Tracce e Sentieri

Passeggiate splinderiane di Amalteo

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2° metà del 900-later than never. “Perché vale la pena di vivere? E’ un’ottima domanda… Be’, ci sono cose per cui vale la pena di vivere … Per esempio, per me, direi … tutta la musica e le interpretazioni di Nina Simone … la voce di Ray Charles, quasi sempre … Il ballo di Al Pacino in Scent of a Woman … le note di John Lewis quando volano nelle fughe di Bach … Louis Armstrong, l’incisione di West and blues del 1928 … i film di Sergio Leone … i racconti di Stephen King … gli azzurri e i gialli di Van Gogh … i quadri di Peppo Spagnoli, che dimostra che si può fare molto anche da luoghi piccoli… il sorriso di Luciana …. ... e poi anche ...” da Woody Allen, Manhattan (con qualche cambiamento) pamalteo@gmail.com

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sabato, 29 settembre 2007

Oscar Peterson: Requiem, Montreal 2004

Credo che la vera potenza dei blog sia la connessione, il rilancio, il prendere da una parte e rilanciare dall'altra.
Sono grato a Prisma che ha pescato con la sua sensibilità un emozionante Requiem interpretato da Oscar Peterson.
Un pezzo da "salvare".
Allora .... così Oscar Peterson riflette, attraverso le sue mani e il suo pensiero musicale, attorno ad un Requiem:
postato da: AMALTEO alle ore settembre 29, 2007 00:20 | link | commenti (19)
categorie: ascoltare jazz, vivere morte
venerdì, 28 settembre 2007

Dittature nel mondo: Birmania – Myanmar



Connessioni:

Birmania,
Rangoon. Decimo giorno di marce non violente nella capitale. Nelle strade anche migliaia di civili. Ucciso un fotografo giapponese. 9 morti, più di mille arresti. E' caccia ai giornalisti stranieri. Situazione drammatica. Sgomberati più di sei monasteri. La polizia spara ad altezza uomo Testimoni parlano di "decine e decine di persone rimaste a terra nelle strade" 

Sulla Birmania non è mai stato esercitato il "diritto di ingerenza" al quele si oppone la cultura politica di sinistra.

La Cina comunista è un pilastro di quel regime militare, con la sua "giunta dei macellai" di Rangoon.

Osservo che le reazioni politiche sono queste:

  • Governo degli Stati Uniti: solo la Casa Bianca chiede alla giunta militare al potere in Myanmar di fermare la repressione contro i manifestanti scesi in piazza da giorni contro il regime. "Il governo birmano non dovrebbe opporsi in questo modo al desiderio del popolo per la libertà - ha detto il portavoce della Casa Bianca Gordon Johndroe - Deve fermare adesso questa violenza contro i manifestanti pacifici"
  • Consiglio di Sicurezza dell'Onu: non è neppure riuscito ad approvare una dichiarazione comune sulla situazione in Birmania
  • Commissione europea: mette all’ordine del giorno una risoluzione che ci impiegherà mesi a – eventualmente – essere approvata in cui si dichiara   favorevole all'inasprimento delle sanzioni contro Myanmar, ma "senza colpire la popolazione"
La diplomazia della politica internazionale rivela la sua totale incapacità ad intervenire in queste situazioni.

La verità è che sono dei monaci a guidare la rivolta.

 
La forza calma dei buddisti per la libertà e contro il regime


Rangoon. “La meditazione vipassana non è una fuga dalla realtà. E’ un modo di prendere coscienza, rendersi liberi. La pratichi esercitando la massima attenzione in tutto ciò che fai. Anche nella protesta”, spiega al Foglio da un monastero vicino Rangoon una Thilashin, colei che possiede la moralità, come sono chiamate le monache birmane. Vipassana significa visione superiore, quella che accompagna la pratica di samatha, la calma mentale. E’ con questo atteggiamento che migliaia di monaci e monache hanno marciato nel gesto del patam nikkujjana kamma, tenendo rovesciate le loro ciotole per le offerte, in segno di totale rifiuto della giunta militare. Una forma d’umiliazione che è stata portata all’estremo con la scomunica da parte del Sangha, la comunità monastica, nei confronti dei membri del governo, l’SPDC, lo State Peace and Development Council, e delle loro famiglie.
“Religione e società sono due entità interconnesse. I monaci appartengono al popolo, sono il popolo”, dice ancora la Thilashin, e così spiega perché la parola chiave della protesta dei monaci è “democrazia”. Comprendere ciò che accade in Birmania è impossibile se non si considera l’identificazione del popolo con il Theravada, una delle due grandi correnti del buddismo. Entrambe si basano sull’insegnamento del Buddha, ma differiscono sul metodo per seguire il Dharma (le leggi) e raggiungere il Nibbana (la pace assoluta). Per il Mahayana, l’altra grande corrente, è incentrato sulla compassione universale, sulla condizione di Bodhisattva, colui che rinuncia al Nibbana, per aiutare l’umanità nel pellegrinaggio che conduce a esso. La meta del Theravada, invece, è la salvezza personale. A questo fine il credente si concentra sulle pratiche meditative e sulla vita monastica, mentre per i laici è importante accumulare meriti facendo donazioni e offerte al Buddha e ai monaci. Questo spiega l’immanenza della religione che si avverte in Birmania: nelle migliaia di paya (pagode) e di zedi (i reliquiari buddisti) bianchi e dorati che sono parte del territorio e nella dominante cromatica delle tonache di quasi mezzo milione di monaci, monache e novizi. Per guadagnare meriti per sé e la propria famiglia, ogni birmano è tenuto a trascorrere almeno due periodi della vita in monastero. Una prima volta tra i dieci e i vent’anni in qualità di samanera, novizio; una seconda in età adulta come hpongyi, monaco che ha preso i voti. A fronte di tale dedizione c’è un compenso anche in vita: per la maggior parte dei giovani il monastero è l’unica possibilità di ricevere un’educazione, per tutti è un segno di status altrimenti irraggiungibile. Ai monaci sono riservati posti di riguardo in qualunque mezzo, dai bus ai battelli che percorrono l’Ayeyarwady, il fiume che attraversa la Birmania. La coincidenza tra popolo e monaci spiega il loro attivismo politico: hanno avuto un ruolo di rilievo nella lotta per l’indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1947 e nelle dimostrazioni contro il governo militare del 1988 che si conclusero in un bagno di sangue. Negli ultimi vent’anni il Sangha sembrava essersi accomodato nel suo status di privilegio mondano, forse per le contaminazioni con il Sangha Nayaka, la comunità religiosa controllata dal governo. Il rinnovato attivismo dell’unico contropotere birmano deriva probabilmente da una nuova coscienza religiosa, da quello che è stato definito “Buddismo impegnato”, un movimento che s’ispira agli insegnamenti del monaco vietnamita Thich Nhat Hanh e del thailandese Buddhadhasa Bhikkhu. L’essenza della loro dottrina sta nel tentativo di accordare la natura originaria del buddismo con la realtà del mondo moderno, sulla necessità di vivere compiutamente in questa vita senza aspettarne un’altra, sull’attenzione ai problemi sociali, ai modi in cui si esprime la politica. Anche in Birmania la religione ha rimesso in moto la storia.

In Il Foglio 27 settembre 2007

postato da: AMALTEO alle ore settembre 28, 2007 00:08 | link | commenti (5)
categorie: pensare culture religioni, pensare politica
giovedì, 27 settembre 2007

Ancora su Beppe Grillo: vaffagrillo

Rodin-pensatoreCome ovvio la grillitudine ed i grillandi stanno facendo andare con il vento in poppa la destra italiana. Quella neofascista di Fini, il liberismo personalistico di Berlusconi e il nazilocalismo di Bossi.
Complimenti ai cuochi e ai commensali!
Non so come si interpreterà fra tre o quattro mesi questa congiuntura politica.
In questi giorni osservo che a dettare l’agenda politica sono i giornalisti. Alcuni giornalisti. In particolare quelli televisivi.
Non è una novità nella storia politica italiana. Benito Mussolini era un giornalista.
Sappiamo come è andata. Con l’Italia messa ai ferri e poi al fuoco per vent’anni.
Il mio grande professore di storia Dante Visconti (anni 1966-1968) diceva meditabondo e scuotendo la testa: “Il fascismo ha vaccinato gli italiani. E’ una esperienza irripetibile”.

