Tracce e Sentieri

Luogo Tempo Eros Polis Destino

Chi sono

Utente: AMALTEO
Nome: Amalteo
2° metà del 900-later than never. “Perché vale la pena di vivere? E’ un’ottima domanda… Be’, ci sono cose per cui vale la pena di vivere … Per esempio, per me, direi … tutta la musica e le interpretazioni di Nina Simone … la voce di Ray Charles, quasi sempre … Il ballo di Al Pacino in Scent of a Woman … le note di John Lewis quando volano nelle fughe di Bach … Louis Armstrong, l’incisione di West and Blues del 1928 … i film di Sergio Leone … i racconti di Stephen King … gli azzurri e i gialli di Van Gogh … i quadri di Peppo Spagnoli, che dimostra che si può fare molto anche da luoghi piccoli … il definitivo e prospettico Logos-Pensiero di Silvia Montefoschi ... il minimalismo, perchè sono minimo ... su tutti e tutto il sorriso di Luciana …. ... e poi anche ... e ancora ...” (rielaborato su suggestione di Woody Allen in Manhattan, con qualche cambiamento).

Partecipano

Contatti:

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte
martedì, 30 settembre 2008

“Parola e Mistero”: il Teatro delle Arti ricorda Carlo Rivolta, alla chiesa di Sciarè di Gallarate

PAROLA E MISTERO
immagini dell'uomo
nelle interpretazioni di Carlo Rivolta


Locandina:


La serata è un grande omaggio e ringraziamento a Carlo Rivolta,

attore e regista che ha avuto una parte rilevante nella storia dell’intera Rassegna

sia per la proposta di testi biblici che per l’interpretazione.

Lo spettacolo di questa sera


“La notte è chiara”


riprende parole, canzoni e musica che l’hanno visto interprete in lavori come Giobbe, Qohelet, Salmi,Cantico dei Cantici e Apologia di Socrate, Fedone, Critone.

Il testo è stato selezionato dalla moglie Nuvola De Capua che,in armonia con Marzia Bonfanti, ha curato pure la regia.

La lettura scenica è di Davide Grioni, allievo di Rivolta,

mentre la parte di vocalist è sostenuta da Elena Festini.

Il tutto sarà accompagnato da un’orchestra diretta da Alessandro Lupo Pasini.

Con questo lavoro, che riprende nel titolo parole di Socrate e Galileo,

si celebra il passaggio da questa vita che attraversiamo all’altra che non conosciamo, in un contesto di speranza e di fiducia che qualcosa di noi

continui a vivere … di là.

A questa serena conclusione si arriva attaraverso una vita fatta di ricerca,

dubbio creativo, pensiero e soprattutto amore.

Lo spettacolo avrà inizio alle ore 21

nella Chiesa dello Sciarè,

in via Carlo Cattaneo

Chiesa che l’ha visto interprete pochi giorni prima del trapasso,

di un “Cantico dei Cantici” memorabile, e con un pubblico da grandi occasioni

che gremiva  la Chiesa  in ogni angolo.



Mia memoria della serata

Ho partecipato alla rappresentazione come ad un rituale.
Per raggiungere Gallarate da Como si può attraversare un bosco: la pineta dell'Abetina. Già questo preparava al rito.
La Chiesa di S. Paolo Apostolo del quartire Sciarè è di architettura moderna. Un edificio basso e tondeggiante, molto ispiratore per un atteggiamento introiettivo.
Sulla soglia, colui che credo fosse don Alberto parla di Carlo Rivolta e di quel suo gesto che ho ben conosciuto. Quello di inchinarsi davanti al testo che aveva appena letto e di indicarlo al pubblico. Lo fece anche con la Bibbia, due giorni prima di morire, proprio in quella chiesa.



La sala è di forma ovale, con il soffitto basso. Il crocefisso è disposto in modo laterale. Nella penombra la figura nuda tende a risaltare contro il colore del legno. E' un simbolo che ha sempre prodotto una grande emozione nella mia personalità.
Dall'altra parte un grande schermo proietta le fotografie di Carlo Rivolta e la sua immensa presenza corporea sulla scena teatrale. Riesco a riprenderne alcune:













 
Il testo curato dalla moglie Nuvola de Capua è un sapiente montaggio di letture: Cantico dei cantici, Qothelet, Apologia di Socrate, Memorie di Adriano.
I temi sono la persona nel progetto del vivente (come direbbe Silvia Montefoschi): l'eros e l'amore per il corpo, la ricerca di senso, la responsabilità, il tempo fuggevole, la presenza soggettiva in un mondo che ci sopravviverà ...
Il giovane Davide Grioni (davvero giovanissimo!) che recita è bravissimo e evidentemente formato alla scuola di Carlo. La cantante Elena Festini è una meraviglia di tono vocale. Il pianista Alessandro Lupo Pasini sa adattare ed adattarsi al ritmo dei testi, accompagnato da un gruppo di musicisti sensibili e appassionati.



