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2° metà del 900-later than never. “Perché vale la pena di vivere? E’ un’ottima domanda… Be’, ci sono cose per cui vale la pena di vivere … Per esempio, per me, direi … tutta la musica e le interpretazioni di Nina Simone … la voce di Ray Charles, quasi sempre … Il ballo di Al Pacino in Scent of a Woman … le note di John Lewis quando volano nelle fughe di Bach … Louis Armstrong, l’incisione di West and Blues del 1928 … i film di Sergio Leone … i racconti di Stephen King … gli azzurri e i gialli di Van Gogh … i quadri di Peppo Spagnoli, che dimostra che si può fare molto anche da luoghi piccoli … il definitivo e prospettico Logos-Pensiero di Silvia Montefoschi ... il minimalismo, perchè sono minimo ... su tutti e tutto il sorriso di Luciana …. ... e poi anche ... e ancora ...” (rielaborato su suggestione di Woody Allen in Manhattan, con qualche cambiamento).

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venerdì, 29 giugno 2007

Thee, Stranded Horse, Swaying Eel, in Churning Strides

Cosa dicevo nei giorni scorsi?
Dicevo che "vorrei stare fermo ... molto fermo"
Se poi a stare fermo TrellHeim  mi serve in un salottino musicale questa esecuzione:

Thee, Stranded Horse
Swaying Eel
in Churning Strides
2007

beh ... allora starò ancora più fermo.


Noterelle biografiche di TrellHeim:
"Thee, Stranded Horse (con la virgola) è un ragazzo francese di nome Yann Tambour.
Nel disco suona solo lui, con le sue sante manine, chitarra o kora che sia.
La storia della Groenlandia è solo una sua boutade"


postato da: AMALTEO alle ore giugno 29, 2007 15:57 | link | commenti (27)
categorie: ascoltare antologie di amalteo

Oriana Fallaci: memoria




Di questa fotografia Kosmogabri, con finezza osservativa tutta femminile dice: "una donna nascosta dietro gli occhialoni, in tutta la sua fragilità, in tutta la sua forza, in procinto di partire per un lungo viaggio, con calcato il cappello per evitare che i capelli vadano da tutte le parti. Bellissima immagine"

Prisma ricorda che oggi ricorrerebbe il compleanno di Oriana Fallaci, morta l'anno scorso in settembre.
Intreccio questa sua traccia con l'altra di  pagina 23 dove si legge:

La guerra non è una maledizione insita nella nostra natura: è una maledizione insita nella Vita.
Non ci si sottrae alla guerra perché la guerra fa parte della Vita. Ciò è mostruoso, ne convengo. Così mostruoso che il mio ateismo deriva principalmente da questo. Cioè dal mio rifiuto d'accettare l'idea d'un Dio che ha inventato un mondo dove la Vita uccide la Vita, mangia la Vita. Un mondo dove per sopravvivere bisogna uccidere e mangiare altri esseri viventi, siano essi un pollo o un'arsella o un pomodoro. Se tale esigenza l'avesse concepita davvero Dio creatore, dico, si tratterebbe d'un Dio ben cattivo.
Però non credo nemmeno al masochismo del porgere l'altra guancia. E se un'ortica m'invade, se un'edera mi soffoca, se un insetto mi avvelena, se un leone mi morde, se un essere umano mi attacca, io combatto. Accetto la guerra, faccio la guerra.
Lo faccio con l'arma che m'appartiene, che porto sempre con me, che uso senza riserve e senza timidezze, è vero. Ossia l'arma incruenta dei pensieri espressi attraverso la parola scritta, attraverso le idee e i principi che ci distinguono dagli animali e dai vegetali.

 Oriana Fallaci – La forza della ragione


"Uditi i critici ha ragione Oriana"

di
Giovanni Sartori

(Corriere della Sera, 15 ottobre 2001)


  Oriana Fallaci deve aver ragione, visto che i suoi assaltanti hanno abbondantemente torto. All’inizio mi sono lasciato un po’ incantare dal flauto di Terzani, dal suo dire che «dubitare è una funzione essenziale del pensiero, il dubbio è il fondo della nostra cultura». Oddio, questo è il fondo della cultura di Amleto. Cartesio non scriveva «dubito quindi sono», ma cogito ergo sum. Il dubbio deve dunque essere inserito nel cogito , nel pensare. E il dubitare di Terzani - come vedremo - non lo è. Umberto Eco dice su Repubblica che lui si preoccupa «dei giovani perché tanto ai vecchi la testa non cambia più». Sarei curioso di sapere qual è la categoria nella quale Eco colloca se stesso, se tra i vecchi o no. Comunque sia, io di me stesso lo so: per i giovani sono uno stravecchio. Il che non toglie - sorpresa, sorpresa - che la mia testa sia tutta un frullo di cambiamenti.

Nel ’68 scrivevo - proprio sul Corriere - che la cosiddetta rivoluzione studentesca preparava l’avvento della asinocrazia, del trionfo degli asini. Il che mi costringeva, nella mia testa, a vedere con diminuitissimo ottimismo il progredire della democrazia. Subito dopo la caduta del Muro di Berlino notavo che la «democrazia senza nemico» era molto più difficile da gestire della democrazia minacciata da un nemico. Il che mi induceva a riorientare la mia testa su questo nuovo problema. E siccome già scrivevo della altissima vulnerabilità della società tecnologica negli anni Settanta, l’11 settembre non mi ha preso del tutto alla sprovvista. Mi sono subito detto: questa è Hiroshima Due; ancora un inedito, e un inedito ancora più terrorizzante di Hiroshima Uno. Nel 1945 c’era la guerra e si sapeva con certezza che la resa (del Giappone) fermava anche il bombardamento atomico americano. Oggi i confini tra guerra e pace si sono annebbiati, e oggi nulla ferma più niente. La polverizzazione delle due torri di Manhattan prefigura un orripilante scenario di «atomiche di pace» (per così riassumere) che ci possono colpire ogni giorno e che massacrano alla cieca.

Dunque, da un mese io mi sto rifacendo - bene o male - una testa nuova che cerca di capire e di fronteggiare una nuovissima (nonché orribilissima) realtà. Invece per la Maraini e Terzani è quasi come se non fosse successo niente di nuovo. In entrambi ripassa il déjà vu di sempre, ripassano i ritornelli di sempre. Saranno anche giovani, certo più giovani in anni di me; ma per il criterio di Umberto Eco la loro testa è già vecchia assai.

Dacia Maraini è una bravissima scrittrice di romanzi che leggo sempre con piacere; ma nel suo discettare etico-politico ritrovo soltanto gli stanchi luoghi comuni del terzomondismo politicamente corretto. Tiziano Terzani ci ha raccontato con finezza e bravura dell’Asia; ma quando cita - come ricette di salvezza - San Francesco d’Assisi, Gandhi e poi, scendendo di parecchi chilometri, padre Balducci e il mio collega (alla Columbia University) Edward Said, allora cita a sproposito.

Personalmente io preferisco i Domenicani ai Francescani. Concedo che Il Cantico di Frate Sole è un testo di un candore commovente. Ma quel candore non può essere trasferito da una età davvero primitiva all’età ultracomplicata del terzo millennio. Quanto a Gandhi, lui aveva a che fare con gli inglesi, e noi non abbiamo a che fare con dei Gandhi. E padre Balducci? Pochi sanno chi fosse. Ma a Firenze negli anni nei quali padre Balducci affascinava il colto e l’inclita (e anche, a quanto pare, Terzani) c’ero anch’io; e ricordo un dibattito nel quale lui attaccò così smodatamente il Papa da costringere il sottoscritto, laico abbastanza catafratto, a fare il papalino, il papofilo. Bel personaggio quel padre Balducci! Ma sempre più bello del cupissimo Edward Said, che scrive bene ma razzola malissimo. Il fatto che Said sia palestinese lo legittima nel suo essere pro palestinesi. Ma non mi risulta che Said abbia mai condannato i suoi uomini-bomba, ed esiste una fotografia che lo coglie, in zona Gaza, che lancia un sasso «intifadico» contro gli israeliani. Lui sarebbe un fautore di «campi di comprensione invece di campi di battaglia»? On aura tout vu , se ne vedono (e sentono) proprio di tutte.

Terzani scrive: «A te, Oriana, i kamikaze non interessano. A me tanto, invece». Dopodiché cita i giapponesi che hanno dato origine al nome, le tigri Tamil, i palestinesi di Hamas. Fine lì. Terzani è troppo vecchio, direbbe Eco, per afferrare che i kamikaze di New York sono animali del tutto diversi da quelli che lui sta ancora studiando. I kamikaze all’antica - diciamo - si immolano per una loro patria, sono «locali». La loro causa è concreta e circoscritta. I suicidi di New York e del Pentagono, e quelli che verranno nella loro scia, sono «globali» e la loro patria è il Corano, è una fede religiosa. Non si battono per una loro madrepatria, per la patria nella quale sono nati, ma per un mondo islamizzato che combatte e punisce gli infedeli. Fa una bella differenza. Che però a Terzani sfugge.

Il Nostro prosegue così: «Non si tratta di giustificare, di condonare, ma di capire. Capire, perché io sono convinto che il problema del terrorismo non si risolve uccidendo i terroristi ma eliminando le ragioni che li rendono tali». Sante parole, ma soltanto parole. Asserire che il problema del terrorismo non si risolve uccidendo i terroristi è come asserire che il problema della criminalità non si risolve arrestando e condannando i criminali. Vero; ma quale sarebbe l’alternativa? Eliminare le prigioni e rinviare i criminali a uno «studio Terzani» nel quale possono essere studiati e compresi? Se Terzani ci sta, io ci sto. Mi fornisca l’indirizzo e io proporrò (alla Basaglia) che le prigioni vengano abolite e che i loro inquilini lo vadano a trovare nella sua baita nell’Himalaya. Poi veda lui.

Il punto serio è, comunque, che il problema del terrorismo deve essere spiegato dalle ragioni che lo motivano. Ma Terzani lo spiega asserendo che l’attacco alle Torri Gemelle «certo non è l’atto di una guerra di religione degli estremisti musulmani». Per una persona che esordisce dichiarando di non avere certezze e che per lui la nostra civiltà è la civiltà del dubbio, questa asserzione è stonata. Ed è anche infondata. Perché Terzani la sostiene citando un collega americano di nessuna particolare eminenza (uno tra centomila) per il quale gli «assassini suicidi dell’11 settembre non hanno attaccato l’America ma la politica estera americana», colpevole, tra l’altro, di aver mantenuto, nonostante la fine della guerra fredda, «circa 800 installazioni militari nel mondo». Davvero formidabili questi fondamentalisti addestrati da Bin Laden. Sapevano, sanno, cose che non sapevo nemmeno io. Faccio ammenda. Dopodiché passo lo stesso a dichiarare che questa è una spiegazione risibile. Come ho già spiegato su questo giornale, chi capisce così non capisce nulla.

Terzani osserva che «se alla violenza dell’attacco alle Torri Gemelle noi rispondiamo con ancora più terribile violenza... alla nostra ne seguirà una loro ancora più orribile e così via». Certo, la violenza chiama violenza. Ma, intanto, non è lecito equiparare la violenza di chi inizia con la violenza di chi si difende. Uno mi spara addosso. Io, dopo, gli rispondo contro-sparando. È la stessa cosa? Ovviamente no. Ciò fermato, qual è l’alternativa? Subire la violenza, farsi violentare senza reagire, fermare la violenza? Non è mai successo. Né succederà, questo è sicuro, con il terrorismo islamico.

A proposito, i terroristi chi sono? Cosa li caratterizza? E, quindi, come li dobbiamo definire? Dopo aver menzionato i kamikaze giapponesi, i Tamil e i palestinesi di Hamas, Terzani scopre le sue carte: dobbiamo accettare - dichiara - che anche il presidente della Union Carbide (il richiamo è alla esplosione della fabbrica chimica di Bhopal, in India, nel 1984) sia percepito come un terrorista. Perché dobbiamo accettare che «per altri» (il Nostro non si scopre e non lascia capire se lui si includa nei suddetti altri; ma sospetto di sì) il terrorista «possa essere l’uomo di affari che arriva in un Paese povero del Terzo Mondo» per fare, come fa, soltanto i suoi sporchi affari. Terzani si rende conto di averla sparata grossa, e mette le mani avanti. Questo - avverte - «non è relativismo. Voglio solo dire che il terrorismo come modo di usare la violenza può esprimersi in varie forme, a volte anche economiche». Difatti questo non è relativismo; è pasticciare tutto, è incapacità di distinguere, incapacità di usare (come prescritto da Cartesio) idee chiare e distinte. E fa specie che Terzani si lanci all’attacco di Oriana Fallaci accusando lei di attentare «al meglio della testa umana, alla ragione». Perché qui è lui che va in clamoroso autogol. L’Union Carbide come (quasi come) Al Qaeda? Gianni Agnelli come (quasi come) Bin Laden? Alla stregua di questa logica anche Terzani sarebbe un terrorista, perché «usa violenza» alla logica. Il punto è che il terrorismo non può essere definito soltanto come «modo di usare violenza». A metterla così tutto è terrorismo, e perciò stesso (nota Mario Pirani) nulla è terrorismo. Ma per chi ragiona e sa ragionare queste sono soltanto sciocchezze.

Vengo a Dacia Maraini. Che addirittura si appella al Papa: «Nel momento in cui tutti, dal Papa al presidente degli Stati Uniti cercano di distinguere tra Islam e terrorismo, tu te la prendi con chi non è pronto a buttarsi in una guerra di religione. Per te chi distingue tra terrorismo e Islam è un ipocrita, un fottuto intellettuale. Con questo criterio anche il Papa sarebbe un ipocrita». Ma occorre davvero arrivare a un combattimento a colpi bassi, a colpi di Papa? Rileggiamo assieme il testo incriminato, che dice: «Qui è in atto una guerra di religione, forse voluta e dichiarata soltanto da una frangia di quella religione, ma comunque una guerra di religione». D’accordo, a livello diplomatico dobbiamo essere prudenti, dobbiamo sottacere. Ma Galli della Loggia ( Corriere del 4/10) ha benissimo spiegato che le prudenze diplomatiche sono una cosa e la verità dei fatti un’altra. E il fatto è che l’ostilità dei cosiddetti Stati arabi «moderati» verso il terrorismo «non nasce da un loro supposto moderatismo, nasce dalla paura del radicalismo militante».

Difatti i governi in questione non sono in grado di «tradurre la loro paura dell’estremismo in una qualunque battaglia ideologico-culturale a favore di una versione moderata dell’Islam... Dalle società del fronte cosiddetto moderato non è mai venuta una condanna esplicita contro la sentenza di morte dei mullah iraniani a carico di Salman Rushdie, contro le pene degradanti e inumane... contro la bestiale persecuzione di cristiani in Sudan...». Il fatto è, allora, che il fanatismo fondamentalista non può essere messo in discussione in nessuno Stato musulmano «perché ciò equivarrebbe a mettere in discussione in modo pubblico il Corano». Il che è tutto esatto.

Allora, quale sarebbe il terribile, vergognoso sbaglio di Oriana Fallaci? Forse sta nell’aver detto «forse». Invece avrebbe dovuto dire: qui è in atto una guerra di religione «anche se» voluta e dichiarata soltanto da una frangia di quella religione. Ma l’ira di Dacia Maraini non può essere stata scatenata da così poco. Potrebbe essere stata innescata dall’attacco di Oriana Fallaci a una Italia «stupida, vigliacca... imbelle, senza anima»? Non vorrei mai che la Maraini si sia sentita in qualche modo inclusa in quel ritratto. Sarebbe peccato.

Sia come sia, qui mi interessa la Maraini che ci leziona su come le culture e/o le civiltà siano o non siano da paragonare. L’attacco è questo: Tu (Oriana) «con foga impaziente sostieni che non vuoi nemmeno sentire parlare di due culture, perché le si metterebbero sullo stesso piano... E parti come un ciclone a fare quel che chiunque abbia un briciolo di buon senso ti direbbe che non si può fare: una comparazione fra civiltà». Fermi: qui stiamo parlando di culture o di civiltà? Dacia Maraini evidentemente confonde le due cose. Il che, vedremo, è una grave «fallacia». Ma prima continuiamo a citare: «Non c’è bisogno di aver studiato antropologia per sapere che ogni confronto tra culture è insensato. In quanto la civiltà è in movimento... sfugge al concetto di bene e di male. Ogni cultura... vive di valori, di regole... che non possono essere disprezzate mai, per nessuna ragione». E dunque, conclude la Nostra, «lasciamo stare il discorso sulla civiltà. Dopo millenni di odi e di guerre dovremmo perlomeno avere imparato che il dolore non ha bandiera».

