



In questi giorni si rivela ancora l'abisso storico, culturale, relazionale, etico che separa Israele dai suoi vicini. In Israele si definisce eroe chi salva una vita umana, per i Libanesi e i Palestinesi è un eroe Samir Kuntar che ha spappolato il cervello di una una bambina di quattro anni a Naharya nel 1979.
Sostiene Amos Oz:
«E' un giorno triste per Israele. Triste ricevere quei due corpi dei nostri soldati. Difficile vedere i fanatici che celebrano in Libano, a Gaza e altrove, la liberazione tra gli altri di un assassino che nel 1979 falcidiò una famiglia, compresa una bambina di 4 anni, ed è ricevuto come un eroe in casa propria ».
Risponde quasi senza tirare il fiato Amos Oz. Si è chiuso nel suo appartamento di Tel Aviv per cercare di portarsi avanti il più possibile nella stesura del prossimo libro di short stories,
prima di partire per una breve vacanza in Europa. («Torno al genere del racconto breve, come scrivevo da giovane », spiega quasi a giustificare le sue reticenze nel commentare l'attualità). Ma la notizia dello scambio tra Israele ed Hezbollah lo vede reattivo, colpisce le sue sensibilità più profonde, ed è subito ben disposto a commentarlo per telefono.
Come vede lo scambio?
«Un giorno di lutto. Ovvio che i fanatici, i terroristi, gli estremisti conoscono bene le debolezze della società israeliana. Mi sembra di poter dire persino che si sono specializzati nello studio della tradizione ebraica, per cui sanno che noi ebrei riportiamo a casa i nostri morti, li vogliamo seppellire secondo il nostro rito. Anche se sono solo cadaveri, forse poche ossa, non importa, si tratta di un obbligo morale, è parte integrante del contratto tra la società ed i giovani soldati che danno la vita per essa. Sono le fondamenta del contratto sociale tra la fabbrica dello Stato ed il suo esercito. Loro, i nostri nemici, lo sanno e ne approfittano».
Le conseguenze?
«Non buone, temo. I fanatici di Hezbollah e quelli di Hamas sono consapevoli di questa nostra debolezza. E faranno di tutto per trarne vantaggio. E' già accaduto diverse volte nel passato. La conseguenza più ovvia è che cercheranno di prendere altri prigionieri, si moltiplicheranno i loro blitz dal Libano o dalla Striscia di Gaza. E ogni volta noi ci troveremo a dover affrontare lo stesso terribile dilemma: trattare o no? Ogni volta dovremo chiederci se la priorità va al rispettare le fondamenta del nostro contratto sociale, oppure alla lotta contro il nemico. E inevitabilmente tratteremo. Questa è la nostra debolezza, eppure, nel lungo periodo, anche la nostra forza ».
Cosa significa?
«Che in questo giorno triste sono fiero di vivere in un mondo di valori dove ogni individuo conta, pesa, gode del pieno rispetto, anche se non è più in vita. In realtà proprio questo principio, che è visto dai nostro nemici come una debolezza, costituisce il nostro vero vantaggio, l'elemento che garantisce la nostra capacità di resistenza e lotta. Ma tutto ciò Hassan Nasrallah e quelli come lui non lo capiranno mai».
Avrebbe fatto lo stesso se lei fosse stato nei panni di Ehud Olmert?
«Penso di sì, non avrei avuto alternative.
Se poi avessi dovuto guardare negli occhi le famiglie dei nostri soldati caduti, certamente avrei fatto lo stesso».
Questo scambio allontana o avvicina la liberazione di Gilad Shalit da Gaza?
«Mi attendo altri rapimenti. Ma comunque si riprenderà il negoziato con Hamas su Shalit. Quei bastardi potrebbero alzare il prezzo ringalluzziti dall'esempio libanese. E noi tratteremo, come abbiamo fatto in passato e faremo sempre».




Claudio Risé, da “Tempi”, 10 luglio 2008, www.tempi.it
Vorrei proporre a me stesso, e ai lettori, di andare in vacanza dai pregiudizi, dalle idee che abbiamo costituito sugli altri e sulle loro opinioni, e che dirigono i nostri comportamenti in modo automatico. Non è una proposta relativista: è solo perché, se non li ascoltiamo con la curiosità e l’innocenza di un bambino, non riusciamo a sentire cosa gli altri ci dicono.
Un esempio di vita quotidiana, per farmi capire. Qualche giorno fa incontro un gruppo di medici, che avevano voluto scambiare le mie opinioni ed esperienze di psicoterapeuta con le loro di cura del corpo. Persone interessate, sicuramente aperte, con una visione della vita, credo, non molto diversa dalla mia (molti anche lettori di questo giornale). Infatti scambio ricco e, mi è sembrato, appassionato. Non senza curiosi inciampi.
Ad esempio, sollecitato a presentare le funzioni materne e paterne nell’accudimento ed educazione del bambino, propongo con poca originalità la mia nota visione della madre come figura dell’accoglienza e dell’appagamento del bisogno, e lo specifico paterno come azione e movimento (a cominciare da quello della fecondazione) e poi, dalla preadolescenza in poi, come operatore della rottura nella relazione fusionale madre-figlio, tuttora attiva ma ormai pericolosa per la costituzione dell’Io personale del figlio. È un punto che, lo so, suscita spesso resistenze, in particolare nelle donne. È del tutto comprensibile, se la questione non è stata vista prima. Ma sono interessanti i modi adottati per non ascoltare quello che l’altro dice. «Ah, dunque lei chiede che dall’adolescenza in poi la madre sparisca», è l’intervento di una signora.
Vorrei spiegare, come di solito faccio, che la madre non deve affatto sparire, solo lasciare che il padre interrompa l’identificazione del figlio con lei, che l’ha addirittura ospitato nel proprio corpo. Percepisco però (anche per il caldo e la stanchezza) il muro di sordità arrabbiata dall’altra parte. Comunque ci provo, ma il risultato è: «Lei dice che la madre deve farsi da parte perché la donna è natura e l’uomo cultura, e quindi per entrare nella società è necessario il padre». Per la verità non l’ho mai detto, mai scritto, e non lo penso affatto. È tutto molto più complesso e profondo di così, e ha persino a che fare – penso – con quell’“occuparsi delle cose del Padre” (di cui il padre è figura putativa) che Gesù oppone alle ansie di Giuseppe e Maria, ma che, come tutto nella vita di Cristo, riguarda la fondazione della stessa personalità umana.
Come dirlo, però? Come dialogare, se l’altro sente cose che non dici (e neppure pensi)? Come togliere di mezzo gli schemi mentali che occupano (sotto il segno dell’ansia) il campo della comunicazione e dell’incontro, forti del fatto che vengono ripetuti milioni di volte, come se avessero un qualsiasi fondamento, che alla fine nasce soltanto, invece, dalla loro incessante ripetizione?
Penso che dovremmo (tutti) parlare meno, magari anche leggere e scrivere meno, ascoltare di più. Don Luigi Giussani, di cui fui ribelle ma affezionato allievo, ti ascoltava, ti guardava. Aveva un modo ascoltante di guardarti. Anche per questo quegli incontri furono così ricchi. Insomma, proviamo a fare come se non sapessimo nulla. Magari impariamo qualcosa.