Sul piano personale il 2006 è andato bene: abbiamo attaccato ancora un anno agli anni della vita.
In questi tempi così incerti non è poco.
Sul piano politico il 2006 è andato bene: elettori una volta tanto lungimiranti, hanno protetto e messo al sicuro
In questi tempi, in cui non agisce il principio di responsabilità, è stato quasi un miracolo.
A maggior ragione, ieri come oggi abbiamo bisogno di pensieri forti.
Allora, in mezzo a tanti “cattivi maestri”, si può provare a riconoscere qualche buon maestro, come l’autore di questo testo:
“Negli anni della mia gioventù avevo praticato, sia pure con modestia, lo sport dell'alpinismo in roccia, e questo mio attuale lavoro di pensiero, in qualche modo, mi richiama alla mente l'esercizio dello scalare una parete, che sia in un certo punto così esposta nel vuoto da precludere la vista del cielo che ti sovrasta.
Per procedere non basta allora affidarsi ai soli mezzi del corpo, per quanto forte e addestrato esso sia, ma è necessario fare ricorso all'ingegno pratico e all'uso di strumenti che facciano presa nella solidità della pietra, per permettere di scostarsene, grazie alla scorrevole tensione della corda nella staffa agganciata al chiodo infìtto nella roccia saldamente, per elevarsi quanto basti per raggiungere quell'appiglio più alto, dal quale muovere oltre, fino a quando, superato lo strapiombo nel punto della sua massima esposizione, si dischiuda nuovamente alla vista il cielo, assieme al tracciato di un nuovo possibile percorso.
E così nel procedere del pensiero, le tappe ne sono segnate dall'impiego di idee strumentali, sulla consistenza delle quali far conto, così come lo si fa con i chiodi nella parete, per uscire dai limiti del risaputo, ed elevarsi, muovendo da quei punti fermi, fino ad attingere una nuova prospettiva di conoscenza, che il vecchio e consolidato sapere ti precludeva, mentre al tempo stesso ti offriva i mezzi per superare i suoi limiti, se adeguatamente utilizzato”
Carlo Tullio-Altan, Un processo di pensiero, Lanfranchi editore, Milano 1992, p. 337
Carlo Tullio-Altan (1916-2005) è stato un antropologo culturale e uno dei maggiori intellettuali del ‘900 italiano. Oggi è più conosciuto suo figlio: il disegnatore Altan.
Peccato.
Ecco l’augurio per il 2007: ricordarsi dei buoni maestri e dei loro insegnamenti per scalare la parete e andare avanti nel ciclo della vita.
Buon anno a tutti noi !

Non è certo il caso di fare una festa, ma per quanto riguarda la politica l’esecuzione dell’ex dittatore Saddam Hussein sta all’attivo di questo 2006.
La chiave di lettura che utilizzo insegue questi pensieri: stiamo parlando di crimini verso l'umanità eseguiti da un capo di stato che perseguiva una terza guerra mondiale; stiamo parlando di una procedura a suo modo giuridica (intendo in quel contesto socio-culturale) da inquadrare nelle situazioni estreme. Non situazioni controllabili con la convinzione, le argomentazioni, il diritto: situazioni estreme, ossia eccezionali e meritevoli di un ragionamento diverso nella comparazione con le altre situazioni della quotidianità e della storia.
La questione è moralmente questa: le colpe, quando sono così grandi, devono essere pagate nel modo estremo.
La questione è giuridicamente questa: il processo Saddam è stato legittimo all’interno dei loro ordinamenti giuridici. Ordinamenti primitivi ma legittimi in quel quadro socio-culturale. Osserva in proposito Pietro Ostellino:
“Nella nostra cultura giuridica, il principio di legalità impone al giudice di attenersi alla lettera della legge, evitando di fare riferimento alla morale e alla religione; a sua volta, il principio di legittimità pretende che la legge sia fondata sul rispetto dei valori della democrazia liberale e sulle garanzie dello Stato di diritto. Nella cultura giuridica islamica, al contrario, il principio di legalità coincide con quello di legittimità solo se ha a proprio fondamento la morale religiosa (che non è propriamente lo Stato di diritto). Si tratta di due piani differenti — quello occidentale, giuridico, che spiega il rifiuto etico-politico della pena capitale; quello islamico, morale, che la giustifica giuridicamente — da cui valutare il processo, ma che fanno tutta la differenza fra la nostra e la loro civilizzazione.”