Sì, certo, il dolore non ha bandiere. Come qualmente le lacrime sono tutte eguali. Ma cosa c’entra, in questo bel dire, la civiltà? C’entra se osserviamo che queste sono massime di alta civiltà (che non sono condivise, vedi caso, dalla «bassa civiltà» di chi esulta per il massacro di Manhattan). Però perché dobbiamo abbandonare il discorso sulle civiltà per scoprire che il dolore non ha bandiere? Il nesso mi sfugge. E mi sfugge perché proprio non c’è. E temo che tutto il succitato argomentare di Dacia Maraini sia del tutto sconnesso.

Il guaio è - già notavo - che la Nostra non distingue, non sa distinguere, tra cultura e civiltà. Tra l’altro la sua sola pezza d’appoggio è l’antropologia culturale (l’antropologia senza aggettivi è un’altra cosa); e l’antropologia culturale non ha, come suo concetto portante, il concetto di civiltà. Lévy-Bruhl e gli altri padri fondatori della disciplina hanno esplorato la «mentalità primitiva» e la sua distanza-differenza dalla nostra (e dalla nostra logica). E se io mi travestissi da antropologo culturale sarei prontissimo a sostenere che gli antropofaghi che mangiano i nemici che uccidono sono molto più «razionali» di chi non lo fa. Se non lo sostengo è perché la mia sensibilità etica si ascrive ad un’altra civiltà. Appunto, civiltà. Ma anche a questo proposito ci dobbiamo intendere. Se io difendo, come difendo, la civiltà occidentale non lo faccio in sede estetica e nemmeno religiosa. L’architettura, la letteratura e l’arte di molte civiltà non-occidentali sono, a mio giudizio, di straordinaria bellezza. E se mi venisse chiesto di scegliere una religione, io passerei al buddismo (anche se sono attratto dal nitore e dalla compostezza dello shintoismo).

Dunque, e venendo al nocciolo, qual è la civiltà che io difendo, e della quale la Maraini e Terzani non danno mostra di accorgersi? È la civiltà nell’accezione etico-politica del concetto. È la civiltà che ha conseguito più di ogni altra - sì, al paragone con ogni altra - la «buona città», la città politica più umana, più vivibile, più libera, più aperta di ogni altra. È, questo, un paragone «insensato»? È una tesi che lascio agli insensati che la sostengono. Terzani scrive che l’intolleranza di Oriana lo inquieta. A me inquieta molto di più, confesso, la cecità di chi fruisce di una «buona vita» (etico-politica) che non vede perché non sa vedere in contrasto. Per Oriana Fallaci, «se crolla l’America crolla l’Europa. Crolla l’Occidente, crolliamo noi. Blair l’ha capito...». Evidentemente Terzani e la Maraini no. Perciò sono davvero spaventato.

postato da: AMALTEO alle ore giugno 29, 2007 14:03 | link | commenti (18)
categorie: pensare culture religioni, cambiare to cross the line
giovedì, 28 giugno 2007

Walter Veltroni: il discorso al Lingotto di Torino, 27-06-2007



Trovo il testo integrale della relazione di Walter Veltroni a Torino - Lingotto.
Poi lettura di dettaglio. E sottolineature.
Poi scalettazione
E, solo infine, mio pensiero sul diario

Ci sono. Fatto.
Riscaletto a mio piacere intellettuale.

1. la politica ritorna ad usare anche concretamente  il linguaggio simbolico. Spero  proprio che Veltroni continuerà con questo stile. Stafregandosene degli invidiosi che lo etichettano di "sognatore idealista".

"Torino, prima Capitale d’Italia, a quasi centocinquant’anni di distanza è un richiamo alla nostra unità nazionale, all’unità del Paese. Le cose migliori di Torino hanno avuto un significato per il Paese, sono diventate valori nazionali, spesso elementi concreti costituenti della storia d’Italia. Ecco perché Torino è il Nord che non si vuole mai contrapporre allo Stato.

Torino città degli inizi, che dà avvio ai grandi processi, che sa mettere in cammino le cose, che guarda e proietta le idee oltre di sé. E il Lingotto, luogo operaio che attraverso Renzo Piano diventa luogo della cultura, simbolo della capacità della città di non rinunciare, di reinventarsi."

Bel colpo Walter!

2. Nuova identità, nascente da una fusione culturale che fa i conti con qualche buon tratto culturale delle tradizioni civiche italiane:

"Non c’è un “noi” e non ci sono “gli altri”, quando si parla degli italiani.

E non ci può essere “noi” e “gli altri” nemmeno quando si tratta del rapporto tra fede e laicità. La cosa peggiore che il Paese potrebbe avere in sorte è la contrapposizione esasperata tra integralismo religioso e laicismo esasperato. E’ un paradosso insostenibile: il bipolarismo politico e istituzionale deve ancora diventare compiuto mentre a dominare la scena ci sarebbe un dannoso e paralizzante “bipolarismo etico”.

No, non può essere. La risposta è nella sintesi. Nel punto di equilibrio, che è dovere della politica e delle istituzioni cercare, tra il valore pubblico delle scelte religiose delle persone e la laicità dello Stato. A nessun cittadino che abbia fede, quale essa sia, si chiederà di lasciare fuori dalla porta della politica il proprio percorso spirituale e i propri valori. Anche i non credenti devono rispettare e tener di conto le opinioni di chi, mosso dalla fede, può portare alimento alla vita pubblica. Al tempo stesso, ognuno è tenuto a rispettare quel che la nostra Costituzione afferma e salvaguarda: la laicità dello Stato Repubblicano.

Ed è la democrazia stessa a imporre, a chi è legittimamente mosso da considerazioni religiose, di tradurre le sue preoccupazioni in valori universali e in proposte concrete ispirate alla ragionevolezza, e non specifici della sua religione. In una democrazia pluralista non c’è altra scelta."

Una perfetta lezione di educazione civica.
Che, temo, sarà poco sottolineata.
E ancor meno adottata come comportamento.
I carattere degli italiani è quello di darsi una identità sempre CONTRO un'altra identità.
L'ho sperimentato su di me. Io stesso mi sento parte di questa modalità comunicativa  che passa attraverso la denigrazione morale dell'interlocutore.
Ci vuole grande disciplina per venirne fuori.
Esserne avvertiti è importante
Grazie Walter!

3. Valori
Il terreno dei valori è scivoloso.
Si può slittare.
E poi il confronto sui valori entra in collisione sulla INTERPRETAZIONE che ciascuno dà di ogni singolo valore.
A maggior ragione Veltroni ha argomentato, ovviamente parlo per me, bene.
Perchè, in alcuni passaggi chiave, si è ancorato ancorato al principio fondante della democrazia, a
ssociato a quello della libertà individuale:

"un’identità che si definisce con la più grande conquista del Novecento: la coscienza che le comunità umane possono esistere e convivere solo con la libertà individuale e collettiva, con la piena libertà delle idee e la libertà di intraprendere. Con la libertà intrecciata alla giustizia sociale e all’irrinunciabile tensione all’uguaglianza degli individui, che oggi vuol dire garanzia delle stesse opportunità per ognuno."

"Sei anni come Sindaco di Roma mi hanno convinto, e credo di poter dire abbiano convinto soprattutto i cittadini romani, al di là delle naturali e legittime convinzioni di ognuno, che è possibile confrontarsi in modo civile e trasparente senza che nulla venga tolto alle rispettive idee. Avendo come unico ed esclusivo interesse il bene della propria comunità, la qualità della vita delle persone."

Sarà, finalmente, la casa dei “democratici”. La più bella definizione di sé che un essere umano possa dare.

“Pensando e ripensando - è stato detto - non trovo altro fondamento della democrazia che questo: il rispetto di sé. La democrazia è l’unica forma di reggimento politico che rispetta la mia dignità, mi riconosce capace di discutere e decidere sulla mia vita pubblica. Tutti gli altri reggimenti non mi prestano questo riconoscimento, mi considerano indegno di autonomia fuori della cerchia delle mie relazioni puramente private e familiari. La democrazia è, tra tutti, l’unico regime che si basa sulla mia dignità in questa sfera più ampia… Essere democratici vuol dire assumere nella propria condotta la democrazia come ideale, come virtù da onorare e tradurre in pratica”.

Sono parole di Gustavo Zagrebelsky"

 


[continua]




Testo del discorso

“Fare un’Italia nuova. E’ questa la ragione, la missione, il senso del Partito democratico.

Riunire l’Italia, farla sentire di nuovo una grande nazione, cosciente e orgogliosa di sé.

Unire gli italiani, unire ciò che oggi viene contrapposto: Nord e Sud, giovani e anziani, operai e lavoratori autonomi.

Ridare speranza ai nuovi italiani, ai ragazzi di questo Paese convinti, per la prima volta dal dopoguerra, che il futuro faccia paura, che il loro destino sia l’insicurezza sociale e personale.

Per questo nasce il Partito democratico. Che si chiamerà così. A indicare un’identità che si definisce con la più grande conquista del Novecento: la coscienza che le comunità umane possono esistere e convivere solo con la libertà individuale e collettiva, con la piena libertà delle idee e la libertà di intraprendere. Con la libertà intrecciata alla giustizia sociale e all’irrinunciabile tensione all’uguaglianza degli individui, che oggi vuol dire garanzia delle stesse opportunità per ognuno.

Il Partito democratico, il partito di chi crede che la crescita economica e l’equa ripartizione della ricchezza non siano obiettivi in conflitto, e che senza l’una non vi potrà essere l’altra.

Il Partito democratico, il partito dell’innovazione, del cambiamento realistico e radicale, della sfida ai conservatorismi, di destra e di sinistra, che paralizzano il nostro Paese.

Il Partito democratico, il partito che dovrà dare l’ultima spallata a quel muro che per troppo tempo ha resistito e che ha ostacolato la piena irruzione della soggettività femminile nella decisione politica e nella vita del Paese. La rivoluzione delle donne ha affermato in tutte le culture politiche il principio del riconoscimento della differenza di genere come elemento costitutivo di una democrazia moderna. E’ questa esperienza che dovrà essere decisiva, fin dal momento della fondazione del nostro partito.

Il Partito democratico, un partito che nasce dalla confluenza di grandi storie politiche, culturali, umane. Che nasce avendo dentro di sé l’eredità di quelle formazioni che hanno restituito la libertà agli italiani, di quelle donne e di quegli uomini che hanno pagato con il carcere e con la propria vita il sogno di dare ad altri la libertà perduta. Quelle formazioni che hanno fatto crescere l’Italia e gli italiani, che hanno portato il nostro Paese a trasformarsi da una comunità sconfitta a una delle nazioni che siedono a pieno titolo al tavolo dei grandi della Terra: quanta strada è stata fatta, da quando Alcide De Gasperi, alla Conferenza di Pace di Parigi, si rivolgeva al mondo che lo ascoltava dicendo: “Tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me”. Quelle formazioni che hanno combattuto il terrorismo e l’hanno sconfitto.

Ma il Partito Democratico non è la pura conclusione di un cammino. Se lo fosse, o se si raccontasse così, inchioderebbe se stesso al passato.

Invece, ciò di cui l’Italia ha bisogno è un partito del nuovo millennio. Una forza del cambiamento, libera da ideologismi, libera dall’obbligo di apparire, di volta in volta, moderata o estremista per legittimare o cancellare la propria storia. Un partito che non nasce dal nulla, e insieme un partito del tutto nuovo.

E’ quello a cui ha pensato, a cui ha lavorato, per cui si è speso con coerenza e determinazione il fondatore dell’Ulivo, Romano Prodi.

Il Partito democratico, un partito aperto che si propone, perché vuole e ne ha bisogno, di affascinare quei milioni di italiani che credono nei valori dell’innovazione, del talento, del merito, delle pari opportunità. Quei milioni di italiani che nelle imprese, negli uffici e nelle fabbriche dove lavorano, nelle scuole dove insegnano, sentono di voler fare qualcosa per il loro Paese, per i loro figli. Quei milioni di italiani che si impegnano nel volontariato, che fanno vivere esperienze quotidiane e concrete di solidarietà. Quei milioni di italiani che trovano la politica chiusa, e che se provano ad avvicinarsi ad essa è più facile che si imbattano nella richiesta di aderire ad una corrente o ad un gruppo di potere, piuttosto che a un’idea, ad un progetto.

Sono convinto che il 14 ottobre sarà un giorno importante per la democrazia italiana. Nasce, in forma nuova, un partito nuovo. Nasce consentendo a chiunque creda in questo progetto di iscriversi, naturalmente e direttamente, e di candidarsi. Associazioni e gruppi, comitati e movimenti, singole persone potranno, nello stesso momento, formare un nuovo partito e decidere gli organi dirigenti e il leader nazionale.

E’ un fatto mai accaduto prima. E’ stato sempre più facile che nuovi partiti nascessero da scissioni o da proiezioni personali di leader carismatici.

Nel Partito democratico ognuno sarà e dovrà essere, fin dal primo momento, alla stessa stregua dell’altro. Per questo abbiamo voluto il principio “una testa, un voto”.

Ds e Margherita, e per primi Piero Fassino e Francesco Rutelli che hanno saputo guidarli all’appuntamento decisivo, insieme a Romano Prodi che non ha mai smesso di crederci e di lavorare per questo, hanno avuto l’enorme merito di cogliere quella che era davvero l’ultima occasione, hanno avuto il grande coraggio di accettare la sfida. Di mettere in gioco se stessi, con una generosità che non ha precedenti in una lunga storia politica abituata alle separazioni più che agli incontri, alla valutazione del tornaconto di parte più che degli interessi generali. Le forze politiche che hanno deciso con i loro congressi di andare oltre se stesse, hanno compiuto una scelta che resterà nella storia politica del Paese. Il mio pensiero, in questo momento, è rivolto al coraggio e alla passione politica di tanti italiani che in questi anni hanno tenuto vive le idee della sinistra e dei democratici.

Unire le culture e le forze riformiste del nostro Paese. Superare la parzialità e l’insufficienza di ognuna di esse, di ognuno di noi. Dar vita a una forza plurale attraverso non il semplice accostamento, ma una creazione nuova. Far nascere, finalmente, il Partito democratico, la grande forza riformista che l’Italia non ha mai avuto.

Il cammino iniziò nel 1995, per iniziativa di Romano Prodi. Cominciò facendo nascere, in tutta Italia, comitati di cittadini. Comitati che univano le forze politiche e la società civile. Così vincemmo elezioni che sembravano perdute e così governammo l’Italia assumendoci responsabilità alte e difficili. Così raggiungemmo l’obiettivo dell’Europa. E non posso, qui, non rendere omaggio a un grande artefice di quel cammino, ad un protagonista della vita del Paese e delle nostre istituzioni: Carlo Azeglio Ciampi.

In quegli anni assumemmo anche, con Massimo D’Alema, il compito di interpretare un ruolo attivo dell’Italia nei momenti più aspri delle violazioni dei diritti umani nei Balcani. Un’Italia che non voltava lo sguardo dall’altra parte. Un’Italia che accettava e sosteneva la lotta, riuscita, per sconfiggere la logica della superiorità etnica che stava riportando il cuore dell’Europa nel baratro delle fosse comuni. Per sostenere che la pace, dove non c’è, non può essere difesa, ma va ricostruita. Dalla comunità internazionale, lasciando da parte inerzie colpevoli e presunzioni di unilateralismo. Ponendosi agli antipodi di quella aberrazione concettuale che è la “guerra preventiva” e di quella follia che è stato l’intervento in Iraq.

Personalmente ho creduto alla prospettiva del Partito democratico anche quando pareva difficile, quando era considerata lontana e impossibile. Mi sembrava che con l’abbattimento del Muro, con la vittoria della libertà sulle dittature comuniste, potesse aprirsi un tempo nuovo. Un tempo di libertà, un tempo di ricerca fuori dai recinti ideologici, un tempo di curiosità intellettuale e di incontro con l’altro. Un tempo di ponti e non più di fili spinati.

