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2° metà del 900-later than never. “Perché vale la pena di vivere? E’ un’ottima domanda… Be’, ci sono cose per cui vale la pena di vivere … Per esempio, per me, direi … tutta la musica e le interpretazioni di Nina Simone … la voce di Ray Charles, quasi sempre … Il ballo di Al Pacino in Scent of a Woman … le note di John Lewis quando volano nelle fughe di Bach … Louis Armstrong, l’incisione di West and Blues del 1928 … i film di Sergio Leone … i racconti di Stephen King … gli azzurri e i gialli di Van Gogh … i quadri di Peppo Spagnoli, che dimostra che si può fare molto anche da luoghi piccoli … il definitivo e prospettico Logos-Pensiero di Silvia Montefoschi ... il minimalismo, perchè sono minimo ... su tutti e tutto il sorriso di Luciana …. ... e poi anche ... e ancora ...” (rielaborato su suggestione di Woody Allen in Manhattan, con qualche cambiamento).

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martedì, 27 gennaio 2009

L'intollerabile, di Pierluigi Battista, Corriere della Sera 27 gennaio 2009

ll negazionismo sulla Shoah non è un'opinione personale, la carta d'identità di una congrega minoritaria di lunatici che giocano con la frequentazione provocatoria del Male. Non è neanche più, a differenza dei decenni scorsi, una fandonia che rivendica il rango di controstoria, un vaniloquio travestito da disputa storiografica che ambisce alla riscrittura del passato. Il negazionismo è oramai diventato una poderosa macchina simbolica e ideologica che, contestando lo sterminio degli ebrei di ieri, mette violentemente in discussione il diritto alla sopravvivenza degli ebrei di oggi. Vuole cancellare l'immane debito del passato per destituire di ogni credito l'identità ebraica del presente. Vuole togliere agli ebrei lo statuto di vittime per consegnarli interamente al ruolo di carnefici.
Non si comprende l'ossessione negazionista di Ahmadinejad se sfugge la logica che connette la cancellazione dell'Olocausto al progetto di annichilire la presenza degli ebrei e di Israele che è la loro casa: il bisogno di riunire a Teheran l'internazionale degli antisemiti per mettere sotto processo la veridicità della Shoah si giustificava con la necessità di spogliare di ogni legittimità le pretese degli ebrei di oggi. Ricollocato e rivitalizzato negli schemi di una jihad globale che vuole ripulire il mondo dall'«impurità » ebraica, il negazionismo vecchio stampo riacquista un significato e un'eco sconosciuti nell'infetto recinto neonazista in cui era confinato. Nel percorso di Roger Garaudy, ex comunista eretico passato nello stato maggiore dei negazionisti d'Occidente e infine convertitosi all'Islam, si condensa il senso di questa trasformazione, l'approdo di un pregiudizio ideologico che infine trova il suo compimento in una dichiarazione di guerra: contro gli ebrei, il progetto di annientamento cominciato con la Shoah non è ancora finito. Anzi, può conoscere un nuovo inizio con la distruzione dello Stato di Israele.
E' in questa tragica guerra non conclusa che gli ebrei, proprio quando si celebra il Giorno della Memoria, apprendono sgomenti che un negazionista dichiarato come il lefebvriano Richard Williamson («neppure un ebreo è stato ucciso nelle camere a gas») possa diventare, per effetto della revoca della scomunica ai seguaci dello scismatico Marcel Lefebvre decisa da Benedetto XVI, un «vescovo » della Chiesa cattolica di Roma. Conforta certo sapere che nel mondo cattolico le parole di Williamson siano considerate «aberranti» e del resto lo stesso direttore dell'«Osservatore Romano» Giovanni Maria Vian ha sostenuto che «ogni affermazione negazionista è un insulto alla memoria del martirio del popolo ebraico». Ma il negazionismo, appunto, non è un'opinione privata o un terreno su cui possa esercitarsi un legittimo diritto di espressione a proposito di una controversa pagina della storia. Non è un affare interno alla Chiesa (lo è invece la decisione di riaccogliere i lefebvriani), ma una prova di tolleranza verso l'intollerabile. E le comunità ebraiche, saggiamente, non entrano nel merito delle scelte dottrinarie della Chiesa: chiedono solo che il negazionista Williamson non sia più «vescovo». Solo questo, ma niente di meno.
Sbaglierebbero i cattolici a considerare la reazione ebraica come una patologica manifestazione di «ipersensibilità». Non è «ipersensibilità»: è la normale sensibilità di chi, a ragione, si sente ancora mortalmente minacciato. E mentre Bin Laden chiama alla guerra santa contro i «crociati» cristiani e gli «ebrei», l'ebraismo di Israele e della diaspora chiede concordemente il sostegno e l'appoggio della cristianità. Non è per «ipersensibilità» che sono state accolte con incredulo sbalordimento le dichiarazioni con cui il cardinal Martino ha paragonato Gaza a un «campo di concentramento», come se davvero nei campi della morte di Auschwitz ci fosse qualcosa di lontanamente simile alla guerra dei razzi scatenata da Hamas contro i civili delle città di Israele. È lo stesso, micidiale cortocircuito che ha sciaguratamente indotto il governo della Catalogna a ridimensionare le celebrazioni del Giorno della Memoria per protesta contro l'intervento militare di Israele. E' il silenzio assoluto della cultura europea di fronte a grottesche manifestazioni come quelle della civilissima Amsterdam in cui, presenti due deputati socialisti, è echeggiato il lugubre slogan «viva Hamas, gli ebrei nelle camere a gas». Gli Stati dell'Occidente pensano di tacitare la loro coscienza con la retorica ufficiale dei riti della memoria o con leggi censorie ad hoc che dovrebbero mettere la museruola ai nazi-negazionisti. Più che il bavaglio (sempre ingiusto e sempre a rischio di derive illiberali) conviene piuttosto ricordare l'impresa di Pierre Vidal-Naquet, che con il suo Gli assassini della memoria (ora riproposto in una bellissima edizione da Viella) mise stoicamente a freno il suo furore di figlio di deportati nei campi di sterminio e impartì una memorabile lezione agli «Eichmann di carta», mostrando la nullità dei loro pseudoargomenti, demolendo una a una le bugie diffuse nelle loro pubblicazioni, sbriciolando con paziente tenacia ogni parvenza di scientificità in testi («la menzogna di Auschwitz») impregnati di pregiudizi maniacali e di incontenibile odio antisemita.
Contro la guerra di sterminio antiebraico caldeggiata da Ahmadinejad l'esempio eroico di Vidal-Naquet potrebbe consigliare una guerra culturale difficilissima, ma appassionante. Potrebbero (dovrebbero?) prendervi parte gli intellettuali dell'Occidente che versano lacrime di commozione assistendo a «Schindler's List», ma restano glaciali e imperturbabili se a Israele viene negato lo stesso diritto all'esistenza attraverso l'infamia dell'invocazione esplicita di un nuovo Olocausto. Non dovrebbe disertare nemmeno la Chiesa cattolica, che pure conosce il dramma della persecuzione patita dove comanda il fondamentalismo islamista, a cui si chiede di non consentire che la malattia del negazionismo possa allignare tra i suoi vescovi, nemmeno come «opinione» personale o privata manifestazione di eccentrica aberrazione. Perché una sciagurata distrazione non diventi, per riprendere le parole di Vian, un terribile «insulto» al popolo ebraico.
postato da: AMALTEO alle ore gennaio 27, 2009 23:07 | link | commenti (6)
categorie: pensare storia contemporanea

