






CON LE MUSICHE DI:
GUIDO POLITI - BORA
NINA SIMONE MY WAY
ALEX BRITTI – LE DONNE
ANA CAROLINA – QUEM DE NOS DIAS
NEGROAMARO- L’IMMENSITA’
DIRE STRAITS – TUNNEL OF LOVE
IRENE GRANDI – LASCIALA ANDARE
JHELISA - LOVE IS A STATE OF MIND


20 Aprile 2007
Testo dell'intervento di Massimo D’Alema
Care compagne e cari compagni,
grazie. Credo che questa nostra forte appassionata e per certi aspetti anche dolorosa discussione, che si accompagna al dibattito che a Roma sta conducendo
Non è una scelta frettolosa, accelerata, lasciatemi dire con quel tanto di implicito riferimento autocritico che è legato alla storia di questi anni, che semmai è una scelta tardiva rispetto alla forza con cui il progetto dell’Ulivo si è imposto come una delle poche grandi novità di questa seconda stagione della nostra Repubblica. L’Italia non è uscita dopo molti anni da una lunga e logorante crisi democratica. Rimane in bilico fra tentazioni personalistiche e plebiscitarie e un parlamentarismo frantumato, rissoso, impotente, lento rispetto alle necessità di una democrazia moderna. La politica perde legittimità perché si indeboliscono le sue radici nella società italiana e se noi non avvertiamo questo rischio drammatico davvero vuol dire che non siamo più quella grande forza popolare che siamo stati durante la nostra storia. E non si esce da questa crisi senza cambiamenti radicali. Lo stesso bipolarismo va ripensato, non nella sua essenza perché è stato ed è un grande passo in avanti rispetto all’immobilità del centrismo e alla cooptazione delle classi dirigenti, ma nelle sue forme dato che siamo riusciti a mettere insieme un maggioritario talora brutale – perché privo di regole, senza contrappesi e senza la forza di valori condivisi – al permanere di una cultura del proporzionale con tutti i suoi egoismi, con tutte le sue vanità, con tutte le sue ricerche di visibilità che tanto oramai infastidiscono il paese che chiede alla politica serietà, coerenza, coesione. Lo so, la questione italiana non si concentra solo nella perdurante crisi della politica, anche se una pubblicistica corrente vuole farlo credere, anche se la politica è assediata da quel qualunquismo che è un tratto antico della cultura nazionale, alimentato poi da una borghesia che proprio perché non è un potere forte ha bisogno della politica e quindi la vuole debole perché all’occorrenza più flessibile. Ma spetta a noi uscire dalla logica devastante di classi dirigenti impegnate a darsi la colpa gli uni con gli altri - i politici con i giornalisti, con gli imprenditori – anziché capaci di assumere una comune responsabilità per il destino dell’Italia. E se vogliamo che la politica riacquisti autorevolezza io credo che dobbiamo sapere vedere che cosa c’è da fare, con coraggio, con forza, con nettezza per ricostruire una struttura politica del paese in grado di guidare la società italiana, in grado di unire il paese, in grado di combattere ingiustizie, corporativismi, egoismi, in grado di liberare il paese da quel senso di paura per il futuro, per le sfide che abbiamo di fronte, che è stato – questo sentimento di paura – davvero la forza della destra e ciò che ha alimentato la forza di massa della destra nel nostro paese. Paura verso le sfide di un mondo che cambia, illusione che si possa difendere il privilegio di una parte della società italiana alzando le barriere dell’ostilità verso le grandi economie emergenti, verso il dramma ma anche la ricchezza dell’immigrazione. Questa cultura della paura ha dato forza alla destra ma non la si sconfigge soltanto con la predicazione di una società aperta, la si sconfigge con la capacità di governare il paese e di portarlo all’altezza delle sfide da cui dipende il destino comune degli italiani. Il destino comune degli italiani e non la somma dei destini individuali. In quella lotta contro furbizia e individualismo che sono i mali antichi di questo paese. Di un paese nel quale le classi dirigenti sono più preoccupate di dove andare a rifugiare le loro ricchezze, anziché di investirle per lo sviluppo e l’occupazione, o in quale università straniera mandare i loro figli anziché occuparsi di rinnovare e far funzionare l’università italiana. Un paese che sembra avere smarrito il senso della propria forza, della propria vitalità, della propria capacità di vivere la globalizzazione come un’occasione per questo straordinario popolo cosmopolita intelligente che è il popolo italiano che nell’epoca della globalizzazione dovrebbe vivere questa stagione come una straordinaria opportunità.