Mi sembrava che si aprisse la possibilità di costruire un campo ampio e pluralista, capace di comprendere chi pensava che con la fine degli “ismi” non fosse finito il bisogno di giustizia sociale, di riscatto degli ultimi, di difesa dei diritti umani e civili. Il bisogno di una sinistra moderna e innovativa, per chi ad essa sentiva di appartenere e vedeva aprirsi opportunità inedite per rispondere, in modo nuovo, ai propri compiti di sempre.

Ora, dopo un percorso inevitabilmente travagliato, questo sogno si sta realizzando, e si sta facendo strada, credo non solo in Italia, l’idea che occorra far vivere un nuovo campo del pensiero democratico, delle idee di libertà, di giustizia sociale e di innovazione.

L’Europa è andata a destra, in questi anni, perché la sinistra è apparsa imprigionata, salvo eccezioni, in schemi che l’hanno fatta apparire vecchia e conservatrice, ideologica e chiusa. Ad una società in movimento, veloce, portatrice di domande e bisogni del tutto inediti, si è risposto con la logica dei “blocchi sociali” e della pura tutela di conquiste la cui difesa immobile finiva con il privare di diritti fondamentali altri pezzi di società.

Il Partito democratico dovrà saper corrispondere alle nuove domande. Al bisogno di libertà e di fluidità sociale di ceti sempre più mobili, coniugando queste esigenze con la ragione della sua stessa esistenza, e cioè la costruzione di una società in cui le capacità di ciascuno possano essere messe alla prova indipendentemente dalle condizioni di partenza. Di una società che “si prenda carico”, che non sia cinica o egoista, che si ponga il problema che l’Istat ci ha appena detto essere intatto: la distanza tra chi sta molto bene e chi sta molto male, in Italia, non accenna a diminuire.

Una società dove la precarietà non sia la regola, dove non sia l’incertezza a segnare, a ferire, la vita delle persone.

E’ la precarietà soprattutto dei giovani, dei nostri ragazzi, delle nostre ragazze. In un tempo fantastico della vita viene chiesto loro solo di “aspettare”. Aspettare di avere un lavoro certo, un mutuo per la casa e, con questi, la possibilità di mettere su famiglia e avere dei figli. La vita non può essere saltuaria. La vita non può essere part-time. Un imprenditore può assumere così, all’inizio, ma poi spetta alla comunità rendere certo l’incerto, per il ragazzo e per l’impresa.

E’ la lotta alla precarietà, la grande frontiera che il Partito democratico ha davanti a sé.

Io qui oggi parlo non da uomo di partito e neanche da uomo di parte. Parlo da italiano.

Da persona che ama il suo Paese e pensa che il destino dell’Italia venga davvero prima di ogni altra ragione o considerazione particolare.

Guardo il mio Paese e se vedo segni di profondi cambiamenti, vedo anche indizi di un declino possibile: la precarietà, appunto. E poi l'invecchiamento della popolazione, la scarsa istruzione, la debolezza della  ricerca, l’inefficienza di molti servizi collettivi, un sistema fiscale in cui convivono sacche di evasione ed una pressione troppo alta. Vedo la tendenza all’illegalità diffusa, a rifugiarsi in difese corporative o in settori di rendita, a difendere con le unghie e con i denti grandi e piccoli privilegi, a evitare ogni possibile apertura alla concorrenza.

E nella nostra società, a fianco di una grande ricchezza a volte nascosta in termini di “capitale sociale”, sento esserci uno stato d’animo fatto di smarrimento, di stanchezza, di pessimismo, persino di forme di intolleranza, di incattivimento, di omofobia, di diffidenza e chiusura verso tutto ciò che appare estraneo, diverso.

Sono tutti segni del rischio di declino segnalato in un bel saggio da Michele Salvati, che qui, in questo momento, vorrei ricordare insieme a Pietro Scoppola e ad altri come coloro che hanno stimolato con più determinazione e coerenza la nascita di questo partito nuovo.

L’Italia ha bisogno di crescita. Il governo Prodi sta lavorando per questo, e le cifre, i risultati, stanno confortando lo sforzo e le scelte fatte. In una situazione di straordinaria difficoltà e con una eredità pesante sulle spalle, in un anno il governo ha portato avanti una grande opera di risanamento finanziario che oggi fa rispettare all’Italia i parametri europei, ha rotto un lungo immobilismo con le liberalizzazioni e l’apertura dei mercati, ha restituito credibilità all’Italia sia in sede politico-istituzionale che in sede economica.

E sia chiaro che il primo compito del nascente Partito democratico è il pieno, coerente e deciso sostegno all’azione del Governo Prodi, al cui successo sono legate molte delle prospettive dei democratici.

L’Italia deve crescere, deve crescere e investire sulla sua competitività, sul talento e sulla creatività dei suoi ceti produttivi, sull’unicità della sua bellezza e della sua cultura. La cultura, il nostro patrimonio ambientale, monumentale, artistico: è qualcosa che certo non teme delocalizzazioni, che è legato alla nostra storia e al nostro territorio, che è una delle nostre più grandi risorse, un elemento della nostra identità e della nostra forza nel mondo.

Crescere e competere è possibile, si è dimostrato. Il sistema bancario italiano non è più quella frammentazione di soggetti che è stato per molto tempo. Oggi banche e industrie nazionali acquistano, conquistano ed entrano a far parte di reti e gruppi europei. La nazionalità non si difende con le barriere, ma con una maggiore competitività, con un’ampia disponibilità all’innovazione, con la capacità del sistema Paese di promuovere e di accompagnare.

Penso ad esempio alle medie imprese. Il Paese vive di questo. Sono il cuore dell’Italia che produce, a cominciare dal Nord, anche perché ciascuna di esse porta con sé nella competizione globale un gran numero di micro-imprese. Stanno creando sviluppo, sono una delle carte più alte che abbiamo in mano per raggiungere possibili futuri successi. Vanno sostenute, vanno aiutate a diventare grandi, a non cadere in una spirale esclusivamente finanziaria, a spingere verso l’innovazione.

E’ più di una scelta. Deve essere nella natura del Partito democratico, fare questo. Dobbiamo saperlo: senza crescita, gli obiettivi di una grande forza dell’equità e delle opportunità sono destinati a soccombere.

La battaglia da sostenere, diceva Olof Palme, “non è contro la ricchezza, è contro la povertà”. Ricordiamole sempre, tutte e due le cose.

Superiamo allora gli odi, i rancori e le divisioni che impediscono di guardare con lucidità alla situazione economica. La ripresa economica non è né di destra né di sinistra: è un bene per tutto il Paese, e tutti abbiamo il dovere di fare ciò che è necessario per prolungarla, rafforzarla, estenderla ai settori e ai territori che ancora non l’hanno agganciata. Un duraturo e moderno sviluppo economico non si ottiene se ciascun soggetto, ciascuna impresa, ciascuna categoria, si rinchiude in sé stessa come una monade isolata dal contesto esterno. Non si fa sviluppo con l’egoismo. E nemmeno con l’egoismo nazionale.

Ogni nostalgia nazionalistica è del tutto anacronistica. In un’Europa debole e divisa, nessuno Stato nazionale, grande o piccolo che sia, è in grado di assicurare ai suoi cittadini prosperità, sicurezza, libertà, pace. E’ solo l’Unione, che non cancella identità e culture nazionali, che può riuscire a far questo. Può riuscire solo un’Europa politica e democratica, che abbia più peso e più responsabilità, che segua il principio guida fissato all’inizio dell’avventura europea, quello della limitazione delle sovranità nazionali.

L’azione che il governo italiano sta portando avanti, il ruolo che lo stesso Presidente Napolitano svolge, sono la prova di quanto sia importante che i Paesi più convintamente europeisti, come il nostro, non lascino che l’Unione venga sospinta al largo dal vento dell’euroscetticismo, che in questo momento soffia forte. Che non rinuncino all’idea di far procedere speditamente l’Europa con il principio della doppia maggioranza e con lo strumento della cooperazione rafforzata. L’Europa ha bisogno di un’Italia stabile, forte, che cresce.

La nuova Italia nasce dalla riscrittura di almeno quattro grandi capitoli della nostra vicenda nazionale: ambiente, nuovo patto fra le generazioni, formazione e sicurezza.

I mutamenti climatici sono il primo banco di prova di questa vera e propria sfida. Dobbiamo convincerci tutti che l’aumento dell’effetto serra causato dal modo tradizionale di produrre e consumare energia non è un problema di astratta e accademica ecologia. I cambiamenti del clima sono ormai un drammatico dato di fatto: fermarli non è solo un dovere etico verso le future generazioni, è un interesse tremendamente concreto di noi contemporanei. In cima alle priorità della politica e dell’azione pubblica deve stare il futuro ambientale del nostro Paese e dell’intero pianeta. Affrontare i cambiamenti climatici. Realizzare gli obiettivi di Kyoto, e i successivi che sarà necessario darsi per ridurre le emissioni. Potenziare le azioni di risparmio energetico. Espandere l’uso delle fonti rinnovabili. Investire in dosi massicce sulle infrastrutture e sulle tecnologie per la mobilità ecosostenibile. Mettere l’apparato industriale e di ricerca italiano in linea con quelli dei paesi che prima di noi hanno investito sulle nuove tecnologie per l’ambiente.

La strada è quella indicata dai tre “20%” fissati come obiettivo al 2020 dall’Unione Europea: +20% di fonti rinnovabili, -20% di consumi energetici, -20% di emissioni di gas serra. Che vuol dire consumare molta meno energia per ogni euro di Pil prodotto, diffondere l’uso dell’energia solare ed eolica, promuovere il risparmio energetico nell’industria, nei trasporti, nei consumi civili.

L’Italia deve giocare da protagonista questa partita recuperando il terreno perduto, oppure non solo avremo mancato di dare il contributo che ci tocca a fermare i mutamenti climatici, ma ci ritroveremo più arretrati, meno dinamici e competitivi degli altri grandi paesi europei. Anche in termini di investimenti, la riconversione ambientale del Paese può diventare un traino per l’intera economia, come è stato in passato per il settore delle telecomunicazioni. Per farlo, si può utilizzare anche il sistema dei prezzi e del mercato, per favorire una grande allocazione di risorse a favore delle politiche ambientali. Si può pensare ad esempio a tasse di possesso automobilistico legate alla qualità delle emissioni, alla detassazione degli investimenti in ricerca e sviluppo ambientale, alla previsione di inasprimenti fiscali per tutti coloro che si sottraggono alle sfide dell’ecocompatibilità.

Quello a cui pensiamo è l’ambientalismo che proponendosi di diventare politica generale, informatrice di ogni scelta, rifiuta la logica del no a tutto. Non si può dire no all’alta velocità se poi l’alternativa è il traffico che inquina e la qualità della vita che peggiora perché per spostarsi ci vuole il doppio del tempo e il doppio dei consumi, il doppio dell’energia. Non si può dire di no al ciclo di smaltimento dei rifiuti moderno ed ecologicamente compatibile e lasciare che l’unica l’alternativa siano discariche a cielo aperto ed aria irrespirabile e nociva.

Quello a cui pensiamo è l’ambientalismo dei sì. Sì a utilizzare le immense possibilità della tecnologia per difendere la natura. L’ambientalismo è l’unico campo in cui l’obiettivo più radicale è conservare: conservare un equilibrio naturale. Ma è anche l’unico campo in cui l’unico modo per conservare è innovare: dal ciclo di smaltimento dei rifiuti, appunto, alla possibilità di muoversi usando infrastrutture su ferro; dall’uso dell’energia solare all’idrogeno. Sono le conquiste scientifiche e tecnologiche a consentire, oggi, di difendere l’aria, l’acqua, la Terra.

Un nuovo patto generazionale. Per fortuna - o meglio, per merito di quello stato sociale che i nostri padri hanno costruito per far fronte al rischio della malattia e della vecchiaia - l’età media si allunga. Nella sua recente Relazione il governatore Mario Draghi lo ha sottolineato con estrema chiarezza: nel 2005 vi erano 42 ultrasessantenni per ogni 100 cittadini. Ve ne saranno 53 nel 2020 e ben 83 nel 2040.

È una buona notizia. Non è una disgrazia che ci cade tra capo e collo. Una disgrazia la può diventare solo se noi saremo conservatori, pretendendo di fare fronte alle nuove insicurezze e ai nuovi problemi - almeno in parte connessi ai nostri stessi successi - con le vecchie ricette.

Pensate alla portata straordinaria dell’innovazione introdotta più di trent’anni fa nella previdenza pubblica dall’adozione del sistema cosiddetto a ripartizione, che sostituiva quello a capitalizzazione, nel quale ognuno versava i contributi “per sé”: io lavoratore in attività pago oggi i miei contributi, che vengono usati per pagare le pensioni ai pensionati di oggi, in nome del patto, garantito dallo Stato, che prevede che i lavoratori attivi di domani pagheranno a loro volta la mia pensione… e così via, in un sempre rinnovato rapporto di solidarietà tra le generazioni.

È solo un esempio di metodo, che faccio per dimostrare come il dinamismo economico e sociale - ed un più elevato grado di giustizia sociale - possa essere sorretto da un patto tra generazioni che sappia ispirarsi ai valori eterni di solidarietà ed eguaglianza, ma anche modificare profondamente gli strumenti e le politiche per attuarli.

È su quest’ultimo terreno che abbiamo accumulato un ritardo. Perché non siamo stati sempre fedeli interpreti di quel principio di distinzione tra destra e sinistra che enunciò tanti anni fa il più giovane vecchio della sinistra italiana, Vittorio Foa, quando rispose: destra e sinistra? La prima, è figlia legittima degli interessi egoistici dell’oggi. La seconda, è figlia legittima degli interessi di quelli che non sono ancora nati.

Ecco. Non si può dire meglio. Ma dobbiamo poi essere conseguenti, anche - mi si passi la pedanteria - nell’uso del nostro tempo: da molti anni dedichiamo almeno un’ora al giorno del nostro tempo a discutere se si deve andare in pensione a 57, a 58 o a 60 anni, ma solo qualche secondo a progettare una risposta al fatto che continua ad aumentare il numero dei bambini che vivono in famiglie al di sotto della linea di povertà relativa; lo stesso esiguo tempo che dedichiamo a cercare soluzioni per le famiglie che, dovendo improvvisamente fare fronte alla cura di un anziano non autosufficiente, vedono la qualità della loro vita e il livello del loro reddito precipitare verso il basso, spesso in modo insostenibile.

Ecco quale Partito democratico io vorrei: un partito che lavori al buon esito del confronto sull’ammorbidimento dello “scalone”, certo, ma concentri la gran parte dei suoi sforzi di elaborazione e di iniziativa sugli odierni fattori fondamentali di disagio e di disuguaglianza, proprio a partire dalle principali vittime del mancato adeguamento dello Stato Sociale alla nuova realtà della società e dell’economia: bambini poveri nei primi anni di vita e persone molto anziane non autosufficienti.

Il Partito democratico che vorrei deve darsi, a questo proposito, obiettivi anche quantitativamente verificabili, in un orizzonte di medio-lungo periodo. Noi sappiamo che questa mattina, in Italia, nello stesso ambito territoriale, sono nati due bambini: uno è figlio di genitori entrambi laureati, l’altro è figlio di genitori con diploma di scuola media inferiore. Il primo ha sette volte le probabilità del secondo di laurearsi: un abisso di dispari opportunità, una immobilità sociale che è causa non ultima dello scarso dinamismo economico.

L’insieme degli obiettivi per cui nasce il Partito democratico potrebbe dunque riassumersi in uno solo: noi vogliamo che, entro dieci anni, questo divario di opportunità - di vita, di successo e di felicità - si riduca del 30%, facendo ripartire quella mobilità sociale che, forte dai primi anni ‘60 fino alla metà degli anni ‘70, ha progressivamente frenato, fino ad arrestarsi del tutto.

