Tracce e Sentieri

Passeggiate splinderiane di Amalteo

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Nome: Amalteo
2° metà del 900-later than never. “Perché vale la pena di vivere? E’ un’ottima domanda… Be’, ci sono cose per cui vale la pena di vivere … Per esempio, per me, direi … tutta la musica e le interpretazioni di Nina Simone … la voce di Ray Charles, quasi sempre … Il ballo di Al Pacino in Scent of a Woman … le note di John Lewis quando volano nelle fughe di Bach … Louis Armstrong, l’incisione di West and blues del 1928 … i film di Sergio Leone … i racconti di Stephen King … gli azzurri e i gialli di Van Gogh … i quadri di Peppo Spagnoli, che dimostra che si può fare molto anche da luoghi piccoli… il sorriso di Luciana …. ... e poi anche ...” da Woody Allen, Manhattan (con qualche cambiamento pamalteo@gmail.com http://amalteo.wordpress.com/

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mercoledì, 31 gennaio 2007

In My Secret Life

roundmidnight2001
Leonard Cohen compiva 67 anni (il 21 settembre, ad essere pignoli).
Era appena uscito da una comunità buddista e si rimetteva nel gorgo della vita.
E con Ten New Songs ci sciorinava, con l’amica Sharon Robinson, una “lenzuolata” di racconti in forma di ballata.
Sottofondo essenziale, voce accarezzante, canto e controcanto e interplay che genera l’immagine della integrazione degli opposti: quella del maschile/femminile.
Insomma: il ritorno di un grande. Perché i grandi lo sono anche da vecchi. O da pre-vecchi.
Sentiamo assieme:

E poi andiamo a dormire.

I saw you this morning.
You were moving so fast.
Can’t seem to loosen my grip
On the past.
And I miss you so much.
There’s no one in sight.
And we’re still making love
In My Secret Life.

I smile when I’m angry.
I cheat and I lie.
I do what I have to do
To get by.
But I know what is wrong,
And I know what is right.
And I’d die for the truth
In My Secret Life.

Hold on, hold on, my brother.
My sister, hold on tight.
I finally got my orders.
I’ll be marching through the morning,
Marching through the night,
Moving cross the borders
Of My Secret Life.

Looked through the paper.
Makes you want to cry.
Nobody cares if the people
Live or die.
And the dealer wants you thinking
That it’s either black or white.
Thank G-d it’s not that simple
In My Secret Life.

I bite my lip.
I buy what I’m told:
From the latest hit,
To the wisdom of old.
But I’m always alone.
And my heart is like ice.
And it’s crowded and cold
In My Secret Life.

postato da: AMALTEO alle ore gennaio 31, 2007 00:21 | link | commenti (13)
categorie: ascoltare a mezzanotte, ascoltare mie antologie
martedì, 30 gennaio 2007

ANDRÉ GLUCKSMANN, Mi batto per la sinistra, ma voterò Sarkozy

partenoneFunziona ancora lo schema "destra - sinistra"?

Funziona ancora come nel '900?

Funziona ancora dopo l'11 settembre 2001?

Insegnamenti dalla Francia.

Mi batto per la sinistra, ma voterò Sarkozy

 di ANDRÉ GLUCKSMANN in Il Corriere della Sera 30 gennaio 2007

In Francia, la sorpresa delle elezioni presidenziali c’è stata. Prima di andare a votare, i francesi vivono un mutamento mentale. I sondaggi variano, il risultato finale resta imprevedibile, ma ovunque trapela l’atteggiamento di rifiuto espresso da un Paese immobilizzato in museo-ospedale e in preda a infezioni nosocomiali: egoismi, discriminazione, furori, depressione. Ségolène Royal e Nicolas Sarkozy hanno poche cose in comune, se non l’età, ma entrambi hanno ottenuto un consenso unanime da una base refrattaria a inquadramenti tradizionali e a dottrine antiquate. Non si vota più per i socialisti o i gollisti, si vota per un soprassalto nazionale.
A Parigi, d’inverno, i Senza domicilio fisso, gli Sdf, soffrono il freddo da un quarto di secolo. Improvvisamente, ecco che diventano visibili, le loro tende saltano agli occhi, l’opinione pubblica s’intromette e il governo si dà da fare. Perché non prima? Come nel febbraio 1954, i francesi sentono che non è più il caso di dare tempo al tempo. «È bastato che un uomo agisse al di fuori degli schemi ufficiali perché i francesi si muovessero, ma c’è voluto anche il freddo. Senza il freddo, niente abbé Pierre! Quando la Francia avrà freddo, anch’io potrò agire» (de Gaulle). Una Francia lucida ha di nuovo «freddo», e questo è un momento che ricorda l’epoca di de Gaulle: un momento in cui è bene osare pensare, fosse pure contro le proprie certezze, poi osare intraprendere.
La battaglia delle idee è un fatto compiuto… Compiuto a destra, stranamente. Il dibattito Sarkozy-Villepin illustra, più che una lite fra egocentrici, lo scontro di due modi di vedere la Francia e il mondo.

Quel che è in corso è un movimento contro il conservatorismo.

