
Era da un mese che ci puntavo.
Avevo un appuntamento con l’unico concerto italiano di Richard Hawley, crooner di Sheffield. Gran bella voce cavernosa. Tono romantico. Chitarre maneggiate con cultura e perizia.
Anche il posto era interessante: i Magazzini generali. In un quartiere sud di Milano, tagliato dalla ferrovia.
Zona dove l’urbanistica progetta il riuso delle “aree dimesse”, con un buon risultato, mi sembra. L’ambiente urbano di Milano, in quel luogo, è anonimo, senza centri di identificazione. Le strade di scorrimento tagliano quartieri e li chiudono in se stessi. Gli individui e le famiglie sembrano dover fissare le loro coordinate esistenziali sulla abitazione, lo spostamento al lavoro, il luogo di lavoro e i grandi supermercati. Manca quello che io (per esemplificare) riesco ancora ad avere: la mediazione del paesaggio. Ossia una visione che lega i nodi che, comunque, si devono attraversare: casa, trasporto, lavoro.
Questo per dire che la progettazione dei Magazzini Generali promette bene: in un’area urbana di “non luogo”, lì sembra profilarsi un centro caldo di identificazione: spazi gioco per i bambini, ludoteche, scuole di disegno e, ecco il punto, questa discoteca e sala concerti.
In un primo momento mi sono detto: qui è come a Zurigo, al Kaufleuten Restaurants dove siamo andati a sentire i Pink Martini.
Aspettativa alta. Delusione cocente.
L’amplificazione eccitante e demoniaca del quintetto di Richard Hawley (lui, un’altra chitarra, un contrabbasso, la batteria e il piano) ha rovinato tutto.
Ma davvero tanto.
Un concerto inascoltabile, inaudibile.
Il tono intimo e le sfumature della gamma cromatica del suono completamente annichilite dalla devastazione del volume.
Si ascoltava in piedi – e questo mi piaceva – ma era impossibile sentire.
Ma evidentemente sono io – e soprattutto mia moglie – ad essere “fuori tempo”. Fuori questo tempo.
I giovani – e qualche meno giovane – presenti in sala erano a loro agio. Addirittura davanti ai maxi altoparlanti che facevano rimbombare pareti dell’edificio e casse toraciche.
Come se, per raggiungere la testa passando per il cuore, fosse necessario in eccesso di stimolo.
Richard Hawley canta e suona così:
Ma ieri sera era davvero tanto fuori dal suo spazio emotivo.
Non so se è stato lui ad adattare il suo stile al contesto di una discoteca eccessiva o se la discoteca eccessiva ne ha massacrato l’ispirazione.
Peccato, perché i sui dischi sono molto godibili:
"Happy Birthday" Variations: Thema
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Keith Jarrett Solo Piano Improvisations, 18 ottobre 2007, Teatro alla Scala , Milano

Non mi è simpatica, La Scala. Anche se non è che ci ho visto granchè, giusto qualche opera, per biglietti omaggio o rinunce, tra nobildonne ingioiellate e notabili con il papillon. L’unica volta che mi sono sentito bene è quando ho fatto sei ore di fila per un posto in piedi in piccionaia alle Nozze di Figaro. Mi sentivo nel posto giusto, la curva sud del teatro. All’opposizione.
E invece, domenica sera siamo in prima fila. Gli altri dietro, ex sindaci giudici presidenti opinionisti e dame, e va bene così. Gianluigi 92 concerti, Enzo 51, Mirco 36, Roberto 40, io 20, (Riccardo uno solo ma un milione di ore di jazz sul contachilometri), tra Osaka e Los Angeles. Ce lo siamo guadagnato, il posto a bordo palco.
Quando entra Jarrett, alle 8 e un paio di minuti, occhialetti scuri, pantaloni e camicia neri e un gilet grigio a disegni tribali double face, e si siede alla tastiera, penso al concerto di dodici anni prima, che ho mancato nonostante ogni sforzo, ma il cui disco ho consumato. Penso all’inizio dolcissimo, lirico, irresistibile, i primi 18 minuti che hanno fatto dire a centinaia di jarrettiani in tutto il mondo, my favourite album is La Scala.