La nostra società deve muoversi. Oggi, in una società immobile, a pagare il prezzo più alto sono i nostri ragazzi, che prima dei venticinque-trent’anni non entrano nel mondo del lavoro, e che non possono più contare su quella sequenza certa - studio, lavoro, pensione - che abbiamo conosciuto noi. E’ come se oggi la vita dei giovani italiani fosse scandita da un orologio sociale ormai sfasato, messo a punto per un tempo che non c’è più.

Perché mai oggi un ragazzo non deve poter avere le garanzie, le tutele sociali e le opportunità che esistono per i suoi coetanei inglesi? Perché non può contare su un efficace sistema di ammortizzatori sociali - quello verso il quale il governo si sta incamminando - di fronte al rischio di perdere il lavoro, di doverlo cambiare o anche solo alla voglia di farlo? Perché in questi casi non può fare affidamento su indennità di disoccupazione e su opportunità di formazione utilizzabili lungo l’intero arco della vita? E perché se vuole metter su famiglia e ha il problema della casa non deve poter contare su un vasto insieme di interventi che vanno dal rilancio dell’edilizia popolare, alla sperimentazione di un nuovo housing sociale, alla messa in campo di strumenti finanziari che sblocchino il mercato degli affitti o di interventi che rendano disponibili con meccanismi di mercato le tantissime abitazioni oggi vuote?

Mi ripeto, so di farlo: la lotta alla precarietà è la grande frontiera che il Partito democratico ha davanti a sé. Non si vince questa lotta senza riscrivere un patto generazionale tra gli italiani. Senza spostare le ingenti risorse oggi impegnate per far fronte agli squilibri del sistema pensionistico verso i giovani e la loro inclusione.

Il sindacato, che nel corso della nostra storia ha più di una volta saputo difendere i diritti e gli interessi dei lavoratori assumendosi con coraggio responsabilità generali, sta dimostrando, deve dimostrare, di poter essere protagonista della scrittura di questo nuovo patto. Il Governo, che ha saputo praticare nuovamente quel metodo della concertazione che nel recente passato ha permesso all’Italia di raggiungere traguardi che a prima vista sembravano impossibili, ha iniziato a scriverne pagine importanti. Come quella che finalmente, in queste ore, sta portando ad un aumento delle pensioni più basse.

Altri passi dovranno seguire: azioni per l’invecchiamento attivo, perché gli anziani esprimono tante energie non solo per le loro famiglie, ma anche per la collettività; flessibilità di uscita e part-time in uscita, perché deve essere garantita ai lavoratori una vera libertà di scelta; maggiore sicurezza sul lavoro, perché su questo ogni giorno c’è un terribile bollettino che nega la civiltà del nostro Paese.

C’è poi un capitolo, del patto fra le generazioni, che dobbiamo avere il coraggio di non dimenticare. A carico di noi tutti, ormai da vent’anni, pesa un ingente debito pubblico, conseguenza dei conflitti sociali degli anni ‘70 e dell’irresponsabilità degli anni ‘80. Anche questo, rischiamo di trasferire alle generazioni più giovani e ai nostri figli.

Con l’ingresso nell’euro abbiamo fatto il primo grande passo per permettere al Paese di andare oltre, di proiettarsi verso il futuro. Ma dobbiamo oggi progettare il passo ulteriore. Come spiegheremmo, in caso contrario, una simile inadempienza ai nostri figli?

Una politica finanziaria rigorosa, quindi, non è figlia dell’ideologia, ma della necessità. La necessità di generare risorse per abbattere gradualmente il debito pubblico.

Il cammino del risanamento delle pubbliche finanze è ricominciato, grazie agli sforzi del Governo Prodi. Il deficit pubblico, che aveva raggiunto il 4,4% del Pil nel 2005 scenderà al 2,3% nel 2007. Il positivo ciclo economico ha aiutato l’azione del Governo, e dobbiamo fare ogni sforzo per far funzionare ancora per alcuni anni il circolo virtuoso fra crescita e risanamento. Ogni frutto aggiuntivo che il meccanismo potrà generare dovrà poi equamente essere utilizzato per la riduzione della pressione fiscale e per il sostegno alle nuove politiche del patto intergenerazionale.

La pressione fiscale. So che l’artigiano, il commerciante, il piccolo imprenditore quando è leale col fisco - e lo sono i più - paga molto, troppo. So che trova insopportabili i costi che deve affrontare per rispondere ai mille adempimenti burocratici che sono la premessa del pagamento delle tasse. So che, ad esasperarlo, è la distanza tra ciò che paga e ciò che riceve in cambio, in termini di infrastrutture, di efficienza della Pubblica Amministrazione, di buon funzionamento del servizio giustizia e sicurezza. E so infine che questo imprenditore si trova spesso di fronte ad un’Amministrazione Finanziaria che chiede a lui puntualità e precisione per ogni adempimento, ma è tutto meno che puntuale e precisa quando deve ridare al contribuente quei crediti che - specie nel caso dell’Iva - si fanno invece attendere per anni.

Non è con gli odi di classe che si sconfigge l’evasione. E’, al contrario, attraverso il convincimento e l’adesione ad un comune progetto per la società. E’ attraverso la semplificazione del sistema tributario e dei suoi adempimenti. E’ con la trasformazione dell’amministrazione fiscale in soggetto che offre un servizio ai cittadini e alle imprese utilizzando condizioni il più possibile amichevoli e poco invadenti.

Da questa consapevolezza, faccio derivare un impegno preciso: io penso ad un Partito democratico che in tema di lotta all’evasione fiscale bandisca dalla sua cultura politica ogni pregiudizio classista, considerando altrettanto esecrabili quell’imprenditore che evade, quel pubblico dipendente che percepisce lo stipendio e non fa quello che dovrebbe e chi offre lavoro in nero.

E poi, penso ad un Partito democratico che lavori duramente alla riqualificazione della spesa pubblica: ogni anno, ci si scatena in una lotta durissima per limare ai margini i capitoli di spesa, in più o in meno, senza mai gettare lo sguardo sulla parte più consistente della spesa, quella che si ripete ogni anno, senza che ci si chieda se serve davvero a qualcosa. Le pubbliche amministrazioni devono invece giustificare l’utilità di tutte le somme che richiedono, non solo di quelle aggiuntive: giustificare fin dal primo euro ogni richiesta di stanziamento, valutare fino all’ultimo euro come sono stati utilizzati i soldi dei contribuenti.

Qui c’è il nodo cruciale delle infrastrutture: hai un bell’innalzare la produttività del lavoro in azienda, hai un bel curare l’innovazione costante del prodotto e del processo, quando poi il tuo competitore straniero ti batte perché la sua merce viaggia verso i mercati ad una velocità tripla, o quadrupla, rispetto alla tua. O quando il tuo competitore tedesco, per ricavare quel che si può dal fallimento di un suo creditore, in sede giudiziaria, deve aspettare meno della metà del tempo che devi aspettare tu, qui in Italia.

Non è solo questione di soldi. Per il servizio giustizia, in rapporto al Pil, spendiamo come gli altri partners europei. Ma otteniamo tanto di meno.

E per le infrastrutture materiali, almeno al Nord, i soldi si potrebbero trovare sul mercato finanziario. È questione di riforme non fatte. Nella Legge Finanziaria per il 2007, ad esempio, c’è un primo segnale, a proposito di infrastrutture: l’intesa Governo centrale-Regione Lombardia, che attribuisce il potere di decidere per le concessioni stradali e autostradali a una società creata dalla Regione e dall’Anas. Un primo passo verso un vero federalismo in campo infrastrutturale. Un’esperienza che può essere estesa ad altre Regioni, così creando le condizioni per responsabilizzare cittadini e istituzioni, aggredire i diritti di veto, chiamare i capitali privati a concorrere a migliorare la dotazione infrastrutturale del Paese, con uno schema che preveda una quota di risorse pubbliche superiore per il Mezzogiorno.

Tutto bene, si dirà. Ma la pressione fiscale complessiva, secondo il Partito democratico, deve diminuire o no?

Se la domanda venisse posta solo da quelli che hanno promesso di “abolire l’Irap” e di ridurre la pressione fiscale, che hanno governato per cinque anni e hanno lasciato l’Irap intatta e la pressione fiscale (somma di tutti i contributi più tutti i tributi, in rapporto al Pil) di quasi un punto più alta di quella del 2001, non varrebbe la pena di rispondere. Ma questo non ci esime dal dire con chiarezza che per troppi anni la sinistra si è accomodata nella logica del “tassa e spendi”. È nostro interesse e dovere, dunque, dar conto della svolta che dobbiamo operare.

Parliamoci chiaro: con un volume globale del debito pubblico quasi doppio rispetto a quello dei nostri principali partners europei, il livello della pressione fiscale non potrà essere drasticamente ridotto, nei prossimi anni. Ripeto: hanno dovuto prenderne atto, nei cinque anni trascorsi, anche quanti avevano irresponsabilmente proposto di diminuirlo di un punto di Pil all’anno per cinque anni. È invece assolutamente realistico prevedere una consistente riduzione della pressione complessiva nei prossimi tre anni: la rende possibile proprio quella stabilizzazione della finanza pubblica che è uno dei migliori risultati di questo primo anno di governo.

Così “aggiustato” nell’immediato futuro il livello complessivo della pressione fiscale, dovremo finalmente aggredire due nodi di ben altra difficoltà: l’evasione fiscale da un lato e l’equilibrio tra le diverse forme di imposizione dall’altro.

L’evasione è il cancro che corrode il rapporto di fiducia tra cittadino e Stato: se il livello della pressione fiscale italiana è ormai paragonabile a quello dei grandi paesi dell’Europa continentale, il più elevato livello di evasione ci dice che - sui contribuenti onesti e leali - siamo giunti a un carico elevatissimo, da record europeo. Il rischio è che si precipiti in un circolo vizioso: le innovazioni legislative funzionali alla lotta all’evasione mettono nuovi compiti burocratici e nuovi costi a carico dei contribuenti che già pagano; altre innovazioni legislative innalzano le aliquote o allargano le basi imponibili, mentre quelli che evadono tutto o quasi restano al riparo dalle une e dalle altre.

Mi chiedo se non si debba lavorare a un profondo ripensamento di tutto questo, per entrare in una spirale virtuosa: man mano che lo Stato abbassa le aliquote e semplifica gli adempimenti, i contribuenti accrescono il livello di fedeltà delle loro dichiarazioni, e la loro recuperata fiducia nello Stato crea quel clima di condanna sociale dell’evasione che oggi manca.

Non sto proponendo, vorrei che fosse chiaro, la flat tax [imposta con un'unica aliquota fissa rispetto a tutte le categorie reddituali e la drastica riduzione delle agevolazioni fiscali. Nota mia], tanto cara alla destra in Europa e nel mondo. Sto parlando di un’iniziativa che - nel contesto di un sistema fiscale che obbedisce al principio costituzionale della progressività e, anzi, al fine di meglio applicarlo - rinnovi il patto fiscale che è alla base di una ben organizzata comunità.

Pagare meno, pagare tutti: in questi lunghi anni che ci stanno alle spalle, questo indirizzo è stato interpretato nel senso che solo quando tutti avranno preso a pagare tutto, secondo le aliquote elevate oggi in vigore, solo allora si potrà far pagare meno, cioè ridurre le aliquote, ottenendo un gettito pari. Mi pare di poter dire che i risultati delle diverse stagioni politiche non depongono a favore di questa strategia. Proviamo allora ad adottarne una che agisca contemporaneamente sui due tasti, attraverso un approccio graduale.

Pensiamo ad esempio alla tassazione degli affitti. Oggi, l’evasione dilaga: chi percepisce l’affitto, dovrebbe pagarci sopra le tasse con l’aliquota marginale dell’Irpef. Chi lo paga “in bianco”, non detrae nulla. Proviamo a fare il contrario: aliquota del 20% sull’affitto percepito, uguale per tutti (l’aliquota più bassa dell’Irpef è il 23%) e significativa detrazione per chi lo paga, uscendo dal “nero”. Nei primi anni la caduta del gettito sarebbe troppo pesante? Cominciamo allora dalle case prese in affitto dalle giovani coppie e dagli studenti universitari e poi, se funziona, estendiamo la riforma a tutti gli affitti.

Quanto alle forme dell’imposizione fiscale, non c’è dubbio che oggi esista un grave squilibrio tra pressione sulla rendita da un lato e pressione sul lavoro e sull’impresa dall’altro. Anche in questo caso, vorrei bandire ogni equivoco: un ben funzionante mercato finanziario è una delle condizioni dello sviluppo. E il mercato finanziario funziona bene se è aperto. E, per aprirsi, non può sopportare forme di prelievo fiscale sulle rendite incompatibili con quelle prevalenti nell’area economico-finanziaria e monetaria di riferimento.

Ma proprio questo è il punto: il prelievo fiscale sulla rendita è in Italia decisamente più basso di quello medio in Europa, così da provocare evidenti distorsioni. Cito quella che mi pare la più clamorosa: un manager, sulle plusvalenze delle sue stock options, paga con un’aliquota del 12,5%; un operaio che versa il suo salario in banca paga sugli interessi un’aliquota del 27%. Dobbiamo dunque operare per l’armonizzazione delle aliquote di prelievo, prendendo tutte le precauzioni, ma senza timidezze. Fra l’altro, i mercati finanziari, a fine 2006, già hanno scontato gli effetti dell’armonizzazione, in forza degli annunci fatti dall’Unione in campagna elettorale.

Se la nostra è la società della conoscenza, l’educazione e la formazione sono al centro di tutto. Non possiamo più trovarci costantemente agli ultimi posti tra i paesi a cosiddetto sviluppo avanzato, non è più accettabile che i diplomati tra i 25 e i 64 anni, ossia nella fascia di età dove si concentra il tasso di occupazione, siano solo il 37,5%, otto punti in meno della media Ocse. Non è possibile che i laureati in Italia siano appena il 12% della popolazione, poco più di uno ogni dieci italiani, la metà della media Ocse.

Abbiamo bisogno di un piano nazionale per la scuola e l’Università. E’ una priorità assoluta. Dobbiamo dare credito alle nostre ragazze e ai nostri ragazzi. Renderli sicuri che alla fine del loro percorso formativo, sia nelle scuole secondarie che nelle Università, potranno avere accesso ad una prima esperienza di lavoro, sotto forma di stage, di master, di apprendistato tradizionale o di alto apprendistato. Dobbiamo offrire a tutte e tutti un’opportunità, con meccanismi di selezione trasparenti, che premino i più meritevoli. E valorizzare, soprattutto, il sistema dell’istruzione tecnica e professionale, per il quale il sistema delle imprese italiane esprime una domanda di circa 200 mila giovani qualificati all’anno, che spesso, e soprattutto al Nord, c’è difficoltà a reperire. Dobbiamo attrarre studenti e docenti nelle nostre università: per questo abbiamo bisogno di un sistema di campus universitari, come i tre che abbiamo in cantiere a Roma, che permettano di calmierare il mercato degli affitti e di offrire ospitalità a costi accessibili.

E poi anche nel nostro sistema formativo c’è una “questione meridionale”. Vorrei citare ancora il governatore Draghi, la sua Relazione: “La bassa collocazione del nostro sistema scolastico nelle graduatorie internazionali ha una caratterizzazione territoriale che merita attenzione. Al Sud i divari nei livelli di apprendimento sono significativi già a partire dalla scuola primaria, tendono ad ampliarsi nei gradi successivi: un quindicenne su cinque nel Mezzogiorno versa in una condizione di ‘povertà di conoscenzà anticamera della povertà economica. Il ritardo si amplia se si tiene conto dei più elevati tassi di abbandono scolastico. L’esistenza di un divario territoriale così marcato mostra che il problema non sta solo nelle regole, ma anche nella loro applicazione concreta”. E conclude: “Per cambiare la scuola italiana si deve muovere dalla constatazione dei circoli viziosi che la penalizzano, disincentivano gli insegnanti, tradiscono le responsabilità della scuola pubblica”.

La sicurezza. Cominciamo con l’essere chiari: nessuno scrolli le spalle o definisca razzista un padre che si preoccupa di una figlia in un quartiere che non riconosce più. La sicurezza è un diritto fondamentale che non ha colore politico, che non è né di destra né di sinistra. Chi governa ha il dovere di fare di tutto per garantirla.

