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2° metà del 900-later than never. “Perché vale la pena di vivere? E’ un’ottima domanda… Be’, ci sono cose per cui vale la pena di vivere … Per esempio, per me, direi … tutta la musica e le interpretazioni di Nina Simone … la voce di Ray Charles, quasi sempre … Il ballo di Al Pacino in Scent of a Woman … le note di John Lewis quando volano nelle fughe di Bach … Louis Armstrong, l’incisione di West and Blues del 1928 … i film di Sergio Leone … i racconti di Stephen King … gli azzurri e i gialli di Van Gogh … i quadri di Peppo Spagnoli, che dimostra che si può fare molto anche da luoghi piccoli … il definitivo e prospettico Logos-Pensiero di Silvia Montefoschi ... il minimalismo, perchè sono minimo ... su tutti e tutto il sorriso di Luciana …. ... e poi anche ... e ancora ...” (rielaborato su suggestione di Woody Allen in Manhattan, con qualche cambiamento).

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sabato, 31 maggio 2008

Nina Simone, That’s All I Want From You

Mi sono tuffato nella rete web.
E una ragazza californiana di 22 anni ha trovato per lei e per me  questo gioiello prezioso:

→ Nina Simone, That’s All I Want From You


Lo lascio qui, affinchè chiunque possa a sua volta trovarlo e sentirne la bellezza, assieme alle parole di Aliceydulcinea:

Nina supera il vuoto ed il silenzio,
suoni colorati che travolgono confini invalicabili.
La notte afferra la solitudine del suo essere donna
e il nostro animo accoglie la malinconia dei silenzi,
il ricordo di emozioni rubate,
emozioni che all'improvviso si perdono nel suo sorriso,
nella sua voce che diviene quell'onda in piena
che travolge...
fino all'ultima goccia...
fino all'ultima nuvola


fiori, fiori per Nina, Nina Simone

That’s All I Want From You


Our little love slowly grows and grows

Not one that comes and goes
Thats all I want from you
A sunny day with hopes up to the sky
Another day that comes and dies
Thats all I want from you

Dont let me down, oh show me that you care
Remember when you give, you always get your share
Dont let me down, I have no time to wait
Tomorrow might not come, when dreamers dream too late

Our little love slowly grows and grows
Not one that comes and goes
Thats all I want from you
A sunny day with hopes up to the sky
Another day that comes and dies
Thats all I want from you

Dont let me down, oh show me that you care
Remember when you give, you always get your share
Dont let me down, I have no time to wait
Tomorrow might not come, when dreamers dream too late

Our little love slowly grows and grows
Not one that comes and goes
Thats all I want from you
postato da: AMALTEO alle ore maggio 31, 2008 11:44 | link | commenti (11)
categorie: ascoltare nina simone
giovedì, 29 maggio 2008

The Necks- Chris Abrahams, Tony Buck, Lloyd Swanton: Pop Will Eat Himself, At Factory Theatre, Sidney, 2008

Niente di professionale. Questa è solo una analisi passional-stilistica di:

The Necks, Pop Will Eat Himself
seconda parte del concerto tenuto al The Factory Theatre di Sidney, 2008
Sito dei The Necks

Mio demerito. E' terribile "smontare" in 5 pezzi un'opera unitaria di 45 minuti costruita sulla scena. Tuttavia servirà a intra-vedere come loro riescono a scolpire il loro ennesimo gioiello musicale. Il consiglio al lettore è di darsi un'ora di tempo e sentire uno dei dischi della collezione.

Mio merito: faccio tutto come in una seduta psicanalitica. Associo. Lascio andare i pensieri. Scrivo mentre ascolto. Amplifico. Vado a caccia di ricordi. Puoi farlo anche tu. Provaci.

Nella lingua tedesca la parola Gestalt vuol dire "forma, configurazione" e rimanda al concetto di "totalità formale e strutturale". Su questa parola si fonda la psicologia della forma, secondo la quale i processi mentali della conoscenza e dell'esperienza percettiva si organizzano in una totalità che è differente dalla somma dei singoli elementi che la compongono:
"sfondo/primo piano/unità" , come osserva Astime nel commento 8.
In un ascolto trasognato di un pezzo dei The Necks potrai fare esperienza diretta di questo modo in cui funziona la mente.

I tre lavorano assieme, perfettamente integrati come in una Gestalt. Di più: il loro suono è unitario, pur essendo costruito con impercettibili apporti associativi di ciascuno.
Fanno minimalismo in ambiente jazz.

Nominiamo i tre: Chris Abrahams al piano (il più introverso): Tony Buck alle batterie (potenza vulcanica allo stato naturale; Lloyd Swanton al contrabbasso (il generoso, il connettivo, il socievole, l'assertivo)

Un'opera musicale d'arte di quasi un'ora si poggia necessariamente su un percorso che ha una introduzione, alcuni cuori interni ed un finale di chiusura.
In fondo anche noi , esseri viventi, siamo come una musica.

1. Introduzione

Si sta entrando in un mondo immaginario.
Si deve farlo con leggerezza e spirito accogliente.
Swanton crea il clima, Buck costruisce l'ambiente (senti quelle nacchere che corrono sul tamburo!) e Abrahams introduce elementi dinamici.
Concentrarsi  sul impasto dei suoni e la progressione lenta. Il crescendo sarà segnato dai tasti bassi del piano, a loro volta sostenuti dal tappeto della batteria e tenuti assieme dalle vibrazioni delle corde.
(mi scuso per la frattura: troverò modo, caro lettore, di farti sentire tutto l'intero. Qui lavoriamo sulle parti)




2. primo cuore: volevamo portarti qui

Siamo attorno all'11 minuto.
La struttura sonora si fa più veloce e drammatizzante.
I mezzi sono un emozionante interplay di grande affettività fra i musicisti.
L'effetto è quello che chiamerei di "ipnosi con coscienza".
Ci siamo.
Siamo dentro un ambiente laterale della realtà.
E' il centro del Mandala.
Ma come nei Mandala, ci sono le vie laterali (alto/basso, est/ovest)
E come lo fanno?
Con le variazioni. Arabeschi, ornamenti, sub-tonalità, armonici primari e secondari.
Qui stiamo provando l'esperienza di "essere dentro" il "loro" mondo immaginario. Quello in cui volevano portarci. E tuttavia sei "tu" ("io"), con la tua soggettività che ci stai.
C'è collaborazione, c'è relazione qui. C'è empatia.
L'archetipo del  Fantastico (inventato or ora)  suggerisce:  "C'è magia ... è come stare in una fiaba
Più semplicemente il primo cuore sussura: "è bello stare qui".
Il folletto benefico è Abrahams


3. secondo cuore: nel mezzo del cammin ...

Siamo al 25° minuto.
Si cammina, si corre.
La vita è un lampo.
Occorre guardare tutto quanto è possibile.
Godere degli attimi.
Carpe diem .... Carpe diem ... il tempo corre ...
Ci vuole energia. Ci vuole libido
Ci vuole dinamica, che vive a contatto con la statica
Chi è il folletto energetico?
E' Carl Abrahams: vertigine controllata.
E' lui che fa correre le note del piano, alimentandosi anche con  l'archetto di Swanton.
Si corre qui.
Non c'è tempo.
"Siamo in ritardo", come diceva il coniglio di Alice nel regno delle meraviglie.
Non ci sono picchi o avvallamenti.
Direi che siamo su un "vertice durevole".
Associo al plateau orgasmico.
Dura di più, però.
4. terzo cuore: le vie sono ardenti

Siamo al 32° minuto.
Ora si può provare l'impossibile: accomodarsi sopra un cratere vulcanico. Dalle coppe osserverai il ribollire della lava.
La psiche è incandescente, le fiamme si levano e si ritraggono.

