
| PAROLA E MISTERO immagini dell'uomo nelle interpretazioni di Carlo Rivolta |
|
Locandina:
La serata è un grande omaggio e ringraziamento a Carlo Rivolta, attore e regista che ha avuto una parte rilevante nella storia dell’intera Rassegna sia per la proposta di testi biblici che per l’interpretazione. Lo spettacolo di questa sera
“La notte è chiara”
riprende parole, canzoni e musica che l’hanno visto interprete in lavori come Giobbe, Qohelet, Salmi,Cantico dei Cantici e Apologia di Socrate, Fedone, Critone. Il testo è stato selezionato dalla moglie Nuvola De Capua che,in armonia con Marzia Bonfanti, ha curato pure la regia. La lettura scenica è di Davide Grioni, allievo di Rivolta, mentre la parte di vocalist è sostenuta da Elena Festini. Il tutto sarà accompagnato da un’orchestra diretta da Alessandro Lupo Pasini. Con questo lavoro, che riprende nel titolo parole di Socrate e Galileo, si celebra il passaggio da questa vita che attraversiamo all’altra che non conosciamo, in un contesto di speranza e di fiducia che qualcosa di noi continui a vivere … di là. A questa serena conclusione si arriva attaraverso una vita fatta di ricerca, dubbio creativo, pensiero e soprattutto amore. Lo spettacolo avrà inizio alle ore 21 nella Chiesa dello Sciarè, in via Carlo Cattaneo Chiesa che l’ha visto interprete pochi giorni prima del trapasso, di un “Cantico dei Cantici” memorabile, e con un pubblico da grandi occasioni che gremiva
|














copertina di Peppo Spagnoli
... il disco del Jazz italiano, vive la sua stagione d’oro tra gli anni ’70 e gli inizi dei ’90, grazie soprattutto all’impegno ed alla passione di alcuni “piccoli” produttori indipendenti ...

... Vedete dunque come la vecchiaia, lungi dall'essere fiacca e inerte, sia invece attiva e sempre impegnata a fare e meditare qualcosa, in relazione, s'intende, alle attitudini che ciascuno aveva negli anni precedenti ...





CONCERT DE SOUTIEN À L’AUCCAM au bénéfice de L'Association des Usagers du Centre Culturel André Malraux
"Les Instants Chavirés vous invitent à venir soutenir le Centre Culturel André Malraux (Vandoeuvre Les Nancy) en assistant à cette soirée de concerts rassemblant des musiciens proches de l’action artistique du CCAM.
Au delà du soutien financier nécessaire, 90 000 € à trouver. Il s’agit avant tout de manifester notre solidarité envers une structure qui a su au cours de ses 25 ans d’activité donner une visibilité très forte aux musiques expérimentales et aux multiples formes de la création artistique.Il est à noter et cela à son importance, qu’à ce jour le CCAM est la seule scène nationale en France à accompagner, diffuser des musiques qui pour une grande majorité d’entre elles n’ont pas ou peu accès à un tel niveau de reconnaissance institutionnelle.Il s’agit également de rappeler à nos élus de la république que la légitimité des urnes ne les absous pas de faire preuve de clairvoyance, de mesure et de retenue.
