Tracce e Sentieri

Passeggiate splinderiane di Amalteo

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2° metà del 900-later than never. “Perché vale la pena di vivere? E’ un’ottima domanda… Be’, ci sono cose per cui vale la pena di vivere … Per esempio, per me, direi … tutta la musica e le interpretazioni di Nina Simone … la voce di Ray Charles, quasi sempre … Il ballo di Al Pacino in Scent of a Woman … le note di John Lewis quando volano nelle fughe di Bach … Louis Armstrong, l’incisione di West and blues del 1928 … i film di Sergio Leone … i racconti di Stephen King … gli azzurri e i gialli di Van Gogh … i quadri di Peppo Spagnoli, che dimostra che si può fare molto anche da luoghi piccoli… il sorriso di Luciana …. ... e poi anche ...” da Woody Allen, Manhattan (con qualche cambiamento pamalteo@gmail.com http://amalteo.wordpress.com/

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domenica, 31 dicembre 2006

Buon 2007 a tutti noi!

tracceSul piano personale il 2006 è andato bene: abbiamo attaccato ancora un anno agli anni della vita.
In questi tempi così incerti non è poco.
Sul piano politico il 2006 è andato bene: elettori una volta tanto lungimiranti, hanno protetto e messo al sicuro la Costituzione della Repubblica italiana.
In questi tempi, in cui non agisce il principio di responsabilità, è stato quasi un miracolo.
A maggior ragione, ieri come oggi abbiamo bisogno di pensieri forti.
Allora, in mezzo a tanti “cattivi maestri”, si può provare a riconoscere qualche buon maestro, come l’autore di questo testo:

“Negli anni della mia gioventù avevo praticato, sia pure con modestia, lo sport dell'alpinismo in roccia, e questo mio attuale lavoro di pensiero, in qualche modo, mi richiama alla mente l'esercizio dello scalare una parete, che sia in un certo punto così esposta nel vuoto da precludere la vista del cielo che ti sovrasta.
Per procedere non basta allora affi­darsi ai soli mezzi del corpo, per quanto forte e addestrato esso sia, ma è necessario fare ricorso all'ingegno pratico e all'uso di strumenti che facciano presa nella solidità della pietra, per permettere di scostarsene, grazie alla scorrevole tensione della corda nella staffa agganciata al chiodo infìt­to nella roccia saldamente, per elevarsi quanto basti per rag­giungere quell'appiglio più alto, dal quale muovere oltre, fino a quando, superato lo strapiombo nel punto della sua massima esposizione, si dischiuda nuovamente alla vista il cielo, assieme al tracciato di un nuovo possibile percorso.
E così nel procedere del pensiero, le tappe ne sono segnate dall'impiego di idee strumentali, sulla consistenza delle quali far conto, così come lo si fa con i chiodi nella parete, per uscire dai limiti del risaputo, ed elevarsi, muovendo da quei punti fermi, fino ad attingere una nuova prospettiva di co­noscenza, che il vecchio e consolidato sapere ti precludeva, mentre al tempo stesso ti offriva i mezzi per superare i suoi limiti, se adeguatamente utilizzato”

Carlo Tullio-Altan, Un processo di pensiero, Lanfranchi editore, Milano 1992, p. 337

Carlo Tullio-Altan (1916-2005) è stato un antropologo culturale e uno dei maggiori intellettuali del ‘900 italiano. Oggi è più conosciuto suo figlio: il disegnatore Altan.
Peccato.
Ecco l’augurio per il 2007: ricordarsi dei buoni maestri e dei loro insegnamenti per scalare la parete e andare avanti nel ciclo della vita.

Buon anno a tutti noi !

postato da: AMALTEO alle ore dicembre 31, 2006 18:10 | link | commenti (11)
categorie: vivere non ci sono piĂą, vivere diario, vivere tempo
sabato, 30 dicembre 2006

La morte dei tiranni

tracce

Non è certo il caso di fare una festa, ma per quanto riguarda la politica l’esecuzione dell’ex dittatore Saddam Hussein sta all’attivo di questo 2006.
La chiave di lettura che utilizzo insegue questi pensieri: stiamo parlando di crimini verso l'umanità eseguiti da un capo di stato che perseguiva una terza guerra mondiale; stiamo parlando di una procedura a suo modo giuridica (intendo in quel contesto socio-culturale) da inquadrare nelle situazioni estreme. Non situazioni controllabili con la convinzione, le argomentazioni, il diritto: situazioni estreme, ossia eccezionali e meritevoli di un ragionamento diverso nella comparazione con le altre situazioni della quotidianità e della storia.
La questione è moralmente questa: le colpe, quando sono così grandi, devono essere pagate nel modo estremo.
La questione è giuridicamente questa: il processo Saddam è stato legittimo all’interno dei loro ordinamenti giuridici. Ordinamenti primitivi ma legittimi in quel quadro socio-culturale. Osserva in proposito Pietro Ostellino:

“Nella nostra cultura giuridica, il principio di legalità impone al giudice di attenersi alla lettera della legge, evitando di fare riferimento alla morale e alla religione; a sua volta, il principio di legittimità pretende che la legge sia fondata sul rispetto dei valori della democrazia liberale e sulle garanzie dello Stato di diritto. Nella cultura giuridica islamica, al contrario, il principio di legalità coincide con quello di legittimità solo se ha a proprio fondamento la morale religiosa (che non è propriamente lo Stato di diritto). Si tratta di due piani differenti — quello occidentale, giuridico, che spiega il rifiuto etico-politico della pena capitale; quello islamico, morale, che la giustifica giuridicamente — da cui valutare il processo, ma che fanno tutta la differenza fra la nostra e la loro civilizzazione.”

Se il principio morale fosse stato “non si deve dare la pena di morte”, allora neanche a Hitler (se non ci avesse pensato da sè suicidandosi) si sarebbe dovuta applicare la sanzione estrema. E la fucilazione di Mussolini (avvenuta senza processo) sarebbe stata non solo illegittima, ma anche ingiusta e per di più definibile come un omicidio. E neppure il rapimento, il processo e l’esecuzione di Adolf Eichmann, il “funzionario” della Shoah, sarebbe stato un infinitesimo atto di giustizia davanti alla enormità del genocidio industrialmente organizzato.
Il mio personale giudizio nei confronti della storia contemporanea è quello di osservare una profonda ingiustizia nel fatto che Stalin , Mao, Francisco Franco, Pinochet …. siano morti secondo il loro orribile ciclo naturale di vita. E lo stesso avverrà per Fidel Castro, che anzi verrà decantato come un eroe.
Al male estremo non c’è rimedio. Si può solo parzialmente combatterlo con una reazione altrettanto estrema. Anche per evitare che queste figure mefitiche possano continuare nella loro opera  concreta  e simbolica.
Nella storia non ci sono equivalenze nette, ma solo rassomiglianze che possono provocare quella “tonalità affettiva” adatta alla riflessione.
La seguente pagina di Hannah Arendt tratta da “La banalità del male” e dedicata al processo Eichmann mi sembra adatta:

