Tracce e Sentieri

Passeggiate splinderiane di Amalteo

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Nome: Amalteo
2° metà del 900-later than never. “Perché vale la pena di vivere? E’ un’ottima domanda… Be’, ci sono cose per cui vale la pena di vivere … Per esempio, per me, direi … tutta la musica e le interpretazioni di Nina Simone … la voce di Ray Charles, quasi sempre … Il ballo di Al Pacino in Scent of a Woman … le note di John Lewis quando volano nelle fughe di Bach … Louis Armstrong, l’incisione di West and blues del 1928 … i film di Sergio Leone … i racconti di Stephen King … gli azzurri e i gialli di Van Gogh … i quadri di Peppo Spagnoli, che dimostra che si può fare molto anche da luoghi piccoli… il sorriso di Luciana …. ... e poi anche ...” da Woody Allen, Manhattan (con qualche cambiamento) pamalteo@gmail.com

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martedì, 30 ottobre 2007

Richard Hawley ai Magazzini generali di Milano


Era da un mese che ci puntavo.

Avevo un appuntamento con l’unico concerto italiano di Richard Hawley, crooner di Sheffield. Gran bella voce cavernosa. Tono romantico. Chitarre maneggiate con cultura e perizia.

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Anche il posto era interessante: i Magazzini generali. In un quartiere sud di Milano, tagliato dalla ferrovia.
Zona dove l’urbanistica progetta il riuso delle “aree dimesse”, con un buon risultato, mi sembra. L’ambiente urbano di Milano, in quel luogo, è anonimo, senza centri di identificazione. Le strade di scorrimento tagliano quartieri e li chiudono in se stessi. Gli individui e le famiglie sembrano dover fissare le loro coordinate esistenziali sulla abitazione, lo spostamento al lavoro, il luogo di lavoro e i grandi supermercati. Manca quello che io (per esemplificare) riesco ancora ad avere: la mediazione del paesaggio. Ossia una visione che lega i nodi che, comunque, si devono attraversare: casa, trasporto, lavoro.
Questo per dire che la progettazione dei Magazzini Generali promette bene: in un’area urbana di “non luogo”, lì sembra profilarsi un centro caldo di identificazione: spazi gioco per i bambini, ludoteche, scuole di disegno e, ecco il punto, questa discoteca e sala concerti.

In un primo momento mi sono detto: qui è come a Zurigo, al Kaufleuten Restaurants dove siamo andati a sentire i Pink Martini.
Aspettativa alta. Delusione cocente.
L’amplificazione eccitante e demoniaca del quintetto di Richard Hawley (lui, un’altra chitarra, un contrabbasso, la batteria e il piano) ha rovinato tutto.
Ma davvero tanto.
Un concerto inascoltabile, inaudibile.

Il tono intimo e le sfumature della gamma cromatica del suono completamente annichilite dalla devastazione del volume.
Si ascoltava in piedi – e questo mi piaceva – ma era impossibile sentire.
Ma evidentemente sono io – e soprattutto mia moglie – ad essere “fuori tempo”. Fuori questo tempo.
I giovani – e qualche meno giovane – presenti in sala erano a loro agio. Addirittura davanti ai maxi altoparlanti che facevano rimbombare pareti dell’edificio e casse toraciche.
Come se, per raggiungere la testa passando per il cuore, fosse necessario in eccesso di stimolo.

Richard Hawley canta e suona così:

The Ocean, in Coles Corner

Ma ieri sera era davvero tanto fuori dal suo spazio emotivo.
Non so se è stato lui ad adattare il suo stile al contesto di una discoteca eccessiva o se la discoteca eccessiva ne ha massacrato l’ispirazione.

Peccato, perché i sui dischi sono molto godibili:

postato da: AMALTEO alle ore ottobre 30, 2007 15:29 | link | commenti (12)
categorie: ascoltare mie antologie
domenica, 28 ottobre 2007

Cara Dicichè: auguri di buon compleanno !!!

con le Variazioni di Gidon Kremer e la Kremerata Baltica sul tema
 "Happy Birthday"
di Peter Heidrich

"Happy Birthday" Variations: Thema

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Happy Birthday" Variations: Variation nach Joseph Haydn

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"Happy Birthday" Variations: Nach Wolfgang Amadeus:

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Happy Birthday" Variations: Nach Ludwig van Beethoven

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Happy Birthday Variations: Nach Johannes Brahms

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Happy Birthday Variations:
Nach Robert Schumann

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Happy Birthday Variations,
Nach Antonin Dvorak

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Happy Birthday Variations,
Polka/Valse

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Happy Birthday Variations, 
Variation im Stil von Filmmusik

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Happy Birthday Variations,
Ragtime

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Happy Birthday Variations, Tango

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Happy Birthday Variations, Czardas

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ancora:
buon compeanno, Renée Dicichè


postato da: AMALTEO alle ore ottobre 28, 2007 22:37 | link | commenti (14)
categorie: vivere compleanni
venerdì, 26 ottobre 2007

Teatro alla Scala, Keith Jarrett Solo Piano Improvisations, 18 ottobre 2007

Cara lettrice e caro lettore
ti ho già parlato di Angelo Ghirotti, in occasione del concerto del Trio Keith Jarrett a Brescia.
Ieri Angelo mi ha spedito un suo testo sul concerto che Keith Jarrett, questa volta in "a solo", ha tenuto al Teatro alla Scala il 18 ottobre 2007.
Credo che sia una testimonianza preziosa.
Nessuna esegesi critica, ma una grande competenze nel riconoscere i pezzi e nel commentarli.
Solo il piacere di esserci e di condividere le due ore di quella sera.
Sono certo che piacerà anche a te addentrarti in questo racconto.
Sai come la penso: siamo contemporanei di un genio.
Il suo carattere mi è del tutto  indifferente. Conta solo l'unicità del suono che riesce a fare scaturire in quel "qui e ora" che dona a chi lo ascolta.
Sapere far risuonare l'eternità in un battito di note è possibile solo in questa eccezionale combinazione di genio e cultura.
Buona lettura.