27 gennaio,Giorno della Memoria. Carlo Rivolta legge primo Levi



"A tattiche terroristiche senza scrupoli, che hanno a lungo colpito il territorio di Israele e messo a rischio la popolazione di Gaza, è seguita, da parte di Israele, un'azione di guerra sulla cui portata e sulle cui conseguenze non è mancata la discussione, anche in Israele e fra gli amici di Israele.
Ma proprio nei momenti in cui l'operato del governo di Israele può risultare controverso ed essere legittimamente discusso, deve restare chiara e netta la distinzione tra ogni possibile posizione critica verso la linea di condotta di chi di volta in volta governa Israele e la negazione, esplicita o subdola, delle ragioni storiche dello Stato di Israele, del suo diritto all'esistenza e alla sicurezza, del suo carattere democratico"

Giorgio Napolitano, Presidente della Repubblica

Anche quest'anno, in occasione del Giorno della Memoria, propongo alla riflessione questa:
lettura di Carlo Rivolta
del libro di Primo Levi I sommersi e i salvati,

la definitiva ed insostituibile analisi dei meccanismi psicologici e sociali del progetto di annientamento cominciato con la Shoah, e non ancora finito nelle intenzioni dei nemici e loro sostenitori:


postato da: AMALTEO alle ore gennaio 27, 2009 21:02 | link | commenti (2)
categorie: destini, pensare storia contemporanea
venerdì, 23 gennaio 2009

Cigni di lago

Succedeva qualche settimana fa, in una tarda e fredda mattina mentre camminavamo sul lungolago.

La bellezza annidata in un’ansa: 22 cigni.

Alcuni veleggiano con la sicurezza della loro eleganza  fra i riflessi del sole e altri, sulla battigia, sono intenti nella minuziosa pulizia di zampe ed ali  e untamento (questa parola è rubata a Carlo Emilio Gadda) delle piume.

Si mescolano silenziosi i candidi adulti e i curiosi novellotti, le cui striature grigiastre rammentano il loro non lontano ingresso nel mondo.

I passanti, anche se frettolosi, volgono loro di striscio lo sguardo, qualche madre indugia trattenuta dal bambino che tiene per mano e che punta l’indice con esclamazioni di gioia.

Una clocharde sminuzza il suo pane, circondata da quella nuvola bianca impegnata ad afferrare i brandelli.

Per imitazione e per assecondare il ciclo della nutrizione entro in un bar e ne esco con qualche brioche e faccio gli stessi gesti, attento a ben distribuire i bocconi.

I cigni  vengono e vanno e, infine, tuffano nel biancore il lungo collo e si cullano nel sonno.

Viviamo in un luogo di straordinaria geografia, cui fa da contrappeso una più modesta antropologia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

postato da: AMALTEO alle ore gennaio 23, 2009 11:26 | link | commenti (21)
categorie: vivere animali, vivere luoghi
mercoledì, 21 gennaio 2009

Il Manifesto di Euston

rodin, PENSATORE, marmo grandePosizionamento politico.
Ho trovato un posizionamento politico.
Di minoranza: ma qui c'è l' "idem sentire".
Dunque le idee ci sono. Quello che manca, in Italia, è una offerta politica corrispondente a questa tavola dei valori.


Il Manifesto di Euston

(tradotto da Eugenio Mastroviti)

qui una traduzione del Foglio

Per un rinnovamento della politica progressista

A. Preambolo

Siamo democratici e progressisti, e quello che proponiamo in questo documento e` un allineamento politico del tutto nuovo. Molti di noi appartengono alla Sinistra, ma i principi che intendiamo stabilire non sono esclusivi; intendiamo anzi stabilire un contatto al di là della sinistra socialista, verso i liberali egalitari e tutti coloro il cui impegno per la democrazia non contiene alcuna ambiguità. Di più, il riallineamento dell'opinione progressista che costituisce il nostro obiettivo implica che si tracci una linea di demarcazione fra le forze della sinistra che rimangono fedeli ai propri valori autentici, e quelle correnti che di recente hanno mostrato un'eccessiva flessibilità riguardo a questi valori; implica che si faccia causa comune con tutti i veri democratici, socialisti o no.

Questa iniziativa trova le sue radici e la sua base iniziale di sostenitori in Internet, specialmente nella 'blogosfera'. E` nostra impressione, tuttavia, che questa base non abbia voci rappresentative nei media e nei luoghi tradizionali di discussione della politica.
Le affermazioni di principio che seguono costituiscono una dichiarazione di intenti, e servono ad inaugurare un sito Internet che servirà da aggregatore per le correnti di opinione che speriamo di rappresentare e per i diversi blog e siti che supportano questo invito ad un riallineamento della politica progressista.

B. Principi generali

1.Per la democrazia


Ci impegniamo a favore delle regole, procedure e strutture democratiche - libertà di opinione e di associazione, libere elezioni, separazione dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario e separazione di Stato e religione. Attribuiamo grande valore alle tradizioni e istituzioni, eredità di un buon governo, di quelle nazioni in cui la democrazia liberale e pluralista ha fatto presa.