Il fascismo storico non ritorna. Si diffonde invece un “fascismo interiore”. Una massa vociante alla perenne ricerca di un capo, ora incarnato da un comico espertissimo in turpiloquio.

E’ un tratto culturale evidentemente  molto profondo negli italiani.

Trovo sui miei sentieri questa traccia piuttosto efficace nel descrivere la situazione.

 

Marcotravaglio show

in Il Foglio del 27 settembre 2007

Comunque vada, ha già vinto Marco  Travaglio. Ha travaglizzato il paese, i palchi, le librerie, le piazze e la tivù. Durante il governo Berlusconi c'era sì Travaglio, sempre Travaglio, ma in un angolino (però in strepitosa classifica di vendite), menava forte e circostan­ziato, con grazia gelida e feroce da ar­chivista fissato, con cifre, sentenze, in­terrogatori, soldi e malefatte. Aveva un nemico pubblico, un'ossessione com­pulsiva (non isterica, niente Sabine Guzzanti), cioè Silvio Berlusconi e la sua corte: quindi appena finì il mondo e cominciò la splendida era ulivista si temeva che Travaglio restasse disoccu­pato, muto, senza più un libro al mese da pubblicare, senza armi e senza ma­nette da accarezzare giorno e notte, senza il suo gigantesco archivio del ma­le. Invece il travaglismo ha trionfato, moltiplicandosi, straripando: è uscito dalle pareti di AnnoZero e dalle pagi­ne dell'Unità, si è infilato ovunque, ha ispirato un vaffanculo day e ha scon­volto il mondo. Adesso è tutto un gran­de marcotravaglio show: Beppe Grillo ne è l'espressione spettacolare, sudata e ridanciana (e infatti ha presentato Travaglio sul palco di una delle sue se­rate come il ministro della Giustizia di un governo ideale), "La casta" di Ser­gio Rizzo e Gian Antonio Stella è la versione documentata, giornalistica, numeri in pagina e nomi e cognomi. L'incazzatura generale, poi, è la varia­zione tassinaro ed esasperata, è l'allar­me sociale. L'altra sera anche Ballarò era di assoluta impronta travagliesca: uno spettacolo di secondini e tricoteuses, il ministro della Giustizia in carica a far da bersaglio e i servizi sugli umori pessimi degli italiani con le riprese dei politici stravaccati da Fortunato ai Pantheon o mentre uscivano dalle por­te girevoli di qualche grande albergo. Giovanni Floris, solitamente compito, era un marcotravaglio perfettino e senza labbra che chiedeva conto a Mastel­la del lavoro dei suoi figli, che scopriva nuovi sprechi sullo Stretto di Messina e si rivolgeva trionfante a Stella: "Que­sta voi non l'avevate trovata, eh?"

Il Berlusconi che è in ognuno di voi

Grande successo di ascolti e grandi risate mentre il comico Maurizio Crozza, in apertura di trasmissione, saluta­va i politici in sala dicendo che hanno la faccia come il culo (lato a, lato b, e Ignazio La Russa e Maurizio Belpietro sarebbero quindi il lato a e il lato b della destra italiana, scegliessero loro quale). Crozza poi denunciava l'au­mento delle spese di Montecitorio e chiedeva a Mastella, in modo vaga­mente rabbioso, quante pensioni ha già maturato.

La travaglizzazione è compiuta, lo chiamano effetto Grillo ma è molto di più: sono i resti, gli spunti e gli odi del­la lotta antiberlusconiana (e il Cav. un po' sorride) che si sono espansi, incat­tiviti e hanno trovato il nuovo nemico: non più soltanto Berlusconi, ma il Berlusconi che è in ognuno di voi, di noi, quello che non è ancora morto e che in fondo sta dappertutto, perché ha vinto anche se ha perso. (Per questo "biso­gna togliersi dai coglioni 'sti partiti", dice Grillo, per questo bisogna picchia­re tutti forte e subito). Per questo il marcotravaglio show ha i personaggi perfettamente in fila, i nemici al posto I giusto e i cavalieri dell'Apocalisse al massimo della ferocia, e anzi Marco Travaglio dovrebbe aggiornarsi un po', perché lo stanno superando.

postato da: AMALTEO alle ore settembre 27, 2007 21:23 | link | commenti (1)
categorie: pensare politica
lunedì, 24 settembre 2007

Dodo aveva avvisato, ma ...

LACADUTAApprendimento: sempre controllare le informazioni!

Antefatto:

Una amica ci invia la lettera di congedo di Gabriel Garcia Marquez.
E' del 2002, ma per non perdere questa traccia me la appunto qui sotto.
Apprendo che Marquez ha attraversato il tunnel della malattia ed è tornato ancora a scrivere.
Il suo messaggio è ricco di insegnamenti .... mi tocca nel profondo.
E' una scrittura del sè.
Mi aiuta a capire cosa ha valore e a distinguerlo da ciò che è inessenziale.


«Se per un istante Dio si dimenticasse che sono una marionetta di stracci e mi regalasse un pezzo di vita approfitterei di questo tempo il più possibile.
Possibilmente non direi tutto quello che penso, ma in definitiva penserei tutto quello che dico... 
Darei valore alle cose, non per quel che valgono ma piuttosto per quello che significano
Dormirei poco, sognerei di più... comprendendo che per ogni minuto che chiudiamo gli occhi perdiamo sessanta secondi di luce... Andrei via quando gli altri rimangono... alzandomi quando gli altri dormono...

Se Dio mi donasse un pezzo di vita, vestirei semplice... mi nutrirei di bocconi di sole... lasciando scoperto non soltanto il mio corpo ma anche la mia anima... Agli uomini dimostrerei quanto è sbagliato pensare di smettere di amare quando  invecchiano senza sapere che invecchiano proprio quando smettono di amare. 
A un bimbo donerei ali, lascerei però che imparasse a volare da solo... Agli anziani insegnerei che la morte non giunge con la vecchiaia ma con la dimenticanza...

Tante cose ho appreso da loro... gli uomini... Ho appreso che tutti vogliono vivere in cima alla montagna, senza capire che la vera felicità risiede nel superamento delle difficoltà... Ho appreso che quando un neonato  afferra con il suo piccolo pugno per la prima volta il dito del padre... lo terrà con se per sempre. Ho appreso che un uomo ha  il diritto di guardare un altro uomo dall’alto al basso soltanto quando ha la possibilità di aiutarlo ad evolversi... Sono tante le cose che ho potuto capire da loro... ma in realtà molte non mi potranno servire... perché quando guardo dentro di me... mi vedo che sto morendo...
Dì sempre quello che senti... e fa quello che pensi...
Se sapessi che oggi sarà l’ultima volta che ti vedrò dormire ti abbraccerei fortemente, e pregherei il Signore per poter essere il guardiano della tua anima. Se sapessi che questi sono gli ultimi minuti che ti vedo ti direi “ti amo”  e non darei per scontato che tu già lo sappia. Sempre c’è un altro giorno e la vita ci da un’altra opportunità per fare le cose bene, ma se mi sbaglio ed oggi è tutto quel che mi rimane mi piacerebbe dirti quanto ti amo e che mai ti dimenticherò.
Il domani non è assicurato a nessuno, giovane o vecchio. Oggi può essere l’ultima volta che vedi coloro che ami... Per questo non aspettare più... fallo oggi... che se mai il domani arriverà, sicuramente rimpiangerai il giorno che non hai preso tempo per un sorriso... un abbraccio... un bacio... e che sei stato tanto occupato da non concedergli un ultimo desiderio. Conserva quelli che ami vicino a te, fagli sentire il più possibile quello che hanno bisogno, e trattali bene... usa il tempo per dirgli “partecipo” “ perdonami” “per favore” “grazie” e tutte le parole di amore che conosci.
Nessuno ti ricorderà per i tuoi pensieri segreti... Chiedi al Signore la forza e sappila esprimere... Dimostrala ai tuoi amici e sarai amato per quanto vali»