Sarkozy rompe chiaramente con la destra abituata a nascondere il proprio vuoto dietro grandi concetti pontificanti. Per esempio: esaltando la discriminazione positiva, che elude l’Uguaglianza virtuale per sradicare le ineguaglianze reali, dovute al colore della pelle, al domicilio e al cognome. O ancora: teorizzando gli aiuti pubblici per la costruzione delle moschee, al fine di evitare ai fedeli della seconda religione di Francia di pregare nelle cantine o in locali offerti da ricchi integralisti. A costo di urtare una concezione rigida della laicità, ricordiamo che nel 1905 la Francia che contava decine di migliaia di campanili ignorava i minareti.
La domanda è cambiata, l’offerta è rimasta la stessa. La società si trasforma, i principi devono trasformarsi con essa.
La rottura a destra abbraccia la politica internazionale non meno di quella interna. Curiosa metamorfosi del «gollismo», il feticismo conservatore coltiva il primato degli Stati, qualunque cosa facciano. Questa «realpolitik» sacrifica la nostra storia e la nostra influenza internazionale a interessi che si limitano alla vendita d’armi e a contratti petroliferi. Alla caduta del Muro di Berlino, i nostri dirigenti storsero la bocca, poi sostennero gli alleati genocidari del Ruanda e tributarono a Vladimir Putin la Gran Croce della Legion d’onore. Curiosa evoluzione che ha fatto della «patria dei diritti dell’uomo» l’apostolo degli ordini costituiti.
Eppure, esisteva una Francia generosa che non dimenticava gli oppressi: i boat-people vietnamiti che fuggono dal comunismo, i sindacalisti incarcerati di Solidarnosc, le «Madri di Maggio» sotto il fascismo argentino, le algerine esposte al terrorismo, i cileni torturati, i dissidenti russi, bosniaci, kosovari, ceceni… In nessun altro Paese si è parlato tanto di queste mostruosità e di queste resistenze. La possibilità di aprirsi fraternamente al mondo è nel nostro patrimonio culturale: vedi Montaigne, vedi Hugo, vedi i «French doctors» e i loro emuli. Nessuna fatalità condanna i nostri compatrioti ad essere scontenti di tutto, a vituperare gli «idraulici polacchi», a tagliarsi fuori dal mondo.
Nicolas Sarkozy è l’unico candidato, oggi, ad essersi impegnato a seguire le orme di questa Francia del cuore. Denuncia il martirio delle infermiere bulgare condannate a morte in Libia, i massacri nel Darfur e l’assassinio dei giornalisti, poi enuncia una regola sul modo di governare ben lontana da quella di Jacques Chirac: «Non credo a quella che viene chiamata "realpolitik", che fa rinunciare ai propri valori senza ottenere un solo contratto. Non accetto quello che accade in Cecenia, perché 250.000 ceceni morti o perseguitati non sono un dettaglio della storia del mondo. Il generale de Gaulle ha voluto la libertà per tutti i popoli e la libertà vale anche per loro… Il silenzio è complice e io non voglio essere complice di alcuna dittatura» (14/1/2007).
Cosa risponde la sinistra? Purtroppo ben poco. Dov’è finita la battaglia per le idee che tanto a lungo fu il suo privilegio? Dove si è smarrito lo stendardo della solidarietà internazionale, un tempo orgoglio del socialismo francese? Non si tratta d’incriminare una candidata che rispetto, anche se non mi va giù il modo in cui ha elevato la giustizia cinese a modello di celerità. È una candidata alle prese con un vuoto più grande di lei, che questo piaccia o meno ai commentatori e agli invidiosi che con tanta facilità fustigano i suoi metodi o la sua persona. La lezione dell’aprile 2002 - quando il candidato socialista e primo ministro Lionel Jospin ottiene meno voti del capo dell’estrema destra Jean-Marie Le Pen - non ha portato né a fare un bilancio né a rimettersi in questione. Ogni fazione del partito socialista ha ritenuto che il fallimento confermava le proprie inossidabili certezze.
La sinistra ufficiale francese si crede moralmente infallibile e mentalmente intoccabile. Crede d’incarnare il movimento e la repubblica. Il che era relativamente esatto fino al 1945. La sinistra aveva osato rimettersi in questione e aveva portato avanti le battaglie da cui nacque la nostra democrazia laica e sociale. Ma dopo il 1945, poiché la collaborazione con l’occupante nazista aveva sotterrato il conformismo di destra, la sinistra di professione si è addormentata sugli allori. E disprezza le discussioni tedesche (attorno al Bad Godesberg) o inglesi (a proposito del New Labour), ignora l’esplosione spirituale della dissidenza ad Est, se ne infischia delle rivoluzioni di velluto da Praga a Kiev e Tbilisi.
Macerandosi nel proprio narcisismo, si trova ad essere assai impreparata quando Nicolas Sarkozy prende in contropiede le tradizioni della destra e invoca i ribelli e gli oppressi, il giovane resistente comunista Guy Môquet, le donne musulmane martirizzate, Simone Veil che abolisce la sofferenza degli aborti clandestini, il frate Christian assassinato in Algeria a Tibhirine e i repubblicani spagnoli. Invece di gridare all’appropriazione d’eredità, come ha fatto il Psf, permettetemi di rallegrarmene. Quando nel discorso del candidato di destra ritrovo Hugo, Jaurès, Mandel, Chaban, Camus, mi sento un po’ a casa mia.
In una campagna presidenziale, è utile scegliere un campo quando i confronti si fanno spietati. È normale anche richiamare i candidati ai loro limiti. A condizione di non eliminare colui che si combatte cancellandolo dalla nazione, come ha fatto un deputato socialista inveendo contro il «neoconservatore americano dal passaporto francese». L’ostracismo e la stigmatizzazione dell’Anti-Francia sono stati a lungo appannaggio di una destra estrema. La sinistra merita qualcosa di meglio.
Nel corso di una vita lunga e di mobilitazione in tante battaglie, mai mi sono schierato pubblicamente per un candidato o per un altro (salvo per Chirac contro Le Pen nel 2002). Figlio di ebrei austriaci che combatterono i nazisti in Francia, ho scelto questo Paese e la sinistra è la mia famiglia d’origine. È per la sinistra che, da quarant’anni, mi batto contro le sue fossilizzazioni ideologiche (sostegno a Solzenicyn, ai dissidenti antitotalitari dell’Est, critica dei paraocchi marxisti).
Per un momento ho sognato una candidatura di Bernard Kouchner (fondatore di «Medici senza Frontiere»), che restituisse alla sinistra francese la dimensione internazionale che ha perso. Ed ecco il veto di un Psf spaventato dall’audacia di un elettrone libero. Mi sarebbe piaciuto un ticket Sarkozy-Kouchner. Prendendo posizione per il primo, perderò qualche amico. La mia decisione, frutto di antichi dolori e prospettive nuove, nasce da una riflessione. Non condivido tutte le opzioni del candidato Ump (Union pour un Mouvement populaire). Per esempio: vorrei che la regolarizzazione dei «sans papiers» fosse più ampia, fondata su criteri di umanità più rispettati. Votare non significa pronunciare i voti, ma optare per il progetto più vicino alle proprie convinzioni.
L’umanesimo del XXI secolo si astiene dall’imporre un’idea perfetta dell’uomo. Come una barriera contro l’inumano, che è in noi e attorno a noi, esso non può accontentarsi di deplorare le vittime e recensire morti ed emarginati. Rifiutando l’indifferenza colpevole e la mania dottrinaria, l’umanesimo si ostina - lotta ricominciata senza sosta - a «ostacolare la follia degli uomini rifiutando di lasciarsi impadronire da essa» (discorso del 14/1/2007). Il «mormorio delle anime innocenti» che Sarkozy udì a Yad Vashem gli detta questa definizione della politica. Da sempre, è questo mormorio a sorreggere la mia filosofia.
(traduzione di Daniela Maggioni)


