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2° metà del 900-later than never. “Perché vale la pena di vivere? E’ un’ottima domanda… Be’, ci sono cose per cui vale la pena di vivere … Per esempio, per me, direi … tutta la musica e le interpretazioni di Nina Simone … la voce di Ray Charles, quasi sempre … Il ballo di Al Pacino in Scent of a Woman … le note di John Lewis quando volano nelle fughe di Bach … Louis Armstrong, l’incisione di West and Blues del 1928 … i film di Sergio Leone … i racconti di Stephen King … gli azzurri e i gialli di Van Gogh … i quadri di Peppo Spagnoli, che dimostra che si può fare molto anche da luoghi piccoli … il definitivo e prospettico Logos-Pensiero di Silvia Montefoschi ... il minimalismo, perchè sono minimo ... su tutti e tutto il sorriso di Luciana …. ... e poi anche ... e ancora ...” (rielaborato su suggestione di Woody Allen in Manhattan, con qualche cambiamento).

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Alberto da Giussano - forse - non è mai esistito

Sostiene Brianzolitudine:

"Quando lo dico ai miei amici leghisti, che l’Alberto da Giussano brianzolo da loro idealizzato con ferrea spada sguainata forse non è mai esistito, vedo le loro mascelle cadere a terra ... "

E conversa Brianzolitudine:

@amalteo: la figura di A.d.G. è una figura "mitica" tutto sommato positiva, un po' come quella di Guglielmo Tell, che citava Giuliano. Anche le figure mitiche aiutano a fare gruppo. Ma fa sorridere questo voler a tutti i costi argomentare l'esistenza storica di un personaggio del quale hanno scritto solo Gaspare Fiamma e Giosuè Carducci. Quest' ultimo in particolare prendendo la colossale topica di far tramontare il sole dietro il Resegone: [:D]

"Or ecco," dice Alberto di Giussano,
"ecco, io non piango più. Venne il dì nostro,
o milanesi, e vincere bisogna.
Ecco: io m’asciugo gli occhi, e a te guardando,
o bel sole di Dio, fo sacramento:
diman da sera i nostri morti avranno
una dolce novella in purgatorio:
e la rechi pur io!" Ma il popol dice:
"Fia meglio i messi imperïali. Il sole
ridea calando dietro il Resegone.
postato da: AMALTEO alle ore luglio 29, 2008 08:12 | link | commenti (7)
categorie: pensare polis
domenica, 27 luglio 2008

Sostiene Filippo Turati


"La ferocia dei moralisti è superata soltanto dalla loro profonda stupidità."

Filippo Turati

postato da: AMALTEO alle ore luglio 27, 2008 11:54 | link | commenti (9)
categorie: citare
mercoledì, 23 luglio 2008

Toumani Diabaté, The Mande' Variations

Due giorni a Ferrara.

Manifestazione Ferrara sotto le stelle
, a sentire Toumani Diabatè.

Ne ho parlato e conversato qualche settimana fa qui:

Toumani Diabate', The Mande' Variations


grazie per questa informazione a Giuseppe Federico di Onda Rock



Toumani Diabate'
The Mande' Variations

Links:


Videos:



Mi affascina per vari motivi.
In primo luogo per le risonanze antiche che sa elaborare e trasmettere. Mi viene in mente quell' "Africaaaa ..." di Nina Simone, in una delle sue espressioni dentro l'interpretazione di Little Girl Blue in quella serata a Montreux, nel 1976: " .... Africaaa ..."  A 6 minuti e 50 ...
Poi per la qualità dei suoni singoli ed orchestrali che vengono fuori dalla Kora.
Dice Jazzfromitaly di questo suono:
 

Assistere ad un concerto per kora solo è un'esperienza unica.
Ti chiedi come sia possibile ascoltare quella cascata di suoni, da dove nascono quei bordoni come giri di basso ed allo stesso tempo ti ritrovi a godere di quelle lunghissime melodie, cristalline, con mille impercettibili variazioni e sempre nuove.

