Tracce e Sentieri

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2° metà del 900-later than never. “Perché vale la pena di vivere? E’ un’ottima domanda… Be’, ci sono cose per cui vale la pena di vivere … Per esempio, per me, direi … tutta la musica e le interpretazioni di Nina Simone … la voce di Ray Charles, quasi sempre … Il ballo di Al Pacino in Scent of a Woman … le note di John Lewis quando volano nelle fughe di Bach … Louis Armstrong, l’incisione di West and Blues del 1928 … i film di Sergio Leone … i racconti di Stephen King … gli azzurri e i gialli di Van Gogh … i quadri di Peppo Spagnoli, che dimostra che si può fare molto anche da luoghi piccoli … il definitivo e prospettico Logos-Pensiero di Silvia Montefoschi ... il minimalismo, perchè sono minimo ... su tutti e tutto il sorriso di Luciana …. ... e poi anche ... e ancora ...” (rielaborato su suggestione di Woody Allen in Manhattan, con qualche cambiamento).

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sabato, 30 dicembre 2006

La morte dei tiranni

tracce

Non è certo il caso di fare una festa, ma per quanto riguarda la politica l’esecuzione dell’ex dittatore Saddam Hussein sta all’attivo di questo 2006.
La chiave di lettura che utilizzo insegue questi pensieri: stiamo parlando di crimini verso l'umanità eseguiti da un capo di stato che perseguiva una terza guerra mondiale; stiamo parlando di una procedura a suo modo giuridica (intendo in quel contesto socio-culturale) da inquadrare nelle situazioni estreme. Non situazioni controllabili con la convinzione, le argomentazioni, il diritto: situazioni estreme, ossia eccezionali e meritevoli di un ragionamento diverso nella comparazione con le altre situazioni della quotidianità e della storia.
La questione è moralmente questa: le colpe, quando sono così grandi, devono essere pagate nel modo estremo.
La questione è giuridicamente questa: il processo Saddam è stato legittimo all’interno dei loro ordinamenti giuridici. Ordinamenti primitivi ma legittimi in quel quadro socio-culturale. Osserva in proposito Pietro Ostellino:

“Nella nostra cultura giuridica, il principio di legalità impone al giudice di attenersi alla lettera della legge, evitando di fare riferimento alla morale e alla religione; a sua volta, il principio di legittimità pretende che la legge sia fondata sul rispetto dei valori della democrazia liberale e sulle garanzie dello Stato di diritto. Nella cultura giuridica islamica, al contrario, il principio di legalità coincide con quello di legittimità solo se ha a proprio fondamento la morale religiosa (che non è propriamente lo Stato di diritto). Si tratta di due piani differenti — quello occidentale, giuridico, che spiega il rifiuto etico-politico della pena capitale; quello islamico, morale, che la giustifica giuridicamente — da cui valutare il processo, ma che fanno tutta la differenza fra la nostra e la loro civilizzazione.”

Se il principio morale fosse stato “non si deve dare la pena di morte”, allora neanche a Hitler (se non ci avesse pensato da sè suicidandosi) si sarebbe dovuta applicare la sanzione estrema. E la fucilazione di Mussolini (avvenuta senza processo) sarebbe stata non solo illegittima, ma anche ingiusta e per di più definibile come un omicidio. E neppure il rapimento, il processo e l’esecuzione di Adolf Eichmann, il “funzionario” della Shoah, sarebbe stato un infinitesimo atto di giustizia davanti alla enormità del genocidio industrialmente organizzato.
Il mio personale giudizio nei confronti della storia contemporanea è quello di osservare una profonda ingiustizia nel fatto che Stalin , Mao, Francisco Franco, Pinochet …. siano morti secondo il loro orribile ciclo naturale di vita. E lo stesso avverrà per Fidel Castro, che anzi verrà decantato come un eroe.
Al male estremo non c’è rimedio. Si può solo parzialmente combatterlo con una reazione altrettanto estrema. Anche per evitare che queste figure mefitiche possano continuare nella loro opera  concreta  e simbolica.
Nella storia non ci sono equivalenze nette, ma solo rassomiglianze che possono provocare quella “tonalità affettiva” adatta alla riflessione.
La seguente pagina di Hannah Arendt tratta da “La banalità del male” e dedicata al processo Eichmann mi sembra adatta:

Le proteste, è vero, ebbero breve vita, ma furono numerose e vennero da persone influenti e autorevoli. La tesi più comune era che le colpe di Eichmann erano troppo grandi per poter essere punite dagli uomini, che la pena di morte non era proporzionata a crimini di tali dimensioni: il che naturalmente in un certo senso era vero, sennonché è assurdo sostenere che chi ha ucciso milioni di esseri umani debba per ciò stesso sfuggire alla pena. Tra la gente comune, molti dis­sero che la condanna a morte dimostrava "poca fantasia," e propo­sero, sia pure tardivamente, alternative ingegnose: Eichmann per esempio avrebbe dovuto "trascorrere il resto della sua vita nelle aride distese del Negeb, condannato ai lavori forzati, aiutando col suo su­dore a colonizzare la patria degli ebrei" — una pena a cui probabil­mente non avrebbe resistito più di un giorno, a prescindere dal fatto che il deserto del Negeb non è propriamente una colonia penale; oppure, nello stile di Madison Avenue, Israele avrebbe dovuto innalzarsi ad "altezze sublimi," al di sopra delle considerazioni "razionali, ,giuridiche, politiche e anche umane," convocando tutti coloro che lo avevano catturato, processato e condannato e proclamandoli "eroi del secolo" nel corso di una cerimonia pubblica, con Eichmann presente in catene, facendo riprendere la scena dalla televisione.

Martin Buber defini l'esecuzione un "errore di portata storica," che poteva "liberare dal senso di colpa molti giovani tedeschi" — un argomento che stranamente riecheggiava le idee dello stesso Eich­mann, il quale proprio per quella ragione aveva espresso un giorno il desiderio di essere impiccato in pubblico. (Questo, probabilmente, Buber non lo sapeva, ma è strano comunque che un uomo della sua statura morale e della sua intelligenza non si rendesse conto di quanto spurio fosse quel tanto reclamizzato senso di colpa. Sentirsi colpevoli quando non si è fatto nulla di male: quanta nobiltà d'animo! Ma è assai difficile e certamente deprimente ammettere la colpa e pentirsi. La gioventù tedesca, ad ogni passo della sua vita, è circondata da tutte le parti da uomini che oggi rivestono cariche pubbliche impor­tanti e che sono veramente colpevoli, ma non sentono nulla. Di fronte a questo stato di cose, la reazione normale dovrebbe essere lo sdegno, ma lo sdegno sarebbe molto pericoloso — non un pericolo fisi­co, ma sicuramente un ostacolo per la carriera. I giovani tedeschi — uomini e donne — che ogni tanto, come in occasione della pubbli­cazione del Diario di Anna Frank oppure del processo Eichmann, esplodono in manifestazioni isteriche di senso di colpa, non vacillano sotto il peso del passato, sotto il peso delle colpe dei loro padri; cercano piuttosto di sottrarsi alla pressione dei veri problemi attuali rifugiandosi in un sentimentalismo a buon mercato.) Il professor Buber aggiunse che non sentiva "alcuna pietà" per Eichmann perché aveva pietà soltanto per quelli "di cui nel mio cuore capisco le azio­ni"; e ripetè ciò che aveva detto in Germania molti anni prima, e cioè che "solo formalmente" aveva qualcosa in comune, come uomo, con coloro che avevano partecipato alle gesta del Terzo Reich. Questa alterigia, però, era un lusso che chi doveva giudicare Eichmann non si poteva permettere, perché la legge presuppone appunto che si abbia qualcosa in comune, come uomini, con gli individui che accu­siamo, giudichiamo e condanniamo. A quanto ci consta, Buber fu l'unico filosofo a esprimere pubblicamente un giudizio sull'esecuzione di Eichmann (poco prima che iniziasse il processo, Karl Jaspers ave­va concesso alla radio di Basilea un'intervista, più tardi pubblicata su Der Monat, in cui aveva detto che Eichmann doveva essere giudicato da un tribunale internazionale); e dispiace constatare che proprio lui, persona cosi autorevole, eludesse il vero problema posto da Eichmann e dalle sue azioni.

Le voci che meno si udirono furono quelle di coloro che per principio erano contrari alla pena di morte; eppure le loro idee sareb­bero rimaste valide, poiché non avrebbero avuto bisogno di riadattarle a questo caso particolare. Ma forse si resero conto — giustamente, a nostro avviso — che battersi per Eichmann non avrebbe giovato molto alla loro causa.”

Hannah Arendt, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme (1963), Feltrinelli, 1964

Per una cronaca di questi avvenimenti del 30 dicembre 2006, rimando a un testo documentale di sir percy blakeney.



Tracce di documentazione

Andrea Romano, Una morte giustificabile, La Stampa 31 dicembre 2006



Beati coloro che sono animati dalla certezza delle proprie opinioni di fronte allo spettacolo di quel cappio. Perché l'esecuzione di Saddam dovrebbe costringerci tutti a un doloroso esercizio del dubbio. Compresi noi europei che veniamo da un lungo periodo di privilegio, da più di sei decenni all'insegna della pace e della democrazia durante i quali non ci è più toccato in sorte di giudicare chi tra noi si fosse reso responsabile del crimine di sterminio. L'ultima volta che ci siamo misurati con il problema lo abbiamo risolto con qualche approssimazione giuridica ma con efficacia, senza poi dovercene pentire più di tanto. «Se sia giusto uccidere un tiranno lo abbiamo chiarito una volta per tutte con la fucilazione di Benito Mussolini»: rispose più o meno così Sandro Pertini, memore del suo antifascismo combattente, a chi gli chiedeva nel 1986 cosa pensasse del fallito attentato a Pinochet. Augusto Pinochet è poi spirato serenamente nel suo letto, come era già capitato a Pol Pot e ancora prima a Stalin.

Lo stesso sarebbe accaduto a Saddam, tra venti o trent'anni, se la pena capitale fosse stata commutata nel carcere a vita. Sarebbe stato meglio per l'Iraq di questi giorni? Probabilmente sì, come ci dicono le vittime dei primi attentati già organizzati in rappresaglia. E viene da pensare che ancor meglio sarebbe stato se Saddam fosse stato ucciso nel buco in cui era stato catturato, risparmiandoci le certezze o i dubbi di queste ore. Ma sarebbe un cedimento alla pigrizia. Perché la sua esecuzione fa orrore alla nostra civiltà giuridica tanto quanto ci obbliga a metterci nei panni di un iracheno: uno qualunque tra i milioni che ieri hanno festeggiato, in piazza o nelle proprie case, per la giustizia che finalmente veniva resa alla memoria di un familiare o di un amico assassinato da una delle dittature più sanguinarie del ventesimo secolo. È stata una giustizia piena di falle e di crepe, gestita da un tribunale di vincitori che ancora non possono ritenersi tali. Soprattutto, è mancato il vero processo internazionale che avrebbe potuto far luce sui trent'anni del suo potere, sulle connivenze di cui ha goduto anche in Occidente così come sulla vera dimensione dei suoi crimini. Paradossalmente Saddam è arrivato al patibolo per uno dei suoi stermini minori, per poche decine di civili uccisi sulle centinaia di migliaia di cui si è reso responsabile. E da oggi c'è chi potrà dire che il dittatore è stato fatto tacere perché non rivelasse niente dei suoi passati rapporti con la Casa Bianca, così come si diceva che Mussolini era stato fucilato su ordine dei britannici per evitare imbarazzi a Churchill.

Tutto vero, è stata una giustizia fragile e parziale. Ma è stata la giustizia degli iracheni, di un popolo che non finisce di essere vittima dei propri carnefici, dei catastrofici errori di Bush e del pilatesco disinteresse della maggior parte dei paesi europei. Nel mare di sangue da cui è attraversato ogni giorno, quella di Saddam è l'unica morte giustificabile sulla strada di una speranza possibile per l'Iraq. Una tragedia come ogni volta che un uomo muore per mano di un altro uomo, ma forse l'inizio di una svolta per un paese che può iniziare a ritrovarsi intorno all'esecuzione del primo responsabile della sua rovina. Una piccola dose di rispetto verso la sventura irachena dovrebbe spingerci a domandarci se non sia il caso di abbassare almeno un po' il ditino con il quale condanniamo quella forca. Uno spettacolo penoso, ma anche un messaggio per gli altri sanguinari rais rimasti nel mondo. Che forse per qualche giorno andranno a dormire massaggiandosi il collo.
Una lezione esemplare di Fiamma Nirenstein


La vista di Saddam Hussein col cappio al collo, l'ultima paura, quella che non potrà mai essere narrata, negli occhi quando il boia gli spiega la procedura che lo attende, è estrema per l'occhio occidentale; guardarla sullo schermo televisivo, oltre alla sensazione di assistere a un evento storico ci ha dato anche il sospetto non peregrino che la maggioranza di noi occidentali spiasse l'attimo privato della dipartita di un uomo, oltre che di un dittatore. Lo spettacolo dell'esecuzione pubblica ormai è fortunatamente in disuso presso tutti i popoli occidentali, presso quasi tutti è stata eliminata la pena di morte, e questo per ottimi e profondi motivi. Con questo, vogliamo anche affermare che di sicuro, chiunque obbietti all'esecuzione della condanna dal punto di vista della sacralità della vita per motivi di etica religiosa o laica, non può che avere ragione. Eppure questo non ci esime, a meno che non ci si consideri in prima persona ambasciatori del Cielo, dall'osservazione del Medio Oriente e di come l’esecuzione di Saddam Hussein interagisce con le sue dinamiche.