Per alludere, solo alludere, a quello che succede in un concerto a solo di Keith Jarrett
metto qui, per l'ascolto, Sapporo, tratto dai Sun Bear Concerts, 1980:




Angelo Ghidotti 
ANCORA LA SCALA

Keith Jarrett Solo Piano Improvisations, 18 ottobre 2007, Teatro alla Scala , Milano

 

Non mi è simpatica, La Scala. Anche se non è che ci ho visto granchè, giusto qualche opera, per biglietti omaggio o rinunce, tra nobildonne ingioiellate e notabili con il papillon. L’unica volta che mi sono sentito bene è quando ho fatto sei ore di fila per un posto in piedi in piccionaia alle Nozze di Figaro. Mi sentivo nel posto giusto, la curva sud del teatro. All’opposizione.

E invece, domenica sera siamo in prima fila. Gli altri dietro, ex sindaci giudici presidenti opinionisti e dame, e va bene così. Gianluigi 92 concerti, Enzo 51, Mirco 36, Roberto 40, io 20, (Riccardo uno solo ma un milione di ore di jazz sul contachilometri), tra Osaka e Los Angeles. Ce lo siamo guadagnato, il posto a bordo palco.

Quando entra Jarrett, alle 8 e un paio di minuti, occhialetti scuri, pantaloni e camicia neri e un gilet grigio a disegni tribali double face, e si siede alla tastiera, penso al concerto di dodici anni prima, che ho mancato nonostante ogni sforzo, ma il cui disco ho consumato. Penso all’inizio dolcissimo, lirico, irresistibile, i primi 18 minuti che hanno fatto dire a centinaia di jarrettiani in tutto il mondo, my favourite album is La Scala.


E penso che adesso è tutto cambiato. 

Il primo pezzo di allora durò 44 minuti. Negli ultimi solo che ho sentito, a Roma Venezia Parigi Chicago, il primo pezzo è sempre piuttosto breve e tormentato, mette le dita sulla tastiera e ne tira fuori qualcosa di irto e dissonante. Quello mi aspetto, alle 20.03 di domenica sera. E invece, l’omino in nero mi sorprende ancora una volta.


 Forse anche lui ha una specie di storia con La Scala. Quanti scritti su di lui parlano del suo gesto ‘classico’, della sua pulsione profonda a suonare come un europeo, nella tradizione romantica. Mette le dita sul piano, sfiora i tasti, e ne tira fuori un suono dolce e suadente, arpeggi sussurrati, una melodia  appena accennata e dolcissima. Trattengo il fiato. Non mi sembra vero. C’è sempre sofferenza nei suoi concerti in solo, per lui a trovare l’ispirazione, per noi a capire dov’è.
 Ma qui è subito godimento, caldo che ti sale dalla pancia, quella dolcezza mai melensa che solo lui sa tirare fuori dal piano e ti ci abbandoni, che è quello a cui tutti pensano, l’inizio di Koln, i primi accordi di Vienna, le prime battute della Scala. Ecco, la Scala dopo quattro minuti è già ai suoi piedi. Applausi e grida di giubilo dopo il primo pezzo. Eccolo, è tornato. Keith Jarrett, La Scala. 

Il secondo, invece, è appunto come mi aspettavo il primo. Free jazz, bop di impronta atonale, echi di In Front. Con una precisione e una limpidezza di fraseggio, che poi, e qui l’animo europeo se ne va sotto il palco, viene fuori l’americano. Emerge un ritmo che lo cambia in una specie di ostinato violento con echi di blues, per il godimento assoluto dei fans più evoluti. E la disperazione di un gentiluomo sui 90 nella fila dietro, perfetto abito da sera, panciotto e paipllon, che dice, nemmno tanto sottovoce, ‘Questo qui non ha mai sentito la musica!’. La moglie, di qualche anno più giovane, ma non molto, lo zittisce.


Al terzo pezzo una progressione di accordi che ricorda Heartland, bellissima, di una raccolta solennità. La dialettica vuole che il quarto sia di nuovo veloce e difficile. Del quinto pezzo si riconosce l’ispirazione perché la canta, quattro note a intervalli discendenti di quarta, più o meno. Un po’ modale, oserei dire.

L’ultimo della prima parte è un robusto, travolgente blues, che suona con una energia sorprendente. Ecco, a questo punto del concerto comincio a pensare che l’omino ha fatto un patto con il diavolo: a 63 anni ha il fisico asciutto, l’entusiasmo e la determinazione di un ventenne. Si alza, si china, si arcua, canta e danza tra lo sgabello e la tastiera, con raddoppi di velocità impressionanti. Quei video che circolano degli inzi degli anni 70, lui con una massa enorme di capelli che si avventa sul piano come un ossesso: è ancora lui. Il desiderio feroce di suonare.

