlo e un conto è riuscire a farlo..
ho concluso quel post con questa citazione di Neruda:
" Io credo in questa profezia di Rimbaud… devo dire agli uomini di buona volontà, ai lavoratori, ai poeti, che l'intero avvenire è espresso in quella frase di Rimbaud: soltanto con ardente pazienza conquisteremo la splendida città che darà luce, giustizia e dignità a tutti gli uomini.... ".
Io traduco quel "ardente pazienza" con fermezza e perseveranza, perchè, in questa situazione del dopo elezioni, ritengo importante ancorarmi a quei principi fondamentali che hanno scandito il percorso del nostro paese verso la democrazia, il cui significato profondo è inciso nella Carta Costituzionale e senza i quali non esistono nè la convivenza civile nè il rispetto della dignità umana. e uno di questi principi fondamentali per me sono le regole condivise. credo che per capire il presente e progettare il domani occorre non dimenticare le nostre radici.
Ma qual'è l'attuale concezione di giustizia e dignità di tutti gli uomini? C'è un pensiero davvero comune a cui tendere?
insomma, non credo sia solo una questione di elaborazione della sconfitta ma penso che questo pensiero di claudio risè sia centrato e molto importante per l'elaborazine di una sconfitta.
ciao
buona giornata


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#6   25 Aprile 2008 - 08:23
 
ciao prisma
sono d'accordo con te
la riflessione di risè va oltre la contingenza. se la si prende come messaggio generale contiene perle di saggezza e di verità
i suoi giudizi contingenti (compreso quello velenosissimo che ha scritto poco dopi su Tempi) sono roba sua del tutto personale e parzialissima
qui invece c'è un messaggio più universale
ti saluto: sarò allorto per due giorni
ci rileggiamo sabato sera
buone ore
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