La loro fine è tracciata nel loro principio
e il loro principio nella fine,
come la fiamma è unita al tizzone ardente

Sepher Jtzirah, I, 8

Ci vuole potenza per farlo.
E chi è il folletto della potenza?
E' Tony Buck: un fenomeno della natura. Un vulcano umano.
Suo è il battito potente, percussivo, forte, sicuro, implacabile, accessibile.
Con quel drumming si può sedere sull'orlo del cratere come se si fosse sul bordo di un fiume placido alla new age.
Ma i folletti collaborano. I folletti arrivano assieme, anche se ciascuno ha un ruolo.
E infatti Abrahams lavora sugli armonici e Swanton - l'assertivo è al servizio del tutto. Lui si è assunto l'umile e necessario compito di "tenere assieme".
Solo così si può stare davanti alla lava come davanti ad un ruscello romantico da lieder schubertiano (quello della Bella mugnaia)




5. Si torna a casa

Nella sintassi musicale c'è una figura retorica che si chiama "cadenza d'inganno".
Spiega Wikipedia che: "
Una cadenza d'inganno crea un momento di sospensione che determina un aumento d'interesse verso la composizione in quanto la sensazione di una conclusione viene disattesa ed inoltre fa sì che il compositore possa aggiungere una o due frasi che chiudano il tutto".
Lo dico con parole mie.
La cadenza d'inganno funziona così: sei a casa tua ... esci di casa (nel nostro caso con questo pezzo dei The Necks) ... cammini ... cammini ... vedi ... osservi ... sperimenti ... sei fuori di casa .... sei in un altro spazio ... poi ritorni e ti accorgi che non eri mai uscito di casa.
Questo è quello che mi provocano i gestaltici Abrahams, Buck e Swanton.
Si torna a casa. O meglio non si era neppure usciti.
Era un viaggio nell'Immaginario
Era una Reverie.


postato da: AMALTEO alle ore maggio 29, 2008 17:37 | link | commenti (9)
categorie: ascoltare the necks
mercoledì, 28 maggio 2008

The Necks: come costruiscono il suono

"non è una musica facile ma richiede attenzione,
tempo da dedicarle, per poter cogliere la progressione
durante i minuti all’interno di una struttura
che sembra sempre uguale
o in lentissima evoluzione.
Un crescendo che necessita dei suoi tempi.
Forse anche per questa indispensabile pazienza ..."

Dodo


A typical Necks set
begins with all three members at their instruments, eyes closed, head bowed, waiting in silence for inspiration to strike one of them.
It was Chris Abrahams who led off first, with a one finger piano melody. This grew until he was using five fingers, then ten, his hands gradually coming together in the centre of the piano.
Lloyd Swanson marked this progress with arco bass, while Tony Buck had a stick bouncing between two cymbals for an age.
They all came together around one piano chord, and hung their for what seemed like an eternity, defying gravity, before a plucked note from Swanson signalled a way back down. That is what I love most about the Necks; they are so attuned to each other that any tiny movement from any member can change the entire direction and ambience of the piece. The first set built to a finale with louder and louder reverberations on those cymbals and Abrahams hammering out some staccato chords.
The second set was kicked off by Swanson with a simple two note bass riff; for some reason I often enjoy the pieces he leads more, the bass getting a bit more prominence in the ensemble mix. Buck accompanied him at the start by grinding a stick against his cymbal, and then shaking some ropey clutter against his drums. Abrahams starting playing some lively, free stuff which mutated into something vaguely funky; the others didn’t need much invitation to join in - for the first time tonight the drums were being played in something approaching conventional fashion, Buck quickening the pulse by switching up to double time. He made up for that by finishing up playing what looked like a tray of christmas tree decorations, the metallic rustle sending Abrahams scurrying for safety to the bottom end of his piano.

in:
The Necks, The Vortex, 19/05/08


The Necks occupy a unique niche in contemporary music. Blending the instrumentation of a jazz piano trio with the rigorous attention to detail of minimalism, they forge a style that is both instantly recognisable and innovative. Each of their improvisations spring from small cells - rhythmic and melodic - expanding and interweaving without ever breaking out into settled music. The effect is to expose the listener to a very organic process of improvisation. A more abstract and soulful version of Nik Bartsch’s Ronin, this Australian trio are not only innovators but increasingly influential too.
Performances can resemble a journey, musical cells subtly shifting, new textures continually being added and waves of momentum released through collective crescendos. The effect can also be unsettling - apparently simple patterns will be subtly inverted, and drummer Tony Buck’s often machine-like time keeping can suddenly freeze, suspended. Undoubtedly tapping into something meta-musical, each performance has something magical and ritualistic about it.

Despite knowing the bulk of their recordings well, Monday night’s gig at The Sage, Gateshead was the first time I’ve caught them live. In the intimate setting of Hall Two, the group played two contrasting sets, both fully acoustic. The first sprang from a shimmering repetitive piano gliss, sustained and augmented over its lengthy duration by pianist Chris Abrahams. Full of overtones, it reminded me of Charlemagne Palestine’s exotica. Buck gradually worked from hand percussion to a full drum kit assault as the piece built hypnotically to the point of virtual meltdown, whilst Lloyd Swanton’s bass unsettlingly shifted the axis of this elusive improvisation. Winding the piece down with Swiss precision, their control and musical empathy was highly impressive.

The second set was something different again. Abrahams sprinkled bluesy arabesques to recall Horace Parlan or Mal Waldron over Swanton’s harmonically ambiguous drone. From there the trio once again took off on another absorbing flight, time passing by in a blur. It would have been unfair to ask a group whose performances rarely last less than an hour for an encore, though an encore would have been nice. This is the kind of music I could listen to all day, and if a way could be find to pipe it into public spaces as an alternative to ‘white noise’, the world may be a better place.

Straddling many genres – jazz, improvisation, minimalism, electronica, avant-garde –The Necks’ beguiling sounds stand out as a pinnacle of improvised music. Tying the process of improvisation to a solid aesthetic ensures there is no wasteful or dead time. The Necks are rare in this often self-indulgent form of music in that they never forget the listener – they seek to engage, not alienate. A lesson others could do well to heed.

Fred Grand

in: http://africpepperbird.blogspot.com/2008/05/necks-sage.html


Reviewed by Andy Gill
Thursday, 29 May 2008

For many years, north-east London's most welcoming bohemian outpost, The Vortex, used to operate from a small upper room in Stoke Newington, before moving to its current location in an even smaller upper room in nearby Dalston. Tonight, the tiny space is packed to the rafters – or rather, to the ceiling's hi-tech exposed girders and air-conditioning conduits. The latter don't seem all that effective against the combined humidity of a roomful of people – in fact, it appears as if most of the patrons have passed out with heat exhaustion, their eyes closed and mouths slightly agape.

But every now and then a hand will raise a bottle, or a head nod rhythmically, subtle proofs of consciousness careful not to puncture the delicate meniscus of sound created by The Necks. Even the band themselves play most of the set with their eyes shut, focusing on the music in order to pick up and develop the minutiae of each others' parts, pianist Chris Abrahams and drummer Tony Buck poised like hovering hawks over their respective instruments while bassist Lloyd Swanton uses his slim, elegant double bass for support as he sways to the rolling waves of sound.

To describe The Necks as an improvising jazz trio is something of a misnomer: improvised jazz so often resembles a battle, each player striving to impress – or, in the classic tradition of "cutting contests", outdo each other in skill, complexity and imagination. But although The Necks have no shortfall in any of these categories, they have managed to subsume their individual ambitions to the collective aim, in a manner which has clearly taken years of interaction to perfect.

Tonight's two sets are typical: the first opens with an unhurried piano motif repeated over a yawning monotone of bowed bass, gradually becoming more florid, like a flurry of snowflakes building into a blizzard – an impression heightened by Buck's sleigh-bells and temple-bells. One could be in a Himalayan monastery, watching the sky turn ever whiter through a frosty susurrus of cymbals, while Swanton conjures a billowing cumulus of bass.