dès 19h (aux Instants Chavirés de Montreuil) :
-Pascal BATTUS-Bertrand DENZLER-Xavier CHARLES-eRikm-Martine ALTENBURGER-Ninh Lê QUAN-Bertrand GAUGUET-Michel DONEDA-Sophie AGNEL-Thierry MADIOT-Hervé BIROLINI-Jean-François PAUVROS -Dominique PETITGAND-Dominique RÉPÉCAUD / Bruno FLEURENCE / Daunik LAZRO / Heidi BROUZENG-Jérôme GAME / Didier ASCHOUR / Jean-Christophe CAMPS / Carole RIEUSSEC"
-
Pateras/Baxter/Brown : Anthony PATERAS (piano), Sean BAXTER (percussions), David BROWN (guitare)
The Necks : Chris ABRAHAMS (piano), Llyoyd SWANTON (contrebasse), Tony BUCK (batterie
+ Big Band : Pateras/Baxter/Brown + The Necks
jeudi 23 octobre, au Carré Bleu, 20h30 - Poitiers
jeudi 30 octobre, aux Instants Chavirés, 21h - Montreuil
I Necks sono un complesso strumentale australiano, formato da tre esperti session-men: Chris Abrahams (pianoforte), Tony Buck (batteria) e Lloyd Swanton (basso). Abrahams ha anche pubblicato tre album per pianoforte solo, e ha suonato con importanti esponenti dell’avant-jazz, come John Zorn, Tom Cora, Phil Minton, Peter Brotzmann, Hans Reichel, Han Bennink, Shelley Hirsch, Wayne Horvitz. Lloyd Swanton è anche il leader dei Catholics, un ensemble jazz più tradizionale, che ha pubblicato quattro album, a partire da The Catholics eSimple.
Gli album dei Necks contengono jam estese edipnotiche, basate su semplici linee melodiche, portate avanti attraverso groove sincopati. La ripetizione insistente di elementi armonici strizza l’occhio al minimalismo, mentre l’interplay fluidoed atmosferico richiama il jazz-rock.
Il trio dimostrò per la prima volta il suo valore sulla composizione di 56 minuti che riempie l’album Sex (Fish Of The Milk, 1989 – Private Music, 1995). Il ritmo sommesso ed il tempo leggermente sincopato creano una trama delicata per gli intermezzi pianistici neoclassici e per i lamenti sensuali della tromba. Le note del piano scendono come una cascata, sfociando in un flusso ipnotico di toni casuali. Ma poi la musica comincia ad alterarsi, e fanno la loro comparsa dissonanze e toni striduli. Il modo in cui Abrahams accarezza il piano è unico: astratto, esotico, romantico.
Next (june 1990 - Fish Of Milk, 1990) contiene sei tracce che si avventurano per strade differenti.
Aquatic (Fish Of Milk, 1994 - Carpet Bomb, 1999) include Stevie Wishart all’organetto e introduce un sapore etnico. Se con Nextavevano provato a scindere la loro arte in sei direzioni differenti, Aquatic serve lo stesso intento ma in un continuum invece che in pezzi diversi.
Per ottenere il loro “sound” distintivo, i Necks ritornarono al formato originario. Il doppio cdSilent Night (september 1995 - Fish Of Milk, 1996) conteneva solo due meditazioni, Black, animata da una frase campionata, e specialmente il lento, fragile, colloquiale dialogo di White.
Piano Bass Drums (Fish Of Milk, 1998- ReR, 2004) era una registrazione live.
The Boys (Fish Of Milk, 1998 - ReR, 2004) è una colonna sonora per un film. Ha il difetto di essere un lavoro frammentario, non certo il loro formato prediletto.
Hanging Gardens (Fish Of Milk, 1999 - ReR, 2001) è una composizione di 60 minuti che riassume la loro tecnica minimalistica. Un pattern di hi-hat alquanto frenetico e delle linee di basso inquietanti circondano e puntellano affascinanti rumori di tastiere. L’atmosfera è enigmatica se non gotica. La musica diventa più inquietante, disturbata, più spaventosa e più psichedelica. Intorno ai dieci minuti il piano, ripetendo un pattern di cinque note, crea un atmosfera di tensione, simile all’ End of the Game di Peter Green. Il playing comincia a rivelare le sue radici jazzistiche, e giunti ai venti minuti, il pattern di cinque note ricompare all’ottava più alta e la jamsi infuoca. Quando termina, subentra un momento contrappuntistico abbastanza astratto. Ai quaranta minuti la musica riacquista ancora energia. Una parte in stile Nice o Colosseum, guidata da un organo aggressivo, fa clamorosamente irruzione, portando alla fine nuovamente al pattern di piano in cinque note, questa volta però in una atmosfera decisamente clasutrofobica.