2.Nessuna scusa per la tirannia


Ci rifiutiamo di cercare scuse, di mostrare indulgenza, di 'comprendere' i regimi reazionari e i movimenti per cui la democrazia e` un nemico da odiare - regimi che opprimono la propria popolazione e movimenti che mirano a farlo. Tracciamo una linea di demarcazione ben definita fra noi e quelle voci della sinistra liberale che sono rapide ad offrire apologie per simili forze politiche.

3.Diritti umani per tutti


Riteniamo che i diritti umani fondamentali codificati nella Dichiarazione Universale siano, appunto, universali, vincolanti per tutti gli Stati e i movimenti politici, e in effetti per ogni singolo essere umano. Le violazioni di questi diritti sono da condannare senza riguardo per chi ne sia responsabile o per il contesto culturale in cui avvengono. Rifiutiamo il sistema di due pesi e due misure secondo cui opera molta della sedicente opinione pubblica progressista, che tende regolarmente a deplorare molto di più le violazioni - sicuramente gravi e reali - commesse a occidente che quelle commesse altrove, per quanto evidentemente maggiori. Respingiamo anche la visione culturalmente relativista secondo cui estendere questi diritti umani basilari a tutti non sarebbe compatibile con determinate nazioni o popolazioni.

4.Uguaglianza


Aderiamo ad una politica generalmente egualitaria ("
We espouse a generally egalitarian politics". Abbiamo fra gli obiettivi a lungo termine il progresso nei rapporti fra i sessi (fino a realizzare l'uguaglianza completa di genere), fra differenti comunità etniche, fra gli aderenti alle varie affiliazioni religiose, inclusi i non aderenti ad alcuna, e fra persone di ogni orientamento sessuale - ed una più diffusa uguaglianza sociale ed economica. Lasciamo aperta, viste le differenze di punti di vista fra di noi, la questione del miglior assetto economico per garantire questa più diffusa uguaglianza, ma sosteniamo gli interessi dei lavoratori ed il loro diritto ad organizzarsi in difesa di questi interessi. I sindacati democratici sono le fondamenta necessarie per la difesa degli interessi dei lavoratori, e sono una delle forze più importanti per la difesa dei diritti dell'uomo, la promozione della democrazia e l'internazionalismo egalitario. I diritti dei lavoratori sono a tutti gli effetti diritti dell'uomo. L'adozione universale delle Convenzioni Internazionali delle Organizzazioni Sindacali - oggi quotidianamente ignorate da governi in tutto il pianeta - e` una delle nostre priorità. Siamo impegnati nella difesa dei diritti dei bambini e nella protezione dalla schiavitù sessuale e da ogni forma di abuso istituzionalizzato.

5.Sviluppo per la libertà


Prendiamo posizione per lo sviluppo economico globale come condizione per la libertà e contro l'oppressione economica strutturale e la degradazione ambientale. Non si può permettere all'espansione corrente dei mercati globali e del libero scambio di servire gli interessi ristretti di una piccola elite corporativa nel mondo sviluppato e dei loro clienti nei Paesi in via di sviluppo. I benefici dello sviluppo su vasta scala attraverso l'espansione del commercio globale devono essere distribuiti quanto più ampiamente possibile per servire gli interessi sociali ed economici degli operai, degli agricoltori e dei consumatori in tutti i paesi. Dalla globalizzazione deve conseguire l'integrazione sociale globale ed un impegno per la giustizia sociale. Sosteniamo la riforma radicale delle principali istituzioni di controllo economico globale (Organizzazione Mondiale per il Commercio, Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale) per realizzare questi obiettivi e sosteniamo il commercio equo e solidale, un incremento della cooperazione allo sviluppo, la cancellazione del debito e la campagna per cancellare la povertà (Make Poverty History). Lo sviluppo può portare ad un incremento nell'aspettativa di vita e nella qualità stessa della vita, rendendo meno pesante il lavoro e accorciando le giornate lavorative. Può donare libertà ai giovani, possibilità di sperimentare cambiamenti agli adulti e sicurezza agli anziani, espandere gli orizzonti e le opportunità di viaggiare ed aiutare a 'trasformare gli sconosciuti in amici'. Lo sviluppo globale deve essere sempre perseguito in maniera compatibile con i principi della crescita sostenibile.

6.Opposizione all'antiamericanismo


Rifiutiamo senza se e senza ma l'antiamericanismo che sembra aver contagiato tanta parte del pensiero della sinistra liberale (e parti di quello conservatore). Non si tratta qui di vedere gli Stati Uniti come società-modello. Siamo coscienti dei problemi e dei fallimenti di quella Società, ma sono problemi e fallimenti comuni almeno in parte a tutto il mondo sviluppato. Gli Stati Uniti sono un grande Paese, sede di una democrazia forte con una nobile tradizione alle spalle, che può vantare durevoli successi sociali e politici. La popolazione degli USA ha prodotto una cultura viva e vibrante che porta piacere, ispirazione e a volte invidia a milioni di persone in tutto il mondo. Il fatto che la politica estera degli Stati Uniti spesso abbia contrastato i movimenti ed i governi progressisti in favore di forze autoritarie non giustifica un pregiudizio generalizzato contro il Paese o la sua popolazione.

7.Due popoli, due Stati


Riconosciamo il diritto all'autodeterminazione sia per il popolo ebraico che per quello palestinese nell'ambito della soluzione dei due Stati. Non vi potrà essere una soluzione ragionevole al conflitto israelo-palestinese finchè si cercherà di subordinare o eliminare i diritti e le legittime aspirazioni di una delle due parti.

8.Contro il razzismo


Per i liberali e la sinistra, l'antirazzismo e` assiomatico. Siamo contro ogni forma di pregiudizio e comportamento razzista: il razzismo anti-immigrati della destra; il razzismo tribale ed interetnico; il razzismo contro le persone provenienti da Paesi musulmani o contro loro discendenti, particolarmente quando si usa la scusa della Guerra al Terrorismo. Il risorgere recente di un'altra, antica forma di razzismo, l'antisemitismo, non e` stato ancora riconosciuto da parti della sinistra e del pensiero liberale. Alcuni sfruttano le legittime rivendicazioni del popolo palestinese sottoposto all'occupazione militare israeliana, e nascondono il pregiudizio contro gli ebrei sotto la formula dell'anti-sionismo. Siamo contro anche questa forma di razzismo - come dovrebbe essere ovvio.