esercizi di traduzione dal francese:

La surprise de la présidentielle a eu lieu. Avant d'aller voter, les Français vivent une mutation mentale. Les sondages varient, le score reste imprévisible, mais partout perce le rejet d'une France figée en musée-hôpital et livrée aux infections nosocomiales : égoïsmes, discrimination, fureurs, dépression.
Ségolène Royal et Nicolas Sarkozy ont peu de chose en commun, sinon l'âge, mais furent tous deux plébiscités par une base réfractaire aux encadrements traditionnels et aux doctrines surannées. On ne vote plus socialiste ou gaulliste, on veut élire un sursaut. A Paris, les SDF gèlent en hiver depuis un quart de siècle. Soudain ils apparaissent, les tentes crèvent les yeux, l'opinion s'en mêle et le gouvernement s'y met. Pourquoi pas avant ? Comme en février 1954, les Français sentent qu'il n'est plus temps de donner du temps au temps. "Il a suffi qu'un homme agisse en dehors des chemins officiels pour que les Français marchent, mais il a fallu aussi le froid. Sans le froid, pas d'abbé Pierre !... Quand la France aura froid, je pourrai agir, moi aussi." (De Gaulle). Une France lucide a de nouveau "froid", moment gaullien où il convient d'oser penser, fût-ce contre ses propres certitudes, puis d'oser entreprendre.
La bataille des idées est un fait accompli... A droite étrangement. Le débat Sarkozy-Villepin, plus qu'une querelle d'ego, illustre l'affrontement de deux visions de la France et du monde. Mouvement contre conservatisme. Sarkozy rompt clairement avec cette droite habituée à cacher son vide derrière de grands concepts pontifiants. Exemple : en prônant la discrimination positive, qui contrevient à l'égalité virtuelle pour éradiquer les réelles inégalités dues à la couleur de la peau, au domicile et au nom de famille. Ou encore : en théorisant l'aide publique à la construction de mosquées pour éviter aux fidèles de la deuxième religion de France de prier dans des caves ou des locaux offerts par de riches intégristes. Quitte à froisser une conception figée de la laïcité, rappelons qu'en 1905 la France aux dizaines de milliers de clochers ignorait les minarets. La demande a changé, l'offre est restée la même. La société évolue, les principes doivent évoluer avec elle.
La rupture à droite embrasse la politique internationale non moins que l'intérieure. Curieux avatar du "gaullisme", le fétichisme conservateur cultive le primat des Etats, quoi qu'ils fassent. Cette Realpolitik sacrifie notre histoire et notre rayonnement aux intérêts à courte vue de ventes d'armes et de contrats pétroliers. A la chute du mur de Berlin, nos dirigeants firent la moue, puis soutinrent leurs alliés génocidaires du Rwanda et décorèrent Vladimir Poutine de la grand-croix de la Légion d'honneur. Curieuse évolution qui fit de la patrie des droits de l'homme l'apôtre des ordres établis.
Une France généreuse pourtant n'oubliait pas les opprimés : boat people vietnamiens fuyant le communisme, syndicalistes embastillés de Solidarnosc, "folles de Mai" sous le fascisme argentin, Algériennes en butte au terrorisme, torturés chiliens, dissidents russes, Bosniaques, Kosovars, Tchétchènes... Dans nul autre pays, on ne parla autant de ces monstruosités et de ces résistances. La possibilité de s'ouvrir fraternellement au monde est inscrite dans notre patrimoine culturel, voyez Montaigne, voyez Hugo, voyez les French doctors et leurs émules. Aucune fatalité ne condamne nos compatriotes à bouder tous azimuts, à vitupérer le "plombier polonais", à se couper du monde.
Nicolas Sarkozy est le seul candidat aujourd'hui à s'être engagé dans le sillage de cette France du coeur. Il dénonce le martyre des infirmières bulgares condamnées à mort en Libye, les massacres au Darfour et l'assassinat des journalistes, puis énonce une règle de gouvernance fort éloignée de celle de Jacques Chirac. "Je ne crois pas à ce qu'on appelle la Realpolitik qui fait renoncer à ses valeurs sans gagner un seul contrat. Je n'accepte pas ce qui se passe en Tchétchénie, parce que 250 000 Tchétchènes morts ou persécutés ce n'est pas un détail de l'histoire du monde. Parce que le général de Gaulle a voulu la liberté pour tous les peuples et la liberté, ça vaut aussi pour eux... Le silence est complice et je ne veux être complice d'aucune dictature", a déclaré le président de l'UMP le 14 janvier.
Que répond la gauche ? Peu de chose malheureusement. Où se niche le combat d'idées qui fut si longtemps son privilège ? Où s'est égaré l'étendard de la solidarité internationale, fierté autrefois du socialisme français ? Pas question d'incriminer une candidate que je respecte - même si je n'avale pas sa justice chinoise élevée en modèle de célérité. Elle se trouve aux prises avec un vide plus grand qu'elle, n'en déplaise aux commentateurs ou aux jaloux qui fustigent à bon compte sa démarche ou sa personne. La leçon d'avril 2002 n'a débouché sur aucun renouveau conceptuel au PS.
La gauche officielle se croit moralement infaillible et mentalement intouchable. Le Mouvement et la République, c'est elle. Voilà qui était relativement exact jusqu'en 1945. La gauche avait osé les remises en question et mené les combats d'où naquit notre démocratie laïque et sociale. Mais depuis 1945, Vichy ayant enterré la bien-pensance de droite, la gauche professionnelle s'est endormie sur ses lauriers. Elle méprisa les discussions allemandes (autour de Bad Godesberg) ou anglaises (à propos du New Labour), elle ignora l'explosion spirituelle de la dissidence à l'Est, elle se fiche des "révolutions de velours" de Prague à Kiev et Tbilissi.
Marinant dans son narcissisme, elle se trouve fort dépourvue, lorsque Nicolas Sarkozy, prenant à contre-pied son camp, se réclame des révoltés et des opprimés, du jeune résistant communiste Guy Môquet, des femmes musulmanes martyrisées, de Simone Veil abolissant la souffrance des avortements clandestins, de Frère Christian à Tibéhirine comme des républicains espagnols. Au lieu de crier à la captation d'héritage, permettez que je me réjouisse. En retrouvant dans le discours du candidat Hugo, Jaurès, Mandel, Chaban, Camus, je me sens un peu chez moi.
Dans une campagne présidentielle, il est utile d'aligner les confrontations impitoyables. Normal aussi de rappeler les candidats à leurs limites. A condition de ne pas éliminer celui que l'on combat en le rayant de la nation. Comme le fait ce député PS qui vitupère le "néoconservateur américain à passeport français". L'ostracisme et la stigmatisation de l'anti-France furent longtemps l'apanage d'une droite qui n'avait guère d'arguments à opposer aux conquêtes de Blum ou de Salengro. La gauche mérite mieux que cela.
Jamais au cours d'une vie longue et pleine d'engagements, je n'ai pris publiquement parti pour quelque candidat, sauf au deuxième tour de mai 2002. Fils de juifs autrichiens qui combattirent les nazis en France, ce pays est mon choix et la gauche ma famille d'origine. C'est pour elle que, depuis quarante ans, je ferraille contre ses pétrifications idéologiques (soutien à Soljenitsyne, aux dissidents antitotalitaires de l'Est, critique des oeillères marxistes).
J'ai un temps rêvé d'une candidature de Bernard Kouchner, restituant à la gauche française une dimension internationale perdue. Veto d'un PS effrayé par l'audace de l'électron libre. J'aurais aimé un ticket Sarkozy-Kouchner. En prenant position pour le premier, je vais perdre des amis. Ma décision, faite de douleurs anciennes et de perspectives nouvelles, est réfléchie. Je ne partage pas toutes les options du candidat UMP. Exemple : les "sans-papiers", je souhaite une régularisation plus ample, fondée sur des critères d'humanité mieux respectés. Voter n'est pas entrer en religion, c'est opter pour le projet le plus proche de ses convictions.
L'humanisme du XXIe siècle s'abstient d'imposer une idée parfaite de l'homme. Garde-fou contre l'inhumain, en nous et autour de nous, il ne peut se satisfaire de déplorer les victimes et de recenser morts ou laissés-pour-compte. Récusant l'indifférence coupable et la manie doctrinaire, l'humaniste s'obstine - lutte sans cesse recommencée - à "faire barrage à la folie des hommes en refusant de se laisser emporter par elle" (discours du 14 janvier). Le "murmure des âmes innocentes" que Sarkozy entendit à Yad Vashem lui dicte cette définition de la politique. Depuis toujours, c'est ce murmure qui porte ma philosophie.
(da "Le Monde" del 29 gennaio 2007)