Per vincere questa sfida non basta rappresentare soltanto i bisogni, le aspirazioni – sia pure legittime – di una parte della società. Occorre un grande partito in grado di esprimere quello che in un linguaggio antico – ma qui, dato che ognuno ha rivendicato il diritto ai propri penati, ai propri lari, credo non faccia scandalo parlare appunto in un linguaggio antico – si sarebbe definito un “nuovo blocco sociale” di cui il lavoro è una componente essenziale ma che non può – come ha ricordato Bersani poco fa – prescindere dal mondo dell’impresa vitale, dalla vitalità del mondo dell’impresa. Lavoro, impresa, cultura sono le componenti di un nuovo patto sociale per cambiare questo paese, per riuscire fare insieme ciò che in Italia non è contraddittorio, insieme una società più aperta e una società più giusta, perché in nessun paese come nel nostro liberalizzare, rimuovere chiusure corporative, privilegi di casta è insieme liberale e socialista, è insieme a favore della concorrenza e del mercato ma anche a favore di nuove opportunità e di maggiore eguaglianza. Questa è la condizione dell’Italia e noi dobbiamo riuscire a fare in modo che di fronte alle sfide di oggi prevalga la speranza sulla paura.
Vedete …. Il lavoro che ho l’onore di svolgere, anche grazie a voi, mi porta a viaggiare molto nel mondo. Il mondo intorno a noi cambia con una straordinaria rapidità.
Mi ha colpito nel messaggio di Margaret Mazzantini quel riferimento allo sguardo opaco dei giovani. Nel mondo intorno a noi, nei grandi paesi che diventano sempre più protagonisti sulla scena mondiale ci sono moltissimi giovani, sono società giovani mentre la nostra comincia a essere relativamente una società vecchia, e con la curiosità di un uomo che oramai pensa ai suoi figli e spera di potere pensare ai suoi nipoti, io guardo con curiosità a questi giovani. Lo sguardo di questi giovani, in India, in Brasile, in Cina, non è opaco, è vivo. Può esprimere qualche volta odio nei confronti dell’Occidente, qualche volta può esprimere disperazione, molte volte esprime speranza nella convinzione che anima queste società che vivono a volte nella miseria, nello sfruttamento e che comunque domani staranno meglio. Fiducia nel futuro, speranza: c’è una straordinaria energia nel mondo che cambia. Qui da noi, nella vecchia Europa, ce n’è di meno; c’è paura del futuro molte volta, c’è l’idea nei nostri figli che essi non godranno degli stessi diritti, degli stessi privilegi qualche volta, di cui abbiamo goduto noi. C’è un senso di precarietà, di incertezza che non è soltanto la precarietà del lavoro, che certo ne è un aspetto ma la società italiana ha vissuto tanti anni fa momenti di sofferenza, di sfruttamento in cui la condizione del lavoro era ancora più dura ma c’era speranza nel futuro. Oggi il rischio è che si guardi al futuro senza fiducia e senza convinzione. Questo è il più grande problema che noi abbiamo e – lo ripeto – non è soltanto una grande decisiva questione sociale, cambiare lo stato sociale, costruire uno stato sociale che sappia non annullare l’incertezza della società moderna perché questo è impossibile, ma ridurre la precarietà e accompagnare l’individuo nella società fluida nella quale viviamo. Ma non è solo una questione sociale, è una grandissima questione politica, culturale, ideale, si tratta di restituire al nostro paese, alle giovani generazioni innanzitutto, il senso della missione dell’Italia, della missione dell’Europa, di che cosa ci stiamo a fare in questo mondo che cambia, di quali valori vogliamo interpretare. Perché l’Europa nel mondo che cambia? Perché senza l’Europa i valori della democrazia, della libertà, la difesa dei diritti umani conterebbero di meno nel mondo che si va unificando. Il senso di una missione che dia a questa generazione fiducia nel futuro e volontà di contribuire al futuro di questo paese e non soltanto di mettersi come individui al riparo dai rischi e dalle sfide che oggi ci incalzano.