The second set builds up more of a propulsive groove, although the Himalayas are still brought close by the squeak and rattle of Buck's opening percussive figure, which resembles the steady creaking of a Tibetan prayer-wheel. Save for a microphone glitch that sends harsh noise reverberating through a few seconds of the first set, both pieces are mesmeric, luminous delights, exactly the chilled refreshment required to stave off the evening humidity.

in www.independent.co.uk/

postato da: AMALTEO alle ore maggio 28, 2008 20:01 | link | commenti (9)
categorie: ascoltare the necks

The Necks, Dischi 1989-2008

The Necks



Lloyd Swanton, Contrabbasso
Tony Buck,
Batteria
Chris Abrahams,
Piano e tastiere

Sito dei The Necks

Dischi:

GUELPH, at The Factory, Sidney, 2008

POP WILL EAT HIMSELF, at The Factory, Sidney, 2008

TOWNSVILLE, 2007

CHEMIST, 2006

AT BONDI PAVILLON THEATRE, SIDNEY, 2005

MOSQUITO, 2004

SEE THROUGH, 2004

DRIVE BY, 2003

PHOTOSYNTHETIC, 2003

HOMEBUSH, at Musikschule Raab, Austria, 2001

AETHER, 2001

RAAB, at Musikschule Raab, Austria, 2001

ATHENAEUM, at Athenaeum Theatre, Melbourne, 2001

HANGING GARDENS, 1999

PIANO BASS DRUM - UNHEARD, 1998

THE BOYS, Music for the feature film The Boys, 1998

SILENT NIGHT - Black, 1996

SILENT NIGHT - White, 1996

AQUATIC, 1994

NEXT, 1990

SEX, 1989

postato da: AMALTEO alle ore maggio 28, 2008 12:51 | link | commenti
categorie: ascoltare the necks
martedì, 27 maggio 2008

The Necks, Drive By, 2003

I The Necks lavorano sul suono elaborando sulla scena sculture musicali di circa un'ora.
Dunque è molto limitativo estrarre solo una parte. Tuttavia per provare a farne l'esperienza ecco gli ultimi 10 minuti di Drive By:




Recensioni di Drive By:

Nella storia del Jazz spesso si legge che, nei momenti di svolta, gli appassionati ascoltatori dicevano "c'è uno che suona in modo nuovo" e correvano a sentirlo, ovunque fosse. È avvenuto per Louis Armstrong, che con West End Blues (1929) innovava nel Jazz di New Orleans. E ancora con le orchestre di Duke Ellington. Poi con il Bebop di Charlie Parker. Con The Birth of Cool di Miles Davis. E ancora con Olè di Coltrane. E ancora con il Jazz nordico di Garbarek. Ma sono molte le svolte.Ci sono vari modi, non incompatibili, per suonare il Jazz : quello degli Standard (e si può farlo in modo mirabile come il Trio di Keith Jarrett), quello della tradizione (come continua a fare con encomiabile coerenza Winton Marsalis), quello della rielaborazione del Pop (in Italia ricordo Danilo Rea e i Doctor 3). E ancora altri.
Ma oggi la nuova frontiera la stanno percorrendo i The Necks, un gruppo australiano che lavora da 15 anni e che persegue con ammirevole coerenza un progetto musicale unico.
I The Necks hanno qualche precursore, ma pochi imitatori. Il loro è Jazz minimale, è Post-Jazz, è Post-Tutto, come di loro dice Geoff Dyer in un suo articolo.

Drive By è un pezzo unico di circa 60 minuti. Una scultura musicale sostenuta dal tappeto sonoro della batteria di Tony Buck. Non ricordo altro drumming di così grande bravura per precisione e ritmo. La musica sembra appartenere al genere del minimalismo. Ma non è solo così: è continuamente attraversata da altri inserti sonori. Come voci di bambini, lampi notturni, rintocchi acustici, armonie da contrabbasso. La ricorsività e talvolta monotonia del minimalismo qui è vivificata dalla improvvisazione

La musica procede per sottrazione ed estensione. Talvolta Tony Buck è lasciato da solo a tenere l’opera (perché di grande opera d’arte si tratta!), ma poi di nuovo riprendono l’interplay.
Impossibile non essere ipnotizzati da questa musica.
Forse, senza particolari intenzioni terapeutiche, i Necks intercettano le onde cerebrali. Questa esperienza sonora si conclude, infine con una notte stellata in cui cantano i grilli. Le chiusure sono tanto importanti come le entrate. Ma qui siamo al massimo. Sono 10 secondi di vera magia. Chiunque ami non solo ascoltare musica, ma entrare in uno spazio musicale esperienziale non perda i Necks e cominci pure da Drive By. Ma poi cerchi tutti gli altri loro dischi. Ascoltateli: è una esperienza musicale straordinaria. Sembra di stare in uno spazio fatto di note.
O meglio, come dice Dyer, "è musica che contiene lo spazio che attraversa".

in DeBaser


Alfredo Rastrelli in SandZine

Devo ammetterlo: ho iniziato ad interessarmi qualche anno fa ai The Necks solo perché avevo saputo che ci suonava dentro il batterista dei Kletka Red, Tony Buck ( tra l’altro con trascorsi anche nei Peril insieme ad Otomo Yoshihide e Kato Hideki). Nobile o meno che sia questo mio atteggiamento mi ha dato però l’occasione di entrare in contatto con una realtà e un progetto musicale incredibile e alla fine è solo questo quello che conta. Suonano già da parecchi anni ed hanno anche una bella e corposa discografia alle spalle questi tre australiani che rispondono al nome di Tony Buck, come già detto alla batteria, Chris Abrahams al piano e Lloyd Swanton al basso. Un supergruppo lo si sarebbe chiamato una volta perché i tre personaggi coinvolti non si sono chiusi a riccio nell’esperienza The Necks, ma hanno da sempre intrapreso quella politica che li ha portati a confrontarsi con così tante e diverse entità che sarebbe davvero un’impresa elencare tutte. Hanno costruito una carriera che è un mastodonte capace di ridimensionare e far fuori in un sol botto tutto il cosiddetto post-rock attuale. Hanno un sound unico ma soprattutto una carriera di una coerenza spaventosa. Per questo motivo risulta difficile isolare un loro cd da un altro, perché è l’unione che da loro la forza, e solo abbracciando la totalità della loro opera si può avere qualche chance in più di comprendere la loro musica. Quasi sempre ogni disco è composto da un’unica traccia che si assesta tra i quarantacinque e i sessanta minuti di durata e anche questo "Drive by" non fa eccezione; un flusso sonoro ininterrotto, dai groove ipnotici e minimali, sostenuto da una batteria poderosa e da un piano piuttosto 'in love' con certo jazz elettrico. Una musica in divenire, che procede per crescendo e piccole addizioni. Una sintesi perfetta di rock, jazz e dub coniugati in un suono minimalista eppure 'totale' che ti lascia dentro quel senso di stupore che si prova quando si è davanti a qualcosa di grande e di inafferrabile. Un gruppo importante che stava avanti già qualche anno fa, figuriamoci adesso, di una bravura tale da rendere obsoleti la maggior parte dei gruppi che tentano oggi di scopiazzare Ui e Tortoise. Fondamentali.

ReR Megacorp
By Nils Jacobson:  

In many ancient cultures music is a tool for trance. Repeated figures, varied ever-so-slightly, can beckon you into a form of meditation where the outside world doesnt matter nearly as much as what lies within. Traditional drumming from Ghana, for example, centers itself around rituals relating to birth, spirits, and death. Westerners absorbed this idea in a very ass-backward way when modern classical composers like Steve Reich incorporated minimalism into a framework of repetition. The idea has been taken further by post-rock groups like Tortoise, who make use of studio tools to get it just right.