postato da: AMALTEO alle ore gennaio 30, 2007 12:59 | link | commenti (4)
categorie: cambiare to cross the line, pensare politica

For a While

roundmidnight1985
Nina Simone si incamminava al tramonto
Ma Il Ronnies Scott's Jazz Club di Londra le organizzò alcune serate.
Solo lei con il suo piano e un giovane batterista.
Per nostra fortuna qualcuno ha registrato quelle memorabili interpretazioni.
Questa sera, prima di andare a dormire, sentiamo For a While.
E poi, buona notte
postato da: AMALTEO alle ore gennaio 30, 2007 01:15 | link | commenti (14)
categorie: ascoltare nina simone, vivere personalitĂ , ascoltare a mezzanotte
lunedì, 29 gennaio 2007

Invasioni letterarie: Marco Ballerini e Elisabetta Zuliani

Marco BalleriniSoprattutto per gli amici del Lago di Como.

Il 3 Febbraio ore 21.00 presso la sala consiliare di Bulgarograsso - Como, Via Romolo Guffanti,

un recital di Marco Ballerini

dal titolo "Invasioni Letterarie"

con Elisabetta Zuliani al violino.





Invasioni Letterarie

Cosa vuol dire, invasioni letterarie?
E’ un recital di circa 60 minuti, dove un attore ed una violinista si alternano ognuno con il proprio suono, la propria voce.
Non ci sarà un filo conduttore, ma si salterà qua e la usando i libri come appigli, usando gli spartiti come gradini, e per ogni libro toccato, il protagonista di quella pagina, si animerà, per ogni spartito, il suono dolcissimo, e allo stesso tempo straziante del violino, suonerà.
Ma allora, cos’è? Un minestrone senza sale?!?!
Assolutamente no! Quando si uscirà, ci si sentirà sazi e con un buon gusto in bocca, anche perché sarete poi Voi, gentilissimo pubblico, a finire la storia che vi verrà narrata, con la Vostra fantasia o con i Vostri occhi adagiati sul libro.
… volete una scaletta?… Prego.