E allora io credo che questa è la sfida per l’Italia, l’Italia del centrosinistra, l’Italia governata dall’Ulivo. Partiamo dalla realtà: noi abbiamo avuto una discussione nella quale una parte del nostro partito ci ha detto “voi state facendo una svolta moderata!”, ma noi siamo al governo del paese e dov’è la svolta moderata? Dov’è? nel profilo internazionale che ha assunto il nostro paese, sotto la guida del partito democratico, dov’è la svolta moderata? Nella iniziativa italiana, per voltare pagina dopo la stagione dell’unilateralismo, per rimettere al centro il sistema della Nazioni Unite, per rilanciare l’unità europea, per intraprendere con coraggio la via della pace, del dialogo, per costruire una nuova coalizione internazionale che sconfigga davvero il terrorismo perché coalizza con l’Europa, con gli Stati Uniti, anche il mondo islamico, il mondo arabo, cogliendone le speranze e fugando il rischio di un conflitto di civiltà. Dov’è la svolta moderata? Nel profilo che l’Italia, l’Italia dell’Ulivo, l’Italia guidata dal Partito democratico ha assunto sulla scena internazionale. Nell’allargamento dell’orizzonte della nostra politica estera dopo anni in cui si parlava della Cina solo per dire “dazi”, quando non addirittura il fatto che “bollivano i bambini”..! Noi abbiamo guardato alla trasformazione di questi paesi con una grande opportunità per la nostra economia, per la nostra azione politica. Ecco, io credo davvero che se la prova del governo è la prova del Partito democratico io non vedo davvero il rischio di una involuzione moderata. E mi pare che sulla scena europea il partito democratico è entrato con la forza di un progetto che interroga il socialismo europeo.
Anche qui, il socialismo europeo quello vero – lasciatemi dire – dallo spettatore esterno ci sarà stato almeno un senso di straniamento tra un dibattito nel quale ci siamo sentiti dire “state abbandonando il socialismo europeo!” e il fatto che il socialismo europeo è venuto qui, ad incoraggiare le nostre svolte, a interloquire con il processo di costruzione del partito democratico! Non so se noi lo stiamo abbandonando, certo il socialismo europeo non sta abbandonando noi! Ma con ogni evidenza guarda alla nascita di una nuova grande forza riformista dell’Italia come di un un’opportunità per il socialismo europeo, quello vero, quello di cui noi siamo parte, quello che conosciamo, che non è un feticcio, non è un idolo ma è un movimento vero, con la sua forza, la sua storia ma anche le sue contraddizioni, le sue difficoltà. Non è un feticcio, non è un simbolo ideologico, non è quello che in un’epoca lontana in cui eravamo più giovani, più spregiudicati e più eretici qualcuno avrebbe definito un “bambolotto di pezza”.