L'applauso è intenso e lungo.
Sulla porta incrocio Nuvola de Capua. La saluto e mi tengo dentro il suo dolcissimo sorriso


Attraverso la notturna urbanizzazione di quel territorio e riesco ad immergermi di nuovo nel bosco.
Ho la netta percezione di avere partecipato ad una situazione di intensa empatia individuale e collettiva.
Con una percezione della presenza di Carlo Rivolta che il mio realismo psicologico non riesce ad allontanare.
Oggi riprendo le parole di Silvia Montefoschi, le sue parole dell'ultimo tratto:

" - Cosa vuole dire che è ciò che è?
- Vuole dire che ciò che è è l'esserci della presenza al cospetto d'altra presenza quale è infinito della vita"

in L'ultimo tratto di percorso del Pensiero Uno, Zephyro Edizioni

postato da: AMALTEO alle ore settembre 30, 2008 20:22 | link | commenti (3)
categorie: carlo rivolta

Jazz: la SPLASC(H) di Peppo Spagnoli e la PHILOLOGY di Paolo Piangiarelli

 

copertina di Peppo Spagnoli


... il disco del Jazz italiano, vive la sua stagione d’oro tra gli anni ’70 e gli inizi dei ’90, grazie soprattutto all’impegno ed alla passione di alcuni “piccoli” produttori indipendenti ...

da Jazz from Italy

 

postato da: AMALTEO alle ore settembre 30, 2008 11:43 | link | commenti (2)
categorie: destini, ascoltare jazz

Scritture basiche: CICERONE, Cato maior, de senectute

... Vedete dunque come la vecchiaia, lungi dall'essere fiacca e inerte, sia invece attiva e sempre impegnata a fare e meditare qualcosa, in relazione, s'intende, alle attitudini che ciascuno aveva negli anni precedenti ...


Da Mappe di Gabriele De Ritis

Rodin, Pensatore
postato da: AMALTEO alle ore settembre 30, 2008 11:19 | link | commenti (4)
categorie: vivere tempo

persecuzioni e massacri di cristiani che si svolgono in altre parti del mondo

" ... Troppi, mentre sono pronti a sollevarsi strepitando di razzismo genocida quando si propone di prendere le impronte ai bambini dei campi nomadi, voltano lo sguardo dall’altra parte di fronte ai massacri concreti di cristiani. ..."
...
Il “politicamente corretto” ipocrita e suicida porta a tacere e persino a giustificare ogni crimine compiuto dall’“altro” e a considerare il massacro di cristiani come un normale prezzo da pagare per le colpe della civiltà occidentale ...
di Giorgio Israel
 
postato da: AMALTEO alle ore settembre 30, 2008 10:14 | link | commenti (2)
categorie: pensare culture religioni, pensare polis

I The Necks a Ginevra (27 ottobre), a Berna (1 novembre) e a Zurigo (2 Novembre)





GINEVRA, Lundi 27 octobre 2008 - 21h 30
Association pour l'encouragement de la musique improvvisée

BERNA, 1 NOVEMBRE, Reithalle - TBC

ZURIGO, 2 NOVEMBRE 2008
Kunstraum Walcheturm
www.walcheturm.ch

THE NECKS PBB BIG BAND

Anthony Pateras: piano préparé
Sean Baxter: percussions
David Brown: guitare préparée
Chris Abrahams: piano
Lloyd Swanton: contrebasse
Tony Buck: batteria


Rarement il n'aura été ou ne sera donné d'assister à tel échange de relais touchant au coeur d'un certain langage musical décloisonnant.
Deux trios issus de la même contrée « antipodique » (l'Australie). Deux pianos à queue... et un sextet « big band » final commun en guise de prolongement des territoires musicaux à venir et à découvrir.
D'un côté The Necks, groupe australien « discrètement » culte avec ses vingt ans d'existence et sa pléthore d'albums, distillant une musique qui mélange jazz, groove, avant-garde, minimalisme et intensité.
De l'autre côté, un « jeune » trio de musique improvisée comprenant Anthony Pateras, pianiste qui incarne une certaine idée de la relève.
Ces deux trios débarquent ensemble pour fomenter un sextette inédit, dans un souci d'émulation et de complémentarité, qui dédouble piano, batterie et percussions.
Des Antipodes à la cité de Calvin, une rencontre à ne pas manquer.

Infos concerts :

CONCERT DE SOUTIEN À L’AUCCAM au bénéfice de L'Association des Usagers du Centre Culturel André Malraux


"Les Instants Chavirés vous invitent à venir soutenir le Centre Culturel André Malraux (Vandoeuvre Les Nancy) en assistant à cette soirée de concerts rassemblant des musiciens proches de l’action artistique du CCAM.
Au delà du soutien financier nécessaire, 90 000 € à trouver. Il s’agit avant tout de manifester notre solidarité envers une structure qui a su au cours de ses 25 ans d’activité donner une visibilité très forte aux musiques expérimentales et aux multiples formes de la création artistique.Il est à noter et cela à son importance, qu’à ce jour le CCAM est la seule scène nationale en France à accompagner, diffuser des musiques qui pour une grande majorité d’entre elles n’ont pas ou peu accès à un tel niveau de reconnaissance institutionnelle.Il s’agit également de rappeler à nos élus de la république que la légitimité des urnes ne les absous pas de faire preuve de clairvoyance, de mesure et de retenue.