Le proteste, è vero, ebbero breve vita, ma furono numerose e vennero da persone influenti e autorevoli. La tesi più comune era che le colpe di Eichmann erano troppo grandi per poter essere punite dagli uomini, che la pena di morte non era proporzionata a crimini di tali dimensioni: il che naturalmente in un certo senso era vero, sennonché è assurdo sostenere che chi ha ucciso milioni di esseri umani debba per ciò stesso sfuggire alla pena. Tra la gente comune, molti dis­sero che la condanna a morte dimostrava "poca fantasia," e propo­sero, sia pure tardivamente, alternative ingegnose: Eichmann per esempio avrebbe dovuto "trascorrere il resto della sua vita nelle aride distese del Negeb, condannato ai lavori forzati, aiutando col suo su­dore a colonizzare la patria degli ebrei" — una pena a cui probabil­mente non avrebbe resistito più di un giorno, a prescindere dal fatto che il deserto del Negeb non è propriamente una colonia penale; oppure, nello stile di Madison Avenue, Israele avrebbe dovuto innalzarsi ad "altezze sublimi," al di sopra delle considerazioni "razionali, ,giuridiche, politiche e anche umane," convocando tutti coloro che lo avevano catturato, processato e condannato e proclamandoli "eroi del secolo" nel corso di una cerimonia pubblica, con Eichmann presente in catene, facendo riprendere la scena dalla televisione.

Martin Buber defini l'esecuzione un "errore di portata storica," che poteva "liberare dal senso di colpa molti giovani tedeschi" — un argomento che stranamente riecheggiava le idee dello stesso Eich­mann, il quale proprio per quella ragione aveva espresso un giorno il desiderio di essere impiccato in pubblico. (Questo, probabilmente, Buber non lo sapeva, ma è strano comunque che un uomo della sua statura morale e della sua intelligenza non si rendesse conto di quanto spurio fosse quel tanto reclamizzato senso di colpa. Sentirsi colpevoli quando non si è fatto nulla di male: quanta nobiltà d'animo! Ma è assai difficile e certamente deprimente ammettere la colpa e pentirsi. La gioventù tedesca, ad ogni passo della sua vita, è circondata da tutte le parti da uomini che oggi rivestono cariche pubbliche impor­tanti e che sono veramente colpevoli, ma non sentono nulla. Di fronte a questo stato di cose, la reazione normale dovrebbe essere lo sdegno, ma lo sdegno sarebbe molto pericoloso — non un pericolo fisi­co, ma sicuramente un ostacolo per la carriera. I giovani tedeschi — uomini e donne — che ogni tanto, come in occasione della pubbli­cazione del Diario di Anna Frank oppure del processo Eichmann, esplodono in manifestazioni isteriche di senso di colpa, non vacillano sotto il peso del passato, sotto il peso delle colpe dei loro padri; cercano piuttosto di sottrarsi alla pressione dei veri problemi attuali rifugiandosi in un sentimentalismo a buon mercato.) Il professor Buber aggiunse che non sentiva "alcuna pietà" per Eichmann perché aveva pietà soltanto per quelli "di cui nel mio cuore capisco le azio­ni"; e ripetè ciò che aveva detto in Germania molti anni prima, e cioè che "solo formalmente" aveva qualcosa in comune, come uomo, con coloro che avevano partecipato alle gesta del Terzo Reich. Questa alterigia, però, era un lusso che chi doveva giudicare Eichmann non si poteva permettere, perché la legge presuppone appunto che si abbia qualcosa in comune, come uomini, con gli individui che accu­siamo, giudichiamo e condanniamo. A quanto ci consta, Buber fu l'unico filosofo a esprimere pubblicamente un giudizio sull'esecuzione di Eichmann (poco prima che iniziasse il processo, Karl Jaspers ave­va concesso alla radio di Basilea un'intervista, più tardi pubblicata su Der Monat, in cui aveva detto che Eichmann doveva essere giudicato da un tribunale internazionale); e dispiace constatare che proprio lui, persona cosi autorevole, eludesse il vero problema posto da Eichmann e dalle sue azioni.

Le voci che meno si udirono furono quelle di coloro che per principio erano contrari alla pena di morte; eppure le loro idee sareb­bero rimaste valide, poiché non avrebbero avuto bisogno di riadattarle a questo caso particolare. Ma forse si resero conto — giustamente, a nostro avviso — che battersi per Eichmann non avrebbe giovato molto alla loro causa.”

Hannah Arendt, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme (1963), Feltrinelli, 1964

Per una cronaca di questi avvenimenti del 30 dicembre 2006, rimando a un testo documentale di sir percy blakeney.



Tracce di documentazione

Andrea Romano, Una morte giustificabile, La Stampa 31 dicembre 2006



Beati coloro che sono animati dalla certezza delle proprie opinioni di fronte allo spettacolo di quel cappio. Perché l'esecuzione di Saddam dovrebbe costringerci tutti a un doloroso esercizio del dubbio. Compresi noi europei che veniamo da un lungo periodo di privilegio, da più di sei decenni all'insegna della pace e della democrazia durante i quali non ci è più toccato in sorte di giudicare chi tra noi si fosse reso responsabile del crimine di sterminio. L'ultima volta che ci siamo misurati con il problema lo abbiamo risolto con qualche approssimazione giuridica ma con efficacia, senza poi dovercene pentire più di tanto. «Se sia giusto uccidere un tiranno lo abbiamo chiarito una volta per tutte con la fucilazione di Benito Mussolini»: rispose più o meno così Sandro Pertini, memore del suo antifascismo combattente, a chi gli chiedeva nel 1986 cosa pensasse del fallito attentato a Pinochet. Augusto Pinochet è poi spirato serenamente nel suo letto, come era già capitato a Pol Pot e ancora prima a Stalin.

Lo stesso sarebbe accaduto a Saddam, tra venti o trent'anni, se la pena capitale fosse stata commutata nel carcere a vita. Sarebbe stato meglio per l'Iraq di questi giorni? Probabilmente sì, come ci dicono le vittime dei primi attentati già organizzati in rappresaglia. E viene da pensare che ancor meglio sarebbe stato se Saddam fosse stato ucciso nel buco in cui era stato catturato, risparmiandoci le certezze o i dubbi di queste ore. Ma sarebbe un cedimento alla pigrizia. Perché la sua esecuzione fa orrore alla nostra civiltà giuridica tanto quanto ci obbliga a metterci nei panni di un iracheno: uno qualunque tra i milioni che ieri hanno festeggiato, in piazza o nelle proprie case, per la giustizia che finalmente veniva resa alla memoria di un familiare o di un amico assassinato da una delle dittature più sanguinarie del ventesimo secolo. È stata una giustizia piena di falle e di crepe, gestita da un tribunale di vincitori che ancora non possono ritenersi tali. Soprattutto, è mancato il vero processo internazionale che avrebbe potuto far luce sui trent'anni del suo potere, sulle connivenze di cui ha goduto anche in Occidente così come sulla vera dimensione dei suoi crimini. Paradossalmente Saddam è arrivato al patibolo per uno dei suoi stermini minori, per poche decine di civili uccisi sulle centinaia di migliaia di cui si è reso responsabile. E da oggi c'è chi potrà dire che il dittatore è stato fatto tacere perché non rivelasse niente dei suoi passati rapporti con la Casa Bianca, così come si diceva che Mussolini era stato fucilato su ordine dei britannici per evitare imbarazzi a Churchill.