Il socialismo europeo è una grande forza reale che vive anche un’autentica crisi, che è alla ricerca di nuove vie, che cerca di allargare i suoi orizzonti, che non a caso ha conosciuto negli ultimi anni, dalla mutazione blairiana del laburismo inglese “center, center, left” fino all’ambizione della Spd di diventare il nuovo centro nella società tedesca, che grandi partiti della sinistra riformista e di governo sono partiti di sinistra che puntano a conquistare il centro della società, la maggioranza e il governo dei loro paese. Questa è la sinistra riformista in Europa e questo è il socialismo europeo e noi che siamo qui a tifare per Segolene Royal sappiamo tuttavia che nell’auspicabile sfida con la destra, con una destra francese che sta cambiando perché Sarkozy non ha il volto del gollismo nazionalista tradizionale della destra francese, la sinistra potrà vincere soltanto se saprà saldarsi con le ragioni di un elettorato moderato democratico europeista che si è raccolto attorno a Beyrout. O no? E che neppure in quella Francia che ha tradizionalmente rappresentato più di ogni altra società europea la logica di un bipolarismo destra-sinistra, neppure lì più oggi il socialismo vince se in qualche modo non va oltre i suoi confini e se non costruisce nuove sintesi e nuove alleanze. Questo è il socialismo europeo, quello vero, che ha bisogno del partito democratico che stiamo costruendo in Italia. E naturalmente questo lo si è capito dal messaggio aperto, interlocutorio, dalla volontà di discutere un messaggio che, lo dico con franchezza, spero sia stato inteso da chi nel nostro partito teme che ci distanziamo dal partito europeo ma anche da chi continua a ripetere verso il socialismo europeo un anatema ideologico, il senso di una distanza ideologica. Anche, qui – io sono d’accordo con Dario Franceschini – nessuno può pensare di imporre un’egemonia ideologica, nessuno può diventare qualcos’altro. Il problema è un altro. Il problema è che il partito democratico non può nascere nella logica di una terza forza tra socialisti e conservatori in Europa. Ma con l’ambizione di essere una componente di un rinnovato polo progressista , riformista, socialista e non solo socialista. E in questo modo il partito democratico diventa un progetto per l’Europa e diventa un messaggio innovativo. Ho sentito qualche amico – c’erano molte delegazioni straniere a questo congresso che avrebbe dovuto isolarci da tutto il mondo, in una eccezione italiana – ho sentito qualche amico dire “finalmente torna dalla sinistra italiana un messaggio innovativo, un messaggio creativo.
Io credo che il grande problema con cui siamo confrontati è quello di costruire su scala internazionale – perché questa è la dimensione della sinistra – una coalizione in grado di misurarsi con le sfide di oggi, che sono quelle che tante compagne e tanti compagni hanno ricordato. La sfida che riguarda il futuro del pianeta e che investe radicalmente la qualità, il modello dello sviluppo e che impone cambiamenti radicali, non soltanto nelle forme dello sviluppo economico ma anche nella qualità della vita delle persone. La sfida della lotta alla povertà, alla fame, all’esclusione. La sfida della violenza, del terrorismo e della guerra che si vince innanzitutto attraverso la capacità nel mondo globale di imparare a convivere, a rispettarsi e a conoscersi. La sfida della libertà delle persone, libertà dalla paura e libertà di realizzare un proprio progetto di vita. Il grande problema con cui si misureranno le generazioni future, le giovani generazioni di oggi, è esattamente quello di dare un orizzonte globale alla democrazia. Il tema della democrazia è un riferimento tutt’altro che arcaico o banale. È un tratto identitario tutt’altro che superficiale o generico di un grande partito nuovo che nasce. La democrazia politica è stato ciò che ha consentito alla sinistra, la sinistra democratica del mondo occidentale, di realizzare quel compromesso tra sviluppo e libertà e diritti individuali, sociali, civili che ha caratterizzato le nostre società. Questo compromesso è entrato in crisi nell’epoca della globalizzazione. Ricostruire le condizioni di questo compromesso comporta la capacità di sviluppare un’azione politica che si muova nell’ambito di un mondo unificato. L’illusione che fosse il mercato a unificare il mondo è svanita negli anni che sono venuti dopo la caduta del muro di Berlino. Oggi la sfida riguarda la politica. È una sfida che il socialismo da solo non può vincere non solo in Italia, su scala mondiale. E che richiede – anche qui usiamo una espressione antica – un nuovo “internazionalismo” in grado di costruire una grande coalizione progressista e riformatrice che comprenda le forze democratiche, progressiste di diversa ispirazione. Se questa è l’ambizione di una sinistra vera io credo che la nascita del Partito democratico ci aiuta a fare un passo in avanti e non ad arretrare di fronte a questa sfida così ambiziosa. Certo, compagni, la fatica del cambiamento noi l’abbiamo avvertita, certo siamo arrivati a questo passaggio in modo forse diverso del modo in cui l’avevamo immaginato all’indomani delle elezioni primarie che indicarono Romano Prodi come capo della coalizione del centro sinistra. Forse siamo stati troppo cauti – lo dico per me, non per chi ha condotto con generosità, con forza, con coraggio questo processo, lo dico innanzitutto per Piero Fassino, per quello che ci riguarda – ma se non siamo arrivati nel migliore dei modi possibili a questo passo, questo tuttavia io credo non debba e4ssere una ragione per farci indugiare ancora. Bisogna andare avanti, bisogna farlo con slancio e la verità di questa innovazione la misureremo nelle settimane e nei mesi della Costituente, la misureremo per la qualità delle idee che verranno in campo, perché questo nostro congresso e il congresso della Margherita sono solo l’avvio di un grande dibattito democratico che deve coinvolgere una parte della società italiana.