Se il principio morale fosse stato “non si deve dare la pena di morte”, allora neanche a Hitler (se non ci avesse pensato da sè suicidandosi) si sarebbe dovuta applicare la sanzione estrema. E la fucilazione di Mussolini (avvenuta senza processo) sarebbe stata non solo illegittima, ma anche ingiusta e per di più definibile come un omicidio. E neppure il rapimento, il processo e l’esecuzione di Adolf Eichmann, il “funzionario” della Shoah, sarebbe stato un infinitesimo atto di giustizia davanti alla enormità del genocidio industrialmente organizzato.
Il mio personale giudizio nei confronti della storia contemporanea è quello di osservare una profonda ingiustizia nel fatto che Stalin , Mao, Francisco Franco, Pinochet …. siano morti secondo il loro orribile ciclo naturale di vita. E lo stesso avverrà per Fidel Castro, che anzi verrà decantato come un eroe.
Al male estremo non c’è rimedio. Si può solo parzialmente combatterlo con una reazione altrettanto estrema. Anche per evitare che queste figure mefitiche possano continuare nella loro opera concreta e simbolica.
Nella storia non ci sono equivalenze nette, ma solo rassomiglianze che possono provocare quella “tonalità affettiva” adatta alla riflessione.
La seguente pagina di Hannah Arendt tratta da “La banalità del male” e dedicata al processo Eichmann mi sembra adatta:
“Le proteste, è vero, ebbero breve vita, ma furono numerose e vennero da persone influenti e autorevoli. La tesi più comune era che le colpe di Eichmann erano troppo grandi per poter essere punite dagli uomini, che la pena di morte non era proporzionata a crimini di tali dimensioni: il che naturalmente in un certo senso era vero, sennonché è assurdo sostenere che chi ha ucciso milioni di esseri umani debba per ciò stesso sfuggire alla pena. Tra la gente comune, molti dissero che la condanna a morte dimostrava "poca fantasia," e proposero, sia pure tardivamente, alternative ingegnose: Eichmann per esempio avrebbe dovuto "trascorrere il resto della sua vita nelle aride distese del Negeb, condannato ai lavori forzati, aiutando col suo sudore a colonizzare la patria degli ebrei" — una pena a cui probabilmente non avrebbe resistito più di un giorno, a prescindere dal fatto che il deserto del Negeb non è propriamente una colonia penale; oppure, nello stile di Madison Avenue, Israele avrebbe dovuto innalzarsi ad "altezze sublimi," al di sopra delle considerazioni "razionali, ,giuridiche, politiche e anche umane," convocando tutti coloro che lo avevano catturato, processato e condannato e proclamandoli "eroi del secolo" nel corso di una cerimonia pubblica, con Eichmann presente in catene, facendo riprendere la scena dalla televisione.
Martin Buber defini l'esecuzione un "errore di portata storica," che poteva "liberare dal senso di colpa molti giovani tedeschi" — un argomento che stranamente riecheggiava le idee dello stesso Eichmann, il quale proprio per quella ragione aveva espresso un giorno il desiderio di essere impiccato in pubblico. (Questo, probabilmente, Buber non lo sapeva, ma è strano comunque che un uomo della sua statura morale e della sua intelligenza non si rendesse conto di quanto spurio fosse quel tanto reclamizzato senso di colpa. Sentirsi colpevoli quando non si è fatto nulla di male: quanta nobiltà d'animo! Ma è assai difficile e certamente deprimente ammettere la colpa e pentirsi. La gioventù tedesca, ad ogni passo della sua vita, è circondata da tutte le parti da uomini che oggi rivestono cariche pubbliche importanti e che sono veramente colpevoli, ma non sentono nulla. Di fronte a questo stato di cose, la reazione normale dovrebbe essere lo sdegno, ma lo sdegno sarebbe molto pericoloso — non un pericolo fisico, ma sicuramente un ostacolo per la carriera. I giovani tedeschi — uomini e donne — che ogni tanto, come in occasione della pubblicazione del Diario di Anna Frank oppure del processo Eichmann, esplodono in manifestazioni isteriche di senso di colpa, non vacillano sotto il peso del passato, sotto il peso delle colpe dei loro padri; cercano