E, infine per le contaminazioni con la musica europea e gli stilemi della improvvisazione jazz.
In Kaunding Cissoko, sento le fughe bachiane rilette da John Lewis:



Connessioni:

  • intervista a Toumani Diabatè e tecnica di costruzione della Korà. Video rintracciato da Prisma:
  • recensione di Giuseppe Federico e Diego Capuano in Ondarock: 
La cultura del continente africano custodisce tradizioni ancestrali di preservazione e diffusione della propria cultura e del proprio passato. La musica si è sviluppata in un contesto storico privo di scrittura e ha assunto il ruolo importante di principale veicolo di comunicazione della tradizione popolare. Nel Mali l’unico vero depositario della memoria storica del proprio popolo è il djeli (letteralmente “trasmissione attraverso il sangue”), il cantore e musicista meglio conosciuto in Occidente con il termine di derivazione francese griot.
Questa figura ha un ruolo sociale importante in quanto è il custode del patrimonio di temi e melodie trasmessi nei secoli attraverso le generazioni. E’ ad esso che si fa riferimento per affermare l’identità culturale del popolo mandè e per divulgare le storie e le gesta degli antenati, degli spiriti e della propria famiglia o gruppo etnico.
La kora è lo strumento tradizionale suonato dai djeli di etnia mandinka. Si tratta di un’arpa liuto a 21 corde che si compone di una cosiddetta calabash, ovvero una grossa semi-zucca ricoperta di pelle di mucca (o di antilope e talvolta capra), alla quale è attaccato un manico che fa da tirante per le 21 corde che si inseriscono, in due file parallele rispettivamente di 10 e 11 corde. Le corde sono legate al manico da anelli di pelli che determinano l’accordatura.
Ovviamente esistono delle varianti di kora, e svariati gli sono stili, le tecniche e le accordature della stessa. Addirittura le origini dello strumento sono incerte: secondo Diabatè la kora risale ai tempi di Soundjata Keita, il primo re dell’impero del Mali del XIII secolo e dopo peripezie capitata nelle mani di un antenato dello stesso musicista.

Toumani Diabatè è soltanto uno degli ultimi discendenti di una famiglia di importanti musicisti: suo padre era Sidiki Diabatè,uno dei protagonisti della musica del Mali e colui che pubblicò il primo disco di sola kora in assoluto (“Cordes Anciennes”, 1970).
Sono essenzialmente due le scuole importanti di kora: quella del Gambia e quella del Mali. La prima fa un uso della kora come strumento solista, quella del Mali la usa prevalentemente come strumento di accompagnamento per i cantanti.
Per la registrazione di questo disco l’artista ha apportato alcune modifiche alla kora: per la prima volta, in alcuni brani, sono state utilizzate delle corde tipiche delle arpe di tipo occidentale. Altra novità è l’utilizzo di chiavi di legno al posto di tradizionali anelli di pelle adoperati per il tiraggio delle corde. Queste modifiche nell’accordatura dello strumento hanno determinato un suono più limpido e armonico.

L’importanza di “The Mandè Variations” (i mandè sono un gruppo etnico dell’Africa Occidentale, definiti dalla cultura e dalla lingua piuttosto che dall'etnicità, alla cui popolazione mandinka, inclusa in questo gruppo, appartiene Diabatè) è spiegata proprio dalle variazioni dai temi del repertorio tradizionale del Mali e dall’uso pionieristico della kora. La caratteristica principale è costituita dalla libera improvvisazione e dalla “variazione” di ritmo, armonia, tema, melodia e dalla contaminazione con altre sonorità: temi tipici del jazz (“Ali Farka Tourè”, dove fraseggi di assoluta libertà impro-virtuosistica sono spezzati da momenti di struggente intensità lirica), minimalismo (in “Ismael Drame”, dedicata alla propria guida spirituale, l’atmosfera si fa più cupa e riflessiva), raga indiano (“El Nabiyouna” ricorda fraseggi di sitar indiani, prima di sfociare in una dinamica più energica del solito), fino a un accenno western morriconiano (la conclusiva “Cantelowes”, che finisce poi con il dipanarsi in un intreccio ritmico e melodico tipico dello stile del più classico di Diabatè).
Tra le dediche da segnalare anche quella di "Kaounding Cissoko" a un altro amico e musicista scomparso: Baaba Maal, fenomeno pop (chitarrista, cantante, ballerino) del Senegal.

L’album arriva venti anni dopo l’esordio del musicista maliano, quando a 21 anni pubblicò “Kaira”, l’altro lavoro per sola kora che inaugurò una carriera ricchissima di prestigiose collaborazioni, valga per tutte quella con il mai troppo compianto Ali Farka Tourè: “In The Heart Of The Moon”, uscito nel 2005 e Grammy Awards 2006.
Ciò che rende l’opera unica è la grande semplicità e raffinatezza nel combinare i vari passaggi sonori, rivisitare le melodie tradizionali dei djeli scavando nelle radici arcaiche senza tuttavia snaturarle anzi arricchendole con altre influenze. Tutto il disco è permeato da momenti di grande intensità e lirismo che lasciano senza fiato: Diabaté dimostra una padronanza assoluta dello strumento improvvisando con una naturalezza disarmante e dettando in contemporanea la linea di basso, accompagnamento e improvvisazione.