E la misureremo anche dalla quantità delle persone che verranno in campo, perché in democrazia la quantità è qualità. E anche qui noi non possiamo accontentarci del risultato pure straordinario per quanto ci riguarda di un congresso nel quale pure hanno discusso e votato 250.000 italiane e italiani. Io credo che ancora di più dobbiamo moltiplicare lo sforzo, proprio perché noi paghiamo sulla strada di questo rinnovamento un prezzo.
Cari compagni, lo sapete, ci conosciamo da tanti anni, a me non piacciono le smancerie e tendo ad essere rude. Ma questo non significa che io non avverta con profondo dispiacere personale il senso di un allontanamento che non condivido. Mi sia consentito dirlo perché rispettarsi, volersi bene non significa fare finta, che bello ve ne andate… no! Sarebbe un torto alle persona con le quali abbiamo lavorato tanti anni e con le quali c’è un legame molto profondo e molto antico.
Consentitemi soltanto una digressione autenticamente personale. Vedete …. tantissimi anni fa, erano i giorni in cui si consumava la rottura del Manifesto, Fabio Mussi ed io fummo incerti. Noi eravamo simpatizzanti del Manifesto, lui era più importante perché era membro del Comitato centrale del partito, io ero meno importante ma eravamo molto legati. Avevamo raccolto gli abbonamenti, eravamo parte di quella che allora era una “frazione segreta” ma anche per questo più solidale, e fummo incerti se seguirli e abbandonare il Partito comunista o restare. E allora salimmo su quello che allora era il nostro unico mezzo di locomozione – la motocicletta di Mussi – e ce ne andammo su uno di quei monti che circondano Pisa, dai quali si va verso
Che sta nascendo una nuova forza della sinistra e non svanendo la sinistra italiana e di questo io sono sicuro, perché conosco l’onestà intellettuale di questi compagni, che se noi ce la faremo essi saranno i primi a riconoscerlo. Fabio ha detto una cosa che mi ha colpito, ha parlato di quarant’anni dedicati a questo partito e alle sue trasformazioni. È vero, perchè anche il partito che siamo oggi è apparso persino ingiustamente perché non è poi davvero così, come una, l’ultima trasformazione del partito dove eravamo tanti anni fa.
E Gavino Angius ha detto “beh, compagni, oggi non stiamo decidendo da soli” lo ha detto con un senso come di obbligazione.
È vero, è così.
Lasciatemi dire: finalmente! Finalmente oggi non stiamo decidendo da soli.
E il partito democratico non nasce come Minerva dalla testa di Giove, è alla fine quella trasformazione, quel cambiamento al quale abbiamo aspirato in questi anni proprio perché lo facciamo con gli altri, in ogni città, attraverso la creazione di comitati, in modo aperto, con uno sforzo che deve essere a mio giudizio straordinario, di andare oltre la platea delle forze politiche e anche dei comitati degli appassionati, perché la società civile è più ampia dei comitati per gli appassionati.