piuttosto di sottrarsi alla pressione dei veri problemi attuali rifugiandosi in un sentimentalismo a buon mercato.) Il professor Buber aggiunse che non sentiva "alcuna pietà" per Eichmann perché aveva pietà soltanto per quelli "di cui nel mio cuore capisco le azioni"; e ripetè ciò che aveva detto in Germania molti anni prima, e cioè che "solo formalmente" aveva qualcosa in comune, come uomo, con coloro che avevano partecipato alle gesta del Terzo Reich. Questa alterigia, però, era un lusso che chi doveva giudicare Eichmann non si poteva permettere, perché la legge presuppone appunto che si abbia qualcosa in comune, come uomini, con gli individui che accusiamo, giudichiamo e condanniamo. A quanto ci consta, Buber fu l'unico filosofo a esprimere pubblicamente un giudizio sull'esecuzione di Eichmann (poco prima che iniziasse il processo, Karl Jaspers aveva concesso alla radio di Basilea un'intervista, più tardi pubblicata su Der Monat, in cui aveva detto che Eichmann doveva essere giudicato da un tribunale internazionale); e dispiace constatare che proprio lui, persona cosi autorevole, eludesse il vero problema posto da Eichmann e dalle sue azioni.
Le voci che meno si udirono furono quelle di coloro che per principio erano contrari alla pena di morte; eppure le loro idee sarebbero rimaste valide, poiché non avrebbero avuto bisogno di riadattarle a questo caso particolare. Ma forse si resero conto — giustamente, a nostro avviso — che battersi per Eichmann non avrebbe giovato molto alla loro causa.”
Hannah Arendt, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme (1963), Feltrinelli, 1964
Per una cronaca di questi avvenimenti del 30 dicembre 2006, rimando a un testo documentale di sir percy blakeney.
| Andrea Romano, Una morte giustificabile, La Stampa 31 dicembre 2006 |
| Beati coloro che sono animati dalla certezza delle proprie opinioni di fronte allo spettacolo di quel cappio. Perché l'esecuzione di Saddam dovrebbe costringerci tutti a un doloroso esercizio del dubbio. Compresi noi europei che veniamo da un lungo periodo di privilegio, da più di sei decenni all'insegna della pace e della democrazia durante i quali non ci è più toccato in sorte di giudicare chi tra noi si fosse reso responsabile del crimine di sterminio. L'ultima volta che ci siamo misurati con il problema lo abbiamo risolto con qualche approssimazione giuridica ma con efficacia, senza poi dovercene pentire più di tanto. «Se sia giusto uccidere un tiranno lo abbiamo chiarito una volta per tutte con la fucilazione di Benito Mussolini»: rispose più o meno così Sandro Pertini, memore del suo antifascismo combattente, a chi gli chiedeva nel 1986 cosa pensasse del fallito attentato a Pinochet. Augusto Pinochet è poi spirato serenamente nel suo letto, come era già capitato a Pol Pot e ancora prima a Stalin. Lo stesso sarebbe accaduto a Saddam, tra venti o trent'anni, se la pena capitale fosse stata commutata nel carcere a vita. Sarebbe stato meglio per l'Iraq di questi giorni? Probabilmente sì, come ci dicono le vittime dei primi attentati già organizzati in rappresaglia. E viene da pensare che ancor meglio sarebbe stato se Saddam fosse stato ucciso nel buco in cui era stato catturato, risparmiandoci le certezze o i dubbi di queste ore. Ma sarebbe un cedimento alla pigrizia. Perché la sua esecuzione fa orrore alla nostra civiltà giuridica tanto quanto ci obbliga a metterci nei panni di un iracheno: uno qualunque tra i milioni che ieri hanno festeggiato, in piazza o nelle proprie case, per la giustizia che finalmente veniva resa alla memoria di un familiare o di un amico assassinato da una delle dittature più sanguinarie del ventesimo secolo. È stata una giustizia piena di falle e di crepe, gestita da un tribunale di vincitori che ancora non possono ritenersi tali. Soprattutto, è mancato il vero processo internazionale che avrebbe potuto far luce sui trent'anni del suo potere, sulle connivenze di cui ha goduto anche in Occidente così come sulla vera dimensione dei suoi crimini. Paradossalmente Saddam