The Australian group known as The Necks takes advantage of both approaches: marathon cycles of riffs and beats frame intermittent piano swirls, found sound samples, and electronic effects. Drummer Tony Buck serves as the locomotive for this trio, laying down a direct and straightforward groove that persists more than an hour. The title track is the only track on Drive By, so you have to admire the concentration required. If you're not willing to be hypnotized by this music, chances are youll find it highly annoying or turn your attention elsewhere. Thats your choice, but I strongly recommend surrender.
 

All of these three instruments (piano/organ, bass, and drums) have the potential to be a percussion instrument, and most of the time that seems to be their primary function. (Acoustic) bassist Lloyd Swanton lays down the most deceptively simple parts of the intertwined whole, often four-note riffs syncopated with snare hits and keyboard figures. The rhythms come in units of three, four, six, and seven, often directly juxtaposed, but you wouldnt necessarily know that unless you screwed on a thinking cap.

The jazz element on Drive By mostly comes from the keys of Chris Abrahams user-friendly organ and pedalled piano. To the extent this music has a melody, youll find it there. But short phrases, swirls, and gentle cascades comprise just about all of it, and in the end their role is more to serve as color and accent for the pulsating whole.

Apparently this group performs this sort of heavy-duty hyponosis live, which requires an act of utter submission and the sort of intuitive understanding that transcends conscious thought. But this studio effort is most effective in its own right: a magnetic document that favors understatement over excess, introspection over extroversion. A psychedelic trip of the highest order.


 The latest effort by Australia's super trio the Necks is a darkly swirling journey into sound that encompasses jazz, rock, and hypnotic grooves, all organically played without loops or samples, to brilliant effect. Like a mirror image of Manuel Gottsching's classic E2-E4, Drive By is one long track -- over 60 minutes. It unfolds gradually. Chris Abrahams keyboards create the pulse that is gradually taken over by Lloyd Swanton's bassline. It's less than a handful of notes that creates the effect, but the layering of Tony Buck's drumming, and Abrahams multi-textured keyboards over the framework, is positively mind-bending, this is only ten minutes into the piece! The dynamic is controlled and channeled through the middle, keeping the vibe of the piece moody, dark, and full of a controlled menace that gives way to a dreamy, shimmering gloss of ether and darkness. Great washes of synth sound come undulating through the backdrop intermittently, organ riffs course in contrapuntal rhythmic lines against Buck's ever prominent bassline, and a piano slithers through almost imperceptibly, as its seemingly random placement is off-kilter and ever surprising. The sense of relaxed ambivalence grows exponentially in the listener, though very gradually. By the time it ends, there is nothing but a mantra of excess for the pulse itself, and a warped sense of time and space echoing in the listening room, pervading every surface inner, outer, and secret. Sleep isn't recommended, though an overwhelming sense of dream prevails. This is a remarkable, resoundingly brilliant album: that from such restraint so much flows. There are literally nuanced sonic universes contained here, all of them subtle, all of them uncoiling with elegance and steamy tension; they give way to a release that is unmentionably beautiful and seductively sinister.



By 2003, the three members of Australia's unclassifiable Necks were playing together only a couple of times a year. But the group is still releasing new music, as borne out by Drive By, yet another one hour-long slowly-unfolding chamber piece that relies on both minimalist repetition and jazz improvisation for its dreamy ambience and fluent dynamics.

If 2002's Hanging Gardens was lively and virulent, and the previous year's Aether was pure understated bliss, Drive By can be said to be the perfect encounter of Miles Davis, Terry Riley and Brian Eno. With a stronger sense of the groove than its predecessor (and a touch of African polyrhythm), the amalgam of Tony Buck's tribal drums, Lloyd Swanton's repetitive bass lines and Chris Abrahams' wavering piano meditations is a classic of casual conversation.

It almost sounds like the counterpart to Soft Machine's sixth album, which, starting from similar premises, accomplished much more austere and geometric structures. The keyboards are absolute protagonists, yielding the totality of the piece's diversity, with occasional peaks of pathos. As usual, the meaning is as cryptic as a summer breeze.

Halfway into the track (at 27 minutes), children are heard playing in the background, and the delicate timbres of the piano seem to engage in some kind of counterpoint (while a distorted organ whines on top of it); and at 48 minutes the music is invaded by a loud buzzing sound, as of thousands of bees, and other animal-sounding noises, while the tempo gets funkier, until the music dissolves and only chirping birds are left.

The only drawback compared with its predecessor is that somehow the textures do not achieve the same sense of otherworldiness. The process is, in a sense, too obvious for the spectator to be hypnotized by the clockwork.

http://www.nudeasthenews.com/reviews/1139


Ken Micallef :


Australian instrumental trio the Necks have been called everything from Krautrock copyists to Philip Glass minimalists, but whatever their slowly revolving music implies, these masterful musicians sound like no one else. Over their seven album career the Necks have followed a consistent approach of single track, hour-long recordings marked only by very subtle changes that result in music that is profound, clever and confounding. Is this jewel-like music created for a predawn ritual of sex and sorcery? Or is it Aussie space rock recorded somewhere in the Outback as shooting stars and dope trails light up the sky?

 

The 60:17 long Drive By follows the Necks’ highly acclaimed live recording, Athenaeum, Homebush, Quay & Raab. The arrangements remain the same: Chris Abrahams’s twinkling keyboards create a lone four-note melody which is slowly joined by Tony Buck’s pulsing drums, the pair then enveloped by Lloyd Swanton’s subliminal, rumbling bass lines. Buck’s drums affect the most change, morphing from tribal patterns to hypnotic, tom-laced loops to edgy funk overlays. Abrahams adds incidental swirls of acoustic piano, organ, and sound effects that range from buzzing helicopter blades to apocalyptic explosions. Not only does Drive By create a numbing, surreal atmosphere like a hit of quality codeine, it easily holds your attention with the subtlest of elements. Drum rhythms peak, build and subside, odd sounds move from left to right, all without seeming purpose or obvious direction. It’s like staring at a deep blue sky for an hour with only fluffy clouds and bumblebees to embellish the view until a sinister UFO streaks across the horizon, leaving you anxious and excited. Drive By freezes time and invades your mind.


Thom Jurek, All Music Guide

The latest effort by Australia's super trio the Necks is a darkly swirling journey into sound that encompasses jazz, rock, and hypnotic grooves, all organically played without loops or samples, to brilliant effect. Like a mirror image of Manuel Gottsching's classic E2-E4, Drive By is one long track -- over 60 minutes. It unfolds gradually. Chris Abrahams keyboards create the pulse that is gradually taken over by Lloyd Swanton's bassline. It's less than a handful of notes that creates the effect, but the layering of Tony Buck's drumming, and Abrahams multi-textured keyboards over the framework, is positively mind-bending, this is only ten minutes into the piece! The dynamic is controlled and channeled through the middle, keeping the vibe of the piece moody, dark, and full of a controlled menace that gives way to a dreamy, shimmering gloss of ether and darkness. Great washes of synth sound come undulating through the backdrop intermittently, organ riffs course in contrapuntal rhythmic lines against Buck's ever prominent bassline, and a piano slithers through almost imperceptibly, as its seemingly random placement is off-kilter and ever surprising. The sense of relaxed ambivalence grows exponentially in the listener, though very gradually. By the time it ends, there is nothing but a mantra of excess for the pulse itself, and a warped sense of time and space echoing in the listening room, pervading every surface inner, outer, and secret. Sleep isn't recommended, though an overwhelming sense of dream prevails. This is a remarkable, resoundingly brilliant album: that from such restraint so much flows. There are literally nuanced sonic universes contained here, all of them subtle, all of them uncoiling with elegance and steamy tension; they give way to a release that is unmentionably beautiful and seductively sinister.

postato da: AMALTEO alle ore maggio 27, 2008 23:54 | link | commenti
categorie: ascoltare the necks

I The Necks: chi sono

The Necks


 

Chris Abrahams, Piano e tastiere
Tony Buck,
Batteria
Lloyd Swanton,
Contrabbasso

Sito dei The Necks

 



La musica che ho sempre cercato e che, nel gennaio 2006 ho finalmente trovato. Come i tesori delle terre sconosciute.