9.Uniti contro il terrorismo


Siamo contro tutte le forme di terrorismo. L'attacco deliberato alla popolazione civile e` un crimine secondo la legge internazionale e secondo tutte le leggi di guerra, e non può essere giustificato con l'argomentazione che viene commesso in difesa di una giusta causa. Oggi si e` diffuso il terrorismo ispirato dall'ideologia islamista, che minaccia i valori democratici, la vita e la libertà delle persone in diversi Paesi. Questo non giustifica alcun pregiudizio nei confronti dei musulmani, che di questo terrorismo sono le vittime principali, e fra i quali si possono trovare alcuni dei suoi oppositori più coraggiosi. Ciononostante, come tutte le forme di terrorismo, questa e` una minaccia che deve essere combattuta, non scusata.

10.Un nuovo internazionalismo


Siamo in favore di una politica internazionalista e di una riforma della legislazione internazionale nell'interesse di una diffusione globale della democrazia e dello sviluppo. L'intervento umanitario, laddove necessario, non deve infrangere la sovranità nazionale quanto piuttosto inquadrarla nell'ambito delle necessità di vita in comune dei popoli di questo pianeta. Se uno Stato fa il minimo necessario per proteggere l'esistenza dei propri cittadini (non tortura o assassina la propria popolazione civile e ne soddisfa le esigenze basilari per la sopravvivenza), la sua sovranità nazionale va rispettata; se tuttavia questo Stato viola atrocemente tale diritto all'esistenza, esso rinuncia automaticamente ad ogni pretesa di sovranità su quella popolazione, e la comunità internazionale ha il preciso dovere di intervenire e soccorrere. Passata una data soglia di atrocità, abbiamo un basilare 'dovere di proteggere'.

11.Apertura


Respingiamo l'idea che non vi possa essere contrasto fra diverse parti della sinistra: abbiamo fatto tesoro della lezione disastrosa delle apologie per lo stalinismo ed il maoismo cosi come di esercizi intellettuali più recenti fatti nello stesso spirito (alcune delle reazioni ai crimini dell'11 Settembre, la ricerca di scuse e giustificazioni per i terroristi suicidi, le riprovevoli alleanze instaurate all'interno del movimento contro la guerra con fautori della teocrazia e dell'illiberalismo). Respingiamo alla stessa maniera l'idea che non vi possa essere un'apertura verso idee e individui a destra. Esponenti della sinistra che fanno causa comune con, o elaborano giustificazioni per, forze antidemocratiche dovrebbero essere criticati con forza e chiarezza. Allo stesso modo, dobbiamo prestare attenzione alle voci del pensiero liberale ed anche conservatore se queste contribuiscono al rafforzamento di norme e pratiche democratiche e alla lotta per il progresso umano.

12.Per la verità storica


Nel ricollegarci con le origini umaniste del movimento per il progresso umano, dobbiamo enfatizzare il dovere del rispetto che un vero democratico ha per la verità storica. Non sono solo i fascisti, i negazionisti dell'olocausto e i loro simili ad aver cercato di offuscare i fatti storici. Una delle tragedie della sinistra e` che la sua reputazione su questo punto e` stata gravemente compromessa dal movimento comunista internazionale, ed alcuni ancora non hanno imparato la lezione. Onestà politica e trasparenza sono obblighi primari per noi.

13.Per la libertà delle idee


Sosteniamo la libertà delle idee, pilastro del pensiero liberale. E` più necessario che mai che oggi, almeno entro le abituali restrizioni della diffamazione e dell'incitamento alla violenza, le persone siano libere di criticare le idee e le strutture ideologiche altrui. Questo include la libertà di criticare le religioni: specifiche religioni come la religione in generale. Il rispetto per gli altri non implica il dovere di osservare il silenzio sulle loro credenze quando non le si condivide.

14.Open Source


Come parte del libero scambio di idee, e allo scopo di incoraggiare imprese intellettuali comuni, sosteniamo lo sviluppo aperto di software ed altri prodotti della creatività umana, e ci opponiamo alla brevettabilità di geni, algoritmi e fenomeni e prodotti naturali. Ci opponiamo all'estensione retroattiva delle leggi sulla proprietà intellettuale a sostegno degli interessi finanziari delle grandi corporazioni detentrici della maggioranza dei copyright. La modella open source e` collettivo e competitivo, collaborativo e meritocratico. Non e` un'idea astratta ma una realtà provata che ha creato beni d'uso comune la cui utilità e robustezza hanno ampiamente superato la prova del tempo. Di più i concetti comuni su cui si basa il lavoro della comunità scientifica che ha dato origine al movimento Open Source hanno ben servito il progresso umano per secoli.

15.Un'eredita` preziosa


Respingiamo la paura della modernità, la paura della libertà l'irrazionalismo, la subordinazione delle donne; riaffermiamo le idee che sono state il grido di battaglia delle rivoluzioni democratiche del Diciottesimo Secolo: libertà uguaglianza e fratellanza; diritti umani; ricerca della felicità  Queste idee ed ispirazioni sono diventate eredita` di tutti noi grazie alle trasformazioni socialdemocratiche, egalitarie, femministe ed anticolonialiste del Diciannovesimo e Ventesimo Secolo - grazie alla ricerca della giustizia sociale, alla creazione dello Stato assistenziale, alla solidarieta` di uomini e donne, al concetto che nessuno dovrebbe essere escluso, nessuno lasciato indietro. Noi sosteniamo fino in fondo questi valori, ma non siamo dei fondamentalisti: sposiamo le idee e i valori della libera ricerca, del dialogo aperto e del dubbio creativo, riconosciamo la necessità di aver cura nell'emettere giudizi, e l'impossibilita` di applicare soluzioni semplici, o completamente soddisfacenti, alle complessità del mondo. Ci opponiamo senza mezzi termini ad ogni pretesa di avere in mano la verità indiscussa o indiscutibile.

C. Elaborazioni

Noi difendiamo le democrazie liberali e pluraliste contro tutti coloro che cercano di minimizzare le differenze fra queste e regimi tirannici o totalitari, ma ci rendiamo conto che queste democrazie hanno a loro volta le loro manchevolezze. La lotta per lo sviluppo di istituzioni più democratiche, per dare maggior potere o voce a chi oggi non ne ha, e` una parte permanente dei programmi della sinistra.

Le fondamenta sociali ed economiche su cui le democrazie liberali si sono sviluppate sono contraddistinte da profonde diseguaglianze di ricchezza e reddito e dalla sopravvivenza di privilegi immeritati. A loro volta, le diseguaglianze globali sono uno scandalo per la coscienza dell'umanità`. Milioni di persone vivono in assoluta povertà; ogni settimana decine di migliaia di persone - in particolare bambini - muoiono di malattie curabili; disparità economiche fra individui e fra nazioni comportano una distribuzione ineguale e arbitraria delle possibilità di vita e realizzazione personale.