Il primo pezzo di allora durò 44 minuti. Negli ultimi solo che ho sentito, a Roma Venezia Parigi Chicago, il primo pezzo è sempre piuttosto breve e tormentato, mette le dita sulla tastiera e ne tira fuori qualcosa di irto e dissonante. Quello mi aspetto, alle 20.03 di domenica sera. E invece, l’omino in nero mi sorprende ancora una volta.

Il secondo, invece, è appunto come mi aspettavo il primo. Free jazz, bop di impronta atonale, echi di In Front. Con una precisione e una limpidezza di fraseggio, che poi, e qui l’animo europeo se ne va sotto il palco, viene fuori l’americano. Emerge un ritmo che lo cambia in una specie di ostinato violento con echi di blues, per il godimento assoluto dei fans più evoluti. E la disperazione di un gentiluomo sui 90 nella fila dietro, perfetto abito da sera, panciotto e paipllon, che dice, nemmno tanto sottovoce, ‘Questo qui non ha mai sentito la musica!’. La moglie, di qualche anno più giovane, ma non molto, lo zittisce.

Al terzo pezzo una progressione di accordi che ricorda Heartland, bellissima, di una raccolta solennità. La dialettica vuole che il quarto sia di nuovo veloce e difficile. Del quinto pezzo si riconosce l’ispirazione perché la canta, quattro note a intervalli discendenti di quarta, più o meno. Un po’ modale, oserei dire.
L’ultimo della prima parte è un robusto, travolgente blues, che suona con una energia sorprendente. Ecco, a questo punto del concerto comincio a pensare che l’omino ha fatto un patto con il diavolo: a 63 anni ha il fisico asciutto, l’entusiasmo e la determinazione di un ventenne. Si alza, si china, si arcua, canta e danza tra lo sgabello e la tastiera, con raddoppi di velocità impressionanti. Quei video che circolano degli inzi degli anni 70, lui con una massa enorme di capelli che si avventa sul piano come un ossesso: è ancora lui. Il desiderio feroce di suonare.
L’intervallo non esco nemmeno dalla fila, niente foyer, niente bar, niente toilette delle signore della Milano bene da ammirare. Ci alziamo talmente entusiasti che i commenti fra di noi esauriscono il quarto d’ora di pausa.
Quando rientra, riprende il discorso del primo pezzo, o forse della Scala anni 90. Melodia accattivante, arpeggi, gemiti. Nel momento della maggiore concentrazione, in un pianissimo, piegato sui tasti alla ricerca di quel niente che separa una improvvisazione nebulosa da una ispirazione, un colpo di tosse in fortissimo dal centro della platea. Ahia.
Si ferma di colpo, si rialza. Il signore dietro di me dice . ‘Noooo!’. Jarrett chiude gli occhi un attimo, a sbollire il disappunto. Poi guarda la sala, una faro puntato negli occhi, e dice, senza acredine, anche con una certa rassegnazione: ‘No, it’s impossible. This cough.. I have lost this music, and you too, and it will never exist forever. Have you noticed that in hundreds of concerts I never coughed once? It’s a matter of concentration and respect. We are looking for silence, but the world is full of scream and noise. It’s a world… and I am American. I’m not proud of it.’
Deboli applausi. Qualcuno sibila, qualcuno parlotta, qualcuno approffitta per tossire. Magia del pezzo svanita. Lui riprende, ma a fatica. Un pezzo veloce, free, difficile. Deve ritrovare la concentrazione. Il successivo è più lungo, discontinuo, con squarci di bellezza. Ancora non si è ritrovato. Si vede che cerca ma non trova. Ha già fatto nove pezzi, potrebbe alzarsi e uscire e iniziare la liturgia dei bis.
E invece no. Poggia le dita di nuovo sulla tastiera, e va. Mi ricordo che da piccolo studiavo l’Hanon, un metodo di esercizi per le dita, e quasi verso la fine c’era un esercizio che si chiamava Tremolo, e c’era una nota che di ceva: quando Seibelt iniziava a suonare il tremolo, in sala calava un brivido.
Alla Scala cala un brivido. Un tremolo con la mano destra, incessante, martellante, e con la mano sinistra una melodia commovente. Ho i brividi, guardo Enzo sulla mia sinistra con gli occhi sgranati, tutta il teatro trattiene il fiato. Quando finisce, un uragano liberatorio di applausi.
