Tracce e Sentieri

Passeggiate splinderiane di Amalteo

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2° metà del 900-later than never. “Perché vale la pena di vivere? E’ un’ottima domanda… Be’, ci sono cose per cui vale la pena di vivere … Per esempio, per me, direi … tutta la musica e le interpretazioni di Nina Simone … la voce di Ray Charles, quasi sempre … Il ballo di Al Pacino in Scent of a Woman … le note di John Lewis quando volano nelle fughe di Bach … Louis Armstrong, l’incisione di West and blues del 1928 … i film di Sergio Leone … i racconti di Stephen King … gli azzurri e i gialli di Van Gogh … i quadri di Peppo Spagnoli, che dimostra che si può fare molto anche da luoghi piccoli… il sorriso di Luciana …. ... e poi anche ...” da Woody Allen, Manhattan (con qualche cambiamento pamalteo@gmail.com http://amalteo.wordpress.com/

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martedì, 27 giugno 2006

Politica: Destra/Sinistra

Ricevo, adotto l'idea e rilancio.

"Gli italiani fanno schifo ed anche l'Italia perchè non vuole essere moderna"
Questo è quel che ha detto oggi Francesco Speroni, deputato europeo (naturalmente come rappresentante dell'Italia...).
Io non sono nazionalista, amo molto anche altre nazioni, ma mi sento profondamente italiano e subito la mia reazione è stata di cercare la sua mail per scrivergli. Potenza della rete ed ho trovato subito una ricchissima pagina con tutti i suoi dati, eccone il link:
http://www.whoswho-sutter.com/cgi-bin/wrapper/whoswho-search2?WBWWWIQCWW .
In particolare ne traggo per voi i dati più interessanti:
e-mail: fsperoni@europarl.eu.int
telefono (di casa a Busto Arsizio): [omissis]
Ho provato a chiamare, eran passate da poco le 19, son rimasto stupito che abbia risposto proprio lui, con la voce un po' impostata... Mi son sincerato che fosse lui e mi son presentato. Lui mi ha chiesto "Lisi chi?" e io "son un semplice elettore del Comasco", dopo di che con la massima calma possibile l'ho invitato ad andar via dall'Italia...
Lui ha replicato testualmente così (scusate la volgarità probabilmente abituale per lui, ma non necessariamente per voi):
"lei vada a dar via il culo allora!" e ha messo giù. Al telefono ho lasciato perdere, però ora mi vendico proprio così, passandovi i suoi dati ed invitandovi a una o entrambe di queste azioni:
1. chiamandolo e esprimendovi liberamente con chi ha dato dello "schifoso" a noi tutti.
2. mandandogli una mail personale, per esempio con oggetto "da un semplice elettore". Il testo potrebbe essere quello qui a seguire:
Sig. Speroni,
lei rappresenta l'Italia al Parlamento Europeo e per questo ritengo innaccettabile l'atteggiamento insultante da lei assunto pubblicamente verso la nazione che rappresenta e i suoi cittadini. La invito dunque a dimettersi da parlamentare europeo ed anche a considerare l'ipotesi di lasciare la nazione che mostra di non amare.
In fede ... (naturalmente firmatela - è importante - mettendo anche il nome del vostro comune.)
 
Girate pure questa mia mail a tutti i vostri contatti: non credo proprio si debba aver timore di personaggi simili, anche se personalmente ho sempre temuto la stupidità e la volgarità.
A presto in un paese migliore, altro che schifoso...
Riccardo Lisi
postato da: AMALTEO alle ore giugno 27, 2006 09:11 | link | commenti (24)
categorie: pensare politica
lunedì, 26 giugno 2006

Riforma costituzionale del 25 giugno 2006

NOpergifProiezione ore 16:  59,9 % NO
Proiezione ore 16,14: 60,5 % NO
Proiezione ore 16,31: 61 % NO
Proiezione ore 16,48: 61,2 % NO
Proiezione ore 16,57: 61,4 % NO
Proiezione ore 19,15: 61,5 % NO
Votanti: 53,6%. Superato il quorum, anche se non era necessario.