In “Si naani”, forse uno dei momenti più intensi del disco, ricorre a una scala di tipo orientale detta “egizia” e, attraverso in una serie rivisitazioni di alcune melodie dei djeli del Mali del nord e del centro, parte da una canzone d'amore, "Maramba Musu", snodandosi attraverso una serie di rielaborazioni fino a "Njaaro” (una melodia tipica dei djeli di etnia fulani).
Territori musicali inediti, dove l’equilibrio tra tradizione e modernità riesce a trovare un importante punto d’arrivo. Un po’ come faceva John Fahey con la sua chitarra, con un’intensità che spazza subito via qualsiasi accusa di virtuosismo gratuito, Toumani Diabatè riesce ad architettare con spontaneità una musica che, senza l’utilizzo di parole, fa parlare e vibrare terra e anima, facendo emergere secoli di culture e tradizioni del proprio paese.
“The Mandè Variations” è un album bello e non facile, una preghiera in otto movimenti lontana da qualsiasi moda o tendenza.

(18/04/2008)



Su questo concerto ha scritto Jazzfromitaly:

Venerdì sono andato ad un concerto unico, quello di Toumani Diabatè organizzato dagli amici di T.P. Africa. Un concerto bellissimo, che avrebbe meritato l’auditorium di Roma, l’attenzione dei media, ed un pubblico più numeroso. Due ore di poesia unica, di improvvisazione felice e di una valenza culturale enorme, come ben sintetizzato dalle parole di Giulio Mario Rampelli
“…I dischi non possono rendere l’atmosfera che si crea in presenza di un djeli e del suo strumento, gli occhi chiusi, rapiti all’interno, le mani agili che pizzicano le corde, le melodie notturne e le cascate di note che cadono e volano improvvise. E’ un viaggio nello spazio e nel tempo, guidato da chi conosce altre dimensioni, antiche storie, memorie cancellate…
.
Ebbene, Toumani, questo uomo straordinario figlio di diverse generazioni di griot, che da sempre sfida se stesso nella ricerca musicale tra le radici e la modernità, ad un certo punto ha detto:
“…nel mio Paese, il Mali, abbiamo subìto per anni il colonialismo.
Era difficile, loro avevano il potere e le armi, ma mio padre ed i miei parenti si sono ribellati ugualmente, hanno combattuto questo clima di soprusi e di repressione con i loro strumenti.
Sì, i miei antenati hanno fatto la resistenza con la Kora, il Balafon, la M’bira, quelle erano le loro armi, questi sono i miei strumenti…”
 
Un uomo straordinario, di una grandezza enorme e di una modestia umana rara, bello e inimmaginabile, come solo un Maestro del racconto per immagini poteva ritrarre.
Art by Maurizio Ribichini
postato da: AMALTEO alle ore luglio 23, 2008 23:19 | link | commenti (4)
categorie: ascoltare al crepuscolo, ascoltare a mezzanotte, ascoltare antologie di amalteo
venerdì, 18 luglio 2008

Latinorum: Perspicito tecum tacitus quid quisque loquatur

Caro Gabriele De Ritis
ho bisogno di una tua glossa.
Ogni estate scegliamo per la casa/orto/giardino una frase di ispirazione che copiamo su una lavagna esposta all'esterno.
Come tutte le citazioni ha un valore energetico
.
Per l'estate 2007 era:


Si hortum
in biblioteca habes
deerit nihil



Quest'anno la scelta è andata verso qualche operazione di silenzio, quale medicina omeopatica in mezzo a tanto gridare:

Perspicito
tecum tacitus
quid quisque
loquatur


Il fatto è che sul Dizionario delle sentenze latine e greche a cura di Renzo Tosi, Rizzoli Bur editore (p. 71) la trascrizione è:

Perspicito
cuncta tacitus
quid quisque loquatur

Disticha Catonis (4.20)
La domanda è:
quale delle due è la glossa giusta?

Amalteo ringrazia

Dopo nutriente conversazione la versione sia:

postato da: AMALTEO alle ore luglio 18, 2008 16:00 | link | commenti (17)
categorie: citare, agosti
giovedì, 17 luglio 2008

Segni del tempo

In questi giorni si rivela ancora l'abisso storico, culturale, relazionale, etico che separa Israele dai suoi vicini. In Israele si definisce eroe chi salva una vita umana, per i Libanesi e i Palestinesi è un eroe Samir Kuntar che ha spappolato il cervello di una una bambina di quattro anni a Naharya nel 1979.

