Quello che sta avvenendo al sud è tremendo: l'ecomafia sta distruggendo un ciclo trentennale di vegetazione.
Trovo le parole adatte in questo post di Paul Templar, che riporto testualmente per questo mio diario. A futura memoria
Il rogo del futuroHo atteso di calmarmi un pochino, prima di postare sul mio blog.
L'avessi fatto ieri sera,quando ho appreso dalla viva voce di alcuni amici, del criminale rogo che ha semidistrutto il Gargano, avrei usato parole di fuoco sul destino degli uomini in generale, e sulle pene da dare ai criminali disgraziati figli di cooperative che hanno privato tutti di un patrimonio che ci apparteneva.
Il rogo di Peschici, cittadina di gente laboriosa ,solida, cordiale, ha non solo messo in ginocchio l'economia locale, che viveva esclusivamente di turismo, ma ha di fatto reso un deserto una zona che era un incanto per gli occhi e per la mente.
Animali allo stato brado, migliaia di alberi di conifere, macchia mediterranea, scomparsi in una notte.
Secoli di lavoro paziente della natura bruciati in un lasso di 24 ore.
E migliaia di piccoli animaletti persi per sempre, carbonizzati in un rogo che brucia la bellezza della natura e la speranza.
Si,la speranza.
Che si possa convivere in pace con la bio diversità, con quella natura che oltraggiamo giorno per giorno, senza renderci conto che non ne siamo i padroni, ma semplici fruitori.
Siamo alle solite, purtroppo.
Devastiamo, facciamo scempio, distruggiamo.
Sembra che noi umani non si sia capaci di altro.
Scriviamo poesie e letter d'amore, c'inteneriamo per un tramonto rosso fuoco, e poi violentiamo con nonchalance la natura, convinti che sia una nostra preda, di diritto.
Ho passato le ultime estati a pochi chilometri da Peschici, a Rodi Garganico.
In un'atmosfera fatta di verde e passeggiate contemplative, fra canti di uccelli e verde così intenso da far male agli occhi.
Ora al posto della foresta c'è un'assieme osceno di tizzoni di alberi, neri come il carbone.
E neri come l'anima di chi ha prodotto questo scempio.
Neri come le madri e i padri di questi esseri nati non da umani, ma da bestie feroci, da scrofe immonde.
Ora ci vorranno decine di anni per rimettere a posto i guai prodotti dai criminali incendiari.
E mi auguro che le autorità vietino in modo totale, assoluto, l'edificazione anche di una tenda per bambini sui luoghi distrutti.
Che Dio li danni in eterno.
Il pianto degli alberidi Mario Rigoni Stern
in La Stampa 26 luglio 2007
Quando la pioggia di primavera scende sui boschi a risvegliare dal gelo le sorgenti, sembra anche di sentire il leggero cinguettare dei fringuelli maschi e il sommesso verso dei tordi botacci. Sì, allora il bosco diventa come una grande creatura che vive e si rinnova all’amore, al canto e alla musica. Pure d’inverno il bosco respira, quando il gelo fa scricchiolare i rami che rabbrividiscono e il pettirosso arruffa le penne dentro un cespuglio. Ma è terribile e raggriccia il cuore quando d’estate crepita, stride e urla e muore per il fuoco.
Gli antichi mitiDagli alberi, dicono gli antichi miti, erano scesi gli dei e dagli alberi nati gli uomini. Erano sacri e il bosco è stato il primo luogo di preghiera. Non meno dei simulacri, in ogni villaggio della Terra si adoravano gli alberi maestosi delle foreste. Si dice che in epoca remotissima un dio spargitore di fuoco, Egido, per qualche vendetta abbia distrutto gran parte delle foreste che coprivano il nostro pianeta. Si dice anche che furono gli uomini per avere terre coltivabili. Allora venne il deserto, non più le piogge e si inaridirono le sorgenti. Fu dopo molto tempo che gli uomini decisero di fare leggi al fine di proteggere gli alberi, anche con il mistero della religione, consacrando i boschi alle divinità, perché da tutti fossero rispettati.
Il moderno EgidoOggi leggo i giornali, guardo la televisione e sono rattristato. Leggo di gente fuggita alle fiamme dalla riva del mare dove era in vacanza; vedo le fiamme che si alzano sopra gli alberi e il fumo dalla macchia mediterranea. No, il bosco così da per se stesso non può bruciare, anche se è molto caldo. Bruciare così in tante vaste aree discoste lungo la Penisola e nelle isole di questa Italia ignifera non può essere che opera dell’uomo, di questo moderno Egido spargitore di fuoco. Ma perché? Saranno pur tanti i motivi nascosti, anche perfidi, speculatori, per piromania e per ignoranza colpevole o no.
Piangono gli alberi bruciando, e si offrono agli dei non per chiedere acqua ma per consumarsi in sacrificio per dimostrare e far capire agli umani la loro stoltezza.