Tutto vero, è stata una giustizia fragile e parziale. Ma è stata la giustizia degli iracheni, di un popolo che non finisce di essere vittima dei propri carnefici, dei catastrofici errori di Bush e del pilatesco disinteresse della maggior parte dei paesi europei. Nel mare di sangue da cui è attraversato ogni giorno, quella di Saddam è l'unica morte giustificabile sulla strada di una speranza possibile per l'Iraq. Una tragedia come ogni volta che un uomo muore per mano di un altro uomo, ma forse l'inizio di una svolta per un paese che può iniziare a ritrovarsi intorno all'esecuzione del primo responsabile della sua rovina. Una piccola dose di rispetto verso la sventura irachena dovrebbe spingerci a domandarci se non sia il caso di abbassare almeno un po' il ditino con il quale condanniamo quella forca. Uno spettacolo penoso, ma anche un messaggio per gli altri sanguinari rais rimasti nel mondo. Che forse per qualche giorno andranno a dormire massaggiandosi il collo.
Una lezione esemplare di Fiamma Nirenstein


La vista di Saddam Hussein col cappio al collo, l'ultima paura, quella che non potrà mai essere narrata, negli occhi quando il boia gli spiega la procedura che lo attende, è estrema per l'occhio occidentale; guardarla sullo schermo televisivo, oltre alla sensazione di assistere a un evento storico ci ha dato anche il sospetto non peregrino che la maggioranza di noi occidentali spiasse l'attimo privato della dipartita di un uomo, oltre che di un dittatore. Lo spettacolo dell'esecuzione pubblica ormai è fortunatamente in disuso presso tutti i popoli occidentali, presso quasi tutti è stata eliminata la pena di morte, e questo per ottimi e profondi motivi. Con questo, vogliamo anche affermare che di sicuro, chiunque obbietti all'esecuzione della condanna dal punto di vista della sacralità della vita per motivi di etica religiosa o laica, non può che avere ragione. Eppure questo non ci esime, a meno che non ci si consideri in prima persona ambasciatori del Cielo, dall'osservazione del Medio Oriente e di come l’esecuzione di Saddam Hussein interagisce con le sue dinamiche.

Cercando di schematizzare al massimo, quattro ci sembrano i punti essenziali.

Il primo: Nuri el Maliki, il primo ministro iracheno, ha detto una profonda verità quando ha affermato che la condanna di Saddam costituisce una «forte lezione» ai suoi colleghi e ai suoi seguaci, e ha ragione anche quando dice che non bisogna mancare di rispetto alle centinaia di migliaia di vittime della sua dittatura discutendo la scelta del tribunale. Tradotto in politica, è la prima volta che un dittatore arabo ritenuto intoccabile, grondante sangue violenza e guerre, ha subìto una condanna eseguita da un tribunale regolare, quali che possano essere stati i limiti nell'applicazione della legge, così fresca e esercitata in clima controverso. Tuttavia, avvocati, giudici, guardie, emanazione della novella democrazia che gli iracheni hanno dimostrato disperatamente in mezzo agli attentati di volere,  hanno pagato anche con la vita per aver voluto sottoporre alla giustizia pubblica il loro dittatore. Il mondo mediorientale che guarda, adesso sa che fino in fondo, senza scherzi e senza trucchi, un dittatore che uccide, minaccia, taglieggia, trascina il suo popolo in una continua aggressione verso l'esterno, può anche pagare con la vita. Si può essere certi che durante la giornata di ieri parecchi brividi sono corsi lungo le schiene di rais che comunque, anche se la guerra in Irak è stata tanto vituperata, dai tempi dell'intervento americano discutono la democrazia; fra loro alcuni intraprendono riforme (come Mubarak) altri si avventurano in proposte di pace (molto meno credibile, Bashar Assad di Siria). Altri, come Ahmadinejad e i leader di Hamas e degli Hezbollah, preparano una guerra dura. Ma tutti adesso sanno che non si scherza.Bisogna figurarsi cosa sarebbe accaduto se Saddam fosse stato graziato, o la sua pena fosse stata commutata, ambedue peraltro soluzioni molto difficili a norma della legge irachena: il mondo arabo avrebbe visto in questo un segnale di enorme, ridicola debolezza sia della già molto provata democrazia irachena, che dell'idea della democrazia stessa in Medio Oriente (che pure deve essere riletta correggendo gli errori e le ingenuità dell'Occidente), come anche dei regimi islamici moderati, degli Usa e dell'Occidente in generale. Le risate di scherno avrebbero dato forza a un'ulteriore spallata terroristica contro queste entità.

In secondo luogo: molti temono adesso una recrudescenza del terrorismo. Non è escluso, naturalmente. Non che i rischi di crescita del terrorismo, tuttavia, adesso fossero trascurabili. Rischi impellenti, come quello di un ulteriore impegno iraniano, e rischi straordinari. Per esempio mi dice uno fra i più autorevoli osservatori del Medio Oriente, Uri Lubrani, israeliano di origine iraniana, capo di un prestigioso quanto segreto ufficio al ministero degli Esteri, che non è mai sparita la preoccupazione che Saddam potesse trovare una via di fuga fra le rovine del terremoto iraniano,  negli scontri fra sciiti e sunniti. «Era una possibilità verificata come reale, e la temevamo più di ogni altra - ci dice Lubrani -: Saddam non si trovava a Sant'Elena».

In quel caso il bagno di sangue non avrebbe avuto confini: Saddam avrebbe allora rimesso in funzione la più pericolosa fra le sue macchine di potere, ovvero l'ambizione che lo aveva portato a perseguire la bomba atomica, a lanciare 35 missili contro Israele durante la prima guerra del Golfo, a armarsi di armi chimiche e biologiche verificate dalle missioni dell'Onu in fasi successive, a invadere il Kuwait, a minacciare l'Arabia Saudita, a fare una guerra con milioni di morti contro l'Iran, a gasare i curdi nell'88, a ordinare stragi continue e immani di sciiti, a pagare 25mila dollari alla famiglia di ogni terrorista suicida palestinese che portasse sangue ebraico come trofeo, a fare di Bagdad un centro del terrore mondiale. Non bisogna nella pietà, che pure ha tutti i diritti di esprimersi, dimenticare chi fosse Saddam: uno dei personaggi che porta la responsabilità dello stato pietoso del Medio Oriente odierno. La sua scomparsa può, sì, senz'altro creare un periodo di ulteriore terrore; eppure dobbiamo deciderci a smontare l'idea che l'aggressività sia causata prevalentemente dai nostri errori, da quelli americani o israeliani, e a identificare nella enorme insorgenza jihadista del nostro tempo il vero responsabile.