dès 19h (aux Instants Chavirés de Montreuil) :

-Pascal BATTUS-Bertrand DENZLER-Xavier CHARLES-eRikm-Martine ALTENBURGER-Ninh Lê QUAN-Bertrand GAUGUET-Michel DONEDA-Sophie AGNEL-Thierry MADIOT-Hervé BIROLINI-Jean-François PAUVROS -Dominique PETITGAND-Dominique RÉPÉCAUD / Bruno FLEURENCE / Daunik LAZRO / Heidi BROUZENG-Jérôme GAME / Didier ASCHOUR / Jean-Christophe CAMPS / Carole RIEUSSEC"

---------------------------------------------------

Pateras/Baxter/Brown : Anthony PATERAS (piano), Sean BAXTER (percussions), David BROWN (guitare)

The Necks : Chris ABRAHAMS (piano), Llyoyd SWANTON (contrebasse), Tony BUCK (batterie

+ Big Band : Pateras/Baxter/Brown + The Necks

jeudi 23 octobre, au Carré Bleu, 20h30 - Poitiers

jeudi 30 octobre, aux Instants Chavirés, 21h - Montreuil




I Necks sono un complesso strumentale australiano, formato da tre esperti session-men: Chris Abrahams (pianoforte), Tony Buck (batteria) e Lloyd Swanton (basso). Abrahams ha anche pubblicato tre album per pianoforte solo, e ha suonato con importanti esponenti dell’avant-jazz, come John Zorn, Tom Cora, Phil Minton, Peter Brotzmann, Hans Reichel, Han Bennink, Shelley Hirsch, Wayne Horvitz. Lloyd Swanton è anche il leader dei Catholics, un ensemble jazz più tradizionale, che ha pubblicato quattro album, a partire da The Catholics eSimple.

 

Gli album dei Necks contengono jam estese edipnotiche, basate su semplici linee melodiche, portate avanti attraverso groove sincopati. La ripetizione insistente di elementi armonici strizza l’occhio al minimalismo, mentre l’interplay fluidoed atmosferico richiama il jazz-rock.

 

Il trio dimostrò per la prima volta il suo valore sulla composizione di 56 minuti che riempie l’album Sex (Fish Of The Milk, 1989 – Private Music, 1995). Il ritmo sommesso ed il tempo leggermente sincopato creano una trama delicata per gli intermezzi pianistici neoclassici e per i lamenti sensuali della tromba. Le note del piano scendono come una cascata, sfociando in un flusso ipnotico di toni casuali. Ma poi la musica comincia ad alterarsi, e fanno la loro comparsa dissonanze e toni striduli. Il modo in cui Abrahams accarezza il piano è unico: astratto, esotico, romantico.

 

Next (june 1990 - Fish Of Milk, 1990) contiene sei tracce che si avventurano per strade differenti.

 

Aquatic (Fish Of Milk, 1994 - Carpet Bomb, 1999) include Stevie Wishart all’organetto e introduce un sapore etnico. Se con Nextavevano provato a scindere la loro arte in sei direzioni differenti, Aquatic serve lo stesso intento ma in un continuum invece che in pezzi diversi.

 

Per ottenere il loro “sound” distintivo, i Necks ritornarono al formato originario. Il doppio cdSilent Night (september 1995 - Fish Of Milk, 1996) conteneva solo due meditazioni, Black, animata da una frase campionata, e specialmente il lento, fragile, colloquiale dialogo di White.

 

Piano Bass Drums (Fish Of Milk, 1998- ReR, 2004) era una registrazione live.

 

The Boys (Fish Of Milk, 1998 - ReR, 2004) è una colonna sonora per un film. Ha il difetto di essere un lavoro frammentario, non certo il loro formato prediletto.

 

Hanging Gardens (Fish Of Milk, 1999 - ReR, 2001) è una composizione di 60 minuti che riassume la loro tecnica minimalistica. Un pattern di hi-hat alquanto frenetico e delle linee di basso inquietanti circondano e puntellano affascinanti rumori di tastiere. L’atmosfera è enigmatica se non gotica. La musica diventa più inquietante, disturbata, più spaventosa e più psichedelica. Intorno ai dieci minuti il piano, ripetendo un pattern di cinque note, crea un atmosfera di tensione, simile all’ End of the Game di Peter Green. Il playing comincia a rivelare le sue radici jazzistiche, e giunti ai venti minuti, il pattern di cinque note ricompare all’ottava più alta e la jamsi infuoca. Quando termina, subentra un momento contrappuntistico abbastanza astratto. Ai quaranta minuti la musica riacquista ancora energia. Una parte in stile Nice o Colosseum, guidata da un organo aggressivo, fa clamorosamente irruzione, portando alla fine nuovamente al pattern di piano in cinque note, questa volta però in una atmosfera decisamente clasutrofobica.

 

Il jazz-rock minimalista e di atmosfera dei Necks raggiunge lo zenit con Aether (Fish Of Milk, 2001 - ReR, 2002), dove un semplice accordo è ripetuto come un mantra per provocare vibrazioni simpatiche dagli altri strumenti, come per evocare una per una tutte le tinte di un unico colore fondamentale. Alla fine si giunge al nirvana, nella forma di un mantra cosmico che porta la musica in un crescendo estatico di contrappunto. E’ probabilmente il loro lavoro più etereo.

