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2° metà del 900-later than never. “Perché vale la pena di vivere? E’ un’ottima domanda… Be’, ci sono cose per cui vale la pena di vivere … Per esempio, per me, direi … tutta la musica e le interpretazioni di Nina Simone … la voce di Ray Charles, quasi sempre … Il ballo di Al Pacino in Scent of a Woman … le note di John Lewis quando volano nelle fughe di Bach … Louis Armstrong, l’incisione di West and Blues del 1928 … i film di Sergio Leone … i racconti di Stephen King … gli azzurri e i gialli di Van Gogh … i quadri di Peppo Spagnoli, che dimostra che si può fare molto anche da luoghi piccoli … il definitivo e prospettico Logos-Pensiero di Silvia Montefoschi ... il minimalismo, perchè sono minimo ... su tutti e tutto il sorriso di Luciana …. ... e poi anche ... e ancora ...” (rielaborato su suggestione di Woody Allen in Manhattan, con qualche cambiamento).

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sabato, 05 gennaio 2008

Alice Munro, Il percorso dell'amore (1985), Einaudi 2007, Traduzione di Susanna Basso e Silvia Pareschi

 

Alice Munro è una scrittrice canadese del 1931. Si sposa a 20 anni e dopo la nascita di tre figli a 41 anni si separa per ristabilire una nuova relazione affettiva 4 anni più tardi. Le più importanti opere sono di questa seconda fase della vita e ad esse vengono tributati rilevanti premi letterari.

In Italia  l’editore che la pubblica è Einaudi e il talento della traduzione del testo “Il percorso dell’amore” è di Susanna Basso e Silvia Pareschi.

Affidarsi ai racconti dell’autrice è come rannicchiarsi in una coperta avvolgente, poiché lo stile della sua scrittura ti consente di scoprire diversi livelli di immedesimazione:

1)     la capacità superlativa di tramutare in immagini ciò che le parole descrivono. Nulla è lasciato in sospeso, dai vividi colori degli esterni delle stagioni canadesi, alle architetture e suppellettili degli ambienti interni, al dettaglio dei tratti fisici dei personaggi,  alla minuziosa analisi delle singole personalità dei protagonisti. Un vero e proprio continuo sprone alla visualizzazione e identificazione in altre storie …

 2)     altre storie … In realtà in ogni racconto scopri con sorpresa che almeno un tratto appartiene anche a te. Talmente intensi i passaggi dei moti dell’animo che diventa difficile non ripescare nella propria memoria, fin dove te lo consente, analoghe esperienze di stupori, illusioni, scoperte, disinganni, vittorie, cedimenti, mutamenti

 3)     ….attraverso le quali  ti appropri di una acuta rappresentazione delle svolte più importanti della vita e di ciò che esse comportano nel trasferimento da un ciclo dell’esistenza all’altro. E il racconto diventa solo un pretesto per offrirti una trama, una serie di aggettivi evocatori di condizioni cui non sempre avresti voluto sottostare, o che ti è spiaciuto abbandonare, o che avresti voluto riscrivere con parole diverse;

 4)     e, infine, in ogni accadimento descritto dalla Munro, c’è sempre un interstizio di mistero che irrompe, sospende e riprende lasciando solo a te, lettore, la possibilità di intuire che quel mistero null’altro è che la forza dell’incontro con l’altro.

 Profondamente femminile, Alice Munro riesce a maneggiare i multipli volti dell’amore con sobrietà, senza scadere nel sentimentalismo, senza screditare od offuscare l’effimera durata della passione o la banalità dell’ingrigire di un rapporto.

Una scrittrice-amica con cui senti di condividere ciò che a volte fatichi a confessare a te stessa, sorpresa di specchiarti in storie di vita che sono e saranno eterne.

Buona lettura.

Questo post di avvio al gruppo di lettura è di Tartarugosa

postato da: AMALTEO alle ore gennaio 05, 2008 12:51 | link | commenti (116)
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Commenti
#1    05 Gennaio 2008 - 18:50
 
sto leggendo i suoi racconti in questi giorni. è una di quelle scrittrici che mi rimane dentro per il suo modo di analizzare profondamente le situazioni della vita, vedere un lato ma inquadrare perfettamente, sorprendentemente anche il lato contrario.

Un'altra cosa che mi colpisce di lei è il "fattore sorpresa", tu pensi ad una possibile trama, te la fa quasi intuire e invece lei ti sorprende con nuovi dati o personaggi.

Il titolo, inoltre è quello "giusto" perchè mentre leggo i racconti vedo che il comune denominatore è proprio questo, il percorso dell'amore, i modi diversi di amare, le nostre debolezze e fragilità che si mescolano con i nostri percorsi di vita e che non si possono mai tralasciare...
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#2    06 Gennaio 2008 - 19:06
 
Io non conoscevo libro e autrice, quindi sono molto grata a te Amalteo per aver avviato la conversazione ed a Tartarugosa per aver proposto.
Comincerò a leggere :) Con i miei tempi, ovviamente :))... ma tanto ci siamo detti olte volte che qui regna la lentezza e la riflessione, no?
Buoni giorni Amalteo :)
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#3    06 Gennaio 2008 - 20:14
 
assolutamente sì: lentezza è il nostro motto.
questo è un quaderno: ci si scrive sopra, all'ultima pagina, quando si vuole.
neppure io l'ho ancora finito. però, trattandosi di racconti si può anche andare a singoli frammenti.
ciao e buone ore
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#4    07 Gennaio 2008 - 11:13
 
per allargare l'orizzonte di lettura attorno ad alice munro segnalo questo scritto di paolo cognetti su Alice Munro, Stringimi forte, non lasciarmi andare
http://paolocognetti.nova100.ilsole24ore.com/2007/12/alice-munro.html
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#5    07 Gennaio 2008 - 11:33
 
e anche questa intervista ad Alice Munro, tradotta da Paolo Cognetti dal sito dell'editore random house:
http://paolocognetti.nova100.ilsole24ore.com/2008/01/alice-munro-due.html
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#6    07 Gennaio 2008 - 12:40
 
Apprezzai molto "in fuga" per quei tre racconti con la stessa protagonista...ne riparleremo
un caro saluto
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#7    07 Gennaio 2008 - 13:08
 
ciao alessandro
spero di ritrovarti qui. cercherò "in fuga". i libri producono onde.
a presto
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#8    07 Gennaio 2008 - 14:03
 
L'ho letto tempo fa e lo riprenderò molto volentieri, ma non subito perchè è un periodo molto denso. Per ora posso dire che è un'autrice che mi ha catturata per come scrive, per le stoire e per la sua cpacità di penetrare i personaggi... A presto Giulia
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#9    07 Gennaio 2008 - 16:15
 
benissimo, giuba.
considera questo post come un quaderno. a suo tempo, se vorrai, lascia il tuo punto di vista
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#10    07 Gennaio 2008 - 18:36
 
ciao,
sono contenta di trovarvi.
sarà che lo sto leggendo dappertutto, tranne che seduta su una poltrona, che talvolta ho un po' la sensazione di perdermi... per poi ritrovare il percorso "sotto gli strati" delle sue storie... ma con voi vorrei conversare come seduti su un divano.. bellissimo il passaggio sulla memoria trovato nelli'intervista
buona serata
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#11    07 Gennaio 2008 - 19:21
 
cara prisma mi hai fatto venire voglia di ripercorrere l'intervista alla munro:
riprendo alcune chiavi che l'autrice indica come inerenti al suo stile:
"Che cosa voglio fare? Voglio raccontare una storia come si è sempre fatto - che cosa è successo a qualcuno - ma voglio anche che questo “cosa è successo” venga riferito attraverso interruzioni, stranezze, svolte impreviste. Voglio che il lettore assista a qualcosa di straordinario - non in quello che succede ma nel modo in cui succede. E per me i racconti lunghi lo fanno molto bene"

"Ho sempre bisogno di conoscere il mio personaggio in profondità - che vestiti gli piacciono, com’era ai tempi della scuola, tutte queste cose. E io so che cosa gli è successo prima e che cosa gli succederà dopo il pezzo di vita che sto raccontando. Non sono capace di guardarlo solo qui e ora, imprigionato nella tensione del momento"

"conosco tipi di persone molto diversi, e questo a volte non capita in comunità urbane (dove rischi di essere rinchiuso nella tua classe sociale o professionale). E poi l’ambiente fisico di questi luoghi è reale, dentro di me, come nessun altro. Amo il paesaggio, non come panorama ma come qualcosa che conosco intimamente"

ed ecco il brano da te sottolineato sulla memoria:
"La memoria è il modo in cui raccontiamo a noi stessi le nostre storie, e ne raccontiamo agli altri una versione in qualche modo diversa. Difficilmente potremmo gestire la nostra vita senza un potente e continuo atto narrativo." ... capire come cambia la memoria nel tempo (i diversi inganni che inventa nelle diverse età della vita) e come la memoria delle persone elabora le stesse esperienze condivise."

bene: abbiamo inaugurato la lettura cooperativa. sullo spunto: che cosa abbiamo sottolineato?
grazie per l'intuizione
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#12    07 Gennaio 2008 - 23:49
 
Un saluto a tutti. Metto subito il link al post per rtrovarlo quando cercherò il libro durante la settimana.
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#13    08 Gennaio 2008 - 00:53
 
bentornato, dodo
non dimenticare questo link.
è il quaderno su cui lasciamo le nostre tracce sui sentieri di alice munro
a rileggerti
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#14    08 Gennaio 2008 - 01:38
 
Ciao amalteo
Navigo e guardo la tv.
Leggo del paese dove sono nato. Sono andato via che eravamo 700 abitanti ed un castello, ora leggo 25.000 abitanti e tra un po il castello diventerà un albergo (prova ad immaginare il piano regolatore….)
Il web riporta la notizia di ieri pomeriggio di un amico d’infanzia morto ammazzato con 20 proiettili perché colluso con la camorra.
A porta a porta discutono di immondizia a napoli e zone limitrofe. Che pena: solito bla bla bla dei politici….la colpa è tua di sx no è tua di dx. Meno male è arrivato il direttore del “mattino” ha detto che l’immondizia non ha colore ed ha chiesto a titolo personale la solidarietà delle altre regioni per risolvere nell’immediatezza il problema rifiuti.
Il messaggio di mio fratello arriva sul cellulare…. qui fuori la munnezza ha raggiunto il secondo piano.
Sono triste e mi sento fortunato per i miei figli
Ti leggo e ti saluto
Saluti enim

utente anonimo

#15    08 Gennaio 2008 - 10:06
 
Incomincio a lasciare qui, vicini, questi pezzi, intanto ci penso:

“Non penso alla mia scrittura in termini di forma, ma solo in termini di narrativa - diciamo come a un pezzo di narrativa. Che cosa voglio fare? Voglio raccontare una storia come si è sempre fatto - che cosa è successo a qualcuno - ma voglio anche che questo “cosa è successo” venga riferito attraverso interruzioni, stranezze, svolte impreviste. Voglio che il lettore assista a qualcosa di straordinario - non in quello che succede ma nel modo in cui succede.” (Alice Munro)


“.. io lo racconto, l’uomo… lo colgo come si presenta, nell’istante in cui me ne interesso. … Dipingo il passaggio.
E' un controllo di diversi e mutevoli avvenimenti cangianti e d'immaginazioni irrisolte e, quando capita, contrarie; che io sia un altro me stesso, o che io colga i soggetti da altre circostanze e considerazioni. Tant'è che mi contraddico talvolta, ma la verità, come diceva Demadio, non la contraddico affatto.”… Montaigne


“E io so che cosa è successo, al mio personaggio, prima e che cosa gli succederà dopo il pezzo di vita che sto raccontando. Non sono capace di guardarlo solo qui e ora, imprigionato nella tensione del momento.” (Alice Munro)


“Il sapere ha potere grande sul dolore: Eschilo… sul rapporto tra dolore e verità. … Il dolore autentico dispiega nella mente la sua forza e mostra il suo volto. … Il compito della mente è portarsi avanti, oltre il dolore, sino a stare su tutte le cose, raccogliendo sotto di sé il Tutto e dominando tutto ciò che vorrebbe farlo vacillare, per pre-vedere il Senso stabile del Tutto.” Da un commento di Kensington – Limen


“La memoria è il modo in cui raccontiamo a noi stessi le nostre storie, e ne raccontiamo agli altri una versione in qualche modo diversa. Difficilmente potremmo gestire la nostra vita senza un potente e continuo atto narrativo. E sotto gli strati di queste storie tagliate, autoindulgenti, ispirate o divertite, dovrebbe esserci un’entità enorme e misteriosa - LA VERITA’ - da cui le nostre storie di fantasia provano a staccare dei pezzi.” (Alice Munro)


“Noi tutti siamo un informe assemblaggio di diversi stracci e rattoppi, tanto che ogni cencio sembra vivere di vita propria. E troviamo altrettante differenze in noi stessi (de nous à nous mesmes) quante ne troviamo tra noi e gli altri.”
(Montaigne)


“… Provare a capire come cambia la memoria nel tempo (i diversi inganni che inventa nelle diverse età della vita) e come la memoria delle persone elabora le stesse esperienze condivise.” (Alice Munro)



mah, parlano di racconto… nel modo in cui succede, come si presenta… nell’istante… ma portandosi oltre… e ritrovare sotto gli strati la verità…

ciao
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#16    08 Gennaio 2008 - 11:38
 
caro enim, ci sono vicende collettive (di cui si deve occupare la politica, intesa come capacità di intervenire sui problemi) che invadono anche i miei vussuti soggettivi. questa dei rifiuti in campania è particolarmente deprimente (tristezza, per l'appunto), tanto più quanto avevo partecipato con entusiasmo all'apparente (con gli occhi di oggi) riscatto del popolo napoletano e campano organizzato da bassolino.
quando un politico sbaglia per due mandati il compito di intervenire sulla quotidianità c'è qualcosa che non va in tutta la sua azione e responsabilità di ruolo.
sui tuoi figli sono più pessimista: una delle responsabilità della mia ed anche tua generazione è di lasciargli un pianeta sempre più invivibile e una vecchiaia infinitamante peggiore della nostra.
grazie per la visita. se leggerai la munro mi piecerebbe leggere le tue rappresentazioni emotive e di pensiero sulla sua scrittura
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#17    08 Gennaio 2008 - 12:01
 
cara monica
grazie per questo intreccio di pensieri/citazioni.
mi fai venire voglia, per mio desiderio di ordine di mettere in fila, a mo di scaletta, alcuni punti di attenzione, mescolando i tuoi e quelli di tartarugosa:
- la capapità di evocare immagini (e quindi di suscitare l'immaginazione, la virtù che mi ha insegnato ad inseguire gaston bachelard)
- la capacità di provocare proiezioni di sè dentro la storia ed i personaggi. è vero che questo è il centro di ogni opera letteraria. ma vorrei scoprire QUALE PARTE della mia personalità attiva alice munro
- gli eventi che provocano cambiamento nella persona. e questo mi sembra davvero la cifra stilistica della munro. in questo momento mi viene in mente il primo racconto (proprio il percorso dell'amore): "ricevetti una telefonata in ufficio; era mio padre. accadde non molto dopo il mio divorzio". è da questa incrinatura nella vita della narrante che si dipanano gli eventi biografici su tre generazioni. "analizzare profondamente le situazioni della vita, vedere un lato ma inquadrare perfettamente, sorprendentemente anche il lato contrario" dice clear proprio all'inizio della nostra conversazione
- i plot innescati dai misteri. quasi da racconto giallo
- il racconto (la fabula, come l'analisi testuale suggerisce di rintracciare) ma anche il significato di quell'istante e gli strati sottostanti al racconto esplicito, come dici tu, prisma
- infine l'uso che la munro fa della memoria, anche questo da te sottolineato

il fatto che questa scrittura sia così elaborata, la dice lunga sulla sua qualità narrativa. ed anche sulla gratitudine per le due traduttrici. anche su questo vorrei ritornare. c'è un pezzo in una intervista a susanna basso (vedi il link) molto efficace per capire il lavoro del traduttore. traduttore ed autore alleati con noi lettori.
quanto è affollata una lettura !
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#18    09 Gennaio 2008 - 12:44
 
Amalteo, oh, mi vergogno, ché non ho nemmeno questo libro.
:)
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#19    09 Gennaio 2008 - 12:50
 
Tartarugosa, brava: hai descritto con parole appassionate l'anima del libro. (che io non ho letto e che non ho, ahimè)
:)
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#20    09 Gennaio 2008 - 14:09
 
ciao,
lascio questa citazione che ho trovato, intanto lascio maturare pensieri sul racconto "lichene".

Ognuno sa come funziona una casa, come essa delimita lo spazio e crea collegamenti tra uno spazio chiuso e l'altro e fa vedere in modo nuovo quello che c'è fuori. Questo è il modo meno approssimativo
che possiedo per spiegare come funziona una storia per me, e come vorrei che le mie storie funzionassero per gli altri. (Alice Munro)

buon pomeriggio




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#21    09 Gennaio 2008 - 14:13
 
ciao renèe dicichè
ci sarà tempo per leggerlo. il tempo non dovrebbe essere il problema. qui abbiamo un altro obiettivo: tenere a portata di mano il quaderno con scritto sopra alice, munro, il percorso dell'amore e "tirare su" il post. anche fra un anno.
come?
scrivendo un pensiero arrivato così, come arriva una intuizione
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#22    09 Gennaio 2008 - 14:18
 
cara prisma,
casa ... personalità, come insegnano i sogni.
casa ... architettura del racconto. ecco come alice munro lascia andare l'immaginazione
aspetto i tuoi pensieri su lichene.
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#23    10 Gennaio 2008 - 18:38
 
“La memoria è il modo in cui raccontiamo a noi stessi le nostre storie, e ne raccontiamo agli altri una versione in qualche modo diversa … capire come cambia la memoria nel tempo, i diversi inganni che inventa nelle diverse età della vita …”
Che birichina può essere la memoria, anche quando riguarda la nostra stessa vita :))
Il fatto è che quando aggiungiamo nuovi anni al nostro esistere diventa più facile modificare il significato dei ricordi, dando loro una nuova realtà che può celare omissioni, ricostruzioni, deformazioni, perfezionamenti della vera scena vissuta.
Vi è mai capitato, per esempio, di rivedere a distanza di decenni un luogo della vostra infanzia e di percepirlo drasticamente “rimpicciolito” rispetto alla grandiosità cheun tempo lontano rivestiva?
O ancora, di inserire in un racconto di saga familiare qualche caratteristica narrata da altre voci che però sembra corrispondere a una vostra precisa presenza proprio nel momento in cui quell’evento accadeva?
O, con tutta onestà, di confidare a un amico qualche travaglio interiore soffermandosi maggiormente su aspetti che evidenziano una propria ragione, piuttosto che l’esposizione oggettiva dei fatti avvenuti?
O di distinguere in modo confuso dove collocare esattamente il ricordo che ci viene a trovare, se in contemporanea non viene offerto un aggancio di riferimento sicuro?
Munro ben conosce i meccanismi di una memoria che non è mai così affidabile come la si vorrebbe credere e ne sono testimonianza i mirabili incisi che spesso affiorano nelle trame delle storie che scrive.
Ed ecco che nel racconto “Il percorso dell’amore”, che dà il titolo al libro in lettura, a un certo punto Fame, nel visitare con un amico la vecchia casa d’infanzia radicalmente mutata dopo la sua vendita, dice a Bob mentre guarda la vecchia stufa a legna: Una volta mia madre ha bruciato tremila dollari dentro quella stufa. Alla legittima curiosità dell’interlocutore e all’osservazione che i soldi sono sempre il punto centrale, Fame replica: No. Il punto è che mio padre glielo lasciò fare. Mio padre restò lì a guardare senza protestare mai. E se qualcuno avesse cercato di fermarla, lui l’avrebbe difesa. Io lo considero un gesto d’amore.
Due pagine dopo: Mio padre non è mai stato in cucina a guardare mia madre consegnare le banconote alle fiamme. … Ma allora perché rivedo la scena con tanta chiarezza, esattamente come la raccontai a Bob … Mio padre accanto al tavolo … mia madre alimenta scrupolosamente il fuoco con le banconote … e mio padre … sembra proteggerla. Una delle due considera il gesto naturale e necessario e l’altra è convinta che l’importante sia garantire a quella persona la libertà di procedere. Capiscono che altri possono pensarla diversamente. Non li riguarda. … Faccio molta fatica a credere di essermi inventata tutto. Sembra talmente vero da essere vero: è quello che credo sul loro conto. … Ho smesso in compenso di raccontare la storia. … Non ho smesso soltanto perché, a rigor di termini, non era vera. Ma perché ho capito che dovevo rinunciare ad aspettarmi che la gente condividesse il mio punto di vista.
Una distorsione della memoria per confermare il percorso dell’amore?
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#24    13 Gennaio 2008 - 20:52
 
appoggio sul tavolo questo scritto di paolo cognetti:
ALICE MUNRO (tre)
da Paolo Cognetti di Paolo Cognetti

Munro2 (Ho raccolto qui un po’ di pensieri di Alice Munro. Le fonti sono il New York Times e Wikipedia, che non indica le sue e mi dispiace: facendo questa piccola ricerca mi sono accorto della scarsità di interviste esistenti. La traduzione è sempre molto libera, così come il montaggio che mi sono permesso di fare. Spero che leggere queste parole a qualcuno sia utile quanto lo è stato per me trascriverle.)