Piemonte: 56,6% NO
Lombardia: 45,4 % NO. Talvolta bella geografia. In genere pessima sociologia. Voglia di andarsene. Ma è troppo tardi.
Veneto: 44,7 % NO.
La voglia di sbrego alla Costituzione prevale solo in due regioni.
Ma bravi nordisti che votete fare la rivoluzione per il vostro benessere! Mai una fattura regolare, laroro artigianale in puro nero e poi due belle repubblichette autonome col vostro "federalismo fiscale"
Effetto della dominazione austriaca?
Cose interessanti: la Toscana (71% NO) vota come la Sicilia (69,9% NO)

Il legaiolo Bossi afferma:
Milano, 26 giu. (Adnkronos)- "Se vince il si' al nord andiamo all'Onu, e se vince il no andremo in Svizzera, almeno li' c'e' il federalismo". Lo ha detto Umberto Bossi, conversando con i cronisti all'entrata nel seggio elettorale di via Fabriano a Milano dove il leader della Lega Nord ha votato poco prima delle 14.

Rilancio ancora il commento di Michele Serra:

Padani in Svizzera

Adesso al Bossi gli è venuto il ticchio della Svizzera. È una novità: noi (che seguiamo con deplorevole distrazione le faccende secessioniste) eravamo rimasti ai progetti del compian­to professor Miglio, che sognava una Grande Baviera, da Monaco a Spotorno, per via dei Bagni Mirasole che a Miglio piacevano tanto. Be', dobbiamo ammettere che questa del­l'annessione alla Svizzera (o della Svizzera, il Bossi chiarisca) ci piace di più, ci solleva da quella vaga idea di elmetti chio­dati che aleggiava attorno ai discorsi di Herr Miglio, e ci so­spinge verso immagini di turismo alpestre, ski-lift e torta di noci. Volendo buttarla sul culturale (senza offese per la Lega, per carità), c'è poi da considerare che unendoci alla Svizzera si coronerebbe infine il vecchio sogno delle avanguardie let­terarie, che si lamentavano, da ragazzi, che la cultura italiana si fermasse a Chiasso. Diventando svizzeri potremmo final­mente sprovincializzarci, arrivare a Lugano o addirittura a Bellinzona, che non sarà Parigi ma è sempre meglio di Ponte-dilegno. Ginevra no, a Ginevra parlano francese e sono pro­testanti, le radici cattoliche sarebbero in pericolo, e poi Gine­vra non è popolana, è piena di fichetti con due lauree, mi sa che devono esserci anche parecchi finocchi, come direbbe Borghezio. Riassumendo, Padania e Svizzera unite ma Gine­vra se la tenga la Francia. Fattibilità del progetto? Zero, ma che c'entra? È per fare due chiacchiere allegre.

Michele Serra in Tutti i santi giorni, Feltrinelli 2006, p. 26-27

Ora, però, feudatari del centro-sinistra:
smettetela di parlare di ulteriore, seppur condiviso, cambiamento della seconda parte della Costituzione.
Smettetela. Lo avete già fatto nel 2001: col mio stupido ed incauto voto.
Se errare è umano (ma in politica occorrerebbe attenzione e responsabilità) perseverare sarebbe diabolico.
Studiate le teorie dello psicanalista americano Wilfred Ruprecht Bion: apprendere dalla esperienza.
Per piacere: impararate dall'esperienza. Non stressate più elettori e cittadini con i vostri giochini di ingegneria istituzionale.

Sto seguendo questo evento storico in tempo reale.
E sono prima stupefatto e poi indignato: tutti (sinistra e destra) non vedono l'ora che finiscano i conteggi per andare a sedersi nelle poltrone e vedere non so quale partita di pallone.
Sensazione di nausea

Vedo un ceffo da taverna medievale. E' di Forza Italia. Si chiama Cicchitto. Era un socialista lombardiano. Negli anni '60 e '70 i lombardiani erano alla sinistra del loro Partito socialista.
Il trasformismo è un segno forte della cultura politica italiana.
Questo ceffo potrebbe essere usato come modello dei fumetti di Dago.