Cercando di schematizzare al massimo, quattro ci sembrano i punti essenziali.

Il primo: Nuri el Maliki, il primo ministro iracheno, ha detto una profonda verità quando ha affermato che la condanna di Saddam costituisce una «forte lezione» ai suoi colleghi e ai suoi seguaci, e ha ragione anche quando dice che non bisogna mancare di rispetto alle centinaia di migliaia di vittime della sua dittatura discutendo la scelta del tribunale. Tradotto in politica, è la prima volta che un dittatore arabo ritenuto intoccabile, grondante sangue violenza e guerre, ha subìto una condanna eseguita da un tribunale regolare, quali che possano essere stati i limiti nell'applicazione della legge, così fresca e esercitata in clima controverso. Tuttavia, avvocati, giudici, guardie, emanazione della novella democrazia che gli iracheni hanno dimostrato disperatamente in mezzo agli attentati di volere,  hanno pagato anche con la vita per aver voluto sottoporre alla giustizia pubblica il loro dittatore. Il mondo mediorientale che guarda, adesso sa che fino in fondo, senza scherzi e senza trucchi, un dittatore che uccide, minaccia, taglieggia, trascina il suo popolo in una continua aggressione verso l'esterno, può anche pagare con la vita. Si può essere certi che durante la giornata di ieri parecchi brividi sono corsi lungo le schiene di rais che comunque, anche se la guerra in Irak è stata tanto vituperata, dai tempi dell'intervento americano discutono la democrazia; fra loro alcuni intraprendono riforme (come Mubarak) altri si avventurano in proposte di pace (molto meno credibile, Bashar Assad di Siria). Altri, come Ahmadinejad e i leader di Hamas e degli Hezbollah, preparano una guerra dura. Ma tutti adesso sanno che non si scherza.Bisogna figurarsi cosa sarebbe accaduto se Saddam fosse stato graziato, o la sua pena fosse stata commutata, ambedue peraltro soluzioni molto difficili a norma della legge irachena: il mondo arabo avrebbe visto in questo un segnale di enorme, ridicola debolezza sia della già molto provata democrazia irachena, che dell'idea della democrazia stessa in Medio Oriente (che pure deve essere riletta correggendo gli errori e le ingenuità dell'Occidente), come anche dei regimi islamici moderati, degli Usa e dell'Occidente in generale. Le risate di scherno avrebbero dato forza a un'ulteriore spallata terroristica contro queste entità.

In secondo luogo: molti temono adesso una recrudescenza del terrorismo. Non è escluso, naturalmente. Non che i rischi di crescita del terrorismo, tuttavia, adesso fossero trascurabili. Rischi impellenti, come quello di un ulteriore impegno iraniano, e rischi straordinari. Per esempio mi dice uno fra i più autorevoli osservatori del Medio Oriente, Uri Lubrani, israeliano di origine iraniana, capo di un prestigioso quanto segreto ufficio al ministero degli Esteri, che non è mai sparita la preoccupazione che Saddam potesse trovare una via di fuga fra le rovine del terremoto iraniano,  negli scontri fra sciiti e sunniti. «Era una possibilità verificata come reale, e la temevamo più di ogni altra - ci dice Lubrani -: Saddam non si trovava a Sant'Elena».

In quel caso il bagno di sangue non avrebbe avuto confini: Saddam avrebbe allora rimesso in funzione la più pericolosa fra le sue macchine di potere, ovvero l'ambizione che lo aveva portato a perseguire la bomba atomica, a lanciare 35 missili contro Israele durante la prima guerra del Golfo, a armarsi di armi chimiche e biologiche verificate dalle missioni dell'Onu in fasi successive, a invadere il Kuwait, a minacciare l'Arabia Saudita, a fare una guerra con milioni di morti contro l'Iran, a gasare i curdi nell'88, a ordinare stragi continue e immani di sciiti, a pagare 25mila dollari alla famiglia di ogni terrorista suicida palestinese che portasse sangue ebraico come trofeo, a fare di Bagdad un centro del terrore mondiale. Non bisogna nella pietà, che pure ha tutti i diritti di esprimersi, dimenticare chi fosse Saddam: uno dei personaggi che porta la responsabilità dello stato pietoso del Medio Oriente odierno. La sua scomparsa può, sì, senz'altro creare un periodo di ulteriore terrore; eppure dobbiamo deciderci a smontare l'idea che l'aggressività sia causata prevalentemente dai nostri errori, da quelli americani o israeliani, e a identificare nella enorme insorgenza jihadista del nostro tempo il vero responsabile.

Terzo punto: il regime iraniano ha rilasciato una delle poche dichiarazioni di soddisfazione per l'esecuzione. Non ci si poteva aspettare niente di diverso, dal tempo della guerra Iran-Irak, sanguinosa e orrenda, ogni iraniano odia con sentimento personale il dittatore iracheno. Tuttavia, le ragioni della gioia di Ahmadinejad in prospettiva sono alquanto conturbanti: il presidente iraniano infatti ha già fatto del suo meglio, e con successo, per giuocare il ruolo del grande agitatore contro la democrazia irachena con esportazione di armi e uomini, ha spinto la parte sciita sul fronte antiamericano e antioccidentale come parte del suo disegno egemonico.

Di certo vede la scomparsa di Saddam dalla scena come un ulteriore spazio per la sua strategia. Questo ci mostra come nel Medio Oriente tutto si leghi ormai in un nodo gordiano. L'Iran, se non sapremo finalmente comunicare a Ahmadinejad che non gode di impunità, può diventare il beneficiario di una mossa che dovrebbe creare più spazio per la giustizia. Se la morte di un uomo è sempre una tragedia, che almeno quella di un dittatore sia un segno di giustizia.




L’Italia unita per la vita di Saddam

di Magdi Allam, Il Corriere della sera 29 dicembre 2006



 



Nell’Italia dove è difficile mettersi d’accordo in seno all’eterogenea compagine governativa e impossibile concordare alcunché di significativo tra maggioranza e opposizione, dobbiamo ringraziare Saddam perché ci ha offerto una rara opportunità, visto che i mondiali di calcio saranno tra 4 anni, di rinsaldare l’unità nazionale.

Non si era mai visto un fronte così ampio e compatto di italiani a difesa della sacralità della vita di Saddam. Registrando oltretutto una singolare intesa tra l’insieme della classe politica e la Conferenza episcopale italiana che ha dello storico in questi tempi di relativismo e nichilismo etico. Verrebbe da dire che non poteva che essere così nella culla del cattolicesimo. Che non avremmo potuto assumere l’atteggiamento pilatesco dei laicisti francesi, dei belligeranti britannici e degli altalenanti tedeschi che si sono tirati fuori, sostenendo che la condanna a morte di Saddam «è una decisione che spetta alle autorità sovrane dell’Iraq». Meno che mai avremmo potuto aderire all’approvazione degli americani, che alle esecuzioni capitali ci credono e le praticano, definendola «un’importante pietra miliare». Così come non potremmo che deprecare l’esultanza degli iracheni, degli iraniani e dei kuwaitiani, ossia dei sopravvissuti alle stragi e alle efferatezze compiute da Saddam.

Ma è proprio così? Siamo veramente una nazione a tal punto virtuosa da sostenere, unici al mondo, il valore supremo della sacralità della vita costi quel che costi? Se così fosse, come mai—restando in ambito iracheno— agli italiani non è venuto in mente di fare un gesto simbolico, fosse anche saltare la prima colazione o accendere un lumicino sul proprio davanzale, per protestare contro le decine di civili innocenti che ogni giorno vengono massacrati dai terroristi di Bin Laden, di Saddam, dell’Iran o della Siria? E guardate che sono vittime preannunciate, con condanne a morte decise dai tribunali dei burattinai del terrore, eseguite puntualmente tutte le mattine tra le sette e mezzogiorno, cioè nelle ore di maggior affollamento. Perché dunque solo per Saddam si inscena lo sciopero della sete e si vorrebbe illuminare il Colosseo?

Se così fosse, come mai — passando in ambito internazionale — non si è finora assistito a questo straordinario esempio di attaccamento al valore supremo della sacralità della vita quando a violarlo è il regime libico, che massacra gli oppositori e sta per giustiziare delle infermiere bulgare e un medico palestinese innocenti, o il regime saudita o quello iraniano che regolarmente danno in pasto alla loro gente lo spettacolo pubblico della decapitazione o impiccagione dei trasgressori della morale islamica? E, per par condicio, come mai la sensibilità collettiva degli italiani non scatta quando al patibolo ci vanno i cinesi, gli americani o i giapponesi? Dovremmo forse concludere che il nostro attaccamento al valore della vita è una variabile dipendente dalla considerazione del nostro interesse economico?

Se così fosse, come mai — passando in ambito strettamente etico — il valore supremo della sacralità della vita dovrebbe valere nel caso di Saddam, mentre viene violato nel caso di Piergiorgio Welby? Come è possibile che coloro che hanno immaginato che l’esistenza di una persona più che vitale potesse essere sacrificata per accreditare il diritto all’eutanasia, siano gli stessi che ora difendono il diritto alla vita di un tiranno che per 35 anni ha esercitato l’eutanasia forzata nei confronti di un milione di iracheni?

Ebbene la straordinaria eccitazione degli italiani per salvare la vita di Saddam, è una inequivocabile testimonianza del fatto che siamo prigionieri di una concezione decontestualizzata del diritto e formalistica dell’etica. Ma, evidentemente, in questi tempi bui non si può sottilizzare. Ben venga, dunque, se serve a mobilitare l’insieme dell’Italia.

Magdi Allam

29 dicembre 2006



Paul Berman, : «Ciechi di fronte al fascismo iracheno» Dal CORRIERE della SERA del 4/1/2007,


L'impiccagione di Saddam a Bagdad si è rivelata un avvenimento doppiamente scandaloso, innanzitutto per la scena in se stessa, e successivamente per la reazione innescata nell'opinione pubblica occidentale, in particolare in Italia. Per affrettare l'esecuzione, il primo ministro Nuri Kemal al-Maliki ha aggirato una legge che richiedeva l'approvazione di altri due leader politici, e un'altra ancora che prescriveva di attendere che fosse trascorsa una festività sunnita: in poche parole, aggirando la legalità stessa.

Si è venuto a sapere inoltre che i boia, che hanno insultato il condannato a morte, erano membri della milizia di Moqtada al Sadr, da diverso tempo a capo degli squadroni della morte che massacrano i sunniti, per vendicare i massacri messi a segno dai sunniti nei quartieri sciiti. Di conseguenza l'esecuzione di Saddam si è rivelata odiosa sotto ogni punto di vista. E' stata una condanna a morte eseguita da uno Stato fallimentare o sull'orlo del baratro, uno Stato che non è riuscito neppure ad arrogarsi il monopolio della violenza, come dimostra il ruolo svolto dalle milizie di al Sadr. La violenza di piazza è sempre squallida e ripugnante, ma la violenza di piazza che si fregia del nome di Stato democratico è ancora peggiore.

Eppure, la reazione avvenuta in altre parti del mondo è anch'essa spaventosa. In Europa occidentale, e non solo qui, l'opposizione alla pena di morte — alla pena in se stessa, non al metodo di esecuzione — è diventata uno strano feticcio. Anziché contribuire alla formazione di una coscienza morale, l'opposizione alla pena di morte è diventata un ostacolo allo sviluppo della coscienza morale. L'indignazione per la morte ingiusta di un singolo individuo è riuscita a bloccare l'indignazione davanti alla morte di migliaia di esseri umani anonimi. La dittatura baathista in Iraq, tra le più sanguinose della storia moderna, prese inizio con impiccagioni di massa a Bagdad nel 1969, soprattutto di ebrei iracheni, accusati di essere agenti sionisti. Il successivo sterminio dei Curdi nel 1988 si lasciò dietro 180.000 morti. Sepolture di massa vengono alla luce regolarmente. Si parla di 300.000 iracheni scomparsi, e a questi si aggiungono i morti iraniani causati dalla guerra scatenata da Saddam contro l'Iran, i morti kuwaitiani, il sostegno agli attentatori suicidi in Palestina e gli attacchi missilistici contro Israele nel 1991. E che tipo di reazione hanno scatenato questi innumerevoli crimini a livello mondiale?