Gabriel García Márquez


Avvertimento:

PerlaSmarrita mi avverte:
Ciao Amalteo :))
Su questo argomento vorrei che tu leggessi qui:
http://lesyeuxdanslesyeux.splinder.com/post/10765228/Storia+di+un+pupazzo

Dodo ne ha parlato ed ha "aperto gli occhi" anche a me

Post-Fatto:

da: http://lesyeuxdanslesyeux.splinder.com/post/10765228/Storia+di+un+pupazzo

Storia di un pupazzo

Se per un istante Dio dimenticasse che io sono un pupazzo di stracci e mi regalasse un pezzo di vita, probabilmente non direi tutto cio' che penso ma in definitiva penserei tutto quello che dico. Darei valore alle cose, non per cio' che valgono ma per quello che significano. Dormirei poco, sognerei di piu', comprendendo che per ogni minuto che teniamo chiusi gli occhi perdiamo sessanta secondi di luce. Andrei quando i piu' si trattengono, starei sveglio quando i piu' dormono. Ascolterei quando i piu' parlano, e come gusterei un buon gelato di cioccolata. Se Dio mi facesse la grazia di un pezzo di vita, vestirei leggero, mi allungherei disteso al sole, lasciando scoperto non solo il mio corpo ma anche la mia anima. Mio Dio, se io avessi un cuore, scriverei il mio odio sopra il ghiaccio e attenderei l'arrivo del sole. Dipingerei un poema di Benedetti sopra le stelle con un sogno di van Gogh, e una canzone di Serrat sarebbe la serenata che offrirei alla luna. Irrigherei con le mie lacrime le rose, per sentire il dolore delle spine e il bacio incarnato dei loro petali. Dio mio, se avessi un pezzo di vita. Non lascerei passare un solo giorno senza dire alla gente che amo, che la amo. Convincerei ogni donna o uomo che sono loro i miei favoriti e vivrei innamorato dell'amore. Agli uomini proverei quanto si sbagliano pensando che si smette di innamorarsi quando si invecchia, senza sapere che si invecchia quando si smette di innamorarsi. A un bambino darei ali, ma lascerei che da solo imparasse a volare. Ai vecchi insegnerei che la morte non arriva con la vecchiaia ma con il dimenticare. Tante cose ho appreso da voi uomini. Ho appreso che tutto il mondo vuole vivere sulla cima della montagna, senza sapere che la vera felicita' sta nel modo di salire la scarpata. Ho appreso che quando un neonato afferra con il suo piccolo pugno, per la prima volta, il dito di suo padre, lo tiene intrappolato per sempre. Ho appreso che un uomo ha il diritto di guardarne un altro dall'alto in basso soltanto quando deve aiutarlo ad alzarsi. Sono tante le cose che ho potuto imparare da voi, ma alla fine non potranno servirmi molto perche' quando mi riporranno dentro questa valigia, purtroppo io staro' morendo.

Nonostante siano passati diversi anni, ancora adesso su siti e blog è possibile trovare questo testo seguito dalla firma di Gabriel Garcia Marquez. Questa attribuzione è una bufala, o semplicemente un errore nato dallo zelo di un giornalista del quotidiano peruviano La Republica che nel maggio del 2000 pubblicò questo testo sul suo giornale attribuendolo a Garcia Marquez, che lo avrebbe scritto in un momento di grave peggioramento delle sue condizioni di salute, come una sorta di testamento spirituale. La notizia rimbalzò di testata in testata e, attraverso internet, si diffuse in tutto il mondo.

Molti gridarono al capolavoro, al sublime epitaffio del Premio Nobel, alla sua inconfondibile poetica. Persino il regista indiano Mrinal Sen vi riconobbe la sensibilità di Garcia Marquez,  suo amico di lunga data.

Appena si diffuse la notizia che il brano era in realtà stato scritto da Johnny Welch, ventriloquo messicano, come monologo per il suo pupazzo Don Mofles, il pezzo diventò improvvisamente spazzatura. Tutta la sensibilità di Marquez si trasformò in sentimentalismo da quattro soldi, la poesia fu bollata comu un maldestro tentativo di strappar lacrime e il povero ventriloquo finì per non ricevere nessun merito per un brano che per lungo tempo era stato considerato un piccolo gioiello da consegnare alla storia della letteratura sudamericana.

Tutto questo fa pensare che c’è qualcosa che non va. Se ne deduce infatti che, in certi casi, non contano le parole ma chi le scrive, non è importante la scultura ma chi scolpisce. Ne sanno qualcosa i critici d’arte entusiasti delle teste di Modigliani ritrovate nel 1984 nelle acque del Fosso Reale a Livorno. In quel naso appena abbozzato giuravano di riconoscere il tocco sublime del grande Amedeo, poi, quando lo scherzo si manifestò in tutta la sua terribile evidenza, non seppero far altro che sbiancare e ammutolire di fronte alla disfatta.

Johnny Welch non ha mai smesso di fare il ventriloquo. La sua carriera letteraria non è nemmeno mai cominciata nonostante il suo testo sia stato molto apprezzato. Almeno per un po’.


Amara conclusione

Ma c'è ancora di peggio.
Proprio su quel post avevo commentato così con Dodo:

"in certi casi, non contano le parole ma chi le scrive, non è importante la scultura ma chi scolpisce"
parole precise per analizzara la situazione.
c'è un problema , dodo.
il problema è la velocità. la potenza infinita della rete, dei siti, dei blog.
tutto corre via veloce. non ci si ferma più a pensare.
testi di grande profondità e spazzatura corrono sullo stesso nastro.
e si può ri-dare fiducia ad una vecchia lettura (in questo caso marquez) piuttosto che soffermarsi sulla scrittura in sè.
l'autore si riverbera sui suoi testi ... anche se non li ha scritti.
intepreto una parte del tuo messaggio: un attimo di pazienza. un po' di tempo. leggiamo questo testo.
attentamente
cosa vuole dire l'autore
era Marquez: ma guarda ...
non era marquez? però ...
il tema ha qualcosa a che fare con la conversazione su leonard cohen da me , poco fa
ciao caro"

Dodo aveva avvisato.  Io avevo commentato parlando del principio di cautela.
Eppure ieri sera mi sono fidato.
L'amica è persona sincera e generosa.
Qualche controllo su internet dava ancora credito a quel testo.
Eppure ...
Un brutto scherzo della rete e un bruttissimo scherzo della mia memoria.
Che faccio?
Elimino il post?
Preferisco mantenerlo con tutta la sequenza.
Cambio i tag: ora solo "Blog"
postato da: AMALTEO alle ore settembre 24, 2007 23:07 | link | commenti (21)
categorie: comunicare blog
domenica, 23 settembre 2007

Rodin-pensatoreUna conversazione fra Astime e Prisma mi fa incamminare su una vecchia traccia del 17 giugno 2006.
La ripercorro.