Marco Ballerini

Brani Letterari:

da “Cirano de Bergerac” di Edmond Rostand il monologo “No, grazie” di Cirano, Atto II, Scena VIII.

da “Non si sa come” di Luigi Pirandello il monologo di Romeo fine Atto I.

da “Buchi nella sabbia” di Ernesto Ragazzoni la ballata “De Affrica”.

da “Adelchi” di Alessandro Manzoni il monologo del “Diacono Martino” Atto II, Scena III.

da “Canti” di Giacomo Leopardi la poesia “A Silvia”.

da “Il linguaggio del Paggio” di Autori vari spettacolo di Marco Ballerini “Parole Parole Parole”.

da “Kean, genio e sregolatezza” di Dumas, Sartre, Gassman il “Perché recitare”
 

Brani Musicali:

J. S. Bach: Preludio dalla Partita n.3 in Mi maggiore

G. Pugnani–Kreisler: Preludium

J. S. Bach: Double n.3 dalla Partita n.1 in Si minor

M. Praetorius: Danza

J. S. Bach: Bourrée dalla Partita n.3 in Mi maggiore

Timballo di note

postato da: AMALTEO alle ore gennaio 29, 2007 19:01 | link | commenti (3)
categorie: vedere cinema teatro

Lullaby

roundmidnightE' quasi notte. Dopo vari momenti di commozione per il programma sull'ingiustizia riservata alle vittime del terrorismo nel programma La7 - Niente di personale di  Antonello Piroso sento il bisogno  di un po' di sonno.
Ma anche di una Ninnananna. Anzi di due.
A scelta della mente musicale.





postato da: AMALTEO alle ore gennaio 29, 2007 00:28 | link | commenti (6)
categorie: ascoltare a mezzanotte
domenica, 28 gennaio 2007

Il bambino con il pigiama a righe

bambino con il pigiama a righeIl bambino con il pigiama a righe è un viaggio con un bambino di nove anni che si chiama Bruno, il figlio di un comandante delle SS.
Il tutto inizia, quando Hitler si autoinvita a casa del comandante per “proporgli” un nuovo incarico, cioè diventare comandante supremo del campo di concentramento più grande, Auschwitz.
Inizia così la grande avventura di Bruno; Dal centro di Berlino ad una casa di campagna con attorno il nulla, o per essere più precisi con attorno… un immenso reticolato di filo spinato, al quale Bruno non riesce a dare una spiegazione.
Sarà proprio la grande curiosità di Bruno, che lo porterà ad incontrare
Shmuel “un bambino con il pigiama a righe”.
Dentro la rete, fuori della rete. Di là Shmuel, di qua Bruno. Ogni giorno da quel giorno. Senza poter giocare. Uno di là, l’altro di qua. Solo per parlare. Per dirsi: abbiamo la stessa età, siamo nati nello stesso giorno, potremmo essere gemelli, anzi, visto che siamo ogni giorno insieme finiamo per assomigliarci un po’ di più, adesso che tu Bruno sei rapato per via di quell’uovo di pidocchio che ti hanno trovato in testa, guarda, sei quasi come Shmuel, se non avessi un po' di carne in più. A specchio. Uno di là, l’altro di qua, la rete come specchio. Ma per sapere come sei, per scoprir l’america, fare l’esploratore fino in fondo, bisogna superare quello specchio, andare proprio là in america, vestire panni uguali per essere proprio uguali, mettere il pigiama a righe per essere un bambino con il pigiama a righe, per stare finalmente insieme, Bruno e Shmuel, senza essere scoperti, fino alla fine. Fino a "quella" fine.
John Boyne, Il bambino con il pigiama a righe- una favola di John Boyne, traduzione di Patrizia Rossi, Fabbri, 2006, p.224, € 14,00

Letto da Marco Ballerini (che ne ha anche elaborato la riduzione necessaria ad una lettura di un'ora) e Simona Vergani il 27 gennaio 2007 a Lurate Caccivio - Como -Italia

Qui sotto, caro visitatore, potrai ascoltare e sentire uno scampolo della recita. Con una attenzione: Simona recita due parti: quella di Shmuel (all'inizio) e quella della sorella di Bruno (alla fine)



postato da: AMALTEO alle ore gennaio 28, 2007 12:24 | link | commenti (10)
categorie: vedere cinema teatro
sabato, 27 gennaio 2007

Carlo Rivolta legge di lui dopo Auschwitz

Di lui dopo Auschwitz

Due cose a volte
immagino di lui
che esista
e dorma
fuori dal tempo
mentre noi
lo invochiamo
da dentro

Alberto Vigevani

Ma solo la voce straordinaria di Carlo Rivolta può rendere la potenza di questi versi (è la seconda poesia):


"Noi sappiamo che un uomo può leggere Goethe o Rilke la sera,

che può suonare Bach e Schubert,

e andare a fare la sua giornata di lavoro

ad Auschwitz la mattina".

George Steiner


e un appunto di Giulia Parini Bruno:

Il giorno della memoria è importante per tutti e per qualcuno un pò di più.
Per chi ancora ricorda, per chi non riesce neanche più a sorvolare la Germania, per quei sopravvissuti che per anni avevano paura di non essere creduti per cui tacevano, tale era l’orrore che avevano vissuto, per chi ha dovuto negare le sue origini per paura.
Per tutte queste persone vi ringrazio di ricordare.
In tutta Israele il giorno della memoria a mezzogiorno risuona l’acuto di una sirena, tutti si fermano abbandonano qualsiasi cosa stiano facendo e per un minuto si stanno immobili, è lungo quel minuto ma è un rito in cui tutto il dolore viene a galla, si è bello far tornare la memoria così.
Se riuscite il 27 gennaio abbandonatevi ad un minuto di silenzio e sentirete le loro voci che recitano il Kaddish.
postato da: AMALTEO alle ore gennaio 27, 2007 00:31 | link | commenti (16)
categorie: vivere memoria
venerdì, 26 gennaio 2007

Stato di Israele: Napolitano e D'Alema

partenoneQuando i "padri" sono meglio dei "figli".