Tutti questi fatti costituiscono un atto di accusa contro la comunità internazionale. A sinistra, coerentemente con le nostre tradizioni, lottiamo per la giustizia e per una possibilità dignitosa di vita per tutti; coerentemente con quelle stesse tradizioni, dobbiamo lottare contro le forze di una tirannia totalitaria che stanno nuovamente avanzando. Entrambe le battaglie devono essere combattute: non se ne può sacrificare una in favore dell'altra.

Noi respingiamo l'opinione che gli eventi dell'11 Settembre 2001 fossero un meritato contrappasso per gli Stati Uniti, o che fossero 'comprensibili' in nome di questa o quella legittima rimostranza contro la politica estera americana. Ciò che fu portato a termine quel giorno è né  più  né meno che una strage, motivata da un'inaccettabile ideologia fondamentalista e non giustificabile in alcuna maniera, un fatto che non può  e non deve essere mascherato in fraseologie evasive.

Gli estensori di questo documento hanno preso posizioni diverse sull'intervento in Iraq, alcuni a favore, alcuni contro. Riconosciamo che era possibile dissentire sulle giustificazioni per l'intervento, sulla maniera in cui e` stato eseguito, sulla pianificazione (o l'assenza di pianificazione) della fase di ricostruzione, e sulle prospettive per la creazione di un sistema democratico. Siamo tutti, comunque, concordi nell'identificare le caratteristiche reazionarie, protofasciste e criminali del regime baathista iracheno, e affermiamo che il suo rovesciamento e` stato una liberazione per il popolo iracheno. Siamo anche uniti nell'opinione che dal giorno della caduta di Saddam, la priorità per ogni liberale e appartenente alla sinistra avrebbe dovuto essere la battaglia per porre in essere in Iraq un sistema politico democratico e per favorire la ricostruzione delle infrastrutture, per creare, dopo decenni di oppressione brutale, una situazione quotidiana che chi vive nei Paesi occidentali da` per scontata, piuttosto che insistere all'infinito sull'opportunità` o meno di intervenire.

Questo ci pone in opposizione non solo a coloro che, a sinistra, si sono espressi apertamente in favore delle bande di delinquenti baathisti e di jihadisti che costituiscono la cosiddetta Resistenza irachena, ma anche a coloro che cercano in ogni modo di rendersi equidistanti fra queste forze e quelle che cercano di creare in Iraq le condizioni per l'evoluzione del processo democratico. Non vogliamo neanche essere associati con coloro che a parole si dicono in favore di questo processo democratico, ma dedicano la stragrande maggioranza del proprio tempo a criticare gli avversari politici domestici (responsabili, si suppone, di tutto ciò che non va in Iraq) ed osservano un rispettoso silenzio a proposito delle forze della 'resistenza' irachena. I molti oppositori, a sinistra, del cambio di regime in Iraq che si sono dimostrati incapaci di capire le considerazioni che hanno portato altri, sempre a sinistra, a sostenerlo, distribuendo anatemi e scomuniche e di recente esigendo scuse pubbliche e dichiarazioni di pentimento, tradiscono gli stessi valori democratici che dicono di sostenere.

Il vandalismo contro le sinagoghe e i cimiteri ebraici e gli attacchi agli ebrei sono in aumento in Europa. L'antisionismo si e' ormai sviluppato ad un punto tale che organizzazioni che dovrebbero appartenere alla sinistra non si fanno problemi ad invitare oratori apertamente antisemiti ed a stringere alleanze con organizzazioni apertamente antisemite. Fra persone istruite ed influenti e` possibile trovare chi sostiene che la guerra in Iraq e` stata combattuta in nome di interessi ebraici, o chi fa 'educate' e sottili allusioni all'effetto negativo dell'influenza ebraica sulle relazioni internazionali - osservazioni del tipo che per oltre 50 anni dopo l'Olocausto nessuno avrebbe potuto fare senza essere esposto al pubblico ludibrio. Noi ci opponiamo a tutte queste forme di bigottismo.

La violazione dei diritti umani fondamentali ad Abu Ghraib, a Guantanamo e nel corso delle pratiche di rendition deve essere recisamente condannata per quello che e`, la violazione e l'abbandono di quei principi universali per la cui creazione gli stessi Paesi occidentali, e in particolare gli USA, portano la maggior parte del merito. Ma noi respingiamo il doppio standard con cui molti oggi a sinistra identificano quelle commesse dalle democrazie occidentali come le peggiori violazioni dei diritti umani, mentre mantengono il silenzio, o protestano in sordina, contro violazioni ben peggiori commesse altrove. Questa tendenza ha raggiunto un punto tale che un portavoce ufficiale per Amnesty International, un'organizzazione che merita e riceve enorme rispetto a livello mondiale per i decenni di lavoro svolto in difesa dei diritti umani, può  fare pubblicamente un paragone fra Guantanamo e i gulag, può affermare che le misure legislative prese dagli USA e dalle altre democrazie liberali nel corso della guerra al terrorismo costituiscono un'aggressione ai diritti umani peggiore di qualsiasi cosa si sia vista negli ultimi 50 anni, e può  essere difeso in queste affermazioni da voci della sinistra liberale.

D. Conclusione

E` vitale per il futuro della politica progressista che chi condivide posizioni liberali, egalitarie ed internazionaliste si faccia sentire. Dobbiamo definire noi stessi in contrapposizione a coloro per cui l'intero programma progressista e democratico e` stato subordinato e totalmente uniformato ad un semplicistico 'anti-imperialismo' e/o all'ostilità` verso l'attuale amministrazione USA. I valori e gli obiettivi che dovrebbero far parte di quel programma - i valori della democrazia, dei diritti umani, la lotta contro il privilegio ed il potere senza responsabilità, la solidarietà con chi combatte tirannia e oppressione - sono ciò che per lungo tempo ha definito l'unica sinistra a cui valesse la pena di appartenere.

postato da: AMALTEO alle ore gennaio 21, 2009 14:36 | link | commenti
categorie: pensare polis
domenica, 18 gennaio 2009

Primo Levi, Se questo è un uomo

Primo Levi
Se questo è un uomo

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per un pezzo di pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d'inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.



postato da: AMALTEO alle ore gennaio 18, 2009 12:39 | link | commenti (18)
categorie: leggere
sabato, 17 gennaio 2009

Toni Capuozzo, Ultima lettera dalla collina

Solo uno sguardo empatico  (guardare negli occhi e non opinionare per darsi identità) poteva cogliere un punto di vista differente, fuori dalle contrapposizioni da stadio:

"Se uno sta male a investire un gabbiano, cosa gli succede se uccide un innocente ? Mi sono sempre chiesto in questi giorni, quale sforzo debbano fare non i guerrieri di Hamas, che coltivano la morte, ma i soldati di Tsahal, che vogliono vivere."