Così può finire. Così l’incidente è chiuso. Col viso imperlato di sudore, stremato, sta in mezzo al palco, si inchina, entra ed esce diverse volte. Finche non si risiede, e ci regala quattro bis. My Wild Irish Rose, una versione delicata ma il cui tessuto armonico e ritmico si arrichisce via via e diventa un piccolo capolavoro. Poi un blues improvvisato, quindi uno standard che nessuno riconosce – almeno così pensiamo.

All’ultima uscita si fa accendere le luci in platea, e si caspice chiaramente che vuole godersi lo spettacolo. Mi volto verso i palchi, ed è veramente da trattenere il respiro. Tutta la Scala lo sta osannando. Noi in piedi nelle prime file. Poi finisce con Old Man River, Jarrett l’europeo, Jarrett che si dispiace di essere americano finisce con un classico dell’epopea afroamericana. Appalusi che non finiscono. Sorride ed esce.
Dopo la fine del concerto, Steve ci fa segno di entrare. Keith Jarrett ci riceve e non l’ho mai visto così amabile. Divertito e ironico nel resistere alle richieste di autografo, sull’interruzione per la tosse finge di battere la testa contro il muro, poi parla dell’America, della globalizzazione, della perdita della semplicità e della spontaneità, ci rivela che lo standard del bis non era un vero standard ma una improvvisazione in forma di standard, ci dà la mano, la sinistra come sempre, e alla fine fa firmare gli autografi alla moglie. Con il suo nome, e con un sorriso.
Era annuciata la registrazione del concerto, spero di poter risentire la soffusa meraviglia del primo pezzo, lo strepitoso blues, il tremolo, Ol’man River. Siamo gli ultimi. I portoni del grande ingresso del teatro sono chiusi e girovaghiamo un po’ prima di trovare l’uscita. Esco, tento di rubare il manifesto da sotto una bacheca ma si straccia e a malincuore lo lascio lì, di fronte a quello della Madama Butterfly. Allontanandomi verso via Manzoni, mi giro un’ultima volta, e guardo l’ingresso imponente della Scala, illuminato di luce gialla, con la bandiera italiana che sventola all’aria fresca di ottobre.

Mark Strand è il vincitore del Premio Internazionale Gabriele d’Annunzio di poesia giunto alla sua V edizione. Dopo il francese Yves Bonnefoy, l’italiano Mario Luzi, il siriano Adonis e il tedesco Hans magnus Enzensberger ora è la volta di questo poeta americano, una delle voci più importanti della poesia e della narrativa contemporanea americana.
Eletto nel 1990 poeta laureato d’America e vincitore nel 1999 del prestigioso Premio Pulitzer ha pubblicato in Italia ‘L’inizio di una sedia’ (Donzelli 1999), ‘L’alfabeto di un poeta’ (l’obliquo 2001), ‘Edward Hopper’ (Donzelli 2003), ‘Il futuro non è più quello di una volta’ (Minimum fax 2006) e di recente per la Mondadori “Uomo e cammello” in cui il poeta, grande maestro della disillusione, mette in atto un interrogarsi al tempo stesso desolato ed ironico sul destino del soggetto, sul senso della fine e sulla sepoltura dei sentimenti, sull’impoverirsi dell’immaginazione umana e sul tramontare di un’epoca.
La sua meditazione la compie in versi, tramite una fitta presenza di figure, situazioni ed episodi che si muovono tra paradosso e racconto su uno scenario sempre aperto. Autore tra i più grandi della scena letteraria d’oggi, Strand sa imporsi per l’insieme di complessità e trasparenza delle sue visioni, per l’intelligenza acutissima e la spiritualità profondamente laica della sua poesia, che ci incanta con il suo ampio respiro e l’impeccabile eleganza dello stile.
Il Premio promosso dal Centro nazionale di Studi dannunziani con la Facoltà di Lettere dell’Università degli Studi G. d’Annunzio di Chieti-Pescara gli sarà consegnato nel corso di una cerimonia giovedì 25 ottobre 2007.