L’intervallo non esco nemmeno dalla fila, niente foyer, niente bar, niente toilette delle signore della Milano bene da ammirare. Ci alziamo talmente entusiasti che i commenti fra di noi esauriscono il quarto d’ora di pausa.

Quando rientra, riprende il discorso del primo pezzo, o forse della Scala anni 90. Melodia accattivante, arpeggi, gemiti.  Nel momento della maggiore concentrazione, in un pianissimo, piegato sui tasti alla ricerca di quel niente che separa una improvvisazione nebulosa da una ispirazione, un colpo di tosse in fortissimo dal centro della platea. Ahia.

Si ferma di colpo, si rialza. Il signore dietro di me dice . ‘Noooo!’. Jarrett chiude gli occhi un attimo, a sbollire il disappunto. Poi guarda la sala, una faro puntato negli occhi, e dice, senza acredine, anche con una certa rassegnazione: ‘No, it’s impossible. This cough.. I have lost this music, and you too, and it will never exist forever. Have you noticed that in hundreds of concerts I never coughed once? It’s a matter of concentration and respect. We are looking for silence, but the world is full of scream and noise. It’s a world… and I am American. I’m not proud of it.’

Deboli applausi. Qualcuno sibila, qualcuno parlotta, qualcuno approffitta per tossire. Magia del pezzo svanita. Lui riprende, ma a fatica. Un pezzo veloce, free, difficile. Deve ritrovare la concentrazione. Il  successivo è più lungo, discontinuo, con squarci di bellezza. Ancora non si è ritrovato. Si vede che cerca ma non trova. Ha già fatto nove pezzi, potrebbe alzarsi e uscire e iniziare la liturgia dei bis.

E invece no. Poggia le dita di nuovo sulla tastiera, e va. Mi ricordo che da piccolo studiavo l’Hanon, un metodo di esercizi per le dita, e quasi verso la fine c’era un esercizio che si chiamava Tremolo, e c’era una nota che di ceva: quando Seibelt iniziava a suonare il tremolo, in sala calava un brivido.

Alla Scala cala un brivido. Un tremolo con la mano destra, incessante, martellante, e con la mano sinistra una melodia commovente. Ho i brividi, guardo Enzo sulla mia sinistra con gli occhi sgranati, tutta il teatro trattiene il fiato. Quando finisce, un uragano liberatorio di applausi.

Così può finire. Così l’incidente è chiuso. Col viso imperlato di sudore, stremato, sta in mezzo al palco, si inchina, entra ed esce diverse volte. Finche non si risiede, e ci regala quattro bis. My Wild Irish Rose, una versione delicata ma il cui tessuto armonico e ritmico si arrichisce via via e diventa un piccolo capolavoro. Poi un blues improvvisato, quindi uno standard che nessuno riconosce – almeno così pensiamo.


All’ultima uscita si fa accendere le luci in platea, e si caspice chiaramente che vuole godersi lo spettacolo. Mi volto verso i palchi, ed è veramente da trattenere il respiro. Tutta la Scala lo sta osannando. Noi in piedi nelle prime file. Poi finisce con Old Man River, Jarrett l’europeo, Jarrett che si dispiace di essere americano finisce con un classico dell’epopea afroamericana. Appalusi che non finiscono. Sorride ed esce.

Dopo la fine del concerto, Steve ci fa segno di entrare. Keith Jarrett ci riceve e non l’ho mai visto così amabile. Divertito e ironico nel resistere alle richieste di autografo, sull’interruzione per la tosse finge di battere la testa contro il muro, poi parla dell’America, della globalizzazione, della perdita della semplicità e della spontaneità, ci rivela che lo standard del bis non era un vero standard ma una improvvisazione in forma di standard, ci dà la mano, la sinistra come sempre, e alla fine fa firmare gli autografi alla moglie. Con il suo nome, e con un sorriso.

Era annuciata la registrazione del concerto, spero di poter risentire la soffusa meraviglia del primo pezzo, lo strepitoso blues, il tremolo, Ol’man River. Siamo gli ultimi. I portoni del grande ingresso del teatro sono chiusi e girovaghiamo un po’ prima di trovare l’uscita. Esco, tento di rubare il manifesto da sotto una bacheca ma si straccia e a malincuore lo lascio lì, di fronte a quello della Madama Butterfly. Allontanandomi verso via Manzoni, mi giro un’ultima volta, e guardo l’ingresso imponente della Scala, illuminato di luce gialla, con la bandiera italiana che sventola all’aria fresca di ottobre.