è arrivato al patibolo per uno dei suoi stermini minori, per poche decine di civili uccisi sulle centinaia di migliaia di cui si è reso responsabile. E da oggi c'è chi potrà dire che il dittatore è stato fatto tacere perché non rivelasse niente dei suoi passati rapporti con la Casa Bianca, così come si diceva che Mussolini era stato fucilato su ordine dei britannici per evitare imbarazzi a Churchill. Tutto vero, è stata una giustizia fragile e parziale. Ma è stata la giustizia degli iracheni, di un popolo che non finisce di essere vittima dei propri carnefici, dei catastrofici errori di Bush e del pilatesco disinteresse della maggior parte dei paesi europei. Nel mare di sangue da cui è attraversato ogni giorno, quella di Saddam è l'unica morte giustificabile sulla strada di una speranza possibile per l'Iraq. Una tragedia come ogni volta che un uomo muore per mano di un altro uomo, ma forse l'inizio di una svolta per un paese che può iniziare a ritrovarsi intorno all'esecuzione del primo responsabile della sua rovina. Una piccola dose di rispetto verso la sventura irachena dovrebbe spingerci a domandarci se non sia il caso di abbassare almeno un po' il ditino con il quale condanniamo quella forca. Uno spettacolo penoso, ma anche un messaggio per gli altri sanguinari rais rimasti nel mondo. Che forse per qualche giorno andranno a dormire massaggiandosi il collo. |
In secondo luogo: molti temono adesso una recrudescenza del terrorismo. Non è escluso, naturalmente. Non che i rischi di crescita del terrorismo, tuttavia, adesso fossero trascurabili. Rischi impellenti, come quello di un ulteriore impegno iraniano, e rischi straordinari. Per esempio mi dice uno fra i più autorevoli osservatori del Medio Oriente, Uri Lubrani, israeliano di origine iraniana, capo di un prestigioso quanto segreto ufficio al ministero degli Esteri, che non è mai sparita la preoccupazione che Saddam potesse trovare una via di fuga fra le rovine del terremoto iraniano, negli scontri fra sciiti e sunniti. «Era una possibilità verificata come reale, e la temevamo più di ogni altra - ci dice Lubrani -: Saddam non si trovava a Sant'Elena».
In quel caso il bagno di sangue non avrebbe avuto confini: Saddam avrebbe allora rimesso in funzione la più pericolosa fra le sue macchine di potere, ovvero l'ambizione che lo aveva portato a perseguire la bomba atomica, a lanciare 35 missili contro Israele durante la prima guerra del Golfo, a armarsi di armi chimiche e biologiche verificate dalle missioni dell'Onu in fasi successive, a invadere il Kuwait, a minacciare l'Arabia Saudita, a fare una guerra con milioni di morti contro l'Iran, a gasare i curdi nell'88, a ordinare stragi continue e immani di sciiti, a pagare 25mila dollari alla famiglia di ogni terrorista suicida palestinese che portasse sangue ebraico come trofeo, a fare di Bagdad un centro del terrore mondiale. Non bisogna nella pietà, che pure ha tutti i diritti di esprimersi, dimenticare chi fosse Saddam: uno dei personaggi che porta la responsabilità dello stato pietoso del Medio Oriente odierno. La sua scomparsa può, sì, senz'altro creare un periodo di ulteriore terrore; eppure dobbiamo deciderci a smontare l'idea che l'aggressività sia causata prevalentemente dai nostri errori, da quelli americani o israeliani, e a identificare nella enorme insorgenza jihadista del nostro tempo il vero responsabile.
Terzo punto: il regime iraniano ha rilasciato una delle poche dichiarazioni di soddisfazione per l'esecuzione. Non ci si poteva aspettare niente di diverso, dal tempo della guerra Iran-Irak, sanguinosa e orrenda, ogni iraniano odia con sentimento personale il dittatore iracheno. Tuttavia, le ragioni della gioia di Ahmadinejad in prospettiva sono alquanto conturbanti: il presidente iraniano infatti ha già fatto del suo meglio, e con successo, per giuocare il ruolo del grande agitatore contro la democrazia irachena con esportazione di armi e uomini, ha spinto la parte sciita sul fronte antiamericano e antioccidentale come parte del suo disegno egemonico.