Duccio Demetrio è stato un collega di lavoro per molti anni. In alcuni momenti anche un amico, perso e poi ritrovato.
Ha inventato una situazione. Non solo: l'ha organizzata ed animata. Quindi ha fatto molto di più che avere una idea.
Oggi trovo questo suo recente scritto, che rilancio anche qui (le sottolineature sono mie).
Ma la fonte di tutta l'esperienza è a questo indirizzo: http://www.lua.it/

La sindrome di Anghiari

di Duccio Demetrio

Quando una comunità si occupa di sentimenti "anomali"

"…ricordò i suoi sogni confusi e con un indulgente sorriso,
col senso di superiorità dell’uomo che si fa la barba alla luce diurna della ragionevolezza,
scosse la testa a tutte quelle sciocchezze.
Non che si sentisse molto riposato, ma era fresco come il nuovo giorno.."
Thomas Mann
Da "La montagna incantata"

Un preambolo: se appare quel, solo nostro, settimo giorno
 

"Anomali" (inusuali, imprevedibili od anche ricorsivi) sono taluni nostri sentimenti taciuti. Li proviamo, però non ce li comunichiamo reciprocamente. Eppure sarebbero fecondi se in palio, oltre alle carriere di ogni tipo, mettessimo il nostro diventare donne e uomini dotati di un raziocinio più sincero. Sono anomali, poi, perché la vocazione naturale del sentire dovrebbe trovare luoghi di parola, di scrittura, di espressione appropriati. Questi luoghi non sono certo le organizzazioni o le modalità di convivenza usuali nelle quali lavoriamo, insegniamo, produciamo, ci impegniamo, ci riproduciamo o trasgrediamo.
Sono emozioni e riflessioni, queste, che impariamo a contenere e che, a lungo andare, autoconvincendoci di ciò, possono anche scomparire venendoci soltanto a trovare in forma di sogno o mediante disturbi fastidiosi dal latente significato.
Rabbia, disprezzo, indignazione, insofferenza, rancore, invidia, livore, sadismo ma nondimeno la malinconia, la nostalgia, la tristezza, la consolazione, il cordoglio, la compassione la tenerezza… non possono, o sanno, abitare le nostre parole normali e le nostre giornate uguali, nei diversi stati di veglia che potrebbero esaminarle.
Le terapie sono state inventate anche per loro, è cosa risaputa, ma poi vengono ricondotte a questo o a quel modello clinico. Per cui ci resta la delusione e il senso di colpa di averle narrate invano: anche perché di alcune non vorremmo proprio liberarci, anzi, vorremmo ancor più comprenderne, oltre che il senso, la "bellezza": dolce o tremenda. L'anomalia nostra è attribuibile al percepirne tutta la presenza, pur trovandoci nella impossibilità e nell’impotenza (consapevole) di non riuscire a palesarle nella vita ordinaria o nella delusione che qualcuno le usi come mezzo per farci sentire impotenti e incapaci di spiegarne le origini. Sono sentimenti perciò ammutoliti, negati, in cerca di qualcuno che li ascolti e raccolga. A lungo andare, tale silenzio incide sugli stessi nostri modi d’essere e persino su di essi. Li sprechiamo, e così viene a mancarci più di una versione poetica, umana, filosofica disinteressata della vita.
Sono anomali, allora, quei sentimenti che ci inducono a cercare la stanza dell’analisi, uno spazio intimo amoroso (al rischio di distruggerlo per eccessiva facondia), un confessore, una seduta di psicosocioanalisi, un gruppo di psicodramma.
In altri casi, e possono farsi feconda sindrome alla luce del sole, siamo persino in grado di creare momenti paralleli, se non alternativi, di condivisione relazionale (compensativa, se vogliamo ancora avvalerci di questa frusta categoria), in un onirismo della ragione, che ci mancano nel regime diurno. Affinché le anomalie del sentire possano diventare le "malie" di un altro viversi, in altre forme: ugualmente, anzi più intensamente, pubbliche, proclamabili e persino declamabili. Senza platee e schermi che non siano il luogo degli affetti che, allora, finalmente ci ospiterà volentieri perché siamo diventati noi per primi più ospitali verso uguali sentire. E forse muovendo alla ricerca di un sentire disvelato e rivelato soprattutto a se stessi potremmo evitare che tanto il passato quanto il presente" ci sfuggano di mano". Quando, come oggi, ci rammentano Dario Forti e Pino Varchetta "Le donne e gli uomini che operano sentono che qualcosa - un insieme spesso indefinibile di variabili diverse - ha tolto loro le e diluito i vissuti di un significato personale, cui ricondurre le loro ore di lavoro"(1) Anche il non ammettere di essere affetti da "asfissia da tempo", ci riporta a uno dei sentimenti anomali che ci limitiamo a ricacciare indietro in un’allegria da soffocamento sistematicamente perseguito.
Questo scritto è la cronaca breve di un disagio personale che inizia dalla fine; dalla presentazione di una comunità da me inventata per oltrepassare l’anomalia (normalissima e doverosa nella quotidianità professionale e nelle relazioni di vita) delle finzioni e degli occultamenti necessari, che pur tuttavia ci tocca agire e accettare con dolore e disagio. Quando tentiamo di alzare e diradare la nebbia su tutto ciò, scopriamo di iniziare ad ammalarci, invece di guarire. La sindrome, all’inizio oscura, non può essere confusa con la ricerca della verità, dell’assoluta trasparenza reciproca. Bensì può essere isolata nei sintomi del tenace perseguimento di un luogo informale (non un setting, né una seduta di gruppo di autocoscienza) in cui tali anomalie possano essere esaminate, narrate, descritte in aperta confidenza e iniziale anonimato. Lontani da occhi e orecchie indiscrete. Un luogo diverso dagli ordinari luoghi va cercando chi, poiché questi non trova, non si sente bene e si distanzia sempre più dai comportamenti di coloro che ritengono infermo, invece, chi ne sente la mancanza. E vorrebbe parlarne, scriverne, leggerne. Cinema e romanzi e teatro, è risaputo, anche per aiutare a guarire costoro sono stati da tempo inventati.
Lo strano morbo compare dunque tutte le volte che vogliamo sfidare le normalità del nascondere, del fingere, del tacere, dell’ignorare: per meglio apparire e appartenere, per meglio assolvere funzioni e compiti quale sia l’ordine organizzativo frequentato. Io ci ho provato e mi sono ammalato.
Definisco perciò Sindrome di Anghiari, il tormento gratificante che mi affligge da alcuni anni e che turba, in una gioia pensosa (quasi in letitia francescana), anche tutti coloro che la sopportano come me, non potendone più di non poter normalizzare quel che nelle organizzazioni (le più micro o le più macro di appartenenza od infausta creazione) è vietato coltivare e confidare. Non (sempre) per colpa perversa o istituzionalizzata, di questo o quel tiranno (capo ufficio, preside, manager, oppure coniuge o figlio o allievo impertinente, amante, ecc); perché, ribadisco, così van le cose: quando il potere, i doveri, i dispetti reciproci, le ambizioni, il sussiego, la prudenza, la buona educazione, la paura, ci impediscono di soffermarci su questi sempre inabilitati e resi occulti sentire.
Per quanto concerne dunque la mia malattia (non assumendomi responsabilità in vece d’altri), che prende nome da un luogo reale, non si tratta dell’amore spaesante per uno dei borghi medioevali toscani più belli d’Italia; una versione aggiornata, per intenderci, della ben nota sindrome di Stendhal. Tale esperienza affettiva (che colà mi conduce spesso) non è paragonabile ad un deliquio o ad un obnubilamento dei sensi. Anzi, me li acutizza e risveglia. Piuttosto, mi riconcilia ogni volta con il piacere ben consapevole e razionale di ritrovarmi in una comunità in cui il "sentimento di appartenenza" -di cui vi decifrerò il significato- è la dimensione prevalente che, per mie indubbi limiti e incapacità, non sono riuscito a scoprire e a costruire altrove. Non a mia personale misura (per essere sinceri, per lo meno non del tutto); a misura di una piccola aggregazione umana in transito, contingente e sempre diversa, resa possibile grazie, invece, al valore e all'amore universale, sempiterno poiché qualcuno prima o poi lo raccoglie, per la scrittura. Ecco, il problema è trovare una casa -un'appartenenza camminante-dove si possa andare e venire a proprio piacimento e da lasciare, quando, dopo tanta scrittura, potrai tornare ad appartenere alle altre appartenenze più sicuro del tuo sentire anche se dovrai continuare a tenere per te certe emozioni. Con un notes, una penna, un diario per amici fidati. Da Anghiari, si torna sempre con più di uno nelle tasche: la scrittura ti sdoppia e accentua l’abitudine al dialogo interiore. Sai che, al rientro, i fogli potranno raccogliere i sentimenti che provi nella sicurezza che queste pagine non ti tradiranno mai; nell’orgoglio di imparare a raccontare a se stessi quelle anomalie del sentire.