Centro nazionale Studi dannunziani
in : http://www.tuttoabruzzo.it/index.php?option=com_content&task=view&id=7679&Itemid=476




Nel ramificato mondo dei blog è scattato e si è diffuso come un virus un complesso di persecuzione degno di cause più importanti, come il terrorismo islamico e i rigurgiti religiosi interconnessi.In queste ore la rete è in subbuglio a causa di una proposta di legge recentemente varata dal Governo, ossia il famigerato Testo Unico sul riordino della legislazione nel settore editoriale: decine di blog e di testate on line riprendono la notizia, e già cominciano a nascere le prime petizioni e relative catene di sant'antonio atte allo scopo di abrogare quella che ormai è diventata la nuova legge approvata.
La pietra dello scandalo è, giustamente, l'imperizia nella stesura del testo: la vaghezza della definizione di prodotti editoriali (soprattutto per quel che concerne le pubblicazioni a mezzo internet) e l'obbligatorietà di iscrizione al ROC (Registro degli Operatori di Comunicazione) e relativa mole di scartoffie contingenti hanno ingenerato innumerevoli timori. Lo spauracchio di dover rispondere in solido per tutto ciò che viene pubblicato on line (anche senza fini di lucro) ha fatto il resto.
Chiunque abbia uno spazio on line in cui pubblica ciò che gli passa per la testa si è sentito chiamato in causa, complici i tentativi di limitare la libertà di espressione degli utenti messi in atto dai vari governi su pressione delle major disco-cinematografiche.
La domanda che sorge spontanea nell'apprendere del contenuto di questo disegno di legge è perchè mai si sia deciso di varare una così assurda proposta di legge.
Il Comunicato del Consiglio dei Ministri è, se possibile, ancor più vago dello stesso progetto di legge. Si dice infatti che è stato approvato "un disegno di legge per la nuova disciplina dell'editoria quotidiana, periodica e libraria, che conferisce al Governo una delega per l'emanazione di un testo unico finalizzato al riordino dell'intera legislazione del settore al fine di promuovere un crescente pluralismo e un maggiore sostegno all'innovazione, all'occupazione, alla trasparenza delle provvidenze pubbliche".
Già consultando il comunicato stampa in merito al parere sullo schema di disegno di legge si riesce a trovare qualche riferimento normativo degno di nota: l'art.1, comma 1247 della Legge Finanziaria 2007 spiega che la riforma della disciplina del settore è "indirizzata a sostenere le possibilità di crescita e di innovazione tecnologica", "in coerenza con gli obiettivi di finanza pubblica".
L'esigenza di disciplinare le responsabilità dei siti editoriali in Internet nasce da molto lontano e generalmente concerne le modalità di erogazioni delle provvidenze in favore dell'editoria. Il tortuoso iter burocratico rende spesso necessaria la pubblicazione di circolari esplicative sulle modalità di erogazione dei contributi stessi.
Forse l'intento perseguito dal Consiglio dei Ministri non era, in origine, poi così malvagio: probabilmente hanno tentato (maldestramente) di includere testate giornalistiche che esistono esclusivamente on line o associazioni no profit nell'elenco dei beneficiari.
O forse è un abilissimo tentativo di infilare un po' ovunque restrizioni alle libertà degli utenti Internet, stroncandole sul nascere: non ce n'è bisogno, perchè oggigiorno la libertà di parola è strettamente proporzionale al numero di persone che leggono quanto viene postato.
Basta una diffida, e il materiale sconveniente sparisce seduta stante. Molte volte è sufficiente una mail con la minaccia di diffidare chi, amatorialmente, pubblica le proprie opinioni: costa molto meno rimuovere una pagina che sostenere le spese degli avvocati.
Se per assurdo, vista l'imperizia nella stesura delle leggi attinenti alla regolamentazione della rete, il disegno di legge venisse presentato alla Camera, venisse discusso ed emendato (senza le opportune correzioni), poi votato e approvato dalla Camera stessa, per poi approdare in Senato così com'è adesso; e se al Senato venisse discusso, votato e approvato senza alcuna modifica (altrimenti bisognerebbe ritornare alla partenza senza passare dal via, come al gioco del Monopoli) per poi finire sul tavolo del Presidente della Repubblica, venire promulgato e successivamente pubblicato in Gazzetta Ufficiale, allora sì che questo Testo Unico potrebbe diventare una legge capestro per l'intera rete.