Evento storico:
le elezioni politiche cambiano ogni 5 anni.
Qui sarebbe cambiato il corpo fondamentale delle regole dello stato per decenni.
Se fossi religioso e manzoniano  parlerei di "provvidenza"

D'ALEMA: ORA APRIRE CONFRONTO SERIO
"Tolto di mezzo questo testo discutibile e pericoloso, è ora di aprire un confronto serio sul futuro del sistema politico e istituzionale del Paese". Così il presidente DS e ministro degli Esteri, Massimo D'Alema, commenta le proiezioni sul referendum.
NO: apprendi dall'esperienza. Smettila di fare lo stratega. 
Vuoi fare lo statista ? Fallo. Prendi atto di quento è successo. Non fare l'avventuriero.

Il linguaggio del legaiolo Speroni
"Gli italiani fanno schifo ed anche l'Italia perchè non vuole essere moderna".
Effetto: disgusto


postato da: AMALTEO alle ore giugno 26, 2006 16:04 | link | commenti (3)
categorie: pensare storia contemporanea, pensare politica, pensare politica elezioni

La poesia aiuta la vita

tracce

Quello che posso fare - lo farò-

anche se sarà poco - un piccolo narciso -

quello che non posso fare, deve rimanere

ignoto alla possibilità.


                Emily Dickinson


Mandata da P.
postato da: AMALTEO alle ore giugno 26, 2006 12:23 | link | commenti (7)
categorie: leggere poesia
venerdì, 23 giugno 2006

Riforma costituzionale del 25 giugno 2006

NOpergifLa Costituzione del 1946-1947
e il Referendum del 25 giugno 2006

Voto NO alla riforma costituzionale della destra (e mi pento, tantissimo mi pento, di avere incautamente votato sì a quella della sinistra nel 2001).

Voto NO innanzitutto per i contenuti e gli effetti, ma anche per il modo con cui questa riforma è stata progettata e approvata.

Ricordo che la proposta di avvio è stata una “riflessione” estiva di 4 (quattro) autodefinitisi “saggi” (fra cui un personaggio da libri di Stephen King, come Calderoli) che si sono ritrovati per qualche giorno in una baita di montagna a Lorenzago di Cadore.

Voglio ricordare qui, in serie storica, i passaggi decisionali della nostra Costituzione della Repubblica:

          giugno1944: approvazione di una legge che afferma: “Dopo la liberazione del territorio nazionale, le forme istituzionali saranno scelte dal popolo italiano, che a tal fine eleggerà a suffragio universale diretto e segreto, una Assemblea Costituente per determinare la nuova Costruzione dello Stato”

          giugno1946: elezione dei deputati alla Costituente e nomina della Commissione per la Costituzione composta da 75 deputati fra cui: Terracini, Basso, Bozzi, Calamandrei, Di Vittorio, Dossetti, Einaudi, Fanfani, Iotti, La Pira, Lussu, Mancini, Moro, Mortati, Paratore, Togliatti … (il meglio della politica di tutti i partiti post-fascisti)

          luglio1946, nomina di 4 sotto-commissioni: Diritti e doveri dei cittadini; Ordinamento costituzionale della Repubblica (poi suddivisa in due sotto-commissioni); Diritti e doveri economico-sociali

          agosto-dicembre1946: elezione di un Comitato di redazione. Proprio così: per scriverla meglio, in buon italiano. Letterati e linguisti hanno contribuito alla scrittura

          gennaio 1947: presentazione alla Assemblea Costituente

          restante 1947: l’Assemblea Costituente tenne 347 sedute; alla Costituzione furono dedicate 170 sedute; sui 140 articoli furono presentati 1663 emendamenti; durante la discussione parlarono 275 oratori, con un complesso di 1090 interventi

          22 dicembre 1947: approvazione della Costituzione

          1 gennaio 1948: entrata in vigore della Costituzione. Particolare irrilevante per la storia ma biograficamente rilevante per me: il 1948 è l’anno della mia nascita

 

Scrivo questa nota sotto la spinta della indignazione per la lettura del successivo resoconto su come, invece, è stata approvata la riforma di cui un pugno di elettori italiani deciderà la sorte.