Ma è in una vita temporanea messa in comune (nell’intreccio di un tempo e di uno spazio apicali, memorabili) che tutto questo prende forma e si sviluppa.
Anghiari non è una ridicola e presuntuosa "piccola Atene" della scrittura, semmai, una polis della memoria autobiografica: personale e collettiva. Dove sostare e lavorare insieme non per produrre alcunché che non siano parole in libertà (retrospettive e introspettive); per pensare e ripensarsi; per riflettere sulla propria vita al passato e al presente; per occuparsi delle biografie degli altri: salvando storie, raccogliendo ricordi altrimenti perduti, "intossicandosi" della mania di tenere un diario, di scrivere appunti, di leggere quel che l’altro in amicizia, trovando qui un’opportunità di raccoglimento e spunti meditativi, va scrivendo di sé o di te, ascoltandoti. Qui ci si cura, in sostanza, imparando una mania o a non considerarla più nociva; confermandola, sviluppandola aspirando a contagiare altri. Non è una comunità similmonastica di spiritualità laica, ma di "monatti" e di untori grafomaniaci. E' un habitat di ossessioni innocue che ti dà energia, togliendotela quando, alla fine di una giornata, hai narrato l’inenarrabile. E’ un luogo partecipativo che ti fa ricordare di più per dimenticare, in modo buono (cioè libero e profondo) e fertile; che ti chiede di riscoprire il piacere della solitudine, stando diversamente con gli altri.
Più avanti, spiegherò meglio perché abbia avuto bisogno di trovare questo spazio tra le mura di ricerca e di soggiorno, frequentato -or sono sette anni- da centinaia di persone che vi ritornano ad intervalli. E che se anche non lo faranno più, comunque, si saranno sperimentate con la penna, per riprenderla in tempi migliori e propizi. Per intraprendere altre forme di ripensamento, talvolta meno dure di quelle cui una pagina bianca e un po’ di inchiostro ti impongono di scoprire. Anghiari è la sindrome che cercavo: per vivere diversamente un modo di stare tra adulti di varia cultura, provenienza e genere, non soltanto italiani, che non si conoscono affatto e che qui possono conoscersi (non con giochi psicologici, tantrici e vivaddio nemmeno per cercarvi la felicità) come mai è avvenuto accadesse loro.
Qui si riflette "nello specchio del proprio inchiostro" (l’espressione è di Michel Leiris) e, se si vuole, ci si scambia quel che si scrive per comunicare emozioni. Per scoprire che "scrivendo, scrivendo e scrivendo", disse Elias Canetti, puoi fingere persino di dimenticarti della tua infelicità. Qualche volta. E’ un esperimento continuo di nuova convivenza e tolleranza reciproca: in presenza fisica, o nella distanza, di carattere epistolare.
Tale metodo, spontaneamente delineatosi a partire da un desiderio, ha comunque contaminato non pochi.
Si diventa i pazienti-impazienti dell’arte della scrittura autobiografica: la cui sintomatologia si esplica nel modo più aggressivo, quando non te ne importa affatto di scrivere in funzione di qualcos’altro. Allorché non ti interessa più nemmeno scrivere per lasciare a qualcuno la tua storia. Ne avvertono la visibile ossessione tutti coloro che cercavano forse come me -nel tempo della maturità- un sito dove l’unico motivo di incontro potesse essere il far lavorare il pensiero ammalandosi soprattutto del piacere di iniziarsi al filosofare. Una filosofia che prende le mosse dalle piccole cose, dagli interstizi trascurati di un’esistenza, da quella filosofia da "camera" e non altamente sinfonica che, per distrazione o presunzione, non facciamo nascere dalle parole più banali della nostra quotidianità.
Alcuni la considerano una "clinica", fra l’altro a buon prezzo, dove accade però di infettarsi ancor più di penna, e tale è poiché ti reclini su di te ad ascoltarti con lo stetoscopio del lapis. Altri, ed io fra questi, essendone l’inventore con un caro amico, trovano qui quel che, vanamente, hanno cercato, migranti o stanziali delle organizzazioni più disparate. Delusi, non disperanti, dalla vita d’ufficio, del lavoro amministrativo o politico, della scuola o della formazione scoprono in questa comunità (a basso tasso e costo organizzativo e ad alta tensione umanistica) quel che cercavano e continuano a cercare nei diversi posti di lavoro. Ammesso e non concesso, ovviamente, che di questo sentano il richiamo oscuro. In altri termini, un modo meno asettico, formale, funzionalistico di stare insieme, in una oziosità operosa che non possiamo permetterci quando in palio sono interessi economici, di carriera, di sopravvivenza, di impegno. Anghiari non è una opportunità regressiva per anime perse e fallite: lo è soltanto per chi forse aveva qualche conto in sospeso per i tanti -troppi- appuntamenti rinviati con la coscienza, con l’autocritica, con la voglia di cambiare: questo sì.
Qui produci qualcosa, a differenza della coltivazione di altri loisir alla moda, che non serve a niente. Che non aspira a vincere un concorso letterario, un premio di poesia, a pubblicare: tutt’al più, l’unica ricaduta potrà riguardare il trasferimento di quanto scrivendo si è sperimentato su di sé in altri luoghi in cui disseminare l’arte e la cura della scrittura. La bacchetta da rabdomanti che ti consente di rintracciare quanto ancor di sorgivo giace nella tua mente e nella tua vita. Qui puoi disperdere al vento del primo finestrino quanto hai scritto per giorni e giorni. Poi un dubbio ti ferma, di solito, poiché quelle righe sono il tuo alter ego, il personaggio che sei stato e quello nuovo che sta stagliandosi in una nuova gestazione, soltanto affidata a te, alla tua caparbietà scrivana. E’ l’anomalo sentire che sta uscendo dalla sua imposta cattività e che ti chiede cura e rispetto.
La sindrome di Anghiari (più esattamente per la Libera Università dell’Autobiografia, che è l’opificio di tutto questo scrivere: diaristico, autobiografico, epistolare e autoanalitico(2)) ha rappresentato la "difesa immunitaria" di cui avevo bisogno, per sopportare i corridoi e i tavoli dove ho dato e do il mio contributo professionale e organizzativo. In una quotidianità usuale e mutilante purtroppo. Anghiari serve per disintossicarmi dalle impercettibili o vistose manifestazioni di disumanità che, senza accorgermene, o pervicacemente lucido, accumulo; lavorando nelle stanze usuali (nelle mie elettive, o in altre velocemente sostandovi) dalla mattina alla sera.
Lo scrivere molto, tantissimo, in continuazione, in uno spazio e in flussi di coscienza "disinteressati" può dimostrarsi una medicina che riesce a penetrare negli intervalli lavorativi consueti. Se essa ti rende, da un lato, meno ingrata la giornata più tesa, quando ti ritagli metodicamente spazi di scrittura tra una riunione e l’altra, in aereo, ad un caffè (in questo, Pino Varchetta o Cristiano Cassani fanno scuola con la loro macchina fotografica, del resto), rivelandosi essa il tuo non-luogo interiore; dall’altro, i suoi effetti calmanti e auto-lenitivi dovuti all’esercizio di una creatività umile, minima, ludica eppur salvifica, generano qualche risonanza, qualche interesse imitativo, proprio là dove devi essere ogni giorno.
La scrittura delle cose che ci riguardano più intimamente (segrete e tali da secretarsi ancor più in linguaggi ermetici, simbolici e metaforici inventati all’uopo) è il nostro settimo giorno, perché praticata in tali forme e per tali scopi non è un lavoro, è una sorta di orazione, di rendiconto, se non a Dio, all’io che più di tanto non frequentiamo. Per cui, il sapere e il riuscire a far sapere ad altri quali siano i vantaggi dello scrivere di sé-per-sé con altri–da-sé, non può che generare gruppo, aggregazione minuscola e temporanea. I legami che si moltiplicano tra non più ignoti gli uni agli altri, oltre il genius loci che ora abita nel borgo, sono l’aspetto saliente di una generatività comunitaria che produce quasi sempre fitti epistolari on line, blog, interazioni poetiche via sms.

