Tracce e Sentieri

Passeggiate splinderiane di Amalteo

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Nome: Amalteo
2° metà del 900-later than never. “Perché vale la pena di vivere? E’ un’ottima domanda… Be’, ci sono cose per cui vale la pena di vivere … Per esempio, per me, direi … tutta la musica e le interpretazioni di Nina Simone … la voce di Ray Charles, quasi sempre … Il ballo di Al Pacino in Scent of a Woman … le note di John Lewis quando volano nelle fughe di Bach … Louis Armstrong, l’incisione di West and blues del 1928 … i film di Sergio Leone … i racconti di Stephen King … gli azzurri e i gialli di Van Gogh … i quadri di Peppo Spagnoli, che dimostra che si può fare molto anche da luoghi piccoli… il sorriso di Luciana …. ... e poi anche ...” da Woody Allen, Manhattan (con qualche cambiamento pamalteo@gmail.com http://amalteo.wordpress.com/

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martedì, 31 ottobre 2006

Mike Leigh e Amos Oz

proiettoreE' vero che "verba volant, scripta manent", ma talvolta dire le parole con la voce alimenta le libere associazioni. E la rete offre risorse anche per questo.
Ho imparato ad usare YouTube, a memorizzare e lanciare i video.
  • Comincio con un commento ad un film di famiglie ..., rimandando anche all' Album dei film:
  • Continuo con un commento al libro  "Storie di amore e di tenebra" di Amos Oz
  • più sotto c'è Amos Oz che si racconta
mercoledì, 25 ottobre 2006

Musica e fondamentalismo islamico

IND-CULT-SOC
No comment

Ah sì, uno solo: spero che qualche relativista culturale  non dica che anche in questo caso è colpa degli americani e degli israeliani.









Il fondamentalismo islamico perseguita i musicisti:
fatwa delle corti islamiche somale