SCRIVERE RACCONTI

Non ho mai scelto di essere una scrittrice di racconti. Ho cominciato a scriverli perché non avevo tempo di scrivere nient’altro: avevo tre figli. Poi mi sono abituata a scrivere racconti, ho cominciato a vedere la mia scrittura in questa forma, e adesso non credo che scriverò mai un romanzo.

Non capisco il romanzo. Non capisco da dove dovrebbe arrivare l’eccitazione in un romanzo, e invece so che cosa mi succede con i racconti. C’è una specie di tensione, mentre scrivo un racconto, che non ho mai sentito quando ho provato a scrivere un romanzo. Ho bisogno di un momento illuminante, e ho bisogno che tutta la storia sia raccolta intorno a questo.

Devo solo aspettare che un personaggio prenda forma. La voce di solito arriva con il personaggio, e se un personaggio nasce presto e distintamente allora la storia funzionerà bene. Naturalmente possono servire mesi o anni perché funzioni. Nella mia carriera, ci sono solo un paio di storie di cui semplicemente so che non funzionano. E se succede è perché ci hai lavorato sopra troppo, o non abbastanza.


DA DOVE VENGONO LE STORIE

Nel mio lavoro tendo a coprire il tempo, a saltare avanti e indietro nel tempo, e a volte il modo in cui lo faccio non è per niente lineare. La complessità delle cose - le cose dentro le cose - sembra infinita. Voglio dire che niente è facile, niente è semplice.

L’autoinganno sembra essere un errore, qualcosa che dovremmo imparare a non fare. Ma io non sono sicura che sia possibile. Ognuno di noi sta scrivendo il romanzo della sua vita. Il romanzo cambia - all’inizio è soltanto una storia d’amore, un buon romanzo scritto con una tecnica abbastanza semplice, ma poi cresciamo e ci allontaniamo da questo modello fino ad arrivare a qualcosa di molto discontinuo, dissonante, un tipo di romanzo molto contemporaneo.

C’è un isolamento terribile nella vita umana, e i tentativi di superare questo isolamento sono infinitamente interessanti. Qualcuno dice che scrivo storie deprimenti o pessimiste, ma io so di non essere una persona pessimista, così penso che il lato oscuro di me stessa trovi espressione nei miei racconti, mentre il lato luminoso si realizza nella mia vita. Dovresti sentire tutti i consigli allegri e banali che come madre do ai miei figli.

Le mie storie non sono autobiografiche, ma personali. So soltanto le cose che ho imparato. Probabilmente alcune le ho imparate attraverso l’osservazione, ma quello che sento di sapere è di certo personale. Non so giocare a bridge. Non so giocare a tennis. Tutte queste cose che la gente impara, mi sembra di non avere mai avuto tempo di farle. Ma ho sempre avuto tempo per guardare fuori dalla finestra.


LO SPAZIO

Ho vissuto per un certo periodo a Vancouver, e poi a Victoria. Ho avuto tre figli e ho divorziato. Poi, nel 1972, sono tornata nell’Ontario e ho cominciato a lavorare in università. Ho incontrato quest’uomo che avevo conosciuto molto tempo prima, che veniva dai miei stessi posti, e a un certo punto abbiamo deciso di vivere insieme e tornare nella nostra comunità rurale. Perché sua madre era sola e non riusciva a sostenersi, e mio padre era vecchio e la mia matrigna pure, così siamo tornati per queste persone. Pensavamo che saremmo rimasti un anno o poco più, finché loro sarebbero vissuti. Ma sono morti da un certo periodo ormai, e noi siamo ancora lì. Eppure non era un progetto, io non sapevo che avrei continuato a scrivere di questi posti: quando sono tornata, e li ho guardati con occhi nuovi e non nostalgici, ho scoperto che c’era tanto lavoro da fare per me, e credo che ce ne sia ancora.

Non penso che l’Ontario sia diverso da tutto il Midwest. Ci sono queste cittadine dall’aria tradizionale, con le case di mattoni e l’ombra degli alberi, e le grandi chiese - molte chiese - e fabbriche che stanno per chiudere. C’è buona terra da coltivare e c’è il lago, il lago Huron, a dieci miglia da dove vivo. E c’è una specie di cultura locale - l’aspetto selvatico delle persone, la guida spericolata, lo sport: l’hockey è la cosa più importante qui. La gente ha radici profonde in questi luoghi, e a nessuno importa molto che cosa succede fuori. La fama è avere il tuo nome stampato sul giornale locale, non sul Toronto Globe and Mail. Ognuno, nella comunità, è sotto gli occhi di tutti. C’è un’attenzione costante, e gente che guarda e ascolta. E poi una cosa tipicamente canadese: meno riveli di te stesso, più grande è il rispetto che ottieni.

Mi sento una persona marginale, ma per la maggior parte del tempo ho un travestimento. Penso che molti scrittori facciano la stessa cosa. Sono cresciuta in un ambiente in cui difficilmente qualcuno leggeva, figuriamoci quindi il sogno di scrivere: non era un argomento che potevi affrontare parlando con gli altri. E io volevo essere una ragazza popolare, tenevo molto ad avere successo con i ragazzi, perciò recitavo tutto il tempo - e non mi è mai sembrata una cosa terribilmente difficile. Poi sono diventata una casalinga di provincia, e quello era un altro travestimento ancora. Sono arrivata al guardaroba dello scrittore soltanto a 40 anni.


IL TEMPO

A volte leggo una delle mie storie, magari una storia che ho scritto trent’anni fa, e penso: adesso lo farei in modo diverso. O penso di ritoccare una frase che sembra un po’ troppo raffinata o un po’ troppo brusca, troppo presuntuosa e così via. O troppo ironica. C’era sempre così tanta ironia, ti scorreva sotto pelle e non te ne accorgevi nemmeno.

Quello che mi piacerebbe davvero fare con i miei racconti è buttarli fuori e dimenticarmeli. Non li rileggo mai, dopo che sono stati pubblicati, tranne quando devo tenere una lettura pubblica. Non lo faccio perché vorrei sempre cambiare delle cose. Uno degli scrittori che ammiro di più, Frank O’Connor, continuava a rielaborare i suoi racconti, ma non penso che per me sia una buona idea.

Le storie mi assorbono completamente nel momento in cui prendono forma, quando le sto scrivendo. Ma subito dopo, la persona che le ha scritte non c’è più. Così, in un certo senso, se io mi mettessi a cambiarle sarebbe il lavoro di un estraneo.

Affido tutto alla prossima storia, spero sempre che funzionerà meglio. Una volta pensavo che avrei superato questo atteggiamento, che avrei raggiunto un livello di cui sarei stata sicura, una specie di tranquillità. E invece, dopo tutti questi anni, mi affido ancora al prossimo racconto sperando nella perfezione. Credo che funzionerà così finché vivo. Il prossimo racconto è sempre quello perfetto.

C’è qualcosa che cresce dentro di me mentre invecchio: la voglia di scrivere finali felici.
in: http://paolocognetti.nova100.ilsole24ore.com/2008/01/alice-munro-tre.html
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#25    13 Gennaio 2008 - 22:21
 
La scrittura della Munro ha qualcosa in comune con il lavoro d’analisi: esige la partecipazione attiva del lettore, invitandolo a guardare “qualcosa”. Occorre essere disposti a gettare lo sguardo su qualcosa che, generalmente, è oggetto di rimozione.. perché perturbante.. (quel troppo umano… della follia, del male di vivere, dei tradimenti, della malattia… della morte ).
Io mi sono trovata a gettare lo sguardo, in particolare, sul racconto “Lichene”.iniziando a soffermarmi sul titolo. Il lichene parla di simbiosi: l’alga, producendo il nutrimento con la fotosintesi, mantiene in vita un fungo, che ospita l’alga. E’ un organismo pioniere, bio-indicatore e può essere di vari colori… quante le sfaccettature della scrittura della Munro.
Munro porta in campo la voce femminile che non è né per le donne né contro le donne, né contro gli uomini né per gli uomini, è la voce di un essere umano, caratterizzata in senso femminile.
Nel gettare lo sguardo mi sono ritrovata a riorganizzare la mappatura di lichene, attraverso le sfaccettature dell’animo umano di Stella e di David. Ho cercato di orientarmi cogliendo parole che mettono all’erta la mente, immagini e le loro connessioni, dettagli, modi di essere, pensieri. Ho terminato la riorganizzazione della mappa evidenziando un pezzo illuminante dello scritto della Munro che parla della relazione tra Stella e David, ma che può anche parlare della relazione più in generale… della relazione uomo-donna. E da ultimo, condivido pensieri.

RADICI DELL’IDENTITA’… “illuminate dal sole”… dove si riconosce il cuore … dove l’anima recupera la sua manna cercata da tempo…

- Visita al padre di Stella alla casa di riposo, senza Catherine (?!), portando la solita bottiglia di whiskey Scozzese. La solita conversazione, con il suocero, sulle automobili



STELLA

- “Il villino estivo” nel quale abita tutto l’anno, alto e sobrio, in legno dipinto di grigio… costruito dal padre sul promontorio che domina il lago Huron, con di fronte i ripidi calanchi…; è una casa piena di luce, malandata, primitiva e senza pretese (Catherine); una casa con i pannelli divisori che non arrivano fino al soffitto
- L’energia calamitata della Terra: Un piccolo orto cintato; una giungla di rovi di more selvatiche
- La preparazione di “cinque milioni” di vasetti di marmellata
- La distribuzione dei vasetti di marmellata, da lei fatta, ai vicini
- L’acqua: il lago Huron
- Il vecchio gatto Hercules che risale ai tempi di David
- Visite costanti di Stella al padre alla casa di riposo
- Mercatino e fiera d’autunno
- Macchina da scrivere circondata da mucchi di libri e pile di carta
- Vecchio faro.. angolo della finestra sul vecchio faro
- Partecipazione a un gruppo di lettura drammatica, a un coro parrocchiale, all’associazione vinificatori, a un circolo
- Amici per tutti i gusti.. tolleranti


DAVID

- Ragazzo di città;
- Gusti: il fascino nodoso del legno di pino e la grazia raccolta in un villino estivo; … guida di utilitarie straniere
- Visita di David a Stella una volta all’anno d’estate.. il più vicino possibile al compleanno del suocero… (portando con sé Catherine)


IDENTITA’


STELLA

- piccola, grassa, bianca di capelli, in jeans e maglietta sporca, senza nulla sotto che sostenga o contenga qualsiasi parte del corpo… carnagione liscia e abbronzata, un taglio di capelli da bambina e grandi occhi castani
- maschiaccio robusto con il vocione da contralto (quando ha conosciuto David)

DAVID

- sbarbatello pelle e osa con una voce soave da tenore (quando ha conosciuto Stella)


PROFONDITA’ E CONSAPEVOLEZZE

- … Il loro silenzio non aveva un sapore ostile. Si sentono purificati e abbastanza socievoli. .. il tono fasullo di allora si è depositato sul fondo… l’amarezza, sebbene identica, risulta stantia, formale, superflua
- Il villino estivo era forse un po’ meno solido delle vecchie cascine della zona, con di fronte i ripidi calanchi non tanto solidi a loro volta, ma che fino a oggi hanno retto
- Ventun anni di matrimonio. Otto anni di separazione.

STELLA

- Sensazione che agli altri (David e Catherine) piaccia vederla vestita di colorato
- Mai cessare di mettersi alla prova
- Sola in quella casa, in quella comunità, conduce una vita piena, di quando in quando caotica. Lo prova il disordine…
- Moglie a riposo
- Sembra non aver raccontato agli amici della loro separazione
- Malinconie: Le attenzioni riservare al padre, alla casa di riposo, e perfino al contingente in sedia a rotelle, restituivano ai suoi movimenti una certa grazia rispettosa, e alla sua voce una specie di malinconia. David ebbe una visione di lei com’era dodici o quindici anni prima
- Nella foto di Dina Stella vede un lichene… in realtà un animale a cui siano stati mozzati testa, coda e arti
- Dopo le confidenze di Catherine, si sente libera dal compito di sorvegliarla e si mette a cantare la canzone di David
- Gli eccessi di desiderio e dipendenza, venerazione e attaccamento morboso, trasformazioni terrificanti sebbene auspicate, non sono vero amore. A lui l’amore, vale a dire continuare a vivere con lei, oppure sistemarsi definitivamente con Catherine, non interessa. E nemmeno il sesso, peraltro. Secondo Stella a David importa una cosa sola: comportarsi da gran canaglia
- L’indovina


DAVID
- Parla della donna amata con tenero disprezzo, per non dire stupore…
- La ricerca di nuove relazioni con donne (Rosemary, Catherine, Dina)
- Catherine è puro istinto
- Stella ha fatto apposta a ridursi come un troll: Androfobia di Stella. C’è proprio un tipo di donna che sente il bisogno di esplodere dall’involucro femminile a quell’età, di ostentare grasso (Stella) o una scandalosa magrezza (Catherine?!)
- Il regno di Stella: una giungla di rovi di more selvatiche
- Da vicino l’aspetto di stella migliora un po’ (carnagione liscia e abbronzata, un taglio di capelli da bambina e grandi occhi castani )
- Al primo incontro David riconobbe in Catherine molte tracce della ragazza che era stata; si innamorò del suo incarnato chiaro e della sua fragilità… (si impasticca e beve)
- Mostra agli amici di Stella i suoi interessi: probabilmente la foto di Dina (?!)
- Si mette a cantare la musica di quando si sono conosciuti
- Confida a Stella di aver conosciuto un’altra donna (Dina)
- Sa bene che se Dina permetterà alla propria maschera di incrinarsi (non è così incontenibile, spudorata e maledetta come lui ama dipingerla e come lei stessa a volte finge di essere), lui sarà costretto ad andare oltre. E comunque lo dovrà fare lo stesso: dovrà andare oltre
- Lascia a Stella la fotografia di Dina, in un angolo della finestra che dà sul faro
- Agli occhi del suocero, David non avrebbe mai cessato di essere qualcuno che sta imparando a diventare un uomo, e che potrebbe non farcela mai, non raggiungere mai la fermezza e il controllo necessari, la conveniente delimitazione dell’ambito di manovra


IN EVIDENZA SULLA LORO RELAZIONE

- David ha un po’ paura di stella (Catherine)
- Se David ha la sensazione di dipendere da un altro può diventare cattivo e trattare male l’altro (Catherine)
- … Sembrava profonda, la rivelazione sul conto di lui e di Stella, sul loro essere dopo tutto indissolubilmente legati, tanto che finchè fosse riuscito a sentirsi così benevolo nei suoi confronti, ciò che faceva in segreto e in separata sede l’avrebbe compiuto in un certo senso con la benedizione di lei. Ma Stella non condivideva affatto la tesi. … “Siamo stati insieme così tanto tempo”, gli disse Stella, “non si potrebbe cercare di tagliar corto adesso”? Probabilmente non riusciva ancora a capire che proprio quella era una delle ragioni che lo impedivano. Questa donna dai capelli bianchi si portava appresso un tale fardello: vecchi segreti sessuali, elucubrazioni su Dio che lo tenevano sveglio nel cuore della notte, i suoi vari dolori di natura psicosomatica, i suoi piani di evasione. Tutta l’esistenza di David, ordinaria e straordinaria, sembravano raccolti dentro Stella. David non avrebbe mai potuto sentirsi leggero, mai provare in segreto il senso liberatorio della conquista, al fianco di una donna che sapeva così tante cose. Si era gonfiata, con tutto quello che sapeva. Ma David la abbracciò ugualmente. Si abbandonarono entrambi, senza riserve.

CONDIVIDERE PENSIERI

Sarebbe bello condividere pensieri su questa mappatura.
Io incomincio a “portare a casa” due pensieri.
Il primo è che mi sembra che alla fine nei racconti della Munro non si abbracci un’ideologia, una visione di come dovrebbero essere le cose, non si scelga se affrontare il rischio o no, si sceglie se essere consapevoli del fatto che la vita è rischiosa in qualunque manifestazione, il rischio è connaturato alla nostra esistenza. E’ un rischio interiore, la follia in qualunque forma che tutti corriamo, ed è un rischio esterno, relazioni che possono ridurci male perché ci incontriamo con qualcosa per noi di terrificante. La scelta è di esserne consapevoli.
Il secondo pensiero lo traggo da un pensiero di David. David è disposto ad accettare tutto pur di avere questa Dina. La gente, dice David, non ha pazienza con questo genere di struggimento, e perché dovrebbe del resto? Chi ne soffre deve fare a meno della...
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#26    13 Gennaio 2008 - 22:24
 
concludo:

La gente, dice David, non ha pazienza con questo genere di struggimento, e perché dovrebbe del resto? Chi ne soffre deve fare a meno della comprensione altrui, rinunciare alla dignità, contenere i danni. Più in generale, andando oltre alla relazione Stella-David, mi tornava alla mente un pensiero della Dottoressa Terranova della Fondazione centro studi e ricerche sulla devianza e l’emarginazione: “La mancata comprensione della gente di fronte a comportamenti non accettabili dalla norma sociale potrebbe essere anche una forma di difesa dovuta al non saper entrare in comunicazione con questi, perché in essi vede una minaccia alle proprie sicurezze e un modo di essere che scatena vissuti di dolore, sentimenti, emozioni, ribellioni, rifiuto, i quali fanno vedere tutta la fragilità dei nostri meccanismi di difesa verso la vita e fanno intuire che la “follia” è il rischio costante della nostra stesa vita. … Gli altri “leggono i giornali” e si riempiono di disgusto e sbandierano il loro pudore offeso perché pensano che quelli di cui si parla siano degli “altri”, degli altri ancora e non loro stessi”.