Da: Emanuele Rossi e Vincenzo Casamassima, La riforma costituzionale tra passato e futuro, in Studi Zancan Politiche e servizi alle persone n. 2, 2006, p. 34-36
(Emanuele Rossi è professore di diritto costituzionale alla Scuola superiore Sant’Anna di Pisa).

Questo è il primo e fondamentale punto da sotto­lineare: la riforma recentemente approvata si presenta come una riforma «di parte», il frutto della contratta­zione interna tra le forze di Governo (premierato for­tissimo e reintroduzione dell'interesse nazionale in cambio della devolution), in gran parte, bisogna dire, estranee all'arco delle culture politiche rappresentate alla Costituente. Se si è d'accordo sul fatto che la Costitu­zione debba configurarsi come il quadro condiviso nel cui ambito possano incontrarsi e anche scontrarsi le forze politiche e sociali, si capisce di quale portata sa­rebbe il danno causato dall'entrata in vigore della sud­detta riforma costituzionale.
Un ottimo motivo per respingere la proposta in sede referendaria è dato dunque in primis dalla necessi­tà di sgombrare il campo da un testo approvato in primo luogo contro e non con le minoranze, e inoltre con una trasparenza e una linearità di condotta del tut­to carenti.
La riforma in esame, infatti, è stata approvata sen­za alcun tentativo serio di mediazione con l'opposizio­ne: alla Camera il progetto di legge è stato approvato con 295 voti a favore, tutti della maggioranza, e 202 contro; al Senato si è assistito addirittura al voto con­trario di alcuni esponenti della stessa maggioranza, senza alcun voto favorevole proveniente dalle file dell'opposizione.
Con riguardo al procedimento seguito, occorre ri­cordare che la proposta iniziale è frutto di una «rifles­sione» estiva di quattro soi-disants «saggi» (i senatori Andrea Pastore, Forza Italia; Domenico Nania, Alle­anza Nazionale; Roberto Calderoli, Lega Nord; Fran­cesco D'Onofrio, Unione dei Democratici Cristiani e dei Democratici di Centro) che si sono ritrovati per al­cuni giorni in una baita di montagna in località Lorenzago di Cadore (per qualche straniero che leggesse questi avvenimenti per la prima volta occorre sottoli­neare che è tutto vero, e non stiamo scherzando): il te­sto da questi predisposto (la «bozza di Lorenzago») è stato poi rivisto e concordato dai partiti della maggioranza (non certo, si badi, attraverso un dibattito inter­no magari articolato su base locale, con coinvolgimen­to di esperti e votazioni interne: ma soltanto nel senso di un confronto tra le rispettive segreterie con al mas­simo la partecipazione di qualche «maggiorente»). Il Governo ha poi approvato il testo e l'ha presentato al Senato (come si è detto, è la prima volta che una ri­forma della Costituzione è proposta dal Governo), e il Senato l'ha approvato in prima lettura il 25 marzo 2004: ovviamente a maggioranza e senza troppa libertà di manovra nemmeno per i senatori della maggioranza. Basti pensare che in alcune circostanze si è addirittura pensato di porre la questione di fiducia: ciò avrebbe dovuto provocare un sussulto di dignità in coloro che avevano denunciato come fatto gravissimo la circo­stanza che la riforma costituzionale del 2001 fosse sta­ta approvata dalla sola maggioranza.
Tornando alla cronaca, dopo il voto finale del Se­nato ci si sarebbe dovuti aspettare che quel testo an­dasse alla Camera e lo si prendesse in esame. Non è andata così. Si è provveduto a ulteriori vertici tra i par­titi (leggasi sempre segreterie o loro diramazioni) per formulare un altro e diverso testo (per un periodo si è addirittura prospettata, dato che nel frattempo si era arrivati all'estate successiva, una riedizione del concistoro dei saggi in una baita di montagna, ma forse il caldo meno asfissiante dell'estate 2004 ci ha risparmia­to questa eventualità). Quando è iniziata la discussione alla Camera, il 13 settembre, il nuovo ministro per le riforme sen. Calderoli ha illustrato le proposte di mo­difica elaborate dal Governo sotto forma di emenda­menti al testo approvato (da quella stessa maggioranza) al Senato. Due giorni dopo, i capigruppo della maggio­ranza hanno depositato un «pacchetto di emendamen­ti» a prima firma Elio Vito.
