In tema di personalità e fasi della vitaL'infanzia, l'adolescenza, l'età media, la maturità e infine la «saggezza» e l'approssimarsi della morte sono cinque fasi fondamentali che hanno bisogno di forze archetipiche specifiche per la loro realizzazione.
Il compito principale nell'infanzia consiste nel fare i primi passi verso un Io stabile, ovvero di differenziare in senso junghiano il complesso dell'Io. Poiché l'Io, con le funzioni della coscienza, nasce dalla matrice originaria dell'inconscio collettivo e può essere dunque concepito come una «propaggine» del Sé, all'archetipo del Sé spetta qui un ruolo decisivo. Nell'interazione con i genitori si attivano le strutture archetipiche che corrispondono all'elemento materno e paterno. Qui si origina il compito evolutivo del distacco e della differenziazione rispetto ai complessi genitoriali.
Questo processo si prolunga nell'adolescenza. Nella fase del distacco dai genitori e del raggiungimento dell'autonomia, è soprattutto l'archetipo dell'eroe ad acquistare un significato particolare. L'esplorazione e la conquista del mondo risalgono prevalentemente a quelle esperienze «eroiche» che nella storia dell'uomo sono state raccolte e, per così dire, «archetipicamente archiviate» in innumerevoli variazioni. Anche gli archetipi centrali del femminile e del maschile, l'Anima e l'Animus, si presentano nell'adolescenza all'uscita dalla fase di latenza e vengono esperiti proiettivamente nei primi innamoramenti.
Nella prima età adulta, che abbraccia all'incirca il periodo tra i 25 e i 40 anni, l'archetipo dell'eroe è ancora importante, ma stavolta si tratta della capacità di imporsi e del superamento della realtà nei confronti di molteplici resistenze e pericoli disseminati lungo la strada che porta all'identità personale e professionale. Nell'archetipo dell'eroe sono presenti le capacità necessarie per potere resistere al risucchio della regressione, ovvero l'«essere nuovamente inghiottiti» dall'elemento materno e, più in generale, dall'inconscio. Contemporaneamente viene raggiunta una fase di vita in cui può delinearsi una svolta fondamentale dall'estroversione prevalente, fino ad allora necessaria, all'introversione.
L'età adulta intermedia, che va all'incirca dal quarantesimo al cinquantacinquesimo anno di vita, va intesa come un «superamento dello zenit», come un volgersi definitivo verso la seconda metà della vita. In questa fase si costella in modo particolarmente frequente l'archetipo del Fanciullo «divino», che si riflette, per esempio, in sogni di bambini. In tal modo si riattiva e si rigenera il «fanciullo inferiore» con le sue doti creative e spirituali. Si possono così scoprire e stabilire nuovi compiti di vita e una nuova ricerca di senso.
Questo processo prosegue nell'età adulta successiva (maturità), che va all'incirca dai 55 ai 75 anni. Con l'approssimarsi della «saggezza» possono schiudersi nuove libertà rispetto ai ruoli predefìniti. Può attuarsi, grazie a un atteggiamento di introversione, uno sguardo retrospettivo sulla vita condotta fino a quel momento e può prodursi un legame con la «totalità». L'archetipo del «Vecchio saggio» ha qui un compito centrale. Il confronto e l'integrazione dei temi della «saggezza» non soltanto si uniscono allo sguardo retrospettivo e alla ricerca approfondita del senso della vita, ma sono caratterizzati allo stesso tempo dal senso di una separazione prossima, dunque dall'approssimarsi della morte.
Verso la fine della vita, questo processo può essere caratterizzato da un'ulteriore e più profonda introversione, nella quale si perviene anche a un'«organizzazione rovesciata» delle funzioni dell'Io, che trova la sua espressione nell'indebolimento e nella perdita. In questa fase di allentamento e di addii, dunque di disposizione a morire, l'archetipo della morte, che si può esprimere simbolicamente, per esempio con l'immagine del barcaiolo, ha un significato particolare.
In Wolfang Roth, Incontrare Jung – introduzione alla psicologia analitica (2003), Edizioni Magi, 2005, p, 166-168

Nelle religioni tendo a distinguere i simboli, di cui sono espressione, dalla dogmatica o dalla precettistica che si portano dietro.
Nello stesso tempo faccio il possibile per distinguere anche fra le religioni. Giudico pericolosa e disumana la religione musulmana, che nasce dalla guerra e che aspira alla sopraffazione. Mentre resto psicologicamente ammirato dalla figura di Gesù detto il Cristo, in quanto mi parla di un Dio che nasce da donna e che si fa uomo e muore (urlando il suo senso di abbandono) per annunciare la possibilità della Resurrezione. Che interpreto come faccenda esclusivamente personale e terrena. Senza negarmi l’illusione di una possibile altra vita ultra-terrena, ma ritenendola estremamente improbabile.
In questa prospettiva sono anche lontano sia dal nervoso ed invidioso laicismo dei professionisti della laicità, sia dal prepotente senso di superiorità morale che invade la cultura cattolica su temi quotidiani come il sesso e la famiglia o su questioni comportamentali di etica e bioetica.
Essendo un felice essere inutile (più passa il tempo e più mi diverte la mia inutilità esistenziale, la mia infinita piccolezza) sono stato estremamente colpito dal fatto che anche un gigante come Carl Gustav Jung, alla fine della sua vita, era arrivato alle stesse conclusioni.