Terzo punto: il regime iraniano ha rilasciato una delle poche dichiarazioni di soddisfazione per l'esecuzione. Non ci si poteva aspettare niente di diverso, dal tempo della guerra Iran-Irak, sanguinosa e orrenda, ogni iraniano odia con sentimento personale il dittatore iracheno. Tuttavia, le ragioni della gioia di Ahmadinejad in prospettiva sono alquanto conturbanti: il presidente iraniano infatti ha già fatto del suo meglio, e con successo, per giuocare il ruolo del grande agitatore contro la democrazia irachena con esportazione di armi e uomini, ha spinto la parte sciita sul fronte antiamericano e antioccidentale come parte del suo disegno egemonico.

Di certo vede la scomparsa di Saddam dalla scena come un ulteriore spazio per la sua strategia. Questo ci mostra come nel Medio Oriente tutto si leghi ormai in un nodo gordiano. L'Iran, se non sapremo finalmente comunicare a Ahmadinejad che non gode di impunità, può diventare il beneficiario di una mossa che dovrebbe creare più spazio per la giustizia. Se la morte di un uomo è sempre una tragedia, che almeno quella di un dittatore sia un segno di giustizia.




L’Italia unita per la vita di Saddam

di Magdi Allam, Il Corriere della sera 29 dicembre 2006



 



Nell’Italia dove è difficile mettersi d’accordo in seno all’eterogenea compagine governativa e impossibile concordare alcunché di significativo tra maggioranza e opposizione, dobbiamo ringraziare Saddam perché ci ha offerto una rara opportunità, visto che i mondiali di calcio saranno tra 4 anni, di rinsaldare l’unità nazionale.

Non si era mai visto un fronte così ampio e compatto di italiani a difesa della sacralità della vita di Saddam. Registrando oltretutto una singolare intesa tra l’insieme della classe politica e la Conferenza episcopale italiana che ha dello storico in questi tempi di relativismo e nichilismo etico. Verrebbe da dire che non poteva che essere così nella culla del cattolicesimo. Che non avremmo potuto assumere l’atteggiamento pilatesco dei laicisti francesi, dei belligeranti britannici e degli altalenanti tedeschi che si sono tirati fuori, sostenendo che la condanna a morte di Saddam «è una decisione che spetta alle autorità sovrane dell’Iraq». Meno che mai avremmo potuto aderire all’approvazione degli americani, che alle esecuzioni capitali ci credono e le praticano, definendola «un’importante pietra miliare». Così come non potremmo che deprecare l’esultanza degli iracheni, degli iraniani e dei kuwaitiani, ossia dei sopravvissuti alle stragi e alle efferatezze compiute da Saddam.

Ma è proprio così? Siamo veramente una nazione a tal punto virtuosa da sostenere, unici al mondo, il valore supremo della sacralità della vita costi quel che costi? Se così fosse, come mai—restando in ambito iracheno— agli italiani non è venuto in mente di fare un gesto simbolico, fosse anche saltare la prima colazione o accendere un lumicino sul proprio davanzale, per protestare contro le decine di civili innocenti che ogni giorno vengono massacrati dai terroristi di Bin Laden, di Saddam, dell’Iran o della Siria? E guardate che sono vittime preannunciate, con condanne a morte decise dai tribunali dei burattinai del terrore, eseguite puntualmente tutte le mattine tra le sette e mezzogiorno, cioè nelle ore di maggior affollamento. Perché dunque solo per Saddam si inscena lo sciopero della sete e si vorrebbe illuminare il Colosseo?

Se così fosse, come mai — passando in ambito internazionale — non si è finora assistito a questo straordinario esempio di attaccamento al valore supremo della sacralità della vita quando a violarlo è il regime libico, che massacra gli oppositori e sta per giustiziare delle infermiere bulgare e un medico palestinese innocenti, o il regime saudita o quello iraniano che regolarmente danno in pasto alla loro gente lo spettacolo pubblico della decapitazione o impiccagione dei trasgressori della morale islamica? E, per par condicio, come mai la sensibilità collettiva degli italiani non scatta quando al patibolo ci vanno i cinesi, gli americani o i giapponesi? Dovremmo forse concludere che il nostro attaccamento al valore della vita è una variabile dipendente dalla considerazione del nostro interesse economico?

Se così fosse, come mai — passando in ambito strettamente etico — il valore supremo della sacralità della vita dovrebbe valere nel caso di Saddam, mentre viene violato nel caso di Piergiorgio Welby? Come è possibile che coloro che hanno immaginato che l’esistenza di una persona più che vitale potesse essere sacrificata per accreditare il diritto all’eutanasia, siano gli stessi che ora difendono il diritto alla vita di un tiranno che per 35 anni ha esercitato l’eutanasia forzata nei confronti di un milione di iracheni?

Ebbene la straordinaria eccitazione degli italiani per salvare la vita di Saddam, è una inequivocabile testimonianza del fatto che siamo prigionieri di una concezione decontestualizzata del diritto e formalistica dell’etica. Ma, evidentemente, in questi tempi bui non si può sottilizzare. Ben venga, dunque, se serve a mobilitare l’insieme dell’Italia.

Magdi Allam

29 dicembre 2006



Paul Berman, : «Ciechi di fronte al fascismo iracheno» Dal CORRIERE della SERA del 4/1/2007,


L'impiccagione di Saddam a Bagdad si è rivelata un avvenimento doppiamente scandaloso, innanzitutto per la scena in se stessa, e successivamente per la reazione innescata nell'opinione pubblica occidentale, in particolare in Italia. Per affrettare l'esecuzione, il primo ministro Nuri Kemal al-Maliki ha aggirato una legge che richiedeva l'approvazione di altri due leader politici, e un'altra ancora che prescriveva di attendere che fosse trascorsa una festività sunnita: in poche parole, aggirando la legalità stessa.

Si è venuto a sapere inoltre che i boia, che hanno insultato il condannato a morte, erano membri della milizia di Moqtada al Sadr, da diverso tempo a capo degli squadroni della morte che massacrano i sunniti, per vendicare i massacri messi a segno dai sunniti nei quartieri sciiti. Di conseguenza l'esecuzione di Saddam si è rivelata odiosa sotto ogni punto di vista. E' stata una condanna a morte eseguita da uno Stato fallimentare o sull'orlo del baratro, uno Stato che non è riuscito neppure ad arrogarsi il monopolio della violenza, come dimostra il ruolo svolto dalle milizie di al Sadr. La violenza di piazza è sempre squallida e ripugnante, ma la violenza di piazza che si fregia del nome di Stato democratico è ancora peggiore.