Mah, mi è uscita questa cosa.

Ciao
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#27    14 Gennaio 2008 - 00:33
 
lo scandaglio che prisma fa di Lichene è molto articolato. ed invita alla rilettura. osservo che questo è un valore che sto trovando in queste nostre conversazioni. la sottolineatura di ciascuno di noi è come uno sguardo fatto da tanti occhi.
effettivamente anche per me è uno dei racconti più espressivi dello stile dalla munro. questo suo entrare nelle storie attraverso l' intensità di alcuni dettagli e poi l'allargamento di campo e poi ancora i dettagli.
condivido molto gli appunti personali di prisma: scrittura che esige la partecipazione del lettore, voce femminile non giudicante e non ideologica, spinta a prendere coscienza delle situazioni.
una chiave che mi sono data per questi racconti è il tema del "carattere" come aspetto interno della più complessa personalità.
a pagina 42 c'è un repertorio di tipologie personologiche: la superficialità di david, la attiva concretezza di stella, la futilità del hippysmo di catherine.
mi viene spontaneo dire che david è uno stronzo, ma molto stronzo. quell'esibire (sia pure dentro una infatuazione) la fotografia con le gambe aperte della sua nuova preda sessuale è un indizio di assoluta pochezza maschile. la cosa interessante, tuttavia, è che la munro si sottrae da questo inevitabile giudizio. lascia che sia il lettore a decidere se essere così drastico.
mentre invece provo una istintiva simpatia per stella. compresa la storia di cinque milioni di vasetti di marmellata. ma soprattutto per la sua ironia: "sembra un lichene .. solo che è un po' troppo scuro"
questa immagine del lichene che lega tutta la storia, fino alla fine, quando si confessa di avere dovuto tenere duro nonostante avesse "sentito la vecchia caverna riaprirsi dentro di sè".
stella si è organizzata uno stile di vita fantasioso, pieno di cose, ricco di rapporti. anche se permane la fitta di una lontana ferita: "una sospensione inattesa, un mancamento immproviso del cuore, una breve fitta ribelle"
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#28    14 Gennaio 2008 - 09:03
 
e a me viene spontaneo dire che io David NON lo vorrei più vedere, neanche dipinto, in casa mia. io taglierei e basta. non sarei assolutamente capace, e non vorrei, incontrarlo ancora, una volta all'anno... e per di più con catherine. david è stronzo e fa lo stronzo, è palese, è un dato di fatto, per cui, per me, sarebbe "fuori". ma io non capisco quel continuare a starci di Stella, pur comprendendo a fondo la sua fitta per quella ferita.
interessante la tua sottolineatura sul carattere.
ciao

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#29    14 Gennaio 2008 - 10:36
 
è questo il bello del carattere di stella. si è organizzata uno stile di vita complessivo, che mette assieme casa, paese, amicizie, relazioni che le consente di continuare la sua vita.
è talmente forte e creativa che non allontana da sè quella lontana ferita.
è una che si tiene insieme. mentre david è un coglione che invecchierà male, quando non troverà più nessuna svagata hyppina che si fa palpare il culo.
stella è luminosa. david fa pena
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#30    14 Gennaio 2008 - 11:00
 
INTERESSANTISSIMA questa prospettiva, mi fa bene leggerla: "è talmente forte e creativa che non allontana da sè quella lontana ferita."
grazie per aver risposto


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#31    14 Gennaio 2008 - 11:01
 
oltre a interessantissima aggiungo: VERA..
ciao

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#32    14 Gennaio 2008 - 11:24
 
Concordo con prisma e amalteo. Ritengo quella di Munro una scrittura di formazione proprio perché non cede alla tentazione del giudizio dogmatico. Al giorno d’oggi questo è un grande pregio. Vittime come siamo del rapido intreccio di più variabili su tematiche esistenziali forti (l’interculturalità, la bioetica, la difesa ambientale) crediamo di difenderci gridando le nostre rabbie e convinzioni a danno dell’altro, che può vicendevolmente trasformarsi in amico o nemico a seconda dell’intensità della condivisione del proprio pseudo e parziale pensiero.
Il respiro che l’autrice ti dona invitandoti alla riflessione “neutra” – almeno nel campo del sentimento – è un linimento alla tristezza della povertà comunicativa che sta dilagando in ogni ambito del nostro vivere collettivo.
Questa è la mia personale lettura di “Lichene”.

Chi non ha mai vissuto, assistito, sognato, immaginato un tradimento? Una storia così reale da sembrare uno spaccato di una delle tante serie di spettacoli televisivi in cui i protagonisti sono i concorrenti della vita. In Lichene un rapporto uomo/donna durato ventuno anni, continua nonostante gli otto anni trascorsi dalla separazione.
Sono donna, come potrei non partecipare a favore di Stella, “una donna piccola e grassa, bianca di capelli, in jeans e maglietta sporca. Sotto, non porta nulla che sostenga o contenga qualsiasi parte del corpo…”, che ha saputo reinventarsi la vita da sola, i figli lontani, in una vecchia cascina bisognosa di restauro con piccolo orto cintato: ”Ci sono piante che sta rinvasando e i barattoli (di marmellata) di cui parlava… C’è l’attrezzatura per il vino e infine, nel lungo soggiorno che affaccia sul lago, la sua macchina da scrivere, circondata da mucchi di libri e pile di carta. … Oltre la Società storica, aggiunge, frequenta un gruppo di lettura drammatica, un coro parrocchiale, l’associazione vinificatori, nonché un circolo di persone che organizzano a turno cene informali a prezzo fisso”.
E come non chiedersi che cosa ancora lo lega a David, presuntuoso presenile che da sempre è a caccia di avventure diverse che alimentino il suo Daimon interno di Non Amare le Donne?
La sventurata di turno che sta per essere scaricata, Catherine, confida nell’immediata complicità femminile che si instaura con Stella – grazie anche all’effetto chimico dello psicofarmaco che usa - “ci sarà un cambiamento nella mia vita. Sono innamorata di David, ma mi sono sepolta dentro questo amore per troppo tempo”.
E David nel frattempo sventaglia una foto al limite della pornografia della nuova preda, giovane, eccitante, lussuriosa. Una sferzata di energia che l’ha persino indotto a tingersi i capelli. E’ una bestia in calore, David. Cerca la giovane ragazza telefonicamente e ansima, suda, si eccita nel non trovarla perché sa che questo corrisponde a un suo tradimento. Una sgualdrina, in fondo, ecco che cos’è.
Non suscita certo pena David, anche di fronte alla sua ammissione che è disposto ad accettare di tutto per sopportare il suo struggimento interiore “Questi accessi di desiderio e dipendenza, venerazione e attaccamento morboso, queste trasformazioni terrificanti sebbene auspicate, non sono vero amore. … Prima o poi, se Dina (l’attuale amante) permetterà alla propria maschera di incrinarsi, lui sarà costretto ad andare oltre. E comunque lo dovrà fare lo stesso: dovrà andare oltre.”
Sì, direi che ci sono tutti gli elementi per manifestare solidarietà verso Stella, quando finalmente gli dice”non si potrebbe cercare di tagliar corto adesso?”.
Che garanzia può infatti offrire un uomo che guarda alla ex-moglie come virtuosa complice delle sue nefandezze solo perché è l’unica a “portarsi il fardello non solo di vecchi segreti sessuali, ma anche delle elucubrazioni su Dio che lo tenevano sveglio nel cuore della notte, dei suoi vari dolori al petto di natura psicosomatica, delle sue difficoltà di digestione, dei suoi piani di evasione” a tal punto che “Si era gonfiata, con tutto quello che sapeva”.
Ma il percorso dell’amore segue viottoli impervi: “Un tempo si scambiavano battute amare e cattive e fingevano, pronunciandole, di trovarle vagamente spassose, sincere, quasi cordiali. Adesso il tono fasullo di allora si è depositato sul fondo, insinuandosi negli interstizi di ogni sentimento acuto, perciò l’amarezza, sebbene identica, risulta stantia, formale, superflua”.
E in fondo, al novantetreenne padre di Stella “la visita di un uomo (in casa di riposo) conta di più”, anche se “agli occhi del suocero, David non avrebbe mai cessato di essere qualcuno che sta imparando a diventare un uomo, e che potrebbe non farcela mai”.
Saggia Stella. Non si è ripiegata sulla crocifissione del genere maschile “Chi è lei in fondo per dire che cosa di David è artefatto e che cosa no?” , ma ha abbracciato se stessa sino a far strizzare la vitalità che in tempi precedenti infastidiva il marito: ”Le sue impetuose impazienze ad esempio, le esagerazioni, quel modo innocente e scherzoso di andare a caccia di comprensione”.
Un amore non finisce in base al semplice on-off di un interruttore, ma è complicato dividere in due le responsabilità dell’affievolimento dell’illuminazione. Per entrambi tuttavia il futuro si apre.
Per Stella “Le finestre sono aperte, la casa piacevolmente in ordine, e una gustosa zuppa di pesce sobbolle sul fornello” e lo sguardo è rivolto “ai giorni e notti che lei ininterrottamente manda avanti”.
Chi al contrario è afflitto dal Non Amore – David - “deve fare a meno della comprensione altrui, rinunciare alla dignità, contenere i danni”. Come il lichene esposto al sole: “Il nero è diventato grigio, la tinta arida e tenue di un vegetale misteriosamente nutrito dalle rocce”.
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#33    14 Gennaio 2008 - 11:26
 
... pensavo a questo racconto come a tante piccole parti di una mappa del tesoro dove il tesoro non sapevo bene quale fosse.. credo sia questo "il tesoro" di questo racconto "è talmente forte e creativa che non allontana da sè quella lontana ferita."... almeno, credo sia questo "il tesoro" per me
ancora ciao

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#34    14 Gennaio 2008 - 11:40
 
leggo, attraverso ilmotore di ricerca impostato su alice munro percorso dell'amore, che Lichene è considerato uno dei suoi migliori racconti.
ecco cosa scrive francesca mazzucato: E’ stato il titolo ad attirarmi e ancora questa voglia di racconti. Di una scansione del tempo di lettura frantumata e dilatata. Alice Munro”Il percorso dell’amore” Einaudi, merita letture e riletture perché i racconti disegnano percorsi pieni di trabocchetti e dopo una prima lettura ci devi ritornare e trovi botole e segni che all’inizio ti erano sfuggiti. Sapevo poco di questa scrittrice canadese di lingua inglese, nata nel 1931, che non aveva il progetto di diventare il “Carver” al femminile ma si è messa a scrivere racconti perché avendo tre bambini aveva poco tempo. Tutto sembra tranquillo all’inizio. Tutto sembra una rievocazione del passato, serena, leggera. Poi iniziano impercettibili slittamenti. Insenature. Che, adagio, si aprono come crepe. Crepe che diventano trincee enormi. Il dramma della vita, il dramma della memoria, tutto il grumo rimosso. Ecco, è lì sulla pagina, fra slittamenti temporali, fra una finta semplicità che chiede al lettore una estenuante partecipazione. Una partecipazione ripagata da una scrittura perfetta, che si concede lampi di lucida follia, quella follia di quel grumo che diventa parola e Alice Munro le ha tutte e anche di più, le parole per dirla, per farla echeggiare. Si sa che in lei c’è stata una precoce ossessione della scrittura, che l’ha aiutata a superare momenti difficili e si sa che c’è ( lo si legge, lo si trova fra le righe, in quasi tutti i racconti, aleggiante, sospeso) il senso della povertà e della dignità dell’essere poveri. Quasi maestosa, dominante.Munro è considerata da alcuni la miglior scrittrice canadese di racconti, capace di attentissima osservazione sociale, anche se mai apertamente politica e di un intuito psicologico penetrante.
In diverse interviste le è capitato di confessare che c’è un tipo di eccitamento, di tensione, che prova solo scrivendo racconti. Che solo l’ideazione, la stesura, la preparazione di un racconto le sanno dare.
Munro esplora i complessi e problematici meandri dell’esistenza umana partendo dai dettagli minori della vita di tutti i giorni, dalle sfumature che di solito non consideriamo.
Le cose che preferisce raccontare sono di solito i problemi di una ragazza adolescente in rapporto alla famiglia e all’ambiente di una piccola città che potrebbe essere claustrofibica, stretta, ma viene narrata con oggettività e apparente distacco, almeno all’inizio; l’entusiasmo che caratterizza l’incontro, lo sposalizio, la vita in comune e il termine dei matrimoni; l’allevamento dei figli; i problemi del divorzio; le preoccupazioni dell’età di mezzo; i problemi delle donne sole; i problemi della vecchiaia; insomma il passaggio del tempo e l’attraversamento delle età della vita senza dimenticare l’incombere del passato. La presa del passato sul presente. La potenza violenta del passato che si rivela senza farsi annunciare. Munro scrive quasi esclusivamente di donne, pratiche, non molto sentimentali, e ne analizzi le tappe del loro sviluppo. Del loro evolversi come individui che non ha termine, anche quando sono anziane, anche quando il corpo le abbandona, anche dopo il divorzio, quando sono sole. E forse più interessanti. Non fa manifesti o proclami femministi del suo scrivere. Sa trattare con la maestria dei grandi il materiale autobiografico. Secondo molti critici e recensori il suo interesse per le piccole cittadine ricorda molto da vicino quello degli scrittori classici del Sud rurale, come Faulkner o Flannery O’ Connor, che però narrano di personaggi con caratteri molto più estremi ed ossessivi. Ha dichiarato: “Voglio che il lettore senta qualcosa di stupefacente non in che cosa accade ma nel modo in cui accade” e ci riesce straordinariamente bene. In questa raccolta è esemplare, ad esempio il racconto “Lichene”. Un vero capolavoro. Per notizie su di lei http://members.aol.com/MunroAlice/, http://www.randomhouse.com/vintage/read/goodwoman/munro.html (intervista con una bellissima foto che la ritrae da vera signora della Grande Letteratura) http://www.stradanove.net/news/testi/libri-05a/lapic2501050.html, una bella recensione di Marilia Picone sul libro precedente, In fuga, e ancora http://www2.hawaii.edu/~lady/faq/reviews/munro.html

in: http://scritture.blog.kataweb.it/francescamazzucato/2005/12/23/il-percorso-dellamore-di-alice-munro/

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#35    14 Gennaio 2008 - 17:49
 
grazie, tartarugosa, vedi mi hai fatto ricordare che non ho messo nella mappa quel suo tingersi i capelli e la telefonata a dina.. ho aggiornato la mia.
ciao
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#36    16 Gennaio 2008 - 18:23
 
ciao amalteo. cavolo, ho letto in un batter d'occhio Murakami, ed è l'unico non ancora attivato, sono pieno di noticine in margine :) ora sono alle prese con la diva Marguerite...la Munro sarà il "dulcis in fundo".
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#37    16 Gennaio 2008 - 18:45
 
caro guitar
anch'io fremo per il mio coetaneo murakami. è la mia amata amica dicichè che deve accompagnarci alla lettura.
arriverà anche lui. per ora gustiamoci la conversazione attorno all' Adriano di Yourcenar e alla canadese di provincia alice munro
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#38    20 Gennaio 2008 - 15:49
 
Carissimo Amalteo,
è con umiltà che mi accingo a scrivere questo mio commento .
Prima di tutto vorrei ringraziarti di cuore per avermi dato l’opportunità di far parte di questo “gruppo di lettura” .
Come tu sai io ho vissuto, e sto vivendo, gran parte della mia vita sui numeri.
Bilanci ,inventari e cose del genere.
Amo però tantissimo la musica che mi ha sempre condotto sulla via delle emozioni,dei sentimenti e del romanticismo.
Attraverso queste letture sto scoprendo un mondo per me ancora in parte ignoto, colmo di emozioni tanto forti e intense quanto quelle che provo ascoltando i brani musicali .
Non riesco mai a mantenermi sopra le righe e attraverso l’emozione delle parole piango.
Questo mi è successo questa notte, quando ho letto il primo episodio .Il Percorso dell’amore.
Il realismo e nello stesso tempo la dolcezza con cui la scrittrice descrive la figura della mamma appena morta mi ha colpita profondamente.
Figure famigliari che rimangono scolpite nel cuore e alle quali vorresti tanto assomigliare.

“Mia madre pregava in ginocchio a mezzogiorno la sera e appena sveglia la mattina. Ogni giorno si apriva per lei allo scopo di vedervi realizzata la volontà di Dio. Tutte le sere sommava quello che aveva fatto,detto e pensato per fare i conti con Lui. Una vista spaventosa ,secondo i piu’,che però non ne afferrano il punto. Prima di tutto una vita del genere non conosce la noia. E poi non succede mai niente che tu non possa mettere a frutto.
Anche perseguitato da guai,e malato e povero e brutto, hai sempre la tua anima da portare a destinazione, come un tesoro su un vassoio. Quando saliva in camera a pregare ,dopo pranzo,mia madre era piena di energia e di aspettative,e sorrideva sul serio.”