«Salvate la nostra anima». E’ l’appello rivolto dagli otto membri della Commissione nazionale per la musica della Somalia, affiliata all’Unesco, condannati amorte dalle Corti islamiche che hanno sottomesso il Paese alla sharia, la legge coranica. La fatwa, il responso giuridico ufficiale, è stata appena emessa, il 17 ottobre: «Solo perché facciamomusica! ». Si tratta di musicisti e musicologi, tra cui tre donne, che 24 ore dopo la condanna a morte sono riusciti a fuggire in Kenya abbandonando le loro famiglie.
Il presidente della Commissione, Yusuf Jimale, spiega che la repressione del nuovo regime islamico si manifestò il 24 marzo scorso con l'assalto armato alla loro sede a Mogadiscio, distruggendo ogni cosa compreso un prezioso lavoro sulla «diversità musicale somala» destinato all'Unesco, l'organizzazione delle Nazioni Unite per l'educazione, la scienza e la cultura: «Da allora non ci hanno più permesso di svolgere la nostra attività e neppure di contattare la stampa. Si tratta di una violazione dei diritti dell'uomo. E ora siamo condannati a morte. Sono degli ignoranti, degli oscurantisti che perseguono dei fini occulti. La musica è sempre esistita in Somalia e ovunque nel mondo islamico».
La fatwa di condanna a morte dei musicisti viene giustificata con la citazione del versetto V, 33 del Corano: «In verità la ricompensa di coloro che combattono Iddio e il Suo Messaggero e si danno a corrompere la terra, è che essi saranno massacrati, o crocifissi, o amputati delle mani e dei piedi dai lati opposti, o banditi dalla terra: questo sarà per loro ignominia in questo mondo e nel mondo a venire avranno immenso tormento». Ma Jimale non si capacita: «Forse che meritiamo quanto vi si afferma? Ma veramente capiscono ciò di cui parla il versetto? Loro stanno ingannando la gente comune. Abbiamo proprio bisogno aiuto dalla comunità internazionale. Hanno preso una posizione estremamente crudele contro di noi e più in generale contro la musica. Ma siamo un'unica famiglia e questa condanna a morte non ci farà desistere dal promuovere la musica in Somalia e nel mondo. Comunque vada saremo forti. Noi non siamo nel torto. Noi abbiamo ragione, ragione e ragione!».
In Italia l'appello dei musicisti somali è stato raccolto e rilanciato da Patricia Adkins Chiti, membro direttivo del Consiglio internazionale per la musica dell'Unesco e dell'European Music Council. La fatwa
delle Corti islamiche è stata emessa dopo un raid contro la sede della Radio dell'Africa Orientale a nord di Mogadiscio, che abitualmente trasmetteva musica per la capitale e nei dintorni. E' stata definitivamente chiusa. L'11 settembre scorso un'altra incursione contro Radio Jowhar, sempre a Mogadiscio, ha portato all'abolizione totale dei programmi musicali. Da allora è autorizzata a diffondere solo il Corano, dottrina islamica e i notiziari ufficiali.
Per la verità nel Corano non c'è un divieto esplicito della musica e del canto. L'interdizione fa piuttosto riferimento a delle fatwa emesse da teologi wahhabiti, come il defunto mufti dell'Arabia Saudita, Abdelaziz Bin Baz, che disse: «La parola ma'azif si riferisce al canto e agli strumenti musicali. Il Profeta ci ha detto che alla fine dei tempi arriverà un popolo che permetterà queste cose così come permetterà l'alcol, l'adulterio e la seta. Questo è uno dei segni della profezia, tutto ciò è accaduto. Il hadith (il detto) indica che gli strumenti musicali sono haram (proibiti) e condanna coloro che dicono che sono halal (leciti), così come condanna coloro che ritengono che l'alcol e l'adulterio sono leciti. Chiunque ritenga che il canto e gli strumenti musicali sono leciti mente e commette un peccato grave».
Gli estremisti islamici somali, sulla scia di quanto fecero i talebani in Afghanistan nel 1996, hanno già chiuso tutti i cinematografi, messo fuorilegge i film, proibito la visione della televisione nei luoghi pubblici, vietato le celebrazioni dei matrimoni che contengano canti o danze, imposto ovunque la segregazione sessuale. Stanno cioè distruggendo dal di dentro la persona per trasformarla in un robot al servizio del loro potere dittatoriale ammantato di islam. Ma a quanto pare tutto ciò non interessa a nessuno. Tranne che a Bin Laden. Perché lì potrà probabilmente rilanciare il suo sogno del califfato islamico. Non è forse il caso di raccogliere seriamente l'appello dei musicisti somali: «Salvate la nostra anima »?

Dal CORRIERE della SERA del 21 ottobre 2006:
postato da: AMALTEO alle ore ottobre 25, 2006 15:12 | link | commenti
categorie: pensare culture religioni, pensare storia contemporanea
lunedì, 23 ottobre 2006

Il diritto a non portare il velo

IND-CULT-SOCFaccio seguito al precedente post  "Espressioni  dell'archetipo femminile", 11 ottobre 2006
Sottolineature mie.



Difendiamo il diritto a non portare il velo

Magdi Allam commenta le accuse dell'imam di Segrate all'onorevole Santanché

Testata: Corriere della Sera
Data: 22 ottobre 2006
Pagina: 1
Autore: Magdi Allam
Titolo: «Il velo legge di Dio La guerra scoppia in Tv»
Dal CORRIERE della SERA del 22 ottobre 2006, un articolo di Magdi Allam sulle accuse lanciate contrò l'onorevole Santanché dall'imam della moschea di Segrate Ali Abu Shwaima, esul velo come strumento di penetrazione del fondamentalismo.