Avendo ben presente il presupposto: integrazione e legalità, multiculturalità e sicurezza, vivono insieme. Insieme stanno. Insieme cadono. Chi viene da lontano per scappare dalla fame e dalla guerra non può che essere almeno accolto da un Occidente egoista e avido. Ma per chi ruba ai cittadini quel bene prezioso che è la serenità c’è solo una risposta, ed è la severità e la fermezza con cui pretendere che rispetti la legge e che paghi il giusto prezzo quando questo non accade, quale che sia la sua nazionalità. Chi viene qui per fare male agli altri o per sfruttare donne o bambini deve essere assicurato alla giustizia, senza se e senza ma.

Dalla mia esperienza di questi anni ho imparato che la visione nazionale di un problema fondamentale come questo diventa concreta quando viene calata nella realtà del territorio. Quando la cooperazione forte tra governo e amministratori è una scelta non episodica ma strategica. Perché noi continuiamo a basarci su un modello che è sempre lo stesso da quarant’anni, mentre nel frattempo l’Italia è cambiata, sono cambiati gli insediamenti urbani e il territorio da governare è diventato più ampio ed eterogeneo, sono cambiati gli stili di vita delle persone.

Le politiche sociali, i processi di inclusione, sono importanti, lo sappiamo bene. Ma insieme, e siamo noi a poter coniugare le due esigenze, dobbiamo pensare ad un modo nuovo di assicurare e aumentare la presenza dello Stato sul territorio. C’è un problema di efficacia e c’è un problema di rassicurazione, perché ci sono i reati che tolgono la sicurezza reale e c’è la percezione dell’insicurezza. Anche questa merita risposte.

Più gente per strada, di questo c’è bisogno. Pensiamo solo a quale salto nei livelli di tutela della sicurezza delle persone e delle imprese si otterrebbe se tutto il personale che veste una divisa delle forze dell’ordine venisse liberato, tramite un processo di mobilità, dalle attività amministrative per essere impiegato a presidio del territorio, laddove i cittadini onesti - e anche i delinquenti - possano “sentirne” la presenza fisica.

Insomma, una nuova Italia richiede un cambiamento profondo, in molti casi radicale.

Il Partito democratico, la sua stessa nascita, può contribuire ad accelerare, a introdurre un forte elemento di coesione politica e programmatica.

Il Partito Democratico, ognuno lo intende, serve anche a “fissare” i riformisti al principio del bipolarismo e della alternanza. Quel principio che in varie forme, e con vari modelli elettorali, vive in ogni paese europeo. Bipolarismo, in alcuni casi bipartitismo, appaiono il modo in cui, per virtù politiche e/o istituzionali, si succedono al governo forze diverse, in un clima di stabilità e di rappresentanza non frammentata.

Le elezioni legislative francesi sono state un modello di funzionamento istituzionale perfetto: i cittadini hanno scelto con il loro voto e hanno selezionato, in due turni, un Parlamento compatto in un contesto democratico equilibrato. E così per le presidenziali: chi ha perduto ha riconosciuto pochi minuti dopo le prime proiezioni il successo del vincitore. Il Presidente eletto ha invitato all’Eliseo il contendente per discutere i lineamenti della posizione che la Francia avrebbe portato al Consiglio europeo. Tra cinque anni i cittadini misureranno se gli impegni presi dalla maggioranza e dall’opposizione sono stati rispettati.

Vediamo, nel caso francese, due aspetti. Uno è il funzionamento della legge elettorale e dei meccanismi istituzionali. L’altro è il senso di responsabilità nazionale delle forze politiche. Da noi tutto è frammentazione. Abbiamo, in questa legislatura, ben quattordici gruppi parlamentari. I partiti di governo sono dieci, più o meno altrettante sono le formazioni politiche che stanno all’opposizione. Ci vuole davvero poco per vedere quanto la legge elettorale irresponsabilmente approvata nella scorsa legislatura abbia favorito l’ingovernabilità del Paese.

Non è possibile, voglio dirlo con chiarezza, che in un sistema democratico moderno un senatore possa avere nelle mani il destino di una legislatura. Non è possibile che il suo voto possa contare più del voto di milioni di persone chiamate a scegliere chi governa.

La democrazia invece è proprio questo: “decisione”. E’ ascolto, è condivisione. Ma alla fine, è decisione.

Un governo che abbia i poteri per essere tale, un Parlamento che controlli severamente e indirizzi l’azione dell’esecutivo, ma che non pretenda di essere, esso stesso, governo assembleare.

Nei Comuni e nelle Regioni c’è stata, in questi anni, stabilità. E c’è stato cambiamento. I Sindaci rispondono ai cittadini e non, come era un tempo, alle correnti dei partiti. E i poteri locali sono divenuti un motore prepotente dello sviluppo italiano e dell’incremento del Pil. Con una costante crescita, specie per i Comuni, nel gradimento dei cittadini verso le istituzioni.

La legge elettorale deve essere cambiata. Si trovi un meccanismo, non bisogna guardare lontano, che garantisca quattro obiettivi: contrasto della frammentazione, stabilità di legislatura, rappresentatività del pluralismo, scelta del governo da parte dei cittadini.

La legge è urgente e necessaria. E’ una condizione della vita democratica del Paese. Solo chi non è responsabile può pensare di trascinare l’Italia verso altre elezioni, che con questo sistema produrrebbero solo altra instabilità e altro caos. Cambiare, in un confronto parlamentare serio e aperto. E se il Parlamento non riesce a farlo sarà allora il referendum a spingere, sulla base dell’abrogazione, verso la definizione di un nuovo sistema.

L’Italia ha bisogno di stabilità. Quella stabilità che è stata tanto più vicina, in quest’ultimo decennio, tanto più ci siamo incamminati lungo la strada del bipolarismo, iniziata con la riforma in senso maggioritario del vecchio sistema elettorale proporzionale. Quello, sarebbe bene ricordarlo sempre, delle crisi di governo pressoché continue e degli esecutivi non scelti dai cittadini con il loro voto, ma formati dopo lunghe e a volte non troppo chiare trattative che duravano settimane, se non mesi.

La possibilità della scelta: questo è il principio da affermare e da far vivere. Questa è la chiave da consegnare all’Italia.

Agli italiani, che devono poter scegliere in modo lineare, pieno e consapevole chi dovrà governarli per cinque anni. A chi governa, che deve avere gli strumenti necessari per guidare il Paese, per attuare il programma con il quale è stato eletto, per decidere.

Questa è la forza della democrazia, di una “democrazia che decide”. Delega e responsabilità. Equilibrio tra potere di decisione e potere di controllo. Con lo scettro affidato a coloro ai quali spetta in democrazia: i cittadini, il popolo che vota e che dopo cinque anni approverà o boccerà l’operato di chi li ha governati.

Ma la crisi del nostro sistema democratico, più volte richiamata dal Presidente Napolitano con l’amore per le istituzioni e il Paese che tutti gli riconoscono, non è solo legata alla legge elettorale.

E’ il sistema istituzionale, che in molti aspetti, deve cambiare. E’ ormai matura, sulla spinta della sollecitazione dell’opinione pubblica e della consapevolezza degli stessi gruppi parlamentari, una profonda riforma della politica.

Perché se i parlamentari eletti direttamente sono 577 in Francia, 646 in Gran Bretagna, 614 in Germania e 435 negli Stati Uniti, in Italia ci devono essere mille tra deputati e senatori? Perché una legge deve passare, per essere approvata, una o due volte in due rami del Parlamento? Perché il governo non può vedere approvate o respinte le sue proposte di legge in un tempo certo? Perché il Presidente del Consiglio non ha il diritto di proporre lui al Presidente della Repubblica la nomina e la revoca dei ministri? Perché non ridurre, a tutti i livelli, la numerosità di tutti gli organismi elettivi? Perché, una volta sviluppato tutto il necessario confronto nelle Commissioni, non approvare la legge finanziaria senza lo stillicidio degli emendamenti in Aula?

Il Parlamento sta andando in questa direzione. Ma bisogna fare presto. La risposta alle domande retoriche che ho posto è una sola, purtroppo. Perché molti, in questo Paese, vogliono una democrazia debole, poteri istituzionali fragili, una politica al tempo stesso flebile e invadente.

Non possono passare anni per una decisione. Non possono essere decine di organismi a dare pareri, mettere veti, condizionare scelte. Non ci possono essere decine di istituzioni da cui un cittadino, un imprenditore o un amministratore deve passare prima di vedere realizzato un progetto.

L’Italia è diventata il Paese in cui tutti, a tutti i livelli, hanno il diritto di mettere veti e nessuno ha il diritto di decidere.

Più è lunga e sfilacciata la filiera delle decisioni, più si fa strada il fenomeno, che temo riemergere, della corruzione. Uno Stato semplice, non barocco, è uno Stato moderno. Quello che la storia e la pratica ci consegnano è invece una eredità confusa e vecchia. Se di fronte ad ogni problema urgente gli amministratori e i cittadini sono costretti a chiedere poteri straordinari, è perché evidentemente quelli ordinari non funzionano.

E torniamo al tema: senza poteri democratici funzionanti, è tutto il sistema che si allenta, si smaglia, apre la strada a poteri illegittimi. Un Paese può perdere la sua democrazia per “eccesso” di decisione, ma può anche perderla per “difetto” di decisione. Gli italiani vogliono che il governo che guida il Paese possa assumere su di sé decisioni e responsabilità, e che e ne risponda. E vogliono sceglierlo. Come in altre democrazie, che funzionano.

E’ così, con un’alta capacità di risposta, che si combatterà l’antipolitica. Occorre qui distinguere: un cittadino che critica sprechi e irrazionalità, che chiede alla politica sobrietà e rigore, non coltiva l’antipolitica, dice qualcosa di giusto. Come qualcosa di giusto dice chi vuole siano sempre rispettati i paletti tra sfera della politica e autonomia della società. Chi invece indica qualunquisticamente la politica come il nemico, chi soffia demagogicamente sul fuoco dell’insoddisfazione, ha il dovere di dire cosa si dovrebbe sostituire alla politica e alle istituzioni.

E lasciatemi dire: fa sorridere amaramente che chi ha governato l’Italia per complessivi sei anni cavalchi l’antipolitica con toni populistici quasi fosse un passante qualsiasi, facendo finta di non esserci mai stato.

Io credo nella insostituibilità della politica come strumento di regolazione, come capacità di evitare che una società smarrisca il senso di sé e rifluisca in ogni possibile forma di particolarismo. Ma la politica, per far questo, deve sapere mostrare il suo volto migliore. Bisogna stare meno nei talk-show televisivi, non pensare di avere ogni giorno una cosa speciale da dire. Bisogna che le leadership politiche si misurino con la vita reale dei cittadini. Bisogna che il potere sia sobrio, che rinunci più che chiedere, che non si faccia corpo separato, lontano. Penso al senso dello Stato e all’impegno civile di uomini come Massimo D’Antona e come Marco Biagi, solo e senza scorta.

Penso che spetterà al Partito democratico presentare in Parlamento una organica legge per la riforma degli istituti della politica. Una legge per la politica. Per favorire il carattere necessariamente lieve e ambizioso che la politica moderna deve assumere.

Una politica che sappia condividere: la vita dei cittadini, la quotidianità di persone che iniziano la loro giornata senza leggere gli editoriali dei giornali né domandandosi a quale dei vecchi partiti italiani si sentono legati.

No, non fanno e non si chiedono questo, l’anziana che fatica a pagare l’ultima bolletta del mese con quello che resta della sua pensione, l’operaio che deve mettere insieme un lavoro che non lo soddisfa e il dovere di mandare avanti una famiglia, l’imprenditore che sbatte la testa contro la burocrazia o l’artigiano e il commerciante che ha il dovere di pagare le tasse ma ha anche il diritto di avere uno Stato che gli renda più semplice la vita e lo consideri non un peso ma una risorsa.

Una politica sincera, pragmatica, ancorata ai suoi valori, non ideologica. E che contribuisca a voltare pagina in Italia.

La politica è, e deve essere, contrapposizione aperta, netta e trasparente tra programmi e soluzioni diverse. Ma c’è un confine di sobrietà e di rispetto dei problemi reali delle persone che non può consentire di proseguire oltre su una strada sbagliata.

Sbagliato è che ogni nuovo governo si senta in diritto di smantellare sempre e comunque tutte le leggi varate dal governo precedente e in particolare le regole più importanti, quelle da cui dipende il funzionamento e lo sviluppo del Paese. Non è possibile che tutto ciò che è stato fatto da chi c’era prima di te, se era dello schieramento avverso, sia sempre sbagliato. E con questo voglio dire, per essere chiaro, che una cosa sono le leggi “ad personam”, che vanno cancellate, e una cosa è ad esempio una legge come quella sul risparmio, che non è stata negativa.

Basta. Dobbiamo farla finita con lo scontro feroce e con i veleni, con le polemiche che diventano insulto. Il Paese di tutto questo è stanco, non ne può più. E da tempo non perde occasione per dirlo. Per dire che non vuole una politica avvolta dall’odio, dove l’altro è un nemico, dove i problemi reali finiscono in un angolo o vengono affrontati con soluzioni temporanee.

Voltiamo pagina. Gettiamoci alle spalle un modo di intendere i rapporti tra maggioranza e opposizione che non porta a nulla. A nulla, se non a far male all’Italia.

Voltiamo pagina. La politica può essere diversa. Non c’è niente, tranne la nostra volontà, che impedisca la costruzione di un modo di intendere i rapporti basato sulla civiltà, sul riconoscersi reciprocamente.

Mi è stato più volte dato atto di non aver mai partecipato a questa degenerazione del confronto. In ogni caso continuerò così, anche unilateralmente. Continuerò a pensare che non c’è un titolo di giornale che valga più del rispetto di un avversario. Non una battuta volgare che possa essere accettata come normale da un paese non volgare.

Voltiamo pagina. Facciamo in modo, per la prima volta da quindici anni, che non si formino più schieramenti “contro” qualcuno, ma schieramenti “per” affrontare le grandi sfide dell’Italia moderna.

Che la nostra diventi la società del rispetto, dell’apertura, del dialogo. Si può essere in disaccordo senza essere nemici. Si può far vivere una politica in cui si ammetta serenamente la possibilità che l’altra parte possa anche aver ragione. Una politica in cui ci si scontri duramente su programmi e valori, ma capace di convivenza e rispetto istituzionale. Nessuno occupi, mai più, il Parlamento repubblicano sventolando giornali e striscioni.

Sei anni come Sindaco di Roma mi hanno convinto, e credo di poter dire abbiano convinto soprattutto i cittadini romani, al di là delle naturali e legittime convinzioni di ognuno, che è possibile confrontarsi in modo civile e trasparente senza che nulla venga tolto alle rispettive idee. Avendo come unico ed esclusivo interesse il bene della propria comunità, la qualità della vita delle persone.

E’ con questo stesso spirito che continuerò a tenere fede all’impegno assunto con i miei concittadini. Con la stessa passione che mi ha fatto stare ogni giorno in mezzo a loro, tra i loro problemi e le loro speranze: un’esperienza unica di ascolto e di condivisione, che proseguirà e che mi accompagnerà sempre in ogni momento, in ogni scelta, in ogni decisione. Al patto che ho stretto con Roma non posso e non voglio venir meno, e d’altro canto l’amore per la mia città, per le mie radici, per il lavoro che sto portando avanti, mi impedisce di fare diversamente.

Il Partito democratico che immagino e che spero si rivolge a tutti gli italiani.

L’Italia deve recuperare in pieno, e il Partito democratico anche a questo deve servire, il senso di un’appartenenza comune, il senso profondo di essere una nazione.

Una nazione unita. Un solo popolo. Una sola comunità.

Non ci sono due Italie, c’è un’Italia sola.

Non c’è un “noi” e non ci sono “gli altri”, quando si parla degli italiani.

E non ci può essere “noi” e “gli altri” nemmeno quando si tratta del rapporto tra fede e laicità. La cosa peggiore che il Paese potrebbe avere in sorte è la contrapposizione esasperata tra integralismo religioso e laicismo esasperato. E’ un paradosso insostenibile: il bipolarismo politico e istituzionale deve ancora diventare compiuto mentre a dominare la scena ci sarebbe un dannoso e paralizzante “bipolarismo etico”.