Forse ti chiederai perché queste parole mi hanno tanto commosso
Per qualcuno potrebbe sembrare paradossale ancora oggi questo stile di vita,chiamiamolo cosi’.
Ma è quello che io stessa ho ereditato .
Quel ’offrire come un tesoro sul vassoio la propria anima.
E’ pesante come eredità,ma è un tale coagulo di sentimenti che ti porti dentro, che non posso anche ora mentre scrivo non emozionarmi.
Io ho fatto di me stessa la mia migliore amica, e non sai quante volte durante il giorno mi pongo domande e cerco di darmi risposte per poter poi fare quella somma … per fare i conti con Lui, e io aggiungerei con me stessa.
Tutto questo comunque è anche fonte di grande serenità.
Ed è bello poter leggere queste cose descritte cosi’ bene.
Mai sarei riuscita ad apprezzare cosi’ tanto.la mia vita quotidiana come da oggi posso dire di farlo.
Quindi grazie ancora Amalteo,per la grande opportunità che mi hai dato.
Un abbraccio sincero.
Continuo a leggere.
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#39    20 Gennaio 2008 - 19:15
 
cara laura incredigif
sono io contento di averto coinvolto in questa semplicissima idea. fare attarverso dei post e dei commenti quello che si potrebbe fare (e sapessi quanto mi piacerebbe, ma ci sono tantissimi ostacoli) in casa invitando una decina di persone a conversare su un libro, con scadenze periodiche.
anche a me il primo racconto, che non casualmente dà il titolol alla raccolta è piaciuto molto. mi hai dato lo stimolo per fare un intervento, più tardi.
prima volevo dirti che, a mio avviso, la funzione della letteratura è proprio quella di provocare reazioni simili alla tua: coinvolgimento, emozione, riflessione, riapertura di ricordi, rielaborazione.
l'autore ci presta la sua perizia nell'uso delle parole, della storia raccontata, della capacità di dipingere le persone ed i loro caratteri per evocare in noi qualcosa di nuovo. un rivedere se stessi con occhi diversi. io leggo in questo modo. l'autore mi attira quando riesce a fare questo.
la munro mi tiene attaccato alla sua affabulazione con questi ghrigori attorno alle persone. il detto, il non detto, il raccontato da altri. e poi il suo io narrante, così carico di libido e così complice del lettore.
non so se hai letto, poco sopra tartarugosa ha commentato (n. 23) il primo racconto girando proprio attorno al precedere della memoria.
a presto
ricordati che questo post andrà avanti per mesi ed anni. potremo conversare quando vorremo.
anzi: sarà interessante osservare, magari fra un anno, se e come csono cambiati i nostri pensieri
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#40    22 Gennaio 2008 - 09:24
 
ciao
ieri sera ho letto "miles city, montana".. questa donna riesce a toccarmi dentro.. all'istante.. la prima volta con stella in lichene, ora con la moglie di andrew in miles city.. raccolgo le idee e poi torno
che sia una buona giornata
ciao

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#41    22 Gennaio 2008 - 10:06
 
mia cara
nel silenzio della mia zona di lettura, dopo aver finito miles city, montana
ho fatto un applauso.
sono così d'accordo con te! la munro agisce su tutti gli interstizi della mente. e poi qui c'è l'intuizione.
attendo le tue impressioni di lettura per farle risuonare con le mie
a presto
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#42    24 Gennaio 2008 - 10:33
 
Carissimi frequentatori del blog,
sono una fan di Alice dall'anno scorso, quando, quasi per caso, ho comprato "Amico, nemico, amante". Da allora, giuro, la mia vita è cambiata. Ora so che quando aprirò un suo libro, starò bene, anche dovessi piangere incontrando dei personaggi che mi ricordano pezzi della mia vita o di quelli che amo. Perciò ringrazio anche voi, che avete voluto condividere sensazioni, giudizi e parole smosse da questa immensa scrittrice. Buona vita a tutti.
utente anonimo

#43    24 Gennaio 2008 - 12:02
 
caro autente anonimo
spero che continuerai a seguire questa conversazione su Alice Munro, Il percorso dell'amore.
siamo in molti ad essere presi da queste storie, così vicine alle nostre esperienze di vita ed emotive
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#44    25 Gennaio 2008 - 22:37
 
lo farò senz'altro, continuate così
utente anonimo

#45    25 Gennaio 2008 - 22:40
 
molto bene. a presto, dunque
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#46    28 Gennaio 2008 - 12:01
 
eccomi, allora.
Ho letto l'altra notte "L'esquimese".. a parte il fatto che mi pareva di essere in aereo con la protagonista, ma mi ha colpito quel passaggio in cui descrive il medico di cui è innamorata e dal quale, in qualche modo, fugge. a chi non è mai capitato di essere così lucidamente consapevoli che l'oggetto del proprio amore in fondo è solo un pover'uomo abbigliato in maniera borghese, in fondo pure un po' triste?
a me è successo. che grande, mamma mia.
se non vi ricordate il passaggio cui mi riferisco ve lo trascrivo appena posso.
buona giornata a tutti.
ale
utente anonimo

#47    28 Gennaio 2008 - 13:03
 
sì, dai, ale. se non vuoi scrivere tutti i passi, scrivi almeno gli inizi in modo che li si possa rintracciare.
trovo estremamente interessante leggere sulle tracce lasciate da un altra persona. è come avere più occhi
grazie
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#48    28 Gennaio 2008 - 23:18
 
… Ogni racconto di Alice Munro cela un enigma, ci sono delle immagini che possono essere colte o lasciate da parte… così ho iniziato col chiedermi se il fatto di non “chiamare per nome” la moglie di Andrew, nel racconto MILES CITY, MONTANA, almeno così mi pare, fosse un aspetto importante da cogliere o no.
Mentre aspetti sicuramente importanti, da mappare, sono quelli che mi parlano del loro(moglie di Andrew, Andrew e figlie) “RICONOSCERE CIO’ CHE SI CONOSCE (indizi noti)”, delle loro CONSAPEVOLEZZE.. nei “LUOGHI CHE SANNO DI CASA”, nei CARATTERI, nei RUOLI, nella loro RELAZIONE.
Nel “percorso dell’amore”, in Miles City, il personaggio femminile tratta del:
- SUO CONFRONTO con il padre e con la madre, dell’AMBIVALENZA, della “DRAMMATICITA’”, del RISCHIO nel momento in cui si decide di essere padre e madre, si decide di agire il ruolo di padre e di madre; tratta degli ATTACCHI di NOSTALGIA, del tema del DESTINO, di un “ETERNO SENSO DI COLPA”:
. “Avevo nostalgia di quando ero piccola… Niente travi né fieno né tiepide stalle. Perfino l’odore del guano sembra più LIEVE E OFFENSIVO del tipico afrore del letame da stalla.
[…] Mi sentivo a mio agio con i lavori duri, estenuanti e ripetitivi, quelli che stremano il corpo e fiaccano la mente, anche se lo spirito può mantenersi leggero”… . Avevo la nostalgia della “vita contemplativa di campagna, della Coca Cola bevuta nel vecchio baruccio… . […] La vita cruda della moglie con il padre mandava in bestia Andrew, come pure il fatto che lei vi fosse tanto legata… “.

. “Al funerale di Steve Gauley, da noi, provavo una repulsione intensa e rabbiosa nei confronti dei miei genitori. Ai bambini capitano questi accessi di nausea nei riguardi dei grandi. […] Quella volta però era peggio. E la furia che si accompagnava al disgusto non aveva nulla di netto e consapevole. … “…. E poi, dopo la “messinscena del rischio che la bambina fosse morta in piscina”, quelle parole di lei: “Al funerale di Steve Gauley, mi era sembrato di capire all’improvviso qualcosa sul conto dei miei genitori. Una cosa gravissima. E cioè che erano coinvolti. I loro grandi corpi rigidi e paludati non erano scudo tra me e una morte violenta, tra me e una morte qualsiasi, anzi. Erano consenzienti. Così sembrava. … Mi avevano fatta, e la mia morte perciò, nonostante lo strazio, nonostante l’angoscia del sopravvivere, non poteva apparire ai loro occhi né impossibile né innaturale. Era un dato di fatto e già al tempo capivo che non ne avevano colpa. Eppure li trovavo colpevoli. Li accusavo di sfrontatezza, di ipocrisia. Per conto di tutti i bambini, consapevoli del loro diritto a crescere liberi e vivere vite nuove e migliori, anziché lasciarsi intrappolare dalle insidie di adulti sconfitti, con il loro sesso e i loro funerali.” E poi Steve Gauley: … “era un ragazzo trascurato e libero, perciò era morto. E suo padre… non aveva un vestito buono da mettere al funerale e durante le preghiere non chinava la testa. Ma era l’unico adulto con cui non riuscii a prendermela. L’unico a non sembrarmi consenziente. … Non come gli altri, lì a recitare i loro paternoster con voci innaturalmente grevi, grondanti religione e vergogna”.

. “L’approccio greve e scontato al ruolo di genitori ci andava stretto. […] Mi (lei) rendo conto che ci eravamo inventati dei ruoli per le nostre figlie. Le allenavamo con metodo a recitare le rispettive parti. […] I ruoli loro assegnati ci appagavano completamente: ne godevamo contraddizioni e conferme allo stesso modo. […] Cynthia è troppo coscienziosa, troppo tesa a mostrarsi come tutti noi in effetti avevamo bisogno che fosse.”.
Nel “percorso dell’amore”, in Miles City, il personaggio femminile tratta inoltre:
- delle CONTRADDIZIONI, anche violente, dice lei, nei loro SENTIMENTI, nella RELAZIONE, tratta del CONFLITTO fra il desiderio d’indipendenza e la vita domestica, la creatività ed i doveri:
“Quanto a me, mi appagava la sensazione di lasciarmi ogni cosa alle spalle. Adoravo partire. Anche in casa mia, mi sembrava di essere spesso alla ricerca di un nascondiglio, a volte dalle bambine, ma più sovente da tutti i lavori da sbrigare e dal telefono che squillava e dai vicini troppo socievoli. Volevo nascondermi così da potermi dedicare alla mia vera occupazione: una sorta di corteggiamento a distanza di certe remote parti di me. Vivevo in stato di assedio, con l’ossessione continua di perdere ciò che più volevo trattenere. […] Intanto le tessere sparse andavano a sistemarsi da sole dentro di me. […] Mi sentivo spettatrice. Spettatrice, anziché sorvegliante. […] Avanzavo a passi lenti. Notai una foglia schiacciata, frantumai col tacco del sandalo il bastoncino di un ghiacciolo e fermai lo sguardo su un cestino metallico agganciato al tronco di un albero. E’ così che si osservano i dettagli anche più insignificanti del mondo reale dopo che si è stati in viaggio per ore: se ne percepisce l’isolamento e la precisa collocazione insieme alla fortuita coincidenza dell’essere lì, in quel momento, a guardarli.”
[…] “Come avrei voluto riuscire a convogliare quello che provavo per Andrew in un unico sentimento affidabile e duraturo. … Procedevo per violente contraddizioni. … Ed ecco che, senza sostanziale preavviso, diventava il mio migliore amico, il più prezioso dei compagni. […] Sentivo il conforto delle sue idee posate, la vulnerabilità del suo amore che immaginavo molto più puro e diretto del mio. […] Lo trovavo così umile, così profondamente umile, ad assumersi senza riserve il ruolo precostruito di marito, di padre, di sostegno economico, e al confronto trovavo me stessa un autentico mostro di egoismo in incognito. Anzi, nemmeno poi tanto in incognito. […] Se dicevamo “casa”, riferendoci all’Ontario, avevamo in testa due posti molto diversi.“

Il tutto, a un certo punto, nella CONSAPEVOLEZZA che avevano bisogno di dimostrare “Che figli instancabili eravamo, Andrew e io, che cacciatori indefessi di approvazione. Era come se a un certo punto avessimo ricevuto un messaggio tanto indimenticabile quanto indigesto: che tutti e due eravamo ben lungi dal poterci considerare soddisfacenti e che nella vita non avremmo probabilmente concluso mai nulla. […] Il tutto nella CONSAPEVOLEZZA di proseguire “con due persone sedute alle nostre spalle, fiduciose in noi, perché senza alternativa, e con noi due fiduciosi in un perdono futuro per tutto ciò che quelle bambine ancora dovevano constatare e condannare: esitazioni, arbitri, avventatezze, insensibilità, i nostri errori, insomma, naturali e specifici.”
Il tutto, dico io, nella CONSAPEVOLEZZA di una fiduciosa attesa e totale apertura nel domani, pur vedendo e conoscendo i propri limiti “E alla fine di ogni nostra lite, esausti e purificati, ci prendevamo per mano e ridevamo di cuore alle spalle di quei due babbei di noi stessi. […] Sentire Andrew parlare di “ritorno”.. con la nostra macchina e le nostre vite e la famiglia intatta, dopo aver fatto tutta quella strada e aver gestito in qualche modo le nostre deferenze e i problemi… mi diede un piacere inatteso”. Anche nel più grande dono d’amore c’è una parte in cui uno non può, e forse non deve, arrivare… non sempre possiamo deviare il corso della vita… “Non vedo Andrew da anni, non so nemmeno se è ancora magro, se è tutto grigio, se se la prende ancora per la lattuga, se dice la verità o se è un uomo cordiale e deluso”??? .. dicevo, non sempre possiamo deviare il corso della vita, ma possiamo ASSISTERE, ESSERCI, ASCOLTARE… “SPETTATRICE, anziché sorvegliante”, disse lei. .. Con la CONSAPEVOLEZZA di un atteggiamento fiducioso anche nelle INTUIZIONI, nelle SENSAZIONI, negli IMPULSI (“E se in quel momento non mi fosse venuto l’impulso di cercare le bambine?... Come era riuscito Andrew a raggiungere Meg tanto in fretta? “).
Insomma, ancora una volta, quel personaggio femminile mi ha “toccato”. E a voi?
Al prossimo “percorso dell’amore”.
Ciao
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#49    29 Gennaio 2008 - 00:10
 
ciao prisma
me la stampo e rileggo fra poco, mentre sento - prima di dormire - un disco dei the necks.
però volevo darti la mia buonanotte.
tornerò
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#50    30 Gennaio 2008 - 22:20
 
Ciao Amalteo,
ho avuto un po' da fare, sicché non sono riuscita a trascrivere la pagina di Alice di cui parlavo. Lo farò non appena ricomincio a respirare. A tutti i frequentatori di questo blog, una notte serena.
ale
utente anonimo

#51    30 Gennaio 2008 - 22:23
 
ciao ale
buonanotte a te
quando vuoi. tanto questa conversazione la mandiamo avanti a lungo.
anch'io ho varie cose da scrivere , ma non riesco ancora a farlo.
alla prossima
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#52    02 Febbraio 2008 - 00:35
 
sono passata a "raptus", mah, vediamo cosa mi dice.
ciao
buonanotte
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#53    02 Febbraio 2008 - 00:52
 
ciao prisma
buonanotte a te
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#54    08 Febbraio 2008 - 10:29
 
Ciao a tutti: vi trascrivo finalmente il pezzetto dell'Esquimese di cui accennavo ormai diversi giorni fa. Sono convinta che almeno una volta nella vita capiti di incontrare uomini così (lo dico particolarmente alle donne che eventualmente frequentino questo forum). Buona lettura (Alessandra)

"La voce del dottor Streeter contiene una tristezza soffusa. Non è solo la sua voce. Ha anche il respiro triste. Una tristezza pacata, composta e inguaribile è ciò che esala da lui nel telefono prima ancora che tu parli. Non gli piacerebbe sentirselo dire. Non che desideri particolarmente passare per un uomo allegro. Ma riterrebbe superfluo e impertinente da parte di chiunque presumere che lui sia triste.
La sua tristezza sembra frutto dell'obbedienza. Mary Jo è solo in grado di capire perché. Secondo lei, gli uomini possiedono una forma di obbedienza che alle donne non è dato di comprendere...A fare la differenza non sono le cose che lui sa, ma le cose che accetta. La sconcerta, la incanta. Ama quell'uomo di un amore sgomento, cauto e durevole.
Quando lo immagina, lo vede sempre nel suo completo marrone a tre pezzi, un abito fuori moda che lo fa sembrare il classico dottore uscito da un'infanzia povera e agreste. Ha anche dei vestiti sportivi e di buona qualità che gli ha già visto addosso, ma secondo lei non li mette volentieri. A suo giudizio, il dottor Streeter non è a proprio agio con la sua ricchezza, pur essendosi sentito moralmente obbligato a raggiungerla e a difenderla da qualsivoglia odioso governo la minacci. E' tutto obbedienza, accettazione, tristezza."
utente anonimo

#55    08 Febbraio 2008 - 11:35
 
ciao alessandra
trovo che questo dire ciò che abbiamo sottolineato in un libro è la cosa più interessante che avviene sulla rete internettiana e, in particolare, nei blog. dove possiamo praticare una specie di intelligenza connettiva. tu dici una cosa che mi rimbalza dentro e io ne faccio rimbalzare un'altra. e così via in un gioco di interconnessioni che ci amplifica a fa andare oltre al nostro io.
questo pomeriggio rileggo i racconti commentati da incredigif, prisma e da te e al the delle 5 ne riparliamo.
grazie
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#56    09 Febbraio 2008 - 00:54
 
va be', questa volta sono un po' in ritardo per il the delle 5, facciamo che sono in tempo per la camomilla.
volevo dire ad alessandra che per quanto riguarda il racconto esquimese io non ho ancora finito di cercare il bandolo della matassa.
spero di ritornare presto. che la notte mi porti consiglio.
ciao
buonanotte
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#57    09 Febbraio 2008 - 10:24
 
siamo tutti un po' indietro nella conversazione
ma è sabato. e sabato pomeriggio è la metà giornata migliore della settimana
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#58    09 Febbraio 2008 - 10:25
 
.... manca la frase conclusiva:
... per riprendere il cammino sulle tracce dei racconti della alice munro
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#59    09 Febbraio 2008 - 16:30
 
Ciao a tutti,
torno dopo la notte che forse, però, non mi ha portato buon consiglio.
Nel racconto ESQUIMESE c’è di mezzo un SOGNO.. che tira fuori la DIMENSIONE INCONSCIA DELL’ANIMO UMANO.. VISSUTI (ANCHE in merito ad eventuali RUOLI riconosciuti, ASSUNZIONI DI RESPONSABILITA’, AUTOSTIMA...).. SENSAZIONI.. ANSIE.. PAURE.. IMMAGINAZIONI.. DESIDERI.. SEGRETI.. NOSTALGIE.. CONSAPEVOLEZZE.. SENSI DI COLPA.. CEDIMENTI.. CONSEGUENZE (VERGOGNA.. DOLORE.. ODIO.. GIUDIZI).. VITTORIE.. RAZIONALITA’, la CENSURA, il SUPER IO.. credo quel “NON DIRE A NESSUNO”.. “NO, NO. NON LO DICO, ripete Mary Jo” di pag. 213..
Mary Jo a Tahiti ci sta andando da sola. E’ il regalo di Natale del dott. Streeter per lei, questa vacanza. Lui però non è lì ad allungare le gambe vicino a lei (borbottando soddisfatto). Era ora che papà ti ripagasse di tanta devozione, disse Rhea. Il dono pare a Mary Jo un po’ scarso d’immaginazione ma commovente, anche, come una scatola di cioccolatini a san valentino.
L’estate scorsa il dottor Streeter e la moglie sono stati in Irlanda. Mary Jo non è stata nemmeno sfiorata dal sospetto che posano essersi divertiti.
Quando Mary Jo incominciò a lavorare per il dottor Streeter era infermiera diplomata, ma non aveva mai avuto un soldo per sé, dovendo restituire il prestito ottenuto per studiare e contribuendo alle spese scolastiche delle sorelle. Lui non ha mandato il suo mondo in malora. Il mondo di Mary Jo era il padre di Rhea.
Il dottor streeter, con la mentalità di un dinosauro con la cresta di scaglie ossee lungo la colonna vertebrale (corazza vistosa), è sposato, con una figlia, Rhea. Un tipo che non si risparmia, che dedica tutto se stesso.
Al dottor Streeter Mary Jo è piaciuta quando ancora portava l’apparecchio. Ce l’aveva la prima volta che avevano fatto l’amore. .. Lui tiene gli occhi chiusi perché non gli va in determinati momenti di essere presente a se stesso, e forse neppure a lei.
Mary Jo lavora per il dottor Streeter da dodici anni, e da dieci occupa l’appartamento al piano di sopra. Quando Rhea era più giovane, le piaceva andare a trovare Mary jo a casa, e lei doveva assicurarsi di far sparire ogni traccia delle visite regolari, seppure piuttosto sbrigative, di suo padre. A fine giornata, lui ogni tanto sale a trovarla; lei cucina e lui si ferma per qualche ora. La moglie è fuori, impegnata in riunioni, oppure è andata subito a letto. Ormai è probabile che Rhea sappia tutto, ma continua a non fare domande dirette.
A mary Jo toccava il compito che avrebbe dovuto svolgere la madre di Rhea, quello di farle capire il padre, di farglielo perdonare e apprezzare. Mary Jo ama quell’uomo di un amore sgomento, cauto e durevole.
Sull’aereo Mary Jo è stupita di quanto poco si senta ben disposta nei riguardi di famiglie vicine, sino a provare avversione quando un piccolo si arrampica in braccio alla madre che estrae dal sari un pratico seno ombroso. Lui si accomoda e succhia. Ma è più probabile che il suo corpo stia protestando contro la sempre maggiore distanza dal luogo di abituale radicamento e riposo (questa mattina Mary Jo non desiderava altro che rimanere a casa, mettersi l’uniforme e andare in studio). C’è qualcosa che non va in lei. Non ha dormito. Forse cova la febbre. …
Nel SOGNO, la ragazza si comporta COME SE CONFESSASSE QUALCOSA: un SEGRETO VERGOGNOSO, un ERRORE IRRIMEDIABILE. E’ SPAVENTATA, ma cerca di darsi un contegno. Dice ancora una volta “NON DIRE A NESSUNO” e appoggia un dito sulle labbra di Mary Jo per alcuni secondi. Mary Jo sente il calore della sua pelle e il fremito che attraversa le dita e il corpo della ragazza. E’ come un animale in preda a un PANICO del tutto INCOMUNICABILE.
NO, NO. NON LO DICO, ripete Mary Jo… Mary Jo sa che in momenti del genere una domanda banale può gettare un ponte sulle paure dell’interlocutore. Il sorriso della ragazza si apre, sebbene NON ritenga Mary Jo ALL’ALTEZZA DEL CASO.
Mary Jo sta tremando, sembra aver ereditato dalla ragazza una parte della sua strana ANSIA insistente.
E poi la ragazza che GLI SI CONCEDE.. in una sorta di trance di devozione.. autentica.. nulla a che fare con atteggiamenti presuntuosi quali il perdono o il conforto… fino a smarrirla. … E Mary Jo deve continuare a guardare… provando NAUSEA.. e poi, non appena allontanato lo sguardo, DESIDERIO. E la voce del dott. Streeeter … VOCE RAGIONEVOLE.. nell’atto di chiedere il riconoscimento di alcuni dati di fatto, di certe condizioni. … Il dottore è anche soddisfatto di come vanno certe cose. Quella remota soddisfazione nella sua voce incontra il senso di abbandono del corpo di lei. Mary Jo prova VERGOGNA fisica, AVVERSIONE.. .
Il dottor Streeter chiarirebbe subito un paio di cose a Mery Jo sulla vicenda. Un certo genere di preoccupazione si riduce a poco più di leggerezza e autocompiacimento. Indulgendo alle proprie presunte buone intenzioni, la gente può fare più danni che altro. Cosa che potrebbe succedere a lei, in questo caso.
LUI IN COMPENSO PUO’ OCCUPARSI DI QUELLO CHE LE PERSONE HANNO DENTRO, DI QUELLO CHE HANNO NEL PETTO.. A PATTO CHE SIA UN PROBLEMA DEL CUORE VERO..
.. Ecco, è passata…
Mary Jo rimane stupefatta vedendo la ragazza esquimese sdraiata sul pavimento. Si è RIMPICCIOLITA, ha un aspetto gommoso, una faccia dai TRATTI SOMMARI, come una bambola. Ma il vero shock dipende dal fatto che presenta la TESTA SGANCIATA DAL CORPO, sebbene tuttora COLLEGATA da un elastico interno.
… C’è anche la donna col sari rosso che dice a mery jo, in tono piuttosto cordiale: “La corte si riunisce in giardino”? Questo potrebbe voler dire che Mery Jo è ancora ACCUSATA di qualche crimine e che in giardino si sta allestendo il PROCESSO. …
Mary Jo ama quell’uomo di un amore sgomento, cauto e durevole.