Le più grandi manifestazioni nella storia mondiale si sono svolte nel febbraio del 2003, non per denunciare questa mostruosa tirannide, bensì per impedire che questa mostruosa tirannide venisse rovesciata. Oggi assistiamo a un nuovo fremito di orrore, ma non per i combattimenti e i massacri tuttora perpetrati dal partito Ba'ath di Saddam e dalle varie organizzazioni che gli sono succedute in Iraq, bensì per la messa a morte del tiranno. I più nobili sentimenti di altissima moralità sono suscitati dalla figura di un dittatore sanguinario: questo fenomeno non è nuovo nella storia moderna, ma oggi ne abbiamo sotto gli occhi una nuova e straordinaria versione. E non è difficile capire quanto sia costata all'Occidente tanta indignazione contro gli oppositori di Saddam. Perché, infatti, il nuovo stato democratico in Iraq si è dimostrato così traballante e inaffidabile? Non è forse perché gli iracheni che lottavano contro Saddam non hanno mai ricevuto un sostegno adeguato, né dagli Stati Uniti, né da nessun altro nel resto del mondo? Lo Stato iracheno è caduto nelle mani delle milizie assassine perché la coalizione internazionale non ha mai saputo assicurare al popolo iracheno la sicurezza di cui aveva così disperatamente bisogno. Ed ecco il risultato, in questa esecuzione infamante.

Tuttavia la reazione più strana e agghiacciante è certamente quella dell'Italia, e questo perché il fascismo italiano è tornato nuovamente in discussione durante tutto il processo a Saddam. E' vero che il partito baathista si richiama piuttosto al nazismo e allo stalinismo che non a Mussolini, sotto il profilo ideologico.

(L'ispiratore di Saddam nel Ba'ath, Michel Aflaq, era il traduttore arabo di Alfred Rosenberg, il teorico del nazismo). Eppure, anche Mussolini ha ispirato il Ba'ath. Il processo a Saddam ha preso avvio sul finire del 2005 e quando il primo testimone è stato introdotto davanti alla corte, il 6 dicembre del 2005, Saddam si è messo a urlare: «Io sono Saddam Hussein! Come ha fatto Mussolini, bisogna resistere all'occupazione fino alla fine, questo è Saddam Hussein!» Il processo è terminato sullo stesso tono. Il 5 novembre 2006, Saddam è stato condannato all'impiccagione e il primo ministro al-Maliki è apparso in televisione, per rivolgersi al popolo iracheno con queste parole: «L'era di Saddam Hussein da oggi appartiene al passato, come l'era di Hitler e Mussolini».

Mussolini all'inizio e alla fine del processo: che cosa ci rivela tutto questo? Dovrebbe rivelarci che in Iraq la gente, come Saddam e il primo ministro al-Maliki, sa benissimo di avere a che fare con tragedie e orrori che non sono esclusivi alla loro nazione, e con un movimento che ha preso origine e nome in Italia: il fascismo. Ma il fascismo iracheno non ha mai suscitato indignazione nel resto del mondo. Solo gli errori e l'incompetenza dell'antifascismo in Iraq hanno sollevato sdegno a livello mondiale.

Le vergognose immagini dell'impiccagione di Saddam devono farci rabbrividire dall'orrore davanti a uno Stato incapace, davanti alla violenza di piazza e davanti a quello che potrebbe davvero trasformarsi nel fallimento finale dell'intervento contro Saddam. Ma le scene d'indignazione che hanno accolto l'esecuzione di Saddam dovrebbero anche farci rabbrividire dall'orrore davanti all'incapacità della nostra società di riconoscere i movimenti fascisti per quello che sono realmente, davanti alla moderna cecità per il crimine del genocidio. Quali fattori hanno consentito al fascismo e al genocidio di dominare la storia moderna nel secolo passato? Oggi stesso vediamo uno di questi fattori in azione: provare indignazione per reati minori e restare ciechi davanti a reati maggiori, mentre ci si congratula per la propria superiorità morale. Queste persone credono di avere la «coscienza a posto», ma in realtà si tratta di una «coscienza falsa».



PS Qualche commento anche qui


Commenti
#1   30 Dicembre 2006 - 13:03
 
...le colpe, quando sono così grandi, devono essere pagate nel modo estremo...
Sai che a volte mi coglie la "stupidera"...:
ma per una parete grande ci vuole un grande pennello o un pennello grande?
:))) ciao e grazie per ieri sera
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#2   30 Dicembre 2006 - 13:16
 
ciao valastaim. ti adoro
fra poco riceverai mie nuove. buon pranzo in quella cucina che è perfetta per il buon vivere
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#3   31 Dicembre 2006 - 12:48
 
Il mio pensiero è differente avendo una visione diversa della pena di morte sulla quale Beccaria ha già detto tutto. A me questa storia mi sembra solo l'ennesimo inno all'ipocrisia dell'occidente. Che poi saddam fosse un sanguinario assassino cambia poco. Ti lascio l'ultimo saluto dell'anno. A nos bidere sanos.
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#4   31 Dicembre 2006 - 13:44
 
grazie per la visita ruck.
"Il pensare divide, il sentire unisce" Ezra Pound
rimaniamo amici attraverso la musica.
oltretutto il personaggio "storico" non merita altre parole.
si va avanti, nonostante loro.
buon fine anno e auguri per un 2007, se possibile, migliore
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#5   31 Dicembre 2006 - 14:54
 
... non "sento" parole da dire per questa questione...
ma "sento" di augurarti di cuore ore serene di passaggio al 2007.
ciao, paolo
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente Prisma2002

#6   31 Dicembre 2006 - 15:54
 
sì, monica, non ci sono altre parole da dire. non ne vale la pena. questione chiusa.
ci rileggiamo fra poche ore per gli auguri di buon anno. a presto
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#7   31 Dicembre 2006 - 16:23
 
a prescindere la legittimità della pena di morte in uno stato ciò non toglie che la cosa resti oralmente riprovevole. Nessuno può arrogarsi la facoltà di decidere quando un altro uomo, se pur questo sia Saddam, deve morire.
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#8   31 Dicembre 2006 - 16:51
 
silvestre: ho argomentato con dati di principio e di tipo storico.
cosa ha da dire su mussolini, su eichmann ... ? e quindi su questo personaggio su cui spero si stenda la coltre del silenzio?
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#9   31 Dicembre 2006 - 18:50
 
Il mio pensiero, come quello ruckert, è differente visto che anche io non sono favorevole alla pena di morte. La ritengo una pena inutile e vendicativa.
Mi chiedo inoltre perchè tanta fretta nel voler giustiziare Saddam Hussein. A chi serve tutto questo? All'attuale amministrazione Bush che ha accolto la sentenza, definendola "una pietra miliare" e "una svolta"?
Mi insospettisce tutta questa fretta nel volerlo giustiziare. Gli americani dicono che è una questione degli iracheni. Io ho molti dubbi su questa affermazione. Senza questa esecuzione Saddam avrebbe potuto affrontare altri processi e dire qualcosa di più riguardo le sue complicità negli anni passati con i governi occidentali che lo hanno armato e incitato, primo fra tutti quello americano. E poi non dimentichiamo che avrebbe dovuto rispondere anche della strage dei curdi!

Infine,mi pongo un'ulteriore domanda "cosa ci abbiamo guadagnato"? A mio parere abbiamo guadagnato ancora tensione e violenza in un paese già martoriato dalla guerra civile. Abbiamo guadagnato che i crimini di Saddam ora passeranno in secondo piano e lui molto probabilmente diventerà un martire. E dal punto di vista internazionale avremo ancora molta instabilità per chissà quanto tempo.
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#10   31 Dicembre 2006 - 19:39
 
capisco, non posso condividere (anche se vorrei) e replico.
1. il principio etico della pena di morte NON PUO' VALERE per chi ha commesso crimini storici (non "normali reati") , voluto distruggere lo stato di israele con l'invasione del kuwait e sfiorato la terza guerra mondiale. altrimenti in questo modo non ci sarebbe stato il processo di norinberga (che con mio immenso dispiacere e delusione ruckert mette in discussione, megando quindi un atto di memoria condivisa perfino dai tedeschi) il processo eichmann. figuriamoci la necesaria fucilazione di mussolini.
2. il discorso su bush, gli americani ecc fa parte di quella mefitica "teoria del complotto" che soddisfa solo chi si sente bene quando è antiamericano (tranne che per la musica, naturalmente. sulla musica l'antiamericanismo fortunatamente si scioglie come neve al sole). l'antiamericanismo è una conseguenza della assenza di memoria storica. senza gli americani in europa la seconda lingua sarebbe stata il russo.
3. la terza argomentazione riguarda gli effetti della esecuzione. qui bastano i dati a disconfermare. qualla è un'area geopolitica tribale, unificata da un religioso mantenuto da una amante (sto parlando di maometto) in cui lo scannamento reciproco è un tratto culturale. non ci sono fattori esterni che lo alimentano. è strutturale. e lo sanno bene gli irakeni trapiantati negli stati uniti che - ovviamente - vedono in modo favorevole l'epilogo della biografie del personaggio.
infine continuo a stupirmi sul fatto che nessuno dei pochi lettori di questo post si sia soffermato sulle parole di annah arendt. certo è una lettura difficile e faticosa. meglio evitarla, vero ?.
mi rendo conto che questa è una discussione fra sordi. sono le discussioni semplicemente impossibili. quelle in cui non c'è condivisione neppure sulle più elementari premesse.
abbiamo memorie divise. e la globalizzazione incrementa le memorie divise.
in
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#11   31 Dicembre 2006 - 20:38
 
Io non capisco la ragione (ratio) che consente di giustificare la pena di morte in sé e e per sé considerata. In altre parole perché la scelta di non ricorrere alla pena di morte deve trovare limite nel crimine storico? Perché dovrebbe essere così quando di fatto la funzione della pena non cambia? Già perché... mi si deve spiegare questo passaggio ineludibile. Il processo di Norimberga a mio parere rappresenta un precedente storico sulla cui condivisione generale nutro qualche perplessità, giacché la storia ha dei tempi assai più lunghi delle nostre vite. Ora con questo non vorrei passare per filonazista, è solo che non credo che queste scelte siano delle soluzioni accettabili dinanzi a qualsivoglia reato. E' una questione etica, è una scelta di fondo che o vale sempre o non vale. Non è possibile una via di mezzo (un po' ipocrita) che dice in generale vale, in casi specialissimi no. Almeno questo è il mio punto di vista, che poi non sia condiviso è qualcosa che posso capire dato che è certamente più popolare in questi casi appellarsi al cappio piuttosto che alla ragione.

Sul resto trovo ridicolo l'atteggiamento degli stati uniti che per anni hanno fatto di saddam un vessillo versus l'iran per poi "rendersi conto" che si trattava di un sanguinario dittatore. E' sempre stato un dittatore sanguinario anche quando non litigava con gli states. E questo non è fare antiamericanismo spicciolo, ma evidenziare una contraddizione interna alla politica estera americana su cui talvolta si sorvola in modo leggiadro. Affermare errori della politica americana poi non ne disconosce i meriti come quello dell'intervento nella seconda guerra mondiale, ma per questa ragione gli states devono essere in eterno immuni dalle critiche? Non credo proprio.

Sugli effetti dell'esecuzione parlano le centinaia di vittime immediatamente successive alla stessa.