«Lei è un’ignorante, è falsa», peggio ancora «lei semina l’odio, è un’infedele ». L’accusa pesantissima, che in termini coranici si traduce con la condanna a morte, è diretta all’onorevole Daniela Santanchè di An. A scagliarla è Ali Abu Shwaima, imam della moschea di Segrate, appena conclusa una già rovente puntata di «Controcorrente» negli studi milanesi di Sky sulla questione cruciale del velo islamico. Nel corso della trasmissione condotta da Corrado Formigli e andata in onda venerdì sera, la Santanchè aveva sostenuto che «il velo non è un simbolo religioso, non è prescritto dal Corano».
Ciò in risposta all’affermazione della giovane Asmae Dachan, figlia del presidente dell’Ucoii (Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia), secondo cui «il velo è un atto di fede come la preghiera e l’elemosina, è un fattore di adorazione di Dio». La replica di Abu Shwaima è stata impietosa eminacciosa: «Non è vero che nel Corano non ci sia l’obbligo del velo. Io sono un imam e non permetto a degli ignoranti di parlare di islam. Voi siete degli ignoranti di islam e non avete il diritto di interpretare il Corano ». Successivamente, rivolto all’altra ospite negli studi di Sky a Roma, Dunia Ettaib, rappresentante dell’Unione delle donne marocchine in Italia, tenacemente contraria al velo, Abu Shwaima ha sentenziato con un italiano approssimativo (quasi la dimostrazione della difficoltà di integrarsi per un integralista che risiede da circa 40 anni nel nostro Paese ma che coltiva l’ambizione di convertire gli italiani all’islam): «Il velo è una legge che Dio ha mandato. È Dio che lo dice, l’uomo non può negarlo. Se uno crede nell’islam lo segue. Senza essere uno che non crede, di dire che non lo deve portare».
A questo punto Dunia chiede lumi (questo scambio di battute non è però andato in onda): «E quelle che non portano il velo non sono musulmane?». Secca la risposta di Abu Shwaima: «Il velo è un obbligo di Dio. Quelle che non credono in questo non sono musulmane». Quindi le musulmane che non portano il velo sarebbero delle miscredenti e delle apostate, altra accusa che si trasformerebbe nella condanna a morte. È un nuovo episodio che dovrebbe spingere gli italiani a guardare in faccia la realtà per quella che è e non per quella che immaginano che sia o sperano che diventi, partendo dal vissuto dei suoi protagonisti e affrancandosi dai filtri ideologici, culturali e religiosi che portano alla mistificazione della realtà. E la questione del velo islamico va considerata per il significato che le danno coloro che in Italia si ergono a rappresentanti dei musulmani. Prendiamo atto del fatto che Abu Shwaima, autodesignatosi imam della moschea di Segrate, nonché «emiro del Centro islamico di Milano e Lombardia», è sia fondatore e membro del «Consiglio dei saggi» d e l - l’Ucoii, sia responsabile della Da’wa, ovvero della propaganda islamica, della Fioe (Federazione delle organizzazioni islamiche in Europa), che è la cornice unitaria delle organizzazioni affiliate ai Fratelli musulmani nel nostro continente.
Prendiamo atto del fatto che Asmae Dachan è portavoce dell’Admi (Associazione delle donne musulmane in Italia), creatura dell’Ucoii. Ebbene per entrambi il velo è un obbligo islamico, con la conseguenza esplicita della condanna, implicitamente anche a morte, delle donne che non lo indossano o si schierano contro il velo perché sarebbero delle infedeli, miscredenti e apostate. Questa è la realtà di cui dovrebbero finalmente rendersi conto i politici di sinistra e di destra che hanno legittimato il velo islamico sulla base del «buonsenso» (una versione islamicamente corretta di equidistanza o equivicinanza tra il velo integrale e il capo scoperto), o se ne sono addirittura innamorati perché sarebbe esteticamente bello, i magistrati che hanno accreditato nel nostro codice laico con una sentenza definitiva il velo come una prescrizione islamica, i religiosi cattolici che dicono sì al velo islamico purché non si metta in discussione il sì al crocifisso nella sfera pubblica, le donne italiane che risultano indifferenti alla sorte delle musulmane.
Prendano atto che il velo è lo strumento principale di penetrazione sociale dei Fratelli musulmani perché porta alla sottomissione della donna e alla formazione di una «comunità islamica» forgiata dalla sharia. Mobilitiamoci pertanto per salvaguardare il diritto delle musulmane a non portare il velo, per sostenere una maggioranza di musulmane che oggi è sostanzialmente laica e liberale, per difendere l’Italia dall’ideologia oscurantista e totalitaria che si nasconde dietro al velo. Prima che sia tardi.
postato da: AMALTEO alle ore ottobre 23, 2006 18:31 | link | commenti
categorie: pensare culture religioni, pensare storia contemporanea, vivere donne
mercoledì, 18 ottobre 2006