Mi è un po’ più simpatica.
postato da: AMALTEO alle ore ottobre 26, 2007 16:14 | link | commenti (21)
categorie: ascoltare jazz - keith jarrett
giovedì, 25 ottobre 2007

A MARK STRAND il premio Gabriele D’Annunzio

Mark Strand è il vincitore del Premio Internazionale Gabriele d’Annunzio di poesia giunto alla sua V edizione. Dopo il francese Yves Bonnefoy, l’italiano Mario Luzi, il siriano Adonis e il tedesco Hans magnus Enzensberger ora è la volta di questo poeta americano, una delle voci più importanti della poesia e della narrativa contemporanea americana.
Eletto nel 1990 poeta laureato d’America e vincitore nel 1999 del prestigioso Premio Pulitzer ha pubblicato in Italia ‘L’inizio di una sedia’ (Donzelli 1999), ‘L’alfabeto di un poeta’ (l’obliquo 2001), ‘Edward Hopper’ (Donzelli 2003), ‘Il futuro non è più quello di una volta’ (Minimum fax 2006) e di recente per la Mondadori “Uomo e cammello” in cui il poeta, grande maestro della disillusione, mette in atto un interrogarsi al tempo stesso desolato ed ironico sul destino del soggetto, sul senso della fine e sulla sepoltura dei sentimenti, sull’impoverirsi dell’immaginazione umana e sul tramontare di un’epoca.
La sua meditazione la compie in versi, tramite una fitta presenza di figure, situazioni ed episodi che si muovono tra paradosso e racconto su uno scenario sempre aperto. Autore tra i più grandi della scena letteraria d’oggi, Strand sa imporsi per l’insieme di complessità e trasparenza delle sue visioni, per l’intelligenza acutissima e la spiritualità profondamente laica della sua poesia, che ci incanta con il suo ampio respiro e l’impeccabile eleganza dello stile.
Il Premio promosso dal Centro nazionale di Studi dannunziani con la Facoltà di Lettere dell’Università degli Studi G. d’Annunzio di Chieti-Pescara gli sarà consegnato nel corso di una cerimonia giovedì 25 ottobre 2007.
Centro nazionale Studi dannunziani
 

in : http://www.tuttoabruzzo.it/index.php?option=com_content&task=view&id=7679&Itemid=476


postato da: AMALTEO alle ore ottobre 25, 2007 18:06 | link | commenti (8)
categorie: leggere mark strand

Jo Jones Trio, 1958

Dedicato a Surferosa, PerlaSmarrita, Astime, Prisma, Dodo, JazzFan, Macca ...
partecipi al mio PRLP- Progetto Recupero degli LP

 

Jo Jones Drum, Ray Bryant Piano, Tommy Bryant Bass
Jo Jones Trio, 1958

Per oggi l'intera facciata, senza distinzione dei singoli pezzi.
Se poi vi piace, separerò le parti.

Side A:
  • Sweet Georgia Brown
  • My Blue Heaven
  • Jive at Five
  • Greenleeves
  • When Your Lover Has Gone
  • Philadelphia Bound



Side B:
  • Close Your Eyes
  • I Got Rhythm Part I
  • I Got Rhythm Part 2
  • Embraceable You
  • Bebop Irisham
  • Little Susie


NB: Non tutti i browser vedono DivShare: prova con un altro browser
postato da: AMALTEO alle ore ottobre 25, 2007 11:27 | link | commenti (21)
categorie: ascoltare jazz
mercoledì, 24 ottobre 2007

Le rivoluzioni della musica: dai "dischi" agli "Mp3"



Disco
: lastra circolare di materia sintetica per mezzo della quale è possibile riprodurre musiche e suoni incise sulle sue tracce.

La "musica di massa", ossia accessibile ad un pubblico vasto e non solo ai ristretti circoli delle aristocrazie della borghesia ottocentesca,  comincia attorno al 1878, quando la Columbia acquista una invenzione di Edison.
Ma è solo dopo il 1920 che la tecnica migliora.
Prima con i dischi a 78 giri (poco più di 4 minuti a facciata).
Poi, nel secondo dopoguerra, con i "microsolco" a 33 giri (circa 25 minuti a facciata) e ancora con i singoli a 45 giri, che determinano l'esplosione del mercato musicale giovanile. Sono i cosiddetti "mangiadischi" degli anni '70 a dare un ulteriore impulso.
Oggi siamo nel pieno della rivoluzione digitale.
Inizia con il passaggio dal disco vinile al  Compact Disc. Una fase piuttosto durevole: circa vent'anni.
Ora il formato standard è l'Mp3.
E' versatile, è copiabile con strumenti casalinghi, corre veloce sui fili internettiani, sta del tutto cambiando il mercato discografico, nonostante le strenue resistenze dei produttori e distributori di musica.
Insomma: ancora una volta è il mercato, il tanto criticato ed odiato mercato, che fa le rivoluzioni. Quelle vere, perchè diffuse, molecolari e democratiche.
Il mercato rende la musica accessibile, per l'appunto, fruibile, avvicinabile, ascoltabile dovunque, praticamente senza più barriere geografiche.
Ma ....
C'è un ma.
Cosa fare con i vecchi LP da 33 giri?
Ne ho un pesante scaffale pieno. Qualcosa fra 1500 e 2000. E sarebbero stati di più se mia madre, che odiava i gusti di mio padre e probabilmente odiava anche lui, non ne avesse venduti a pochissime lire almeno altri 5000, dopo la sua morte.
Quelli restati li ho tenuti. Belli infilati nelle loro custodie di plastica, per proteggerli dalla polvere. Sono dischi con copertine che - talvolta - sono bellissime. Dei veri quadri pittorici in formato 30 per 30, come quelli che sapeva disegnare Peppo Spagnoli, di cui parlo nella mia presentazione lassù in alto a destra.
Li posso sentire sul giradischi, certamente.
Ma perdo in portatilità e trasferibilità.
Li posso trasferire su cassetta, ma non c'è più compatibilità con le tecnologie audio oggi dominanti.
E allora ecco venire in aiuto, ancora una volta il mercato.
La Numark ha inventato questo hardware:


E' un giradischi.
Con un cavo lo collego ad una presa Usb del mio Pc.
Metto il disco 33 giri (ma funziona con i 45 giri ed anche con le cassette), registro la facciata, dò il nome alle tracce e, con qualche procedura attenta, le preziose musiche jazz e pop degli anni '50, '60, '70 diventano files Mp3.
Elettroni strutturati che viaggiano sui fili di internet, diventando unità audio diffuse, fruibili,avvicinabili, ascoltabili per il piacere mio e degli amici cui piace la musica che a me piace.
A quale costo?
Quello di circa 10 Cd acquistabili nei negozi.
Ora però, caro lettore, devi fare uno sforzo di immaginazione.
Devi immaginarti Amalteo ad una stazione ferroviaria.
Amalteo sta tornando da una giornata del suo lavoro che lo ha particolarmente stancato.
Amalteo è stanco.
Amalteo fa questo lavoro, usando i treni come mezzo di spostamento, dal 1972.
Ha calcolato che le sue ore di viaggio corrispondono a circa 5 anni di giornate lavorative consecutive di treno, metropolitane e traghetti.
Bene ... Amalteo deve aspettare anche una coincidenza (gli orari si sa collimano molto di rado). Vede un negozio Feltrinelli che espone lo scatolone del Numark TT Usb. Gli gira un po' intorno. Controlla il peso. Si accerta che si possano suddividere le tracce di ogni facciata, cioè che quella ferramenta-hardware non copi solo l'intera facciata.
Fa tutti questi calcoli ed accertamenti. E decide di trascinarsi lo scatolone fino a casa.
Occorrerà leggere ancora una volta delle istruzioni.
Non si è mai finito di imparare.
Lo scrittore Giuseppe Pontiggia parlava della sua ingordigia di libri come di una "libridine".
Cos'è quest'altra passione di suoni creati dall'ingegno umano che si strutturano in schemi armonici che accarezzano il cervello?
Una "musicalidine"?
Non trovo un neologismo altrettanto efficace di quello di Pontiggia.
A te cosa verrebbe in mente?
In ogni caso ora i dischi di mio padre troveranno una nuova possibilità di rivivere.
Per me e per qualsiasi passante di qui.
postato da: AMALTEO alle ore ottobre 24, 2007 19:01 | link | commenti (15)
categorie:
martedì, 23 ottobre 2007

Prodi, il leggendario



La leggenda del santo mediatore.
Ancora una volta Prodi è riuscito a salvare il suo, il mio, governo di emergenza democratica, nonostante le lobbies dei giudici e dei giornalisti
Oggi.
Ogni giorno vuole la sua pena.

Chapeau!

postato da: AMALTEO alle ore ottobre 23, 2007 19:11 | link | commenti (15)
categorie: pensare politica

Blog e nuova disciplina dell'editoria

tracceNel ramificato mondo dei blog è scattato e si è diffuso come un virus un complesso di persecuzione degno di cause più importanti, come il terrorismo islamico e i rigurgiti religiosi interconnessi.
La sola presentazione di un Decreto di legge che definisce in modo troppo generale il "prodotto editoriale", che ci metterebbe almeno due anni ad essere tradotto in legge e che - comunque - rimanderebbe ad altre autorità i vari passaggi attuativi è stato accolto con il riflesso persecutorio.
La vicenda è, tuttavia, una traccia interessante di memorizzare su questi sentieri.
Il blogger è talmente infervorato nella sua soggettività un po' narcisa (io per primo) che vede ogni paventata e non verificata operazione di "controllo" come un attentato alla propria integrità di parlante. Naturalmente, ancora una volta, a dare la stura al piagnucolio è stato "Vaffagrillo" che ha minacciato - magari ! - di fuggire dall'Italia nel caso il testo venisse approvato.
Come si controlla il "persecutore interno" (alimentato dal "persecutore esterno")?
C'è un aureo metodo: incrementare l'informazione, aggiungere dati, collegare la pancia al cervello.
Delego a persone più competenti di me una adulta e razionale analisi.



In queste ore la rete è in subbuglio a causa di una proposta di legge recentemente varata dal Governo, ossia il famigerato Testo Unico sul riordino della legislazione nel settore editoriale: decine di blog e di testate on line riprendono la notizia, e già cominciano a nascere le prime petizioni e relative catene di sant'antonio atte allo scopo di abrogare quella che ormai è diventata la nuova legge approvata.

La pietra dello scandalo è, giustamente, l'imperizia nella stesura del testo: la vaghezza della definizione di prodotti editoriali (soprattutto per quel che concerne le pubblicazioni a mezzo internet) e l'obbligatorietà di iscrizione al ROC (Registro degli Operatori di Comunicazione) e relativa mole di scartoffie contingenti hanno ingenerato innumerevoli timori. Lo spauracchio di dover rispondere in solido per tutto ciò che viene pubblicato on line (anche senza fini di lucro) ha fatto il resto.

Chiunque abbia uno spazio on line in cui pubblica ciò che gli passa per la testa si è sentito chiamato in causa, complici i tentativi di limitare la libertà di espressione degli utenti messi in atto dai vari governi su pressione delle major disco-cinematografiche.