 

Athenaeum (Fish of Milk, 2003) è un live in 4-CD.

 

Photosynthetic (Long Arms, 2003) è registrato dal vivo a Mosca nel 2002.

 

Fino ad allora il trio aveva suonato insieme, soltanto un paio di volte all’anno (in giro per il mondo).

Drive By (ReR, 2003), è un altro pezzo da camera lungo un’ora, che si sviluppa lentamente. Si basa tanto sulla ripetizione (minimalismo) quanto sulla improvvisazione (jazz) per la sua atmosfera sognante e le sue dinamiche fluenti. SeHanging Gardens era agitato e virulento, edAether era una beatitudine pura e sussurrata, si può dire che Drive By rappresenti il punto di incontro perfetto di Miles Davis, Terry Riley e Brian Eno. Con un senso del groove più marcato dei suoi predecessori (ed un tocco di poliritmia Africana), l’amalgama della batteria tribale di Tony Buck, delle linee di basso martellanti di Lloyd Swanton e delle tentennanti meditazioni per pianoforte di Chris Abrahams, è un classico di conversazione casuale: suona quasi come la controparte del sesto album dei Soft Machine, che, partendo da premesse analoghe, si evolveva in strutture più geometriche e austere. Le protagoniste assolute sono le tastiere: producono tutte le variazioni presenti nella lunga traccia, con occasionali momenti di Spannung. Come alsolito, il significato è enigmatico come una brezza estiva. A metà traccia (siamo a 27 minuti), si sentono bambini giocare in sottofondo, ed i timbri delicati del piano sembrano ingaggiare una specie di contrappunto (con in cima il lamento di un organo distorto); a 48 minuti la musica è invasa da un rumoroso ronzio, come uno sciame di api, e ancora rumori di altri animali, mentre il tempo diventa più sincopato, finché la musica si dissolve e rimangono soltanto uccellini cinguettanti.

Il solo difetto, se paragonato ai lavori precedenti, è che in qualche modo le trame non comunicano lo stesso senso di “alienazione”, di “appartenenza ad un altro mondo”. In un certo senso, è troppo ovvio per lo spettatore essere ipnotizzato dal movimento di un orologio.

 

Il doppio Mosquito/ See Through (ReR, 2005) contiene due ipnotici flussi di coscienza.Mosquito si apre con suoni sconnessi di percussioni. Una nota testarda di piano è accompagnata per un minuto da un ritmo leggero (per la prima volta dopo 14 minuti, poi poche altre volte). Questo è tutto il movimento presente nella prima parte. Nella seconda parte la batteria è più prominente, ma la nota di piano è ancora ipnoticamente (ma non meccanicamente) ripetutaed il centro dell’azione rimangono le percussioni.

See Through, uno dei loro picchi tecnici, si apre con frasi di pianoforte dolci, sussurrate, di sapore jazzistico, sospese sull’oscillante scampanellio dei piatti. Per sette minuti, suona come una jam tra Pharoah Sanders e l’Art Ensemble of Chicago. E’ una danza lenta tra un piano sensuale e dei piatti inquietanti. Le frasi di piano non fanno in tempo a rallentare, che già riaccelerano, non appena si rilassano giàridiventano martellanti. Chris Abrahams è un maestro nel rompere la tensione immediatamente prima che acquisti la minima sfumatura drammatica. Le sue note fluttuano senza peso nell’aria, incontrando raramente un ostacolo o una deviazione. Le sue fughe sono sgargianti quanto ermetici sono i suoi silenzi. See Throughè il suo personale biglietto da visita. Dopo circa50 minuti di toni in cascata e pause improvvise, il piano è finalmente raggiunto dalla batteria (e non solo dai piatti) e gli ultimi dieci minuti sono un crescendo di batterismo sfrenato.

 

Chemist (ReR, 2006) fu inusuale per i Necks perché conteneva tre tracce di media lunghezza invece del solito monolito di un’ora. Un ritmo solido, accordi per basso riecheggianti, piccole dissonanze, tastiere ipnotiche costruiscono l’atmosfera misteriosa, quasi da raga, di Fatal, reminiscente dei primi Pink Floyd e del jazz rock di Miles Davis (e del suo discepolo sottovalutato, Peter Green). La progressione del playing rispecchia la reazione febbricitante aduna visione estatica, attraverso un piano a’ la Terry Riley intensamente oscillante, e distorsioni via via più aspre. Un esercizio puntillistico per ascoltatori attenti, Buoyant tesse un fragile ordito di note sconnesse, tenute insieme dal più sottile pretesto musicale. Abillera si districa dall’influenza della cacofonia pulsante eenigmatica dell’ “In C” di Riley, per innalzarsi in un intricato pattern, come un mandala di note frenetiche per pianoforte.