Sostiene Amos Oz:

«E' un giorno triste per Israele. Triste ricevere quei due corpi dei nostri soldati. Difficile vedere i fanatici che celebrano in Libano, a Gaza e altrove, la liberazione tra gli altri di un assassino che nel 1979 falcidiò una famiglia, compresa una bambina di 4 anni, ed è ricevuto come un eroe in casa propria ».
Risponde quasi senza tirare il fiato Amos Oz. Si è chiuso nel suo appartamento di Tel Aviv per cercare di portarsi avanti il più possibile nella stesura del prossimo libro di short stories,
prima di partire per una breve vacanza in Europa. («Torno al genere del racconto breve, come scrivevo da giovane », spiega quasi a giustificare le sue reticenze nel commentare l'attualità). Ma la notizia dello scambio tra Israele ed Hezbollah lo vede reattivo, colpisce le sue sensibilità più profonde, ed è subito ben disposto a commentarlo per telefono.
Come vede lo scambio?
«Un giorno di lutto. Ovvio che i fanatici, i terroristi, gli estremisti conoscono bene le debolezze della società israeliana. Mi sembra di poter dire persino che si sono specializzati nello studio della tradizione ebraica, per cui sanno che noi ebrei riportiamo a casa i nostri morti, li vogliamo seppellire secondo il nostro rito. Anche se sono solo cadaveri, forse poche ossa, non importa, si tratta di un obbligo morale, è parte integrante del contratto tra la società ed i giovani soldati che danno la vita per essa. Sono le fondamenta del contratto sociale tra la fabbrica dello Stato ed il suo esercito. Loro, i nostri nemici, lo sanno e ne approfittano».
Le conseguenze?
«Non buone, temo. I fanatici di Hezbollah e quelli di Hamas sono consapevoli di questa nostra debolezza. E faranno di tutto per trarne vantaggio. E' già accaduto diverse volte nel passato. La conseguenza più ovvia è che cercheranno di prendere altri prigionieri, si moltiplicheranno i loro blitz dal Libano o dalla Striscia di Gaza. E ogni volta noi ci troveremo a dover affrontare lo stesso terribile dilemma: trattare o no? Ogni volta dovremo chiederci se la priorità va al rispettare le fondamenta del nostro contratto sociale, oppure alla lotta contro il nemico. E inevitabilmente tratteremo. Questa è la nostra debolezza, eppure, nel lungo periodo, anche la nostra forza ».
Cosa significa?
«Che in questo giorno triste sono fiero di vivere in un mondo di valori dove ogni individuo conta, pesa, gode del pieno rispetto, anche se non è più in vita. In realtà proprio questo principio, che è visto dai nostro nemici come una debolezza, costituisce il nostro vero vantaggio, l'elemento che garantisce la nostra capacità di resistenza e lotta. Ma tutto ciò Hassan Nasrallah e quelli come lui non lo capiranno mai».
Avrebbe fatto lo stesso se lei fosse stato nei panni di Ehud Olmert?
«Penso di sì, non avrei avuto alternative.
Se poi avessi dovuto guardare negli occhi le famiglie dei nostri soldati caduti, certamente avrei fatto lo stesso».
Questo scambio allontana o avvicina la liberazione di Gilad Shalit da Gaza?
«Mi attendo altri rapimenti. Ma comunque si riprenderà il negoziato con Hamas su Shalit. Quei bastardi potrebbero alzare il prezzo ringalluzziti dall'esempio libanese. E noi tratteremo, come abbiamo fatto in passato e faremo sempre».

postato da: AMALTEO alle ore luglio 17, 2008 21:23 | link | commenti (7)
categorie: pensare storia contemporanea, pensare politica terrorismo

Carlo Rivolta interpreta I sommersi e i salvati di Primo Levi




Siamo arrivati all'ultima delle tracce di Carlo Rivolta che in questi anni ho raccolto.
Sono grato all'Auser di Cantù (Como) che lo invitò in un piccolo teatro parrocchiale a recitare queste pagine, in occasione dl "Giorno della memoria".
Caro lettore, ti invito ad un ascolto che chiede un atteggiamento interiore
Ti chiedo di "fare anima" dentro di te.
Se non hai tempo per te, lascia questo sentiero e torna in altra occasione.
Si tratta della lettura che l'attore Carlo Rivolta ha fatto di alcune immense e definitive pagine di

Primo Levi
nel suo I sommersi e i salvati.