La successiva discussione e approvazione ha poi seguito percorsi misteriosi: si è cominciato dall'art. 1 (e fin qui ci siamo), poi si è deciso di saltare all'art. 32 della proposta (che riguarda il titolo V), per poi ritor­nare all'art. 2. A ogni buon conto, il 15 ottobre 2004 la Camera ha approvato il «nuovo"  testo, che assai differiva da quello approvato dal Senato: tali modifiche, lo si ripete, non sono state conseguenti a iniziative del­l'opposizione (come potrebbe o forse dovrebbe avve­nire in una logica di dialettica parlamentare), e nemme­no (salvo alcuni sporadici casi) a emendamenti di par­lamentari della maggioranza, ma sono state conseguen­ti a ripensamenti delle segreterie politiche dei partiti di maggioranza (o forse a ridefinizione dei propri com­promessi) di cui il Senato, attraverso la sua maggioran­za, ha «preso atto».
A quel punto si è dovuti tornare al Senato per la prima lettura (il procedimento di revisione costituzio­nale prevede infatti, lo si ricorda, una doppia approva­zione da parte di ciascuna Camera sull'identico testo): a quel punto il Senato, senza alcuna modifica, lo ha approvato in data 23 marzo 2005.
In seconda lettura il testo è stato poi esaminato e approvato prima dalla Camera (con approvazione fina­le in data 20 ottobre 2005) e successivamente dal Sena­to (in data 16 novembre 2005). Merita sottolineare la particolare «cura» con la quale il testo è stato esamina­to alla Camera in questa seconda lettura, con specifico riguardo alla Commissione («Affari costituzionali») com­petente in materia. I lavori che detta Commissione ha dedicato all'esame del testo sono iniziati il giorno 26 luglio alle ore 14.30: dopo la relazione del presidente/re­latore (on. Bruno, Forza Italia), che ha illustrato i con­tenuti della riforma, alle ore 15 si è passati ad altro ar­gomento. L'esame è proseguito il giorno successivo al­le ore 15.20: è intervenuto l'on. Marone dei Democra­tici di Sinistra, che ha duramente criticato il testo in e-same. Al termine del suo intervento (ore 15.50), la se­duta è stata tolta. Il giorno ancora successivo (siamo al 28 luglio), l'esame è ripreso alle ore 15.15 con l'inter­vento dell'on. Zaccaria della Margherita, che si è espres­so in senso fortemente contrario all'approvazione del testo, sottolineandone le numerose contraddizioni e i pericoli ad esso sottesi. Alle ore 15.45, vale a dire al termine del suo intervento, la seduta è terminata. La Commissione è stata riconvocata per il giorno ancora successivo, venerdì 29 luglio, alle ore 13.30, seduta nella quale sono intervenuti gli on. Bressa (Margherita), Leoni (Democratici di Sinistra), Boato (Misto-Verdi): tutti contrari alla proposta in discussione. In particola­re l'on. Boato ha chiesto in quella sede di svolgere un'ulteriore attività istruttoria nel mese di settembre «al fine di disporre talune limitate audizioni di costituzio­nalisti ed esperti della materia». A tale richiesta ha re­plicato il presidente della Commissione, che ha escluso la necessità di procedere a tali audizioni.
Dopo gli interventi suddetti, il presidente ha di­chiarato chiusa la discussione e ha posto in votazione il conferimento del mandato al relatore (cioè a sé me­desimo) a riferire favorevolmente all'assemblea: dopo, lo si ricorda, che nessuno (salvo il presidente/relatore) era intervenuto a difesa del disegno di legge. La Com­missione, ovviamente a maggioranza, ha accolto la ri­chiesta del presidente. Alle ore 15.35 la seduta è stata tolta.
In totale, dunque, la Commissione ha dedicato all'esame della riforma di tutta la seconda parte della Costituzione un totale di 3 ore e mezza (concentrate nell'ultima settimana di luglio), senza alcun intervento a favore della riforma e con tutti interventi contrari.
Si potrebbe obiettare a tali perplessità rilevando che in verità si trattava della seconda approvazione di un te­sto che era già stato approvato dalla stessa Camera: o-biezione fondata, ma alla quale si può replicare che se i regolamenti parlamentari la prevedono è perché si rav­visa la necessità di proseguire l'esame, dato che nulla esclude che in quella sede si possano approvare ulte­riori modifiche al testo di legge.
Questo è stato dunque l'iter seguito per l'approva­zione della riforma costituzionale: procedura che do­vrebbe giustificare di per sé sola, e cioè indipendente­mente dal merito della proposta, un rigetto in sede di referendum, per lo svilimento che in tal modo si è rea­lizzato della Carta costituzionale come patrimonio co­mune e come testo di riferimento per tutto il Paese.