 

L’album live Townsville (february 2007 - ReR, 2007) rappresenta al meglio il loro metodo di lavoro. La linea di basso è adoperata per costruire su di essa l’improvvisazione. Gli altri strumenti costruiscono suoni attorno a questa linea, soprattutto il piano, con delle meditazioni a cascata che passano da atmosfere new age a violente scorribande free-jazz. I piatti suonano più come pioggerella che come un pattern ritmico. Mentre il tempo porta pian piano una struttura ed un’enfasi alla loro musica, non c’è dubbio che questa rimanga in un permanente stato di sospensione.

in: http://www.scaruffi.com/vol6/necks.html

 

postato da: AMALTEO alle ore settembre 26, 2008 01:57 | link | commenti
categorie: ascoltare the necks
martedì, 23 settembre 2008

La “società femminilizzata” è una grandissima fregatura per tutti, uomini e donne.

Pagina aurea.


La società al femminile? Una fregatura di Claudio Risé da “Il Giornale” del 22 settembre 2008

La “società femminilizzata” è una grandissima fregatura per tutti, uomini e donne.
Le donne perché sono state spodestate anche della loro “regalità” domestica, ormai contesa da maschi petulanti, che sanno tenere la cucina spesso meglio di loro.
I maschi perché ricacciati dal circo politico-mediatico ( del resto ancora in gran parte maschile) nel girone dei violenti, gente da sottoporre a schedature di massa del DNA, come propongono le Commissarie Europee, o da non lasciar viaggiare accanto a bambini soli, come prevede British Airways.
Donne spregiudicatamente sfruttate sul lavoro, come i maschi, e uomini controllati e tenuti in permanenza sotto lo stigma del pregiudizio sociale: questo, e non altro, è la “società femminilizzata” sviluppatasi in modo accelerato dagli anni 70 in poi. Non a caso donne e uomini attenti a cosa accade e dotati di buonsenso, dalla filosofa e leader femminista Luce Irigaray, al poeta e terapeuta americano Robert Bly denunciano da molti anni questa “società degli eterni adolescenti” che, sollecitando vanità di potere nelle donne poi regolarmente frustrate nelle loro ambizioni, ha svillaneggiato il principio di responsabilità e deriso l’amore tra uomini e donne, mettendo in una miserabile competizione tutti contro tutti. Per comandare con più ampi consensi e sottrarre Il potere (ancora massicciamente maschile) ad ogni controllo. La società femminilizzata ha persino avuto il suo banchiere centrale: Allen Greenspan, il Governatore della Fed di Bill Clinton, il controllore “soft” che teorizzava l’inutilità dei controlli; sotto il suo lungo regno è nato il delirio della finanza “derivata”, e si è preparato il grande crash che ha divorato miliardi di risparmi da un anno a questa parte. Se non comandano le donne però, e anzi ci stanno malissimo (basta guardare le liste dei presidi psichiatrici, o le statistiche sullo sviluppo dell’alcolismo, o dei disturbi alimentari) perché si parla di “società femminilizzata”? E’ un altro modo, più spostato sul versante degli orientamenrti culturali, per descrivere la “società senza padri”, come psichiatri, antropologi, e sociologi della politica chiamano già da quarant’anni la società occidentale. L’Occidente viene così identificato perché i padri non svolgono più la loro funzione nell’aiutare nell’adolescenza i figli ad uscire dalla simbiosi con la madre. Il cuore di questa faccenda non è però, come sembrerebbe dalla disputa tra Soffici e De Benoìst, questione di pannolini e di principio d’autorità, di costrutti culturali, e di velleità di potere dell’uno o dell’altro sesso. Il fatto è che i bambini stanno per nove mesi nella pancia della madre, e non nel padre, e quando nascono non è ancora costituita una soggettività psichica, e affettiva, differenziata. Sono nati biologicamente, ma non ancora come soggetti psicologici. Perché questo accada occorre che la simbiosi istituita nella gestazione continui per un periodo abbastanza lungo, durante il quale, nella fondamentale relazione madre-figlio, nasce il soggetto umano. In un gioco di sguardi, di scambi affettivi, di riconoscimenti reciproci, nella quale la madre non è sostituibile dal padre, semplicemente perché il bambino non è mai stato nella pancia paterna, né ha mai respirato coi suoi polmoni.
Naturalmente il padre quella simbiosi, dovrà poi interromperla, perché altrimenti il bimbo non riuscirà mai a distaccarsi da quella figura amata e potente, rimanendone dipendente. Tutti i fenomeni che De Benoist elenca nel suo articolo, dall’onnipotenza terapeutica all’ “ideologia vittimista, alla moltiplicazione dei consulenti familiari, allo sviluppo del mercato delle emozioni e della pietà” non sono manipolazioni di un’occulta congiura femminile per la conquista del potere, ma in realtà risposte che il “mercato sociale”, guidato prevalentemente da uomini, offre a degli individui (la gran parte degli occidentali adulti), che solo parzialmente si sono staccati dalla madre, e fanno quindi una gran fatica a reggersi in piedi da soli. Il cuore del malessere della femminilizzazione è questo.
Non c’è proprio nulla di male nel femminile; senza di esso la vita diventa molto triste. Solo che ogni essere umano, per esistere pienamente e liberamente, deve rendersi autonomo dalla madre. E può farlo solo quando un padre presente e amorevole l’aiuta a farlo; altrimenti ne rimane dipendente per tutta la vita, magari trasferendo questa dipendenza sulla moglie, sul marito, o sulla società. Per questo, la società femminilizzata è una colossale fregatura. Per tutti.
postato da: AMALTEO alle ore settembre 23, 2008 16:21 | link | commenti (14)
categorie: vivere donne, pensare cultura e personalitĂ 