La domanda che sorge spontanea nell'apprendere del contenuto di questo disegno di legge è perchè mai si sia deciso di varare una così assurda proposta di legge.

Il Comunicato del Consiglio dei Ministri è, se possibile, ancor più vago dello stesso progetto di legge. Si dice infatti che è stato approvato "un disegno di legge per la nuova disciplina dell'editoria quotidiana, periodica e libraria, che conferisce al Governo una delega per l'emanazione di un testo unico finalizzato al riordino dell'intera legislazione del settore al fine di promuovere un crescente pluralismo e un maggiore sostegno all'innovazione, all'occupazione, alla trasparenza delle provvidenze pubbliche".

Già consultando il comunicato stampa in merito al parere sullo schema di disegno di legge si riesce a trovare qualche riferimento normativo degno di nota: l'art.1, comma 1247 della Legge Finanziaria 2007 spiega che la riforma della disciplina del settore è "indirizzata a sostenere le possibilità di crescita e di innovazione tecnologica", "in coerenza con gli obiettivi di finanza pubblica".

L'esigenza di disciplinare le responsabilità dei siti editoriali in Internet nasce da molto lontano e generalmente concerne le modalità di erogazioni delle provvidenze in favore dell'editoria. Il tortuoso iter burocratico rende spesso necessaria la pubblicazione di circolari esplicative sulle modalità di erogazione dei contributi stessi.

Forse l'intento perseguito dal Consiglio dei Ministri non era, in origine, poi così malvagio: probabilmente hanno tentato (maldestramente) di includere testate giornalistiche che esistono esclusivamente on line o associazioni no profit nell'elenco dei beneficiari.

O forse è un abilissimo tentativo di infilare un po' ovunque restrizioni alle libertà degli utenti Internet, stroncandole sul nascere: non ce n'è bisogno, perchè oggigiorno la libertà di parola è strettamente proporzionale al numero di persone che leggono quanto viene postato.

Basta una diffida, e il materiale sconveniente sparisce seduta stante. Molte volte è sufficiente una mail con la minaccia di diffidare chi, amatorialmente, pubblica le proprie opinioni: costa molto meno rimuovere una pagina che sostenere le spese degli avvocati.

Se per assurdo, vista l'imperizia nella stesura delle leggi attinenti alla regolamentazione della rete, il disegno di legge venisse presentato alla Camera, venisse discusso ed emendato (senza le opportune correzioni), poi votato e approvato dalla Camera stessa, per poi approdare in Senato così com'è adesso; e se al Senato venisse discusso, votato e approvato senza alcuna modifica (altrimenti bisognerebbe ritornare alla partenza senza passare dal via, come al gioco del Monopoli) per poi finire sul tavolo del Presidente della Repubblica, venire promulgato e successivamente pubblicato in Gazzetta Ufficiale, allora sì che questo Testo Unico potrebbe diventare una legge capestro per l'intera rete.

E non sarebbe comunque ancora detta l'ultima parola, visto che non siamo nuovi a leggi poco chiare quali la norma per il deposito legale dei documenti di interesse culturale destinati all'uso pubblico, che ha richiesto un'espressa rettifica per esentare dall'invio delle cosiddette copie d'obbligo (cartacee) l'intera internet ospitata su italici server.

da: http://www.zeusnews.it/index.php3?ar=stampa&cod=6315

Zeus News è un notiziario dedicato a quanto avviene nel mondo di Internet, dell'informatica, delle nuove tecnologie.Non è un semplice amplificatore di comunicati stampa ma riserva ampio spazio ai commenti e alle riflessioni, proponendosi quale punto di osservazione libero e indipendente.


Con l'audizione nella commissione Cultura della Camera del sottosegretario alla presidenza del Consiglio e autore del testo, Ricardo Franco Levi, si apre il 24 ottobre l'iter parlamentare del disegno di legge sull'editoria. Un ddl che ha fatto discutere, in particolare per l'intento di mettere delle limitazioni alla libertà di espressione di blog e siti individuali. Una circostanza, questa, che lo stesso Levi punta subito a smentire.

Il mondo dei blogger ha lanciato segnali di allarme…..
«La legge è una legge che intende regolare il mercato dell’editoria - spiega il sottosegretario in questa intervista rilasciata all'agenzia di stampa Agr (â–  Ascolta l'audio)- e dunque si rivolge agli operatori del mercato dell’editoria, tutti quelli che professionalmente producono giornali, riviste, libri e dunque esclude, per definizione, i blog o i siti individuali che non sono oggetto della nostra legge. Questo è stato chiaro fin dall’inizio, visto che però c’è stata qualche preoccupazione in materia e c’è qualche margine di ambiguità possibile nella legge, io già fin da domani nel mio primo incontro con la Commissione proporrò un’aggiunta alla legge che chiarisca fino in fondo che in questa legge non ci si occupa dei blog».

Chi allora ha l'obbligo di registrazione nel Roc?
«Solo gli operatori professionali, quelli che svolgono come mestiere quello dell’attività editoriale. Il senso della legge per quanto riguarda Internet è quello di estendere ai giornali pubblicati su Internet le regole per i giornali pubblicati sulla carta stampata».

Quindi le preoccupazioni per chi ha un blog privato non esistono?
«Non esistono nella maniera piu’ assoluta. Possono stare non tra due ma tra dieci guanciali».