Di certo vede la scomparsa di Saddam dalla scena come un ulteriore spazio per la sua strategia. Questo ci mostra come nel Medio Oriente tutto si leghi ormai in un nodo gordiano. L'Iran, se non sapremo finalmente comunicare a Ahmadinejad che non gode di impunità, può diventare il beneficiario di una mossa che dovrebbe creare più spazio per la giustizia. Se la morte di un uomo è sempre una tragedia, che almeno quella di un dittatore sia un segno di giustizia.
|
L’Italia unita per la vita di Saddam
di Magdi Allam, Il Corriere della sera 29 dicembre 2006 |
Paul Berman, : «Ciechi di fronte al fascismo iracheno» Dal CORRIERE della SERA del 4/1/2007,
PS Qualche commento anche qui

"Welby ha chiesto di poter rinunciare alle cure cui era sottoposto. E ieri, intorno alle 23, il medico anestesista Mario Riccio ha praticato la sedazione e interrotto la ventilazione artificiale".
Magistrato 1:”Risulta ormai acquisito alla cultura giuridica il principio secondo cui l'intervento medico è legittimato dal consenso valido e consapevole espresso dal paziente, in forza degli articoli 13 e 32 della Costituzione, che tutelano non solo il diritto alla salute, ma anche il diritto di autodeterminarsi, lasciando a ciascuno il potere di scegliere autonomamente se effettuare, o meno, un determinato trattamento sanitario … II distacco del respiratore senza sedazione violerebbe il rispetto del principio costituzionale della dignità della persona … Il ricorso, invece, non è ammissibile, per quanto riguarda la possibilità di ordinare ai medici di non ripristinare la terapia, perché si tratta di una scelta discrezionale, anche se tecnicamente vincolata …Il limite è nell'articolo 37 del codice deontologico: quando non c’è possibilità di guarigione, prevede la norma, il medico deve limitare la sua opera all'assistenza morale e alla terapia atta a risparmiare inutili sofferenze, fornendo al malato i trattamenti appropriati (Procura della Repubblica su istanza di Piergiorgio Welby di poter interrompere la terapia con una dose di sedativi)
Religioso 1: Mi viene da dire che se qualcuno esprime il desiderio di affrettare la fine della propria pena, non è peccato. Anzi, può essere anche un desiderio sano. Però... c'è un principio a cui non possiamo sfuggire. La vita è un dono, è sacra, è intangibile. Lo riconoscono praticamente tutti, non solo i credenti, anche non credenti come Kant … Io Welby lo capisco, ma prima di agire bisogna pensarci dieci volte. Potrei essere tormentato per sempre, pensando di essere stato io a togliergli la vita (Cardinale Ersilio Tonini)
Filosofo 1: Io capisco e rispetto ciò che dice Welby. Il suo è un caso particolare reso possibile dalla prepotenza scientistica e tecnologica, dal dramma del rapporto uomo - tecnica … qui il problema è: posso io vivere ostaggio di una macchina? Ha senso? Dio mi chiede questo? No, non ho dubbi: Dio non chiede questo … Se una persona, credente o meno, vuole rinviare la propria morte indefinitamente va bene, ci mancherebbe, è una sua scelta. Però nessuno, magari in nome di Dio, può dire a un altro: te lo impongo. Ciascuno, se lucido, ha il diritto di decidere. E un cristiano può affermare: il buon Dio non mi ha detto che devo vivere attaccato a una macchina, ma di vivere finché la physis, la natura che ti ho dato lo permette (Giovanni Reale)
Medico 1: Dobbiamo paragonare la macchina che lo tiene in vita alla chemioterapia che si prescrive ai pazienti oncologici. Nei casi in cui la cura dia troppi effetti collaterali si sceglie di interrompere pur sapendo che la persona potrebbe morire prima del previsto … E’ la medicina che chiede queste scelte. Ogni giorno questo viene fatto nel chiuso delle camere degli ospedali e nelle case private dei pazienti. In silenzio, lontano dai riflettori. Sono decisioni che ci tormentano, spesso le condividiamo con i parenti. Sempre secondo scienza e coscienza (Roberto Santi) – medico dirigente della Asl 4 di Chiavari)
Giurista 1: II diritto al rifiuto di cure é entrato nella Carta dei diritti dell'Unione Europea. Ed è già accaduto che