Il jazz-rock minimalista e di atmosfera dei Necks raggiunge lo zenit con Aether (Fish Of Milk, 2001 - ReR, 2002), dove un semplice accordo è ripetuto come un mantra per provocare vibrazioni simpatiche dagli altri strumenti, come per evocare una per una tutte le tinte di un unico colore fondamentale. Alla fine si giunge al nirvana, nella forma di un mantra cosmico che porta la musica in un crescendo estatico di contrappunto. E’ probabilmente il loro lavoro più etereo.
Athenaeum (Fish of Milk, 2003) è un live in 4-CD.
Photosynthetic (Long Arms, 2003) è registrato dal vivo a Mosca nel 2002.
Fino ad allora il trio aveva suonato insieme, soltanto un paio di volte all’anno (in giro per il mondo).
Drive By (ReR, 2003), è un altro pezzo da camera lungo un’ora, che si sviluppa lentamente. Si basa tanto sulla ripetizione (minimalismo) quanto sulla improvvisazione (jazz) per la sua atmosfera sognante e le sue dinamiche fluenti. SeHanging Gardens era agitato e virulento, edAether era una beatitudine pura e sussurrata, si può dire che Drive By rappresenti il punto di incontro perfetto di Miles Davis, Terry Riley e Brian Eno. Con un senso del groove più marcato dei suoi predecessori (ed un tocco di poliritmia Africana), l’amalgama della batteria tribale di Tony Buck, delle linee di basso martellanti di Lloyd Swanton e delle tentennanti meditazioni per pianoforte di Chris Abrahams, è un classico di conversazione casuale: suona quasi come la controparte del sesto album dei Soft Machine, che, partendo da premesse analoghe, si evolveva in strutture più geometriche e austere. Le protagoniste assolute sono le tastiere: producono tutte le variazioni presenti nella lunga traccia, con occasionali momenti di Spannung. Come alsolito, il significato è enigmatico come una brezza estiva. A metà traccia (siamo a 27 minuti), si sentono bambini giocare in sottofondo, ed i timbri delicati del piano sembrano ingaggiare una specie di contrappunto (con in cima il lamento di un organo distorto); a 48 minuti la musica è invasa da un rumoroso ronzio, come uno sciame di api, e ancora rumori di altri animali, mentre il tempo diventa più sincopato, finché la musica si dissolve e rimangono soltanto uccellini cinguettanti.
Il solo difetto, se paragonato ai lavori precedenti, è che in qualche modo le trame non comunicano lo stesso senso di “alienazione”, di “appartenenza ad un altro mondo”. In un certo senso, è troppo ovvio per lo spettatore essere ipnotizzato dal movimento di un orologio.
Il doppio Mosquito/ See Through (ReR, 2005) contiene due ipnotici flussi di coscienza.Mosquito si apre con suoni sconnessi di percussioni. Una nota testarda di piano è accompagnata per un minuto da un ritmo leggero (per la prima volta dopo 14 minuti, poi poche altre volte). Questo è tutto il movimento presente nella prima parte. Nella seconda parte la batteria è più prominente, ma la nota di piano è ancora ipnoticamente (ma non meccanicamente) ripetutaed il centro dell’azione rimangono le percussioni.
See Through, uno dei loro picchi tecnici, si apre con frasi di pianoforte dolci, sussurrate, di sapore jazzistico, sospese sull’oscillante scampanellio dei piatti. Per sette minuti, suona come una jam tra Pharoah Sanders e l’Art Ensemble of Chicago. E’ una danza lenta tra un piano sensuale e dei piatti inquietanti. Le frasi di piano non fanno in tempo a rallentare, che già riaccelerano, non appena si rilassano giàridiventano martellanti. Chris Abrahams è un maestro nel rompere la tensione immediatamente prima che acquisti la minima sfumatura drammatica. Le sue note fluttuano senza peso nell’aria, incontrando raramente un ostacolo o una deviazione. Le sue fughe sono sgargianti quanto ermetici sono i suoi silenzi. See Throughè il suo personale biglietto da visita. Dopo circa50 minuti di toni in cascata e pause improvvise, il piano è finalmente raggiunto dalla batteria (e non solo dai piatti) e gli ultimi dieci minuti sono un crescendo di batterismo sfrenato.