Dove il sentimento di poter condividere le proprie scoperte e grafomanie nell’assoluta disutilità dello scrivere, lo ribadisco, per solo diletto, è già una pozione catartica che non evapora lì, nello stare empaticamente in presenza soltanto in situ, qualche fine settimana, per poi svanire; quanto, semmai, una radura di ricerca, anche molto ingrata e faticosa come ogni cimento del genere, per se stessi, dove impari - grazie allo scrivere - a fare a meno di te stesso. A dimenticarti di te. O, per lo meno, di quelle parti di te che, col passare degli anni, diventeranno sempre meno importanti allo spegnersi dei riflettori. Quando altre lampade, nella penombra incalzante, a luce diretta sui tuoi pensieri e fogli vanno accese.

tratta da: http://www.lua.it/pubb/nostos/don-uom/060430-Demetrio1.html
postato da: AMALTEO alle ore settembre 23, 2007 11:13 | link | commenti (13)
categorie: vivere memoria

Eugenio Scalfari, Beppe Grillo e fascismo delle origini

postato da: AMALTEO alle ore settembre 23, 2007 09:55 | link | commenti (4)
categorie: pensare politica
mercoledì, 19 settembre 2007

Ancora su Beppe Grillo: ...Vaffagrillo

Rodin-pensatoreC'è un antiveleno per il brusio quotidiano che viene dai parlanti della politica?
Per quanto mi riguarda ne trovo due.
Nei tempi brevi l'oretta quotidiana con Giuliano Ferrara a Otto e Mezzo.






Sui tempi lunghi vedo meglio attraverso la ricerca storica.

Torno ancora sul presente.
Il comico Grillo si è dimostrato il vigliacchetto che è.
Ha capito che le vie dei blog sono binari fortissimi di una comunicazione sostanzialmente individuale. Su queste piste si incontrano per simpatia, affinità e gusti le persone singole.
Diari pubblici a lettura aperta. Pagine del sè che usano tecnologie informatiche facili, poco costose, soddisfacenti.
Il Blog è il perfetto strumento delle solitudini delle moltitudini.
Fare associazione fra le persone è tutta un'altra cosa.
Richiede tempi, processi decisionali, cautele, ricerca di alleanze, intenzioni durevoli. Basta guardare lo sguardo scavato di Fassino. La fatica è leggibile nelle occhiaie e nelle reticolo delle sue rughe.
E' lavoro duro fare un nuovo partito. Trattasi di fatica non destinata a successo sicuro.
E così il vigliacchetto si inventa la sponsorizzazione.
Nessuna fatica organizzativa, nessuna procedura congressuale.
Nelle città si forma un "gruppetto ambiziosetto di salire sul carretto" e lui gli dà il bollino blu.
Grillo è perfino più schifoso ed immorale di Berlusconi.

Appunto qui due riflessioni.
Così, quando sarà passata a' nuttata, ritornerò su quanto si diceva sul grillandismo e sui grillandi


Andando sui tempi lunghi, sostiene Giuseppe De Rita (sociologo che parla avendo realizzato in quarant'anni centinaia di ricerche):

Professor Giuseppe De Rita, sentito cosa dice Romano Prodi?

"No, mi spiace, sono appena rientrato a casa: che dice?».

Sostiene che sì, certo, la politica deve dare l'esempio: anche se la società italiana non è esente da difetti
.

"Ha ragione. Perfettamente ragione.

E le case comprate a prezzi stracciati dagli enti? E tutti gli sprechi descritti da Stella e Rizzo nel libro «La casta»? E i racconti di
Grillo sulle mille ingiustizie che...


"Sciocchezze. Quella di criticare i politici è una malattia antica degli italiani"


Professore, un'affermazione così...

«Vede, gli italiani hanno un difetto: prima danno una delega ampia, inconsueta, spontaneamente unica, ai politici, poi pretendono subito di controllarli moralmente. Pensi a...».

A Berlusconi?

«No, vada anche più indietro. Pensi a Mussolini. Lei crede che nei mercati popolari, nei bar, nelle sale dove si giocava a biliardo, al Duce fosse riservato un trattamento diverso? Un popolo che pure per lui riempiva in delirio le piazze, poi non esitava a criticarlo, a raccontare dei privilegi concessi a questo o quel gerarca, piuttosto che ai figli ..."

Quindi lei sostiene che gli italiani, in qualche modo, siano vittime di se stessi.

«Dico che sono fatti così. Hanno questo rapporto conflittuale con coloro a cui concedono il potere. Anche se poi le persone che questo potere detengono, sono persone degnissime, di altissima statura morale ed etica».


A chi sta pensando?

«Ad Alcide De Gasperi. Contro di lui si abbattè con una virulenza inimmaginabile quel Guglielmo Giannini...».

L'Uomo Qualunque.

«Un qualunquista, appunto. Perché poi, vede, non è che gli italiani stiano lì con la lente d'ingrandimento a studiare il comportamento dei politici. Danno uno sguardo e poi...».

E poi?

«Attaccano con ingiurie e fischi».

L'elenco, in effetti, è lungo.

"Lungo? Lunghissimo . Tutti sono stati prima o poi, in varie epoche, accusati di cattiva condotta. Può partire dai gerarchi fascisti, dai tipi come Roberto Farinacci, e arrivare ai forchettoni democristiani...».

Ai socialisti...

«Certo, ai socialisti, a Craxi e giungere poi, come diceva lei prima, a Berlusconi. Il quale, due giorni  dopo essere arrivato alla più grande maggioranza parlamentare che si ricordi negli ultimi anni, si è ritrovato accerchiato da Moretti che gli faceva intorno un girotondo di protesta»

Conclusione?

«Gli italiani imparino a dare ai politici meno potere. Non li mandino in Parlamento con una delega a vita. Cinque anni e poi li facciano tornare a casa».