Come dicevo, però, forse la notte non mi ha portato buon consiglio e a me è piaciuto fantasticare… e poi, la voce ed il respiro del dottor streeter conterranno davvero una TRISTEZZA soffusa?? Lui riterrebbe superfluo e impertinente da parte di chiunque presumere che lui sia triste.
Ciao


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#60    09 Febbraio 2008 - 16:41
 
bene, benissimo
è proprio l'ora del the.
stampo, vado in soggiorno (dove, fra un quarto d'ora vediamo Profondo blu) e lo leggo , libro alla mano.
grazie e a presto
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#61    09 Febbraio 2008 - 22:15
 
Il commento di Prisma ha fatto alzare il muso addormentato di TartaRugosa.
Ho riletto Esquimese e sai, Prisma, che a me la tristezza ha convinto? Lo dico anche in base alle osservazioni di Alessandra.
Tristezza non solo quella del Dr. Streeter, di cui nonostante i 12 anni di amore non è dato di conoscerne il nome di battesimo, ma anche quella di Rhea, di sua madre e di Mary Jo.
3 donne che non riescono ad evadere dalle loro prigioni:
- Rhea, forse obbedendo all’istinto di ribellione tardo-adolescenziale, cerca ovunque lo “zampino” del padre per dimostrarne la mentalità di dinosauro;
- la moglie, eterna “ricercatrice per il dottorato”, amante di pseudo-intellettual-salotti, assente nel suo ruolo di compagna di vita anche durante le saltuarie, costose vacanze dove si conferma la loro vita separata e indipendente;
- mary Jo che si prepara per una vacanza che non desidera e per la quale deve fingere entusiasmo poiché a Tahiti “tutti desiderano andarci, no?” (205).
In fondo il Dr. S., a dispetto di ricchezza, famiglia e amante, appare banale, senza fantasia, senza propensioni particolari per far battere un cuore, a meno che non lo si circoscriva a mero organo corporeo.
Torno a Mary Jo. Al suo essere in piedi all’alba, vestita di nuovo da capo a piedi come punizione per la partenza verso un luogo che vorrebbe sostituire con la Grecia, o con la Scandinavia, o con quell’Irlanda in cui avrebbe potuto rappresentare una compagnia più stimolante per il suo amato Dr. S.
A Mary Jo sull’aereo così poco “ben disposta nei riguardi di innocue famiglie” che le rimandano un’immagine di unione che forse a lei sarà sempre vietata, anche se “Non si sa mai” oppure “Succedono cose strane, a volte” (207).
E chissà, che sia forse proprio per questo dubbio latente che si innesta il lungo intreccio fra proiezioni, traslati flash-back e sogno?
Io li ho messi insieme così.
Nella lettera mentale che Mary Jo scrive al suo amato per raccontare di loro due medesimi entrano il meticcio “più vecchio del Dr. S., ma più vitale” e la donna cui “mancano gli incisivi superiori, tutta la fila”. Ma con che tonalità?
La giovane donna si stacca dall’uomo che sembra non prestarle eccessiva attenzione. Vicina a Mary Jo la prega di “Non dire a nessuno”. Da qui il racconto assume un tono di suspence.
“Nessuno ti può aiutare se non chiedi aiuto”. Perché la ragazza esquimese non accetta di raggiungere Mary Jo in un luogo più appartato per metterla al corrente della sua paura?
E’ in quel breve lasso di tempo che si gioca un destino.
M.J. torna al suo posto e vede che l’esquimese è tornata accanto al suo uomo ed è impegnata in faccende erotiche.
Da cosa M.J. non riesce a distogliere lo sguardo? Chi rappresenta in quel momento l’esquimese per M.J.? Non ci vede forse se stessa, combattuta tra disgusto e desiderio?
La voce del Dr. S. che M. J. evoca quasi fosse un’allucinazione serve per “aver dato vita a qualcosa cui poter voltare le spalle, scaricandovi addosso semplice odio” (219), ma anche per confermare che “se tale sentimento diventasse reale … si troverebbe in uno stato talmente angoscioso da non poterci pensare”.
E di nuovo però M.J. ci prova col sogno.
Le due donne qui stanno per riuscire a parlarsi, nel tentativo di escludere “lui” da una relazione stonata. Ma c’è qualcosa di sporco che irrompe “la sorprendente chiazza di ruggine nello smalto sul fondo del lavandino”. E dopo, l’esquimese è là, come la descrive Prisma più sopra, con la testa sganciata dal corpo, sebbene tuttora collegata da un elastico interno.
Nei veloci quadri che seguono, così tipici dei sogni che generano un sottile stato di angoscia, Mary Jo fa fatica a trovare la corretta sequenzialità. Quella donna col sari rosso che allude a un processo, quella grossa sagoma completamente avvolta di bende che pare un ustionato, non danno l’idea di un ulteriore tentativo di scrollarsi di dosso un senso di colpa per aver osato pensare di dare una scelta diversa alla propria vita?
“Mary Jo non è in grado di riattraversare tutte le cortine del sogno fino alla parte nitida … quando … diceva alla ragazza come poteva salvarsi. Non è in grado di tornare lì” (221).
Solo nell’immutevolezza che incontriamo a p. 206 “Anche casa sua, la sua vita sociale, la sua famiglia sono così per lei: tutte secondo copione, deprimenti e care” è possibile che abbia inizio la vacanza di Mary Jo.
Da sola.
Col ricordo di un amore sgomento, cauto … ma durevole.
Ecco perché mi ha convinto la tristezza di questo racconto.
Ciao. TartaRugosa.
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#62    10 Febbraio 2008 - 00:34
 
Bellissimo questo commento, TartaRugosa, tu sì che li hai messi insieme bene.. tutti i tasselli sono andati al loro posto!
.. adesso ho capito il pezzo della lettera mentale, ma soprattutto "Le due donne qui stanno per riuscire a parlarsi, nel tentativo di escludere “lui” da una relazione stonata. Ma c’è qualcosa di sporco che irrompe “la sorprendente chiazza di ruggine nello smalto sul fondo del lavandino”.". ecco, non mi era chiaro questo pezzo. e poi non pensavo ad un "tentativo di scrollarsi di dosso un senso di colpa per aver osato pensare di dare una scelta diversa alla propria vita", pensavo più semplicemente ad un senso di colpa di M.J. per il suo essere amante. sì, è vero, quanta tristezza!
GRAZIE per avermi permesso di capire.
ciao

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#63    11 Febbraio 2008 - 09:27
 
Cara Prisma, lo scambio delle impressioni che la lettura suscita è utile proprio per ritornare a considerare il testo con prospettive diverse. Le tue osservazioni mi hanno mosso delle curiosità e non è detto comunque che le mie considerazioni siano esaustive o precise.
Nella presentazione da me fatta in apertura alla discussione, sottolineavo l'aspetto profondamente femminile dell'autrice.
Intendevo con questo mettere in rilievo la capacità della M. di trascinarti con delicatezza e fermezza nel labirinto del sentimento. Mentre sto scrivendo in qs momento, mi viene più facile fare un parallelismo con l'altro libro in lettura della Yourcenar.
Là esprimevo il mio personale parere sull'arte sopraffina della Y. dello scrivere "estetico", ma calibrata esclusivamente sulla dimensione "pensiero".
Nella M. invece trovo un magistrale intreccio, per dirla col linguaggio junghiano del profondo, tra le dimensioni del pensiero/sentimento e sensazione/intuizione.
Questo consente a chi la legge, e ne ha voglia di cimentarsi, di tenere in mano il filo di Arianna e con questo avventurarsi nelle zone più buie del ns vivere le emozioni.
Tornando ad Esquimese, anch'io ne ho colto il senso di colpa per una relazione non virtuosa, ma parallelamente - così come per Lichene - l'autrice mi ha condotto in un vortice di descrizioni che hanno sopito quest'aspetto, permettendomi di scoprire sfaccettature più ricche della complessità di tutti i personaggi.
Ancora una volta, quindi, obbligandomi ad andare sotto "l'esteriorità".
Ciao. TartaRugosa
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#64    11 Febbraio 2008 - 11:05
 
Ciao a tutti,
scusatemi se non posso intervenire con cognizione di causa (ho solo scorso i vostri post scatenati dalla mia trascrizione): dovrei lavorare (scrivere) e invece eccomi qui a sbirciare il vostro forum... non appena posso vi stampo anch'io e metaforicamente parteciperò ai prossimi the delle cinque che vi uniranno in questi giorni. Grazie in anticipo per quello che leggerò.
Buona giornata
Alessandra
utente anonimo

#65    11 Febbraio 2008 - 11:40
 
ciao a alessandra, prisma e tartarugosa che avete "aperto il quaderno" della alice munro.
consiglio a tutti di stampare questo post con i commenti. sono 24 pagine che vanno già a comporre un quadro molto mosso e ricco dell'impasto narrativo della nostra narratrice canadese.
leggere su carta dà un altro spazio al la immaginazione
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#66    11 Febbraio 2008 - 12:10
 
alessandra!!!
se mi leggi volevo chiederti di inviarmi una tua e.mail. ho una mailng list con la quale informo le persone sugli sviluppi delle conversazioni.
mi piacerebbe includerti.
se vuoi scrivimi qui:
pamalteo@gmail.com
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#67    11 Febbraio 2008 - 12:13
 
Caro Paolo Amalteo, il tuo interessante stimolo a leggere in gruppo mi ha spinto a rileggere i racconti della Munro dopo qualche anno, ed è stata piacevolissima la riscoperta : come una nuova lettura, con nuove sorprese e sensazioni, diverse per ogni racconto. MILES CITY, MONTANA è una bellissima storia sui sentimenti interni della famiglia, non retorica, piena della vita reale delle persone, in cui mi sono riconosciuto, pur vivendo in un altro continente.
Ritorna spesso la tematica dello scorrere del tempo e della perdita della memoria, cui sembra proprio fare da contrasto lo scrivere racconti da parte dell'autrice, attenta a cogliere antichi particolari e sensazioni, per valorizzarli e capirli, salvandoli proprio con la scrittura. In alcuni casi la tematica è più specifica sulla vecchiaia, sulle malattie della testa, come nel caso del finale di "La luna nella pista di pattinaggio" e del vecchio amico Edgar colpito da ictus che non ha più voglia di uscire.
Ho sentito oggi su RadioTre la presentazione di un film canadese, girato nel freddo dell'Ontario, già doppiato in italiano, che uscirà da noi fra qualche settimana, tratto da un racconto della Munro che parla di una vecchia coppia in cui lei si è ammalata di Alzheimer e viene ricoverata dal marito (intellettuale ed ex libertino) in una casa di riposo dove ella conosce un altro malato , di cui fa amicizia: l'avevo letto qualche anno fa nell'altra raccolta intitolata "IN FUGA" e mi era piaciuto molto: il fatto che ora se ne tragga un buon film (ovviamente pieno di flash-back) è positivo, e farà conoscere a molti la nostra canadese. Credo che andremo tutti a vederlo. Ti darò informazioni più precise.
Nelle ultime pagine della LUNA NELLA PISTA DI PATTINAGGIO lei parla di quei particolari momenti di felicità e di libertà che a volte abbiamo incontrato nella vita, e che ci restano dentro con la sensazione profonda della possibilità di una vita felice : a me è ancora venuta in mente quella salita sotto la neve sulla strada piena di tornanti da Campodolcino a Madesimo, con il mio vecchio Maggiolino verde che slittava anche se le gomme erano da neve, e allora le abbiamo sgonfiate un po' e tu ed il T.A. siete saliti in piedi dietro sul paraurti per fare più peso sulle ruote posteriori, mentre io guidavo davanti con i finestrini aperti e ci parlavamo salendo e siamo finalmente arrivati su in paese.
Poteva essere il 1969 ?
giorgio
utente anonimo

#68    11 Febbraio 2008 - 12:17
 
caro giorgio
con questa tua lettera mostri il tuo volto riflessivo che conosco da 40 anni.
comincio dalla fine: sì era il 1969 ed avevamo vent'anni. il ricordo che hai estratto dalla tua memoria mi ha consegnato l'immagine, esattamente come l'hai descritta tu e che era depositata così anche nella mia di memoria. entravamo in una nuova fase della nostra vita: l'università, le scelte professionali, le storie sentimentali. effettivamente quella immagine ha la forza del simbolo: la giovinezza, l'energia, l'amicizia.
negli anni della giovinezza, l'amicizia (soprattutto quella maschile, credo che in quellle feminili ci siano risonanze diverse) ha una funzione diversa che nelle altre fasi della vita: è come se noi post-cuccioli umani fossimo ancora del "branco" ad apprendere a "maneggiare" il nostro destino. ancora nel branco, per poi prendere la nostra strada e fare la nostra avventura
torno alla munro.
dici benissimo su miles city montana: "storia sui sentimenti interni della famiglia"
in tema di "corde" della scrittura della M. osservo che tu sottolinei aspetti che, con combinazioni diverse , raccontano anche altri partecipanti al gruppo di lettura.
indice, credo, della bravura di questa narratrice di storie. e , insisto, della traduttrice italiana (perchè ci si dimentica dei traduttori? questi preziosi traghettatori della lingua!).
dopo l'immersione in questa scrittura così sinfonica (intendo con questo la capacità di usare e mescolare moduli narrativi diversi) se ne esce trasformati. se ne esce affinati nel leggere le trame comunicative fra le persone. è come se si facessero "esercizi di osservazione".
la Munro mette assieme il presente, la relazione fra le persone, ma anche il passato, e ancora di più la rappresentazione che abbiamo del passato. e poi ancora la trasformazione esistenziale. lei presenta persone, famiglie, relazioni colte nel qui ed ora , e tuttavia immerse in quel flusso di coscienza inaugurato da marcel proust e virginia woolf (e in forma ancora più magmatica da james joyce) che lei però, sa ricreare con una leggerezza di tratto che lascia ammirati e, appunto cambiati.
ne è prova il ricordo dei nostri vent'anni che tu hai evocato. la munro lascia spazio alla immaginazione e a noi lettori
ti sono molto grato per questa tua lettera. mi permetterò, con le opportune mimetizzazioni, di inserirla nei commenti. quel post della munro ha già adesso tanti commenti che si illuminano vicendevolmente. desidero aggregare tutti i nostri pensieri in modo che qualsiasi si lettore li possa far riverberare nella sua immaginazione e a sua volta fare libere associazioni.
a rileggerti
paolo amalteo
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#69    16 Febbraio 2008 - 19:32
 
Particolarmente in alcuni racconti, come nel “Mucchio bianco”, ci sono infiniti “STRATI MULTIPLI” di rivelazioni. Leggo il racconto una prima volta, ma so già che basta solo per capire, a grandi linee, di che argomento tratti, se così si può dire. Ho provato a fermare delle rivelazioni sulla carta, per non perderle, ma mi sfuggono, “come pesciolini tra le dita. Inafferrabili. Le custodisco, ma non le so ancora spiegare.”
Mi sembra che in questo racconto ci sia TUTTO IL TEMA del DESIDERIO (.. voglia, fantasia, capriccio, appetito, smania, concupiscenza, aspirazione, sogno, curiosità, anelito, eccitazione, bramosia, bisogno, rimpianto, nostalgia… e altro ancora.. ), in un intreccio sfilacciato di relazioni ingarbugliate. tutto il tema del DESIDERIO ATTRAVERSO GLI ANNI.. A PARTIRE DALLA SUA NASCITA: “Secondo me, il momento migliore è sempre l’inizio.L’inizio e basta. È l’unica parte autentica. Anzi, forse perfino l’attimo prima dell’inizio. Forse quando ti balena in testa l’idea che possa succedere. Forse è quella, la parte migliore.”, dice Isabel.
E nell’intreccio sfilacciato di relazioni ingarbugliate c’è, anche qui, una “madre mediterranea”.. al cubo.. ?!
Ora, per poter continuare a conversare, devo però leggerlo una seconda volta.
Intanto lascio qui anche un pensiero di Pietro Citati a proposito di Alice Munro: «All'improvviso
apre uno spazio bianco in un racconto. In quel bianco trascorrono anni, decenni: un abisso allontana il presente e il passato; il tempo passa senza che nessuno se ne accorga; e noi avvertiamo, al tempo
stesso, IL SENSO DELLA CONTINUITA’ E QUELLO DELLA LACERAZIONE che formano il tessuto diseguale della nostra vita.» … il senso della continuità e quello della lacerazione… nel “percorso dell’amore”.. delle vite nel racconto “Mucchio bianco”.
ciao a tutti
a presto

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#70    16 Febbraio 2008 - 20:29
 
ciao prisma
molte grazie per avere ripreso la parola su alice munro.
sono un po' indietro sui miei interventi. ma tornerò presto.
per il momento è a me graditissimo il brano di piero citati. uno dei critici più sapienti che abbiamo.
a dopo
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#71    16 Febbraio 2008 - 21:09
 
ciao amalteo,
nel commento al racconto "mucchio bianco" dimenticavo di porre l'attenzione anche sul CONTRARIO delle sfaccettature proprie del desiderio
ancora ciao
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#72    17 Febbraio 2008 - 13:18
 
ciao
nel suo commento Giorgio dice
"Ho sentito oggi su RadioTre la presentazione di un film canadese, girato nel freddo dell'Ontario, già doppiato in italiano, che uscirà da noi fra qualche settimana, tratto da un racconto della Munro che parla di una vecchia coppia in cui lei si è ammalata di Alzheimer e viene ricoverata dal marito (intellettuale ed ex libertino) in una casa di riposo dove ella conosce un altro malato , di cui fa amicizia".

sarà questo il film?