Chemist (ReR, 2006) fu inusuale per i Necks perché conteneva tre tracce di media lunghezza invece del solito monolito di un’ora. Un ritmo solido, accordi per basso riecheggianti, piccole dissonanze, tastiere ipnotiche costruiscono l’atmosfera misteriosa, quasi da raga, di Fatal, reminiscente dei primi Pink Floyd e del jazz rock di Miles Davis (e del suo discepolo sottovalutato, Peter Green). La progressione del playing rispecchia la reazione febbricitante aduna visione estatica, attraverso un piano a’
L’album live Townsville (february 2007 - ReR, 2007) rappresenta al meglio il loro metodo di lavoro. La linea di basso è adoperata per costruire su di essa l’improvvisazione. Gli altri strumenti costruiscono suoni attorno a questa linea, soprattutto il piano, con delle meditazioni a cascata che passano da atmosfere new age a violente scorribande free-jazz. I piatti suonano più come pioggerella che come un pattern ritmico. Mentre il tempo porta pian piano una struttura ed un’enfasi alla loro musica, non c’è dubbio che questa rimanga in un permanente stato di sospensione.
in: http://www.scaruffi.com/vol6/necks.html

















|
Per Adriano Sofri è intollerabile che Mario calabresi venga invitato a parlare ad un convegno internazionale sul terrorismo.
Non ha voluto né potuto pensare al terrorismo. Non ha mai fatto i conti fino in fondo.» Sulla possibilità che si possa voltare pagina senza farsi carico delle vittime è nettissima: «In Italia si è fatta strada un'illusione, che corrisponde alla fantasia dei terroristi, che si possa superare quello che hanno fatto come se nulla fosse successo. Ma non può essere così. Pagata la pena si è liberi, ma non sono finite le responsabilità: questa idea non corrisponde alla realtà. E non è questione di volontà buona o cattiva, è solo una questione di realtà, perché gli effetti dei loro gesti si vedono ancora. Si vedono sulle persone che sono sopravvissute e si sentono ogni giorno nella mancanza delle persone che loro hanno ucciso. Il terrorismo non sarà mai finito finché sarà in vita mio figlio che ne porta i segni. Carol Bebee Tarantelli ARRIGO LEVI, in La Stampa del 13 Settembre 2008: |
|
Gli ex terroristi, e i loro sostenitori o simpatizzanti degli anni di piombo, non si stancano di rivendicare con misurato orgoglio quello che allora pensavano e facevano. Lo fanno sull’onda di una dilagante moda revisionista, che sembra essersi impadronita di un’Italia malmostosa, insoddisfatta di quello che è. Siamo un Paese democratico, creativo come lo è stato in tutta la sua storia, fra i più ricchi al mondo, che è stato e rimane uno dei pilastri di quell’Europa unita che è la più vasta area di pace fra le nazioni che oggi esista. Dovremmo compiacerci di un mezzo secolo di progresso civile e materiale. Invece è di moda rivendicare le presunte ragioni di tutti coloro - a partire dallo squadrismo e dalla dittatura fascista, fino alle Brigate Rosse - che cercarono con la violenza di costruire l’opposto esatto di quello che siamo. E’ come se la storia d’Italia e d’Europa fosse una tela bianca, sulla quale ognuno può ridisegnare una sua storia di fantasia, nella quale, ovviamente, il suo personale passato viene adeguatamente elogiato. Si può essere intelligenti e colti, come è un Adriano Sofri. Ma quello che rode dentro non dà pace. Accade così che lo stesso Sofri, articolista stimato di un grande giornale, trovi intollerabile che ci sia stato un incontro, organizzato dall’Onu, per celebrare le vittime del terrorismo, con partecipanti venuti da ogni parte del mondo; e che fra questi ci sia stato anche Mario Calabresi, figlio del Commissario Calabresi, assassinato a Milano da un commando di tre militanti