2001
Leonard Cohen compiva 67 anni (il 21 settembre, ad essere pignoli).
Era appena uscito da una comunità buddista e si rimetteva nel gorgo della vita.
E con Ten New Songs ci sciorinava, con l’amica Sharon Robinson, una “lenzuolata” di racconti in forma di ballata.
Sottofondo essenziale, voce accarezzante, canto e controcanto e interplay che genera l’immagine della integrazione degli opposti: quella del maschile/femminile.
Insomma: il ritorno di un grande. Perché i grandi lo sono anche da vecchi. O da pre-vecchi.
Sentiamo assieme:
E poi andiamo a dormire.
I saw you this morning.
You were moving so fast.
Can’t seem to loosen my grip
On the past.
And I miss you so much.
There’s no one in sight.
And we’re still making love
In My Secret Life.
I smile when I’m angry.
I cheat and I lie.
I do what I have to do
To get by.
But I know what is wrong,
And I know what is right.
And I’d die for the truth
In My Secret Life.
Hold on, hold on, my brother.
My sister, hold on tight.
I finally got my orders.
I’ll be marching through the morning,
Marching through the night,
Moving cross the borders
Of My Secret Life.
Looked through the paper.
Makes you want to cry.
Nobody cares if the people
Live or die.
And the dealer wants you thinking
That it’s either black or white.
Thank G-d it’s not that simple
In My Secret Life.
I bite my lip.
I buy what I’m told:
From the latest hit,
To the wisdom of old.
But I’m always alone.
And my heart is like ice.
And it’s crowded and cold
In My Secret Life.
Funziona ancora lo schema "destra - sinistra"?
Mi batto per la sinistra, ma voterò Sarkozy
di ANDRÉ GLUCKSMANN in Il Corriere della Sera 30 gennaio 2007
In Francia, la sorpresa delle elezioni presidenziali c’è stata. Prima di andare a votare, i francesi vivono un mutamento mentale. I sondaggi variano, il risultato finale resta imprevedibile, ma ovunque trapela l’atteggiamento di rifiuto espresso da un Paese immobilizzato in museo-ospedale e in preda a infezioni nosocomiali: egoismi, discriminazione, furori, depressione. Ségolène Royal e Nicolas Sarkozy hanno poche cose in comune, se non l’età, ma entrambi hanno ottenuto un consenso unanime da una base refrattaria a inquadramenti tradizionali e a dottrine antiquate. Non si vota più per i socialisti o i gollisti, si vota per un soprassalto nazionale.
A Parigi, d’inverno, i Senza domicilio fisso, gli Sdf, soffrono il freddo da un quarto di secolo. Improvvisamente, ecco che diventano visibili, le loro tende saltano agli occhi, l’opinione pubblica s’intromette e il governo si dà da fare. Perché non prima? Come nel febbraio 1954, i francesi sentono che non è più il caso di dare tempo al tempo. «È bastato che un uomo agisse al di fuori degli schemi ufficiali perché i francesi si muovessero, ma c’è voluto anche il freddo. Senza il freddo, niente abbé Pierre! Quando
La battaglia delle idee è un fatto compiuto… Compiuto a destra, stranamente. Il dibattito Sarkozy-Villepin illustra, più che una lite fra egocentrici, lo scontro di due modi di vedere
Quel che è in corso è un movimento contro il conservatorismo.
Sarkozy rompe chiaramente con la destra abituata a nascondere il proprio vuoto dietro grandi concetti pontificanti. Per esempio: esaltando la discriminazione positiva, che elude l’Uguaglianza virtuale per sradicare le ineguaglianze reali, dovute al colore della pelle, al domicilio e al cognome. O ancora: teorizzando gli aiuti pubblici per la costruzione delle moschee, al fine di evitare ai fedeli della seconda religione di Francia di pregare nelle cantine o in locali offerti da ricchi integralisti. A costo di urtare una concezione rigida della laicità, ricordiamo che nel 1905
La domanda è cambiata, l’offerta è rimasta la stessa. La società si trasforma, i principi devono trasformarsi con essa.