L'altra sera tornavamo, stanchi, dalla collina verso l'albergo di Ashqelon. Lavoro finito, e il silenzio, tra me e Garo, di chi deve decidere se ha più fame o sonno. A un tratto ho visto in mezzo alla strada una macchia bianca. Non andavamo veloci, perchè Garo, il mio operatore armeno non guida veloce, e l'auto è grossa e pesante, carica di attrezzature. Ma non c'è stato il tempo di pensare, solo di registrare, velocemente, che la macchia era un gabbiano, e all'ultimo momento che era un gabbiano vivo, immobile. Troppo tardi per sterzare, il tempo di un'imprecazione, e gli siamo passati sopra.
Era chiaro che Garo stava ancora peggio di me. Per tutta la strada non ha fatto altro che parlare di questo . Mi ha raccontatto di quella volta che stava girando delle immagini in campagna, un contadino seguito da un asinello e a un tratto l'asinello aveva dato una scarto e aveva attraversato la strada proprio mentre passava un'auto. Era stato urtato malamente, e aveva arrancato di nuovo, ragliando di dolore, sul sentiero, lontano dall'asfalto. Il contadino non si era neppure girato a guardarlo. “Credo temesse che quello dell'auto tornasse indietro, a chiedergli i danni”, mi ha detto Garo, e così faceva finta che l'asinello non lo riguardasse. Garo era andato a dormire soffrendo all'idea di quell'asinello senza veterinario, senza parole, senza medicine, senza lo sguardo del padrone.
Gli ho raccontato di quella volta che a Ostia ho trovato un gabbiano con un filo da pesca che gli penzolava dal becco, e di come lo portai in una clinica veterinaria, dove non sapevano cosa fare, perchè al massimo avevano esperienza di pappagallini. Gli avevano fatto un'iniezione per alimentarlo – era indebolito da un digiuno lungo e forzato- e il mattino dopo ero tornato a prenderlo e in una scatola di cartone lo avevo portato alla Lipu. Poi avevo telefonato per sapere qualcosa, e mi avevano risposto che dalla radiografia risultava che l'amo era incagliato nello stomaco, in profondità, e che l'unica speranza era che lo espellesse da solo. Non ho più telefonato, ho raccontato a Garo, per nona vere brutte notizie e perchè nonostante tutto nona evo fatto a tempo ad affezionarmi al gabbiano, che continuava a sfondare il coperchio della scatola di cartone con il suo becco temibile, e facevo fatica a guidare con una mano sola. “Era un gabbiano senza nome, Garo, e i gabbiani sono una specie forte e colonizzatrice, popolano campi e discariche, ormai”. Non credo che quei racconti servissero a molto, e in silenzio abbiamo deciso di aver più sonno che fame.
Se uno sta male a investire un gabbiano, cosa gli succede se uccide un innocente ? Mi sono sempre chiesto in questi giorni, quale sforzo debbano fare non i guerrieri di Hamas, che coltivano la morte, ma i soldati di Tsahal, che vogliono vivere.
Ed è per questo che spero finisca presto, anche. Perchè se uno moltiplica le vittime civili, e i loro parenti sopravvissuti, e i feriti e le ferite che si porteranno dentro, e i loro parenti, e quelli che sopravviveranno ma non dimenticheranno quello che hanno visto, c'è da aver paura. E se uno pensa a chi ha ucciso per sbaglio, fosse pure per evitare di venire ucciso, o per spezzare l'incubo dei missili sulla testa della tua gente, è facile capire che le cicatrici lasceranno un segno. Non l'abitudine, non l'indurimento, questo non lo credo. Ma un segno lo lasceranno, e non è un bel segno. Per questo spero che si passi presto a combattere, visto che non c'è il cessate il fuoco, con le armi corte, e perfino con i coltelli, se serve. A tu per tu, nel modo intimo che l'odio e la vendetta meritano, guardandosi negli occhi. Perchè guai per Israele, se accettasse che ci sono prezzi che si possono pagare, che bisogna rassegnarsi a pagare. E guai se non ci si fermasse sulla soglia di tanti cuori palestinesi, se non gli si desse modo di pensare, di ripensare, di ribellarsi alla follia di Hamas, se non ci fosse, rapida , la capacità di azzerare la minaccia e tirarsi fuori e lasciare Gaza davanti al suo specchio infranto, a regolare i conti con se stessa.
Cercando un pertugio, uno spioncino nella rete, il giorno dopo, in una stradina di campagna in vista di Rafah, mi sono imbattuto in una storia che avrebbe fatto felice un buonista, ma nell'auto c'eravamo solo io e Garo. Un furgoncino ci ha affiancati, e dal finestrino un ragazzo ci ha chiesto, in israeliano, se davvero eravamo della televisione. Riconoscendo l'accento, Garo gli ha risposto in arabo. E l'altro ha detto che voleva mostrarci come lui e i suoi amici vivessero in pace con gli israeliani, lì vicino. L'abbiamo seguito, attraverso i campi di un'azienda agricola enorme, distese di pomodori a perdita d'occhio, e dopo le nuvole di fumo sopra Rafah. Ci ha portati in un cortile vasto, ai bordi di un capannone dove i rumori degli attrezzi dei meccanici spezzavano la nenia di una radio che diffondeva una preghiera islamica. Erano una ventina di operai, arabi e israeliani. Tutti amici, e non solo davanti alla telecamera capitata lì per caso. Il ragazzo che ci aveva portato ha la madre di Gaza, e uno zio che vive ancora lì, grazie a Dio ancora indenne, ha aggiunto. Gli abbiamo chiesto dei Qassam, delle vittime civili, di Hamas. Avevano risposte laconiche e uguali, gli uni e gli altri. “Sì, ne parliamo tra di noi, e pensiamo che questa storia fa male a tutti”, ha detto un israeliano. Il ragazzo arabo, che ha continuato a essere il più esuberante di tutti è arrivato a dire che Hamas non è araba, in un'affermazione di orgoglio, ma non risparmiava le critiche a Israele: “Vuole uccidere Hamas ? Ha ragione , fa bene. Però non deve pensare che siamo tutti di Hamas, non deve uccidere gli altri”. Non era quei dibattiti formali, con convenevoli e liti già scritte. Erano operai che facevano rimpiangere la lotta di classe, al tempo delle guerre di religione.
Quando siamo tornati verso la strada asfaltata, avevamo la sensazione di esserci imbattuti in un'oasi rustica. “Mi sembra una Nevè Shalom operaia”, ho detto io, ricordando quel villaggio dove ebrei, musulmani, cristiani vivono insieme, e che non ho mai visitato. “Quelli sono hippie che hanno l'età nostra”, ha detto Garo. “Sai cosa dice mio figlio giovane ? Che tutti i pazzi di tutte le religioni vanno ad abitare lì”. “Bè, sono pazzi ma almeno non fanno la guerra”.
“Toni – mi ha detto Garo- uno come te non ci resterebbe neanche un giorno, lì. Sai perchè ? Perchè non hai la coda di cavallo, sei poco credibile come vecchio pacifista”. Abbiamo riso, anche per mascherare l'imbarazzo di quell'oasi operaia così difficilmente catalogabile, vicino ai rumori della guerra. “Ma ci sarà gente così anche a Gaza, no ?”. “Sì ma non li intervistano, o se li intervistano dicono altre cose. Poi, sotto le bombe è difficile andare per il sottile”. Insomma, abbiamo lasciato quell'angolo di campagna come fuori dal mondo, anche se i cappelli di paglia coloratissimi di un gruppo di donne che raccoglievano i pomodori ci ha fatto rallentare, e abbiamo chiesto da dove venissero. Thailandesi, ci ha risposto il caposquadra. Non è neanche questione di proletariato, allora, perchè i proletari lì, non erano più né gli israeliani né gli arabi.
Siamo stati zitti, anche quando abbiamo incrociato una lunga fila di motociclisti con i giubbotti di cuoio, i chopper, e le bandiere israeliane al vento. “Garo, sotto i caschi hanno le code di cavallo pure quelli”, ho detto io. “E anche tu, se non avessi i capelli ricci, potresti fartela, la coda, forse siamo un po' fuori dal tempo”. Garo è stato zitto, ma capivo che stava pensando come dirmi qualcosa. Era di nuovo buio quando me l'ha detto: “Stanotte ho sognato il gabbiano. E' venuto a dirmi che era colpa sua, così fermo in mezzo alla strada, che io non avevo colpa”. “Sai – gli ho risposto- non mi era mai capitato di vedere un gabbiano così, fermo sull'asfalto. Corvi, magari, a cercare qualche resto di ricci, sì. Ma gabbiani mai. Forse era intontito dalle esplosioni”. Abbiamo rallentato, prima del punto dell'investimento. Non c'erano tracce. “Garo, forse è sopravvissuto”. “No, te l'ho detto che l'ho sognato. Quel che restava, se lo sono portato via le volpi”.