La lettura dell'autrice de la Banalità del male, lettura difficile certo ma tutto sommato arcinota, penso che sia importante verso la fine "Le voci che meno si udirono furono quelle di coloro che per principio erano contrari alla pena di morte; eppure le loro idee sarebbero rimaste valide, poiché non avrebbero avuto bisogno di riadattarle a questo caso particolare". Tutto sommato è quello che penso anche io. Allora forse difronte alla grandezza del male nessuno ebbe il coraggio di dire niente, troppo difficile. Oggi è ugualmente difficile spendere parole in difesa di un assassino come Saddam, ma forse proprio per la memoria di quell'esperienza - che non ha cancellato il male dalla terra - è possibile riaffermare un principio etico magari sostenendo che non è negoziabile.
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#12   31 Dicembre 2006 - 22:56
 
Vedi ruckert lanci il sasso e nascondi la mano, come non puoi essere concorde con il processo di Norimberga (neanche per scherzo) quando il processo si è concluso con condanne ed assoluzioni non furono solo condannati gli imputati Von Papen per esempio fu assolto fu comunque assolto da tutte le per insufficienza di prove, furono chiamati testimoni nel caso di Von Papen, Roncalli che in seguito divenne Giovanni XXIII...
Insomma fu un processo vero e proprio e del resto che massima pena poteva esserci per chi ha macellato 6.000.000 di persone? L'ergastolo? Direi che l'impiccagione è stata fin troppo clemente... visto quanto hanno sofferto milioni di persone per gli imputati.
Stesso discorso per Saddam.
Solo che con l'ex Rais hanno fatto un errore, dovevano fare come con Hess alla morte cremazione e spargimento delle ceneri, abbattimento nel caso del carcere di Spandau alla sua morte, per non consentire luoghi di venerazione, purtroppo con Saddam ciò non è accaduto visto che l'hanno sepolto nella tomba di famiglia.
Per quanto riguarda i morti, ci sono stati, ma anche festeggiamenti della popolazione Curda e Sciita, inoltre ora sarà possibile di democratizzazione ed in tutti i casi gli Iraqueni (nostalgici) hanno capito e capiranno che non si può tornare indietro...
utente anonimo

#13   31 Dicembre 2006 - 23:07
 
per ruckert.
"perché la scelta di non ricorrere alla pena di morte deve trovare limite nel crimine storico?" ti rispondo con il linguaggio della politica che si è dovuta confrontare con le situazioni estreme. «Se sia giusto uccidere un tiranno lo abbiamo chiarito una volta per tutte con la fucilazione di Benito Mussolini»: sono le parole di sandro pertini, un socialista che parlava chiaro. ripeto il concetto: stiamo parlando di una morte necessarie in situazioni estreme. i principi devono misurarsi sempre con le domande della contingenza storica.
"Perché dovrebbe essere così quando di fatto la funzione della pena non cambia?". la funzione della pena non è solo quella della deterrenza, ma anche quella simbolica. ed aggiungerei quella di risarcire (in minima parte) le vittime. ma si sa, la questione delle vittime è molto poco presente nella cultura di sinistra.
"Il processo di Norimberga a mio parere rappresenta un precedente storico sulla cui condivisione generale nutro qualche perplessità". condivisione generale no di certo: a contestarne il valore sono proprio gli eredi del nazismo, e in primo luogo i negazionisti. trovo poi strano (ma devo dire che la disonestà linguistica su questa vicenda è quasi intrattabile, con piani valoriali così abissalmente opposti) che si giudichi illegittimo il processo fatto dai tribunali irakeni, sostenendo che sarebbe stato meglio un processo internazionale. e poi si mette in discussione norinberga, che è l'archetipo di un processo internazionale. norinberga è stao per l'appunto una espressione di giudizio in situazioni estreme. con l'estremo ancora fumante dell'olocausto. davvero sono desolato di questa concezione del diritto. che poi no esista una memoria condivisa (neppure quella processuale) è alla base dei miei inutili e depressi tentativi di ragionare su questa congiutura stirica di fine anno.
"stati uniti che per anni hanno fatto di saddam un vessillo" ecc ecc. è l'argomentazione del tipo "hanno fatto tutto loro". certo: si sono tirati giù loro anche le torri gemelle. dichiaro la mia impossibilità ragionativa ad interagire con simili posizioni.
"le centinaia di vittime immediatamente successive alla stessa. " se la mettiamo sulla misurazione occorre contare le vittime delle guerre husseinite. in realtà in quell'area geografica la violenza fisita è il tratto culturale dominante. era precedente e continua nello stesso trend.
annah arendt. hai citato male, trascurando il pezzo finale. la citazione estesa era: Le voci che meno si udirono furono quelle di coloro che per principio erano contrari alla pena di morte; eppure le loro idee sareb­bero rimaste valide, poiché non avrebbero avuto bisogno di riadattarle a questo caso particolare. Ma forse si resero conto — giustamente, a nostro avviso — che battersi per Eichmann non avrebbe giovato molto alla loro causa.” e infatti io speravo che almeno nel caso di questo tiranno nazi-arabo la questione del principio morale della pena di morte non venisse neppure evocata

mi rendo conto. è una discussione difficile. appunto perchè parliamo di questioni in situazione estrema. fuori dell'ordinario. quasi unica
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#14   01 Gennaio 2007 - 01:07
 

"Hangman, hangman, hold it a little while,
Think I see my friends coming,
Riding a many mile.
Friends, did you get some silver?
Did you get a little gold?
What did you bring me, my dear friends,
To keep me from the gallows pole?
What did you bring me
To keep me from the gallows pole?
"

(Led Zeppelin - Gallows pole)
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#15   01 Gennaio 2007 - 22:00
 
Vedo che il mio intervento ha suscitato alcune repliche, ma prima di rispondere credo che sia necessaria una premessa metodologica al fine di proporre una base comune.
Comunicare non è mai facile, ma non è una ragione sufficiente per non provarci. Secondo me però per farlo, partendo dall'assunto di non avere certezze in tasca, bisogna, da una parte, sgomberare il campo dai possibili equivoci, dalle incomprensioni, magari ancorandosi ai fatti c.d. pacifici della discussione, che non è il caso di rivoltare eternamente. Dall'altra parte, forse bisogna cercare di armarsi della massima onestà intellettuale, cercando di non attribuire ai propri interlocutori argomenti che non appartengono loro, dilatando oltremodo inoltre l'ambito della discussione, o generiche patenti di appartenenza politica, che presuppongono, anzi intendono presupporre posizioni precostituite.

Vengo ora al merito. Sul processo di Norimberga discuto negativamente non la struttura o il processo o la sua natura guiridica (non ne ho fatto alcun cenno credo), ma il suo ricorso alla misura eccezionale della pena di morte e il fatto che costituisca sotto questo profilo un precedente importante, evidenziando nel contempo che gli effetti sono presumibilmente misurabili su tempi storici che vanno oltre le nostre vite. E qui mi fermo per ovvie ragioni. Capisco l'impopolarità di tale affermazione, ma vorrei che fosse chiaro la ratio che la sostiene, ben lontana dal negazionismo.
Ciò non toglie che il mio punto di vista su cui proseguo sia dunque fondamentalmente etico. Spero che questo assunto, indipendentemente dalla sua condivisione o meno, sia chiaro.

Il profilo etico relativo al tema della pena di morte non è pacifico. Da Beccaria in poi la discussione sulla pena di morte, sul suo ricorso, non si è mai conclusa. Il tema è sempre attuale e discusso. Ed anche molti fautori della sua abolizione ritengono che possa essere ammessa in casi eccezionali, come appunto Norimberga o il processo di Saddam. La mia opinione, tuttavia, differisce. Infatti, io penso che il tema debba essere affrontato in radice, nettamente. Dunque scegliere di non ricorrere alla pena di morte, dal mio punto di vista, non ammette eccezioni, perché è una scelta basata sull'intangibilità della vita umana. Questa scelta non è di poco conto anche in relazione alle sue conseguenze. Se la scelta è radicale infatti ne consegue il decadere di valutazioni utilitaristiche sulla funzione della pena, sulla sua necessità e utilità. E' uno spartiacque netto. O si sta da una parte o dall'altra (naturalmente mi sto riferendo a una forma di pena di morte istituzionalizzata, non a stati di guerra o di tumulto perché sono contesti differenti). Io ho fatto una scelta di cui comprendo la non condivisione ma della quale esigo il massimo rispetto.

Quindi non è - a mio parere - il valore risarcitario verso le vittime (comunque non risarcibili, spero che si convenga), né il numero delle vittime (tra l'altro per me UNA è già troppo, si potrebbe convenire anche su questo) che può far propendere per una scelta favorevole verso la pena di morte, ma solo il volersi allineare o meno a un principio etico sull'intangibilià della vita umana, qualunque vita. Chi decide di non allinearsi a tale principio è favorevole. Per me è questo il cuore della discussione. Chi - come me - ritiene eticamente non accettabile l'istituzionalizzazione - anche eccezionale - della pena di morte fa fatica ad accettarla anche quando si è dinanzi a crimini terribili, che comunque non potranno essere cancellati o risarciti dal ricorso a questo genere di pena, che alla fin fine tende a somigliare alla vendetta, non alla giustizia. Se volete tende a assomigliare a una giustizia che non amo. Insomma, visto che le citazioni fioccano, come diceva Thomas Mann "Comunque si possa giudicare la pena di morte dal punto di vista puramente teorico, sta di fatto che all'atto pratico, come esecuzione, essa ha qualcosa di così innegabilmente ripugnante, di così disonorevolmente barbarico che, a mio giudizio, basta ad annullare qualsiasi argomento di carattere astrattamente politico e culturale, che si volesse usare in suo favore." Questo senso di atto ripugnante l'ho personalmente vissuto anche nella visione parziale delle immagini del cappio stretto intorno al collo di Saddam, pur sapendo che quel collo apparteneva a un essere sanguinario.
Dunque al linguaggio della politica contrappongo quello dell'etica. Certo poi ogni situazione va contestualizzata e compresa nel suo ambito. Ma anche su questo farei attenzione. Secondo me i principi (o valori) gerarchicamente compresi, devono - omogeneamente - misurarsi con altri principi, non con visioni meramente utilitaristiche, altrimenti se passa questo concetto ogni principio diventa eccessivamente elastico e negoziabile nelle contingenze.

Venendo ora al ruolo e ai rapporti di Saddam Hussein con l'occidente nel periodo relativo alla guerra con l'Iran, credo che l'argomentazione in esame non rientri nel contesto che evidenzi ("hanno fatto tutto loro"). E in tutta sincerità mi dispiace caro Paolo che tu abbia legato questa mia argomentazione a contesti (paranoici) dai quali mi ritengo distante anni luce e sinceramente non credo che sia del tutto corretto liquidare in questo modo un'argomentazione che dal tuo punto di vista ritieni scomoda. In altre parole, casomai non fosse chiaro, sbagli enormemente nell'inquadrare il mio pensiero accanto a dottrine paranoiche complottiste basate prevalentemente sull'antiamericanismo. Infatti - credo - esiste anche una critica razionale alla politica americana che secondo me è un errore sottotacere. Quindi non è un mistero che saddam hussein sia sempre stato un dittatore sanguinario. Non è un mistero che abbia sterminato i curdi, ucciso oppositori politici lungo la sua dittatura. Ma non è ugualmente un mistero che per lungo tempo l'occidente abbia avuto una visione diversa di Hussein, specialmente durante la guerra con l'iran. Non è un mistero che abbia fatto comodo. Perché glissare su queste vicende? Non sono forse una parte da considerare per capire la Storia? Credo allora che questi fatti siano utili, anzi necessari, per comprendere la Storia di quello che è accaduto in questa porzione del mondo. L'epilogo (se si vuole considerare tale la morte di Hussein ed è tutto da vedere) non racconta tutta la storia.

Infine sulle vittime, non era mia intenzione porre una questione di misurazione (su numeri dico sopra cosa ne penso), ma semplicemente legare causa e effetto, forse sbagliando, ma con altre intenzioni distanti da raffronti tra mucchi di morti.

Su annah arendt ti invito a rileggere le mie parole, meno prestigiose della scrittrice ovviamente ma spero non meno degne di attenzione - spero - in una logica di confronto costruttivo. Il frammento non citato non è stato trascurato, non almeno nelle mie intenzioni. Infatti dopo la mera citazione aggiungevo un commento riferendomi - casomai non fosse chiaro lo dico ora - proprio a quel passaggio che integri: "allora forse difronte alla grandezza del male nessuno ebbe il coraggio di dire niente, troppo difficile. Oggi è ugualmente difficile spendere parole in difesa di un assassino come Saddam, ma forse proprio per la memoria di quell'esperienza - che non ha cancellato il male dalla terra - è possibile riaffermare un principio etico magari sostenendo che non è negoziabile." In altre parole non credo che la ragione del silenzio di coloro che erano contrari alla pena di morte fosse da ricercare come dice la arendt nel fatto utilitaristico che una siffatta battaglia "non avrebbe giovato molto alla loro causa", quanto semmai per una oggettiva difficoltà di parlare sovrastati dalla grandezza di quel male inimmaginabile. Mia opinione opinabile, scusate se ne ho anche io. Oggi dinanzi agli orrori di Hussein penso che sia ugualmente non facile. D'altra parte - secondo me (scusate se lo ripeto spesso) - una affermazione di principio di questo genere deve essere affermata anche in questi contesti se si parte dall'assunto iniziale che la vita è un bene indisponibile. Qusto assunto non perde validità insomma.