Eppure, la reazione avvenuta in altre parti del mondo è anch'essa spaventosa. In Europa occidentale, e non solo qui, l'opposizione alla pena di morte — alla pena in se stessa, non al metodo di esecuzione — è diventata uno strano feticcio. Anziché contribuire alla formazione di una coscienza morale, l'opposizione alla pena di morte è diventata un ostacolo allo sviluppo della coscienza morale. L'indignazione per la morte ingiusta di un singolo individuo è riuscita a bloccare l'indignazione davanti alla morte di migliaia di esseri umani anonimi. La dittatura baathista in Iraq, tra le più sanguinose della storia moderna, prese inizio con impiccagioni di massa a Bagdad nel 1969, soprattutto di ebrei iracheni, accusati di essere agenti sionisti. Il successivo sterminio dei Curdi nel 1988 si lasciò dietro 180.000 morti. Sepolture di massa vengono alla luce regolarmente. Si parla di 300.000 iracheni scomparsi, e a questi si aggiungono i morti iraniani causati dalla guerra scatenata da Saddam contro l'Iran, i morti kuwaitiani, il sostegno agli attentatori suicidi in Palestina e gli attacchi missilistici contro Israele nel 1991. E che tipo di reazione hanno scatenato questi innumerevoli crimini a livello mondiale?

Le più grandi manifestazioni nella storia mondiale si sono svolte nel febbraio del 2003, non per denunciare questa mostruosa tirannide, bensì per impedire che questa mostruosa tirannide venisse rovesciata. Oggi assistiamo a un nuovo fremito di orrore, ma non per i combattimenti e i massacri tuttora perpetrati dal partito Ba'ath di Saddam e dalle varie organizzazioni che gli sono succedute in Iraq, bensì per la messa a morte del tiranno. I più nobili sentimenti di altissima moralità sono suscitati dalla figura di un dittatore sanguinario: questo fenomeno non è nuovo nella storia moderna, ma oggi ne abbiamo sotto gli occhi una nuova e straordinaria versione. E non è difficile capire quanto sia costata all'Occidente tanta indignazione contro gli oppositori di Saddam. Perché, infatti, il nuovo stato democratico in Iraq si è dimostrato così traballante e inaffidabile? Non è forse perché gli iracheni che lottavano contro Saddam non hanno mai ricevuto un sostegno adeguato, né dagli Stati Uniti, né da nessun altro nel resto del mondo? Lo Stato iracheno è caduto nelle mani delle milizie assassine perché la coalizione internazionale non ha mai saputo assicurare al popolo iracheno la sicurezza di cui aveva così disperatamente bisogno. Ed ecco il risultato, in questa esecuzione infamante.

Tuttavia la reazione più strana e agghiacciante è certamente quella dell'Italia, e questo perché il fascismo italiano è tornato nuovamente in discussione durante tutto il processo a Saddam. E' vero che il partito baathista si richiama piuttosto al nazismo e allo stalinismo che non a Mussolini, sotto il profilo ideologico.

(L'ispiratore di Saddam nel Ba'ath, Michel Aflaq, era il traduttore arabo di Alfred Rosenberg, il teorico del nazismo). Eppure, anche Mussolini ha ispirato il Ba'ath. Il processo a Saddam ha preso avvio sul finire del 2005 e quando il primo testimone è stato introdotto davanti alla corte, il 6 dicembre del 2005, Saddam si è messo a urlare: «Io sono Saddam Hussein! Come ha fatto Mussolini, bisogna resistere all'occupazione fino alla fine, questo è Saddam Hussein!» Il processo è terminato sullo stesso tono. Il 5 novembre 2006, Saddam è stato condannato all'impiccagione e il primo ministro al-Maliki è apparso in televisione, per rivolgersi al popolo iracheno con queste parole: «L'era di Saddam Hussein da oggi appartiene al passato, come l'era di Hitler e Mussolini».

Mussolini all'inizio e alla fine del processo: che cosa ci rivela tutto questo? Dovrebbe rivelarci che in Iraq la gente, come Saddam e il primo ministro al-Maliki, sa benissimo di avere a che fare con tragedie e orrori che non sono esclusivi alla loro nazione, e con un movimento che ha preso origine e nome in Italia: il fascismo. Ma il fascismo iracheno non ha mai suscitato indignazione nel resto del mondo. Solo gli errori e l'incompetenza dell'antifascismo in Iraq hanno sollevato sdegno a livello mondiale.

Le vergognose immagini dell'impiccagione di Saddam devono farci rabbrividire dall'orrore davanti a uno Stato incapace, davanti alla violenza di piazza e davanti a quello che potrebbe davvero trasformarsi nel fallimento finale dell'intervento contro Saddam. Ma le scene d'indignazione che hanno accolto l'esecuzione di Saddam dovrebbero anche farci rabbrividire dall'orrore davanti all'incapacità della nostra società di riconoscere i movimenti fascisti per quello che sono realmente, davanti alla moderna cecità per il crimine del genocidio. Quali fattori hanno consentito al fascismo e al genocidio di dominare la storia moderna nel secolo passato? Oggi stesso vediamo uno di questi fattori in azione: provare indignazione per reati minori e restare ciechi davanti a reati maggiori, mentre ci si congratula per la propria superiorità morale. Queste persone credono di avere la «coscienza a posto», ma in realtà si tratta di una «coscienza falsa».



PS Qualche commento anche qui

venerdì, 29 dicembre 2006

Jimmy Scott, The When You Wish Upon A Star

postato da: AMALTEO alle ore dicembre 29, 2006 00:26 | link | commenti (4)
categorie: ascoltare a mezzanotte, ascoltare mie antologie
giovedì, 28 dicembre 2006

Katie Melua, Tiger In The Night

postato da: AMALTEO alle ore dicembre 28, 2006 00:44 | link | commenti (4)
categorie: ascoltare a mezzanotte, ascoltare mie antologie
mercoledì, 27 dicembre 2006

From A Late Night Train

postato da: AMALTEO alle ore dicembre 27, 2006 00:28 | link | commenti (2)
categorie: ascoltare a mezzanotte
lunedì, 25 dicembre 2006

LastFM

AMALTEO's Profile Page
postato da: AMALTEO alle ore dicembre 25, 2006 19:44 | link | commenti (13)
categorie:

E' morto James Brown.

Live-at-Apollo



Oggi è morto James Brown.
La mia memoria biografica per lui è legata in modo quasi esclusivo ai Live At The Apollo Theatre del 1962 e a questa rovente esecuzione di "It's A Man's Man's World" (19 minuti da consegnare all'eternità):




Queste altre sono successive e non raggiungono quella vetta, tuttavia ...:
postato da: AMALTEO alle ore dicembre 25, 2006 15:35 | link | commenti (4)
categorie: vivere memoria, vivere morte
giovedì, 21 dicembre 2006

Il diritto di morire: Piergiorgio Welby è morto

IND-CULT-SOC"Welby ha chiesto di poter rinunciare alle cure cui era sottoposto. E ieri, intorno alle 23, il medico anestesista Mario Riccio ha praticato la sedazione e interrotto la ventilazione artificiale".
L'annuncio è stato dato nella conferenza stampa dei radicali in corso, dove l'on. Bonino ha ricordato "il senso della legalità, del diritto e delle istituzioni di Piergiorgio Welby".
Ora il dottor Riccio rischia di essere accusato per "omicidio del consenziente" (dai 6 ai 15 anni di reclusione).
La cosiddetta casa della libertà, spalleggiata dai cattolici dell'ulivo  invoca per lui la forca.