Riforma del settore, contributi diretti all’editoria contenuti in finanziaria e agevolazioni postali. Il dibattito è animato e molte preoccupazioni sono state sollevate sia dagli editori che dai giornalisti…
«Dai tantissimi incontri che ho avuto non mi sento di dire che ci siano polemiche particolari intorno al disegno di legge, direi anzi che è stato un ddl molto dibattuto, molto preparato e sul quale c’è una buona disponibilità parlamentare alla discussione. Il problema delle risorse non è un problema del ddl ma del bilancio dello stato e della cifra che è scritta e che per ora è al di sotto di quelle che sono le esigenze di spesa per l’editoria, sono quindi due cose distinte e separate. Il ddl è un progetto di riforma strutturale del mercato dell’editoria, altro problema è quello delle risorse che l’anno prossimo sono disponibili per gli aiuti pubblici, due binari che devono essere coerenti l’uno con l’altro ma deve essere chiaro che sono due partite diverse».

Capitolo spinoso è anche quello delle agevolazioni postali agli editori, con tagli previsti in un regime delle poste che è ancora di monopolio.
«Nel disegno di legge il problema di come lo Stato interviene per sostenere le spedizioni in abbonamenti postali, sapendo che in tutto il mondo sono regolati con tariffe diverse da quelle ordinarie, nel ddl questo tema viene affrontato in modo molto preciso e con assoluta coerenza rispetto a quelle che sono le indicazioni della nostra autorità Antitrust e quelle giunte dalle autorità europee, nella previsione e nella prospettiva di una completa liberalizzazione del sistema postale. Per cui continueremo a sostenere il mondo dell’editoria, e gli abbonamenti in modo particolare, evitando i problemi del vecchio sistema che di fatto era incentrato sul monopolio delle poste».

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Viste le polemiche e gli interessi in gioco prevede vita dura per il ddl nel suo prossimo iter in Parlamento?
«I passaggi parlamentari sono veri e autentici momenti di riflessione sui testi di legge che hanno un’occasione per essere studiati e approfonditi e, dove necessario, migliorati. Credo ci siano tutte le condizioni per un proficuo e utile passaggio parlamentare».

Valentina Baldisserri
in: http://www.corriere.it/politica/07_ottobre_23/levi_legge_editoria_no_bavaglio_ai_blog.shtml
postato da: AMALTEO alle ore ottobre 23, 2007 12:42 | link | commenti (7)
categorie: comunicare blog

Crisi irreversibile del Governo Prodi?

Rodin-pensatoreSui tempi brevi sono abbastanza desolato nel considerare che il Governo Prodi potrebbe cadere sotto il plurimo attacco di:
  • una destra politica e sociale fortissima
  • una sinistra massimalista debole ma condizionante, ricattante ed aggressiva
  • la cultura del trasformismo, incistata nella storia degli italiani
  • giornalisti che fanno lobby
  • magistrati che già hanno alterato il sistema costituzionale agli inizi degli anni '90 e che ora riprendono la loro venefica azione

Neppure la santa pazienza di Romano Prodi e le sue indubbie doti di negoziazione ce la possono fare.
Un tratto sotterraneo - più legato alla psicologia che alla politologia - mi colpisce in questa vicenda.
Berlusconi è stato sconfitto due volte nella conta dei voti (1996 e 2006).
E' questo che il personaggio non sopporta: essere stato sconfitto due volte. Da tifoso di curva vuole mettere una coppa della vittoria nel salotto.
Solo questo può spiegare una alleanza di destra che si dispone alle elezioni con lo stesso candidato.
La mia desolazione si fonda sulla constatazione che è lo stesso contraddittorio schieramento di centro-sinistra ad offrigli su un piatto d'argento la rivincita.

Sui tempi brevi, dicevo.
Sui tempi lunghi devo constatare che è la solita storia.
Negli anni '60 il Pci sviluppò e radicò la sua presenza nel sistema politico italiano CONTRO il nascente ciclo riformistico del centro-sinistra di allora.
Negli anni '70 la sinistra fece fuoriuscire da sè le metastasi del terrorismo CONTRO il cosiddetto "compromesso storico", che nasceva per rendere possibile anche in Italia l'alternanza delle coalizioni di governo.
L'Italia è l'unico paese a democrazia rappresentativa in cui, quando si prospetta una congiuntura riformistica, la cultura di sinistra e le sue organizzazioni si consolidano come opposizione o democratica o terroristica.
Non è una bella situazione.
postato da: AMALTEO alle ore ottobre 23, 2007 11:02 | link | commenti
categorie: pensare politica
venerdì, 19 ottobre 2007

Traduzioni: Stand In My Way

ParoleMi è venuta una idea: aprire un  tag "traduzioni".
Per sopperire alle mie mancanze linguistiche.

Caro passante, come tradurresti questa locuzione?

Stand In My Way

Ispirata da:
Micah P. Hinson, Stand in my Way, in  Micah P Hinson And The Gospel Of Progress:



grazie anticipato per l'aiuto.