di Lotta Continua. Per questo omicidio Sofri è stato condannato come mandante. Ha sempre negato di esserlo stato. Ma allora, perché rivendicare ancora oggi le ragioni degli assassini? Ha spiegato Sofri che, anche se allora «non c’era una guerra, molti di noi erano in guerra con qualcuno». Con chi erano in guerra? E in guerra per costruire che tipo di Paese? Noi non lo abbiamo dimenticato. Erano dichiaratamente in guerra contro lo Stato, contro quello che Carlo Casalegno definiva «il nostro Stato», lo Stato democratico costruito grazie all’antifascismo e alla Resistenza. E che società volevano costruire? Nella loro felice ignoranza della storia europea, giudicando come un tradimento degli ideali rivoluzionari anche il «comunismo diverso» di Togliatti, Longo e Berlinguer, chi altro avevano in mente come modello, se non Lenin, il colpo di Stato dell’Ottobre e il terrore leninista, con tutto quello che seguì? Per Sofri, l’assassinio di Calabresi non fu un atto di terrorismo contro chi difendeva, con gli strumenti delle leggi ordinarie, gli ordinamenti della Repubblica, ma «l’azione di qualcuno che, disperando della giustizia pubblica e confidando sul sentimento proprio volle vendicare le vittime di una violenza torbida e cieca». Intendi, per «violenza torbida e cieca», l’azione doverosa della magistratura e delle forze dell’ordine. E intendi per «sentimento proprio» (che espressione delicata: finalmente sappiamo perché furono ammazzati Casalegno, Calabresi, Moro e tanti altri: per «sentimento»), la convinzione che la violenza terroristica avrebbe scatenato una grande sollevazione popolare che avrebbe abbattuto la Repubblica democratica. Sragionavano. Ma tale fu la giustificazione dell’assassinio del Commissario Calabresi, anche se questi nulla aveva avuto a che fare con la morte dell’anarchico Pinelli, che ancora oggi, secondo Sofri, era ragionevole voler «vendicare» con un omicidio, dal momento che non ci si fidava «della giustizia pubblica». Quando è in giuoco l’immagine che si ha di se stessi, e si vuole giustificare il proprio passato, la ragione davvero vacilla. Così, c’è chi, a commento e giustificazione delle opinioni di Sofri, giudica «corretto sotto il profilo storico, politico e morale richiamare il contesto in cui maturò quel delitto». E chi ritiene valido il diritto alle sue opinioni di Sofri, «un uomo già privato delle sue libertà... nel suo bisogno di ricostruire la verità storica». In quanto «la storia di quegli anni non è fatta di bianco o nero, di torti o ragioni scolpite nel marmo». Non fu scolpita nel marmo. Fu intrisa del sangue delle vittime della violenza scatenata contro lo Stato democratico da terroristi stupidi, mossi dai loro «sentimenti» e dai loro sogni, o incubi rivoluzionari. Fu questo «il contesto» in cui «maturò quel delitto». A noi non occorre «richiamarlo». Ce lo ricordiamo bene. Non erano mossi da un «sentimento» molto diverso gli squadristi fascisti che, bastonando e massacrando quelli dei nostri padri che a loro si opponevano, aprirono la strada al colpo di Stato e alla dittatura fascista, benedetti da un monarca piccolo e pavido. Chi di quel passato aveva memoria non esitò a definire il movimento terrorista (come fece Berlinguer), «un nuovo fascismo». Chi difende gli assassini di Calabresi sembra avere smarrito il ricordo del linguaggio farneticante dei «comunicati» delle Br. Noi no. E chi altro dobbiamo ringraziare dello scampato pericolo, se non le vittime dei terroristi, coloro che, denunciando con i loro articoli di giornale, o perseguendo con le loro inchieste giudiziarie il terrorismo, ben sapendo il rischio mortale che correvano, isolarono e sconfissero le bande terroriste? |
|