Sulle tracce dei lupi



I cani, e in particolare il pastore tedesco Pantò (in fotografia), hanno avuto una funzione importante nella mia vita. In particolare quella di educare l'istinto. Con loro ho potuto attraversare le turbolenze e i disordini di quegli anni difficili che fanno traslare dall'infanzia alla adolescenza.
Guardo questa fotografia. Ero triste. Forse molto triste. Non mi sembrava del tutto giusto che mi fosse toccato di vivere, di percorrere il mio ciclo di vita. spesso mi chiedevo "perchè ?". Vedo che mi aggrappo a Pantò, e lui ha uno sguardo saggio e un atteggiamento paziente. Il pastore tedesco Pantò mi ha spesso vegliato. alla mattina aspettava pazientemente che aprissi gli occhi e solo in quel momento mi leccava per dirmi la sua felicità e che occorreva iniziare il giorno
Pantò è stato un essere vivente che mi ha aiutato con un amore totale ad attraversare le paure di quegli anni.
Uno dei miei più grandi desideri è potere attraversare gli anni della vecchiaia con un cane così

Nell'immaginario (ma anche nella realtà, come mostra nell'intervista seguente Héléne Grimaud) mi sembra che il domestico cane svolga la funzione di mediare un nostro possibile rapporto con il più selvatico lupo.
Il lupo mi appare concretamente rappresentare un simbolo potente che rimanda alla unione di due aspetti:  quello feroce, ma anche quello luminoso. La sua capacità di vedere nella notte lo fa diventare un simbolo di luce.
Chissà che nella notte di questi tempi il mio lupo interno non sia ancora capace di farmi vedere qualche pezzo di strada.
Queste riflessioni sono affiorate alla mia mente grazie a questo articolo.

Hélène Grimaud, la pianista che suona coi lupi
in La Stampa 13/10/2006
di Domenico Quirico

La pianista HĂ©lène Grimaud in compagnia degli animali per la cui salvaguardia è sempre piĂą impegnataPARIGI. Talora un artista che si esprime, mirabilmente, attraverso la musica sente il bisogno di scrivere un libro dove racconta la sua ricerca e la sua sete di assoluto. Scelta intrigante soprattutto quando questo artista è Hélène Grimaud, una delle dieci migliori pianiste del mondo, francese che vive negli Usa, di cui Bollati Boringhieri sta per pubblicare l'intenso Variazioni selvagge che in Francia ha venduto 160 mila copie ed è stato tradotto dagli Usa alla Cina. Un bilancio della vita... a trent'anni. «Da quando ho memoria i libri sono stati i miei primi amici. Sono cresciuta con loro. Ho scoperto il mondo attraverso le loro parole, il loro ritmo, la loro armonia. Non ho mai smesso di tornare a loro come se fossero degli esseri vivi. Senza la letteratura mi mancherebbe qualcosa di essenziale: il rapporto con il silenzio, meglio ancora, la comunione con la solitudine. La solitudine che non è ciò che ci separa dagli altri, ma quello che ci lega a loro, in profondità. Noi siano tutti soli. Ma esserne consapevoli porta a creare dei legami di compassione con chi ci è vicino».