Away From Her di Sarah Polley

http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=47318

ciao


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#73    17 Febbraio 2008 - 13:33
 

mi dice luciana che è tratto dal libro "nemico amico amante" (e non "in fuga", come diceva giorgio)
ed è l'ultimo racconto: "Te bear came over the mountain". splendido, dice
io ho visto per televisione qualche pezzo. l'attrice è julie christie. deve essere davvero un film molto coinvolgente. spero proprio che lancerà in un pubblico più vasto l'autrice che tanto ci piace.
siamo in partenza per bergamo.
ci rileggiamo domani sera
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#74    17 Febbraio 2008 - 13:34
 
ho trovato questa scheda del film:
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Amore-fino-allultimo/1989447/2
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#75    18 Febbraio 2008 - 18:10
 
grazie amaltei,
terrò d'occhio questo film.
ciao
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#76    22 Febbraio 2008 - 01:30
 
prisma!
ho trovato questo:

Away From Her – Sarah Polley, story “The Bear Came Over the Mountain” by Alice Munro

Why Is It Nominated: Because the movie is an intimate and devastating romantic drama that tackles a terrifying subject in Alzheimer’s disease. It’s difficult to approach a topic like Alzheimer’s without entering the realm of Lifetime made-for-tv movies, but Polley does it with sensitivity and grace. She’s crafted a love story you won’t soon forget. Unless you have Alzheimer’s.

Why It Might Win: Because Hollywood loves fresh faces, and Polley is the only first-time nominee on this list. She’s only twenty-eight years old, and she directed the film as well as adapted the original story. This is a simple and elegant love story that stands out from the other nominees for that very reason.

Why It Might Not Win: Because it’s not No Country For Old Men. Plus… the only award this movie will win on Oscar night is that for Best Supporting Actress, Julie Christie. And while Polley has a long career of writing and directing ahead of her, most people still see her as the checkout girl in Go offering up the future Mrs. Cruise to a drug dealer in exchange for a handful of ecstasy.

in http://www.filmschoolrejects.com/news/oscar-week-best-adapted-screenplay.php
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#77    22 Febbraio 2008 - 08:43
 
bello, grazie amalteo.
poi farò la traduzione.

intanto, lascio qui questo mio commento, un pensiero sul racconto “la luna nella pista di pattinaggio”.
Se non fosse un racconto ma una storia vera, proverei RABBIA, DISGUSTO, TRISTEZZA per il trattamento riservato a Callie da parte di edgar, particolarmente. Non sopporto quando ci si approfitta di una persona ed in particolare di una persona come Callie.
Callie aveva diciannove anni quando Sam e Edgar la videro per la prima volta, ma poteva passare per una dodicenne. Una lavoratrice indefessa. La piccola stacanovista/schiavetta di miss kernaghan che stava dietro alla polvere di casa.
Callie è quella che sa improvvisare per loro l’allestimento di un appendiabiti; è quella a cui loro chiedono di arrampicarsi, balzare sul tetto, strisciare, infilarsi in uno degli sfiati e saltare sulla tribuna sottostante, rischiando di precipitare sul ghiaccio, rompersi le ossa e magari anche morire, scendere utilizzando una scala a muro, fare il giro delle panchine intorno alla pista e insinuarsi oltre il muretto passando dallo sportello che serviva per eliminare la neve, acquattarsi nell’ombra, aspettare il momento giusto, sganciare lo sportello e fare entrare sam ed edgar… che subito potevano mettersi a pattinare, GRATIS. Questo perché callie era un’eterna emarginata dall’aria strana e il fisico sottosviluppato. la vita per callie era lavoro, perciò, qualsiasi cosa non lo fosse rappresentava già uno svago. callie è quella da “farsi”.. per le prime esperienze sessuali. Lei era una schiavetta.. così i ragazzi non si diedero per vinti.. dovevano averla sfidata, perché NON AVEVANO VOGLIA DI TENERE IL PASSO DI QUALCUN ALTRO. Manco pensavano di dirle qualcosa di carino come se fosse una ragazza o di poterla accarezzare. La seduzione non è la parola adatta. Callie, in principio furibonda e agitata, decisa a non interrompere il lavoro, poi impenetrabile e infine stranamente arrendevole. Accusarla di avere paura fu di certo la mossa vincente.
Fare amicizia con callie in principio era stato come avvicinare un cagnetto scontroso e diffidente e in seguito come familiarizzare con la dodicenne che callie sembrava a prima vista. callie aveva il passo strascicato, pensoso e indipendente, pronto a tutte le evenienze: una rissa, un’avventura.
L’errore che commettevano stava nel credere che gliene importasse qualcosa. E poi callie non ammetteva che qualcosa potesse essere troppo per lei. Dopo che se la sono fatta callie rispose a sam: “ci vuole ben altro che una stupidaggine simile per fare male a me”. Certo, callie era una trovatella, sua madre, una ragazzina di diciotto, diciannove anni, la “scodellò” direttamente sul pavimento, aiutata da un camionista e da un altro uomo. subito dopo, la madre morì e i due uomini l’abbandonarono.
La vita di callie è fatta di FATICHE E di CALCOLI.. da condurre discretamente a buon fine.. per forza.. per sopravvivere.. per vivere a “fedele servizio”.. ora di edgar.. del suo nuovo “padrone”.. FORSE è tutto ciò che la sua ESPERIENZA E la sua AUTOSTIMA le possono concedere.. nel matrimonio con edgar, callie si rifugiò nella PROPRIA DOLENTE CONDIZIONE FEMMINILE… . l’attimo di felicità che aveva diviso con loro in treno gli restò nei ricordi, ma non seppe mai che farsene. Chissà se quei momenti significano davvero, come sembra, che avremmo a disposizione una vita felice nella quale ci imbattiamo, consapevolmente, solo qualche rara volta? Intanto callie si ADATTAVA nelle diverse situazioni, e, PORCA LA MISERIA, gli attimi di felicità sono stati proprio rari, per callie.. come per tutte le storie degli eterni emarginati.. sembra non spezzarsi mai l'anello della lunga catena.. anche se, tutto sommato, a callie è andata ancora bene.. l'appartamento di callie al piano di sopra è strabiliante.. broccato d'oro drappeggiato a suggerire una vasta finestra, DOVE FINESTRA IN REALTA' NON C'E'...
Ciao




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#78    22 Febbraio 2008 - 10:02
 
ciao prisma
sarebbe bella la traduzione: a tuo comodo.
mi piace la tua partecipazione emotiva ai racconti di alice muro.
d'altra parte è così: è lei a cercarla attraverso il suo stile di costruzione delle storie.
poi ne riparliamo
ciao e grazie
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#79    22 Febbraio 2008 - 17:38
 
Filmbook: Away From Her (2007)


It is Oscar Week, and regular readers probably know what movie I'm hoping will win Best Picture. Rather than natter on about that, I'm going to recommend a film you might have missed in theatres, whose lead actress, Julie Christie, will hopefully go home with a little golden man on Sunday.

In "Away From Her" Julie Christie plays Fiona, a woman who lives with her retired professor husband Grant (Gordon Pinsent) and comes to the realization that she is losing her memory. Despite her best efforts, she is lucid enough to decide that she, while still relatively young, belongs in a nursing home, and the one she chooses has a policy that newcomers cannot have visitors for the first 30 days. The movie chronicles that move -- the first time Fiona and Grant have been separated at length -- and how it affects their relationship. It's a quiet character-driven film based on a character-driven story by Alice Munro, set against a background of winter white (filmed in Canada, the home of Munro as well as director Sarah Polley); the title comes from a voice-over of Pinsent's at the beginning of the film, in which he describes a scene from their youth. Here's how it plays in the book (and how Grant tells it nearly word-for-word in the film):

He thought maybe she was joking when she proposed to him, on a cold bright day on the beach at Port Stanley. Sand was stinging their faces and the waves delivered crashing loads of gravel at their feet.

“Do you think it would be fun—” Fiona shouted. “Do you think it would be fun if we got married?”

He took her up on it, he shouted yes. He wanted never to be away from her. She had the spark of life.

I missed this movie in theatrical release because, despite its glowing reviews, I was hesitant to see a movie about an elderly couple dealing with Alzheimer's disease. After another 2007 movie which deals with aging and its effects, "The Savages," I left the multiplex thinking about how much I would pay to have my mother never see or hear about this film, so much did it remind me in parts of the loss of my grandfather in 2003. (Laura Linney in "The Savages" is up for a Best Actress Oscar this year as well, as a daughter who along with her brother is facing a similar decision to the one Fiona makes in "Away from Her."

I would not hesitate to recommend "Away from Her," though, because while very sad, it is a beautiful film anchored by a performance by Julie Christie that is the opposite of most showy Oscar roles. If anyone else gave a performance that was so wholly interior, it was Javier Bardem in "No Country For Old Men," as a villain whose origins and rationale are unknowable to all. In contrast, Daniel Day-Lewis's performance in "There Will Be Blood" is the kind they call "a tour de force" -- especially in the latter part of the film, he pops off the screen. Ditto for Christie's primary competitor in the best actress race, Marion Cotillard, for her role in the Piaf biopic "La vie en rose"; I've seen the biopic, and Cotillard is amazing, but in the type of larger-than-life way the Oscars are (in)famous for rewarding. Her Piaf is tortured, but it's all out there since we begin with her as a little girl living in a brothel. Christie's Fiona is much harder to read -- her private struggles inform the performance without any kind of big revelatory moment.

Do the right thing, Academy voters! I'll be carving out time from reading to watch the ceremony.

Verdict: Read the story, then see the movie.

rintracciato tramite google reader:
http://lnvsml.blogspot.com/2008/02/filmbook-away-from-her-2007.html
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#80    22 Febbraio 2008 - 18:53
 
Dopo alcuni corti, la ventinovenne Sarah Polley si cimenta con la regia di un lungometraggio scegliendo di adattare un racconto breve della scrittrice canadese Alice Munro, "L'orso attraversò la montagna". Attrice sensibile e raffinata, la Polley rivela un talento ragguardevole anche dietro la macchina da presa gestendo con profondità, sicurezza e felici intuizioni la storia tutt'altro che facile di una malattia che sconvolge la vita di una coppia.
Fiona e Grant sono una coppia canadese inseparabile, stanno insieme da ben quarantaquattro anni. Tutto cambia quando lei incomincia ad accusare problemi di memoria e dopo una visita si scopre malata di Alzheimer. Nel momento in cui capisce che ormai la situazione è fuori controllo (non si ricorda più la strada di casa) decide, anche contro la volontà del marito, di farsi ricoverare in una casa di cura. Un ferreo regolamento impone ai due di non vedersi per trenta giorni. Ma una sorpresa aspetta Grant che, trascorso il periodo di separazione, va a trovare Fiona: la donna si è infatti affezionata a Aubrey, un paziente del posto e sembra progressivamente distaccarsi emotivamente dal marito. Grant cerca conforto diventando amico della moglie di Aubrey, che sta vivendo la sua stessa esperienza, e alla fine arriverà ad accettare che sua moglie, via via più lontana da lui, possa stare vicina a un altro uomo.

Adottando uno stile un po' rarefatto e sospeso, che nelle atmosfere e nei toni assomiglia a quello di Atom Egoyan, regista con cui ha lavorato in passato, Sarah Polley parla d'amore, di malattia, di oblio e di dolore asciugando il materiale narrativo e tenendo a bada le emozioni, rese così più preziose e sincere. Dunque nessuna scena madre o concessione al lacrimevole in questa pellicola dal ritmo pacato e insinuante, che sembra compiacersi della sua lentezza, ulteriormente sottolineata del resto da un paesaggio innevato e ovattato, che finisce quasi con l'attutire gli sconvolgimenti emotivi dei personaggi. Riusciti anche gli accorti e per niente oscuri giochi di flashback in un impianto di sostanziale classicità mai troppo austero. Ma il film ha il merito soprattutto di regalare alla sessantaseienne e sempre luminosa Julie Christie il suo ruolo più bello ed intenso da molti anni a questa parte (negarle l'Oscar a cui è candidata come miglior attrice protagonista sarebbe proprio un'ingiustizia!). Altri interpreti di valore sono il poco noto Gordon Pinsent, che nella parte del consorte ha dalla sua due occhi capaci di esprimere tutto, e la non protagonista Olympia Dukakis, che sa rendere grande un piccolo ruolo.

Una quieta forza espressiva e un'ispirata compostezza rendono questa pellicola sui sacrifici imposti dall'amore a confronto con la malattia un'opera insolita e da non mancare.

Titolo originale: "Away From Her"; Regia: Sarah Polley; Sceneggiatura: Sarah Polley, dal racconto breve di Alice Munro "L'orso attraversò la montagna"; Fotografia: Luc Montpellier; Montaggio: David Wharnsby; Scenografia: Kathleen Climie; Costumi: Debra Hanson; Musica: Jonathan Goldsmith; Produzione: The Film Farm, Foundry Films; Distribuzione: Videa CDE; Interpreti: Julie Christie, Gordon Pinsent, Olympia Dukakis, Michael Murphy, Kristen Thomson, Wendy Crewson; Origine: Canada; Anno: 2007; Durata: 110'.
in http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Tempo%20libero%20e%20Cultura/2008/02/polley-lontano-da-lei.shtml?uuid=c09d9abe-e052-11dc-abbf-00000e251029&type=Libero
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#81    24 Febbraio 2008 - 22:46
 
Bene, sono contento che voi abbiate trovato collettivamente così in fretta così tante informazioni su questa nuovo film, a proposito del quale vedo che si parla addirittura di un oscar per la - non più giovane - protagonista, che sarebbe anche meritato, quasi come un oscar alla carriera.
Mi sembra da sottolineare anche questo, in un momento di giovanilismo un po' forzato (sono oggi contento di non ritrovare più De Mita nelle liste del PD, ma non è solo una questione di età, visto che sono ben più contento di ritrovare poi capolista del PD in Lombardia il prof. Veronesi, che è di età maggiore).
Un tema fondamentale della Munro, accanto alla narrazione della freschezza e della vivezza dell'esperienza, è proprio la riflessione sulla propria esperienza.

Ma come aver grande fiducia in chi, oltre alla freschezza ed all'entusiasmo, non ha molta esperienza? Non rischiamo forse di mandare qualche giovane allo sbaraglio? Cerchiamo almeno di non lasciarli soli, e di preparare con cura il necessario ricambio generazionale.
Andrò certamente a vedere Away from her. Giorgio
utente anonimo

#82    24 Febbraio 2008 - 23:38
 
ciao giorgio, mio caro amico
mi sembra che gli oscar siano queste sera: vediamo che cosa succede.
dici bene: la munro sa far riflettere sulle esperienze. getta luci asimmetriche e su tempi diversi per fare emergere i caratteri. mi sembra che costruisca le storie mettendo in luce e poi entrando nell'ombra e poi ancora in luce.
quanto a noi elettori: "si può fare".
ma oggi è il giorno della sicilia.
di nuovo il lombardo veneto e la sicilia ci consegneranno per cinque anni al martirio politico?

sono felice che hai schiacciato il tasto pubblica commento
a rileggerci
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#83    25 Febbraio 2008 - 14:11
 
Anch’io trovo la necessità (quasi sempre, non solo con la Munro) di ritornare ad una seconda lettura dei brani, per sondare i vari strati sovrapposti. E con Mucchio bianco, altroché se sono d’accordo con te, Prisma, sulla presenza di una madre incombente. E’ su questo personaggio che mi concentro.

Di questo racconto mi si era impressa vivida nella memoria il ricordo dell’abbacinante nudità di Sophie. Mi ero chiesta, e mi sono richiesta per la seconda volta, perché S. non ha recuperato le due metà dell’accappatoio gettate nell’acqua dagli scapestrati capelloni?
Non passa certo inosservata questa madre “norrena”, attenta all’economia del quotidiano, ma non disposta ad “iscrivere Laurence ad una scuola qualunque”. Donna “tutta pace e socialismo”, refrattaria alla modernità, orgogliosa quanto basta per non pretendere che il padre di suo figlio abbandonasse le proprie radici e la propria moglie e tuttavia delusa dal fatto che il frutto di quell’amore clandestino , Laurence appunto, si inventasse la storia di un padre annegato.
Una donna direi democratica, visto il rifiuto di firmare la petizione per far allontanare i giovani vestiti in modo eccentrico (alcuni dei quali la deruberanno) in virtù della libertà individuale espressione del Nuovo Mondo. Così progressista da tentare, sin dalla tenera età, il recupero sociale di coetanei più sfortunati di lei.
Apparentemente tutti i requisiti per raffigurarci il ritratto di una donna forte, moderna e coraggiosa.

Ma tra le righe della narrazione pian piano affiora quanto questa personalità incida negativamente sulle sorti di un’altra donna: Isabel, moglie inquieta di Laurence, colei che “sapeva essere una confidente, un’amica infinitamente comprensiva, per farsi l’attimo dopo distaccata e irascibile”.
Denise “aveva l’idea che quei due, Laurence e Isabel, suo padre e sua madre, le nascondessero qualcosa”.

In verità ciò che oscura la relazione tra i due è proprio l’ombra incombente della Grande Madre Sophie. “Sophie era più infastidita da Isabel che da Laurence … Come conosceva poco il marito quella ragazza … E come conosceva poco anche Sophie ..”
Questa terza presenza cancella ogni dubbio sul proprio ruolo quando Isabel, congedato il resto della famiglia per la gita in aereo, si trova a “starsene seduta per conto suo” e drammaticamente riflette.
“Si sedette e rivisse la giornata come una serie di ostacoli superati uno dopo l’altro … Non le faceva molto onore vivere pensando in continuazione, Bene, perfetto, anche questa è fatta. Chissà … quale premio sperava di ottenere .. Era uno sforzo continuo, nella speranza di non essere colta in flagrante”.
Finchè giunge l’insight “certe volte pensava di essere stata portata in famiglia allo scopo di lanciare una complicata sfida a Sophie. Laurence si era subito innamorato di lei, ma il suo amore aveva a che fare con quella sfida”.
E restasse qualche dubbio, quel sorriso di Sophie “sembrava indulgente, ma diceva a chiare lettere, Sei pronta ad accollarti tutto questo peso? … quel Laurence aveva bisogno di essere sostenuto .. con sforzi instancabili e intelligenti … insomma doveva fare di lui un uomo”.