postato da: AMALTEO alle ore giugno 23, 2006 13:14 | link | commenti (10)
categorie: pensare storia contemporanea, pensare politica, pensare politica elezioni
domenica, 18 giugno 2006

Riforma costituzionale del 25 giugno 2006

NOpergifDomenica prossima voterò NO perchè questa riforma costituzionale porta il marchio della Lega Nord e i leghisti mi fanno paura.
La loro polizia amministrativa (22 polizie amministrative che si aggiungono a Carabinieri, Polizia, Guardia di finanza, Guardie forestali) sanno molto di ronde verdi, che mi ricordano le ronde fasciste.
Per piacere: NO

Consiglio la fatica di leggere questo impegnativo articolo (sottolineature mie):

La Stampa 18-06-2006

 
L’Opa politica sulla Costituzione
 
Barbara Spinelli
 
Se tre Presidenti della Repubblica hanno parlato della Costituzione italiana con parole che rimandano al sacro - Oscar Luigi Scalfaro la ricorda come resurrezione civile, Carlo Azeglio Ciampi la chiama sua Bibbia laica, Giorgio Napolitano la paragona alla mosaica tavola dei valori e dei principi in cui riconoscersi - vuol dire che c’è qualcosa di essenziale, nella scelta che gli italiani compiranno il 25-26 giugno quando approveranno o respingeranno la riforma costituzionale varata dalla precedente maggioranza. Secondo alcuni si tratta di scegliere tra il vecchio e il nuovo, fra conservazione e modernità. Altri hanno l’occhio fisso sui futuri negoziati tra partiti, e danno al voto un valore puramente strumentale: c’è chi sostiene che il No faciliterà la ripresa di trattative bicamerali, e chi invece ritiene che solo il Sì la permetterà. Difficile sapere esattamente dove stia la verità, ma non è questa l’essenza su cui saremo chiamati a pronunciarci.
L’essenza su cui voteremo è la natura non immediatamente politica della carta costituzionale: il suo esistere e durare a dispetto dei governi che passano, delle maggioranze che prendono il sopravvento, del voto che porta al potere queste maggioranze, della morte che naturalmente caratterizza il loro destino e sempre sta loro allato. Nell’aureo libretto che ha scritto sulla Corte Costituzionale, Gustavo Zagrebelsky sottolinea proprio questo punto, pur non negando affatto che la Costituzione e la Corte siano anch’esse figure del vivere politico.