Scrivere per Hélène Grimaud non è tradire la musica. «Musica e letteratura non sono così lontani come si crede, sono il diritto e il rovescio della stessa stoffa. A ciascuno la sua melodia. Non si escludono, si completano, si appoggiano l'uno sull'altra, allargano i territori del nostro cuore. La musica è in rapporto con il dominio sensibile, è al di la delle parole. E la letteratura è un rapporto con il dominio intellettuale, in mezzo del ritmo. Non ho voluto far altro che prolungare il piacere che provavo quando, adolescente, leggevo i libri di Dostojevski e dei romantici come Hönderlin o Novalis. Ho voluto scrivere il libro che volevo leggere a quell'età e che la mia vita mi ha offerto la possibilità di vivere da adulta. Era un modo di porgere uno specchio al lettore, dicendogli con semplicità: quello che io ho fatto tu lo puoi fare. Sono felice solo quando i miei lettori mi confessano di mettersi in viaggio con un obiettivo: cambiare se stessi».
In Variazioni selvagge hanno un ruolo centrale i lupi: animale totemico e «maledetto», simbolo del male e della ferinità incontrollabile ma che Hélène alleva nella sua casa americana, e che difende con un'associazione. Come sempre la rinascita viene da un incontro: appunto con i lupi. Scoperta esistenziale ma anche prigione, etichetta: perché per milioni di persone lei, icona della musica classica, resta «la musicista dei lupi». «Il lupo non rappresenta il male che da poco tempo e per ragioni di interpretazione religiosa che lo stesso San Francesco ha combattuto. Il lupo non ha legami con il male o il diavolo. È un’immagine falsa che mette in discussione semmai il nostro male, la nostra tentazione diabolica. È l'altra ragione per cui ho scritto Variazioni selvagge: combattere un antico pregiudizio. Certo il lupo è un animale selvaggio, e in questo c'è la bellezza che è quella della vita, ma non è un pericolo per l'uomo e la natura, anzi è un elemento necessario alla sopravvivenza dell'ecosistema. Tutto è nato con una lupa, Alawa, di cui ho incrociato la strada, per caso, in Florida nel 1992. Non potevo immaginare quel giorno che la mia vita sarebbe cambiata. E' successo qualcosa che rientra nell'amore, è questa passione che io racconto, una passsione che mi ha salvata da me stessa. Per il resto credete al pubblico, non si sbaglia. Io non ne faccio alcun uso marketing. Semmai sono felice che la notorietà mi permetta di difendere una causa che dovrebbe essere comune a tutti: difendere la sopravvivenza del pianeta».
I suoi concerti sono eventi, in cui nel pubblico, spesso giovane, entusiasmo e passione trascendono la musica. «Io non baro. Quando salgo in scena non esiste più nulla. E' un faccia a faccia inedito per cui non ho che un'optione: rischiare il tutto per tutto. Bisogna giocare come se l'avvenire del mondo dipendesse da questo. E poi perché no? Che ne sappiamo? Sono misteri che ci sfuggono ma che bisogna innescare. Bisogna provocare l'impossibile a proprio rischio e pericolo».
Nel suo ultimo libro scrive, con orgoglio, che la musica è la più completa delle arti: «La musica ha una caratteristica: con lei non esiste nè bene nè male. C'è solo musica suonata con il cuore o no. Si vive in un corpo a corpo con l'istante. E questo rapportro talora permete di intuire l'eternità. Mi dico talvolta che la musica ha dei poteri da fata. Intellettuale, non attinge la sua forza che nella sensibilità, si rivolge in parti eguali al corpo e allo spirito, alla passione e alla contemplazione. Senza la musica saremmo sordi al silenzio. Senza di lei saremmo come gli esseri non umani che descrive Platone, quando parla della nascita delle muse. Prima di loro nulla ha significato, quando appaiono l'umanità puù avanzare. Vivo la musica in modo fisico. Mi passa da parte a parte. Raddoppia il mio corpo, e mi da più che lo spirito delle cose: grazie a lei penetro talora nell'invisibile».
L'Italia ha una parte importante nella vita della pianista: «È una seconda patria per me. I miei genitori erano professori di italiano ed è l'italiano che li ha uniti, da piccola in casa li sentivo parlare italiano tra loro e mi è parsa subito una lingua con virtù magiche. Pirandello è il primo grande scrittore che ho letto perché mia madre l'amava. Poi sono venuti Pavese, Moravia, Luzi e i grandi registi, Rossellini Fellini Pasolini. Il mio secondo libro è consacrato all'Italia, a un viaggio iniziatico tra Assisi e Venezia. Un modo per restare fedele alla parola di Dante, il cui titolo Vita Nova ci riguarda tutti: viene l'ora in cui si deve rinascere, fare delle scelte, cominciare una nuova vita in sé. Il suo nome? L'amore. Per gli esseri, le cose e il mondo. Amore per la vita, grazie a cui la passione è generosa, disinteressata e perché no, mistica».