" Il buonsenso rimane una caratteristica del femminile". Non sempre, però

Luigi Cancrini parlava di "quei temerari sulle macchine volanti". Ma la ricerca del peggio continua e dilaga. ---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- Si chiama «train surfing»: i ragazzi d’oggi lo praticano ovunque, dal metrò di Londra, alla provincia italiana, alle metropoli africane. Consiste nel correre in piedi sui tetti delle carrozze di un treno in corsa, o del metrò. Si impara a fare train surfing anche sui vagoni fermi, di notte: così si sono fulminati due ragazzi quest’estate, in una deserta stazione del nord Italia. Il tetto della carrozza come tavola di surf, la velocità, la morte dietro l’angolo. Questo li eccita. Perché? La ricerca del pericolo gioca un ruolo centrale in questo ultimo grido del malessere giovanile. Lo spiegano decine di filmati su YouTube, diario dei sogni e dei malesseri contemporanei. Lo racconta Francesco Bucchieri su Riders: «C’è chi s’è spaccato la testa contro un palo, un cavo dell’energia elettrica, l’ingresso di un tunnel mentre giocava ad evitarlo all’ultimo istante, e chi è finito schiacciato tra la motrice e la piattaforma della stazione». Cosa cercavano? La notorietà, la popolarità tra le ragazze, il prestigio fra gli amici, l’emulazione, sono solo una faccia del successo di questo gioco mortale. Nella realtà (non in quella spesso virtuale di YouTube), per una ragazza che ti premia, dieci ti mollano. Il buonsenso rimane una caratteristica del femminile, come già sapevano i ragazzi di Salò, quando cantavano: «Le donne non ci vogliono più bene, perchè indossiamo la camicia nera». Il perdente non è mai stato il sogno delle ragazze. Non è dunque l’immagine, ciò che questi ragazzi cercano. Più significativo il nome che si sono dati: train surfer. Il surf, il primo degli sport su tavola, segnò (come tutti quelli che lo seguirono, dallo skateboard - la tavola da città - allo snowboard - quella da neve) la passione per scivolare velocemente, nel vento. Dinamismo, velocità, ricerca dell’equilibrio. Cosa ci raccontano su chi ne ha fatto la propria passione, queste caratteristiche degli sport su tavola, cui il trainsurf oggi si accoda? Ognuno di questi aspetti ci mostra quali erano le grandi paure che i loro fan cercavano di contrastare. Il dinamismo e la velocità si oppongono alla paura di star fermi, ed al timore di esserlo e rimanerlo. Il gusto di scivolare sopra una superficie (che è poi la caratteristica di tutti gli sport su tavola, dei vari tipi di surf), si oppone al timore di sprofondarci dentro. Il surfer teme di affondare nella materia: sia essa liquida come l’acqua, o dura come un asfalto urbano, o fredda e compatta, scintillante, come la neve. Per questo gode nel provarsi di essere capace di poterla cavalcare, di scorrerci sopra, sulle sue tavole volanti. Infine il gioco d’equilibrio, l’acrobazia, il mettere in pericolo la propria stabilità, a rischio della stessa vita, ci racconta che la grande paura di questi ragazzi è proprio quella di non essere affatto equilibrati. Il massimo desiderio diventa allora quello, scaramantico, di dimostrare che invece si possiede un equilibrio straordinario. Altrimenti, tanto vale morire. Il train surf, la più estrema di tutte le passioni su tavola, ci mostra che la sfida giovanile contemporanea contro l’immobilità e il materialismo si sta facendo più disperata. Negli anni ’60, i primi surfisti vivevano l’emozione della ribellione scivolando in equilibrio sulle grandi onde del Pacifico, con la testa negli spruzzi del mare. Oggi i ragazzi entrano nelle gallerie in piedi sui treni, con gli occhi sbarrati, senza sapere se un cavo staccherà loro la testa. La paura di essere disperatamente fermi, di sprofondare negli inferni metropolitani, e di non riuscire a stare in piedi è diventata angoscia. Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 15 settembre 2008, www.ilmattino.it
postato da: AMALTEO alle ore settembre 23, 2008 16:14 | link | commenti
categorie: pensare cultura e personalitĂ 
sabato, 20 settembre 2008

Il colore rosso

tracce di rosso 
su grigia pietra striata 
cenere e fuoco
di Papavero di Campo

 
Il rosso ha le sue esigenze per potersi esprimere: non può rinunciare a luce e calore.
Colore di fuoco e di sangue è simbolicamente legato al principio della vita..
Ci sono due rossi. Uno notturno e femminile, che possiede un potere d’attrazione centripeto. E un altro diurno e maschile, centrifugo e roteante come il sole, che getta la sua luminosità su tutte le cose.
 