Ha ragione Romano Prodi: dobbiamo arrivare ad una elezione popolare dell’assemblea costituente, momento in cui i cittadini italiani che vogliono dare vita al Partito democratico vanno, votano, versano una quota e ricevono una tesserina e a quel punto io spero che ne conteremo più di un milione perché, vedete …, noi dobbiamo ridare un fondamento forte alla politica, rilegittimare la politica rimettendoci anche in discussione come struttura organizzata e come persone. E anche in questo senso io vorrei spiegare senza alcun retroscena ciò di cui abbiamo discusso convenendo con Piero Fassino: noi dobbiamo dare il senso che si avvia un processo accelerato di trasformazione, una transizione rapida. Piero ha ricevuto un mandato pieno a condurci verso il Partito democratico, ha portato avanti con coerenza questo impegno, abbiamo deciso, abbiamo sofferto, non ha senso che adesso noi ci rimettiamo a riedificare i Ds come se nulla fosse. Non c’è bisogno di avere un presidente del partito, non c’è bisogno. È un orpello inutile in una forza politica che sui muove in modo accelerato nella transizione verso la costruzione di un nuovo grande partito.
Non ci sono assi da rompere o da costruire, è semplicemente un segnale di chiarezza e di buon senso, uno dei valori cui si è riferito Sergio Cofferati con una proposta davvero eversiva in un paese come il nostro. Un atto di ragionevolezza e vorrei aggiungere che a questo si accompagna la disponibilità piena ad un impegno solidale. Piero ha detto voglio chiamare intorno a me, nelle forme che lui riterrà giuste, le maggiori personalità di questo partito, ovviamente in modo anche pluralistico, per lavorare insieme in queste settimane in questi mesi. Ha fatto il mio nome: io sono a disposizione.
Ci credo e credo che dobbiamo mettere ogni energia in questo impegno. Nessuno mancherà all’appello. Siamo pronti, siamo pronti a rimboccarci le maniche, siamo pronti a metterci in discussione, ci piace anche l’idea di dimostrare che siamo nel bene o nel male la classe dirigente della sinistra e non una oligarchia che vuole mantenere sé stessa ad ogni costo e che siamo disposti a metterci in discussione in un grande processo democratico di transizione politica e di mutamento generazionale negli anni che ve4rranno così come ha indicato in modo chiaro e generoso Romano Prodi. Noi siamo convinti in questo modo di rendere un servizio a questo Paese e anche alle idee e alle convinzioni che ci muovono da tanti anni nell’impegno politico.
Questo partito, questo grande partito non ha raggiunto i risultati che si proponeva. Qualcuno ha detto l’obiettivo del partito democratico è anche il riconoscimento che non siamo riusciti: è vero. E tuttavia non possiamo dimenticare che in questo paese, dalla caduta di un grande partito comunista noi siamo riusciti, nell’epoca in cui il comunismo falliva e cadeva nel mondo, a riedificare una sinistra che ha saputo mantenere vivi gli ideali della sinistra, che ha saputo contribuire a una grande coalizione di governo, che ha mantenuto l’Italia legata all’Europa e che per due volte con Romano Prodi è tornata al governo dell’Italia.
Non è tutto ma è molto ed è qualcosa di cui tutti noi dobbiamo sentirci orgogliosi nel momento in cui celebriamo l’ultimo congresso dei Ds guardando al futuro, guardando con generosità ad una nuova grande forza per il nostro Paese.
Turchia: tre vittime "legate, bendate e sgozzate con coltelli"Per esempio si può arrivare facilmente in un paese dove il destino mi ha affidato un giardino/orto.

Nei comportamenti orientati a coltivare un orto ho osservato due tendenze:
una concretistica e pratica, consistente nel procacciarsi una alimentazione integrativa a quella dei mercati e supermercati
e una meditativa e contemplativa, consistente nella possibilità di filosofeggiare sui cicli della vita e sulle sottili rassomiglianze fra il curare un vegetale e se stessi.