La rottura a destra abbraccia la politica internazionale non meno di quella interna. Curiosa metamorfosi del «gollismo», il feticismo conservatore coltiva il primato degli Stati, qualunque cosa facciano. Questa «realpolitik» sacrifica la nostra storia e la nostra influenza internazionale a interessi che si limitano alla vendita d’armi e a contratti petroliferi. Alla caduta del Muro di Berlino, i nostri dirigenti storsero la bocca, poi sostennero gli alleati genocidari del Ruanda e tributarono a Vladimir Putin
Eppure, esisteva una Francia generosa che non dimenticava gli oppressi: i boat-people vietnamiti che fuggono dal comunismo, i sindacalisti incarcerati di Solidarnosc, le «Madri di Maggio» sotto il fascismo argentino, le algerine esposte al terrorismo, i cileni torturati, i dissidenti russi, bosniaci, kosovari, ceceni… In nessun altro Paese si è parlato tanto di queste mostruosità e di queste resistenze. La possibilità di aprirsi fraternamente al mondo è nel nostro patrimonio culturale: vedi Montaigne, vedi Hugo, vedi i «French doctors» e i loro emuli. Nessuna fatalità condanna i nostri compatrioti ad essere scontenti di tutto, a vituperare gli «idraulici polacchi», a tagliarsi fuori dal mondo.
Nicolas Sarkozy è l’unico candidato, oggi, ad essersi impegnato a seguire le orme di questa Francia del cuore. Denuncia il martirio delle infermiere bulgare condannate a morte in Libia, i massacri nel Darfur e l’assassinio dei giornalisti, poi enuncia una regola sul modo di governare ben lontana da quella di Jacques Chirac: «Non credo a quella che viene chiamata "realpolitik", che fa rinunciare ai propri valori senza ottenere un solo contratto. Non accetto quello che accade in Cecenia, perché 250.000 ceceni morti o perseguitati non sono un dettaglio della storia del mondo. Il generale de Gaulle ha voluto la libertà per tutti i popoli e la libertà vale anche per loro… Il silenzio è complice e io non voglio essere complice di alcuna dittatura» (14/1/2007).
Cosa risponde la sinistra? Purtroppo ben poco. Dov’è finita la battaglia per le idee che tanto a lungo fu il suo privilegio? Dove si è smarrito lo stendardo della solidarietà internazionale, un tempo orgoglio del socialismo francese? Non si tratta d’incriminare una candidata che rispetto, anche se non mi va giù il modo in cui ha elevato la giustizia cinese a modello di celerità. È una candidata alle prese con un vuoto più grande di lei, che questo piaccia o meno ai commentatori e agli invidiosi che con tanta facilità fustigano i suoi metodi o la sua persona. La lezione dell’aprile 2002 - quando il candidato socialista e primo ministro Lionel Jospin ottiene meno voti del capo dell’estrema destra Jean-Marie Le Pen - non ha portato né a fare un bilancio né a rimettersi in questione. Ogni fazione del partito socialista ha ritenuto che il fallimento confermava le proprie inossidabili certezze.
La sinistra ufficiale francese si crede moralmente infallibile e mentalmente intoccabile. Crede d’incarnare il movimento e la repubblica. Il che era relativamente esatto fino al 1945. La sinistra aveva osato rimettersi in questione e aveva portato avanti le battaglie da cui nacque la nostra democrazia laica e sociale. Ma dopo il 1945, poiché la collaborazione con l’occupante nazista aveva sotterrato il conformismo di destra, la sinistra di professione si è addormentata sugli allori. E disprezza le discussioni tedesche (attorno al Bad Godesberg) o inglesi (a proposito del New Labour), ignora l’esplosione spirituale della dissidenza ad Est, se ne infischia delle rivoluzioni di velluto da Praga a Kiev e Tbilisi.
Macerandosi nel proprio narcisismo, si trova ad essere assai impreparata quando Nicolas Sarkozy prende in contropiede le tradizioni della destra e invoca i ribelli e gli oppressi, il giovane resistente comunista Guy Môquet, le donne musulmane martirizzate, Simone Veil che abolisce la sofferenza degli aborti clandestini, il frate Christian assassinato in Algeria a Tibhirine e i repubblicani spagnoli. Invece di gridare all’appropriazione d’eredità, come ha fatto il Psf, permettetemi di rallegrarmene. Quando nel discorso del candidato di destra ritrovo Hugo, Jaurès, Mandel, Chaban, Camus, mi sento un po’ a casa mia.