Spero di essere stato esaustivo e chiaro, non è mai facile, e diventa più difficile dinanzi ad argomenti come questi, capaci di generare più dubbi che certezze, più conflitti interiori, che sicurezze. in questo buio dell'anima la luce di un principio per me rappresenta un faro. Mi rendo conto che per altri così non è e questo forse significa che c'è ancora tanta strada da fare prima che si arrivi a una condivisione. Ma per farlo è bene capirsi e spiegarsi. Nel caso non sia riuscito a farlo da parte mia sono disposto a spiegarmi ulteriormente, non per ottenere una ragione, che non può esistere, ma solo per rendere chiara la mia opinione. Grazie.
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#16   02 Gennaio 2007 - 00:39
 
caro ruckert, avrei voluto chiudere la discussione da subito. Il personaggio irakeno non merita il mio tempo di vita. gli ho dedicato una riflessione solo per fissare una data importante e per qualificare il tema delle questioni estreme. in questo caso una condanna a morte, nei casi delle biotecnologie la sopravvivenza non dignitosa. non sono oggetti che appartengono allo stesso piano, ma poichè si misurano con principi morali tendono a dovere essere trattati in maniera vicina.
ma ti stimo troppo per non intervenire ancora.
Tu parti da un principio morale che tratti in modo equivalente ad un credo religioso (l'intangibilità della vita). come posso confrontarmi con un simile principio che non può riconoscere eccezioni? posso solo prenderne atto e comprenderlo.
Sul piano del mio io non strutturo lo stare al mondo con principi morali immodificabil. la mia è una morale mobile, elastica, che si confronta con le vicende del mondo. ho un io variabile, mobile.
posso solo prendere conoscenza del tuo principio morale, così imperativamente posto alla base del tuo giudizio.
Osservo che quel principio morale così strutturante impedirebbe, in una visione che mettesse al centro l'argomentazione biologica, attivare le procedure di interruzione volontaria della gravidanza. e il sacro principio è stato invocato per tentare di impedire a welby di decidere sulla sua di cosiddetta vita.
la mia argomentazione, senza entare nel merito dei passaggi, è questa: in situazioni estreme i principi si devono confrontare con il contesto socio-culturale. e in questi casi occorrono procedure che legittimino le decisioni altrettanto estreme.
il sistema giuridico dei paesi arabi è primitivo, confonde religione e politica. ma prevede procedure con l'esito della condanna a morte. aggiungo che approvo questo esito. lo giudico necessario, dato il contesto (storia soggettiva ed oggettiva del personaggio in questione)
dalla tua parte un principio morale forte da cui discende addirittura la critica al processo di norinberga perchè ha applicato la pena di morte.
dalla mia nessun principio morale definitivo. ma il giudizio che i dittatori è bene che non muoiano nel loro letto. meglio se lo si fa con procedure giuridiche. ma va bene anche che lo si faccia come con mussolini. e qui rimando a pertini: secco, chiaro, convincente. storicamente convincente
quello che non condivido è il tono perentorio e da invettiva del tuo ragionamento ("armarsi della massima onestà intellettuale", come se l'onestà intellettuale fosse solo la tua; "Ciò non toglie che il mio punto di vista su cui proseguo sia dunque fondamentalmente etico", come se non esistessero le etiche al plurale; "La mia opinione, tuttavia, differisce. Infatti, io penso che il tema debba essere affrontato in radice, nettamente"; "O si sta da una parte o dall'altra"; "né il numero delle vittime (tra l'altro per me UNA è già troppo, si potrebbe convenire anche su questo)".
ma quella più antipatica è stata questa. "visto che le citazioni fioccano" con chiara allusione ad una unica lunga copiatura di un paio di pagine della arendt. sai, nel linguaggio esiste la denotazione dire come hai detto "visto che le citazioni fioccano" c'è una svalutazione di chi l'ha proposta.
il tuo intervento mi ricorda certi comitati federali di quando militavo nel pci. quando bisognava far fuori qualcuno lo si aggrediva con fluviali interventi conditi di denotazioni personali.
caro ruckert, ora fai quello che vuoi.
per quello che mi riguarda passo e chiudo.
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#17   02 Gennaio 2007 - 02:32
 
ciao Paolo, nella quiete ritrovata di una serata di un nuovo inizio d’anno e dopo aver lasciato sedimentare per un po’ di ore le interessanti parole di hannah arendt, “sento” di voler dire qualcosa su questa “questione”.
“le proteste, è vero, ebbero breve vita, ma furono numerose e vennero da persone influenti e autorevoli. la tesi più comune era che le colpe di eichmann erano troppo grandi per poter essere punite dagli uomini, che la pena di morte non era proporzionata a crimini di tali dimensioni: il che naturalmente in un certo senso era vero, senonchè è assurdo sostenere che chi ha ucciso milioni di esseri umani debba per ciò stesso sfuggire alla pena.”… queste quattro righe sono molto chiare, mi “rispondono” dentro… se fossi stata capace le avrei scritte anch’io… così. sì, è morto, ma l’enormità di quello che ha fatto, l’orrore, il dolore che ha seminato, lo sterminio rimane. La giustizia umana non può supplire a una “questione” così grande, ne rimane la sua enormità… .
poi mi tornano in mente le parole di tolstoj verso la fine del suo libro, guerra e pace, parole che dicono che “la legge di necessità nella storia è il terreno sul quale si fondano le istituzioni dello stato e della chiesa. per la storia la difficoltà di ammettere la soggezione della personalità dell’uomo alle leggi dello spazio, del tempo e delle cause, consiste nel rinunziare al senso immediato della indipendenza della propria personalità. è vero, noi non avvertiamo la nostra dipendenza ma, ammettendo la nostra libertà, giungiamo a un assurdo, mentre riconoscendo la nostra dipendenza dal mondo esterno, dallo spazio e dalla causalità, arriviamo a scoprire le leggi.”. senza leggi prevarrebbe la “legge del più forte”, la legge della giungla, l’anarchia… orrendo è questo bisogno di “estremo”… fino allo sterminio… sì, dal punto di vista giuridico il processo saddam è stato legittimo all’interno dei loro ordinamenti giuridici.
poi c’è tutto l’aspetto storico, e qui io ho bisogno di “studiare bene la storia, di meditarla in profondità”. tu hai argomentato con dati di principio e di tipo storico, dando una mia opinione rischierei di fare “chiacchiericcio da bar”. anche questo spazio è un modo per crescere in consapevolezza attraverso l’in-formazione… distribuire la cultura… storica… in modo responsabile e competente rende le persone consapevoli… indipendenti… e questo a qualcuno fa paura…
i pensieri, nello scritto di hannah arendt, sul “senso di colpa” faccio più fatica a “coglierli”, a “capirli”…
dal punto di vista umano invece concordo che la cosa saggia sia il silenzio…
buona notte
monica

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#18   02 Gennaio 2007 - 08:20
 
Ciao Ruckert,
Non andrò ascomodare nessuno, neanche l'etica.
Il discorso è molto semplice almeno per quanto riguarda il mio punto di vista, ma andiamo per gradi:
1)Saddam Hussein.
Poteva essere ucciso al momento della cattura? Si
Perchè non è stato ucciso?
Per la semplice ragione di farlo processare all'Iraq, dove esiste un parlamento,un governo regolarmente eletti e dove esistono delle leggi.
L'imputato Saddam ha avuto e potuto usufruire della difesa: Si
Ha avuto un equo processo: SI
La legge in vigore in Iraq prevede la Pena di morte: Si
Quindi in base a quello che noi chiamiamo democrazia Saddam in pratica poteva essere prosciolto, non lo è stato la legge prevede come pena anche la condanna a morte. Così è se vi pare.

Passiamo ad un altro caso: Mussolini: Ha avuto un processo: No
E' stato condannato: SI..
E' Stato ucciso: SI

Norimberga:
Stessa cosa di Saddam, solo che era un Tribunale internazionale, e come ricordato in altro commento non sono stati tutti condannati a morte gli imputati alcuni sono stati prosciolti.


Ora mi dirai io sono contro la pena di morte per ragioni etiche, io sono a favore per ragioni pratiche, nei casi sopra, anche se fossero rimasti in vita cosa facevi? dove li mettevi i gerarchi di turno? Dove mettevi Saddam? Dove mettevi Mussolini?
Con il rischio che fin quando essi fossero rimasti in vita, ci sarebbe stato quacuno che avrebbe sperato in un loro ritorno?
L'unica scelta perseguibile, per far ripartire un paese, come l'Iraq, anche se ora ci sarà qualche problema era quello di eliminare l'attore principale, che comunque il sostituto sarà disposto al dialogo.. per evitare di fare la fine del precedente e quindi pacificare la zona.
Ciao
SPB

utente anonimo

#19   02 Gennaio 2007 - 09:19
 
grazie monica prismatica
grazie per avere voluto comunque commentare una vicenda che - ne sono certo - entra in profondo conflitto con i tuoi principi morali.
lo hai fatto con lo spirito del dubbio. che è atteggiamento giusto da adottare in tutte le situazioni.
mi rendo conto che io, viceversa, sono più drastico nelle mie convinzioni.
capisco l'argomentazione del dubbio. capisco l'argomentazione dei "principi non negoziabili(ruckert).
ma nelle SITUAZIONI ESTREME mi colloco senza esitazione in una prospettiva di adattamento dei principi morali al contesto ed alla situazione.
i dittatori - sterminatori che volevano la terza guerra mondiale globalizzata sono simboli che devono essere cancellati fisicamente dalla terra
cara monica. speriamo di poter tornare a parlare di cose più quotidiane e non di situazioni estreme
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#20   02 Gennaio 2007 - 09:33
 
caro SPB, grazie per avere voluto ancora portare il tuo punto di vista.
e grazie per la puntualizzazione comparativa.
concordo punto su punto. prevengo l'obiezione attorno alla legittimità di quel tribunale giudicante: è il massimo che quell'ordinamento primitivo del diritto poteva esprimere nell'attuale quadro di quei paesi. ed è un successo che sia finita così, vista la capacità mediatica del dittatore a sfruttare il processo e del partito dei ricchi arabi "al quaeda" di usarlo a fini di azione terroristica.
poi si può continuare ad invocare i principi morali non negoziabili, ma tenendo conto che le situazioni estreme - per fortuna della terra- capitano per cicli storici. c'è stato il ciclo 1933-1945 ed ora siamo dentro il ciclo 2001- ?. adattare i principi in un contesto nel quale l'obiettivo è 1. la distruzione dello stato di israele 2. portare a una guerra globalizzate E' DIRITTO ALLA DIFESA
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#21   02 Gennaio 2007 - 10:31
 
Alcune osservazioni sparse.

1. Il principio da cui parto è uno spartiacque, è - secondo me - il nodo gordiano della discussione che necessita una presa di posizione chiara per poter far discendere da essa le naturali conseguenze. Se è un imperativo, lo è per ragioni logiche, non per una mia imposizione. La tua posizione su questo principio è che è negoziabile in situazioni estreme per ragioni di giustizia. La mia visione - anche di giustizia - è differente. Ciò non toglie che il principio in esame abbia delle eccezioni anche nella mia visione, ma in relazione ad altri principi e in una logica di bilanciamento equo. Esiste infatti una relazione tra principi, ma allo stesso tempo una loro gerarchia. La necessità dell'autodifesa - ad esempio - in linea di principio può far cadere l'intangibilità della vita umana, proprio per salvagurdare un'altra vita umana. Quindi è condizionato a uno statoi di necessità. Nel caso in esame invece non vedo nel ricorso alla pena di morte un equo bilanciamento tra principi. Nè vedo il carattere dell'urgenza e della necessità. Nel caso in esame vedo solo una forma istituzionalizzata della pena di morte che considero non necessaria e nemmeno giusta. Non vedo l'urgenza, né la costrizione al suo ricorso, ma solo una forma di vendetta istituzionalizzata. Abbiamo posizioni diverse che discendono da una lettura diversa del principio in esame in relazione ad altri principi. Ne prendo atto, amen.

2. L'osservazione sull'applicazione estensiva del principio dell'intangibilità della vita esula dalla discussione in esame, poiché appunto non sono oggetti che appartengono allo stesso piano, pur avendo dei punti di contatto. Invito solo a riflettere sul fatto che secondo me i principi vanno preliminarmente bilanciati con altri principi, non con le contingenze pratiche che sono l'alveo di applicazione.

3. Il sistema giuridico dei paesi arabi per quel che mi riguarda non era argomento che ponevo in discussione in questa sede. Non mi soffermo.

4. In merito all'onestà intellettuale, essendo parte integrante di una premessa metodologica di discussione, in quell'ambito speravo andasse letta. Il fatto che io la affermi metodologicamente non esclude che possa essere adottata anche da altri. Quindi il riferimento all'onestà intellettuale non è un'affermazione tesa a garantirne l'esclusiva o il monopolio di chi la invoca, è anzi vero il contrario.

5. Allo stesso modo affermare che il piano della discussione è fondamentalmente etico, non esclude la presenza di altre etiche. Chiarisce la mia posizione, invitando gli altri ad esprimere la propria. Dico infatti: "Il profilo etico relativo al tema della pena di morte non è pacifico." Ergo il mio ragionamento non si basa su una logica fatta "come se non esistessero le etiche al plurale", è anzi vero il contrario.