E' l'epilogo di una vicenda che si stava rivelando mostruosa.
Piergiorgio Welby ha aggiunto un ulteriore dramma al dramma della sua vita già così sfortunata.
Ha voluto trasferire nella sfera pubblica la sua personale e privata vicenda umana.
E ciò gli ha portato solo del male. Dell'infernale male.
Probabilmente, fuori dai riflettori della invadente opinione pubblica e nell'ambito della relazione medico-paziente, avrebbe potuto con dolcezza, accanto alla moglie e attorniato da un segmento di società attento alla sua persona, uscire dallo scafandro rigido ed immobile che era il suo corpo da lui non più desiderato.
Invece attorno a lui, sopra di lui, si è scatenato un vero e proprio sabba delle streghe che questo pomeriggio documenterò mettendo in fila, in ordine quasi cronologico, parole, frasi, opinioni, decisioni che di tutto hanno tenuto conto tranne che della sua soggettiva volontà espressa in piena coscienza, con lucidità e da molto tempo (Piergiorgio Welby, Lasciatemi morire, Rizzoli, 2006).
Abbiate pazienza, costruirò lentamente questa pagina di diario, anche per pesare attentamente  l'estremo disprezzo che alcuni protagonisti della scena sociale e politica e le nostre istituzioni (talvolta, non sempre) riservano alla singola PERSONA, nel nome dello STATO e di "DIO".
Dicevo nel  precedente scritto di diario: "Troppe figure si agitano attorno a quel letto: medici, religiosi, politici. In quella specie di quadro che è il capezzale bisognerebbe prestare più umana attenzione alla moglie, a quella donna minuta che gli accarezza le mani, con le lacrime ormai consumate".
Ecco, parto da qui. Mi immagino ad osservare ed ascoltare questo capezzale circondato da vocianti ruoli.

Magistrato 1:”Risulta ormai acquisito alla cultura giuridica il principio secondo cui l'intervento medico è legittimato dal consenso valido e consapevole espresso dal paziente, in forza degli articoli 13 e 32 della Costituzione, che tutelano non solo il diritto alla salute, ma anche il diritto di autodeterminarsi, lasciando a ciascuno il potere di scegliere autonomamente se effettuare, o meno, un determinato trattamento sanitario … II distacco del respiratore senza sedazione violerebbe il rispetto del principio costituzionale della dignità della per­sona … Il ricorso, invece, non è ammissibile, per quanto riguarda la possibili­tà di ordinare ai medici di non ri­pristinare la terapia, perché si tratta di una scelta discrezionale, anche se tecnicamente vincola­ta …Il limite è nell'articolo 37 del codice deontologico: quando non c’è possibilità di guarigione, preve­de la norma, il medico deve limi­tare la sua opera all'assistenza mo­rale e alla terapia atta a risparmia­re inutili sofferenze, fornendo al malato i trattamenti appropriati (Procura della Repubblica su istanza di Piergiorgio Welby di poter interrompere la terapia con una dose di sedativi)

Religioso 1: Mi viene da dire che se qualcuno esprime il desiderio di affrettare la fine della   propria  pena, non   è peccato. Anzi, può essere anche un desiderio sano. Però... c'è un principio a cui non possiamo sfuggire. La vita è un dono, è sacra, è intangibile. Lo riconoscono praticamente tutti, non solo i credenti, anche non credenti come Kant … Io Welby lo capisco, ma prima di agire bisogna pen­sarci dieci vol­te. Potrei esse­re tormentato per sempre, pensando di essere stato io a togliergli la vita (Cardinale Ersilio Tonini)

Filosofo 1: Io capisco e rispetto ciò che dice Welby. Il suo è un caso particolare reso possibile dalla prepotenza scientistica e tecnologica, dal dramma del rapporto uomo - tecnica … qui il pro­blema è: posso io vivere ostaggio di una macchi­na? Ha senso? Dio mi chiede questo? No, non ho dubbi: Dio non chiede questo …  Se una persona, credente o meno, vuole rinviare la propria morte indefinitamente va bene, ci mancherebbe, è una sua scelta. Però nessuno, magari in nome di Dio, può dire a un altro: te lo impongo. Ciascuno, se lucido, ha il diritto di deci­dere. E un cristiano può affermare: il buon Dio non mi ha detto che devo vivere attaccato a una macchina, ma di vivere finché la physis, la natura che ti ho dato lo permette (Giovanni Reale)

Medico 1: Dobbia­mo paragona­re la macchi­na che lo tie­ne in vita alla chemioterapia che si pre­scrive ai pazienti oncolo­gici. Nei casi in cui la cura dia troppi effetti collaterali si sceglie di interrompe­re pur sapendo che la persona potrebbe morire prima del previsto … E’ la medicina che chiede queste scelte. Ogni giorno questo viene fatto nel chiuso delle camere degli ospedali e nelle case private dei pazienti. In silenzio, lontano dai riflettori. Sono decisioni che ci tormentano, spesso le condividiamo con i parenti. Sempre secondo scienza e coscienza (Roberto Santi) – medico dirigente della Asl 4 di Chiavari)

Giurista 1: II diritto al rifiuto di cure é entrato nella  Carta dei diritti del­l'Unione Europea. Ed è già ac­caduto che la  Cassazione lo  abbia riconosciuto ai testimoni di Geova che oggi possono rifiu­tare la trasfusione    Ci sono persone che hanno rifiutato cure per l'amputazione di un arto; persone che pur di  non vivere menomate hanno preferito morire. Il diritto di morire appartiene giuridicamente ad ognuno di noi.  ….  Se io vengo trattenuto in vita da una cura farmacologica e da un dato momento in poi decido di in­terromperla, non possiamo certo parlare di eutanasia. Allo stesso modo, staccare la spina è una delle forme del rifiuto di cura. Oggi la tecnologia offre possibilità di sopravvivenza nuove, dando così nuove possi­bilità ai pazienti. Qui non c'è eutanasia. L'eutanasia prevede un intervento attivo, non basta sospendere la cura. Se io sopravvivo non per eletto di farmaci o di macchine, ma sono ugualmente in una condizione di sofferenza e chiedo che mi venga dato qualcosa che mi faccia morire; solo in quel caso possiamo parlare di eutanasia e di suicido assistito (Stefano Rodotà, già garante della privacy e docente di diritto privato).