Qualche giorno fa Massimo D'Alema è stato dichiarato persona non gradita dalla comunità ebraica romana per due suoi articoli di velenosa polemica contro lo stato israeliano ed ha preferito non partecipare alla presentazione del libro  di Luca Riccardi, "Il problema Israele - Diplomazia italiana e Pci di fronte allo stato ebraico (1948-1973)", Guerini editore.
Ieri, in un discorso a mio avviso "storico", ci ha pensato in modo definitivo Giorgio Napolitano a chiarire come deve essere impostata, nella politica italiana, la questione degli ebrei e dello stato di Israele:

"possiamo combattere con successo ogni indizio di razzismo, di violenza e di sopraffazione contro i diversi, e innanzitutto ogni rigurgito di antisemitismo. Anche quando esso si travesta da antisionismo : perché antisionismo significa negazione della fonte ispiratrice dello Stato ebraico, delle ragioni della sua nascita, ieri, e della sua sicurezza, oggi, al di là dei governi che si alternano nella guida di Israele."

Forte, chiaro, autorevole, definitivo.
A me il messaggio è arrivato. Ma ero già predisposto. E' stata una conferma. Mi fa piacere che sia stato un "grande vecchio" a farlo.
Spero che D'Alema pigli un appunto dalla lezione di un suo "padre".

DISCORSO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
 
GIORGIO NAPOLITANO
ALLA CELEBRAZIONE DEL "GIORNO DELLA MEMORIA"

Palazzo del Quirinale, 25 gennaio 2007

....

oggi qui, e poi in tutta Italia, si celebra per il settimo anno il "Giorno della Memoria". E sappiamo che la data del 27 gennaio fu scelta come ricorrenza del giorno in cui vennero abbattuti i cancelli di Auschwitz ; quell'immenso campo di sterminio al cui ingresso, per una sorta di macabra, blasfema irrisione, campeggiava la scritta: "Arbeit macht frei", "Il lavoro rende liberi".
L'istituzione del Giorno della Memoria, è giusto rammentarlo, fu approvata dal Parlamento della Repubblica con voto unanime. Le forze politiche espressero un comune sentire e un comune impegno. E anche grazie a ciò, è poi accaduto che, col trascorrere degli anni, le manifestazioni indette in questa giornata siano divenute non meno, ma via via più numerose. La memoria della Shoah non si attenua, nella coscienza degli Italiani e degli Europei. Sempre nuove ricerche continuano ad accrescere la conoscenza di quella che fu, forse, la più immane tragedia nella storia d'Europa.
Sì, è non solo doveroso ma importante ricordare, conoscere, cercare di capire. E' importante per tutti, guardando al futuro e non solo al passato. E' importante perché - come ha scritto Primo Levi - "ciò che è accaduto può ritornare", per assurdo e impensabile che appaia. "Pochi paesi possono essere garantiti da una futura marea di violenza generata da intolleranza, da libidine di potere, da ragioni economiche, da fanatismo religioso o politico, da attriti razziali". Ecco, con quelle parole Primo Levi ha indicato tutti i pericoli da cui dobbiamo guardarci, tutti i fenomeni che possono sfociare in aberrazioni come la Shoah : e non abbiamo forse visto in anni recenti, e non vediamo oggi affacciarsi alcuni di quei fenomeni, in più parti del mondo e anche non lontano dal nostro paese?
Dobbiamo guardare con fiducia alla nuova Europa che abbiamo costruito negli ultimi cinquant'anni, una comunità di Stati e popoli amanti della pace, animati - soprattutto nelle giovani generazioni - da spirito di amicizia e tolleranza, dal rispetto dei diversi da noi.
Ma non dobbiamo cessare di riflettere e interrogarci su come in Europa nello scorso secolo si siano intrecciate cultura e barbarie. A questo tema ha dedicato di recente un breve libro Edgar Morin, che così si conclude : "Alla coscienza delle barbarie" che nel Novecento si sono prodotte nel nostro secolo - e non è stata solo la Shoah - "deve integrarsi la coscienza che l'Europa produce, con l'umanesimo, l'universalismo, l'ascesa progressiva di una consapevole visione planetaria, gli antidoti" a ogni rischio di nuove barbarie.
E' a questo spirito di verità e di responsabilità europea che sono ispirate la ricca gamma di attività (qui richiamate dal Ministro Fioroni) della scuola italiana e dei suoi docenti, e le manifestazioni di cui voi giovani siete protagonisti: come il concorso "I giovani ricordano la Shoah" e come le visite annuali ad Auschwitz di studenti di ogni parte d'Italia.
Vi rivolgo per questo impegno il più vivo e convinto apprezzamento. Col vostro appassionato contributo possiamo combattere con successo ogni indizio di razzismo, di violenza e di sopraffazione contro i diversi, e innanzitutto ogni rigurgito di antisemitismo. Anche quando esso si travesta da antisionismo : perché antisionismo significa negazione della fonte ispiratrice dello Stato ebraico, delle ragioni della sua nascita, ieri, e della sua sicurezza, oggi, al di là dei governi che si alternano nella guida di Israele.
Come italiani - pur nel succedersi delle generazioni - dobbiamo serbare il ricordo e sentire il peso degli anni bui delle leggi razziali del fascismo e delle persecuzioni antiebraiche della Repubblica di Salò. Egualmente, nei giorni scorsi, a Parigi il Presidente Chirac ha ricordato in un nobile discorso "i momenti profondamente oscuri della storia della Francia", quelli del governo di Vichy sotto l'occupazione tedesca.
E come lui ha fatto per la Francia, vogliamo anche noi ricordare per l'Italia la luce che venne dalle imprese dei Giusti, di coloro che hanno meritato questo nome per le prove concrete che offrirono - anche col rischio del sacrificio della vita - di solidarietà verso i fratelli ebrei perseguitati, esposti alla minaccia della deportazione, della tortura, dello sterminio nei campi come Auschwitz.
Quei Giusti hanno salvato l'onore dell'Italia : e oggi dobbiamo noi render loro onore, con profonda e sempre viva riconoscenza.