No, non può essere. La risposta è nella sintesi. Nel punto di equilibrio, che è dovere della politica e delle istituzioni cercare, tra il valore pubblico delle scelte religiose delle persone e la laicità dello Stato. A nessun cittadino che abbia fede, quale essa sia, si chiederà di lasciare fuori dalla porta della politica il proprio percorso spirituale e i propri valori. Anche i non credenti devono rispettare e tener di conto le opinioni di chi, mosso dalla fede, può portare alimento alla vita pubblica. Al tempo stesso, ognuno è tenuto a rispettare quel che la nostra Costituzione afferma e salvaguarda: la laicità dello Stato Repubblicano.

Ed è la democrazia stessa a imporre, a chi è legittimamente mosso da considerazioni religiose, di tradurre le sue preoccupazioni in valori universali e in proposte concrete ispirate alla ragionevolezza, e non specifici della sua religione. In una democrazia pluralista non c’è altra scelta.

La politica, come è stato giustamente detto, dipende dalla nostra capacità di persuaderci vicendevolmente della validità di obiettivi comuni sulla base di una realtà comune. E’ qualcosa che vale in particolare per temi come questi, come la tutela della famiglia, come la difesa dei diritti civili di ognuno. A guidarci c’è una Costituzione che indica principi comuni a tutti noi. A guidarci deve essere quel senso della misura, e dell’amore per la coesione della propria comunità, che deve spingere a cercare sempre un punto di incontro virtuoso che non mortifichi i convincimenti degli uni o degli altri.

E’ questo spirito di ricerca e di confronto che sta alla base della proposta di legge sui Dico. Se è certamente vero ciò che Savino Pezzotta ha detto, circa il valore costituzionale della famiglia fondata sul matrimonio, è altrettanto vero che, come hanno fatto tutte le altre grandi democrazie, anche in Italia è giusto riconoscere i diritti delle persone che si amano e convivono.

Il Partito democratico deve avere in sé un’ambizione, al tempo stesso, non autosufficiente ma maggioritaria. Deve sapere che il suo messaggio di innovazione e di comunità può motivare il suo campo e conquistare consensi anche diversi. L’elettorato è razionale, mobile, orientato a scegliere la migliore proposta programmatica e la migliore visione.

Fiducia in questa vocazione maggioritaria significa oggi lavorare per rafforzare l’attuale maggioranza. Io rispetto e stimo i nostri partner della coalizione. I sondaggi di queste ore dicono che insieme ad una forte crescita del consenso al Partito democratico si manifesta il ritorno dell’Unione in testa nelle preferenze degli italiani. Così deve essere. Un Partito democratico più forte può sostenere il governo e la sua azione, e insieme fare più forte l’Unione. E può chiedere a tutte le forze di governo, cominciando da se stesso, più coesione, più spirito di squadra, più ascolto reciproco.

Il partito che immagino è un luogo aperto. Aperto, in primo luogo, ai giovani. Il gruppo dirigente dovrà essere composto, a tutti i livelli, dai nuovi ragazzi che nei partiti come nella società hanno voglia di spendersi per il loro futuro e per quello del Paese.

Aperto ai cittadini, a quei movimenti che nel corso di questi anni hanno interpretato meglio la domanda di cambiamento, di rinnovamento della politica, che veniva dalla società italiana.

Aperto a livello regionale, dove insieme a coloro che vengono da storie e da appartenenze di partito dovranno partecipare, contare e decidere, associazioni, gruppi, comitati e singoli cittadini. Così daremo vita ad un partito federale, dove il principio dell’autonomia guiderà le scelte riguardanti le persone che vivono e lavorano in quel determinato territorio.

E un partito nuovo può dirsi davvero nuovo solo se sarà composto, a tutti i livelli, almeno per metà, da donne. Negli organismi, nei governi. Quelle donne che hanno realizzato conquiste fondamentali per sé e per la società intera. Le liste che saranno collegate ai candidati alla segreteria abbiano, ad esempio, un’alternanza di genere anche tra i capolista.

E credo debbano nascere liste che non siano mai espressione dei singoli partiti che hanno accettato la sfida. E’ giusto così. Ed è il modo per accendere nei cittadini la voglia di partecipare al voto del 14 ottobre. Che siano in tanti, in tantissimi, a sentirsi chiamati in causa, ad essere protagonisti già da quel momento della costruzione del Partito democratico e della scelta del suo leader.

Questa la data, e questo il ruolo che verrà assegnato quel giorno. Niente altro sarà in alcun modo predefinito: altre primarie, che coinvolgeranno tutto il popolo dell’Unione e tutte le anime della coalizione, stabiliranno a chi spetterà competere come candidato premier alle prossime elezioni politiche, visto che Romano Prodi, con un gesto raro in questa nostra politica, ha già fatto sapere che il suo lavoro terminerà alla fine della legislatura.

Insomma, ognuno di noi entra nel Partito democratico con la propria storia e la propria identità, nessuno può chiedere a nessun altro di rinunciarvi. Anche sul tema dell’appartenenza internazionale, diciamoci la verità: ciò di cui non solo noi, ma l’Europa ha bisogno, è un nuovo campo, che racchiuda dentro di sé la straordinaria esperienza del socialismo e la molteplicità delle culture democratiche e dell’innovazione che esistono in tanta parte del mondo. Non credo si possa pensare ad una grande organizzazione mondiale delle forze di progresso che non racchiuda dentro di sé i democratici americani o il Partito del Congresso indiano e tante nuove forze che in Africa, in Asia e in Europa nascono dalle sfide del nuovo millennio. Rimango dell’idea che ho sostenuto in questi anni: una grande casa dei democratici e dei socialisti.

A contare, più di tutto, è il fatto che ogni giorno che passerà farà circolare e mescolare un po’ di più le nostre idee, le nostre convinzioni, il nostro modo di guardare al di fuori di noi stessi. Un libero scambio che sempre di più farà sentire ad ognuno di essere non una sola cosa, ma più d’una insieme. E cioè, semplicemente, un “democratico”.

Continuo a sperare che ad un partito così, con questi tratti, con questa connotazione, possano guardare in modo diverso anche molti tra coloro che fin qui sono stati, nei suoi confronti, scettici o critici. E non posso, personalmente, fare a meno di pensare in particolare a tanti con i quali ho condiviso una lunga storia, momenti importanti di vita non solo politica, e che a Firenze hanno deciso di prendere un’altra strada. E con i quali spero si possa riprendere un dialogo e un confronto. Come spero si possa fare con quelle culture del riformismo socialista che vogliono andare oltre un’ambizione che rischia di essere nobilmente identitaria.

Ora bisogna fare “l’ultimo miglio”. Bisogna incrociare le storie e aprirsi. Bisogna arrivare ad una “indistinguibilità” organizzativa di ciascuno. Il Partito democratico non sarà un partito di ex. Sarà, finalmente, la casa dei “democratici”. La più bella definizione di sé che un essere umano possa dare.

“Pensando e ripensando - è stato detto - non trovo altro fondamento della democrazia che questo: il rispetto di sé. La democrazia è l’unica forma di reggimento politico che rispetta la mia dignità, mi riconosce capace di discutere e decidere sulla mia vita pubblica. Tutti gli altri reggimenti non mi prestano questo riconoscimento, mi considerano indegno di autonomia fuori della cerchia delle mie relazioni puramente private e familiari. La democrazia è, tra tutti, l’unico regime che si basa sulla mia dignità in questa sfera più ampia… Essere democratici vuol dire assumere nella propria condotta la democrazia come ideale, come virtù da onorare e tradurre in pratica”.

Sono parole di Gustavo Zagrebelsky, uno degli uomini di questa Torino, città che ha dentro di sé passione e ed etica del lavoro, una vera e propria cultura del lavoro. Città in trasformazione, città che ha una grande storia. Città del Nord, di quel Nord Italia dove si misura tutta la portata dei cambiamenti sociali e culturali del nostro tempo. Città simbolo dei lavoratori e della modernità, della società industriale che diventa società dei servizi, della grande impresa che affronta e vince nuove sfide e della piccola e media impresa che cresce, del confine che nella nuova Europa diventa connessione, di culture diverse che si confrontano e si intrecciano parlando del futuro.

Torino, prima Capitale d’Italia, a quasi centocinquant’anni di distanza è un richiamo alla nostra unità nazionale, all’unità del Paese. Le cose migliori di Torino hanno avuto un significato per il Paese, sono diventate valori nazionali, spesso elementi concreti costituenti della storia d’Italia. Ecco perché Torino è il Nord che non si vuole mai contrapporre allo Stato.

Torino città degli inizi, che dà avvio ai grandi processi, che sa mettere in cammino le cose, che guarda e proietta le idee oltre di sé. E il Lingotto, luogo operaio che attraverso Renzo Piano diventa luogo della cultura, simbolo della capacità della città di non rinunciare, di reinventarsi. Della città che investe negli anni difficili, che china la testa ma non si arrende, e senza mai rinnegare le radici cambia pelle, riparte. Per tutto questo ho voluto essere proprio qui, oggi. Essere qui con te, sindaco Chiamparino.

Non sono state ancora precisate le regole della elezione della Assemblea Costituente, né quelle per il segretario. Quando ciò sarà stato definito si potrà formalizzare o meno una candidatura. Se ce ne sarà più d’una potrà essere un bene. L’importante è che siano espressione di piattaforme politiche chiaramente diverse. Altrimenti apparterrebbero, come logica, ad un tempo che tutti vogliamo superare.

Io per oggi non posso che registrare con grande responsabilità e gratitudine che attorno al mio nome si sta manifestando un consenso molto ampio. Lo considero il risultato della generosità degli altri e forse il riconoscimento della coerenza con la quale ho sostenuto questa idea politica in tutti questi anni.

E’ per me un onore grande e una grande responsabilità. Il mio programma di vita è un altro e so che ci sono dei luoghi del mondo e del mio cuore nei quali dovrò tornare, che mi chiamano. Ma non ho mai pensato che la vita e la politica fossero un territorio per vedere esclusivamente realizzate le proprie ambizioni e i propri disegni. La politica non è una passeggiata solitaria nella quale puoi scegliere i percorsi e le soste che più ti piacciono. E’ un meraviglioso viaggio collettivo. Vorrei che lo facessimo per una volta in allegria, con la serenità che in questa casa più grande, con amici nuovi, tutti possiamo essere diversi.

Se questo partito, infatti, dovesse iniziare il cammino con i difetti della politica preesistente, con i gruppi e le correnti chiuse e in conflitto, sarebbe quanto di più lontano dallo spirito che in queste ore sento attorno a noi, dalla nuova fiducia per una possibilità che si apre. Non si comincia un nuovo viaggio con un equipaggio dilaniato da vecchi rancori e preoccupato di gettare dalla nave chi ad essa si affaccia per la prima volta.

Si è scelto un metodo, quello dell’elezione diretta, certamente sapendo che cosa esso postula come modello di vita interna. Io avevo e mantengo molte perplessità ma così è. Una leadership forte deve esercitare tutte le prerogative, nessuna esclusa, e deve saperlo fare ascoltando e condividendo. Il partito dispone già oggi di tante personalità e altre ancora ne verranno, altre ne conosceremo. Le opinioni di tutti saranno importanti.

Ora appare già credibile e possibile una nostra ripresa, e credo che i nostri avversari avvertano che molto sta cambiando e che essi stessi non potranno restare fermi.

Il Partito democratico al quale pensiamo, voglio dirlo ancora una volta, è uno strumento per i nuovi italiani.

C’è una generazione che rischia di subire il furto più terribile, quello del futuro, e di essere catturata dal sentimento più negativo e paralizzante che ci sia, la paura. Ed è un paradosso inaccettabile che questo avvenga in un tempo che come mai è proiettato nel domani, che come mai è ricco di opportunità, che offre possibilità di conoscenza, di formazione, di comunicazione e di scambi una volta impensabili, di relazioni umane e culturali una volta impossibili.

E se qualcuno dice che c’è chi vuole “rendere uguali il figlio del professionista e il figlio dell’operaio”, noi rispondiamo sì: vogliamo che siano uguali. Uguali non nel punto di arrivo. Ma in quello di partenza. Vogliamo che il figlio dell’operaio abbia tutte le opportunità cui ha diritto. Vogliamo che siano le sue capacità, i suoi sacrifici, la sua intelligenza a dire dove arriverà, e non che il suo posto nella società di domani sia stabilito a priori dal salario che suo padre porta a casa dopo una giornata passata davanti a una pressa. Vogliamo che il figlio del professionista non debba trovare più comodo o più realistico seguire il sentiero già tracciato, che possa scommettere su se stesso e seguire ciò che lo affascina, e diventare un ricercatore, uno scienziato, se è questo che desidera.

C’è troppa “ereditarietà” nella società italiana. Se c’è una cosa, tra tanto parlare degli Stati Uniti, che dovremmo far nostra è quel principio di mobilità verso l’alto che è il cardine del modello americano. Chi è in basso deve poter salire. Chi vuol cambiare deve poterlo fare. Deve avere la speranza di poterlo fare e le opportunità per farlo. Deve poter credere che il futuro è nella sua mente, nel suo cuore, nella sua determinazione. E in più, se cade, deve poter trovare una rete che lo salvi e gli consenta di ricominciare a sperare.

Una società chiusa, rigida, burocratica, provoca e alimenta rabbia e frustrazione. Non è questa la via giusta. Dobbiamo decidere che Paese essere. Il Paese dell’egoismo sociale e del corporativismo, dell’incattivimento populista e dell’odio. Oppure un Paese che pensa positivo, volta pagina, guarda al futuro.

Permettetemi di concludere leggendovi poche righe. Parole di una nuova italiana. Di una ragazza della mia città, una ragazza di quindici anni. I suoi genitori hanno acconsentito che io usassi i pensieri raccolti in una sua lettera, perché lei non c’è più. Era una ragazza che doveva venire con noi in uno dei viaggi che facciamo in Africa con gli studenti delle scuole romane. Sono parole che mi tornano alla mente ogni volta che vedo emergere i segni di una società chiusa in una rabbia e in un egoismo cieco. Sono parole pensate e scritte solo due mesi prima di morire, in una lettera indirizzata ai suoi genitori nei giorni di Natale. “Durante la malattia, devo ammetterlo, ho pensato spesso e volentieri di essere la persona più sfortunata del mondo, e per questo mi vergogno di me stessa e mi considero cattiva ed egoista. Non ho pensato che ci sono persone nel mondo che, oltre alla malattia, devono combattere contro fame e povertà. Per questo ho deciso di regalarvi (anzi, regalarci) un’adozione a distanza. Spero di avervi fatti felici. Mi dispiace di non avere un regalo che possiate scartare, ma spero così di lasciarvi sorpresi”.

Eccoli, i nuovi italiani. Sono così. Sono i nostri figli, sono i nostri nipoti. A loro abbiamo il dovere di consegnare un’Italia unita, moderna, giusta”.

postato da: AMALTEO alle ore giugno 28, 2007 14:58 | link | commenti (11)
categorie: vivere personalitĂ , pensare polis
mercoledì, 27 giugno 2007

Riforma delle pensioni: trattativa Governo-Sindacati

partenoneFaticosa trattativa per le pensioni e ulteriore "rottura" nella notte della negoziazione.

L'ala massimalista della sinistra centro, per rincorrere le ali estreme delal Cgil, minaccia l'uscita dal governo Prodi. Ai tempi della Terza Internazionale la chiamavamo :  "i partiti cinghia di trasmissione dei sindacati". Costoro vivono sul riflesso  del passato.

Osservo in questi giorni la difficoltà di fare riforme in un paese attraversato da un reticolo impressionante di gruppi di interesse e di pressione.
Ciascuno  con obiettivi radicalmente contraddittori  ed opposti all'altro e ciascuno in grado di influire  su qualche partito di riferimento. Meglio se piccolo e molto condizionante sulla propria coalizione debole. E questo vale sia per la destra centro che per la  sinistra centro .
Oggi è in agenda la quarta riforma delle pensioni dopo quelle di Amato (1992) , Dini  (1985) e Berlusconi Maroni (2004).
I sindacati italiani (tutti, indipendentemente dalle culture di riferimento) sono stati i killer dei sistemi pensionistici. Il loro killeraggio è avvenuto attraverso 3 tappe:

- accettazione e sostegno per 50 anni delle pensioni di anzianità. Con la creazione di un vasto gruppo di pensionati baby (in pensione dopo 15 anni o dopo 19 anni di lavoro retribuito). Gli stessi che chiedono oggi l'adeguamento delle pensioni minime. In una piccola via del mio buen ritiro ne conosco almeno 3. Ed è una piccolissima via di 12 famiglie residenti. Allegri pensionati baby che bivaccano nei bar.