“Il rosso notturno, centripeto è il colore del fuoco centrale dell’uomo e della terra, dove agisce il nutrimento, la digestione, e la rigenerazione dell’essere e dell’opera. E’ segreto, è il mistero vitale nascosto al fondo delle tenebre e degli oceani primordiali. E’ il colore dell'anima, della libido, del cuore”
 
In Jean Chevalier, Alain Gheerbrant, Dictionnaire des symboles, Seghers, Paris 1969, p. 126-127
 
Riconosciamo il rosso anche nella quotidianità. Il collerico sa che il sangue monta alla testa prima di esplodere in rabbia: … “vedo rosso”.
L’innamorato regala rose rosse e rossa è l’icona del cuore trafitto di passione. E, sordidamente, a luci rosse sono i locali dediti alla pornografia.
E se rosso è eccitazione, quale colore migliore per allertare in caso di rischio? Il semaforo, l’autopompa del vigile del fuoco, l’estintore, il bordo dei segnali stradali ne sono i noti richiami.
 
Sono giorni in cui il rosso fa la sua apparizione nell’orto/giardino.
 
Ci vuole tempo affinchè la natura possa giungere alla soglia della sua massima energia vitale.
Agosto, dalle mie parti, palesa questo punto si svolta. Ed ecco dunque le tinte porporine che primeggiano fra vasi, bordure e appezzamenti: il Callistemon, la Dalia, la Rosa, la Begonia, la Bignonia, la Gerbera, il Melograno, i carnosi e sugosi grappoli di Pomodori.
 
E’ il culmine dello sforzo, la carica finale prima della quiescenza che già bussa alle porte.
Ma l’energia vitale non è qualcosa che si cede così volentieri al capolino della stasi.
E’ in questo senso che intendo il rosso come punto di svolta.
Le graziose bacche del Corniolo, della Rosa Canina, del Cotoneaster, del Malus da fiore fungono ancora da sentinelle estive, pur sapendo che l’impresa è ardua.
Piano piano dovranno cedere il passo al fogliame degli alberi, la cui tinta oro-rossastra sarà l’ultimo saluto al ciclo vegetale, prima della caduta a terra.
 
Il rosso delle Mele Stark segnala che il frutto è pronto alla raccolta. E’ tempo anche di togliere il collarino d’identificazione a Miciù per il rientro in città.
E’ quasi autunno, ma il colore del fuoco ancora scalda dentro.
 
 
 
 
 
 
 

 
 
 
 
 
 
 

 
 
 
 
 
 
 

 
 
 
 
 
 
 

 
 
 
 
 
 
 

 
 
 
 
 
 
 

 
 
 
 
 
 
 

 
 
 
 
 
 
 

 
 
 
 
 
 
 

 
 
 
 
 
 
 

 
 
 
 
 
 
 

 
 
 
 
 
 
 

 
 
 
 
 
 
 

 
 
 
 
 
 
 

 
 
 
 
 
 
 

 
 
 
 
 
 
 
 
Le fotografie sono di Luciana.
Tranne una.

postato da: AMALTEO alle ore settembre 20, 2008 15:28 | link | commenti (28)
categorie: colorare, vivere lei, vivere tempo, vivere luoghi, vivere orto giardino alberi, vivere stagioni
giovedì, 18 settembre 2008

In tema di volontĂ  di dominio degli assassini sulle vittime dei delitti

Per Adriano Sofri è intollerabile che Mario calabresi venga invitato a parlare ad un convegno internazionale sul terrorismo.


«Questo Paese non solo non è stato capace di ela­borare un lutto ma neanche un pensiero.

Non ha voluto né potuto pensare al terrorismo. Non ha mai fatto i conti fino in fondo.» Sulla possibilità che si possa voltare pagina sen­za farsi carico delle vittime è nettissima:

«In Italia si è fatta strada un'illusione, che corrisponde alla fantasia dei terro­risti, che si possa superare quello che hanno fatto come se nulla fosse successo.

Ma non può essere così.

Pagata la pe­na si è liberi, ma non sono finite le responsabilità: questa idea non corrisponde alla realtà.

E non è questione di volon­tà buona o cattiva, è solo una questione di realtà, perché gli effetti dei loro gesti si vedono ancora. Si vedono sulle persone che sono sopravvissute e si sentono ogni giorno nella mancanza delle persone che loro hanno ucciso.

Il terrorismo non sarà mai finito finché sarà in vita mio figlio che ne porta i segni.

Gli effetti negativi continuano nella vita tutti i giorni, non ce lo si può dimenticare»

Carol Bebee Tarantelli


ARRIGO LEVI, in La Stampa del 13 Settembre 2008:

Gli ex terroristi, e i loro sostenitori o simpatizzanti degli anni di piombo, non si stancano di rivendicare con misurato orgoglio quello che allora pensavano e facevano
. Lo fanno sull’onda di una dilagante moda revisionista, che sembra essersi impadronita di un’Italia malmostosa, insoddisfatta di quello che è.