Nella storia del Jazz spesso si legge che, nei momenti di svolta, gli appassionati ascoltatori dicevano "c'è uno che suona in modo nuovo" e correvano a sentirlo. E' avvenuto per Louis Armstrong, che con West End Blues (1929) innovava nel Jazz di New Orleans. E ancora con le orchestre di Duke Ellington. Poi con il Bebop di Charlie Parker. Con The Birth of Cool di Miles Davis. E ancora con Olè di Coltrane. E ancora con il Jazz nordico di Garbarek. Ma sono molte le svolte.

Ci sono vari modi, non incompatibili, per suonare il Jazz: quello degli Standard (e si può farlo in modo mirabile come il Trio di Keith Jarrett), quello della tradizione (come continua a fare con encomiabile coerenza Winton Marsalis), quello della rielaborazione del Pop (in Italia ricordo Danilo Rea e i Doctor 3). E ancora altri.

Ma oggi la nuova frontiera la stanno percorrendo i Necks, un gruppo australiano che lavora da 15 anni e che persegue con ammirevole coerenza un progetto musicale unico. Di loro si dice:

"Entirely new and entirely now. They produce a post-jazz, post-rock, post-everything sonic experience that has few parallels or rivals" (da The Guardian)

I Necks hanno qualche precursore, ma pochi imitatori. Il loro è Jazz minimale, è Post-Jazz, è Post-Tutto, come di loro dice Geoff Dyer

Certo sembra stupefacente che è dall'Australia che arrivino questi esploratori psichici della musica Jazz. Ma pensando a Picnic ad Hanging Rock di Peter Weir non è poi così strano.

Forse gli australiani sanno mettere bene assieme modernità, ambiente incontaminato e sogno.

Questo è il brano dell'articolo che me li ha fatti conoscere:



da: Dove va il jazz, in La musica che abbiamo attraversato, a cura di Ranieri Polese, Almanacco Guanda, 2005, p. 44-45

Questa recensione di Geoff Dyer dei The Necks ha attivato una mia febbrile ricerca di questi musicisti australiani.

E con le connessioni della rete sono arrivato al sito www.debaser.it, dove ho trovato questa bella memoria dell'organizzatore della casa editrice Instar:

 .... permettimi un ricordo in questa pagina, in qualche modo legato alla tua recensione. Dopo aver letto il libro di Dyer ebbi occasione di conoscere l'editore che lo pubblicò in Italia, per la Instar libri, Gianni Borgo. Era giovane, preparatissimo, attento ad ogni piccolo dettaglio e aveva una cura preziosa di ogni cosa avesse relazione con i libri che pubblicava. E naturalmentre era stato lui a lavorare alla pubblicazione di "Natura.." in prima persona. Io avevo in mente la traduzione di un romanzo di un autore spagnolo, insieme ad un'amica, e così ci incontarammo un paio di volte. Il progetto non ebbe seguito e non lo vidi più. Ho poi saputo della sua scomparsa, giunta prematura, credo nel 2000 o 2001. Anche se non esisteva alcuna forma di conoscenza, se non quella occasionale descritta, devo confessare che fui molto colpito e, in qualche modo, addolorato. Era persona gentile e seria, così appassionata del proprio lavoro. E ha asciato una casa editrice colma di ottimi titoli, con uno spirito e un'approccio davvero interessanti. Volevo ricordarlo e tributargli un saluto. In qualche modo è anche un invito ai pasanti di DeBaser ad accostarsi a quella casa editrice, magari partendo proprio da "Natura morta con custodia di sax". Scusa l'intrusione e bai bai.
Nome: Mr.NoBodyAndSOul

Conclusione: la rete Web è la più grande conquista dell'umanità  se consente anche di portare un fiore al cimitero dove riposa un paziente organizzatore della cultura. Quelle persone che vivono nell'ombra per far mettere al mondo cultura e relazioni intersoggettive. Senza Gianni Borgo nessuno in Italia avrebbe potuto leggere Geoff Dyer (e invito alla lettura delle sue opere: nei prossimi giorni organizzerò anche questa bibliografia)

Grazie a  Mr.NoBodyAndSOul, cui ho risposto:

 

Caro MRNOBODYANDSOUL. Nessuna intrusione la tua, ma una vera emozione. Grazie molto per il tuo ricordo per il realizzatore della casa editrice Instar Libri (quindi, per i passanti su DeBaser: Geoff Dyer, Natura morta con custodia di sax, Instar Libri, 1993). La vita umana è costellata e illuminata da questi apparentemente piccoli organizzatori che, lavorando nell'ombra, rendono possibile dare agli altri qualcosa di importante, come la bellezza artistica. E ricordarsi di loro è è una umanissima azione, come portare un fiore al cimitero. Grazie ancora

Ma poichè un sasso gettato nell'acqua genera onde e ripercussioni nello spazio ecco altri messaggi generati da Geoff Dyer e captati su www.debaser.it:

Santo cielo Mr.NB mi hai ricordato una casa editrice davvero eccellente per la cura e la qualità delle proposte. Di loro consiglio sentitamente: Vikram Chandra - Amore e Nostalgia a Bombay. Ah benvenuto ALMATEO. Recensione intrigatissima. Su iTunes di loro c'è solo un Ep di quattro brani "the Boys" e sembrano niente male davvero niente male. Bravo
gabbox

Uno dei dettagli, caro Gabbox, che mi aveva colpito subito era la sensazione tattile delle copertine. Erano le prime di quel tipo, poi utilizzate da tutti, con quella superficie così "carnosa" e così liscia. Lo feci notare a lui, che mi disse che anche quell'aspetto lo interessava molto: produrre "oggetti" di qualità a prezzi contenuti. Prima di intraprendere la sua avventura editoriale aveva lavorato in Inghilterra, assorbendo uno stile e una tradizione che non ha forse pari al mondo. Allora, visto che ci siamo, Gabbox, consiglio io un titolo, che dovrebbe essere letto da ogni passante di DeBaser: "L'ANGELO CON IL FONOGRAFO". LeggerE e rileggere (cosa, questa,che mi riprometto di fare anch'io, appena possibile)
postato da: AMALTEO alle ore maggio 27, 2008 01:17 | link | commenti (7)
categorie: ascoltare the necks
domenica, 25 maggio 2008

The Necks in Concert: Guelph e Pop Will Eat Himself , at The Factory - Sidney, Marzo 2008


The Necks are one of Australia's most unique bands, with an underground appeal that's still growing around the world some 20 years after they formed. They're an acoustic trio comprising piano, bass and drums and the players improvise pieces that evolve over long timeframes, taking their listeners into trance-like spaces where the music fluctuates minutely over time.

The group was formed by pianist Chris Abrahams, bassist Lloyd Swanton and drummer Tony Buck as a means of exploring new possibilities for extended improvisation. They all came from strong musical backgrounds and still have individual projects away from The Necks. This group, though, has been particularly successful for them because it has crossed into a few different musical areas, and so brought dedicated audiences to the music.

A typical Necks performance will consist of one or two pieces each lasting about an hour, and that's what we'll hear in this concert -- a single work lasting about 46 minutes that builds and develops from sparse and repeated crystalline phrases into dense and dramatic full-bodied textures. There are elements of ambient, jazz and trance music in the mix but the finished product is always something else, something genuinely different and quite compelling.

This concert was recorded in March this year at The Factory during the 'places + spaces' jazz series in Sydney. As a first for The Necks and for Music Deli, you can watch the full concert via streaming video.