in: http://www.facebook.com/profile.php?id=550220979&ref=profile#/note.php?note_id=45570621309&id=1150592420&index=0
martedì, 13 gennaio 2009

Amos Oz su: ebrei, la lingua, le lingue, la terra, lo stato di Israele

Il tempo non sembra passare in quel lembo di terra: ... 1948 ... 1956... ... 1967 ... 1973 ... 1987... 1993 ... 2000 ... 2005 ... 2008

"i miei genitori non volevano che imparassi le lingue europee affinchè non fossi attratto dal fascino fatale dell'Europa, che avrebbe voluto dire la morte"

"la piccola casa in cui viviamo deve essere divisa in due appartamenti in cui devono stabilirsi entrambi
... famiglie ... famiglie infelici ..."

Il Mart, Museo di Arte Moderna e contemporanea di Trento e Rovereto

L’architetto Mario Botta vive a mezz’ora da Como, in Svizzera. Oggi pomeriggio, in libreria, mi dicevano che è molto simpatico e gradevole nell’incontro. Costui ha avuto la competenza e la fortuna di realizzare costrutti urbani di grande valore:

Ne parlo perché è lui, assieme a Giulio Andreolli, il progettista del

Museo d’arte moderna e contemporanea Mart di Trento e Rovereto ,

dove si tiene la

Mostra Il secolo del Jazz, curata da Daniel Soutif, che abbiamo visitato il 2 gennaio a Rovereto.


Già il fatto che nel mezzo di una valle, lontano dai grandi flussi di traffico e in una piccola cittadina di provincia, sia stato realizzato un museo di tale bellezza e capacità culturale la dice lunga sulle attitudini della classe dirigente locale di quel territorio. Ricordo, infatti, che furono politici locali di estrazione democristiana a realizzare negli anni ’60 la facoltà di sociologia, a Trento. Ed ora Rovereto è sede di una Facoltà di scienze cognitive. Mica male in tema di “fare cose grandi in luoghi piccoli” !


Per arrivare al Mart, dalla stazione ferroviaria 

 


si percorre corso Carlo Rosmini (latinista e storico della prima metà dell’Ottocento che nacque qui)



fino ad arrivare all’omonima piazza, da dove si svolta a sinistra per imboccare corso Bettini

 

 

Una abilità progettuale di Mario Botta è la sua capacità di stabilire un equilibrio formale fra la nuova costruzione ed il vecchio contesto urbano. Lo si può osservare anche in questa realizzazione (nuova Sede della Banca Nazionale di Grecia):

 

 

La costruzione del Mart è arretrata rispetto alle vecchie case che si affacciano sulla via

 

 

L’effetto integrativo delle due tipologie edilizie è ottenuto con quel corridoio che passa fra gli edifici di prima fila


 

 


Indubbiamente l’effetto visivo più affascinante è la grande cupola in acciaio e plexiglas cui manca uno spicchio:

 




In genere siamo abituati a meravigliarci davanti alle grandi opere del passato: chiese gotiche, edifici neoclassici, strutture rinascimentali, tanto che sembra impossibile che nella modernità si possano ripetere simili meraviglie. In questo caso, invece, il Mart di Mario Botta e Andreolli,riesce a reiterare lo stupore che si prova guardando verso l’alto con mezzi e culture architettoniche del tutto moderni:

 

 

Un’altra peculiarità di forte impatto è l’uso dei lastroni di pietra gialla di Vicenza, tradizionalmente usata da Andrea Palladio che rivestono il muro tondeggiante dell’area circolare antistante:

 


 

Una porta girevole automatica consente l’accesso al museo, che si struttura su quattro livelli: il sotterraneo, pianterreno e altri due piani






 

I due piani adibiti alle esposizioni sono fra loro collegate una scala a pianerottoli principale e, inoltre, da due originali scale circolari che si prestano a diventare spazi per raccogliere frasi, scritti  e graffiti. Dalle feritoie è possibile rimirare la cupola.