Siamo un Paese democratico, creativo come lo è stato in tutta la sua storia, fra i più ricchi al mondo, che è stato e rimane uno dei pilastri di quell’Europa unita che è la più vasta area di pace fra le nazioni che oggi esista. Dovremmo compiacerci di un mezzo secolo di progresso civile e materiale. Invece è di moda rivendicare le presunte ragioni di tutti coloro - a partire dallo squadrismo e dalla dittatura fascista, fino alle Brigate Rosse - che cercarono con la violenza di costruire l’opposto esatto di quello che siamo.

E’ come se la storia d’Italia e d’Europa fosse una tela bianca, sulla quale ognuno può ridisegnare una sua storia di fantasia, nella quale, ovviamente, il suo personale passato viene adeguatamente elogiato. Si può essere intelligenti e colti, come è un Adriano Sofri. Ma quello che rode dentro non dà pace. Accade così che lo stesso Sofri, articolista stimato di un grande giornale, trovi intollerabile che ci sia stato un incontro, organizzato dall’Onu, per celebrare le vittime del terrorismo, con partecipanti venuti da ogni parte del mondo; e che fra questi ci sia stato anche Mario Calabresi, figlio del Commissario Calabresi, assassinato a Milano da un commando di tre militanti di Lotta Continua. Per questo omicidio Sofri è stato condannato come mandante. Ha sempre negato di esserlo stato. Ma allora, perché rivendicare ancora oggi le ragioni degli assassini?

Ha spiegato Sofri che, anche se allora «non c’era una guerra, molti di noi erano in guerra con qualcuno». Con chi erano in guerra? E in guerra per costruire che tipo di Paese? Noi non lo abbiamo dimenticato. Erano dichiaratamente in guerra contro lo Stato, contro quello che Carlo Casalegno definiva «il nostro Stato», lo Stato democratico costruito grazie all’antifascismo e alla Resistenza. E che società volevano costruire? Nella loro felice ignoranza della storia europea, giudicando come un tradimento degli ideali rivoluzionari anche il «comunismo diverso» di Togliatti, Longo e Berlinguer, chi altro avevano in mente come modello, se non Lenin, il colpo di Stato dell’Ottobre e il terrore leninista, con tutto quello che seguì?

Per Sofri, l’assassinio di Calabresi non fu un atto di terrorismo contro chi difendeva, con gli strumenti delle leggi ordinarie, gli ordinamenti della Repubblica, ma «l’azione di qualcuno che, disperando della giustizia pubblica e confidando sul sentimento proprio volle vendicare le vittime di una violenza torbida e cieca». Intendi, per «violenza torbida e cieca», l’azione doverosa della magistratura e delle forze dell’ordine. E intendi per «sentimento proprio» (che espressione delicata: finalmente sappiamo perché furono ammazzati Casalegno, Calabresi, Moro e tanti altri: per «sentimento»), la convinzione che la violenza terroristica avrebbe scatenato una grande sollevazione popolare che avrebbe abbattuto la Repubblica democratica. Sragionavano. Ma tale fu la giustificazione dell’assassinio del Commissario Calabresi, anche se questi nulla aveva avuto a che fare con la morte dell’anarchico Pinelli, che ancora oggi, secondo Sofri, era ragionevole voler «vendicare» con un omicidio, dal momento che non ci si fidava «della giustizia pubblica». Quando è in giuoco l’immagine che si ha di se stessi, e si vuole giustificare il proprio passato, la ragione davvero vacilla.

Così, c’è chi, a commento e giustificazione delle opinioni di Sofri, giudica «corretto sotto il profilo storico, politico e morale richiamare il contesto in cui maturò quel delitto». E chi ritiene valido il diritto alle sue opinioni di Sofri, «un uomo già privato delle sue libertà... nel suo bisogno di ricostruire la verità storica». In quanto «la storia di quegli anni non è fatta di bianco o nero, di torti o ragioni scolpite nel marmo». Non fu scolpita nel marmo. Fu intrisa del sangue delle vittime della violenza scatenata contro lo Stato democratico da terroristi stupidi, mossi dai loro «sentimenti» e dai loro sogni, o incubi rivoluzionari. Fu questo «il contesto» in cui «maturò quel delitto». A noi non occorre «richiamarlo». Ce lo ricordiamo bene.

Non erano mossi da un «sentimento» molto diverso gli squadristi fascisti che, bastonando e massacrando quelli dei nostri padri che a loro si opponevano, aprirono la strada al colpo di Stato e alla dittatura fascista, benedetti da un monarca piccolo e pavido. Chi di quel passato aveva memoria non esitò a definire il movimento terrorista (come fece Berlinguer), «un nuovo fascismo». Chi difende gli assassini di Calabresi sembra avere smarrito il ricordo del linguaggio farneticante dei «comunicati» delle Br. Noi no.

E chi altro dobbiamo ringraziare dello scampato pericolo, se non le vittime dei terroristi, coloro che, denunciando con i loro articoli di giornale, o perseguendo con le loro inchieste giudiziarie il terrorismo, ben sapendo il rischio mortale che correvano, isolarono e sconfissero le bande terroriste?
postato da: AMALTEO alle ore settembre 18, 2008 16:07 | link | commenti (1)
categorie: pensare politica terrorismo