L'invasione barbarica di Grillo
di EUGENIO SCALFARI
La Repubblica  12-09-2007

HO VOLUTO aspettare qualche giorno prima di scrivere su Beppe Grillo e sul "grillismo". Ho letto le cronache, i commenti, le domande e le risposte. Ed ho riflettuto e ricordato. Infatti il fenomeno della piazza Maggiore di Bologna non è affatto una novità. In Italia c'è una lunga tradizione di "tribuni" e capi-popolo, un germe che ha messo radici da secoli e che rimane una latenza costante nell'"humus" anarcoide e individualista della nostra gente. Quel filone - per fortuna - è mescolato con molti altri elementi: la nostra è una gente laboriosa, paziente, capace di adattamenti impensabili, generosa. Ad una cosa non si è mai adattata: a pensare e a comportarsi come partecipe d'una comunità, d'una struttura sociale con leggi e regole da rispettare anche quando sembrano danneggiare il proprio particolare interesse. L'anarco-individualismo è un virus che corre sotto traccia ma spesso emerge ed esplode in superficie. I suoi avversari sono inevitabilmente sempre gli stessi: il potere costituito e il potere immaginato, quelli che fanno le leggi e quelli che le propongono e le attuano. L'anarco-sindacalismo è per definizione il nemico dell'autorità. Può rappresentare una necessaria valvola di sfogo quando provoca l'insorgenza contro regimi autoritari e dittatoriali (ma avviene di rado); ma diventa anacronistico in regimi di diffusa democrazia dove esistono forme di opposizione e di denuncia più efficaci e molto più civili di quella di radunarsi o marciare dietro cartelli con su scritto "Vaffanculo". Non sono affatto d'accordo su quanti dicono che il "Vaffa-day" è solo un dettaglio folcloristico dovuto alla dimensione comica del primo attore. La forma - specie nella vita pubblica - è sostanza e chi inneggia al "Vaffanculo" partecipa consapevolmente a quelle invasioni barbariche che connotano gran parte della nostra mediocre e inselvaggita attualità. * * * È vero che la classe dirigente nella sua interezza ha reso plausibili anche le critiche più radicali. Soprattutto quella di non aver fornito alla società un esempio e un punto di riferimento capace di orientare il pubblico verso la ricerca del bene comune e della felicità propria e altrui. Ho letto il commento di Fausto Bertinotti al raduno dei "grillisti" e ai tavoli per la raccolta della firme sotto la proposta di legge sponsorizzata da Grillo. Bertinotti ha sempre privilegiato la società rispetto alle istituzioni, la piazza rispetto al governo. Ma tenendo fisso il criterio dell'insostituibilità dei partiti, che lui vede come laboratori ideologici specializzati nella cultura dell'ossimoro. Che però volesse cavalcare il "grillismo" - sia pure con tutti i distinguo - questa è un'assoluta novità. Bertinotti esalta "l'esistente" affermando che è inutile polemizzare con esso. Fossero vivi i fratelli Rosselli ed Ernesto Rossi, avrebbero di che rispondergli su questo delicatissimo argomento. All'entusiasmo "grillista" di Di Pietro non c'è invece da far caso. L'ex sostituto procuratore di Milano confonde - e non è la prima volta - Mani pulite con il giustizialismo di piazza e non si accorge che così facendo fa un pessimo servizio alla lotta che il Tribunale di Milano impegnò nel '92 contro la pubblica corruttela e contro i corruttori, i concussori, i corrotti che erano diventati da singoli casi giudiziari reati di massa pervadendo e deformando l'intero sistema degli appalti e insidiando le basi stesse della democrazia. Ma Di Pietro, si sa, non va per il sottile. Non c'è andato neppure nella scelta dei candidati del suo partito, come purtroppo si è visto. Cerca sgabelli sui quali salire. Ma Grillo - questo è certo - non è sgabello se non di se stesso, come mezzo secolo fa capitò a Guglielmo Giannini: quando il suo "Uomo qualunque" mandò in Parlamento trenta deputati furono in molti a tentar di mettervi le mani sopra, la Dc, i liberali, i monarchici. Non ci riuscirono e ben presto tutto si ruppe in tanti pezzetti. * * * Movimenti d'opinione di natura antipolitica, come quello di cui stiamo discutendo, e rompono dal seno della società e poi declinano rapidamente. La politica non è un'invenzione di qualche mente corrotta o malata, ma una categoria della vita associata. Il governo della "polis", cioè della città, cioè dello Stato. L'antipolitica pretende di abbattere la divisione tra governo e governati instaurando il governo assembleare. L'"agorà". La piazza. L'equivalente del blog di Internet. Infatti la vera novità del "grillismo" è l'uso della Rete per scopi di appuntamento politico (o antipolitico). Ma nella Rete si vede più che mai il carattere personalizzato dell'"agorà"; di ogni "agorà". Da quella di Cola di Rienzo a quella di Masaniello, da quella di Savonarola a quella di Camillo Desmoulins. Il blog ha infatti un'intestazione ed è l'intestatario che indica la via, che formula gli slogan, che produce gli spot. E' lui insomma il padrone di casa che guida e domina l'assemblea. In realtà il governo assembleare è sempre stato una tappa, l'anticamera delle dittature. La storia ne fornisce una serie infinita di conferme senza eccezione alcuna. Proprio per questo quando vedo prender corpo un movimento del tipo del "grillismo" mi viene la pelle d'oca; ci vedo dietro l'ombra del "law & order" nei suoi aspetti più ripugnanti; ci vedo dietro la dittatura. Non inganni lo slogan "né di destra né di sinistra". Si tratta infatti di uno slogan della peggiore destra, quella populista, demagogica, qualunquista che cerca un capo in grado di de-responsabilizzarla. Il più vivo desiderio delle masse, cioè dell'individuo ridotto a folla e a massa, è di essere de-responsabilizzato. Vuole questo. Vuole pensare e prendersi cura della propria felicità delegando ad altri il compito di pensare e decidere per tutti. Delega in bianco, semmai con una scadenza. Ma le scadenze, si sa, sono scritte con inchiostri molto leggeri che si cancellano in breve tempo. Il potere, una volta conquistato, ha mille modi per perpetuarsi. L'antipolitica è sempre servita a questo: piazza pulita per il futuro dittatore. Che non sarà certo uno come Grillo. Il dittatore quelli come Grillo li premiano e poi li mettono in galera. E' sempre andata così. * * * Spero che molti abbiano letto il discorso pronunciato da David Grossman all'apertura del Festival della letteratura a Berlino, che Repubblica ha pubblicato nel numero di mercoledì 5 settembre. E' un testo di grande significato e di grande stile e mi permetto di raccomandarne la lettura ed anche la rilettura perché merita d'esser meditato e possibilmente trasformato in propria sostanza. Mi spiace rimescolare l'alta prosa di Grossman a questioni tanto più mediocri e volgari come il raduno dei sostenitori di "Vaffa". Ma quel pensiero e il testo che lo contiene toccano tra le tante altre cose anche il tema della riduzione dell'individuo a massa, lo schiacciamento dell'individuo, il suo divenire succube di slogan inventati per imporli a lui che inconsapevolmente li adotta e se ne compiace. Quel tema è l'aspetto drammatico della civiltà di massa, della società di massa e dei "mass media" che ne diffondono l'immagine sovrapponendola all'immagine individuale. Un aspetto al quale è difficilissimo sottrarsi perché ci invade e ci pervade quasi in ogni istante della nostra esistenza. La modernità porta con sé questo virus micidiale: la riduzione dell'individuo a massa, materiale malleabile e plasmabile, materia per mani forti e dure. La massa riporta gli adulti all'infanzia e alla sua plasmabilità. Alla sua manipolazione. Questo - in mezzo a molte virtù innovative - è il delitto della modernità, il virus dal quale bisogna guardarsi e contro il quale bisogna mobilitare tutti gli anticorpi di cui disponiamo. Ma ascoltiamo Grossman. "Ci fa comodo, quando si parla di responsabilità personale, far parte d'una massa indistinta, priva di volto, d'identità e all'apparenza libera da oneri e colpe. Probabilmente è questa la grande domanda che l'uomo moderno deve porsi: in quale situazione, in quale momento io divento massa?" "Ci sono definizioni diverse per il processo con il quale un individuo si confonde nella massa o accetta di consegnarle parti di sé. Io ho l'impressione che ci trasformiamo in massa nel momento in cui rinunciamo a pensare, a elaborare le cose secondo un nostro lessico e accettiamo automaticamente e senza critiche espressioni terminologiche e un linguaggio dettatoci da altri". "I valori e gli orizzonti del nostro mondo e il linguaggio che lo domina sono dettati in gran parte da ciò che noi chiamiamo "mass media". Ma siamo davvero consapevoli del significato di questa espressione? Ci rendiamo conto che gran parte di essi trasformano i loro utenti in massa? E lo fanno con prepotenza e cinismo, utilizzando un linguaggio povero e volgare, trasformando problemi politici e morali complessi con semplicismo e falsa virtù, creando intorno a noi un'atmosfera di prostituzione spirituale ed emotiva che ci irretisce rendendo "kitsch" tutto ciò che tocchiamo: le guerre, la morte, l'amore, l'intimità. In molti modi, palesi o nascosti, liberano l'individuo da ciò di cui lui è ansioso di liberarsi: la responsabilità verso gli altri per le conseguenze delle sue azioni ed omissioni. E' questo il messaggio dei "mass media": un ricambio rapido, tanto che talvolta sembra che non siano le informazioni ad essere significative ma il ritmo con cui si susseguono, la cadenza nevrotica, avida, commerciale, seduttrice che creano. Secondo lo spirito del tempo il messaggio è lo "zapping"". Mi perdonerete, cari lettori, la citazione forse è troppo lunga, ma questo brano del discorso di Grossman è così attuale al nostro tema che credo ne sia l'indispensabile compimento. Egli inoltre addossa una parte rilevante di quanto accade nello schiacciamento dell'individuo sulla massa ai mezzi di comunicazione, al loro funzionamento che ormai ha preso la mano a quasi tutti quelli che operano in quel settore, al "sistema" che tutti insieme hanno costituito, dove la moneta cattiva scaccia la buona e la concorrenza paradossalmente funziona più per peggiorare il prodotto che per migliorarlo. Chi che come me ha dedicato una parte della vita ai giornali ed ha vissuto da giornalista tra i giornalisti conosce bene questa realtà ed anche l'estrema difficoltà di sottrarvisi. Eppure è uno sforzo che a questo punto occorre fare. Ne verrebbe un forte miglioramento alla qualità della vita pubblica, una vera e non fittizia attenzione alla moralità e anche la gratificazione d'aver innovato un modo di comunicare in direzione contraria ai "Vaffa" che ormai ci serrano da ogni parte trasformando il linguaggio in un dialetto da taverna. * * * Mi resta ancora da esaminare i tre quesiti proposti ai tavoli delle firme da Beppe Grillo. Molti che hanno firmato distinguono infatti la firma di quei quesiti dall'adesione al "grillismo". La distinzione è assolutamente legittima: si può firmare anche valutando il movimento dei "Vaffa" per ciò che è. Ma esaminiamoli nella sostanza quei tre quesiti. Il primo stabilisce che tutti i cittadini che concorrono a cariche elettive debbano essere scelti attraverso elezioni primarie preliminari. Questo principio mi sembra meritevole di essere accolto. Il Partito democratico, tanto per dire, ha deciso di farlo proprio. Tutto sta a come saranno organizzate queste primarie. Grillo per esempio ha definito una "mascalzonata" l'esclusione di Pannella e di Di Pietro dalle candidature per la leadership del Pd, ignorando che entrambi fanno parte di altri partiti e anzi li guidano e non hanno accettato di abbandonarli all'atto della candidatura. Come se un nostro condomino, invocando questa qualifica, pretendesse di decidere assieme a noi e ai nostri figli questioni strettamente familiari. Dov'è la logica? Il secondo quesito vieta ai membri del Parlamento di farne parte per più di due legislature. Questo divieto è una pura sciocchezza. Ci obbligherebbe a rinunciare ad esperienze talvolta preziose. Forse anche a molti vizi acquisiti durante l'esercizio del mandato. Ma quei vizi non possono essere presupposti e affidati all'automatismo di una norma. Spetta agli elettori discernere tra vizi e virtù e decidere del loro voto. Per di più una norma automatica del genere sarebbe incostituzionale perché priverebbe l'elettore di una sua essenziale facoltà che è quella di poter votare per chi gli pare. Che cosa sarebbe successo per esempio se nei primi anni Cinquanta fosse stato impedito agli elettori democristiani di votare una terza volta per De Gasperi, a quelli comunisti per Togliatti, ai socialisti per Nenni e ai repubblicani per Pacciardi o La Malfa? Il terzo quesito - impedire ai condannati fin dal primo grado di giurisdizione di far parte del Parlamento - sembra a prima vista ineccepibile. Per tutti i reati? E fin dal primo grado di giurisdizione? La presunzione d'innocenza è un principio sancito dalla nostra Costituzione; per modificarlo ci vuole una legge costituzionale, non basta una legge ordinaria. I reati d'opinione andrebbero sanzionati come gli altri? Quando Gramsci, Pertini, Saragat, Pajetta, furono arrestati io credo che gli elettori di quei partiti li avrebbero votati e mandati in Parlamento se un Parlamento elettivo fosse ancora esistito e se quei partiti non fossero stati sciolti d'imperio. Personalmente ho fatto un'esperienza in qualche modo consimile: entrai alla Camera dei deputati nel 1968 sull'onda dello scandalo Sifar-De Lorenzo nonostante o proprio perché ero stato condannato in primo grado dal tribunale di Roma. Lo ricordo perché è un piccolissimo esempio di una proposta aberrante. Questioni complesse - ha scritto il Grossman sopracitato - quando sono semplificate sopprimono la responsabilità personale dell'individuo e ottundono le sue capacità critiche. Ma è proprio a quelle capacità che è affidato il nostro futuro.
postato da: AMALTEO alle ore settembre 19, 2007 15:18 | link | commenti (23)
categorie: pensare politica
sabato, 15 settembre 2007