A riprova che l'antisemitismo e antisionismo è molto radicato nella politica italiana:

Su EUROPA, quotidiano della Margherita la notizia della frase del Presidente della Repubblica Napolitano, sull'antisemitismo mascherato da antisionismo, è relegata nelle pagine della cultura, in un trafiletto intitolato "Napolitano: no ad ogni rigurgito di antisemitismo".

Sull'UNITA' è relegata a un sottotitolo "Napolitano, combattere ogni rigurgito di antisemitismo, anche travestito da antisionismo" e a una breve citazione nella cronaca di Anna Tarquini e Massimo Franchi sulla proposta Mastella("Carcere per le discriminazioni razziali  e sessuali", a pagina 9).
Completa la censura sull'edizione on line del quotidiano.

Quello di Napolitano è definito "discorso-svolta" nell'articolo. Come mai gli si dà così poco rilievo? Anche in prima pagina non se ne fa menzione, mentre viene richiamato un altro discorso del Presidente della Repubblica: "Napolitano, il lavoro precario uccide"
 

Nessun cenno al discorso di Napolitano nemmeno sul MANIFESTO e su LIBERAZIONE


postato da: AMALTEO alle ore gennaio 26, 2007 14:24 | link | commenti (6)
categorie: pensare storia contemporanea, pensare politica

Kalt: A Lid Fin Lodzgergetto, 1945

roundmidnight

Il ghetto di Lodz è stato il primo a essere stabilito in Polonia il 30 aprile 1940 e l'ultimo a essere liquidato nell'agosto 1944 dopo che la maggior parte dei suoi residenti erano stati mandati nei campi di sterminio.
La storia di Lodz
è la storia di una comunità ebraica che vive in isolamento e oppressione, senza nessun mezzo di comunicazione con il mondo esterno, controllata dall'amministrazione nazista e governata da un Consiglio Ebraico nominato dai tedeschi.
Il ghetto fu sigillato nel 1940 con 250.000-270,000 ebrei al suo interno. Nel corso dei cinque anni successivi altri ebrei, trasportati dall'Europa centrale e occidentale, vi furono rinchiusi mentre un numero sempre maggiore veniva deportato ai campi di sterminio. Nel 1941, i nazisti vi trasportarono anche un gruppo di zingari che, chiusi in un campo separato all'interno del ghetto, furono in breve tempo sterminati.
Il ghetto era molto piccolo e assai affollato. Collocato nella parte pi
ù povera della città, mancava di strutture igieniche e aveva fogne all'aria aperta. La maggior parte degli ebrei moriva di fame e di malattie. A partire dal 1941 iniziarono le deportazioni dal ghetto. Il 1942 è ricordato come l'anno della Grande Retata. In 8 giorni, tra il 5 e il 12 settembre, 20,000 ebrei furono catturati e deportati a Chelmno dove furono uccisi con il gas in luoghi sigillati. Il capo della comunità negoziò con i nazisti che fossero deportate solo le "persone improduttive", cioè vecchi, malati e bambini.
II ghetto, che non aveva nessun rapporto con il mondo esterno (giornali e qualsiasi altra pubblicazione erano proibiti o censurati) divenne un mondo a s
é. Le attività culturali si svolgevano nelle strade, nel teatro della Casa della Cultura, nelle riunioni dei movimenti giovanili, nei luoghi di lavoro.
 In giorni di cos
ì grande oppressione cantare divenne uno dei modi più efficaci ed appassionati per esprimere i sentimenti e raccontare la durezza della vita quotidiana.
Uno dei cantanti di maggior spicco era Yankeke Hershkowitz. Un ometto basso che agli angoli delle strade levava la sua voce in una "Chiamata alla Rivolta" cantando parole e melodie create da lui o adattate da fonti prebelliche. A Lodz, le attività culturali e soprattutto i canti, nella maggior parte dei casi, non erano un fenomeno nato nel ghetto. L'intrattenimento di strada, le attività teatrali, il canto a casa, i canti dei movimenti giovanili, erano diffusi nella cultura ebraica ed in particolare nelle comunità di lingua Yiddish precedenti la seconda guerra mondiale. Gli ebrei del ghetto di Lodz non avevano bisogno di definire la loro identità etnica: pertanto furono maggiormente liberi di usare melodie di diversa provenienza, anche non-ebraiche. Le liriche, in particolare quelle in Yiddish, davano ai canti una forte caratterizzazione.
Cantare canzoni con melodie e termini provenienti dal folklore ebraico, dalla letteratura e dalla tradizione, era di conforto agli ebrei rinchiusi ne ghetto in quanto segno di continuit
à e familiarità. D'altra parte, l’alterazione del contenuto dei canti sottolineava l'anormalità del contesto e segnava la radicale discontinuità' tra la vita del ghetto e la vita precedente. La grande maggioranza dei canti di Lodz riguardano la vita quotidiana: la fame è il tema più ricorrente. I contesti diversi del cantare hanno influenzato il contenuto dei canti. Agli angoli della strada, stretto tra la paura delle autorità e la necessità di corrispondere ai problemi dell'uditorio, il cantore offriva un commento alle quotidiane tragedie de! ghetto. Egli cantava della fame, dell'amministrazione corrotta, della polizia del ghetto esprimendo il dolore e la rabbia del suo uditorio attraverso il sarcasmo, il cinismo e l'ironia. E tuttavia, cantando per intrattenere un pubblico che mancava dei beni di prima necessità, in primo luogo di cibo, egli doveva anche saper esprimere un pò di speranza.
L'espressione musicale
è polisemantica e capace di servire una molte­plicità di funzioni. Ha la facoltà di creare un "altro tempo" per chi ascolta liberandolo dalle restrizioni del presente. Cantare altera le coordinate spazio-temporali ed offre un riscatto alla vita quotidiana. Il cantante trascende gli eventi: egli stesso é il canto. Cantando egli crea un altro mondo.
Quasi tutti i sopravvissuti hanno dichiarato che all'interno delle mura del ghetto cantare era sinonimo di libert
à, un modo per fuggire il sapore amaro della realtà, anche quando i testi delle canzoni raccontavano la cruda vita di tutti i giorni. La gente, nel ghetto, anche quando cantava la reatà. riusciva a dare voce al proprio dolore ricevendo sollievo e spinta.
Cantare, oltre che rispondere al bisogno di commentare l'orrore cela situazione, forniva una via per esprimere e comunicare le emozioni.
I KlezRoym sono un gruppo italiano di musica kletzmer che ha esplorato il patrimonio musicale askenazita (ebraico dell’Europa Orientale) e sefardita (ebraico-spagnolo).
La musica klezmer ha qualche affinità con il jazz delle ballads (canzoni struggenti, malinconiche) e con il cabaret mitteleuropeo.
La voce è di Eva Coen