Esperimento riuscito (ma avevo pochi dubbi che non riuscisse).
Ecco le polifonie significanti:

Stand In My Way
  • stare, mettersi o trovarsi sulla mia strada
  • dimorare sulla mia strada
  • abitare sulla mia strada
  • soffermati sulla mia strada
  • affiancami nel mio cammino
  • procedi con me
  • abito, sempre, qui da me. Come interpreta - e trasla - Astime
  • resta sulla mia strada, resta con me


MICAH P. HINSON
 And The Gospel Of Progress
(Sketchbook) 2004
country-folk
  1. Close Your Eyes
  2. Beneath The Rose
  3. Don't You Forget (Part One And Two)
  4. The Possibilities
  5. As You Can See
  6. At Last, Our Promise
  7. I Still Remember
  8. The Nothing
  9. Stand In My Way
  10. On My Way
  11. You Lost Sight In Me
  12. Caught In Between
  13. The Day Texas Sank To The Bottom Of The Sea

di Davide Ariasso

Un movimento verso l'alto, l'innalzarsi di un uccello. Inizia come potrebbe iniziare una favola, tappeto sintetico e flauto, poi entra quella voce che ti sembra di aver già sentito mille volte. E invece è la prima, perché si tratta di un esordio per questo Micah P. Hinson, ormai sulla bocca di tutti quei neo-prewar-post folkster che ci ritroviamo a essere in questi anni. Non raccontiamocela, semplicemente è dagli anni 90 che questa storia del folk rivisitato, rimasticato, resuscitato, decontestualizzato, avanguardizzato, continua a toccarci perché ha, in casi come questo, la forza di quel pop che sfiora le sempre tese corde dell'emozione. Batte dove il dente duole, con sottile piacere. Ottime canzoni con attitudine figlia/madre del tempo attuale, dischi di autori nel vero senso della parola, che hanno scelto una veste in parte folk per il loro mondo poetico. E' bastato qualche nome su cui puntare, Will Holdam, Bill Callahan e di recente Devendra Banhart , per dare senso e lustro a qualcosa che, come al solito, è in parte invenzione e in parte segno dei desideri di chi la musica la fa, la ascolta, la vende, oppure di musica scrive.
Micah è giovanissimo, ma sa scrivere con un senso perfetto della sintesi e della melodia immediata. Ha una voce riconoscibile pur ricordando Smog in modo impressionante, e quella capacità di appassionarsi, contenersi, sprofondare nell'intimo che è dei grandi cantautori. Dalla sua ha anche una biografia tormentata, interessi letterari pseudo- maudit e gli Earlies (il "Gospel Of Progress"), che spalmano queste gentili strutture con arrangiamenti attenti soprattutto a valorizzare il pathos e le sfumature delle canzoni. Verso l'alto, a sospendere nella classicità canzoni-colibrì ruggenti di desiderio.
"Close Your Eyes" introduce la serie di crescendo, figura musicale principe di questo disco. In questo, come in altri casi, si tratta di progressiva stratificazione strumentale: synth, fender rhodes, chitarra acustica, voci femminili, archi, chitarre elettriche, batteria che fa scattare una marcia, mentre le elettriche salgono e l'intensità annuncia l'apertura dei cuori. Come in "Beneath The Rose", Cohen arpeggiato veloce, contrabbasso pizzicato country, slide emotiva, raddoppiamento acustico, fisa, piano che rotola come se Glass jammasse con i Black Heart Procession e insieme trovassero un po' di calore. Quante volte l'ho associata istintivamente a chi mi ha fatto perdere la testa in questi ultimi giorni, e scusate la parentesi intima ma e' per rendere l'idea.
Poi si va a insistere con i crescendo: "Don't You (Part 1&2)" è il primo tassello di ballata alla Tom Waits dalla struttura semplice e ripetuta che, attraverso un ponte di note-plettro molto indie, sfocia in un finale epico, un wall of sound che consegna l'intimo al corale.
Questo senso religioso, insieme raccolto e disteso, che tinge di sincerità ogni passo, si contrae in altri episodi, come la oldhamiana "At Last, Our Promises", mesta ma spalancata sul dramma con sguardo sottilmente cinematografico, mentre il caos dell'orchestra dipinge lo scenario di una caduta: "Yeah, he is a cinematographer". Tornano le suggestioni Black Heart nel valzer di "Stand In My Way", ma Micah sembra sempre con un raggio di sole in fronte, anche quando inscena voli notturni. Che dire poi di "Patience", nonostante la sua immensa semplicità uno degli apici di questo disco, forse perché qui Micah finalmente gratta la sua voce, sostenuto da quattro accordi di acustica, fondo d'organo e qualche nota sparsa di piano, finché il brano s'impenna Mogwai deragliando le intenzioni Waits.
La conclusione, "The Day Texas Sank To The Bottom Of The Sea", è distacco, come vedere all'orizzonte l'ultimo volo della stagione. Distensione, rilascio, rintocchi d'elettrica, archi che s'adagiano, organo che scalda e annuncia il movimento, lenta batteria, cori e piano che trascinano via l'attore dopo il suo "a parte" e lasciano il palcoscenico vuoto. Il pubblico sospetta che queste siano anche le sue emozioni, termina l'applauso, esce dalla sala e rifluisce nella hall, poi finiscono tutti fuori dal teatro: è un grande stormo di uccelli quello che si vede uscire. Per l'ultimo volo della stagione.

in : http://www.ondarock.it/recensioni/2004_hinson.htm
postato da: AMALTEO alle ore ottobre 19, 2007 11:45 | link | commenti (33)
categorie: comunicare dizionario, ascoltare mie antologie