In una campagna presidenziale, è utile scegliere un campo quando i confronti si fanno spietati. È normale anche richiamare i candidati ai loro limiti. A condizione di non eliminare colui che si combatte cancellandolo dalla nazione, come ha fatto un deputato socialista inveendo contro il «neoconservatore americano dal passaporto francese». L’ostracismo e la stigmatizzazione dell’Anti-Francia sono stati a lungo appannaggio di una destra estrema. La sinistra merita qualcosa di meglio.
Nel corso di una vita lunga e di mobilitazione in tante battaglie, mai mi sono schierato pubblicamente per un candidato o per un altro (salvo per Chirac contro Le Pen nel 2002). Figlio di ebrei austriaci che combatterono i nazisti in Francia, ho scelto questo Paese e la sinistra è la mia famiglia d’origine. È per la sinistra che, da quarant’anni, mi batto contro le sue fossilizzazioni ideologiche (sostegno a Solzenicyn, ai dissidenti antitotalitari dell’Est, critica dei paraocchi marxisti).
Per un momento ho sognato una candidatura di Bernard Kouchner (fondatore di «Medici senza Frontiere»), che restituisse alla sinistra francese la dimensione internazionale che ha perso. Ed ecco il veto di un Psf spaventato dall’audacia di un elettrone libero. Mi sarebbe piaciuto un ticket Sarkozy-Kouchner. Prendendo posizione per il primo, perderò qualche amico. La mia decisione, frutto di antichi dolori e prospettive nuove, nasce da una riflessione. Non condivido tutte le opzioni del candidato Ump (Union pour un Mouvement populaire). Per esempio: vorrei che la regolarizzazione dei «sans papiers» fosse più ampia, fondata su criteri di umanità più rispettati. Votare non significa pronunciare i voti, ma optare per il progetto più vicino alle proprie convinzioni.
L’umanesimo del XXI secolo si astiene dall’imporre un’idea perfetta dell’uomo. Come una barriera contro l’inumano, che è in noi e attorno a noi, esso non può accontentarsi di deplorare le vittime e recensire morti ed emarginati. Rifiutando l’indifferenza colpevole e la mania dottrinaria, l’umanesimo si ostina - lotta ricominciata senza sosta - a «ostacolare la follia degli uomini rifiutando di lasciarsi impadronire da essa» (discorso del 14/1/2007). Il «mormorio delle anime innocenti» che Sarkozy udì a Yad Vashem gli detta questa definizione della politica. Da sempre, è questo mormorio a sorreggere la mia filosofia.
(traduzione di Daniela Maggioni)
1985
Soprattutto per gli amici del Lago di Como.Cosa vuol dire, invasioni letterarie?
E’ un recital di circa 60 minuti, dove un attore ed una violinista si alternano ognuno con il proprio suono, la propria voce.
Non ci sarà un filo conduttore, ma si salterà qua e la usando i libri come appigli, usando gli spartiti come gradini, e per ogni libro toccato, il protagonista di quella pagina, si animerà, per ogni spartito, il suono dolcissimo, e allo stesso tempo straziante del violino, suonerà.
Ma allora, cos’è? Un minestrone senza sale?!?!
Assolutamente no! Quando si uscirà, ci si sentirà sazi e con un buon gusto in bocca, anche perché sarete poi Voi, gentilissimo pubblico, a finire la storia che vi verrà narrata, con
… volete una scaletta?… Prego.
Brani Letterari:
da “Cirano de Bergerac” di Edmond Rostand il monologo “No, grazie” di Cirano, Atto II, Scena VIII.
da “Non si sa come” di Luigi Pirandello il monologo di Romeo fine Atto I.
da “Buchi nella sabbia” di Ernesto Ragazzoni la ballata “De Affrica”.
da “Adelchi” di Alessandro Manzoni il monologo del “Diacono Martino” Atto II, Scena III.
da “Canti” di Giacomo Leopardi la poesia “A Silvia”.
da “Il linguaggio del Paggio” di Autori vari spettacolo di Marco Ballerini “Parole Parole Parole”.
da “Kean, genio e sregolatezza” di Dumas, Sartre, Gassman il “Perché recitare”
Brani Musicali:
J. S. Bach: Preludio dalla Partita n.3 in Mi maggiore
G. Pugnani–Kreisler: Preludium
J. S. Bach: Double n.3 dalla Partita n.1 in Si minor
M. Praetorius: Danza
J. S. Bach: Bourrée dalla Partita n.3 in Mi maggiore
Timballo di note
E' quasi notte. Dopo vari momenti di commozione per il programma sull'ingiustizia riservata alle vittime del terrorismo nel programma La7 - Niente di personale di Antonello Piroso sento il bisogno di un po' di sonno.