  • Guelph   44' 16"

Mia maccheronica traduzione:
I The Necks sono
un trio acustico composto da pianoforte, basso e batteria e i musicisti improvvisano pezzi che evolveranno nel corso del lungo i tempi, tenendo i loro ascoltatori in trance-come spazi in cui la musica minuziosamente oscilla nel tempo.
Il gruppo è stato formato dal pianista Chris Abrahams, Lloyd Swanton bassista e batterista Tony Buck come un mezzo per esplorare nuove possibilità per esteso l'improvvisazione.
  Tutti hanno un forte background musicale e ancora singoli progetti musicali.  Questo gruppo, tuttavia, ha avuto particolare successo per loro perché hanno  attraversato in ambiti musicali diversi.

La tipica perfomance dei The Necks pcomprende da uno o due pezzi ciascuna della durata di circa un'ora, e questo è ciò che ti senti in questo concerto - un unico lavoro della durata di circa 46 minuti che costruisce e si sviluppa da diradata e cristallina frasi ripetute in densa e drammatica corposo texture.  Non vi sono elementi di ambient, jazz e musica trance nel mix ma il prodotto finito è sempre qualcos'altro, qualcosa di veramente diverso e molto interessante.

Questo concerto è stato registrato nel marzo di quest'anno at The Factory, in Sidney, nel marzo 2008.

postato da: AMALTEO alle ore maggio 25, 2008 16:55 | link | commenti (13)
categorie: ascoltare the necks

Toumani Diabate', The Mande' Variations

Toumani Diabatè suonerà a Ferrara il 24 luglio 2008
manifestazione Ferrara sotto le stelle
grazie per questa informazione a Giuseppe Federico di Onda Rock


In questi giorni ascolto spesso:

Toumani Diabate'
The Mande' Variations

Links:

MySpace
Toumani Diabaté Website
World Circuit Records Website

Videos:
Toumani Diabaté plays the kora
Toumani Diabaté live at MetroTech Brooklyn



Mi affascina per vari motivi.
In primo luogo per le risonanze antiche che sa elaborare e trasmettere. Mi viene in mente quell' "Africaaaa ..." di Nina Simone, in una delle sue espressioni dentro l'interpretazione di Little Girl Blue in quella serata a Montreux, nel 1976: " .... Africaaa ..."  A 6 minuti e 50 ...
Poi per la qualità dei suoni singoli ed orchestrali che vengono fuori dalla Kora. Dice Jazzfromitaly di questo suono:
 

Assistere ad un concerto per kora solo è un'esperienza unica.
Ti chiedi come sia possibile ascoltare quella cascata di suoni, da dove nascono quei bordoni come giri di basso ed allo stesso tempo ti ritrovi a godere di quelle lunghissime melodie, cristalline, con mille impercettibili variazioni e sempre nuove.

E, infine per le contaminazioni con la musica europea e gli stilemi della improvvisazione jazz.
In Kaunding Cissoko, sento le fughe bachiane rilette da John Lewis:



Connessioni:

  • intervista a Toumani Diabatè e tecnica di costruzione della Korà. Video rintracciato da Prisma:
  • recensione di Giuseppe Federico e Diego Capuano in Ondarock: 
La cultura del continente africano custodisce tradizioni ancestrali di preservazione e diffusione della propria cultura e del proprio passato. La musica si è sviluppata in un contesto storico privo di scrittura e ha assunto il ruolo importante di principale veicolo di comunicazione della tradizione popolare. Nel Mali l’unico vero depositario della memoria storica del proprio popolo è il djeli (letteralmente “trasmissione attraverso il sangue”), il cantore e musicista meglio conosciuto in Occidente con il termine di derivazione francese griot.
Questa figura ha un ruolo sociale importante in quanto è il custode del patrimonio di temi e melodie trasmessi nei secoli attraverso le generazioni. E’ ad esso che si fa riferimento per affermare l’identità culturale del popolo mandè e per divulgare le storie e le gesta degli antenati, degli spiriti e della propria famiglia o gruppo etnico.
La kora è lo strumento tradizionale suonato dai djeli di etnia mandinka. Si tratta di un’arpa liuto a 21 corde che si compone di una cosiddetta calabash, ovvero una grossa semi-zucca ricoperta di pelle di mucca (o di antilope e talvolta capra), alla quale è attaccato un manico che fa da tirante per le 21 corde che si inseriscono, in due file parallele rispettivamente di 10 e 11 corde. Le corde sono legate al manico da anelli di pelli che determinano l’accordatura.
Ovviamente esistono delle varianti di kora, e svariati gli sono stili, le tecniche e le accordature della stessa. Addirittura le origini dello strumento sono incerte: secondo Diabatè la kora risale ai tempi di Soundjata Keita, il primo re dell’impero del Mali del XIII secolo e dopo peripezie capitata nelle mani di un antenato dello stesso musicista.

Toumani Diabatè è soltanto uno degli ultimi discendenti di una famiglia di importanti musicisti: suo padre era Sidiki Diabatè,uno dei protagonisti della musica del Mali e colui che pubblicò il primo disco di sola kora in assoluto (“Cordes Anciennes”, 1970).
Sono essenzialmente due le scuole importanti di kora: quella del Gambia e quella del Mali. La prima fa un uso della kora come strumento solista, quella del Mali la usa prevalentemente come strumento di accompagnamento per i cantanti.
Per la registrazione di questo disco l’artista ha apportato alcune modifiche alla kora: per la prima volta, in alcuni brani, sono state utilizzate delle corde tipiche delle arpe di tipo occidentale. Altra novità è l’utilizzo di chiavi di legno al posto di tradizionali anelli di pelle adoperati per il tiraggio delle corde. Queste modifiche nell’accordatura dello strumento hanno determinato un suono più limpido e armonico.

L’importanza di “The Mandè Variations” (i mandè sono un gruppo etnico dell’Africa Occidentale, definiti dalla cultura e dalla lingua piuttosto che dall'etnicità, alla cui popolazione mandinka, inclusa in questo gruppo, appartiene Diabatè) è spiegata proprio dalle variazioni dai temi del repertorio tradizionale del Mali e dall’uso pionieristico della kora. La caratteristica principale è costituita dalla libera improvvisazione e dalla “variazione” di ritmo, armonia, tema, melodia e dalla contaminazione con altre sonorità: temi tipici del jazz (“Ali Farka Tourè”, dove fraseggi di assoluta libertà impro-virtuosistica sono spezzati da momenti di struggente intensità lirica), minimalismo (in “Ismael Drame”, dedicata alla propria guida spirituale, l’atmosfera si fa più cupa e riflessiva), raga indiano (“El Nabiyouna” ricorda fraseggi di sitar indiani, prima di sfociare in una dinamica più energica del solito), fino a un accenno western morriconiano (la conclusiva “Cantelowes”, che finisce poi con il dipanarsi in un intreccio ritmico e melodico tipico dello stile del più classico di Diabatè).
Tra le dediche da segnalare anche quella di "Kaounding Cissoko" a un altro amico e musicista scomparso: Baaba Maal, fenomeno pop (chitarrista, cantante, ballerino) del Senegal.

L’album arriva venti anni dopo l’esordio del musicista maliano, quando a 21 anni pubblicò “Kaira”, l’altro lavoro per sola kora che inaugurò una carriera ricchissima di prestigiose collaborazioni, valga per tutte quella con il mai troppo compianto Ali Farka Tourè: “In The Heart Of The Moon”, uscito nel 2005 e Grammy Awards 2006.
Ciò che rende l’opera unica è la grande semplicità e raffinatezza nel combinare i vari passaggi sonori, rivisitare le melodie tradizionali dei djeli scavando nelle radici arcaiche senza tuttavia snaturarle anzi arricchendole con altre influenze. Tutto il disco è permeato da momenti di grande intensità e lirismo che lasciano senza fiato: Diabaté dimostra una padronanza assoluta dello strumento improvvisando con una naturalezza disarmante e dettando in contemporanea la linea di basso, accompagnamento e improvvisazione.