6. In tema di allusioni e/o affermazioni non proprio simpatiche, o tese a svalutare le posizioni dell'interlocutore, ti invito a rileggere parti dei tuoi interventi: "tranne che per la musica, naturalmente. sulla musica l'antiamericanismo fortunatamente si scioglie come neve al sole" (ironia?); "certo è una lettura difficile e faticosa. meglio evitarla, vero ?." (sarcasmo?) "dichiaro la mia impossibilità ragionativa ad interagire con simili posizioni" (della serie: qualifico, ma non mi confronto) "ma si sa, la questione delle vittime è molto poco presente nella cultura di sinistra." (pregiudizio di fondo e/o attribuzione di patente politica) "il tuo intervento mi ricorda certi comitati federali di quando militavo nel pci. quando bisognava far fuori qualcuno lo si aggrediva con fluviali interventi conditi di denotazioni personali" (idem come sopra).
Il mio tono da te classificato come perentorio puoi ben leggerlo come contraltare a parole come queste il cui taglio, talvolta sfuggente, altre volte tranchant, altre volte ancora venato di un pregiudizio di fondo, in verità non mi è piaciuto.

7. In merito alla replica di SBP. Il mio intervento nasce anche su tuo invito per chiarire la mia posizione su Norimberga, spero di averlo fatto. Se qualcosa non è chiaro proverò a speigarmi ancora. Di certo non nascondo la mano dopo aver gettato il sasso. Su ciò che aggiungi - per quanto interessante - credo che decentri il merito della discussione, coinvolgendo tematiche sulle quali non mi sono espresso e sulle quali ci si potrebbe dilungare molto. Fa eccezione la parte relativa alla presa di posizione di natura utilitaristica sulla pena di morte, su cui dissentiamo. Ne prendo atto. Così è.

Ciao
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#22   02 Gennaio 2007 - 10:48
 
sembra che si risolva il problema qui, magari. Sono del 48 anch'io e sono contro la giustizia sommaria di ogni tipo e contro la pena di morte. Soprattutto per motivi politici. Citare Mussolini o Hitler, non lo trovo consono e come dire che questi anni sono passati invano. Come il nazismo ed il fascismo, sono ancora presenti. Allora che serve la ragione? Li ammazziamo tutti?
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#23   02 Gennaio 2007 - 10:54
 
alla fine ci si parla addosso. Per quanto riguarda l'antiamericanismo, ci sono in pieno. Non confondo la musica americana il massimo, escludo sicuramente quella nera, la vera musica americana. Per non parlare di cinema il 95% e' da buttare. Ah l'imperialismo culturale ,della coca cola.
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#24   02 Gennaio 2007 - 11:04
 
slash 16
solo per ospitalità: grazie per la visita.
i due commenti sono incommentabili
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#25   02 Gennaio 2007 - 11:45
 
caro ruckert (ah come suonano bene quelle lettere che cominciano con un caro ...)
fra le mie flessibilità c'e anche quella di usare stampelle teoriche diverse a seconda dei problemi e delle quastioni cui vengono applicate Non esistono principi generali applicabili sempre e allo stesso modo a questioni diverse). una mi arriva dalla comunicazione sistemica che distingue fra "comunicazione simmetrica" (radicalizzare il legame accentuando le proprie posizioni; tendere a dimostrare la propria volontà all'altro, tendere a definire il rapporto secondo il proprio punto di vista) e "comunicazione complementare" (impostare il rapporto sulla base delle differenza fra gli interlocutori; in questi casi uno dei due deve soccombere o perchè è più debole o perchè non ce la fa )
in genere non se ne esce. come la comunicazione politica di questi ultimi 15 anni insegna, nonostante le esortazioni presidenziali.
qui siamo in un ambito più facile. la comunicazione internettiana. con poche conseguenze spiacevoli, se non la perdita di un interlocutore.
ma purtroppo non sono una mammoletta e quindi sono portato ancora ad inteloquire
1. "La tua posizione su questo principio è che è negoziabile in situazioni estreme per ragioni di giustizia. La mia visione - anche di giustizia - è differente" ok ok abbiamo posizioni diverse. scaliamo due montagne attigue. ci guardiamo ma ognuno ha il suo compito. Apprezzo un tuo gesto di bontà: "Abbiamo posizioni diverse che discendono da una lettura diversa del principio in esame in relazione ad altri principi". grazie per la lettura diversa dello stesso principio. spero che non ti disturbi di apprezzare una tua bontà comunicativa
2. "secondo me i principi vanno preliminarmente bilanciati con altri principi". diversamente secondo me i principi vanno ridefiniti, riletti, riconfrontati a seconda delle contingenze storiche che ci danno il compito di verificarne il valore. e sono molto lieto che sia il potere a ridefinire le scale valoriali
3. secondo la mia visione il sistema giuridico arabo conta molto anche in questa vicenda. ogni volta che si applicano procedure, tanto,più sotto l'occhio del mondo, tanto più questi sistemi apprendono
4. ammetto la mia incomprensione di queste righe. trovo un tantino perentorio dire "il riferimento all'onestà intellettuale non è un'affermazione tesa a garantirne l'esclusiva o il monopolio di chi la invoca, è anzi vero il contrario."
5. "non esclude la presenza di altre etiche. Chiarisce la mia posizione, invitando gli altri ad esprimere la propria" . la mia posizione era definita fin da post iniziale (la questione è moralmente questa ... la questione è giuridicamente questa)
6. "In tema di allusioni e/o affermazioni non proprio simpatiche, o tese a svalutare le posizioni dell'interlocutore" osservo - testo alla mano - che la mia osservazione partiva dal modo in cui avevi trattato il testo della arendt ( è con lei che non ci si vuole confrontare. d'altra parte hanno tentato di toglierle la pelle di dosso per tutta la vita eil libro sul processo eichmann è un macigno su cui è difficile fare i conto attraverso i principi general). le mie frasette fanno parte di un repertorio comunicativo indubbiamente poco sofisticato. ma vedo che sono in buona compagnia

due osservazioni finali. fra i miei riferimenti teorici flessibili (me ne infischi delle etichette) c'è anche il trattato dell'argomentazione di Chainm Perelman tradotto da norberto bobbio (un buon maestro in tema di citazioni di fine anno). e no ci trovo la trattazione del tipo di discussione che si fa in rapporto a questa questione. è curioso
credo che si tratti di questo: parlare di filosofia quando - in un particolarissimo contesto storico, quello del ciclo 2001-?- si giustizia un dittatore-sterminatore è quasi impossibile. neppure perelman ha gli strumenti.
meglio il potere in questi casi. meglio se legittimo. e non mi schifa - anzi approvo - se questo potere è sostenuto , incoraggiato, aiutato dalla settecentesca democrazia americana
grazie per l'attenzione e sempre tuo amalteo
(ah se le lettere anche su internet finissero come in quei carteggi ottocenteschi !)
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#26   02 Gennaio 2007 - 13:07
 
Caro Paolo,
ho letto la tua replica ulteriore ma sinceramente non so cos'altro aggiungere a quanto già detto. Potrei riprendere concetti già espressi, specificarli meglio, ma non credo che ci porterebbe da nessuna parte poiché è evidente che abbiamo posizioni diametralmente opposte nel valutare la vicenda per una serie indefinita di ragioni. Non mi sembra dunque il caso di puntualizzarne ancora le mie opinioni, nonostante in quanto aggiungi nel tuo ultimo post ci siano aspetti che probabilmente non ho capito, come quello della mia bontà comunicativa o il modo in cui avrei trattato il testo della arendt o ancora la "colpa" di appellarsi alla reciproca onestà intellettuale, ma lascio stare. Più che altro mi preme ribadire che non era mia intenzione accentuare i toni della discussione, né essere perentorio. La mia unica intenzione era dire la mia opinione giustificandone la diversità. Chiudo qua, quindi, e lo faccio tutto sommato lieto di leggere il nome di Bobbio in questa pagina, dato che l'idea del rifiuto della pena di morte istituzionalizzata tutto sommato mi deriva da alcune sue parole che furono per me uno spunto di riflessione utile in merito.

Ciao
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#27   03 Gennaio 2007 - 16:19
 
Purtroppo non posso leggere tutti gli interventi. Mi soffermo solo su quello di Gulliveriana.
Primo: fretta nel giustiziarlo ???
E' stato catturato nel dicembre del 2003 ed ucciso nel dicembre del 2006. Se l'Amministrazione avesse voluto nascondere qualcosa l'avrebbe semplicemente ucciso al momento della cattura o magari avrebbe simulato un suicidio in prigione.
Ucciderlo 3 anni dopo per nascondere qualcosa è un po' un controsenso.
Cosa ci abbiamo guadagnato ??? Noi niente, dato che è una questione irakena.
Di sicuro, nonostante le stronzate dette da molti pseudo-esperti, la morte di Saddam non cambia di una virgola il potenziale di violenza in Iraq. Saddam, il giorno dopo la caduta di Bagdad, non contava più nulla. Vivo o morto era indifferente.
A scanso di equivoci, sono tra quelli che ritiene che la pena di morte un'infamità (dato che considero infame uccidere un inerme, fosse Hitler, Bin Laden o Saddam Hussein) ma mi dà il disgusto (non parlo di Gulliveriana, è chiaro) leggere o sentire chi si professa contrario alla pena di morte solo quando ci sono di mezzo gli americani.
Si predica tanto il rispetto nei confronti delle tradizioni/leggi/culture diverse ???
Giustissimo. Allora evitiamo di dire cretinate quando, nel pieno solco della tradizione e della legge iraqena/araba, si viene condannati a morte.
Il relativismo, signori miei, è anche e soprattutto questo. Sarebbe ora che lo si capisse.
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#28   03 Gennaio 2007 - 16:41
 
benvenuto, silendo
qualche sequenza cronologica aiuta a distinguere i fatti dalle opinioni.
grazie
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#29   04 Gennaio 2007 - 18:42
 
Mi pareva evidente che i miei dubbi circa la fretta di giustiziare Saddam Hussein non fossero riferiti all'arco temporale che va dalla cattura all'esecuzione, bensì a quello relativo all'unico processo svolto nei suoi confronti, precisamente quello per il massacro di 148 abitanti del villaggio sciita di Dujail nel 1982.

I miei dubbi riguardano in particolare l'imparzialità del processo contro Saddam Hussein, la composizione del tribunale (tutti giudici iracheni, scelti da un organo politico), la mancanza di altri giudici arabi e giudici internazionali, le procedure del processo volute dagli americani,inizialmente con sistema accusatorio poi diventate un ibrido, un processo metà accusatorio e metà inquisitorio.
Infine ad agosto sempre gli americani hanno modificato la norma sulla difesa degli imputati stabilendo che la difesa può essere assicurata soltanto dal difensore nominato dalle parti o di ufficio, e che non può essere assicurata dall'imputato stesso. Una modifica resa necessaria per evitare ciò che è accaduto con Milosevic che ha utilizzato la propria difesa per preparare un processo contro gli americani...

Vorrei ricordare, inoltre, che proprio oggi c'è stato lo slittamento delle altre due esecuzioni previste in iraq dopo il richiamo dell'alto commissario per i Diritti umani dell'Onu Louise Arbour che ha espresso forti preoccupazioni in merito alla correttezza e all'imparzialità del processo contro Saddam Hussein e ai due coimputati". Sempre Louise Arbour ha detto che "la legge internazionale proibisce le esecuzioni in mancanza di un processo equo e per questo l'Iraq dovrebbe concedere ai due esponenti del passato regime la possibilità di ottenere la grazia o una commutazione della pena".