E tuttavia, in entrambi i casi, occorre apprendimento.
A fare un orto si impara per prove ed errori. Meglio però avere qualche istruzione da chi ne sa di più.
E’ a questo punto che subentra il prof. Cristianini.
La situazione in cui mi sono trovato è quella delle “università popolari”. Fra pensionati e pensionate con molto tempo a disposizione. Tutti piuttosto ciarlieri e saputelli.
Ma Cristianini ci ha pensato subito a chiarire come stanno le cose:
Già, perché quello che riuscirò a rendere è solo il contenuto della sua aurea lezione. Non la sua gestualità e presenza scenica. Ma gli audio che troverai qui integrati nel testo, amico/lettore di blog, in parte renderanno vivo il personaggio davvero unico ed irripetibile.
Un vero esperto di botanica, in un corso di pratica orticola.
“Il professor Cristianini è qui con i suoi 30 anni di esperienza.
Io vi dico come si fa.
Poi sta a voi applicare quello che imparate.
Se fate come dico io farete un orto di soddisfazione.
Se non farete quello che vi dico io, potrete sempre dare la colpa alla luna.
Ecco i miei appunti della lezione.
Per il linguaggio colorito e talvolta gaddiano rimando agli audio.
E quindi ha bisogno di 4 cose:
1: MANGIARE
2. BERE
Tutte e quattro queste cose. Contemporaneamente
“Io vi insegno la tecnica colturale.
A voi tocca l’accudimento!
Attenzione: ho detto mangiare, bere, luce, calore.
Non ho detto la luna!
La luce è la benzina che fa girare il motore della pianta.
Piante da frutto e ortaggi non possono convivere bene. Non fate l’orto nella parte più sfigata del giardino. Scegliete la parte migliore, quella con più luce.
L’ortaggio cerca la luce
Lasciate spazio fra le piantine.
"Meglio una pianta in meno e trattata bene
che una pianta in più e trattata male"
Attenzione: voi siete degli hobbysti: lasciate perdere la semina.
Meno seminate e più trapiantate meglio è. Occupatevi dell’accudimento: è già fin troppo.
E se volete seminare fatelo a file, non a spaglio!
L’acqua ha tre funzioni:
- sciogliere il nutrimento: la pianta beve e mangia assieme
- tenere bassa la temperatura della foglia
- saldarsi con l'anidride carbonica per creare zuccheri (e auto alimentarsi) e ossigeno
Però: meno si bagnano le foglie meglio è. E’ la pianta che cerca il suo modo di raffreddarsi.
Cosa provereste se vi buttassero un secchio di acqua fredda dopo che siete stati per ore al sole?
E ora qualche nozione di botanica.




Immaginate che il verde della foglia sia come una tavola da biliardo.
Cosa va sulla tavola di biliardo?
Arriva l’acqua. Una parte si ferma sul tavolo. Una parte deve uscire sotto forma di vapore. La foglia traspira e rinfresca la foglia
Arriva l’aria. Nell’aria c’è l’anidride carbonica.
L’acqua + l’anidride carbonica si saldano fra loro usando la luce del sole e formano gli zuccheri e l’ossigeno.
Capito la meraviglia delle piante?
Le piante filtrano l’aria, perché assorbono l’anidride carbonica e l’arricchiscono di ossigeno.
E poi noi le maltrattiamo:
Ecco cosa c’è sulla tavola da biliardo: Acqua, anidride carbonica, zuccheri, ossigeno …. e elementi minerali.
Già, perché siamo arrivati al:
La pianta ha bisogno anche degli elementi minerali, che sono di due tipi:
- i macro-elementi: a loro volta di tre tipi e la pianta ne ha molto bisogno
- i micro-elementi: 9 tipi che si trovano nel letame e nel compostaggio. Una terra con letame (anche secco ed industriale, non occorre andare a raccoglierlo direttamente, anche se chi può …)
In una terra ricca e poco sfruttata il letame da solo ce la farebbe e fornire nutrimento.