Ma lo sono in modo radicalmente diverso, distinto dalla politica che si fa tutti i giorni in Parlamento, nei partiti, e a intervalli regolari nelle urne. La prima politica, quella della Carta, fonda il pactum societatis: il patto fra cittadini, le condizioni istituzionali che consentono loro di non perire in guerre civili, la fiducia che le norme saranno rispettate da tutti. Esso presuppone l’adesione a regole condivise. La seconda politica è il pactum subjectionis: essa produce il governo, e ha al suo centro la forza (Zagrebelsky, Principî e voti, Einaudi 2005).

La Costituzione ritaglia nella democrazia uno spazio sacro che protegge la cosa pubblica dalla contingenza e non a caso predispone argini contro il prevalere del numero, contro il dispotismo potenziale d’ogni maggioranza. È fin da principio che Dio dice a Mosè: «Non seguirai la maggioranza per agire male e non deporrai in processo per deviare verso la maggioranza, per falsare la giustizia. Non favorirai nemmeno il debole nel suo processo» (Esodo 23: 2-3). Quel che Zagrebelsky scrive a proposito della Consulta vale per la Costituzione: la sua funzione «è politica, ma allo stesso tempo non appartiene alla politica; è essenziale al nostro modo d’intendere la democrazia, ma allo stesso tempo non viene dalla democrazia». In democrazia sono cruciali il numero, la maggioranza. Nella Costituzione il numero non è tutto: le sue leggi valgono quale che sia il numero dei vincenti, e protegge dall’annientamento i perdenti. Sulla Costituzione «non si vota». I suoi principi «non dipendono dall’esito di nessuna votazione».

Precisamente su quest’essenza voteremo: sull’opportunità o no di sottrarre la Costituzione alle peripezie della politica intesa come governo e come forza basata sui numeri. Sull’opportunità o no di restringere lo spazio sempre più grande, soffocante, che la seconda politica rischia di prendere nella vita dei cittadini e nel loro patto di convivenza. Sul principio che quando è in gioco la Carta non si vota, e in ogni caso non si delibera nei modi in cui ordinariamente si vota in democrazia: a maggioranza. Per questo la scelta non è tra innovazione e conservazione. Non è il vecchio che vale la pena conservare né l’immutabilità d’un ordine, ma l’idea che debbano esistere regole e patti le cui tradizioni e i cui tempi non coincidono con quelli di partiti, governi, programmi.

Quello che si tratta di salvare o non salvare è il corpo duraturo, metafisico, non transeunte del re. I re passano, e ciascuno di essi preso individualmente è mortale e triste - ha «occhi pieni di lacrime», subisce usurpazioni e quando precipita non può che «parlare di tombe, di vermi e di epitaffi», dicono i re spodestati nel ciclo delle Guerra delle Rose di Shakespeare. Quel che non cambia di contro è la Corona, è la regalità: acquisite in tempi passati per elezione divina, incarnate nel pactum societatis a partire dal giorno in cui il diritto divino venne meno. I due corpi del re vanno tenuti disgiunti, perché resti vivo l’inaugurale patto che dissuade dalla guerra di tutti contro tutti, e che fonda un rapporto non effimero, non continuamente modificabile, fra i cittadini e chi li comanda. Nella ricostruzione di Ernst Kantorowicz la Corona è il corpo mistico e immortale del re, ha un carattere sacramentale e indelebile (character indelebilis), non ha i naturali difetti che possiede il monarca: a seconda dei due corpi sono diversi gli onori, il tempo, la natura della forza, l’idea di ciò che è privato e di ciò che è pubblico (I due corpi del Re, Einaudi 1989).