Medico 2: Chi conosce davvero la sofferenza sa che è un gesto nobile, direi quasi eroico, quello di offrire ai riflettori il proprio crudo dolore fisico e psichico. Per questo io ammiro Welby e da mesi appoggio la sua battaglia con commozione e con gratitudine, ma dentro di me penso che sia profondamente ingiusto che sia lui a doverla combattere. Credo che il principio dell'eutanasia rappresenti il diritto di morire. Dunque è parte del corpus dei diritti individuali pienamente riconosciuti dalla civiltà moderna : non è né di destra né di sinistra e non può essere una scelta isolata dei medici o dei giudici o dei politici del momento (Umberto Veronesi)
Magistrato 2: II diritto di richiedere la interruzione della respirazione assistita, previa somministrazione della sedazione terminale, deve ritenersi sussistente ma trattasi di un diritto non concretamente tutelato dall'ordinamento. In assenza della previsione normativa e degli elementi concreti di natura fattuale e scientifica di una delimitazione giuridica di ciò che va considerato accanimento terapeutico va esclusa la sussistenza di una forma di tutela tipica dell'azione da fer valere. E ciò comporta di conseguenza la inammissibilità dell'azione cautelare … Solo la determinazione politica e legislativa, facendosi carico di interpretare l'accresciuta sensibilità sociale e culturale verso le problematiche relative alla cura dei malati terminali di dare risposte alla solitudine e alla disperazione dei malati di fronte alle richieste disattese, ai disagi degli operatori sanitari e alle istanze di fare chiarezze nel definire concetti e comportamenti, può colmare il vuoto di disciplina anche sulla base di solidi e condivisi presupposti scientifici che consentano di prevenire abusi e discriminazioni. Allo stesso modo in cui intervenne il legislatore nel definire la morte cerebrale (Angela Salvio, Giudice. Tribunale di Roma)
Giurista 1: E' sconcertante, ai limiti della denegata giustizia, la decisione con la quale il Tribunale di Roma ha respinto la richiesta di Piergiorgio Welby di poter morire con dignità. La palla è stata rilanciata nel campo della politica. Ma i tempi della politica non sono quelli della vita ... Se l'ordinanza avesse ripercorso correttamente l'itinerario costituzionale, sarebbero stati evitati errori e sgrammaticature. L'articolo 32 fornisce una linea nitida: la salute è diritto fondamentale dell'individuo, non possono essere imposti trattamenti sanitari se non per legge e mai la legge può violare i limiti imposti dal rispetto per la persona umana. Poichè per salute deve intendersi il "benessere fisico, psichico e sociale, questo vuol dire che il governo dell'intera vita è fondato sulle libere decisioni degli interessati. Poiché nessuno può essere obbligato ad un trattamento sanitario, l’argomentazione dell’ordinanza deve essere rovesciata: la mancanza di una legge rende illegittimo il trattamento, non la richiesta di interromperlo. Poiché nulla può esser fatto che violi la dignità, "il rispetto della persona umana", questo vuol dire, soprattutto in situazioni estreme e drammatiche, che nessuno può imporre la prigionia della sofferenza. (Stefano Rodotà, già garante della privacy e docente di diritto privato). [l'intero intervento di Rodotà è qui]
Medico 3: Secondo la religione cattolica la vita non ci appartiene, ci è stata donata da dio e non ne possiamo disporre. Cosa inaccettabile per chi in dio non crede e ritiene di essere padrone della propria esistenza. Siamo dunque a uno stallo, determinato dal fatto che ancora una volta si cerca di stabilire regole religiose per un principio che in un paese laico dovrebbe rispettare le decisioni individuali. Siamo di fronte alla contrapposizione di differenti ideologie ed è assurdo affrontare la questione cercando di stabilire maggioranze e minoranze: su questi temi deve prevalere il rispetto della laicità e debbono essere trovate soluzioni che tengano ugualmente conto dei principi etici di tutti i cittadini. E' comunque ora di affrontare il problema dell’eutanasia, senza lasciarsi fuorviare da false prospettive e da soluzioni ipocrite. Ad esempio, il fatto che si cerchi di predisporre nel paese centri di cure palliative e di terapie anti-dolore è importante, è civile, ma non modifica per niente la necessità di approvare una legge che stabilisca norme precise per l'eutanasia. Cure palliative e terapia del dolore, infatti non hanno a che fare con la dignità delle persone ed è proprio la sensazione di perdere questa dignità che persuade molti a chiedere di essere aiutati ad andarsene, possibilmente in modo quieto e indolore (Carlo Flamigni, medico)