Ubi maior minor cessat. Tuttavia certe coincidenze fanno piacere.
In una lettera scritta nel 1960 all’età di 85 anni così Jung argomentava con un cattolico che lo aveva aspramente criticato per il suo straordinario scritto su Giobbe (1):
“il mio volumetto non si interessa per nulla a ciò che Lei o io pensiamo di Dio, ma solo e con tutta modestia a quello che la storia dei simboli ha da dire al riguardo.
… mi occupo delle rappresentazioni antropomorfiche della divinità e sguazzo nella melma del fondo del mare. Questa melma è però l’animo umano, com’è già da molte migliaia di anni. Come medico mi occupo delle sofferenze del mondo e delle loro cause … ma Lei è un cristiano felice, ben superiore al fondo melmoso, esultante nella Sua straordinaria affermazione che Dio è amore, alla quale nessuno presta ascolto. Lei bada così poco alla “melma” da non notare neppure di cosa mi occupo … Non posso condividere il Suo arrogante rifiuto della follia umana.
… Il cristiano felice ci dice come dovrebbero andare le cose, ma evita volutamente di lasciarsi coinvolgere dalla realtà concreta, che è soltanto fastidiosa. Questa stupefacente superiorità muove quasi all’invidia: si lascia che tutto vada come deve andare e si abbandonano gli uomini a dibattersi nel loro confortevole pantano.
Già, e il Suo amore? Al secondo punto della lettera Lei scrive: “Che diritto aveva Giobbe di lamentarsi con Dio per la perdita di semplici oggetti?” Se Lei è sposato, chieda un po’ a Sua moglie cosa direbbe di essere considerata un “semplice oggetto” …. Il suo involontario uso del linguaggio illumina e tradisce come funzioni il Suo “amore”. Interessante, vero?
Lei nega all’uomo il diritto di lamentarsi davanti a Dio. Può mai il dolore chiedere il diritto di urlare il suo bisogno e la sua disperazione? Non ha forse diritto, il cristiano felice, di lamentarsi col suo amorevole Padre, col “Dio dell’amore” o col “Dio-Amore e impetrare da Lui considerazione, pazienza o almeno, se non altro, giustizia?
Negare a Giobbe il “diritto” di recriminare tradisce il Suo punto di vista legalistico e distaccato, ma non rivela un sentimento umano.
Nella mia debolezza e stupidità considero indispensabile mantenere un po’ di compassione, di umiltà, di amore e di sentimento, se si vuol capire l’animo umano e il suo triste fango, cioè la melma e il fango che ne coprono il fondo, ma se Lei chiude gli occhi di fronte ai miti antichi e si rallegra alla vista di una “realtà” semplificata, ogni fango sembra scomparire”
Carl Gustav Jung, Esperienza e mistero, 100 lettere a cura di Anela Jaffé (1975), traduzione di Antonio Vitolo e Maria Anna Massimello, Boringhieri. 1982, p. 158-160
(1) Carl Gustav Jung, Risposta a Giobbe (1952), in Psicologia e religione, traduzione di Elena Schanzer e Luigi Aurigemma, Boringhieri, 1979, pagg. 337-460

Piccolo e non pretenzioso passaggio per individuare il prossimo autore e testo da leggere assieme nei prossimi 3 mesi.
Appoggio qui il nostro elenco libri in divenire, per averlo sempre sotto mano e per provare a dire: " ... ecco leggo ..." oppure "... ecco ... rileggo ...":
Fra le tante liste di Libri da regalare che si trovano sui quotidiani o sui tanti Blog-Libri mi piace il modo in cui ha impostato la raccolta dei suggerimenti Remo Bassini:Giuseppe Pontiggia, Prima persona, Mondadori.
da tenere accanto, sul tavolo o sul comodino, per godere di una scrittura densa di leggerezza e per invitarsi ad altre letture
Cormac McCarthy, La strada, Einaudi
un padre e un figlio su un carrello da supermercato in cammino dentro una terra desolata. eppure la relazione intersoggettiva la vince sulla distruzione del paesaggio da vivere
Vito Mancuso, L’anima e il suo destino, Raffaello Cortina
perchè la domanda prima è anche la domanda ultima: “la domanda riguarda la morte e l’al di là della morte, non tanto che cosa ci sarà, piuttosto, molto più radicalmente, se qualcosa ci sarà”
Remo Bassini sta raccogliendo moltissime altre proposte che aggiorna in questo elenco: Libri da regalare
Il saggio di Demetrio Paolin Una tragedia negata. Il racconto degli anni di piombo nella narrativa italiana mi è stato segnalato ,qualche mese fa da Kosmogabri, che lo aveva reso disponibile sul sito Re.Set e.Magazine della Svizzera italiana.
Il saggio è pubblicato da VibrisseLibri (scaricabile gratuitamente). Una seconda edizione riveduta e aumentata sarà pubblicata dalle edizioni Il Maestrale (in libreria a gennaio 2008). Dai primi di gennaio Vibrisselibri pubblicherà interviste a scrittori e giornalisti sui temi trattati nel saggio.
Per ora lo appoggio qui. Vorrei riprenderlo in futuro.
Il seguente booktrailer è scritto e prodotto da Grenar per Vibrisselibri.
La politica - e anche la politica che passa attraverso le "forme partito" che si sono create in questi anni - mi interessa PERSONALMENTE.