Filosofa 2:  Welby chiede di poter essere staccato da ventilatore che lo tiene in vita. Ma la ventilazione automatica è un tipo di cura ordinaria, non straordinaria e dunque non si configura come accanimento. Quindi accettare la sua richiesta significherebbe aprire la strada all'introduzione dell'eutanasia in Italia (Marianna Gensabella, filosofa cattolica)

Giurista 2:  A decidere di un eventuale trattamento sanitario di fine vita non può essere una legge, nè gli individui coinvolti. Occorre l'intervento di un terzo soggetto, giudice o comitato etico che sia, che dovrà valutare caso per caso, chiedendosi se c'è equilibrio fra i mezzi utilizzati  e le aspettative di vita di quel paziente (Salvatore Amato, giurista cattolico)

Politico 1: Secondo me si sta strumentalizzando un po' troppo il dolore di Welby. Chi lo utilizza come bandiera dovrebbe pensarci molte volte. Comunque io sono per il no all'accanimento terapeutico e il no all'eutanasia: io non voterò mai una legge sull'eutanasia (Rosi Bindi, partito della Margherita, Ministro per le politiche della famiglia

Politico 2: Siamo determinati a rispettare la volontà di Welby e non aspetteremo i tempi burocratici: lo aiuteremo a fare ciò che ha diritto di fare (Marco Cappato, parlamantare europeo del Partito Radicale)

Medico 2: Chi conosce davvero la soffe­renza sa che è un gesto nobile, di­rei quasi eroico, quello di offrire ai riflettori il proprio crudo dolo­re fisico e psichico. Per questo io ammiro Welby e da mesi appog­gio la sua battaglia con commo­zione e con gratitudine, ma den­tro di me penso che sia profon­damente ingiusto che sia lui a doverla combattere. Credo che il principio dell'eutanasia rappre­senti il diritto di morire. Dunque è parte del corpus dei diritti indi­viduali pienamente riconosciuti dalla civiltà moderna : non è né di destra né di sinistra e non può essere una scelta isolata dei medi­ci o dei giudici o dei politici del momento (Umberto Veronesi)

Magistrato 2: II diritto di richiedere la interruzione della respirazione assistita, previa somministrazione della sedazione terminale, deve ritenersi sussistente ma trattasi di un diritto non concretamente tutelato dall'ordinamento. In assenza della previsione normativa e degli elementi concreti di natura fattuale e scientifica di una delimitazione giuridica di ciò che va considerato accanimento terapeutico va esclusa la sussistenza di una forma di tutela tipica dell'azione da fer valere. E ciò comporta di conseguenza la inammissibilità dell'azione cautelare … Solo la determinazione politica e legislativa, facendosi carico di interpretare l'accresciuta sensibilità sociale e culturale verso le problematiche relative alla cura dei malati terminali di dare risposte alla solitudine e alla disperazione dei malati di fronte alle richieste disattese, ai disagi degli operatori sanitari e alle istanze di fare chiarezze nel definire concetti e comportamenti, può colmare il vuoto di disciplina anche sulla base di solidi e condivisi presupposti scientifici che consentano di prevenire abusi e discriminazioni. Allo stesso modo in cui intervenne il legislatore nel definire la morte cerebrale (Angela Salvio,  Giudice. Tribunale di Roma)

Politico 3:  Ho chiesto al Consiglio Superiore di Sanità di chiarire con un suo parere se i trattamenti cui è sottoposto possano definirsi accanimento terapeutico e ho istituito presso il Ministero una Commissione per definire entro la prossima primavera un Piano Nazionale per le cure palliative e per assicurare procedure e linee guida affinchè le migliaia di cittadini nelle condizioni di Welby, o comunque costretti a convivere per anni con la loro malattia abbiano a disposizione i supporti sanitari e assistenziali idonei. Come persona ho già espresso il mio no, un no discreto, personale, di coscienza, all'eutanasia (Livia Turco, Ministro della Salute)

Giurista 1: E' sconcertante, ai limiti della denegata giustizia, la decisione con la quale il Tribunale di Roma ha respinto la richiesta di Piergiorgio Welby di poter morire con dignità. La palla è stata rilanciata nel campo della politica. Ma i tempi della politica non sono quelli della vita ... Se l'ordinanza avesse ripercorso correttamente l'itinerario costituzionale, sarebbero stati evitati errori e sgrammaticature. L'articolo 32 fornisce una linea nitida: la salute è diritto fondamentale dell'individuo, non possono essere imposti trattamenti sanitari se non per legge e mai la legge può violare i limiti imposti dal rispetto per la persona umana. Poichè per salute deve intendersi il "benessere fisico, psichico e sociale, questo vuol dire che il governo dell'intera vita è fondato sulle libere decisioni degli interessati. Poiché nessuno può essere obbligato ad un trattamento sanitario, l’argomentazione dell’ordinanza deve essere rovesciata: la mancanza di una legge rende illegittimo il trattamento, non la richiesta di interromperlo. Poiché nulla può esser fatto che violi la dignità, "il rispetto della persona umana", questo vuol dire, soprattutto in situazioni estreme e drammatiche, che nessuno può imporre la prigionia della sofferenza. (Stefano Rodotà, già garante della privacy e docente di diritto privato). [l'intero intervento di Rodotà è qui]


Politico 3: A proposito delle veglie che si sono svolte in 50 città italiane ed europee, alcuni giornali cattolici, a dire il vero molto sguaiati ed irrispettosi della sofferenza degli esseri umani, hanno titolato "la veglia degli assassini". Io ripeto che la condanna alla tortura e la vita dei cittadini non appartengono allo stato. La vita di Welby non è di proprietà nè dello stato nè del governo ma appartiene a Piergiorgio Welby. La verità è che lui è destinato a morire in poco tempo. Il problema è se vogliamo che muoia soffocato tra sofferenze inenarrabili o se muoia sedato e con un po' di serenità ... Welby non c'entra nulla con l'eutanasia: ma chi vuole aiutarlo ad interrompere la sua sofferenza disumana di venta soggetto del codice penale, grazie ad una norma che risale alla legislazione fascista (Emma Bonino, ministro per le politiche comunitarie, Partito radicale)

Politico 3: Questo caso è stato montato [sic!!! amalteo] da una persona cosciente, i grande intelligenza, che ha fatto una dichiarazione importante dal punto di vista bioetico, non da una persona che non può decidere   [fra poco l'on Buttiglione dirà l'esatto contrario. amalteo
... una volta era un familiare stretto a prendersi cura del malato (Paola Binetti, senatrice del Partito della Margherita]

Politico 4: In materia di testamento biologico sono assolutamente contrario al testo che arriva a proporre di interrrompere anche il sostegno minimo alla vita. Bisogna fare attenzione a non aprire quella porta ... Si può chiedere di evitare terapie straordinarie ma non possiamo accettare che una persona abbia la facoltà di essere ucciso o lasciato morire di sete e di fame ... Chi chiede di essere ucciso è in depressione profonda e va aiutato [sic !!!  per costui Welby no ha il diritto di esprimere la propria volontà perchè "è depresso" !!] (Rocco Buttiglione, presidente dell Udc)

Medico 3: Secondo la reli­gione cattolica la vita non ci appartiene, ci è stata donata da dio e non ne possia­mo disporre. Cosa inaccettabile per chi in dio non crede e ritiene di essere padro­ne della propria esistenza. Siamo dun­que a uno stallo, determinato dal fatto che ancora una volta si cerca di stabilire regole religiose per un principio che in un paese laico dovrebbe rispettare le de­cisioni individuali. Siamo di fronte alla contrapposizione di differenti ideologie ed è assurdo affrontare la questione cer­cando di stabilire maggioranze e mino­ranze: su questi temi deve prevalere il ri­spetto della laicità e debbono essere tro­vate soluzioni che tengano ugualmente conto dei principi etici di tutti i cittadini. E' comunque ora di affrontare il problema dell’eutanasia, senza lasciarsi fuor­viare da false prospettive e da soluzioni ipocrite. Ad esempio, il fatto che si cerchi di predisporre nel paese centri di cure palliative e di terapie anti-dolore è impor­tante, è civile, ma non modifica per nien­te la necessità di approvare una legge che stabilisca norme precise per l'eutana­sia. Cure palliative e terapia del dolore, in­fatti non hanno a che fare con la dignità delle persone ed è proprio la sensazione di perdere questa dignità che persuade molti a chiedere di essere aiutati ad andarsene, possibilmente in modo quieto e indolore (Carlo Flamigni, medico)