Rodin-pensatoreE' da qualche giorno che ascolto, soprattutto di sera, la musica degli Einstürzende Neubauten. Più precisamente quella della loro seconda fase. O seconda vita.
Non so ... Mi affascinano ... Ecco, sì: fascinazione è la parola adatta.


Ti faccio sentire Silence is sexy:



E poi Ich Hatte Ein Wort:




Ich hatte ein Wort

Ich hatte ein Wort
ein langes, selbstgezimmertes wie eine Rinne, mit Rädern,
schmal wie ein Einbaum, oder etwas das Zement leiten soll
ein Modell zwar, windschnittig und windschief; aber meins

Ich hatte ein Wort
ein rundes, rund wie eine Orange
es hat mitunter, mitternachts, den ganzen Innenraum mir erhellt
die Frucht war nach der Natur bewachsen
einem Foto des Mondes neben dem Bett

Irgendwer hat die Bedeutung mir verdeckt
in einem Winkel ganz weit weg auch noch versteckt
Ich hab’ keinen Beweis
di di di ...
di di di ...
di di di ...
di di di ...

di di di ...
di di di ...
di di di ...
di di di ...

Ich hatte ein Wort
ein fremdes, mir sehr widerstrebend ...
es wuchs eines Tages mit kleinen Köpfen beiderseits aus meiner Haut
zu dritt dann morgens im Spiegel haben wir uns angeschaut
und habens nicht geglaubt – so unvertraut

Irgendwie hat es sich mir dann auch entdeckt
es hielt sich nicht länger in seinem Winkel versteckt
da war der Beweis

di di di ...
di di di ...
di di di ...
di di di ...

di di di ...
di di di ...
di di di ...
di di di ...

Ich bin die fernsten Winkel abgereist
auf der Suche nach der Bedeutung, diesem Beweis
nach einem Wort das ich nun endlich wieder weiss
was ich in mir trug das geb ich nicht mehr preis
ich gebs nimmermehr preis …

libera traduzione di Prisma, che ringrazio:

Avevo una parola (una parola risuonava in me… )

Avevo una parola
una lunga, schietta parola diretta come un solco, con delle ruote, una parola che ritorna,
stretta come una piroga ricavata da un tronco o come qualcosa che incanali cemento
niente più che un modellino, slanciato e battuto dal vento, ma mio

Avevo una parola
rotonda, tonda come un arancio
di tanto in tanto a mezzanotte mi illuminava dentro
il frutto di questa parola era straripante come in natura succede,
come una foto della luna accanto al letto

Qualcuno me ne ha celato il significato
e me lo ha anche nascosto in un angolo remoto
Ma non ne ho la prova
di di di…

Avevo una parola
una parola straniera, la più avversa a me…
un giorno spuntò dalla mia pelle con due piccole teste, visibili da una parte e dall’altra
e poi di mattina noi tre ci siamo raccolti davanti ad uno specchio
e lo trovai duro da credere – così poco familiare

ed in qualche modo allora si dischiuse a me
non più tenendosi nascosta in un angolo
lì era la prova
di di di…

Ho viaggiato fino agli angoli più remoti
in cerca del significato, di questa prova,
in cerca di una parola che infine ora torno a conoscere
una parola che io ho portato dentro di me e che non abbandonerò più
io non la tradirò mai più… 
postato da: AMALTEO alle ore settembre 15, 2007 23:46 | link | commenti (20)
categorie: ascoltare a mezzanotte
venerdì, 14 settembre 2007

Esercizi di dizionario: Islam

Rodin-pensatorePer la serie: ci tocca anche questo, dopo l'11 settembre.

Islam: religione monoteistica, fondata da Maometto, che professa la completa sottomissione a Dio e i cui ordinamenti sono enunciati dal Corano.
Per estensione: complesso della cultura e della civiltà del mondo musulmano; Legge che regola l'attività politica e religiosa dei Musulmani

in Aldo Gabrielli, Il grande italiano 2008. Vocabolario della lingua italiana, 2008

Non trovo qui, pure essendo recentissimo il dizionario Gabrielli, il vocabolo islamofobia.
Lo usa spesso contro Giuliano Ferrara quella "simpaticona" della Ritanna Armeni.

Costruisco io la definizio