In “Si naani”, forse uno dei momenti più intensi del disco, ricorre a una scala di tipo orientale detta “egizia” e, attraverso in una serie rivisitazioni di alcune melodie dei djeli del Mali del nord e del centro, parte da una canzone d'amore, "Maramba Musu", snodandosi attraverso una serie di rielaborazioni fino a "Njaaro” (una melodia tipica dei djeli di etnia fulani).
Territori musicali inediti, dove l’equilibrio tra tradizione e modernità riesce a trovare un importante punto d’arrivo. Un po’ come faceva John Fahey con la sua chitarra, con un’intensità che spazza subito via qualsiasi accusa di virtuosismo gratuito, Toumani Diabatè riesce ad architettare con spontaneità una musica che, senza l’utilizzo di parole, fa parlare e vibrare terra e anima, facendo emergere secoli di culture e tradizioni del proprio paese.
“The Mandè Variations” è un album bello e non facile, una preghiera in otto movimenti lontana da qualsiasi moda o tendenza.

(18/04/2008)



Su questo concerto ha scritto Jazzfromitaly:

Venerdì sono andato ad un concerto unico, quello di Toumani Diabatè organizzato dagli amici di T.P. Africa. Un concerto bellissimo, che avrebbe meritato l’auditorium di Roma, l’attenzione dei media, ed un pubblico più numeroso. Due ore di poesia unica, di improvvisazione felice e di una valenza culturale enorme, come ben sintetizzato dalle parole di Giulio Mario Rampelli
“…I dischi non possono rendere l’atmosfera che si crea in presenza di un djeli e del suo strumento, gli occhi chiusi, rapiti all’interno, le mani agili che pizzicano le corde, le melodie notturne e le cascate di note che cadono e volano improvvise. E’ un viaggio nello spazio e nel tempo, guidato da chi conosce altre dimensioni, antiche storie, memorie cancellate…
.
Ebbene, Toumani, questo uomo straordinario figlio di diverse generazioni di griot, che da sempre sfida se stesso nella ricerca musicale tra le radici e la modernità, ad un certo punto ha detto:
“…nel mio Paese, il Mali, abbiamo subìto per anni il colonialismo.
Era difficile, loro avevano il potere e le armi, ma mio padre ed i miei parenti si sono ribellati ugualmente, hanno combattuto questo clima di soprusi e di repressione con i loro strumenti.
Sì, i miei antenati hanno fatto la resistenza con la Kora, il Balafon, la M’bira, quelle erano le loro armi, questi sono i miei strumenti…”
 
Un uomo straordinario, di una grandezza enorme e di una modestia umana rara, bello e inimmaginabile, come solo un Maestro del racconto per immagini poteva ritrarre.
 .
Art by Maurizio Ribichini
postato da: AMALTEO alle ore maggio 25, 2008 15:32 | link | commenti (9)
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venerdì, 23 maggio 2008

Edward Elgar: Enigma Variations

Alla ricerca di Tracce musicali per l'amica PerlaSmarrita.

Edward Elgar (1857-1934)
Variations on a Original Theme, Op.36 ENIGMA
Enigma-Variationen

Theme (Andante)
1.   C.A.E. L'istesso tempo
2.   H.D.S.-P, Allegro
3.   R.B.T. Allegretto
4.   W.M.T Allegro di molto
5.   R.P.A. Moderato
6.   Ysobel - Andantino
7.   Troyte - Presto
8.   W.N. Allegretto
9.   Nimrod -  Adagio
10. Intemezzo: Dorabella - Allegretto
11. G.R.S. Allegro di molto
12. B.N.G. Andante
13  Romanza - Moderato
14. Finale: E.D.U. Allegro Presto