Che sobbalzo di raccapriccio! Un’orribile ricerca della complicità femminile in funzione della stessa appartenenza di genere, fintamente mascherata da un sentimento protettivo materno, ma languidamente propensa al sapore incestuoso “Naturalmente Sophie non cercò di coprirsi il seno con un braccio né di appoggiarsi una mano pudica sulle parti intime. Non affrettò il passo superando i famigliari. Si fermò al sole, un piede sul primo gradino del portico, addirittura favorendo la vista imbarazzante che tutti potevano avere di lei…”

Il sogno di Isabel (“Quello era l’amore, la vita stessa, e lei non vedeva l’ora di avviarsi a sperimentarli”) nasce già infranto. Che cosa resta ad Isabel se non affidarsi all’immaginazione (tra l’altro stuzzicata dallo stesso Laurence che “restava deluso se lei durante le feste non animava un po’ l’atmosfera”)?. Ed è anche grazie alla visione della Grande Madre Desnuda che il suo desiderio si incendia non appena l’occasione si presenta “Da lì a struggersi, per un invito esplicito, improvviso e subito immaginarlo, il passo era stato breve” (326).
Sì, in tutta questa vicenda la vince la Grande Madre.
Isabel è espulsa e costretta a una vita infelice “Forse quando ti balena in testa l’idea che possa succedere. Forse è quella la parte migliore”. Poi lo squallore.

Il finale è hitchochiano: quel libro sul braccio della poltrona è assimilabile alla poltrona della scena finale di Psycho, solo che lì sopra c’era qulacos’altro ….

Ciao. TartaRugosa
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#84    26 Febbraio 2008 - 11:52
 
ciao
ho voluto rileggere il tuo commento a mente fresca, TartaRugosa, per non perdermi neanche una parola.. su questa Grande Madre Desnuda (definizione perfetta) piena di energia vitale, che si sente ETERNA... nuotava nuda nel lago da quando era bambina.. e laurence ce la mette tutta per farla sentire eterna.. "Lui era fatto così, loro due erano fatti così... e qualunque cosa avesse ottenuto da Sophie non gli sarebbe mai bastata... Era come la storia dei gradini (pag. 309).. " attraverso i quali la Madre Desnuda, a mo' di Wanda Osiris, si avviava giù alla riva del lago.. "Io costruisco per i secoli a venire, sentenziava con fare grandioso Laurence che aveva dedicato ogni gradino a un membro della famiglia: impronte del palmo della mano, iniziali, la data, luglio 1969".. Sophie intanto si era avviata giù alla riva del lago, procdendo sulle sagome di legno. Il passo di Sophie faceva vibrare le assi dell'impiantito. Era scalza, nuda sotto l'accappatoio di spugna a righe, alle prime luci del mattino..
Sophie non aveva voluto gradini di cemento, preferendo dei tronchi conficcati nell'argine, ma alla fine aveva dovuto cedere alle proteste di Laurence sul legno che marciva e la fatica che gli toccava fare per sostiruirlo... il legno non è ETERNO.. e poi quella fatica per sostituirlo..
non so, ma a me anche questo pezzo (oltre a quello finale del libro sul braccio della poltrona).. questo rituale della madre desnuda che procede sui gradini verso la riva del lago, mi impressiona.
ciao


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#85    27 Febbraio 2008 - 11:19
 
In “La vista da Castle Rock”-che ricostruisce la storia della sua famiglia dall’Ottocento ai suoi giorni- Alice Munro ha scritto:

Ci facciamo incantare. Succede per lo più quando diventiamo vecchi, quando i nostri futuri cominciano a chiudersi e non riusciamo più a immaginare quello dei figli dei nostri figli, a volte nemmeno a crederci. Non sappiamo resistere alla tentazione di frugare nel passato, scartando testimonianze poco attendibili, collegando nomi isolati e date incerte e aneddoti, aggrappandoci a fili, volendo stabilire a tutti i costi un legame con i morti e perciò con la vita.



Recentemente ho fatto un po’così: ho cercato di recuperare presso due amiche ed una sorella, le lettere che inviai loro una trentina di anni fa’. Ne ho recuperate una decina. Non so bene perché io abbia voluto infliggermi l’esercizio del confronto con quella donna giovane che ero io e che non mi abita più. Ma l’ho fatto.
L’effetto è davvero sconcertante. Tutta una serie di puntini vanno a posto sulle nostre i. Dunque, è così che ragionavo! Dunque è pensando questo che ho fatto quello!
Dunque è andata così e non come credevo di ricordare!
Più sorprese che conferme ne vengono fuori, a riprova che, senza documenti alla mano, la storia che scriviamo di noi è essenzialmente falsificazione, mistificazione, autoinganno. Necessario, certo, ma inganno.
I popoli fanno la stessa cosa. È per questo che gli storici hanno tanto da fare. Perché debbono continuamente rifornire i popoli di puntini da mettere sulle i.
Peccato che talvolta i popoli, più che sistemare i puntini al loro posto, vogliono trasformare le i in e. E talvolta addirittura in o. Si chiama revisionismo ma con Alice Munro non ha niente a che fare.

in http://ineziessenziali.blogspot.com/2008/01/vocali.html
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#86    28 Febbraio 2008 - 10:23
 
Quel che si ricorda: Alice Munro

di Simona


Ogni tanto (intendo dire abbastanza raramente) capita che mi colga una forte passione per un Autore, anzi, un'Autrice. Non so perché femmina: forse si tratti di una banalissima forma di solidarietà di genere, mista a quel sottilissimo filo di seta che lega ogni donna a un'altra, per quella condivisione ancestrale di sentimenti e presentimenti che ci accomuna. Tutte, nessuna esclusa: a meno che non si metta a tacere quel suono, quella vocetta antica che per natura ci vibra dentro.

E' accaduto con Jane. Jane Austen, ovviamente. Purtroppo, essendo passata a miglior vita prematuramente e da tantissimo tempo, la sua produzione è lì, senza possibilità di sviluppi. Le sue eroine mi sono famigliari come certe amicizie d'infanzia, che non cedono neppure dopo anni e ad ogni nuovo contatto riprendono vita. Elisabeth Bennet è come Jo March: almeno una volta abbiamo desiderato essere come lei, o essere lei. L'importante è capire che il vero personaggio totalmente immaginario del romanzo non è Lisa, bensì Darcy. Non so, ma dubito che un uomo lettore abbia desiderato essere Darcy. Quel che è certo, è che nessun esemplare maschile sulla faccia della terra gli assomiglia. Jane era astuta, con una punta di perfidia: lo ha creato apposta.

E' accaduto con Banana Yoshimoto. Ora, non credo che la mia amata Banana sia una grandissima scrittrice. Mi piace il suo mondo, così giapponese e, al tempo stesso, aperto su tutti gli altri mondi. Amo la sua schiettezza, la sensualità dei suoi personaggi, la cucina, i dialoghi con l'universo interiore, le vicende del dolore e il suo superamento. Ultimamente i suoi racconti si assomigliano moltissimo: lungi dal considerarlo un difetto, perché qualsiasi amore acceca, anche quello per i libri, li leggo e rileggo per immergermi in quella sensazione di intimità casalinga. La leggo perché so quello che troverò fra le righe: è quello che cerco e quando lo ottengo, mi accoccolo nella lettura come sotto una calda coperta.

Faccio notare che nulla, assolutamente nulla accomuna Jane a Banana. Questo significa che sono complicata, nella migliore delle ipotesi.

E adesso è il momento di Alice Munro. L'ho scoperta per puro caso, ho finito un primo romanzo (Nemico, amico, amante - ma il titolo originale è più bello: Hateship, Friendship, Courtship, Loveship, Marriage) pochi giorni fa e non ero neppure arrivata alla metà che avevo già deciso di comprarne un altro (In fuga). E poi, sicuramente, un altro e poi...

Racconti, storie di donne. Giovani e vecchie, sole o sposate, sagge o sciocche, fedeli o amanti, forti o fragili, sane o malate, belle o brutte. Donne comuni, di quelle che puoi incontrare uscendo a fare la spesa. La Munro è canadese e i racconti sono ambientati nel suo paese, ma quasi non te ne accorgi: potrebbero essere trapiantati ovunque, paiono senza luogo definito e persino senza tempo.

Delicata, ma penetrante; sensibile, ma concreta; sobria, ma intensa. Nei suoi libri c'è tutto: c'è la vita e la morte, l'infanzia e la vecchiaia e, soprattutto, c'è l'amore: appassionato, negato, svanito, tradito, rimpianto, vissuto, perduto. Ho amato infinitamente "Quel che si ricorda", così semplicemente perfetto, mentre la lettura di " The Bear Came over the Mountain" è stata così commovente, dolcemente struggente. Ne ho citati due, i miei preferiti, ma di nessuno potrei dire: è brutto. Un evento rarissimo.

Raffinata e limpida. Vivamente consigliata.

Consiglio inoltre la lettura del bel post di Gabrilu, che a sua volta rimanda a Clelia.
14 giugno 2007

Da Immersioni Libridinose
in http://habanera-nonblog.blogspot.com/search/label/Alice%20Munro
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#87    28 Febbraio 2008 - 10:25
 
http://members.aol.com/MunroAlice/
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#88    28 Febbraio 2008 - 10:28
 
IN FUGA, ALICE MUNRO
Otto novelle perfette
trucco!
Indice della rubrica
trucco!
Cinema
trucco!
CyberNews
trucco!
Fumetti
trucco!
Graffiti
trucco!
Musica
trucco!
Teatro
trucco!
VIPs
trucco! trucco!

La copertina del libro trucco! CHE COSA RENDE PERFETTE LE NOVELLE DELLA SCRITTRICE CANADESE ALICE MUNRO? Perché quello della novella è il genere più difficile, ma anche quello in cui si può raggiungere una pienezza che è rara nei romanzi. Il senso della misura, forse, un equilibrio e un’armonia dell’insieme, un’economia di linguaggio in cui non vorremmo né aggiungere né togliere nulla, l’arte di dire molto dicendo poco dei suoi personaggi, la poesia di un paesaggio severo, l’uso agile del tempo- tutto questo esercita una malia sul lettore sensibile e attento, affascinato da questa bellezza impalpabile.
“In fuga” raccoglie otto novelle della Munro, tre delle quali sono collegate dalla presenza dello stesso personaggio in momenti diversi della sua vita. Nella prima, una Juliet poco più che ventenne raggiunge un uomo conosciuto durante un viaggio in treno. Un flashback ripercorre quel viaggio e ci introduce a Juliet, con la sua passione per il greco e il latino, diffidente verso un estraneo di cui lei scoraggia l’approccio (come poteva sapere che meditava il suicidio?), e l’incontro con Eric- ma non c’è un epilogo romantico su quel treno che passa in mezzo ai boschi, questa non è una storia banale, perché non c’è mai niente di scontato o di superficiale nei racconti della Munro.
In “Fra poco”, la seconda novella della trilogia, sono passati tre anni e Juliet è ancora in viaggio, con la bimba Penelope questa volta, e torna nel paese della sua infanzia. I suoi genitori le avevano dato un’educazione moderna e libera, ma adesso tanti piccoli indizi- una riproduzione di Chagall finita in soffitta, un’osservazione della madre sul fatto che Juliet sia una ragazza madre, una tirata del ministro della chiesa- le mostrano la piccolezza di un mondo in cui lei non può più adattarsi.
Un salto di vent’anni separa “Fra poco” dall’ultima storia che sembra collegarsi circolarmente alla prima. Questa volta Juliet sta andando a raggiungere la figlia che se n’è andata di casa in cerca di se stessa e di una dimensione spirituale che le è mancata. Ma Penelope continuerà a fuggire e Juliet non la rivedrà più: madre e figlia che erano state tanto unite devono crescere entrambe, ma separatamente, ognuna per la sua strada. Il romanzo breve costituito dalla trilogia è la scelta più ovvia per esemplificare la narrativa della Munro, ma ci sono autentiche gemme anche negli altri racconti, tutti con un personaggio femminile nel ruolo principale, sempre in fuga da qualcosa, da qualcuno, dal passato, dai ricordi, mentre una minaccia oscura aleggia nell’aria- una ragazza che cerca di fuggire dal marito e poi torna indietro, un’altra si concede una breve scappata con il fratello del marito (c’è una morte in fondo alla strada), una bambina teme di essere stata adottata (e qui un fantasmino di morte esce dal passato).
Bellissima la storia della ragazza che vive per un anno aspettando di rincontrare l’amore di una giornata e poi è beffata dal caso o dal destino che si svela quarant’anni dopo in uno degli stupefacenti salti nel tempo della Munroe. Una sola frase può valere per tutte le altre del libro, per sentirne la semplicità profonda, “La conversazione dei baci. Sommessa, eccitante, sfrontata, rivoluzionaria”.
Qui è l’arte della Munro, in quattro aggettivi che dicono tutto di un parlare senza parole.

Alice Munro, In fuga, Ed. Einaudi, trad. Susanna Basso, pagg. 312, Euro 18,00
in http://www.stradanove.net/news/testi/libri-05a/lapic2501050.html
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#89    28 Febbraio 2008 - 10:30
 
Alice Munro, Nemico, amico, amante, traduz. Susanna Basso, Einaudi Super ET, 2005, p.320, ISBN 8806174681

Hateship, Friendship, Courtship, Lovership, Marriage.

Questo il titolo originale della raccolta di racconti di Alice Munro. E' il suo primo libro che leggo, ma mi è bastato per trovarmi d'accordo con coloro che la definiscono una delle più grandi narratrici viventi. Sicuramente non mi fermerò qui e recupererò tutto quello che finora mi sono persa, di quest'autrice canadese.

I racconti sono nove, uno più bello dell'altro. Perfetti come ritmo, scelta dei tempi, strategia narrativa. Non una parola in più nè una di meno del necessario. Protagonista sempre una donna. Gli uomini sono, di volta in volta mariti, amanti, padri, fratelli. E dunque, in quanto tali, di volta in volta amati, odiati, ammirati, disprezzati. Spesso sopportati.

Tutte le storie si svolgono all'interno della famiglia. L'ambientazione è il Canada. Grandi metropoli come Vancouver o paesetti sperduti in quell' immenso territorio.

Eppure, l'accurata contestualizzazione risulta, di fatto, di importanza molto marginale. Perchè le storie sono, in realtà, senza tempo e senza luogo. Alice Munro, che si è spesso definita "scrittrice anacronistica" poichè rifugge da facili sperimentalismi ad effetto, racconta storie universali. Tali sono infatti le tematiche che ci troviamo dentro: lo scarto esistente tra psicologia femminile e psicologia maschile, la problematica dei rapporti tra i sessi, tra genitori e figli. Il tema del rapporto con la malattia e la morte, la corporeità. Ove corporeità vuol dire anche parlare di come liberarsi di un assorbente inzuppato di sangue mestruale se in casa c'è un uomo che non regge al pensiero che una donna possa avere le mestruazioni.

La narrazione è a volte in terza persona, a volte in prima. Il tono sempre pacato, mai sopra le righe.

Abbiamo dunque a che fare con una scrittrice minimalista? La sua è una scrittura intimista? Magari fosse così semplice. Aggiungo che in questo libro tutto si può trovare tranne che facile sentimentalismo o qualcosa di sia pur lontanamente stucchevole. Insomma, riuscire ad ingabbiare Alice Munro dentro una comoda e rassicurante etichetta può risultare davvero arduo.

Questa garbata e sorridente signora canadese richiede una lettura attenta e che non si fermi alle apparenze. Rimanendo in superfice rischieremmo di esclamare --- come a qualche lettore è pur accaduto --- "ma in questi racconti non succede niente!".

Di cose, invece, nei suoi racconti ne succedono eccome. Basta saperle vedere. In ciascuno di essi c'è sempre un evento -- grande o piccolo o apparentemente trascurabile o di difficile individuazione --- che porta ad un capovolgimento di prospettiva, ad un ribaltamento nelle relazioni, allo spiazzamento del lettore. Situazioni di partenza apparentemente banali e il cui sviluppo può sembrare scontato e prevedibile determinano conseguenze assolutamente inaspettate. Da uno scherzo crudele dal quale è legittimo aspettarsi dolore e frustrazione scaturisce invece un lieto fine... Ci vengono forniti tutti i segnali di un suicidio annunciato e ci troviamo davanti alla nascita di una storia d'amore... Un uomo apparentemente freddo e distante si rivela l'amante di un giorno che non si dimenticherà per tutta la vita. Un'esperienza erotica extraconiugale rinsalderà un matrimonio, invece di distruggerlo come ci saremmo aspettati...Cancro, morte, follia rivelano la verità dei rapporti tra marito e moglie.

Protagonista di tutti i racconti sempre una donna, dicevo. Allora abbiamo a che fare con una scrittrice femminista? La mia risposta è Si, se consideriamo l'attenzione che la Munro ha per l'analisi delle relazioni uomo-donna, per la corporeità, per le sfumature, per il non detto. La mia risposta è No, se quando diciamo "femminista" pensiamo alla scrittrice femminista militante. Alice Munro non milita. Non platealmente, almeno.

Alice Munro si limita infatti a descrivere, non prende mai le parti di questo o quel personaggio (sia esso femminile o maschile). Non giudica. Sembra persino non partecipare emotivamente alle cose che racconta. E' il tipo di autore che è dovunque ma non si mostra mai (sarà un caso, ma mi ha fatto tornare in mente Flaubert...) perchè sono gli eventi stessi che parlano. E questi eventi, che nulla hanno in sè di straordinario (matrimoni, nascite, malattia, un funerale, un trasloco...) mostrano però quanto invece possa essere estremamente complesso il quotidiano, quanto ricco di sfumature. Il finale di ciascun racconto non è mai "chiuso", si ha sempre la sensazione che ci sia dell'altro, che tante possibilità rimangano ancora aperte.

Maestra delle sfumature e delle allusioni, abilissima a destreggiarsi nel gioco del "punto di vista", non mi sembra affatto esagerato il paragone che molti hanno fatto tra i suoi racconti e quelli di Cechov o di Henry James.