Questo, a mio parere, dimostra che i dubbi riguardo le procedure processuali non sono solo miei, ma della gran parte dei rappresentanti dell'ONU e dell'opinione pubblica internazionale.
Concludo dicendo che non metto in discussione i crimini di saddam ma le modalità del processo e l'epilogo finale.
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#30   04 Gennaio 2007 - 19:53
 
cara gulliverian,
ormai credo che anche su questo blog da nulla, che solo racconta il mio navigare sia stato detto tutto. la lunga e difficile "conversazione" con ruckert ha messo in evidenza due punti di vista polari.
però, visto che ci torni su, mi permetto ancora di replicare.
"l'imparzialità del processo contro Saddam Hussein, la composizione del tribunale (tutti giudici iracheni, scelti da un organo politico": questo è il loro primitivo sistema giuridico. lì comanda la religione alleata al potere. dentro quel primitivo sistema quella procedura era legittima. data quella situazione. ciò detto ripeto dove mi colloco: in un quadro di situazioni estreme (11 settembre, stati canaglia, israele sotto tiro, finanziamenti al terrorismo internazionale, allenamento dei terroristi, coperture, finanziamenti ai martiri hezbollah ecc ecc.) approvo in toto quella condanna a morte. la mia opinione conta uno quanto quella di ognuno , ma approvo l'esito
"le procedure del processo volute dagli americani,". è nota la vulgata . gli americani sono colpevoli di tutto. si sono buttati giù le torri gemelle da soli, hanno ingaggiato una guerra per la sicurezza internazionale perchè sono dei fanatici ... diciamo che io non la vedo così
"gli americani hanno modificato la norma sulla difesa degli imputati stabilendo che la difesa può essere assicurata soltanto dal difensore ...". discutere di procedura penale è già difficile nei sistemi giuridici di ogni paese, figuriamoci in un quadro di globalizzazione. in particolare discutere di garantismo in situazione estrema dove il problema è la legittima difesa e per un dittatore-sterminatore è fuori della mia portata. faccio mie le note parole di pertini: «Se sia giusto uccidere un tiranno lo abbiamo chiarito una volta per tutte con la fucilazione di Benito Mussolini»
"alto commissario per i Diritti umani dell'Onu": quando sento parlare di onu mi vengono i mente subito le camicie inamidate di kofi annam, i suoi gemelli d'oro ai polsini, qualla assemblea con commissioni talvolta presiedute da capi di stato responsabili di genocidi e la pachidermica incapacità di agire sulle crisi locali, come nel sudan, negli eccidi fra hutsi e tutsi. è da anni che l'onu dimostra la sua incapacità assoluta a governare il conflitto politico-religioso-culturale che è in atto
io la penso così. vedo consenso generale su altre posizioni. ai lamenti della cultura italiana ugualmente unfluenzata dalla cultura cattolica e dall'estermismo terzomondista dell'italia preferisco tedeschi, francesi ed inglesi che parlano di processo legittimo nell'ordinamento dei paesi arabi ed in particolare irakeno
ti ringrazio per l'attenzione e mi scuso per la ruvidezza delle argomentazioni. molto è già stato detto sopra. nelle prossime ore metterò in questo blog di un articolo del politologo di sinistra vradical americano che chiarisce meglio alcuni punti
sono mortificato nell'avere dovuto mostrare questo mio volto. ma è da tempo che accetto i miei limiti, la mia variegata personalità, le sfaccettature delle mie visioni del mondo. visioni molto parziali, come quelle di tutti
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#31   04 Gennaio 2007 - 23:02
 
Gulliveriana, perdonami, a quanto so io gli americani avevano richiesto al Governo iraqeno un posticipo nell'esecuzione della condanna. Tu sei a conoscenza di qualcosa di diverso ?
Riguardo ai dubbi sul processo, ricordiamoci che parliamo di Iraq e di Stati arabi, non di tribunali occidentali.
Conosci un po' le normali modalità giudiziarie dell'area ? Io sì e ne ho conoscenza diretta e non mediata. Lasciami dire che quel processo è stato un fior fiore di processo se si guarda alla normalità dei processi della zona.
Il punto, guarda, è sempre lo stesso e non si scappa: si vuole il relativismo culturale ??? E allora lo si prenda in blocco e non solo quando fa comodo (il mio discorso, ribadisco, non riguarda te ma è un discorso generale).
Ribadisco il mio "no" più fermo alla pena di morte però onestamente avrei considerato ingiusto un processo secondo modalità occidentali proprio per un dittatore sanguinario come Hussein.
Ritengo assolutamente equo l'averlo giudicato secondo procedure e leggi locali.
Infine, le complicità occidentali.
Sono ben note quelle americane, prontamente ingigantite da chi generalmente neanche conosce il contesto storico nel quale vennero stipulati gli accordi. Sono poco note, invece, quelle europee, anzi permettimi di dire che a questo punto, a volerlo morto saremmo dovuti essere noi italiani ed i francesi.
Mi pesa far notare che non sono stati solo o principalmente gli USA ad averlo armato e finanziato quanto Francia e l'Italia.
Mi pesa far notare che a stipulare contratti petroliferi, negli ultimi dieci del regime, erano quasi totalmente Governi europei, Francia, Russia e Germania in primis. E non parlo tanto del flusso di petrolio autorizzato dalle Nazioni Unite, quanto di quei contratti, attraverso mediatori e prestanomi, che hanno mantenuto in vita il regime stesso (il regime e non gli iraqeni!) permettendogli di continuare ad assassinare ed opprimere senza problemi.
Adesso parlo da modestissimo laureato in Giurisprudenza: mi fa sorridere chi viene a parlare di vizi del procedimento :))
Ma ragazzi ci rendiamo conto che parliamo di una persona che, per sua stessa ammissione, ha massacrato migliaia di inermi???? Giustissimo che non venisse ucciso ma non tocchiamo il ridicolo attaccandoci ai cavilli legali per crimini di questa portata.
Proviamo per un attimo ad ipotizzare un sistema giudiziario alla occidentale.
Un processo perfetto.
Giudice, anzi meglio una Corte, terza ed imparziale.
Avvocati preparatissimi.
Primo, secondo e magari anche terzo grado.
Risultato ??? La condanna a morte !!!
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#32   05 Gennaio 2007 - 13:46
 
Io sono contraria alla pena di morte in quanto ci si mette allo stesso livello di chi si sta condannando, chiunque sia, Saddam, o il pedofilo di turno, o l'assassino qualunque. Sarei per un altro tipo di punizione, ma non la morte, troppo facile la risoluzione del problema così.
Ah, sono arrivata qui direttamente dal blog di Slasch16, ti ha dedicato un post, e mi sono incuriosita....
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#33   07 Gennaio 2007 - 09:23
 
da l'Unità del 6 gennaio 2007
Pena di morte e civiltà
di Moni Ovadia

La nostra attuale civilizzazione è ancora permeata dallo spirito di morte. La cultura della morte è forte e radicata a dispetto dei progressi e della legalità internazionale che è esile come un auspicio. La logica bellica, il terrorismo, l’abbandono di milioni di esseri umani grandi e piccoli alle fame ed alle malattie, mietono folle di vittime ogni anno. Appartengono alla cultura della morte anche le forme di schiavizzazione degli esseri umani sfruttati senza pietà, la loro tratta e tutte le forme di esclusione dal diritto alla vita che vengono praticate anche nel sedicente mondo sviluppato. Queste pratiche sono oggi routine e avvengono alla luce del cinico sole della quasi generale indifferenza e in nome di interessi economici ritenuti da molti legittimi comunque, anche se perseguiti con attività criminose, non solo dalla malavita organizzata. La condanna capitale è una delle forme di logica della morte più gravi, lo è in sé ma lo è soprattutto allorquando viene praticata da un’istituzione pubblica che rappresenta la collettività. Ora, se la pena capitale viene comminata ed eseguita in un sistema tirannico, l’atto è ignobile ed ingiusto ma coerente con la logica del potere. Quando è in vigore in sistemi democratici e persino in quella che da molti viene definita la più grande democrazia del pianeta, la cosa è oscena e ripugnante. L'istituto della condanna a morte non può in nessun caso essere considerato un atto di giustizia. Il giudizio di Cesare Beccaria - riportato alcuni giorni or sono dal nostro giornale nella striscia rossa - lo chiarisce con forza assiomatica già nel XVIII secolo: «Parmi un assurdo che le leggi, che sono l’espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l'omicidio, ne commettano uno esse medesime e, per allontanare i cittadini dall'assassinio, ordinino un pubblico assassinio». («Dei delitti e delle pene»)
Il divieto di uccidere, è uno dei pilastri della tanto strombazzata civiltà giudaico-cristiana. Fra le solenni dieci parole pronunciate nell’ambito della Rivelazione vi è «Non ucciderai». La parola non è emanata en passant, è un pilastro senza il quale l’intero edificio etico-giuridico crolla. È scritto «non ucciderai» senza se e senza ma. È pur vero che la scrittura è costellata da minacce di condanne a morte, ma l’apparato interpretativo delle leggi, parte integrante dell’intero sistema giuridico, chiarisce l’apparente contraddizione. Il Sinedrio, il massimo organo giudicante in epoca biblica, aveva la facoltà di comminare la pena capitale, ma se nel periodo della propria durata in carica avesse emesso una simile sentenza, il popolo poteva riversarsi nella piazze e chiedere a gran voce l’immediato scioglimento del sommo tribunale al grido di sinedrio assassino! Cosa ci vogliono insegnare i maestri con questo paradosso? Vogliono farci capire che vi sono dei crimini efferati che collocano chi li ha commessi nei territori della morte ammonendoci al tempo stesso, a non dimenticare che chiunque metta a morte un essere umano, quand’anche fosse lo stesso Sinedrio, commette un omicidio. La pena di morte è un atto ingiusto ed immorale che pretende di chiudere l'infernale circuito della violenza mortale e invece lo riapre perché in realtà pratica la logica della vendetta per conto altrui. Le vittime dei crimini ed i loro familiari possono essere sconvolti dal dolore e dalle terribili violenze subite ed essere attratti dalla vendetta, ciò è comprensibile, ma lo Stato non può farsi boia per conto terzi, legittimare legalmente il sentimento della vendetta e diventare uno stato omicida. La vera sconfitta dei tiranni criminali sta nell’edificare un mondo che sconfigga la logica da cui sono stati generati. Vedere quel mondo di giustizia, di uguaglianza e di dignità dell'uomo crescere e prosperare, dovrebbe essere per il tiranno massacratore, parte significativa dell'espiazione della pena, una pena dura ma sensata e non un omicidio. Senza la totale messa al bando della pena di morte, non varcheremo la soglia della civiltà della vita. Volere la pena di morte di un dittatore efferato, è chiedere una resa di conti apparente sotto la quale celare le vere ragioni dei crimini. Non è un caso che l’attuale presidente degli Stati Uniti George W. Bush, abbia esultato per la condanna a morte di Saddam. Chi è Bush? È un uomo che ha scatenato una guerra micidiale, che ha causato la morte di decine di migliaia di innocenti per gli interessi di bottega suoi e dei suoi amici usando deliberatamente come pretesto un cumulo di vergognose bugie. E come lo dobbiamo definire uno così? Io non voglio turbare la sensibilità delle anime fragili della nostra politica, lascio ai democratici dallo stomaco delicato il compito di fornirci una definizione plausibile.
utente anonimo

#34   08 Gennaio 2007 - 16:34
 
Continua il richiamo a Norimberga. Dopo Mieli sul Corriere e Vattimo sulla Stampa (si veda IC del 2/1/2007), oggi, 3/1/2007 il CORRIERE della SERA riprende l'argomento con un lungo articolo di Sergio Romano in prima pagina. Su LIBERO invece Angelo Pezzana attacca con forza il nuovo revisionismo di sinistra che, come quello dell'estrema destra, condanna Norimberga e guarda con benevolenza a Saddam, in chiave anti americana e anti israeliana. Pubblichiamo per primo l'intervento di Angelo Pezzana su LIBERO, dal titolo "Pur di difendere il tiranno riabilitano i nazisti". Segue, con nostro commento, l'articolo di Romano.

Da Libero, pag.4, l'articolo di Angelo Pezzana:



La condanna a morte per impiccagione di Saddam Hussein ha riaperto un altro processo, quello di Norimberga, che vide sul banco degli accusati i criminali nazisti. Un processo che non fu privo di critiche. Fu allora, infatti, che nacque l’espressione “ giustizia dei vincitori”, citata però quasi esclusivamente nella storiografia della destra più estrema, non certo in quella liberale o di sinistra. Una definizione parziale, perchè non teneva conto del fatto che gli alleati la guerra l’avevano già vinta e avrebbero potuto chiudere lì la partita. Se ciò non avvenne fu dovuto agli orrori che la scoperta dei campi di sterminio suscitò nell’opinione pubblica mondiale. Quando le truppe americane e sovietiche, ma soprattutto quelle americane, spalancarono i cancelli di Bergen Belsen, di Dachau, di Aushwitz-Birkenau, e degli altri campi che i nazisti non fecero in tempo a distruggere, quello che videro fu un orrore tale da obbligarli a chiedere giustizia immediata, non essendo più sufficiente la sola sconfitta del nemico. E non fu certo per vendetta che vennero portati sul banco degli accusati quel pugno di criminali, un numero del tutto esiguo rispetto alle responsabilità gravissime di migliaia che riuscirono invece a farla franca.