Ma più spesso il letame da solo non ce la fa, non basta. Perché sono i batteri che, digerendo il letame, forniscono gli elementi. Ci vuole tempo. Troppo.
E allora occorre un concime che contenga gli elementi macro:
Ecco le letterine magiche:
Prendere il sacco, guardare l’etichetta, se ci sono le tre letterine va SEMPRE bene.
Sono gli specialisti che debbono distinguere fra le percentuali. Per ragioni di costo.
Per l’hobbysta va sempre bene.
Quindi concime composto ternario. Se poi è a cessione lenta meglio ancora.
è un pranzo natalizio per la pianta!
Quando comincia ad allargare le radici
Letame. La quantità non è vangelo.
50/80 chili di letame fresco ogni 10 metri quadrati.
5/8 chili di quello disidratato: una carriolata , per intenderci.
Concime composto ternario: 6/8 chili ogni 100 metri quadrati, distribuito e interrrato
(gesto verso il muscolo del braccio)
Si lavora con i muscoli
ma soprattutto con la testa
E qui devo aprire una parentesi.
Questo inciso del professor Cristianini MI HA CAMBIATO LA VITA
Nel mio campetto creo dei passaggi, piuttosto comodi.
Vango solo dove coltiverò (così il lavoro si riduce dell’80%)
Creo delle “prode”, ossia dei lunghi bauli (baulamento del terreno) rialzati. Terra morbida, arieggiata, letamata. File di terra che migliorano la loro qualità terrigna di anno in anno. Non più quelle vangature su tutto il campetto.


Ogni proda avrà 5 /10 cm di terra morbida con dentro il concime ternario e 30 cm di terra letamata.


La terra deve essere morbida, arieggiata.
Come si fa?
Con il compostaggio: un angolo dell’orto in cui su butta erba, residui vegetali, foglie, la si rimesta ogni tanto, gli si aggiunge un po’ di letame disidratato. E in un anno o due viene fuori della magnifica e riposata terra che andrà a migliorare la struttura delle prode.


Audio su letame, compostaggio e pacciamatura
Ecco le fasi. Prima lavoro con il letame, arricchendo la terra con il compost, poi aggiungo il concime composto ternario.
E ho creato le Seychelles per le piantine
Infine il colpo da scacco matto (inchini e ringraziamenti al professor Cristianini):
Mettere il telo nero da pacciamatura
Gli enormi vantaggi del telo nero:
- la pioggia non comprimerà la terra, che rimarrà bella alveolata, morbida e arieggiata
- occorrerà meno acqua di irrigazione
- le piante si nutrono meglio
- c’è più calore
- non cresce l’erba
Ecco il perfetto ambiente per il ciclo di vita della piantina trapiantata: prima si nutre con il concime ternario (è da subito ad un pranzo di gala), poi mangia nella terra dove il letame sarà ormai pronto con le sue sostanze, a e ad agosto un aiutino per la parte finale con qualche oculata aggiunta ancora di concime ternario, magari solubile e fornito con le annaffiature.
Qui la regoletta è per il Nord Italia:
- insalate: anche ad aprile, a loro bastano anche solo 5 o 6 gradi
- prezzemolo e sedano: dopo la metà di aprile
- pomodori, zucchine, fagiolini, zucca: alla fine di aprile
- melanzane: a metà maggio
- peperoni: a fine maggio
Così si riesce anche a distribuire le fatiche e a conciliare i tempi della nostra vita lavorativa e domenicale.
Vi assicuro: provare per credere. Queste indicazioni sapienziali sono meglio di tante pagine di botanica orticola.
Concludo con l’aurea citazione del grande ispiratore di questi appunti, ossia il prof. Cristianini
E così dopo il necessario lavoro sarà anche possibile meditare su questa evidenza:
c'è una certa relazione fra il coltivare un orto e coltivare se stessi.
Accudire un orto insegna anche ad accudire la personalità.
Unitaria e/o multipla che sia.

Gatta Luna su prode!