postato da: AMALTEO alle ore ottobre 18, 2006 13:34 | link | commenti (13)
categorie: vivere animali, vivere personalitĂ 

Umore autunnale

tracce
postato da: AMALTEO alle ore ottobre 18, 2006 00:57 | link | commenti
categorie: vivere tempo
mercoledì, 11 ottobre 2006

Il velo delle donne islamiche

IND-CULT-SOCCopio  e rilancio dal  Blog di Claudio Risè.  Riflessione molto interessante. Fornisce una luce particolare su un comportamento per me irritante ed incomprensibile.
Dunque il pensiero "conservatore"  giustifica il velo in quanto, nel profondo, parla di una donna custode del focolare della casa. Ma allora quando il pensiero "progressista" difende, in nome del relativismo, il diritto della cultura musulmana a velare le donne, in realtà lotta contro la sua emancipazione. Interessante ... molto interessante ... ma allora: dov'è la destra, dov'è la sinistra? Ah già,  lo aveva profetizzato Giorgio Gaber: " è evidente che la gente è poco seria quando parla di sinistra o destra".


Dietro il velo della donna
di Claudio Risé

da “Il Mattino di Napoli”, 9 ottobre 2006

Cosa c’è veramente dietro il velo che copre il volto delle donne islamiche? Qualsiasi viaggiatore, uomo o donna, che abbia attraversato solitario le stradine di una medina, e che abbia incrociato l’occhiata intensa delle donne velate, sa bene che la questione è più complicata di quanto si dica. Come si evince, del resto, da un paio di notizie. La resistenza a togliersi il velo di molte donne dell’Islam a Londra, potrebbe anche essere attribuita ad una prova di forza con le autorità laiche, occidentali, dove le musulmane affermano il diritto di differenziarsi, dunque di esercitare un potere, di rifiutare un’omologazione imposta da altri. Il fatto però che le donne, anche e soprattutto giovani, tornino sempre più spesso a coprirsi il volto in Tunisia, dove quest’usanza fu vietata, da un dittatore islamico, il Presidente Bourghiba, mezzo secolo fa, nel 1956, ci sollecita a pensare che dietro al velo ci sia qualcosa d’altro, di più profondo. Le tunisine sono donne che sono state a lungo prive del velo, per legge. Ed ora, dopo cinquant’anni di volti liberamente truccati, e mostrati, tornano ad indossarlo. Perché?
Credo che questo abbia a che fare col tipo di potere che nella società islamica la donna possiede: qualcosa che l’Occidente ignora, o nega frettolosamente, e che soltanto qualche viaggiatore acuto (come Vittoria Alliata nel suo bel libro: Harem), ha riconosciuto e descritto. La donna islamica non è esclusivamente (come descrive la propaganda, ma anche molta sociologia occidentale), l’oggetto passivo del potere maschile. Essa possiede un preciso potere personale: affettivo, educativo, ed organizzativo, che dalla gestione della famiglia e della casa passa poi ad impregnare la politica, e lo stile di vita collettivo. L’importanza delle madri, in lutto ma trionfanti per il coraggio dei figli, nella vicenda dei terroristi che si fanno esplodere, è una terribile illustrazione iconica di questo potere, e di molte sue caratteristiche psicologiche, che rimandano direttamente all’archetipo della Grande Madre, nel suo aspetto più vicino alla morte.
Al centro del potere che le donne hanno nella società islamica (e gestiscono assieme con gli uomini, secondo una precisa ripartizione delle rispettive sfere d’influenza), c’è però il mistero, dietro il quale esso ama nascondersi, per agire con più efficacia, e proteggere il proprio fascino. Al contrario dell’Occidente, dunque, dove il movimento di “liberazione” femminile ha seguito sempre più il percorso dello svelamento, ed anche dell’esibizione, nei paesi islamici la donna ha preferito nascondere il proprio volto, e quando era opportuno anche le proprie azioni, o il proprio territorio. Nella cucina islamica gli uomini non entrano, e non mettono becco.
E’ impossibile capire l’affezione delle donne islamiche, anche di quelle che non l’hanno mai portato, al velo, se non si tiene conto che esso non è soltanto una costrizione, ma rappresenta una diversa opportunità. Che si esprime dagli aspetti più banali (come quello di poter uscire senza trucco, tranne attorno agli occhi), a quelli più profondi della comunicazione attraverso il volto. La donna velata, ad esempio, può guardare chi vuole e come vuole; è molto difficile, per un altro che non sia il destinatario dello sguardo, coglierne l’intenzionalità. Mentre l’occidentale è costretta a parlare, per strada, allo sconosciuto, l’islamica dialoga con lo sguardo. Ed il velo la protegge perfettamente da chi non le piace. Per confrontarsi con l’Islam, l’Occidente dovrà ritrovare un suo sapere smarrito: il profondo legame tra femminile e mistero.