Due parole infine su questo volume Einaudi che ho acquistato e letto: mi sembra uno di quei casi in cui una copertina, anche se bella, non solo non rende giustizia al contenuto del libro ma rischia addirittura di portare fuori strada.
in http://nonsoloproust.splinder.com/post/10964114/NEMICO%2C+AMICO%2C+AMANTE+-+ALICE+MUNRO
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#90    28 Febbraio 2008 - 10:33
 
In Nemico, amico, amante... di Alice Munro è contenuta la vita. Anche stavolta è questo il primo pensiero che mi è venuto in mente non appena terminato il libro. E mi è capitato di pensare sempre così, per ogni volume di racconti di questa autrice: dalla Danza delle ombre felici a In fuga. Perché è proprio di questo che la scrittrice canadese si occupa con un'incredibile nonchalance che, se non avessi letto tutto (e di più) di lei, stenterei a credere naturale - optando invece per l'idea di un artificio letterario abilmente costruito.
E invece no, Alice Munro è la spontaneità fatta parola, il verbo del quotidiano fattosi carne (e prosa), il genio della letteratura uscito dalla lampada dei giorni.
Prendiamo per esempio Meriel che incontra il dottor Asher a un funerale: lui le dà un passaggio e l'accompagna a trovare una vecchia zia in una casa di riposo. Ci sono le chiacchiere sconclusionate con cui lei cerca di difendersi dall'improvviso desiderio, c'è "la misteriosa sensazione di potere e di gioia, come se ad ogni passo un messaggio energetico la percorresse dal tallone al cranio", ci sono i preparativi pratici che, penosi e scoraggianti nella vita coniugale, le procurano in quella circostanza "una vampata sottile di calore, una rinnovata mollezza, una sottomissione".
E' la vita che parla nelle frasi di Alice Munro, lo ribadisco.
Ma, a differenza della nostra - così assolutamente transeunte -, qui noi possiamo chiudere il libro, rivoltarlo, e ricominciare daccapo. Come sto per fare io.
In fondo è come risorgere; forse anche meglio, perché non c'è da attendere nessun giudizio universale...
in http://akatalepsia.blogspot.com/2006/12/135.htmlhttp://akatalepsia.blogspot.com/2006/12/135.html
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#91    28 Febbraio 2008 - 10:41
 
ricca scheda su alice munro dal sito www.tinas.it
http://ww
w.tinas.it/letteratura/alice_munro.htm
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#92    28 Febbraio 2008 - 14:45
 
Ciao a tutti.
Questo commento l’ho messo insieme proprio a pezzettino a pezzettino, perché nel mio tempo per me è prevalsa la stanchezza di giornate particolarmente serrate, ma ci tenevo a incominciare a fermare qualche pensiero.
Nel racconto “Una vena di follia” NESSUNO delle persone coinvolte, tranne, forse, Wyck, si è pre-occupato di sostenere Violet - nel corso della sua intera vita - permettendole di agire il riconoscimento del proprio diritto di non dover essere, solo lei, per forza, OBBEDIENTE per cercare di tirare avanti, di garantire la vita della sua famiglia. E lei, lasciata sola, non ce l’ha fatta, ha ceduto al senso del dovere, anche se, forse, avrebbe “ammazzato” gli altri membri della sua famiglia?!. E così “se avesse CHINATO LA TESTA e si fosse lasciata alle spalle anche il suo vecchio io e tutte le idee su come avrebbe dovuto essere la sua vita, allora il peso, il dolore e l’umiliazione sarebbero scomparsi come per magia. … Prendersi cura di loro. Vivere per gli altri”. Balle di Frate Giulio, si dice dalle mie parti, no, anzi, del pastore Trevor Auston se ?! gliele ha inculcate lui. Così non si va lontano e Violet lo è già andata fin troppo. Finchè… mi piace pensare Violet tra queste donne.. per come le descrive CLARISSA PINKOLA ESTES “In tutte le donne, soprattutto quando entrano nell’età matura, alberga una forza sotterranea e invisibile che si esprime attraverso intuizioni improvvise, esplosioni di energia, acute percezioni, slanci appassionati: un impulso travolgente e inesauribile che le spinge ostinatamente verso la salvezza, verso la ricostruzione di qualsiasi integrità spezzata. Come un grande albero che, per quanto minacciato dalle malattie, colpito dalle intemperie, aggredito dalla furia dell’uomo, non muore mai, ma miracolosamente e con pazienza continua a nutrirsi attraverso le proprie radici, si rigenera e rinasce per mantenere il proprio spirito vitale così da poter generare nuovi germogli cui affidare questa eredità inestimabile”. Mah, chissà se sarà vero. E, per tornare a Violet, finchè… non le restava che morire… al super io… per salvare il proprio io… per vivere.. e ne vale la pena di “morire” per salvare quel ricordo forse importante per lei. Il racconto infatti non si conclude con la sua morte, per shock, ma… “Mentre erano seduti sui gradini, nel caldo di quel primo pomeriggio appena velato di nubi, con la verde parete di granturco davanti a loro, Violet si toccò i graffi e disse: Questi mi fanno venire in mente come ci conoscemmo io e Wyck, come diventammo amici… di quando ero impigliata nei cespugli e Wyck mi stava liberando… . Si passò le mani lungo le braccia, seguendo i graffi, accarezzandoli con la punta delle dita… “.
Questo racconto mi ha fatto venire in mente delle storie vere.. segnate da una vena di follia.. in particolare mi ha fatto venire in mente una storia poi segnata da una forma di omosessualità. Di fronte a persone che hanno alle spalle queste storie il mio profondo desiderio è che almeno tanta sofferenza non vada perduta.. possa aiutare altri a riflettere.. . Mah…
Ciao
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#93    28 Febbraio 2008 - 14:50
 
CIAO MIA CARA PRISMA
felicità nel ritrovarti.
sono così indietro nelle mie riflessioni sui racconti della munro!
è che navigo tantissimo. mi perdo, mi ritrovo, mi perdo ancora.
meno male che ci siete tu e tartarugosa a dare stabilità alle associazioni mentali sui racconti di alice munro
hai visto quante fonti ho recuperato oggi?
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#94    28 Febbraio 2008 - 20:50
 
LA VISTA DA CASTLE ROCK (due)
di Paolo Cognetti

(Ecco un'altra intervista ad Alice Munro. Ho scoperto che leggere le sue risposte dà lo stesso tipo di piacere che leggere i suoi racconti. Qualcuno prima o poi dovrebbe decidere di farne un libro. Questa è di Cara Feinberg ed è apparsa sull'Atlantic Monthly del dicembre 2001, ma sembra un commento perfetto a La vista da Castle Rock.)


Una volta hai detto che le tue storie sono, negli anni, “cresciute in lunghezza, diventando sempre più impegnative e particolari”. Perché pensi che siano evolute in questo modo?

Non sono sicura del motivo, perché non analizzo una storia mentre la scrivo. Ma una volta che ho il racconto finito e comincio a lavorarci sopra, penso che in molti modi quello che ho scritto rompa tutte le regole del racconto breve. Me ne accorgo senza rimpianti: immagino di poter scrivere solo quello che mi interessa. Così non provo a fare niente per renderlo più regolare. In effetti, se una storia vuole andare in una particolare direzione, io lascio che accada. Non faccio altro che stare a guardare dove va.

Hai detto che le tue storie rompono le regole. In che modo?

Alcuni dei racconti che ammiro sembrano puntare sull’unità di tempo e spazio. Non c’è una regola a proposito di questo, ma esiste una specie di canone in tante storie che ho letto. Nel mio lavoro, invece, tendo a coprire lunghi periodi, a saltare avanti e indietro nel tempo, e qualche volta il modo in cui lo faccio non è per niente diretto. Sento che è qualcosa che il lettore deve mettere a posto per conto suo. È un discorso che mi interessa tantissimo - passato e presente, e come il passato appare a seconda delle persone.

Mi sembra che in molti racconti i tuoi personaggi ripensino a un evento del passato, dell’adolescenza o dell’infanzia. Puoi parlare dell’uso del tempo nel tuo lavoro?

Forse dovrei dire che la memoria mi interessa tanto, perché penso che tutti raccontiamo le storie della nostra vita a noi stessi, così come lo facciamo con gli altri. O almeno: le donne lo fanno. Le donne lo fanno tantissimo. E penso che quando gli uomini invecchiano lo fanno anche loro, ma forse in un modo leggermente diverso. Ho ascoltato gli uomini raccontare, e scandiscono le loro vite secondo le prove che hanno affrontato: battute di caccia, esperienze di guerra, o la volta che hanno litigato con un poliziotto. Anche le donne raccontano di parti, malattie, e di com’era la vita quando erano bambine. Ma sembrano preferire storie molto emozionali. Vecchi matrimoni o affari di cuore, e in effetti lo fanno nel modo in cui gli uomini raccontano una battuta di caccia. In ogni caso, quello che mi interessa è come queste storie sono costruite - che cosa viene aggiunto in momenti diversi della nostra vita, che cosa è lasciato fuori, e come usiamo le storie per ottenere una certa immagine di noi stessi, e qualche volta solo per rendere l’esistenza più sopportabile ai nostri occhi. Pochissima gente accetta di vedere la propria vita come una sequenza di eventi senza scopo.

Nel corso della tua carriera, è cambiato il tipo di donne di cui scrivi?

Non ne sono sicura. Ero giovane quando ho scritto Walker Brothers Cowboy. Avevo trent’anni e mi stavo guardando indietro, verso la mia infanzia: è quello che faccio di solito. Non scrivo molto del presente. Devo vedere le cose nello specchietto retrovisore, per capire davvero il loro significato. Scrivo ancora tanto degli anni Sessanta, che sono stati uno spartiacque per le donne della mia età. Non eravamo abbastanza giovani per essere davvero immerse nello spirito dell’epoca, ma lo eravamo per capire che tutte quelle possibilità non ci erano precluse. È qualcosa a cui oggi ripenso spesso. Ma negli anni Sessanta stavo scrivendo Lives of Girls and Women, un libro ambientato in un periodo ancora precedente. Vedi come funziona?

Parliamo un po’ dei bambini nella tue storie. Nel racconto Nemico, amico, amante i bambini cambiano il destino di una vita adulta. E in altri tuoi racconti, le cose che accadono durante l’infanzia non sono mai insignificanti. I bambini sono personaggi veri e profondi che hanno vite piene di emozioni.

Sì, è vero. Penso che nel mio caso, e nel caso di molti scrittori che ho letto, gli eventi dell’infanzia non sono mai perduti o cancellati. Possono essere interpretati in tanti modi diversi, ma mai perduti. Forse, nella vita, alcune persone li cancellano. Ma gli scrittori tendono a richiamare questi eventi, anche se sono spiacevoli o traumatici. Non per liberarsene, né per migliorarsi: solo per capire che cosa stava succedendo davvero. E questo è molto importante per me, non penso mai di usare il passato per diventare una persona migliore. Non è lo stesso genere di processo che si fa con un analista. È esplorare, sfogliare gli strati delle cose, provare a osservarle più in profondità.

Molti dei tuoi giovani protagonisti sembrano essere molto saggi, forse anche più saggi degli adulti intorno a loro. Raramente nei tuoi racconti si trova un bambino beato e ignorante: è una tua opinione sui bambini o una critica verso gli adulti?

Credo che sia solo la mia memoria. Non ricordo di essere mai stata innocente. Ricordo che le cose sono sempre state molto complicate. Soprattutto ricordo di avere avuto un Sé, da bambina, completamente nascosto al mondo degli adulti intorno a me. Questo può aver avuto a che fare con la mia generazione e il posto in cui sono cresciuta, ma la prima cosa che ricordo è il bisogno di proteggere, di nascondere, di mascherare il mio vero Sé per salvarlo. Oggi a volte penso al modo in cui i bambini sono trattati, a tutto quello che gli viene fatto in termini di manipolazione: l’idea di non lasciarli mai soli con le cose che gli sono successe. Sono sorpresa quando la gente vuole proteggere i bambini dalle cose che fanno paura, dalla consapevolezza che queste cose esistono. Sono sopresa che questo succeda in generale nella vita umana. Così tante esperienze sembrano dover essere trattate come se l’infelicità e la perdita non fossero naturali.

Molte delle tue storie affrontano proprio i temi della perdita, della malattia, della morte.

È quello che imparo invecchiando. Ormai sono abituata ad avere amici ammalati di cancro, o ricoverati in casa di riposo. Non ci sono ancora dentro io stessa, ma comincia a riguardarmi da vicino: è semplicemente l’esperienza di dove sono adesso nella vita. Da giovane scrivevo storie in modo imitativo, come fanno tutti. Ma poi ho cominciato a soprire il mio materiale, e anche se non è tutto autobiografico mi sembrava che questa esplorazione fosse l’unica cosa che volevo fare, e continuare a fare.

in : http://paolocognetti.nova100.ilsole24ore.com/2008/02/la-vista-da-c-1.html
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#95    29 Febbraio 2008 - 11:21
 
paul templar oggi ha dedicato la sua riflessione al film "Lontano da lei", tratto dal racconto "Te bear came over the mountain" contenuto nella raccolta "nemico amico amante": http://ilvolodijonathan.splinder.com/post/16141827
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#96    01 Marzo 2008 - 01:24
 
LONTANO DA LEI - SARAH POLLEY (2007)
Dopo cena, lui lava i piatti, lei ripone le stoviglie. Ha in mano una padella, la guarda perplessa, poi assurdamente invece che in un armadietto della cucina la mette in frigorifero.


Fiona (Julie Christie) e suo marito Grant (Gordon Pinsent), professore in pensione, sono una coppia canadese inseparabile, stanno assieme da quarantaquattro anni. Improvvisamente, Fiona si rende conto che, nonostante tutti i suoi sforzi, sta perdendo la memoria. Una visita specialistica le conferma di essere malata di Alzheimer. Fiona legge libri, si documenta sulla sua malattia e su quello che le succederà.


E' ancora abbastanza lucida da decidere di farsi ricoverare in una casa di cura. Prima che la situazione vada assolutamente fuori controllo, e nonostante sia ancora relativamente giovane, e nonostante il marito sia contrario.


Una regola ferrea impone ai pazienti appena arrivati di non avere, per i primi trenta giorni, alcun contatto con i loro familiari.

Lontano da lei (titolo originale Away from her) della giovane regista canadese Sarah Polley racconta questo distacco e gli effetti che provoca nella relazione nella coppia: è la prima volta infatti che Fiona e il marito si trovano separati per un tempo così lungo.

Mi fermo qui nel raccontare la trama, anche se questo non è certo un film basato sull'intreccio e sui colpi di scena.

I suoi punti di forza stanno nei caratteri, nelle sfumature dei sentimenti, nella rarefazione di certe atmosfere che trovano l'ambientazione ideale nell'inverno e nelle nevi del Canada, terra della regista Sarah Polley e dell'autrice del racconto da cui Away from her è tratto.

Away from her è basato infatti su un racconto breve della grande scrittrice canadese Alice Munro intitolato The Bear Came Over the mountain ("L'orso attraversò la montagna") che, secondo quanto leggo in una nota della traduttrice Susanna Basso nel volume Einaudi Nemico, amico, amante... di cui avevo scritto qui, è il verso iniziale di una famosa filastrocca infantile.

All'inizio del film, in cui la voce fuori campo di Grant (Pinsent) descrive una scena della giovinezza sua e di Fiona, il testo della Munro è ripetuto assai fedelmente. Quasi parola per parola.

Julie Christie interpreta qui, a sessantasei anni, un ruolo bellissimo ed intenso e lo fa in modo splendido: è tenera e ironica, dolente ed affettuosa; una recitazione in cui le emozioni sono espresse tutte con impercettibili movimenti del volto e con quei suoi ancora oggi bellissimi occhi azzurri.

Era candidata all'Oscar 2008 come migliore attrice protagonista, premio che poi è stato assegnato a Marion Cotillard per la sua interpretazione di Edith Piaf in La Môme

Nella parte del marito Grant c'è, accanto alla Christie il poco noto ma bravissimo Gordon Pinsent.


Un tema terrificante come l'Alzheimer, difficilissimo da approcciare, viene trattato da Sarah Polley con grande sensibilità, grazia, forza espressiva e compostezza. Niente scene madri e nessuna concessione allo strappalacrime per parlare della malattia, della perdita della memoria e dei sacrifici che un amore solido e duraturo impone di affrontare.


Il film era candidato all'Oscar per la migliore sceneggiatura basata su materiale non originale, premio poi vinto da No country for old men (Non è un paese per vecchi) dei fratelli Cohen, tratto dal romanzo di Corman McCarthy.

Sarah Polley è una regista molto giovane. Nata a Toronto nel 1979, è canadese come Alice Munro, ha al suo attivo l'interpretazione di parecchi ruoli come attrice, molto apprezzati dalla critica. Con Away from her è alla sua prima regia di un lungometraggio dopo alcune esperienze di corti.
Nelle note biografiche che la riguardano si legge anche che la sua vita personale è stata profondamente segnata dalla morte della madre Diane per cancro quando Sarah aveva circa undici anni.
in http://nonsoloproust.splinder.com/post/16151569
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#97    01 Marzo 2008 - 01:40
 
scrive gabrilu:
" .... quelli che sono i suoi punti di forza, e cioè la grande capacità che questa scrittrice ha di esprimere in forma narrativa la consapevolezza che la realtà della vita non può esser tenuta sotto controllo, che il pretendere di saper tutto di tutti è solo un'utopia, che non è detto che tutto sia spiegabile, che la vita non può essere "spiegata"."

in http://pattybruce.splinder.com/post/14669722
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#98    01 Marzo 2008 - 08:41
 
Non posso che essere d'accordo con questi riflessioni dedicate a una delle Autrice contemporanee che più ammiro. Ne ho parlato diffusamente su Immersioni libridinose e se avete voglia potrete dare un'occhiata ;)

(il link lo ricavate dal mio blog)

Ciao e grazie per l'invito!
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente SimonaCWords

#99    01 Marzo 2008 - 12:33
 
grazie della visita, simona
sì, consiglio una visita all'eleganza del riccio. avevo visto un tuo scritto su alice munro. ed è per questo che ti ho invitata a questa conversazione.
che continua, tuttavia
perchè è una raccolta di racconti. ognuno dei quali riverbera qualcosa
ciao
buone ore
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#100    05 Marzo 2008 - 17:22
 
ciao, amici di lettura. chiedo la parola.
ho letto e riletto il racconto il mucchio bianco.
i diversi piani temporali e generazionali di cui la munro dissemina le sue pagine mi attiravano, mi sfuggivano e di nuovo mi trascinavano dentro. i commenti di prisma (69) e di tartarugosa (83) hanno guidato la mia curiosità ed hanno dipanato (parte) del gomitolo..
questo racconto ha addirittura stimolato il mio inconscio. L'altra sera ho sognato che era piena notte e suonava il campanello. andavo alla porta e dietro sapevo che c'era mio padre. solo che non sapeva parlare. Sentivo solo una specie di mugolio e la parola spasticamente bloccata. la situazione era abbastanza agghiacciante.
era la madre mediterranea a bloccarlo.
in questo racconto apprendo che la madre mediterranea (di cui ho parlato citando ernst berhnard in http://www.splinder.com/myblog/edit/post/258778?edit[nid]=15924990)
è ubiquitaria. non è solo una variante culturale dellla cultura mediterranea venata da influenze arabe ma è insediata anche nell'ontario. e allora è probabilmente una variante del principio femminile.
Nonna sophie deteneva il potere e lo esercitava soprattutto sul figlio e per estensione sulla sua moglie e poi anche sui nipoti.
ho cercato quello spazio bianco della scrittura delle munro, di cui parla citati (riportato da prisma al commnto 69). ho cercato uno dei tanti plot che lei mette lì e che fanno mancare il fiato. e l'ho trovato nella laida nudità di sophie (p 320/321). "l'idea di sophie era sempre la stessa: far passare suo figlio per un'idiota .. e lui era là imbambolato .. mentre la voce sebbene abbassata a un tono di virile rimprovero gli usciva tremante TANTO ERA IL POTERE DI SOPHIE"
fino ad ottenere il tradimento della moglie isabel
del libro lasciato sul bracciolo dela poltrona ha detto bene tartarugosa: psycho di hitchcock. l'ultima scena
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