- introduzione negli anni '60 e '70 un meccanismo di rivalutazione delle pensioni dei lavoratori dipendenti sulla base della dinamica salariale del settore industriale (non al costo della vita, che era già allora il vero profilo riformistico) e calcolo della pensione non sui contributi versati durante la vita lavorativa, ma sulla base della retribuzione dell'ultimo triennio. Leggi 3.6.1975 n.160 e   18.3.1978 n. 238. Queste irresponsabilissime scelte hanno letteralmente divorato il risparmio previdenziale, non lasciando alcun margine di accumulo per le giovani generazioni

- sottovalutazione ad ogni politica di efficace ricongiunzione delle diverse posizioni contributive. E questo in una situazione di mercato del lavoro frammentato in cui sempre più lavoratori passano anche molto velocemente da un lavoro all'altro. Questa sottovalutazione la dice molto sulla loro capacità di intercettare i bisogni e invece su quella di tutelare, per ragioni di tesseramento, solo i lavoratori attuali e il gruppo dei cinquantenni e  sessantenni.

Ebbene oggi sulla trattativa delle pensioni sono ancora questi sindacati, i killer responsabili della crisi del sistema pensionistico italiano, a puntare i piedi, a ricattare, a minacciare la mobilitazione dei loro soli iscritti, ossia per l'appunto i pensionati attuali o quelli che vorrebbero salire sulla chiatta del sistema precedente.

C'è una frase rivelatrice della loro cultura. Quando Epifani, segretario della Cgil, ha sprezzantemente apostrofato il ministro della economia Padoa-Schioppa così:

"non si possono fare le riforme delle pensioni con la calcolatrice in mano".

Mi chiedo come divida costui le spesse di famiglia: vitto, casa, servizi ...

Occorre un ripasso sul tema?

Ecco qui:


Riforme delle pensioni

L’invecchiamento della popolazione e il conseguente finanziamento dei bisogni dell’età anziana da parte della generazione attualmente occupata tende a diventare sempre meno sostenibile, nel senso che ai bisogni dei padri non possono più provvedere solo i sempre meno numerosi figli. Per questi motivi la riforma del sistema pensionistico propone il problema di un sotterraneo conflitto intergenerazionale che appare insolubile. Questa regolazione legislativa è particolarmente difficile, ma è stato anche osservato che

 

vi sono ragioni per vederla invece come un’occasione per accrescere il volume delle risorse disponibili e per rendere efficiente l’offerta delle prestazioni pensionistiche per le generazioni future senza che ciò avvenga esclusivamente a scapito delle generazioni precedenti [1]

 

2.1. Tensioni strutturali nel sistema della previdenza

 

Sotto il profilo istituzionale, il sistema previdenziale italiano è stato ed è ancora caratterizzato da questi problemi:

-          forte squilibrio finanziario fra la contribuzione dai redditi di lavoro ed entità della spesa pensionistica

-          iniquità di trattamento, causati dalle differenti normative dei vari regimi pensionistici

-          elevata propensione all’utilizzo delle pensioni di anzianità.

Per farvi fronte dal 1992 il sistema previdenziale italiano è stato attraversato da numerosi interventi correttivi. L’obiettivo di tali azioni è stato quello di riequilibrare, nel lungo periodo, l’evoluzione della spesa pensionistica rispetto al prodotto interno lordo, tentando di bilanciare gli effetti negativi dell’invecchiamento della popolazione, della diminuzione dell’occupazione e del rallentamento della crescita economica. Accanto a queste finalità di ordine economico era presente anche la necessità di uniformare le normative pensionistiche del settore pubblico, del settore privato e dei regimi professionali speciali in base a criteri di equità fra le generazioni e all’interno delle generazioni.

Per l’intreccio dei fattori sopra accennati la “questione pensioni” è stata al centro dell’agenda politica italiana. Con riferimento alla storia recente è opportuno ricordare e leggi di riforma del 1968-1975, che hanno realizzato un “patto previdenziale” tra le forze politiche e sindacali e la successiva incessante attività legislativa, tesa a modificare continuamente gli istituti previdenziali esistenti.

Una caratteristica storica del sistema pensionistico italiano è stata il suo finanziamento basato sul modello della “ripartizione”: i contributi versati dai lavoratori non erano accantonati (o “capitalizzati”), ma versati immediatamente ai pensionati. Un simile meccanismo finanziario restava in equilibrio solo fino a quando il gettito dei contributi copriva le somme necessarie al pagamento delle pensioni. Così nel corso del tempo si è aggravata la forbice fra le entrate e le uscite, determinando un ampio consenso sulla gravità degli squilibri creatisi [2] e sollecitando l’individuazione di azioni legislative correttive.

Uno fra gli aspetti di più evidente iniquità del sistema era costituito dalle pensioni di anzianità (in particolare le “baby pensioni”, ossia ottenute dopo un breve periodo di contribuzione). Tale tipologia pensionistica fu introdotta nel 1965, come “misura temporanea” per favorire i processi di ristrutturazione industriale in un periodo di recessione, ma divenne subito strutturale influenzando fortemente le casse previdenziali. La pensione di anzianità consente ad un lavoratore di godere di una rendita dopo un certo periodo di versamenti contributivi, indipendentemente dall’età anagrafica. La conseguenza è che, a parità di contributi versati, i pensionati di anzianità godono di un “rendimento implicito” del proprio risparmio previdenziale nettamente superiore a quello ottenuto dai pensionati di vecchiaia.

 

 

2.2  La riforma Amato

 

Negli anni Novanta il primo tentativo di riforma del sistema previdenziale è stato intrapreso in un periodo di eccezionale emergenza finanziaria. Durante l’undicesima legislatura (1992-1994) il governo Amato ha promosso un primo riordino del sistema previdenziale dei lavoratori dipendenti privati e pubblici con gli obiettivi di: stabilizzare il rapporto tra spesa previdenziale e prodotto interno lordo; garantire trattamenti pensionistici omogenei; favorire la costituzione su base volontaria, collettiva o individuale di forme di previdenza per l’erogazione di trattamenti pensionistici complementari [3].

I punti cardine della riforma Amato sono sintetizzati nel Quadro n. 2

 

Quadro n. 2

La “riforma Amato”, 1992

-          età pensionabile: elevata da 55 a 60 anni per le donne e da 60 a 65 per gli uomini, introducendo alcune gradualità per il periodo 1994-1999 e con esclusione di alcune categorie che conservano i vecchi limiti

 

-          contribuzione minima per la pensione di vecchiaia: elevata gradualmente da 15 a 20 anni di contributi

 

-          integrazione al trattamento minimo: si tiene conto anche del reddito del coniuge che fino ad allora non era preso in considerazione

 

-          indicizzazione: la nuova scala mobile ha una cadenza annuale anziché semestrale ed è agganciata all’indice ISTAT dei prezzi al consumo (cioè all’inflazione) e non più alla dinamica salariale

 

-          cumulo tra pensione e reddito da lavoro: il divieto parziale di cumulo, prima in vigore solo per i redditi da lavoro dipendente, è esteso anche al lavoro autonomo

 

-          introduzione nel sistema previdenziale del modello dei tre pilastri: 1° - obbligatorio e garantito dallo Stato; 2° - collettivo e volontario, con l’istituzione di Fondi pensione garantiti dalla contrattazione; 3° - individuale e collegato alle possibilità di risparmio previdenziale dei singoli

 

 

Questa riforma è stata sicuramente importante, ma insufficiente a risanare il sistema pensionistico italiano. Nel corso della dodicesima legislatura (1994-1995)  il governo Berlusconi presenta una proposta non negoziata con i sindacati articolata nel modo seguente: l’innalzamento dell’età pensionabile a 65 anni per gli uomini e 60 per le donne viene anticipata al 2000; il coefficiente di ricalcalo viene abbassato all’1,75% a partire dal 1996, con possibili ulteriori abbassamenti; possibilità di andare in pensione dopo 35 anni di contributi, ma con una penalizzazione del 3% dell’importo pensionistico per ogni anno che manca al compimento dell’età; annullamento della scala mobile per le pensioni del 1995 e, dal 1996, agganciamento all’inflazione programmata. Questo progetto, per il modo in cui viene proposto e per i suoi contenuti, provoca uno scontro sociale durissimo e non arriva alla approvazione a causa della successiva caduta di questo governo.

 

2.3 La riforma Dini

 

Nella stessa legislatura, la riforma delle pensioni viene ripresa dal governo Dini. Questa volta la negoziazione avviene anche con riferimento alle proposte dei sindacati [4], centrate sulla separazione tra spesa previdenziale e spesa assistenziale, sulla flessibilità dell’età pensionabile e su un calcolo della pensione legato all’intera vita lavorativa. Il compromesso finale tiene conto di queste indicazioni e introduce innovazioni di sostanza nel metodo di calcolo delle rendite pensionistiche con il passaggio da un sistema retributivo ad un sistema contributivo.

I principali orientamenti di questa riforma delle pensioni [5] sono indicati nel Quadro n. 3

 

Quadro n. 3

La “riforma Dini”, 1995

-          calcolo delle pensioni: dal sistema retributivo (imperniato sulla media delle retribuzioni degli ultimi dieci anni lavorativi) si passa, dopo un periodo transitorio di coesistenza, ad un sistema contributivo (basato sull’ammontare dei contributi versati) annualmente indicizzato

 

-          età pensionabile: il requisito diventa flessibile, poiché il lavoratore può decidere liberamente l’età di pensionamento tra i 57 e i 65 anni, purchè abbia almeno cinque anni di contribuzione effettiva

 

-          pensioni di anzianità: attuazione di un regime transitorio orientato, tuttavia, alla loro scomparsa con effetto dal 2009

 

-          previdenza complementare: previsione dell’avvio dei fondi pensione

 

-          previsione di un riordino del settore invalidità e inabilità [6]: requisiti medico-sanitari con riferimento alla definizione di “persona handicappata” [7]; revisione della disciplina delle incompatibilità e cumulabilità delle diverse prestazioni assistenziali e previdenziali; potenziamento dell’azione di verifica e di controllo

 

 

 

Nel 1997 la riforma viene completata estendendo le regole delle pensioni di anzianità anche ai lavoratori del pubblico impiego [8].

 

 

2.4. La riforma Maroni-Berlusconi

 

Le innovazioni introdotte negli anni ’90 hanno modificato in maniera sostanziale il sistema previdenziale italiano. Tuttavia, a parere del Governo Berlusconi, esso mantiene ancora alcuni limiti di equità intergenerazionale, nel senso che:

 

i lavoratori oggi meno anziani dovranno fronteggiare con oneri crescenti il picco della spesa pensionistica a favore delle generazioni già uscite o prossime all’uscita dal mercato del lavoro [9]

 

Così nel 2004 si è arrivati alla approvazione di una ulteriore riforma che dispiegherà i principali suoi effetti a partire dal 2008 [10]. I contenuti essenziali sono ripresi nel Quadro n. 4.

 

Quadro n. 4

La riforma Maroni – Berlusconi, 2004

-          Incentivi al rinvio dell’età pensionabile: chi decide di restare al lavoro potrà, su base volontaria, rinviare il pensionamento per almeno 2 anni, ottenendo in cambio un incremento della retribuzione, non gravato da tasse, pari all'am­montare dei contributi pensionistici pagati dal datore di lavoro e dal lavoratore (32,7%).  Di conseguenza, la permanenza al lavoro comporta che la pensione che si avrà al momento della cessazione del rapporto di lavoro sarà quella maturata nel momento in cui si è compiuta la scelta;

 

-          fino alla fine del 2007 sarà possibile andare in pensione con le regole attuali. Dal 2008 le nuove regole sono:

 

o        pensionamento di vecchiaia all’età di 65 anni per gli uomini e 60 per le donne, oppure con 40 anni di contributi a prescindere dall'età

 

o        pensione di anzia­nità con 35 anni di contributi e 60 anni di età (61 anni per i lavoratori autonomi) senza penalizzazioni, e con 61 dal 2010 (62 per gli autonomi). 2014 l'età anagrafica salirà a 62 anni (63 per gli autonomi)

 

o        le donne potranno continuare ad andare in pensione di anzianità anche dopo il 2008 a 57 anni con 35 anni di anzianità contributiva ma con una penalizzazione: il cal­colo della pensione sarà fatto interamente con il sistema contributivo

 

-          abolizione del pensionamento fles­sibile a 57-65 anni di età previsto dalla riforma del 1995

 

-          estensone del regime contributivo al pensionamento di vecchiaia a 65 anni gli uomini, a 60 anni le donne

 

-          introduzione del “silenzio assenso” per il conferimento del TFR - Trattamento di fine rapporto alle forme di previdenza complementare ed equiparazione tra le varie forme (Fondi pensione negoziali, fondi aperti, forme di previdenza)

 

-          previsione di  regimi speciali a favore dei lavoratori addetti a mansioni usuranti, e regimi agevolativi per le lavoratri­ci madri

 

 

 

Le principali critiche a quest’ultima riforma si sono concentrate sul fatto che gli effetti sono rimandati al 2008, che introduce una rigidità nei requisiti di uscita dal lavoro (abolizione del pensionamento flessibile tra i 57 e 65 anni)  e che non affronta la questione cruciale delle pensioni delle nuove generazioni. Oggi per moltissimi giovani il lavoro è costituito da una somma di lavori discontinui ed occorre adeguare le tutele previdenziali tenendo conto di questo mercato del lavoro fortemente caratterizzato dalla precarietà.

Resta il fatto che nel futuro tende a diventare sempre più strategico il problema di realizzare un nuovo “risparmio previdenziale” da distribuire lungo tutto il corso della vita e sviluppando vari strumenti economico-finanziari di previdenza complementare: Fondi negoziali, Fondi pensione aperti, Piani individuali pensionistici e forme individuali previdenziali.



[1]  In: Amato Giuliano, Maré Mauro, 2001

[2] Si veda in proposito: Rampini Federico, 1994; Beltrametti Luca, 1996; Baldissera Alberto, “La rivolta dei cappelli grigi: Il caso italiano e francese”, in: Il paese dei paradossi, a cura di Negri Nicola e Sciolla Loredana, Carocci Editore, Roma, 1996, pp. 53-116

[3] Legge n. 421/1992 e D. Lgs. n. 503/1992

[4] Accordo siglato l’8.5.1995

[5] Legge n. 335/1995

[6] Legge n. 335/1995, art. 3, c. 3

[7] Legge n. 104/1992

[8] Cosiddetta riforma Prodi: Legge n. 449/1997

[9] Dal Rapporto sulle strategie nazionali per i futuri sistemi pensionistrici, predisposto dal Governo Berlusconi ed inviato alla Unione Europea, 2002

[10] Legge n. 243/2004

postato da: AMALTEO alle ore giugno 27, 2007 11:07 | link | commenti (15)
categorie: pensare politica sociale, pensare polis

Walter Veltroni e il Partito Democratico

partenoneDiretta video della relazione di Walter Veltroni al Lingotto di Torino

Penso che la scelta di fondare il Partito Democratico sia una grande scelta politica.
Finalmente una scelta aggregativa, dopo tante scelte disgregative che dal 1921 hanno portato alla dispersione e frammentazione della "tradizione della sinistra".
Fra poche ore Walter Veltroni dirà su quali basi ideali e programmatiche si candiderà alle elezioni primarie di ottobre. 
Una larga base di futuri elettori individuerà in quella sede il leader del PD.
Ora siamo alla fase delle candidature.
E quella di Walter Veltroni è una forte, originale, competente candidatura.
Mi interessa questo processo della politica italiana. Mi interessa molto.
Mi sento un partecipante indiretto. Vorrei esserci anch'io fra quei militanti.
Purtroppo sarò comunque lontano dal profilo programmatico del PD, poichè in politica estera non rinnegherà l'orientamento antiamericano cresciuto ed alimentato dal 11 settembre 2001.
Tuttavia fra le personalità che vengono fuori dalla cultura del Partito Comunista Italiano, quella di Veltroni è la meno stupidamente ostile a quel grande paese che nel 1943-1945 ha impedito che l'Italia finisse per parlare tedesco o russo.
Di consigli e tirate di giacca gliene stanno arrivando tante.
Spero che se li scrolli di dosso e dica chiaramente quello che intende fare.
Ne frattempo mi godo lo scompaginamento della altrettanto instabile alleanza di destra-centro.
Auguri Walter.
Auguri sinceri.
postato da: AMALTEO alle ore giugno 27, 2007 00:20 | link | commenti (10)
categorie: pensare polis
lunedì, 25 giugno 2007

Nina Simone: un ricordo attraverso musica e poesia

Per tutta la settimana ogni giorno dalle ore 22:

LIVEBLOGGERNIGTH PER NINA SIMONE

nina_simone


un ricordo ed un viaggio speciale ed ammirato, curato da Francesco Maria Gallo, dedicato alla canzoni di Nina Simone intercalate dalle poesie che  AliceYdulcinea ha scritto ascoltandola.