Gattamiciuinburka

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postato da: AMALTEO alle ore ottobre 11, 2006 01:40 | link | commenti (12)
categorie: pensare storia contemporanea, vivere psiche, vivere donne
sabato, 07 ottobre 2006

Pandora

tracceDa un ritaglio tenuto a lungo in tasca. Una traccia da non perdere.
Memorizzo e rilancio dalla rubrica Cultweb di Chiara Somajni, nel Sole 24 della domenica.
E provo:
 Nina Simone - Pandora

Sintonizzàti con il proprio gusto musicale

E un po' come accade con quei dispositivi che ci permettono di comporre musica giocando con frammenti musicali come fossero pezzi di un lego: non si può sbagliare. L'ascolto musicale che sempre più spesso andiamo cercando, vorremmo fosse una sorta di tappeto sul quale i nostri passi possano muoversi leggeri, senza increspature che ci distraggano. Un simile "sound di compagnia " lo otteniamo scegliendo una stazione radiofonica che si attagli al nostro umore del momento. Una delega che in passato abbiamo dato a una particolare stazione radiofonica, ma che con Internet si fa radicalmente più efficace. Anche la stazione radiofonica a noi più affine ci tradisce, offrendoci notizie quando vorremmo ascoltare . musica e viceversa, oppure proponendoci stralci della Tosca nel momento in cui avremmo voglia di ascoltare Kurtag. In Rete invece troviamo da qualche tempo servizi che compilano la musica per noi secondo quanto abbiamo voglia di ascoltare.
Per ottenere un simile risultato si sono tentate varie strade, approcci che corrispondono a filosofie di fondo sostanzialmente diverse. Una delle distinzioni è quella che contrappone le esperienze di www.pandora.com e www.last.fm.
Quest'ultimo sito, dei londinesi Felix Miller, Martin Stiksel e Richard Jones, si basa sui dati forniti dagli utenti, i quali indicano
i loro pezzi preferiti e forniscono valutazioni su singoli altri brani in modo tale da costruire progressivamente e cooperativamente serie di profili musicali o filtri di cui potranno servirsi sia loro stessi sia altri. Tim Westergren è invece il fondatore del Music Genome Project, da cui è scaturita Pandora. In questo caso il sito si basa su un lavoro immane di analisi e indicizzazione della musica, non per generi, ma secondo dei parametri (melodia, armonia, ritmo, orchestrazione e così via) messi a punto da un gruppo di musicisti e tecnici appassionati. Negli ultimi sei anni hanno in questo modo analizzato 10.000 brani, ed è a partire da tale base di conoscenza e da tali attributi che vengono compilate le proposte musicali per l’ascoltatore. I due approcci non sono antitetici, possono essere combinati. Ed è appunto quanto sta accadendo ora: unendo l'intelligenza degli esperti a quella collettiva degli ascoltatori.