 





 




 

 

La mostra è situata al secondo piano

 





  •  Fotografie di Luciana
postato da: AMALTEO alle ore gennaio 13, 2009 00:11 | link | commenti (10)
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lunedì, 12 gennaio 2009

MARK STRAND IN ITALIA


Giovedì 15 gennaio alle 19.30
presso l'Auditorium
della St. Stephen's Cultural Center Foundation a Roma
(Via Aventina, 3)

il grande poeta americano
Mark Strand
legge le sue poesie

postato da: AMALTEO alle ore gennaio 12, 2009 16:29 | link | commenti
categorie: mark strand
domenica, 11 gennaio 2009

Per il diritto alla esistenza di Israele

 Dove cresce l'uovo del serpente antisemita  di Antonio Polito

Sono piccoli segnali, per carità. E per lo più vengono dai soliti noti. Un sindacatino rosso che vuol boicottare i negozi ebrei. Un filosofo rosso (Vattimo) che si limiterebbe a «procurarsi missili più efficaci dei Qassam e a portarli laggiù» per aiutare Hamas. Qualche fascio che mette nottetempo un minaccioso striscione contro il presidente della comunità ebraica romana. Perfino un giornale come il Manifesto che rimprovera al Corriere della sera di essere «beghino e bigotto» per la linea dei suoi editorialisti sulla guerra di Gaza, ipotizza una cospirazione del direttore che impedisce loro di esprimersi liberamente, e considera un'evidente e arrogante manifestazione del potere della lobby ebraica il semplice fatto che l'ambasciatore di Israele sia ammesso nella sede di quel giornale per tenere un forum (sebbene «non per la pubblicazione, ma a uso interno»). Forum inutile, sentenzia il Manifesto, perché «l'ambasciatore sembrava un pappagallo con le sue risposte più banali e scontate a qualsiasi domanda».
Episodi diversi l'uno dall'altro, e di ben diversa gravità, figuriamoci. Ma tutti originati da un unico pregiudizio storico: il peccato originale di Israele. La colpa in fin dei conti è sempre sua, perché Israele non è uno stato come un altro, ma uno stato che non esisteva e che si è radicato con la forza e la sopraffazione in una terra che era di altri.
L'ignoranza che questo assunto denuncia è abissale, o voluta. Il mondo è pieno di stati che sessant'anni fa non esistevano. Se è per questo, nemmeno la Palestina esisteva sessant'anni fa. Nemmeno come idea. È nata dopo, la causa palestinese; e spesso per affermarsi ha dovuto battersi innanzitutto con gli stati arabi, che rifiutarono la partizione del '48.
Tutte queste posizioni negano la legittimità dell'atto di fondazione stesso di Israele, la sua giustificazione morale, la sua opportunità storica. Ed è per questo che spesso finiscono per prendersela con gli ebrei. Perché se Israele esiste è perché esistono gli ebrei sparsi in tutto il mondo, che invece di restarsene dove le onde della storia e della diaspora li avevano portati, hanno voluto farsi nazione in Israele.
È per questo che bisogna essere «per Israele». Ed è per questo che il nostro giornale aderisce alla manifestazione «Per Israele e per la pace» che si tiene oggi a Roma. Essere «per Israele» vuol dire accettare la legittimità dell'esistenza di uno stato che è nato sulla base di una risoluzione dell'Onu, che ha dovuto difendersi molte volte dalle aggressioni dei suoi vicini che negavano e spesso negano ancora quell'esistenza, e che da tempo riconosce da parte sua il corollario necessario del suo diritto ad esistere: e cioè il diritto ad esistere, al suo fianco, di uno stato palestinese, che dia finalmente una patria a un popolo che non l'ha mai avuta.
Questi sono princìpi, che l'Occidente e l'Europa ritengono non negoziabili. Tutto il resto è politica. E allora si può decidere, di volta in volta, se si è oppure no «con Israele», come si intitola un'altra manifestazione che si terrà mercoledì davanti a Montecitorio, su iniziativa dell'associazione parlamentare di amicizia Italia-Israele. Se cioè si ritiene, di volta in volta, che le azioni dello stato di Israele siano oppure no in grado di assicurare e di accelerare quel duplice obiettivo di pace: due popoli, due stati. Nel conflitto in corso a Gaza, non è difficile rispondere al quesito: chi dei due contendenti vuole assicurare e accelerare quell'esito? Hamas, che ha nel suo Statuto l'obiettivo della distruzione di Israele? O Israele, che con l'Autorità nazionale palestinese ha già firmato accordi per la nascita di uno stato palestinese?
Queste cose bisogna tenerle ben in mente. Perché se non lo si fa, si apre sempre e di nuovo una crepa nella quale l'uovo del serpente antisemita può impiantarsi. Non dite che è una cosa da anni '30, che l'orrore non può ripetersi, che si può abbassare finalmente la guardia. Pochi anni prima che nascesse l'antisemitismo più feroce, quello che in Germania arrivò fino all'Olocausto, il livello di integrazione degli ebrei nella società tedesca era totale. Il numero dei matrimoni misti era poco meno della metà dei matrimoni totali degli ebrei. L'yiddish, la lingua della diaspora, era un dialetto tedesco. Gli ebrei dicevano di se stessi: «Ci saremmo messi a ridere se ci avessero detto che non eravamo tedeschi». Eppure.
Ogni guerra che coinvolge Israele è un'occasione ghiotta per l'antisemitismo. Anche chi non sta «con Israele», ha dunque il dovere di vigilare innanzitutto su se stesso, per imparare ad essere «per Israele».

postato da: AMALTEO alle ore gennaio 11, 2009 11:29 | link | commenti (10)
categorie: pensare storia contemporanea, pensare polis