E non sarebbe comunque ancora detta l'ultima parola, visto che non siamo nuovi a leggi poco chiare quali la norma per il deposito legale dei documenti di interesse culturale destinati all'uso pubblico, che ha richiesto un'espressa rettifica per esentare dall'invio delle cosiddette copie d'obbligo (cartacee) l'intera internet ospitata su italici server.
da: http://www.zeusnews.it/index.php3?ar=stampa&cod=6315
Zeus News è un notiziario dedicato a quanto avviene nel mondo di Internet, dell'informatica, delle nuove tecnologie.Non è un semplice amplificatore di comunicati stampa ma riserva ampio spazio ai commenti e alle riflessioni, proponendosi quale punto di osservazione libero e indipendente.
Il mondo dei blogger ha lanciato segnali di allarme…..
«La legge è una legge che intende regolare il mercato dell’editoria - spiega il sottosegretario in questa intervista rilasciata all'agenzia di stampa Agr (â– Ascolta l'audio)- e dunque si rivolge agli operatori del mercato dell’editoria, tutti quelli che professionalmente producono giornali, riviste, libri e dunque esclude, per definizione, i blog o i siti individuali che non sono oggetto della nostra legge. Questo è stato chiaro fin dall’inizio, visto che però c’è stata qualche preoccupazione in materia e c’è qualche margine di ambiguità possibile nella legge, io già fin da domani nel mio primo incontro con la Commissione proporrò un’aggiunta alla legge che chiarisca fino in fondo che in questa legge non ci si occupa dei blog».
Chi allora ha l'obbligo di registrazione nel Roc?
«Solo gli operatori professionali, quelli che svolgono come mestiere quello dell’attività editoriale. Il senso della legge per quanto riguarda Internet è quello di estendere ai giornali pubblicati su Internet le regole per i giornali pubblicati sulla carta stampata».
Quindi le preoccupazioni per chi ha un blog privato non esistono?
«Non esistono nella maniera piu’ assoluta. Possono stare non tra due ma tra dieci guanciali».
Riforma del settore, contributi diretti all’editoria contenuti in finanziaria e agevolazioni postali. Il dibattito è animato e molte preoccupazioni sono state sollevate sia dagli editori che dai giornalisti…
«Dai tantissimi incontri che ho avuto non mi sento di dire che ci siano polemiche particolari intorno al disegno di legge, direi anzi che è stato un ddl molto dibattuto, molto preparato e sul quale c’è una buona disponibilità parlamentare alla discussione. Il problema delle risorse non è un problema del ddl ma del bilancio dello stato e della cifra che è scritta e che per ora è al di sotto di quelle che sono le esigenze di spesa per l’editoria, sono quindi due cose distinte e separate. Il ddl è un progetto di riforma strutturale del mercato dell’editoria, altro problema è quello delle risorse che l’anno prossimo sono disponibili per gli aiuti pubblici, due binari che devono essere coerenti l’uno con l’altro ma deve essere chiaro che sono due partite diverse».
Capitolo spinoso è anche quello delle agevolazioni postali agli editori, con tagli previsti in un regime delle poste che è ancora di monopolio.
«Nel disegno di legge il problema di come lo Stato interviene per sostenere le spedizioni in abbonamenti postali, sapendo che in tutto il mondo sono regolati con tariffe diverse da quelle ordinarie, nel ddl questo tema viene affrontato in modo molto preciso e con assoluta coerenza rispetto a quelle che sono le indicazioni della nostra autorità Antitrust e quelle giunte dalle autorità europee, nella previsione e nella prospettiva di una completa liberalizzazione del sistema postale. Per cui continueremo a sostenere il mondo dell’editoria, e gli abbonamenti in modo particolare, evitando i problemi del vecchio sistema che di fatto era incentrato sul monopolio delle poste».
Viste le polemiche e gli interessi in gioco prevede vita dura per il ddl nel suo prossimo iter in Parlamento?
«I passaggi parlamentari sono veri e autentici momenti di riflessione sui testi di legge che hanno un’occasione per essere studiati e approfonditi e, dove necessario, migliorati. Credo ci siano tutte le condizioni per un proficuo e utile passaggio parlamentare».
Sui tempi brevi sono abbastanza desolato nel considerare che il Governo Prodi potrebbe cadere sotto il plurimo attacco di:
Mi è venuta una idea: aprire un tag "traduzioni".| Stand In My Way |
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