c.somajni@ilsole.com

in Il Sole 24 ore del 10 settembre 2006

postato da: AMALTEO alle ore ottobre 07, 2006 16:29 | link | commenti (8)
categorie: vivere psiche
giovedì, 05 ottobre 2006

Il mercante di pietre

proiettoreOK ... OK ... OK ...
Ahimè ... Ahinoi (? mah !)... tristezza ...  sconsolazione ... maledizione ... ma perchè?, perchè ancora? ... perchè alla quasi fin del cammin di mia vita ? ...
Perchè devo dire che ... questa volta i legaioli hanno ragione?
 Perchè? ... Perchè? ... Non era già finita alla fine del '700 (1700 non 700)?
Come sopra in un loop ricorsivo

Mentre le comunità islamiche chiedono di ritirare il “Mercante di Pietre” dalle sale cinematografiche scatenando una velenosa campagna culturale contro Renzo Martinelli, la Lega Nord fa l’esatto contrario, cercando di portare dappertutto il film e il regista messi all’indice dai musulmani. Persino in Senato.
Ad annunciare l’ultima singolare iniziativa del Carroccio a tutela della libertà d’espressione è Massimo Polledri. La prossima settimana il senatore, spalleggiato da tutto il gruppo leghista e forte del sostegno del vicepresidente Calderoli, chiederà che “Il mercante” venga proiettato a Palazzo Madama. Un gesto simbolico, finalizzato a riaffermare il valore dei principi democratici di fronte alle aggressioni di quella che Polledri definisce “la nuova censura nazista-islamica”. In effetti, le richieste inoltrate dall’Islamic Anti Defamation League al dicastero presieduto da Francesco Rutelli fanno rabbrividire, proponendo al ministro dei Beni Culturali un ventaglio di tre soluzioni riparatorie: vietare la pellicola ai minori, ritirarla oppure farla precedere da una sorta di annuncio che spieghi agli spettatori che lo spettacolo cui stanno per assistere è mera propaganda anti-musulmana. «Questa è la loro tecnica di censura - osserva Polledri - E noi della Lega Nord la conosciamo bene. Io e Angelo Alessandri, ad esempio, fummo denunciati per un manifesto che avevamo fatto affiggere in Emilia Romagna. Anche in quella occasione le comunità musulmane avevano chiesto il ritiro e il risarcimento dei danni. Stanno usando gli strumenti della democrazia - conclude l’esponente leghista - per imbavagliarci e imporre le loro volontà». Il meccanismo, in effetti, sembra dare i suoi frutti, avendo già stimolato una strisciante forma di autocensura alla fonte. Portare “Il mercante di pietre” al Senato equivarrebbe perciò a lanciare un segnale importante e, secondariamente, costringerebbe una sinistra che vede l’intolleranza solo da una parte a prendere posizione. Ma le speranze che l’Unione appoggi l’iniziativa del Carroccio sono ridotte. «Ormai sono presi dalla “sindrome di Medina”. - taglia corto Polledri - Pensano che ingranziandosi gli invasori potranno essere risparmiati». In attesa che la sinistra e il ministro Rutelli decidano che fare, la Lega va avanti da sola.
Ieri sera il film è stato proiettato a Piacenza dalla Lega Nord Emiliana, gratuitamente e alla presenza dell’autore. «Il mercante di pietre - ha ribadito il presidente federale Angelo Alessandri - ha il grande merito di raccontare verità scomode per un’intellighenzia sopita o, peggio, ignava. A noi del Carroccio, che tutti questi temi li abbiamo anticipati tempo fa, non può che far piacere che ci sia ancora qualcuno dotato della rabbia e dell’orgoglio necessari a difendere le proprie idee».
[Data pubblicazione: 30/09/2006]
postato da: AMALTEO alle ore ottobre 05, 2006 19:22 | link | commenti (4)
categorie: pensare culture religioni, vedere cinema teatro