La voce di Francesco terrà il filo di questa coppia alimentando qualche emozione attraverso una fusione contaminazione, rielaborazione di "parole&parole", versi, musica&musica, parole mute, musica&parole, anima&passione.

La trasmissione è stata registrata ed è disponibile, in tre parti sul sito Esnips

Prima parte:
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 Scaletta:

  • Il regno segreto di Nina Simone
  • Hush Little Baby, in Folksy Nina, 1963
  • poesia di Aliceydulcinea:

Infinito è l’andare

questo amore limitato, accerchiato

difeso dall’assalto delle maree.

Persistente è il racconto

nostro delirio che si trasforma in vita,

vita che si eclissa dietro il desiderio.

Immaginarti è il passato

Osservarti è il presente ed il futuro
 Costante il mio dolore,

continua la mia gioia

che immagino e non vivo

Amore che resiste

amore che respira

senza fermare il tempo.

Dilatarsi di cielo azzurro,

nuvole bianche e verde profilo all’orizzonte

certezza del giorno e dubbio dell’anima

suono che atterra la vita

in questo sogno solido e forte
Amore

Suono breve e solitario

interruzione del vociare estraneo.

  • Little Girl Blue, in Little Girl Blue, 1957
  • "Nina canta il testo delle canzoni ..."
  • My Father, in Baltimore, 1978

Seconda parte:

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Scaletta:

  • You Can Have Him, in The Amazing Nina Simone, 1963
  • poesia di Aliceydulcinea:

Contuso il corpo

accosto l’impronta

isolata sul letto.

Scagliata a terra una coperta
sgualcito il lenzuolo,
 calore, umori, odore.
Ascolto il silenzio…

vicino, qualcuno parla

Gravoso addio,

tardivo amore

combattuto desiderio
 che il tempo nega,

e lo spazio rifiuta

noi, soli senza guida

il nostro essere vita.

Vivere insieme pur separati

logiche situazioni, borghesi inganni.

Attenta al tuo parlare

ad inseguir certezze

Negati suoni e parole

rendo emozioni e umori

offro me stessa.

I tuoi occhi…i miei occhi,

parole senza suono né rumore

pura essenza di noi.

Dita leggermente strette

abbandonate tra le tue e poi riprese
lasciate ed afferrate

Gioco senza fine
gesti di tenerezza e affetto
di ansia e turbamento

Abiti veloci, spiegazzati

percorso di sguardi timorosi,

incerto indaghi il tempo
e contempli distratto.

Preda insoddisfatta di certezze
marco il percorso d’amore

Sgrano la mia disperazione

privilegio di pensieri…


  • I Loves You Porgy, in I Loves You Porgy, 1957
  • Consummation, in Silk & Soul, 1967
  • poesia di Aliceydulcinea: l'attesa ...

Terza parte:

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Scaletta:

  • "Nina Simone appartiene ai classici ..."
  • He Was Too Good To Me, in Live At The Village Gate, 1962
  • poesia di Aliceydulcinea: libero il ricordo ...
  • Lilac Wine, in After Hours, 1965
  • Suzanne, in To Love Somebody, 1969
Ascolta LiveBloggerNight in questi primi giorni dell'estate fino al 30 di luglio, qui:

LIVEBLOGGERNIGTH PER NINA SIMONE



E tanto per non dimenticare


ritorniamo al film Before the Sunset - Prima del tramonto di Richard Linklater:



postato da: AMALTEO alle ore giugno 25, 2007 19:02 | link | commenti (11)
categorie: ascoltare nina simone
sabato, 23 giugno 2007

Walter Veltroni e il Partito Democratico

partenone
Sono davvero molto interessato al discorso che farà mercoledì prossimo Walter Veltroni.
Per ora mi annoto questo "consiglio" da amica di Lucia Annunziata.



Walter, pensaci bene
di Lucia Annunziata
in La Stampa 21 giugno 2007

La vita delle persone non ci appartiene - per cui è difficile dare consigli a chi si trova davanti a una svolta importante del suo destino. Ma di fronte ai dilemmi privati che diventano pubblici allora forse non è indiscreto avventurarsi in qualche consiglio. In questo caso si tratta di un affettuoso ma netto: «Walter pensaci bene». Il che non è detto a dispetto dello straordinario numero di inviti arrivati ieri al sindaco di Roma a candidarsi alla guida del Partito Democratico; casomai, a causa di.

C’è infatti un che di sorprendente e per certi versi poco trasparente in questa improvvisa rincorsa a fare complimenti e a giurare lealtà a un personaggio politico come Veltroni che ha inquietato i sogni di quasi tutti i capi del centro-sinistra. Che la maggior parte delle mosse politiche, e delle lacerazioni cui abbiamo assistito negli ultimi anni in questa area politica avessero la propria origine nel desiderio di esorcizzare la presenza (e forza) del sindaco Veltroni, non è un segreto di Stato. È così poco un segreto che lo stesso «uomo del destino» - in queste ore di fronte alle sue scelte - fa sapere di temere che i grandi consensi nascondano una trappola.

Tuttavia il consiglio non ha nulla a che fare né con complotti, né con trappole: è piuttosto una cautela che nasce dalla necessità di capire fino in fondo cosa abbia provocato l’improvviso cambiamento di umori. Cambiamento così repentino da poter esser considerato una vera e propria svolta: poche settimane fa, Fassino chiedeva per sé il posto di guida del Pd, D’Alema faceva sapere che sarebbe sceso in campo, Rutelli preparava la sua battaglia e, soprattutto, Prodi ostacolava in tutti i modi l’idea di un segretario «forte» che facesse ombra al suo governo. Il metodo preferito di elezione del futuro segretario era di conseguenza la scelta in assemblea costituente. Stando alla testimonianza su web di una delle partecipanti al comitato dei 45, leader debole e leader forte è stato il tormentone della prima riunione dei saggi. Pochi giorni dopo, lunedì 18, è stato ribaltato: elezione diretta e luce verde a Walter Veltroni, con il ritiro di tutti gli altri, da D’Alema, a Fassino e, soprattutto, a Prodi.

Una brusca inversione di rotta, appunto, di fronte alla quale, proprio per il suo impatto, non riusciamo a glissare: cosa l’ha provocata? Cosa ha spinto uomini così ambiziosi a mettere improvvisamente da parte le aspirazioni di anni? Nella risposta a queste domande c’è in queste ore, per gli elettori dell’Ulivo, oltre che per Veltroni, la chiave per comprendere la natura delle cose, per capire, nello specifico, se il cambiamento è un’operazione di maturità piuttosto che di fuga, di scelta piuttosto che di obbligo. Insomma se siamo di fronte a un momento di costruzione, o a una raccolta di cocci.

Naturalmente non staremmo qui a sprecar parole se non si avesse il timore che si tratti di cocci. L’unico vero avvenimento intercorso infatti fra le due riunioni del comitato dei 45 è la pubblicazione delle intercettazioni. E non solo quelle con Consorte, in cui si sentivano parlare D’Alema e Fassino, ma l’intera ondata di verbali e documenti, e aperture d’inchieste che hanno continuato a macinare la nostra vita pubblica. I verbali di Ricucci, quelli del governatore Fazio, le nuove inchieste aperte sul contropatto della Bnl. Una montagna di carte in cui sono stati fatti quasi tutti i nomi più rilevanti della Repubblica, in aggiunta a quelli dei leader Ds: Bersani, Prodi, Rovati, Costamagna, Casini, Letta, Berlusconi, e banchieri e imprenditori vari. Tutti hanno negato e si sono rifugiati dietro la perfetta liceità delle mosse fatte, o le hanno addirittura negate. Il cerino, come spesso succede, è rimasto in mano a chi ha l’accento peggiore: Ricucci.

Eppure - anche a voler prendere per buono, come sempre si deve prima delle prove di colpevolezza - il terremoto inchieste deve aver scavato da qualche parte un limite profondo con il periodo precedente. Il comitato dei saggi non ne ha mai discusso, scegliendo le regole del futuro partito in un aureo isolamento (così ci dicono le testimonianze interne), ma si può davvero immaginare che non siano state nella mente di tutti i riuniti? Quale elemento più potente delle tensioni intorno ai leader del centro-sinistra per spingere a decisioni drastiche? Non è azzardato, dunque, dire che le intercettazioni hanno costituito la dinamite che ha finalmente fatto esplodere quella rete di reciproche interdizioni che da anni paralizzavano la sinistra. Del resto è stato proprio D’Alema, il più attaccato, ad ammetterlo, affermando in un solo fiato il suo diritto a occuparsi delle questioni economiche del Paese e il suo ritirarsi dalle ambizioni di segretario e premier eletto a furor di popolo. Meglio essere chiari: questo ritiro è l’equivalente di vere e proprie dimissioni. Segno per altro che, dopotutto, all’uomo non sono venute meno le sue sensibilità politiche.

Ma se D’Alema ha ammesso errori (non colpe) è azzardato sostenere che il mettere in campo Veltroni, il ritirarsi degli altri, ha un identico significato? Insomma, Fassino, Prodi e tutti gli altri, dando la luce verde al sindaco romano, alla fine stanno in qualche modo prendendo atto della gravità della crisi che li ha investiti. È così? È questo il significato di tanto onorevole farsi da parte? Perché di questo si tratta: finché questo governo dura un ruolo l’avranno, ma non comparabile al potente riconoscimento di segretario-premier. È così? Tutto ciò è frutto di una forte crisi?

Rilevante avere una risposta. Perché se riconoscimento di una crisi c’è, il modo migliore per uscirne non è un giro di valzer di titoli. Ma una seria e pubblica discussione. In assenza della quale, il futuro leader non rischia complotti, ma il peso di una eredità ingestibile. «Pensaci, e bene, Walter» .
postato da: AMALTEO alle ore giugno 23, 2007 17:14 | link | commenti (17)
categorie: pensare polis

LIVEBLOGGERNIGTH PER NINA SIMONE

L'appuntamento è per questa sera:

Sabato 23 Giugno,ore 22

LIVEBLOGGERNIGTH PER NINA SIMONE

nina_simone


un viaggio speciale, irripetibile in questa puntata di LiveBloggerNight, che ci porta in luoghi remoti dove il senso della vita obbedisce alla sola legge dell’imprevedibile e sorprendente emozione.

In questo viaggio dell’incoscienza non useremo cautele, ma ci lasceremo trasportare, anzi ci lasceremo andare, con la mente con il cuore e con l’anima nei luoghi che il nostro immaginario vorra’ esplorare.

A volte saremo soli, a volte insieme ma tutti porteremo con noi, in questa ora del paradosso: lei Nina Simone e lei Alice (www.aliceydulcinea.splinder.com).

Una strana coppia che alimentera’ la nostra emozione attraverso una fusione contaminazione, rielaborazione di "parole&parole", versi, musica&musica, parole mute, musica&parole, anima&passione.

Non mancare all'ascolto di LiveBloggerNight nell'estate di sabato 23 giugno alle 22 in punto.

Nina Simone

postato da: AMALTEO alle ore giugno 23, 2007 09:59 | link | commenti (11)
categorie: ascoltare nina simone

Come cantava Nina Simone

Il film Before the Sunset - Prima del tramonto di Richard Linklater è attraversato per i suoi 80 minuti da Eros, il dio dell'amore.
Nel precedente film, Prima dell'alba, due ventenni si erano incontrati ed avevano trascorso assieme una notte di passeggiate, parole, baci e intimità a Vienna. Poi si erano lasciati con la promessa di rivedersi sei mesi dopo. Senza riuscirci.
Nove anni dopo si incontrano di nuovo a Parigi. Jesse è uno scrittore che ha appena pubblicato un best seller che allude alla loro storia e Celine lavora in progetti ecologici.
E' il caso a farli incontrare di nuovo.
Passano assieme il tardo pomeriggio, fino al tramonto, per l'appunto. Perchè lui dovrebbe prendere l'areoplano, per tornare negli Stati Uniti, dove ha una moglie, un matrimonio usurato e un figlio.
E questo tempo è tutto occupato dai loro fitti dialoghi, da parole e riflessioni.
La cinepresa sta addosso ai due che si parlano in continuazione. Eros propiziando la loro relazione.
Quando lui sale nella sua casa, per quello che potrebbe essere l'ultimo saluto, prima Celine gli canta una canzone. Un valzer scritto da lei, e indubbiamente ispirato dalla loro storia di un giorno e nove anni prima:


E subito dopo, quando ormai Eros ha lanciato tutte le sue frecce, Jesse mette sul lettore una canzone.
Just in Time, cantata da Nina Simone.
E questo si dicono.
Che manca a tutti e due.
Di come cantava lei.
Di come si fermava nel mezzo di una canzone, per iniziarne un'altra.
Di .....




" .... lei a volte nel bel mezzo di una sua canzone si fermava .... si allontanava dal pianoforte .... raggiungeva il bordo del palco e con studiata lentezza ...."



postato da: AMALTEO alle ore giugno 23, 2007 00:09 | link | commenti (16)
categorie: ascoltare nina simone
venerdì, 22 giugno 2007

Mark Strand: Eating Poetry




Questo è un post che nasce da più mani.

Grazie a Rosenkreutz  vengo a conoscenza del concorso annuale  Festival international du livre mangeable.

Inoltre Rosenkreutz ha anche avuto la benevolenza di decrittare per me ed Astime una poesia di Mark Strand, presentata in quella occasione.
Lo ringrazio moltissimo per la sua gentilezza e socializzo questo "prodotto" culturale.

Eating Poetry,

Mark Strand

Ink runs from the corners of my mouth.
There is no happiness like mine.
I have been eating poetry.

The librarian does not believe what she sees.
Her eyes are sad
and she walks with her hands in her dress.

The poems are gone.
The light is dim.
The dogs are on the basement stairs and coming up.

Their eyeballs roll,
their blond legs burn like brush.
The poor librarian begins to stamp her feet and weep.

She does not understand.
When I get on my knees and lick her hand,
she screams.

I am a new man.
I snarl at her and bark.
I romp with joy in the bookish dark.

Prisma rintraccia la traduzione poetica del poeta:

Mangiare poesia
Mark Strand
tradotto da Damiano Abeni


Mi sgoccia inchiostro dagli angoli della bocca.
Non c'è contentezza pari alla mia.
Ho mangiato poesia.

La bibliotecaria non crede ai suoi occhi.
Ha gli occhi tristi
e cammina con le mani tra le pieghe della gonna.

Le poesie sono scomparse.
La luce è fievole.
I cani sono sulle scale dello scantinato e salgono.

Roteano gli occhi,
le zampe bionde bruciano come stoppie.
La povera bibliotecaria comincia a battere i piedi e a piangere.

Non capisce.
Quando cado in ginocchio e le lecco la mano,
urla.

Sono un uomo nuovo.
Le ringhio contro e abbaio.
Faccio le feste felice nel buio libresco.

da: Reasons for Moving (1968)
postato da: AMALTEO alle ore giugno 22, 2007 16:16 | link | commenti (4)
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