Sogno una morte diversa da quella di Piergiorgio Welby. Preferirei di no. Preferirei la fine del cugino Michele, una casa di provincia linda come non è mai stata, una stanza da letto che sembra un sacrario di specchiere e madie senza un grammo di polvere, le visite dei parenti e degli amici che sono accolti nel tinello dalle donne di famiglia e dai bambini, poi introdotti discretamente dal malato semicosciente che subisce le loro carezze, un viso sofferente e rassegnato sfiorato dall'amore al cospetto di lenzuola bianche come la luce del mattino d'estate, i cateteri nascosti con pudore, e forse anche la foto del Papa, forse anche un frate pieno di bonomia che mi sfruculia e mi dice che sono sulla via del ritorno.
Il mio è un sogno laico, non credente, di chi non accetta la banalizzazione della vita anche attraverso la serializzazione della morte come sfida analgesica al significato del dolore. Ed è anche un sogno a cui non posso dire di saper corrispondere, quando la realtà si metterà ad inseguirlo. Penso anche che una società in cui si muore così come il cugino Michele ha un rapporto più stretto e fiducioso con la verità, qualunque essa sia, massima delle verità essendo quella che io agisco da uomo libero ma non sono il mio padrone. Chi sia il padrone, poi si vedrà faccia a faccia, ma ora, nell'enigma, so di non esserlo io stesso.
Tuttavia capisco il bisogno di requie, capisco il requiem laico di Welby e dei suoi compagni, compreso il medico anestesista che su sua richiesta lo ha sedato e ha staccato la spina. Sono contrario all'eutanasia per legge, che è la sostanza del problema dissimulata con grande e legittima abilità politica nella campagna di cui Welby ha voluto essere il banditore, ma non posso approvare l'obbligo di cura, che è una contraddizione in termini, e non posso negare ad alcuno le terapie sedative della sofferenza fisica quando la vita si esaurisce, per lo meno nel corpo. Vorrei che la norma giuridica se ne stesse il più possibile lontana dalla legalizzazione della morte, che ha già fatto progressi abbastanza spettacolari con il trionfo culturale e la pratica indiscriminata dell'aborto, con il protocollo di Groningen sull'eutanasia dei bambini ammalati, con lo spegnimento coatto per sentenza comminato a Terry Schiavo, con un disprezzo per il vicino che genera terrore senza fine e impone la brutta e bronzea legge della guerra giusta in soccorso del convivere e della tranquillità dell'ordine. Le uni-che norme che accetto sono quelle a difesa della vita dal suo inizio alla sua fine naturale, con la depenalizzazione dell'aborto come eccezione assoluta e non come forma relativistica di controllo della riproduzione o di contraccezione ex posi
Tuttavia considererei una sciagura un processo nato dal caso Welby, e idiota il grido di "assassino" indirizzato a coloro che hanno realizzato la sua volontà, amministrando il loro culto attraverso una strana forma legale di disobbedienza civile. Il culto radicale per le libertà civili, che ormai sistematicamente si converte in battaglie religiose intorno all'idolo giacobino dei diritti dell'uomo, compreso il diritto di ordinare la propria morte o comminarla ad altri in nome della libertà di vivere come si vuole, io lo combatto. Ma se i radicali, nell'ambivalenza che è propria di ogni guerra religiosa, si fanno scudo dell'orrore che non si può non provare per la sola idea dell'obbligo di cura, abbasso la mia lancia. Tra i radicali, per la sua e per la mia dignità, annovero anche Welby. Il cui gesto pubblico è ovviamente controverso. Il cui bisogno privato di riposo, imperativi della fede a parte, non lo è.
L'avevo visto qualche mese fa ....