Coro di medici prestati alla politica: Abbiamo deciso che la ventilazione meccanica non è accanimento terapeutico perchè Welby, che è in una situazione clinica devastata ma stabile, è un uomo lucido, in grado di intendere, ha grande intelligenza e capacità di vita e proposta. Inoltre non c'è una situazione di morte incombente, cioè un quadro clinico che lasci presagire che a breve termine possa morire (Cuccurullo, a nome del Consiglio Superiore di Sanità)

Con quest'ultima "sentenza", che avrebbe condannato Welby a restare prigioniero nel suo scafandro di carne devastata per ancora qualche mese, siamo arrivati alla generosa e rischiosa azione dell'anestesista dott. Mario Riccio.
Si sta levando il coro dei linciatori.
Questa sarà una sera in cui la televisione mostrerà i volti del peggio di questo paese prigioniero di ideologie che sono contro i diritti individuali.
Sono politicamente grato ai radicali che hanno accompagnato Piergiorgio e sua moglie in questa vicenda esistenziale.
Infine c'è una coda al sabba del capezzale.

Religioso 2:
Non si possono concedere le  esequie religiose perché,a differenza dei casi di suicidio nei quali si presume la mancanza delle condizioni di piena avvertenza e deliberato consenso, era nota, in quanto ripetutamente e pubblicamente affermata, la volontà del Dr.Welby di porre fine alla propria vita, ciò che contrasta con la dottrina cattolica ... Non vengono meno la preghiera per l'eterna salvezza del defunto e la partecipazione al dolore dei congiunti (portavoce del vicariato della diocesi di Roma)

Il giorno dopo
Fra i commenti del giorno dopo è necessario e importante salvare una pagina di Giuliano Ferrara.
Un atteggiamento complesso, articolato in tre passaggi argomentativi di grande forza intellettuale:
"Sogno una morte diversa da quella di Piergiorgio Welby. Preferirei di no ..."; "Tuttavia capisco il bisogno di re­quie, capisco il requiem laico di Welby ..."; "Tuttavia considererei una sciagura un processo nato dal caso Welby, e idiota il grido di "assassino" indirizza­to a coloro che hanno realizzato la sua volontà"

Requiem laico: una spina staccata
di Giuliano Ferrara, Il Foglio 22 dicembre 2006

Sogno una morte diversa da quella di Piergiorgio Welby. Preferirei di no. Preferirei la fine del cugino Mi­chele, una casa di provincia linda co­me non è mai stata, una stanza da let­to che sembra un sacrario di spec­chiere e madie senza un grammo di polvere, le visite dei parenti e degli amici che sono accolti nel tinello dal­le donne di famiglia e dai bambini, poi introdotti discretamente dal ma­lato semicosciente che subisce le lo­ro carezze, un viso sofferente e rasse­gnato sfiorato dall'amore al cospetto di lenzuola bianche come la luce del mattino d'estate, i cateteri nascosti con pudore, e forse anche la foto del Papa, forse anche un frate pieno di bonomia che mi sfruculia e mi dice che sono sulla via del ritorno.
Il mio è un sogno laico, non credente, di chi non accetta la banalizzazione della vita anche attraverso la serializzazio­ne della morte come sfida analgesica al significato del dolore. Ed è anche un sogno a cui non posso dire di sa­per corrispondere, quando la realtà si metterà ad inseguirlo. Penso anche che una società in cui si muore così come il cugino Michele ha un rappor­to più stretto e fiducioso con la verità, qualunque essa sia, massima delle verità essendo quella che io agisco da uomo libero ma non sono il mio padrone. Chi sia il padrone, poi si ve­drà faccia a faccia, ma ora, nell'enig­ma, so di non esserlo io stesso.

Tuttavia capisco il bisogno di re­quie, capisco il requiem laico di Welby e dei suoi compagni, compre­so il medico anestesista che su sua richiesta lo ha sedato e ha staccato la spina. Sono contrario all'eutana­sia per legge, che è la sostanza del problema dissimulata con grande e legittima abilità politica nella cam­pagna di cui Welby ha voluto essere il banditore, ma non posso approva­re l'obbligo di cura, che è una con­traddizione in termini, e non posso negare ad alcuno le terapie sedative della sofferenza fisica quando la vita si esaurisce, per lo meno nel corpo. Vorrei che la norma giuridica se ne stesse il più possibile lontana dalla legalizzazione della morte, che ha già fatto progressi abbastanza spetta­colari con il trionfo culturale e la pratica indiscriminata dell'aborto, con il protocollo di Groningen sul­l'eutanasia dei bambini ammalati, con lo spegnimento coatto per sen­tenza comminato a Terry Schiavo, con un disprezzo per il vicino che ge­nera terrore senza fine e impone la brutta e bronzea legge della guerra giusta in soccorso del convivere e della tranquillità dell'ordine. Le uni-che norme che accetto sono quelle a difesa della vita dal suo inizio alla sua fine naturale, con la depenaliz­zazione dell'aborto come eccezione assoluta e non come forma relativi­stica di controllo della riproduzione o di contraccezione ex posi

Tuttavia considererei una sciagura un processo nato dal caso Welby, e idiota il grido di "assassino" indirizza­to a coloro che hanno realizzato la sua volontà, amministrando il loro culto attraverso una strana forma legale di disobbedienza civile. Il culto radicale per le libertà civili, che ormai siste­maticamente si converte in battaglie religiose intorno all'idolo giacobino dei diritti dell'uomo, compreso il di­ritto di ordinare la propria morte o comminarla ad altri in nome della li­bertà di vivere come si vuole, io lo combatto. Ma se i radicali, nell'ambi­valenza che è propria di ogni guerra religiosa, si fanno scudo dell'orrore che non si può non provare per la so­la idea dell'obbligo di cura, abbasso la mia lancia. Tra i radicali, per la sua e per la mia dignità, annovero anche Welby. Il cui gesto pubblico è ovvia­mente controverso. Il cui bisogno pri­vato di riposo, imperativi della fede a parte, non lo è.

postato da: AMALTEO alle ore dicembre 21, 2006 17:41 | link | commenti (10)
categorie: vivere morte, vivere salute e malattia
venerdì, 15 dicembre 2006

Sigur Ros, Glosoli

tracceL'avevo visto qualche mese fa ....
L'emozione di poter volare.

L'ho cercato ... cercato ... cercato ...
e oggi, per caso, l'ho ritrovato




postato da: AMALTEO alle ore dicembre 15, 2006 10:18 |