Il bambino con il pigiama a righe è un viaggio con un bambino di nove anni che si chiama Bruno, il figlio di un comandante delle SS.Letto da Marco Ballerini (che ne ha anche elaborato la riduzione necessaria ad una lettura di un'ora) e Simona Vergani il 27 gennaio 2007 a Lurate Caccivio - Como -Italia
Qui sotto, caro visitatore, potrai ascoltare e sentire uno scampolo della recita. Con una attenzione: Simona recita due parti: quella di Shmuel (all'inizio) e quella della sorella di Bruno (alla fine)
Due cose a volte
immagino di lui
che esista
e dorma
fuori dal tempo
mentre noi
lo invochiamo
da dentro
Quando i "padri" sono meglio dei "figli".
Qualche giorno fa Massimo D'Alema è stato dichiarato persona non gradita dalla comunità ebraica romana per due suoi articoli di velenosa polemica contro lo stato israeliano ed ha preferito non partecipare alla presentazione del libro di Luca Riccardi, "Il problema Israele - Diplomazia italiana e Pci di fronte allo stato ebraico (1948-1973)", Guerini editore.
Ieri, in un discorso a mio avviso "storico", ci ha pensato in modo definitivo Giorgio Napolitano a chiarire come deve essere impostata, nella politica italiana, la questione degli ebrei e dello stato di Israele:
"possiamo combattere con successo ogni indizio di razzismo, di violenza e di sopraffazione contro i diversi, e innanzitutto ogni rigurgito di antisemitismo. Anche quando esso si travesta da antisionismo : perché antisionismo significa negazione della fonte ispiratrice dello Stato ebraico, delle ragioni della sua nascita, ieri, e della sua sicurezza, oggi, al di là dei governi che si alternano nella guida di Israele."
DISCORSO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
GIORGIO NAPOLITANO
ALLA CELEBRAZIONE DEL "GIORNO DELLA MEMORIA"
Palazzo del Quirinale, 25 gennaio 2007
oggi qui, e poi in tutta Italia, si celebra per il settimo anno il "Giorno della Memoria". E sappiamo che la data del 27 gennaio fu scelta come ricorrenza del giorno in cui vennero abbattuti i cancelli di Auschwitz ; quell'immenso campo di sterminio al cui ingresso, per una sorta di macabra, blasfema irrisione, campeggiava la scritta: "Arbeit macht frei", "Il lavoro rende liberi".
L'istituzione del Giorno della Memoria, è giusto rammentarlo, fu approvata dal Parlamento della Repubblica con voto unanime. Le forze politiche espressero un comune sentire e un comune impegno. E anche grazie a ciò, è poi accaduto che, col trascorrere degli anni, le manifestazioni indette in questa giornata siano divenute non meno, ma via via più numerose. La memoria della Shoah non si attenua, nella coscienza degli Italiani e degli Europei. Sempre nuove ricerche continuano ad accrescere la conoscenza di quella che fu, forse, la più immane tragedia nella storia d'Europa.
Sì, è non solo doveroso ma importante ricordare, conoscere, cercare di capire. E' importante per tutti, guardando al futuro e non solo al passato. E' importante perché - come ha scritto Primo Levi - "ciò che è accaduto può ritornare", per assurdo e impensabile che appaia. "Pochi paesi possono essere garantiti da una futura marea di violenza generata da intolleranza, da libidine di potere, da ragioni economiche, da fanatismo religioso o politico, da attriti razziali". Ecco, con quelle parole Primo Levi ha indicato tutti i pericoli da cui dobbiamo guardarci, tutti i fenomeni che possono sfociare in aberrazioni come la Shoah : e non abbiamo forse visto in anni recenti, e non vediamo oggi affacciarsi alcuni di quei fenomeni, in più parti del mondo e anche non lontano dal nostro paese?