Il disco da cui traggo  la traccia è questo: Klez Roym, Yankele nel ghetto, Cni

postato da: AMALTEO alle ore gennaio 26, 2007 00:12 | link | commenti (9)
categorie: ascoltare a mezzanotte
giovedì, 25 gennaio 2007

La dimenticanza e le leggi

IND-CULT-SOC

Il tarlo della dimenticanza e la funzione delle leggi


Negazionismo: in riferimento alla Shoa, è il temine con cui si indicano le teorie revisioniste secondo le quali l'Olocausto sarebbe stato assai più ridotto di quanto la storiografia dominante ritenga, o addirittura non sia mai avvenuto (da Wikipedia)
Fino a qualche mese fa era un problema storiografico. Il prof. Cilimandro, dopo avere affermato che lo ”Scopo principale dei ricercatori negazionisti è quello di dare l’impressione che si stia affrontando un serio dibattito storiografico tra storici "ufficiali" ("sterminazionisti")e storici "revisionisti" “,  aveva già scritto un’aurea scheda di indicazioni per riconoscere un testo negazionista:

-          cercare di smontare le testimonianze ed i documenti che sono alla base dell’esistenza dello sterminio. Si tratta di una prima importante differenza rispetto al metodo storiografico comunemente utilizzato, che parte da una serie di materiali documentari per avanzare ipotesi interpretative ritenute abbastanza attendibili

-          riduzione drastica del materiale documentario e delle testimonianze utilizzate dalla storiografia scientifica, non prendendo in considerazione, ad esempio, le testimonianze dei Sonderkommandos e il contenuto dei discorsi pronunciati da Hitler (o da altri gerarchi nazisti)

-          trascurare del tutto le testimonianze di persone il cui nome ha scarsa risonanza per scegliere invece bersagli ben noti e che assicurano una vasta risonanza. Tale scelta deriva evidentemente da motivi di "marketing"

-          isolamento della testimonianza dal suo contesto immediato.

-          gettare dubbi sulla credibilità del testimone.

-          ricerca ossessiva di qualunque, anche minima, imprecisione

-          rottura del consenso: ciò si verifica quando nella mente del lettore "sprovveduto" viene insinuato il seme del dubbio circa la realtà dello sterminio

-          dopo aver confuso il lettore con la seconda fase si approfitta dunque di questo "stordimento" per proporre con tono perentorio una chiave di lettura che dissolve, con apparente facilità, tutti i dubbi e le incertezze.

 

Dicevo: fino a qualche tempo fa era un problema storiografico.

Da qualche tempo non è più un problema storiografico, ma geopolitico.

Un capo di stato iraniano, che programmaticamente dichiara di volere la distruzione dello stato di  Israele,  organizza un convegno internazionale per sostenere il negazionismo. E le televisioni di tutto il mondo fanno una grandissima pubblicità all’evento.

Il gioco è fatto: il negazionismo non è più una operazione di storiografi poco metodici, ma diventa una operazione che è messa in agenda politica. Si trasforma in un obiettivo culturale che sostiene le ragioni di una azione militare.

Veniamo a noi. All’Italia e al fatto che fra pochi giorni – in base ad una legge di stato (che per mesi fu ostacolata dalle destre, dopo che fu presentata e sostenuta con forza da Furio Colombo) – ci sarà, per legge e non per memoria introiettata dentro ciascuno di noi e nella nostra cultura, il Giorno della Memoria.

Bene. Il ministro della Giustizia (me ne frego che si chiami Mastella, visto che alcuni se la prendono con la sua persona e non con questa sua azione), ripeto il ministro della Giustizia dice che per mettere l’Italia alla pari con gli altri paesi  proporrà un disegno di legge per introdurre nel codice penale italiano un nuovo reato: quello di negazione dell’Olocausto.

In Germania la ministra degli interni ha proposto di istituire il delitto di negazionismo in tutta Europa come un passo necessario per rilanciare la normativa contro razzismo, xenofobia e antisemitismo , bloccata per anni per scelta del governo Berlusconi. Nella Unione Europea 9 paesi su 27 hanno già una legislazione antinegazionista, come Germania, Austria, Francia

Una iniziativa giusta, responsabile, presa nel momento giusto. Prima che sia troppo tardi.

E invece, apriti cielo:

-          “iniziativa aberrante dal punto di vista etico e controproducente dal punto di vista pratico” (Alessandro Piperno, scrittore)

-          “Proibire il negazionismo per legge è sbagliato … segnala una inquietante rincorsa delle istituzioni a recintare i percorsi della memoria e della storia” (Giovanni De Luna, storico)

-          è inaccettabile che un’autorità - politica, giudiziaria, religiosa... - si possa ergere a custode e a garante della Verità della Storia. Esiste un solo Tribunale, ed è quello, ideale, rappresentato dalla comunità studiosi,” (Angelo d’Orsi, storico)

-          “mettere fuori della storia i negazionisti non significa metterli in galera” (Francesco Rute