Il discorso su Norimberga si riaprì quando Israele catturò Eichmann e lo processò a Gerusalemme. Eppure, nemmeno allora, cambiò il giudizio degli storici sulle legittime motivazioni di entrambi. Le critiche arrivano oggi, anche da pulpiti insospettabili. Paolo Mieli, sul Corriere, ha giudicato sbagliata l’impiccagione a Norimberga di Julius Streicher, il direttore del famigerato “ Stuermer”, il quotidiano del partito nazista. Condannato a morte per un reato d‘opinione, ha scritto, e per uno Stato moderno e democratico non esiste il reato d’opinione. Giusto, condividiamo, ma salvare la vita a Streicher era come uccidere una seconda volta quei milioni di ebrei, e molti altri insieme a loro, che sono stati uccisi nel nome di quella politica che negli anni dell’incubo nazista quel quotidiano ha diffuso e contribuito a dargli una parvenza di legalità. Ma se la destra estrema aveva sempre visto Norimberga come il fumo negli occhi, adesso è la sinistra, neanche poi così estrema, a prendere le distanze con quel processo. E’ il filosofo Gianni Vattimo ad invitarla ad una profonda revisione. La condanna di Saddam, al pari dei condannati nazisti, gli pare la “sopraffazione del vinto” , ha l’ “apparenza di un trionfo del bene sul male”, ha scritto ieri sulla Stampa. Dove, questo è il ragionamento, il criminale viene condannato perchè è uno che ha perso, non per le azioni commesse. Certo non per Mieli, valgono per Vattimo le sue posizioni anti-americane e anti-israeliane. Preoccupa l’eventualità che il suo appello venga raccolto, visto il polverone anti-occidentale che l’esecuzione di Saddam ha prodotto. Anche perchè non l’ha scritto sul giornale di Fidel Castro Granma, del quale è collaboratore, ma sul quotidiano della Fiat.



Riprendendo da Leo Longanesi, si potrebbe dire che Sergio Romano è come le stoffe inglesi, per verificarne il contenuto bisogna guardarne il rovescio. L'articolo su Norimberga è, apparentemente, equilibrato, come succede persino a Romano di scriverne. Ma se lo si legge attentatmente, facendo attenzione a come usa le virgolette, alle riduzioni di respondabilità ( Streicher era semplicemente il direttore di "una" rivista antisemita, e non, com'era in realtà il direttore dello Sturmer, il giornale del partito nazista, il luogo per eccellenza dell'antisemitismo nazista, e non una rivista qualsiasi), Lo "stato canaglia" messo fra virgolette, verrebe da chiedersi come chiamerebbe Romano il Terzo Reich, ma così può far pensare a Bush. Per finire con l'attacco aperto contro gli USA nel ricordare che l'America non ha mai ratificato il trattato per la costituzione del tribunale internazionale. Chissà, lascia pensare Romano, con tutti i crimini che ha commesso...

Ecco l'articolo di Sergio Romano, a pag.1-33





Le discussioni e gli scambi di vedute fra gli Alleati sulla sorte dei leader sconfitti cominciarono agli inizi del 1944. Churchill sapeva che le clausole dei trattati di Versailles sui «criminali di guerra» erano state ignorate e disse a Stalin, un giorno, che sarebbe stato meglio giustiziarli sul posto, senza indugio, al momento della cattura.
Ma il «meraviglioso georgiano» gli rispose severamente che «in Unione Sovietica noi non giustiziamo senza processo». Era una dichiarazione «inglese», ispirata ai principi della tradizione giuridica britannica.C hurchill avrebbe potuto chiedergli se i processi a cui pensava non fossero per caso quelli delle grandi purghe che il dittatore aveva organizzato negli anni Trenta per sbarazzarsi dei suoi avversari. Ma preferì accusare il colpo e rispondere: «Naturalmente, naturalmente, ci vorrà un processo».
In America, nel frattempo, le soluzioni prospettate erano due. Secondo quella radicalmente punitiva del segretario al Tesoro Henry Morgenthau, i pesci grossi sarebbero stati giustiziati, i pesci piccoli cacciati ai confini del mondo e i prigionieri di guerra tedeschi impiegati come schiavi per la ricostruzione dell'Europa. Secondo il dipartimento della Guerra, invece, occorreva un processo in cui i leader sarebbero stati accusati di crimini di guerra o contro l'umanità e l'intero regime nazista sarebbe stato considerato un'«associazione a delinquere». Prevalse la seconda tesi. Dopo una decisione di principio a Yalta nel febbraio del 1945, la macchina americana fu più rapida delle altre. Alla fine di aprile, due settimane dopo la morte di Roosevelt e poco prima del suicidio di Hitler, il tribunale aveva già un pubblico ministero nella persona di Robert Jackson, giudice della Corte suprema. Ma era necessario scegliere una città, possibilmente in Germania, redigere un capo di accusa e, soprattutto, scrivere una specie di codice a cui giudici, pubblici ministeri e avvocati difensori avrebbero potuto appellarsi. Non bastava individuare gli imputati. Occorreva soprattutto inventare i canoni e le procedure di una nuova giustizia penale internazionale.
La città fu Norimberga, sede dei grandi raduni nazisti e luogo in cui erano state emanate le famigerate leggi razziali del 1935. Fu scelta per una sorta di ironica rappresaglia? No, le ragioni furono soprattutto pratiche. I bombardamenti alleati ne avevano distrutto più della metà, ma avevano lasciato miracolosamente intatti il palazzo di giustizia e il migliore albergo. Esistevano quindi un'aula per i dibattimenti, le celle per i carcerati, gli uffici per i giudici e i procuratori, i letti per gli addetti ai lavori e per i giornalisti. Restava da redigere il codice che si chiamò, alla fine dei lavori preparatori, «Carta del Tribunale militare internazionale». La maggiore preoccupazione fu quella di evitare che il processo si trasformasse in un comizio e che gli imputati approfittassero della presenza della stampa internazionale per lanciare al mondo i loro messaggi. Fu deciso che nessuno avrebbe avuto il diritto di invocare l'obbedienza agli ordini ricevuti o rimproverare le potenze accusatrici di avere commesso, in alcune circostanze, gli stessi crimini. In altre parole, il maresciallo dell'aria Göring non avrebbe potuto ricordare agli Alleati il bombardamento di Dresda e Alfred Rosenberg, teorico del razzismo, non avrebbe potuto evocare l'ombra dei 25 mila ufficiali polacchi massacrati dai sovietici nella foresta di Katyn.
Queste preoccupazioni furono in buona parte inutili. Forse l'aspetto più interessante del primo processo, e degli undici che si susseguirono fino al 1949, fu il grado di collaborazione degli imputati. Qualcuno (Göring in particolare) fu spavaldo e arrogante. Altri cercarono di difendersi, di giustificarsi e di attenuare le loro responsabilità (Albert Speer fu particolarmente abile). Ma alcuni di essi (i militari e i grandi tecnici ad esempio) si comportarono come gentiluomini tedeschi, educati nell'etica protestante della verità e della responsabilità, impegnati ad attraversare con la maggiore dignità possibile il momento più difficile della loro vita. Ne avevano dato prova, del resto, nei lunghi interrogatori che precedettero l'inizio del dibattimento. Uno storico inglese, Richard Overy, ha raccolto alcuni verbali in un volume, pubblicato da Mondadori nel 2002 ( Interrogatori. Come gli Alleati hanno scoperto la terribile realtà del Terzo Reich) e ha indirettamente dimostrato che quegli uomini volevano lasciarsi alle spalle, per quanto possibile, la verità. Accadde persino che gli Alleati, sorpresi dall'atteggiamento dei futuri imputati, chiedessero ad alcuni di essi di preparare appunti e memorandum sul futuro della Germania.
Il primo processo cominciò alle dieci del mattino del 20 novembre. Il presidente del tribunale era un magistrato inglese, sir Geoffrey Lawrence e il collegio si componeva di un giudice principale e di un giudice supplente per ciascuna delle quattro potenze alleate. Gli imputati erano 21, schierati in fondo alla sala: da Karl Dönitz,...
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#35   08 Gennaio 2007 - 16:36
 
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#36   08 Gennaio 2007 - 16:38
 
Dall' OPINIONE di oggi, 3/1/2007, a pag.1, l'articolo di Dimitri Buffa sull'uscita di scena di Kofi Annan.


Israele adesso potrà tirare un sospiro di sollievo: il ghanese terzo
mondista Kofi Annan da ieri non è più il segretario generale dell¹Onu e
forse già da domani le Nazioni Unite rallenteranno quel ritmo ossessivo di
risoluzioni di condanna, venti l¹anno negli ultimi dieci anni, che ha
caratterizzato il suo non rimpianto mandato.
Annan sarà ricordato, oltre che per le condanne a Israele , per tutte le
infauste iniziative dell¹Onu in materia di falliti tentativi di riportare la
pace in quelle zone del mondo, dal Sudan al Libano, dall¹Iraq ai Territori
palestinesi, dove il terrorismo islamico la fa da padrone.
Inoltre come dimenticare i pesanti coinvolgimenti suoi e del figlio Kojo in
quella vergogna nazionale e internazionale, fatta di ricatti e tangenti, che
è stato il programma ³Oil for food² grazie al quale il feroce dittatore
Saddam Hussein, impiccato lo scorso 30 dicembre, ha potuto alimentare per
altri dieci anni il proprio regime di terrore?
Kofi Annan (come già prima di lui l¹egiziano Boutros Boutros Ghali) ha
rappresentato il peggio del peggio della mentalità anti occidentale delle
Nazioni Unite. Deboli con i prepotenti come Saddam e Ahmadinejad , feroci
nel condannare le democrazie come Italia, Inghilterra, Stati Uniti e
Israele. Con il sudcoreano Ban Ki Moon una speranza di riportare anche le
Nazioni Unite nell¹alveo delle democrazie occidentali dovrebbe esserci. Se
non altro perché questo signore come tutti i suoi compatrioti dovrà
necessariamente baciare la terra su cui gli americani camminano, avendolo
salvato, insieme a tutti gli altri sudcoreani, da 50 probabili anni di gulag
comunisti.
A scrivere un epitaffio al mandato di Kofi Annan nei giorni scorsi ci hanno
pensato quelli del Jewish american congress. E sono stati anche molto
oggettivi e intellettualmente onesti mettendo sul piatto della bilancia a
favore di Annan il fatto di avere per la prima volta condannato l¹anti
semitismo in apposita conferenza Onu e quello di avere istituito il 27
gennaio la giornata mondiale per ricordare quello stesso Olocausto che le
maggioranze filo islamiche, determinatesi sia in seno alle Nazioni Unite sia
nella Commissione diritti umani, poi trasformata in Consiglio, fanno di
tutto per negare.
I più buonisti, come Shimon Peres, arrivano a dire che Annan ³fin troppo ha
fatto dato che i vari stati canaglia premevano perché nulla facesse².
Tanta generosità d¹animo va sicuramente elogiata, ma rischia di essere a
discapito della verità. Annan infatti dopo la non-strage di Jenin disse
esattamente la cosa contraria a chi tra le potenze arabe si lamentava per la
(a loro parere) blanda condanna che in quell¹occasione, come nelle altre
200, Israele dovette sopportare: ³io avrei fatto di più ma non me lo hanno
lasciato fare². Come è noto a Jenin morirono 57 terroristi palestinesi e 23
soldati israeliani e non ci fu quella strage che le solite Ong umanitarie
riconosciute dall¹Onu spiattellarono sui giornali il giorno dopo la
battaglia: qualcuno parlò di fosse comuni e di 500 morti e Annan in
televisione annuiva gravemente.
Poi non si deve scordare Durban, fine agosto del 2001, e il tentativo di
equiparare il sionismo al razzismo sudafricano dei tempi dell¹apartheid, il
tutto sotto l¹egida Onu e delle solite Ong, anche quelle amiche dei
terroristi.
Gli Stati Uniti fecero saltare il tavolo perché altrimenti oggi una simile
mostruosità sarebbe agli atti della burocrazia del palazzo di Vetro e i vari
Forum Palestina ³de noantri² la userebbero come vessillo nelle loro
manifestazioni da brucia bandiere. Per la cronaca due settimane dopo Durban
ci fu l¹11 settembre e anche in quel caso all¹Onu la linea che prevalse era
quella giustificazionista. Sotto banco tutti i funzionari strapagati dal
contribuente planetario dicevano che l¹America se l¹era meritato
quell¹attentato.
Insomma Kofi Annan, eletto segretario dell¹Onu benchè da alto funzionario
avesse sulla coscienza l¹eccidio in Rwanda, è stato il campione senza valore
di quel mondo alla rovescia e di quel terzo mondismo che ha contagiato
soprattutto l¹Europa, o Eurabia che dir si voglia, e che ha dannato l¹anima
di chi si ostinava a rimanere coerente ai valori dell¹occidente. Per fortuna
i quasi sei anni di George W. Bush presidente degli States hanno invertito
questa lunga onda tafazzista del Vecchio Continente. Che solo grandi
scrittrici come Oriana Fallaci hanno saputo denunciare senza ipocrisie. Con
buona pace di ³Nessuno tocchi Caino² e del suo segretario Sergio D¹Elia, non
è affatto vero che l¹America deve pregare che il mandato di Bush finisca il
prima possibile. E¹ vero esattamente il contrario: quello che devono
augurarsi gli americani è che dopo di lui non arrivi un qualche democratico
³zecca² che ragioni come Jimmy Carter o James Baker. Altrimenti la guerra al
terrorismo islamico sarà persa ancora prima di averla combattuta.
da: http://www.informazionecorretta.it/main.php?mediaId=21&sez=120&id=18924
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