Dobbiamo guardare con fiducia alla nuova Europa che abbiamo costruito negli ultimi cinquant'anni, una comunità di Stati e popoli amanti della pace, animati - soprattutto nelle giovani generazioni - da spirito di amicizia e tolleranza, dal rispetto dei diversi da noi.
Ma non dobbiamo cessare di riflettere e interrogarci su come in Europa nello scorso secolo si siano intrecciate cultura e barbarie. A questo tema ha dedicato di recente un breve libro Edgar Morin, che così si conclude : "Alla coscienza delle barbarie" che nel Novecento si sono prodotte nel nostro secolo - e non è stata solo la Shoah - "deve integrarsi la coscienza che l'Europa produce, con l'umanesimo, l'universalismo, l'ascesa progressiva di una consapevole visione planetaria, gli antidoti" a ogni rischio di nuove barbarie.
E' a questo spirito di verità e di responsabilità europea che sono ispirate la ricca gamma di attività (qui richiamate dal Ministro Fioroni) della scuola italiana e dei suoi docenti, e le manifestazioni di cui voi giovani siete protagonisti: come il concorso "I giovani ricordano la Shoah" e come le visite annuali ad Auschwitz di studenti di ogni parte d'Italia.
Vi rivolgo per questo impegno il più vivo e convinto apprezzamento. Col vostro appassionato contributo possiamo combattere con successo ogni indizio di razzismo, di violenza e di sopraffazione contro i diversi, e innanzitutto ogni rigurgito di antisemitismo. Anche quando esso si travesta da antisionismo : perché antisionismo significa negazione della fonte ispiratrice dello Stato ebraico, delle ragioni della sua nascita, ieri, e della sua sicurezza, oggi, al di là dei governi che si alternano nella guida di Israele.
Come italiani - pur nel succedersi delle generazioni - dobbiamo serbare il ricordo e sentire il peso degli anni bui delle leggi razziali del fascismo e delle persecuzioni antiebraiche della Repubblica di Salò. Egualmente, nei giorni scorsi, a Parigi il Presidente Chirac ha ricordato in un nobile discorso "i momenti profondamente oscuri della storia della Francia", quelli del governo di Vichy sotto l'occupazione tedesca.
E come lui ha fatto per la Francia, vogliamo anche noi ricordare per l'Italia la luce che venne dalle imprese dei Giusti, di coloro che hanno meritato questo nome per le prove concrete che offrirono - anche col rischio del sacrificio della vita - di solidarietà verso i fratelli ebrei perseguitati, esposti alla minaccia della deportazione, della tortura, dello sterminio nei campi come Auschwitz.
Quei Giusti hanno salvato l'onore dell'Italia : e oggi dobbiamo noi render loro onore, con profonda e sempre viva riconoscenza.
Il ghetto di Lodz è stato il primo a essere stabilito in Polonia il 30 aprile 1940 e l'ultimo a essere liquidato nell'agosto 1944 dopo che la maggior parte dei suoi residenti erano stati mandati nei campi di sterminio.
La storia di Lodz è la storia di una comunità ebraica che vive in isolamento e oppressione, senza nessun mezzo di comunicazione con il mondo esterno, controllata dall'amministrazione nazista e governata da un Consiglio Ebraico nominato dai tedeschi.
Il ghetto fu sigillato nel 1940 con 250.000-270,000 ebrei al suo interno. Nel corso dei cinque anni successivi altri ebrei, trasportati dall'Europa centrale e occidentale, vi furono rinchiusi mentre un numero sempre maggiore veniva deportato ai campi di sterminio. Nel 1941, i nazisti vi trasportarono anche un gruppo di zingari che, chiusi in un campo separato all'interno del ghetto, furono in breve tempo sterminati.
Il ghetto era molto piccolo e assai affollato. Collocato nella parte più povera della città, mancava di strutture igieniche e aveva fogne all'aria aperta. La maggior parte degli ebrei moriva di fame e di malattie. A partire dal 1941 iniziarono le deportazioni dal ghetto. Il 1942 è ricordato come l'anno della Grande Retata. In 8 giorni, tra il 5 e il 12 settembre, 20,000 ebrei furono catturati e deportati a Chelmno dove furono uccisi con il gas in luoghi sigillati. Il capo della comunità negoziò con i nazisti che fossero deportate solo le "persone improduttive", cioè vecchi, malati e bambini.