Devi immaginare una sala che improvvisamente si fa buia .... dal fondo Carlo Rivolta, vestito di leggerissimi indumenti bianchi, avanza con una candela in mano ... e poi, dal silenzio, questa voce:



Avevo già messo sul diario questa lettura: 26 gennaio 2008



postato da: AMALTEO alle ore luglio 15, 2008 10:24 | link | commenti
categorie: eternitĂ , carlo rivolta
sabato, 12 luglio 2008

Metodo: ascoltare. Provare ad ascoltare

Metodo: ascoltare con la curiosità e l'innocenza di un bambino.
Nè facile, nè semplice.
Tuttavia, spesso, è la via obbligata.
Claudio Risè lo spiega così:

In vacanza dai pregiudizi: per ascoltare l’altro

Claudio Risé, da “Tempi”, 10 luglio 2008, www.tempi.it

Vorrei proporre a me stesso, e ai lettori, di andare in vacanza dai pregiudizi, dalle idee che abbiamo costituito sugli altri e sulle loro opinioni, e che dirigono i nostri comportamenti in modo automatico. Non è una proposta relativista: è solo perché, se non li ascoltiamo con la curiosità e l’innocenza di un bambino, non riusciamo a sentire cosa gli altri ci dicono.
Un esempio di vita quotidiana, per farmi capire. Qualche giorno fa incontro un gruppo di medici, che avevano voluto scambiare le mie opinioni ed esperienze di psicoterapeuta con le loro di cura del corpo. Persone interessate, sicuramente aperte, con una visione della vita, credo, non molto diversa dalla mia (molti anche lettori di questo giornale). Infatti scambio ricco e, mi è sembrato, appassionato. Non senza curiosi inciampi.
Ad esempio, sollecitato a presentare le funzioni materne e paterne nell’accudimento ed educazione del bambino, propongo con poca originalità la mia nota visione della madre come figura dell’accoglienza e dell’appagamento del bisogno, e lo specifico paterno come azione e movimento (a cominciare da quello della fecondazione) e poi, dalla preadolescenza in poi, come operatore della rottura nella relazione fusionale madre-figlio, tuttora attiva ma ormai pericolosa per la costituzione dell’Io personale del figlio. È un punto che, lo so, suscita spesso resistenze, in particolare nelle donne. È del tutto comprensibile, se la questione non è stata vista prima. Ma sono interessanti i modi adottati per non ascoltare quello che l’altro dice. «Ah, dunque lei chiede che dall’adolescenza in poi la madre sparisca», è l’intervento di una signora.
Vorrei spiegare, come di solito faccio, che la madre non deve affatto sparire, solo lasciare che il padre interrompa l’identificazione del figlio con lei, che l’ha addirittura ospitato nel proprio corpo. Percepisco però (anche per il caldo e la stanchezza) il muro di sordità arrabbiata dall’altra parte. Comunque ci provo, ma il risultato è: «Lei dice che la madre deve farsi da parte perché la donna è natura e l’uomo cultura, e quindi per entrare nella società è necessario il padre». Per la verità non l’ho mai detto, mai scritto, e non lo penso affatto. È tutto molto più complesso e profondo di così, e ha persino a che fare – penso – con quell’“occuparsi delle cose del Padre” (di cui il padre è figura putativa) che Gesù oppone alle ansie di Giuseppe e Maria, ma che, come tutto nella vita di Cristo, riguarda la fondazione della stessa personalità umana.
Come dirlo, però? Come dialogare, se l’altro sente cose che non dici (e neppure pensi)? Come togliere di mezzo gli schemi mentali che occupano (sotto il segno dell’ansia) il campo della comunicazione e dell’incontro, forti del fatto che vengono ripetuti milioni di volte, come se avessero un qualsiasi fondamento, che alla fine nasce soltanto, invece, dalla loro incessante ripetizione?
Penso che dovremmo (tutti) parlare meno, magari anche leggere e scrivere meno, ascoltare di più. Don Luigi Giussani, di cui fui ribelle ma affezionato allievo, ti ascoltava, ti guardava. Aveva un modo ascoltante di guardarti. Anche per questo quegli incontri furono così ricchi. Insomma, proviamo a fare come se non sapessimo nulla. Magari impariamo qualcosa.


postato da: AMALTEO alle ore luglio 12, 2008 09:23 | link | commenti (4)
categorie: pensare psiche
venerdì, 11 luglio 2008

IdentitĂ  tramite l'odio

Poche persone riescono a essere felici
senza odiare
qualche altra persona,
nazione o credo

Bertrand Russell
postato da: AMALTEO alle ore luglio 11, 2008 09:27 | link | commenti (5)
categorie: citare