I compositori britannici - in misura preminente Edward Elgar (1857-1934) e Frederick Delius (1862-1934) - si affacciano alla ribalta, mostrandosi in grado di offrire un contributo personale e memorabile, soltanto quando ormai le grandi creazioni che costituiscono il nucleo centrale del romanticismo devono essere osservate con uno sguardo retrospettivo.
Di solito si ritiene che nella prima e più importante parte del XIX secolo la musica inglese abbia perduto molte occasioni, accettando una servile subordinazione agli influssi stranieri (Mendelssohn, Gounod) ed essendo inoltre penalizzata dall'assoluta incompatibilità fra l'etica vittoriana e l'estetica romantica.
Negli anni Trenta del secolo si potè per qualche tempo credere che i compositori inglesi potessero offrire allo sviluppo del romanticismo un contributo altrettanto notevole quanto quello che i poeti loro compatrioti avevano saputo dare al romanticismo letterario. Ma purtroppo, la promessa non fu mantenuta. Due personaggi che mostravano un potenziale interessante, Robert Lucas Pearsall e Henry Hugo Pierson, lasciarono la madrepatria senza però arrivare a farsi una solida reputazione all'estero; altri, per esempio Samuel Sebastian Wesley e William Sterndale Bennett, che rimasero in Inghilterra riscuotendo un relativo successo, sarebbero forse riusciti ancora meglio se avessero avuto a disposizione un clima culturale più propizio. Se consideriamo John Field nel novero dei compositori inglesi, possiamo dire che questi ultimi abbiano in effetti dato un loro apporto alla musica protoromantica: Field era nato a Dublino nel 1782, ma visse a Londra dal 1793 al 1802, prima di stabilirsi in Russia. I suoi notturni (il primo composto nel 1812) inaugurano questo genere fra i più tipici del romanticismo, e sebbene un certo sciovinismo nazionalista possa affermare che si tratta di un'invenzione inglese (o irlandese), essa ebbe ben poca influenza sulla musica inglese stessa: oggi, anzi, sembra probabile che sia stato piuttosto J.B. Cramer (nato in Germania ma residente in Gran Bretagna) ad aver avuto un effetto più concreto sullo sviluppo della composizione pianistica in Gran Bretagna, soprattutto sull'opera di William Sterndale Bennett. Bennett fu uno dei pochi musicisti capaci di assimilare l'influsso di Cramer e di Mendelssohn - nell'Inghilterra dell'Ottocento la prima rappresentazione dell'oratorio Elia, a Birmingham, avvenuta nel 1846, fu il momento chiave in cui si esprimeva l'influenza della civiltà musicale europea - senza apparire un pedissequo e scadente imitatore. Bennett ottenne qualche successo come autore di "ouverture romantiche da concerto", come La tempesta e Le ninfe del bosco, ma abbiamo di lui almeno un'opera di carattere "astratto", la Sonata per violoncello e pianoforte (1852) in cui il musicista rivela una vera capacità di creare una composizione strutturata con soddisfacente solidità.
Nel campo della musica orchestrale e strumentale simili realizzazioni erano eccezionali: ancor meno favorevoli le prospettive per la nascita di una vera e propria opera romantica inglese. Quella che appunto va sotto la definizione di "opera romantica inglese" merita di essere così denominata più per l'argomento che per la musica: quest'ultima non riesce mai a conseguire la forza espressiva e la persuasività drammaturgica, sia rispetto alla struttura del personaggio, sia nella strutturazione di una forma adeguatamente unitaria, delle migliori che l'Europa continentale ha saputo offrire.
Esiste tuttavia musica di qualche pregio nelle opere di Michael Balte, Edward Loder e Vincent Wallace, risalente al periodo anteriore al 1870. Dopo di allora, l'influsso di Wagner e di Strauss, oltre che di figure minori come Raff, ebbe effetti poco positivi sulla situazione, e sebbene sia Hamish MacCunn che Delius sappiano dare buona prova di sé come autori di opere, resta evidente che per trovare un'opera inglese che rappresenti il meglio del genere dopo Purcell dobbiamo aspettare il 1945, con il Peter Grimesdi Britten. Soltanto Ethel Smyth, benché le sue opere per la scena siano apparse ben presto datate, sembra aver prefigurato i pregi drammaturgici di uno stile fiorito in un'epoca successiva.
L'Inghilterra del XIX secolo non offriva un buon terreno di coltura ai principi del romanticismo, anche perché la nuova classe media, potente in senso economico e politico, era caratterizzata piuttosto da una forma di flilisteismo puritano che da amore per la cultura e apertura mentale. Perciò non sorprende che il primo compositore capace di creare un tardo romanticismo inglese all'altezza di quanto si faceva all'estero, fosse un musicista in cui erano fortemente sentite le tensioni fra il conformismo sociale della media borghesia e un sentimento che può essere definito soltanto come una sorta di misantropia cattolica. Per quanto si tenda a tenere in alta considerazione i precursori di Elgar, da Julius Benedict, allievo di Weber, a Parry e a MacCunn, soltanto con le prime cantate di Elgar, appunto, furono gettate davvero le fondamenta di quel romanticismo. Solo allora, come afferma Stephen Banfield, i compositori inglesi si unirono ai loro "fratelli romantici degli altri paesi e delle altre arti nell'accettare come fonte di creatività le forze contrapposte" degli artisti contro la società e "la congenita alienazione" degli artisti nella società.
Di certo possiamo leggere nella vita di Elgar quella "congenita alienazione" come fonte ispiratrice di una musica dotata di intensità emotiva che non ha precedenti in Gran Bretagna. Perfino i suoi canti corali scritti nell'ultimo decennio del secolo possono sembrare segnati da una sorprendente disinvoltura rispetto a esempi più tipici dello stesso genere, come quelli di Parry. Elgar era in grado di infondere nella forma una concentrazione emotiva più potente di quanto sapessero fare Parry, Stanford o qualunque altro inglese suo contemporaneo. Quindi, il debito stilistico verso altri compositori - Brahms, Strauss - finisce con l'avere ben scarso peso, e la produzione orchestrale, corale e cameristica del ventennio che intercorre dalle variazioni Enigma (terminate nel 1899) al Quintetto con pianoforte (terminato nel 1919) costituisce un contributo fra i più pregevoli dell'intero repertorio romantico. Per quanto Delius, e altri, commentassero con disprezzo i vari richiami a Wagner, Verdi, Mendelssohn e Brahms presenti nella Prima Sinfonia di Elgar, non c'è dubbio che quest'ultima opera abbia una forza strutturale e un preciso punto focale come lo stesso Delius non sa mai uguagliare, se non forse quando riesce a dare ai suoi prediletti flussi ambivalenti quel senso di autentica ineluttabilità riconoscibile, secondo alcuni, nel Concerto per violino (1916). Delius è un originale, ben più di Elgar; nella sua evoluzione la musica di Debussy ha un ruolo cruciale, il che gli permette di allontanarsi più di Elgar dalle tecniche peculiari alla musica romantica, e al tempo stesso di conservare quell'accento sul sentimento puro, immediato, così fondamentale nel mondo espressivo del romanticismo.
In Elgar c'è un grado inferiore di estasi e di sensualità: meno riflessione, meno nar-cisistno: ma in compenso, il musicista sa dare una risposta nel complesso più dinamica al dolore e all'alienazione. Inoltre, rispetto alle più vitali tendenze evolutive del romanticismo, Delius si pone in un atteggiamento di totale indipendenza: se ne ha la misura nel distacco dimostrato dal compositore inglese nei confronti delle tante cose interessanti e importanti che avvenivano in Francia, la sua patria di adozione, prima che Debussy facesse la sua comparsa.
...
"dal nostro attuale punto di vista Elgar ci sembra ugualmente appartenere a quella scuola di compositori inglesi dl primo novecento che si mantennero sostanzialmente appartati dall'avanguardia europea, coltivando uno stile marcatamante lirico, tardi romantico "
in Enciclopedia della musica, Il sole 24 ore, 2008, volume III
le altre tracce nei due volumi dedicati alle avanguardie musicali del novecento sono estremamente frammentarie e deboli
è curioso: si tratta di ben 1440 pagine
...
incredibile
nessun cenno in Il novecento - volume 18 Musica (edizioni corriere della sera circa 630 pagine
collana curata da umberto eco e collaboratori
avevo il sospetto che umberto eco vivesse ormai solo sul riflesso sulla sua fama.
confermo.
...
Più precisa la Garzantina Musica:
Elgar Edward (Broadheat, Worcester, 1857 - Worcester 1934) compositore inglese. Studiò dapprima col padre, organista e commerciante di articoli di musica, ; completando in seguito la propria formazione da au-i todidatta. Dopo aver svolto attività orchestrale, come ; strumentista e direttore, succedette nel 1885 al padre come organista nella chiesa di Saint George di Worcester. Dal 1889 si dedicò interamente alla composizione. Si affermò con l'oratorio Lux Christi (1896),ma la sua fama crebbe rapidamente dopo le esecuzioni, al festival di Birmingham del 1899 e 1900, rispettivamente delle Variazioni sinfoniche op. 36 (14 Variations on an Originai Theme: «Enigma»), e dell'oratorio The Dream ofGerontìus. La sua abbondante produzione comprende: altri 2 oratori, The Apostìes E (1903) e The Kingdom (1906); 6 cantate, una quarantina di cori profani a cappella, 4 anthems, 4 litanie e altra musica sacra; l'ouverture per orchestra Froissart op. 19 (1890), la Serenade per archi op. 20 (1892), Serenade lyrique (1899), Chanson du rnatin e Chanson du soir per piccola orchestra op. 15 (1901), le ouvertures sinfoniche Cockaigne op. 40 (1901) e In thè South op. 50 (1903), le 5 Pomp and Circumstance Marches per orchestra ( 1901-07), Introduzione e Allegrò per archi con quartetto solista op. 47 (1907), 2 suites per orchestra (op. la e op. lb, 1907 e 1908), 2 sinfonie (op. 55, 1908, e op. 63,1910), Elegy per archi (1909), i pezzi sinfonici Falstaff op. 68 (1913) e Polonia op. 76 (1915); Severn Suite op. 87 (1930) e alcune marce per ottoni; la Romanza per fagotto op. 62 (1910); i concerti per violino e orchestra op. 61 (1910) E
e per violoncello e orchestra op. 85 (1919); composizioni per voce recitante e orchestra; 2 quartetti, 1 quintetto per archi e pianoforte e 1 per fiati, sonate e pezzi per violino e pianoforte, liriche; musiche di scena, 1 balletto. Compositore di stile eclettico, influenzato soprattutto dal tardo romanticismo tedesco. E. conserva tuttavia spiccati caratteri nazionali che gli hanno guadagnato grande considerazione in patria; molto meno eseguito è invece all'estero, dove è nota solo la sua produzione oratoriale e sinfonica.2

tuttavia , neppure qui un cenno a "Variazioni enigmatiche "
...
"autodidatta ebbe un buon successo nel 1896 con l'oratorio lux christi ma furono soprattutto le "Variazioni Enigma" del 1899 a dargli fama in tutta l'inghilterra (in Andrea Zaniboni,  Guida all'ascolto della musica da camera dell'800 , franco muzzio editore, pag 139.
il disco è qui:
http://www.ibs.it/disco/0028947456124/edward-elgar-3-philharmo/variazioni-enigma-concerto.html

...
dice wikipedia (mai fidarsi di wikipedia, controllare sempre. la rete è piana di megalomani):
http://it.wikipedia.org/wiki/Edward_Elgar

...
c'è anche un libro:
Sams Eric, Variazioni con enigma svelato. Saggi su Elgar, Schubert e sul confine tra musica e letteratura
qui:
http://www.liedersoundarchive.org/scheda%20Elgar.htm

...
interessante questa intervista a jeffrey tate:
http://www.sistemamusica.it/2006/maggio/25.htm
postato da: AMALTEO alle ore maggio 23, 2008 13:41 | link | commenti (3)
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Gatteria: dinamiche relazionali

Connessioni:

  • gattofilia in condivisione con Astime
postato da: AMALTEO alle ore maggio 23, 2008 11:21 | link | commenti (3)
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