II ghetto, che non aveva nessun rapporto con il mondo esterno (giornali e qualsiasi altra pubblicazione erano proibiti o censurati) divenne un mondo a sé. Le attività culturali si svolgevano nelle strade, nel teatro della Casa della Cultura, nelle riunioni dei movimenti giovanili, nei luoghi di lavoro.
In giorni di così grande oppressione cantare divenne uno dei modi più efficaci ed appassionati per esprimere i sentimenti e raccontare la durezza della vita quotidiana.
Uno dei cantanti di maggior spicco era Yankeke Hershkowitz. Un ometto basso che agli angoli delle strade levava la sua voce in una "Chiamata alla Rivolta" cantando parole e melodie create da lui o adattate da fonti prebelliche. A Lodz, le attività culturali e soprattutto i canti, nella maggior parte dei casi, non erano un fenomeno nato nel ghetto. L'intrattenimento di strada, le attività teatrali, il canto a casa, i canti dei movimenti giovanili, erano diffusi nella cultura ebraica ed in particolare nelle comunità di lingua Yiddish precedenti la seconda guerra mondiale. Gli ebrei del ghetto di Lodz non avevano bisogno di definire la loro identità etnica: pertanto furono maggiormente liberi di usare melodie di diversa provenienza, anche non-ebraiche. Le liriche, in particolare quelle in Yiddish, davano ai canti una forte caratterizzazione.
Cantare canzoni con melodie e termini provenienti dal folklore ebraico, dalla letteratura e dalla tradizione, era di conforto agli ebrei rinchiusi ne ghetto in quanto segno di continuità e familiarità. D'altra parte, l’alterazione del contenuto dei canti sottolineava l'anormalità del contesto e segnava la radicale discontinuità' tra la vita del ghetto e la vita precedente. La grande maggioranza dei canti di Lodz riguardano la vita quotidiana: la fame è il tema più ricorrente. I contesti diversi del cantare hanno influenzato il contenuto dei canti. Agli angoli della strada, stretto tra la paura delle autorità e la necessità di corrispondere ai problemi dell'uditorio, il cantore offriva un commento alle quotidiane tragedie de! ghetto. Egli cantava della fame, dell'amministrazione corrotta, della polizia del ghetto esprimendo il dolore e la rabbia del suo uditorio attraverso il sarcasmo, il cinismo e l'ironia. E tuttavia, cantando per intrattenere un pubblico che mancava dei beni di prima necessità, in primo luogo di cibo, egli doveva anche saper esprimere un pò di speranza.
L'espressione musicale è polisemantica e capace di servire una molteplicità di funzioni. Ha la facoltà di creare un "altro tempo" per chi ascolta liberandolo dalle restrizioni del presente. Cantare altera le coordinate spazio-temporali ed offre un riscatto alla vita quotidiana. Il cantante trascende gli eventi: egli stesso é il canto. Cantando egli crea un altro mondo.
Quasi tutti i sopravvissuti hanno dichiarato che all'interno delle mura del ghetto cantare era sinonimo di libertà, un modo per fuggire il sapore amaro della realtà, anche quando i testi delle canzoni raccontavano la cruda vita di tutti i giorni. La gente, nel ghetto, anche quando cantava la reatà. riusciva a dare voce al proprio dolore ricevendo sollievo e spinta.
Cantare, oltre che rispondere al bisogno di commentare l'orrore cela situazione, forniva una via per esprimere e comunicare le emozioni.
I KlezRoym sono un gruppo italiano di musica kletzmer che ha esplorato il patrimonio musicale askenazita (ebraico dell’Europa Orientale) e sefardita (ebraico-spagnolo).
La musica klezmer ha qualche affinità con il jazz delle ballads (canzoni struggenti, malinconiche) e con il cabaret mitteleuropeo.
La voce è di Eva Coen
Il disco da cui traggo la traccia è questo: Klez Roym, Yankele nel ghetto, Cni
Il tarlo della dimenticanza e la funzione delle leggi
Negazionismo: in riferimento alla Shoa, è il temine con cui si indicano le teorie revisioniste secondo le quali l'Olocausto sarebbe stato assai più ridotto di quanto la storiografia dominante ritenga, o addirittura non sia mai avvenuto (da Wikipedia)
Fino a qualche mese fa era un problema storiografico. Il prof. Cilimandro, dopo avere affermato che lo ”Scopo principale dei ricercatori negazionisti è quello di dare l’impressione che si stia affrontando un serio dibattito storiografico tra storici "ufficiali" ("sterminazionisti")e storici "revisionisti" “, aveva già scritto un’aurea scheda di indicazioni per riconoscere un testo negazionista:
- cercare di smontare le testimonianze ed i documenti che sono alla base dell’esistenza dello sterminio. Si tratta di una prima importante differenza rispetto al metodo storiografico comunemente utilizzato, che parte da una serie di materiali documentari per avanzare ipotesi interpretative ritenute abbastanza attendibili
- riduzione drastica del materiale documentario e delle testimonianze utilizzate dalla storiografia scientifica, non prendendo in considerazione, ad esempio, le testimonianze dei Sonderkommandos e il contenuto dei discorsi pronunciati da Hitler (o da altri gerarchi nazisti)
- trascurare del tutto le testimonianze di persone il cui nome ha scarsa risonanza per scegliere invece bersagli ben noti e che assicurano una vasta risonanza. Tale scelta deriva evidentemente da motivi di "marketing"
- isolamento della testimonianza dal suo contesto immediato.
- gettare dubbi sulla credibilità del testimone.
- ricerca ossessiva di qualunque, anche minima, imprecisione
- rottura del consenso: ciò si verifica quando nella mente del lettore "sprovveduto" viene insinuato il seme del dubbio circa la realtà dello sterminio
- dopo aver confuso il lettore con la seconda fase si approfitta dunque di questo "stordimento" per proporre con tono perentorio una chiave di lettura che dissolve, con apparente facilità, tutti i dubbi e le incertezze.
Dicevo: fino a qualche tempo fa era un problema storiografico.
Da qualche tempo non è più un problema storiografico, ma geopolitico.
Un capo di stato iraniano, che programmaticamente dichiara di volere la distruzione dello stato di Israele, organizza un convegno internazionale per sostenere il negazionismo. E le televisioni di tutto il mondo fanno una grandissima pubblicità all’evento.
Il gioco è fatto: il negazionismo non è più una operazione di storiografi poco metodici, ma diventa una operazione che è messa in agenda politica. Si trasforma in un obiettivo culturale che sostiene le ragioni di una azione militare.
Veniamo a noi. All’Italia e al fatto che fra pochi giorni – in base ad una legge di stato (che per mesi fu ostacolata dalle destre, dopo che fu presentata e sostenuta con forza da Furio Colombo) – ci sarà, per legge e non per memoria introiettata dentro ciascuno di noi e nella nostra cultura, il Giorno della Memoria.
Bene. Il ministro della Giustizia (me ne frego che si chiami Mastella, visto che alcuni se la prendono con la sua persona e non con questa sua azione), ripeto il ministro della Giustizia dice che per mettere l’Italia alla pari con gli altri paesi proporrà un disegno di legge per introdurre nel codice penale italiano un nuovo reato: quello di negazione dell’Olocausto.
In Germania la ministra degli interni ha proposto di istituire il delitto di negazionismo in tutta Europa come un passo necessario per rilanciare la normativa contro razzismo, xenofobia e antisemitismo , bloccata per anni per scelta del governo Berlusconi. Nella Unione Europea 9 paesi su 27 hanno già una legislazione antinegazionista, come Germania, Austria, Francia
Una iniziativa giusta, responsabile, presa nel momento giusto. Prima che sia troppo tardi.
E invece, apriti cielo:
- “iniziativa aberrante dal punto di vista etico e controproducente dal punto di vista pratico” (Alessandro Piperno, scrittore)
- “Proibire il negazionismo per legge è sbagliato … segnala una inquietante rincorsa delle istituzioni a recintare i percorsi della memoria e della storia” (Giovanni De Luna, storico)
- “è inaccettabile che un’autorità - politica, giudiziaria, religiosa... - si possa ergere a custode e a garante della Verità della Storia. Esiste un solo Tribunale, ed è quello, ideale, rappresentato dalla comunità studiosi,” (Angelo d’Orsi, storico)
- “mettere fuori della storia i negazionisti non significa metterli in galera” (Francesco Rute