La modernità democratica mostra ogni giorno di non poter fare a meno di queste categorie. Le rivoluzioni stesse sono state negli ultimi secoli stratagemmi cruenti per restaurare il corpo mistico di re che avevano perso la regalità, e che avevano fuso quel che non andava fuso (i due corpi, il privato e il pubblico). Anche i tumulti hanno spesso quest’obiettivo inconfessato. Nel ’68 tutto era votato a negazione, distruzione. Nel Policlinico a Roma ogni cosa venne imbrattata, disfatta: pareti, mobili, autorità. Una sola cosa gli studenti non toccarono mai, misteriosamente: il busto di Umberto I che sta a metà scalinata all’ingresso della direzione dell’ospedale. Il corpus indelebilis doveva restare tale. Sulla corona «non si vota», come non si vota sulla Costituzione.

Può sembrare un paradosso ma proprio su questo voteremo: se sia lecito votare, sulla Costituzione. Se bastino i numeri e le maggioranze tipiche delle democrazie, per riscriverla senza violare magari la lettera della Carta, ma violando di sicuro l’etica istituzionale che l’impregna. Se l’ultima riforma risponda all’esigenza della prima politica o della seconda, se sia il risultato d’una adesione o d’una prova di forza. Per il modo in cui è stata imposta contro la minoranza sembrerebbe che il corpo mistico sia stato offeso, gravemente, anche se l’offesa non è nuova.

Già prima di Bossi e Berlusconi fu un governo di sinistra a imporre modifiche unilaterali, riformando nel 2001 il titolo V della Carta con la sola forza dei propri numeri, e in fine legislatura. Quella fu la prima rottura, irresponsabile; quella la breccia attraverso cui poi ha fatto irruzione Berlusconi. Quel che venne dopo fu una riscrittura ben più sostanziale (non qualche paragrafo ma ben 52 articoli, cui se ne aggiungono 3 nuovi), ma è con piccole smagliature che l’etica istituzionale comincia ad alterarsi. Tanto più che nella riforma del 2005 non mancano correttivi - è lo stesso Augusto Barbera, costituzionalista Ds, a dirlo - che son stati introdotti «per rimediare ai pericoli per l’unità nazionale del federalismo sgangherato del Titolo V dell’Ulivo»: è il caso della clausola sull’interesse nazionale, che può esser invocato per far valere le ragioni dello Stato unitario in caso di crisi di competenze.

Tuttavia non è questo il punto: non è la bontà o malvagità di singoli paragrafi, anche se i paragrafi malvagi sono davvero numerosi. Quel che insidia la Costituzione è l’Opa che vien lanciata su di essa dalla politica, dai partiti, non per ultimo dalle Regioni. Altri modi di mutarla ci devono pur essere, basati sul consenso non di una maggioranza - di parlamentari o Regioni - ma su alleanze ampie almeno quanto fu ampio l’arco costituzionale. Quel che mina la Carta sono le molte bicamerali non sempre trasparenti, che hanno preceduto il finale colpo di forza di Berlusconi. La minoranza di sinistra presentò nel settembre 2003 un suo disegno di legge (i relatori erano Villoni e Bassanini), proponendo alla maggioranza un testo comune, ma quest’ultima la respinse perché ormai voleva una Costituzione nata dalla sola forza dei numeri: una Costituzione non costituzionale, dicono alcuni. È così che ha prevalso il corpo naturale e mortale del re, sulla regalità dell’istituzione che lo trascende perché gli sopravvive. Il corpo naturale s’è impossessato del secondo corpo, ha deciso di far tutt’uno con esso, e lo ha stritolato. Tutti i punti contestati discendono da questa volontà: il potere assoluto dato al primo ministro, il depotenziamento e l’abolizione di un’enorme quantità di contrappesi (presidenza della Repubblica, opposizione, Parlamento), la politicizzazione della Corte Costituzionale (le nomine politiche aumentano rispetto a quelle non politiche). Discende da questa volontà anche il potere esclusivo dato alle Regioni in materie come scuola, polizia, sanità, cultura. Il giurista Andrea Manzella ricorda come i poteri esclusivi siano assurdi, in una Carta destinata a intrecciarsi con future costituzioni europee e con l’esigenza (già presente nel nostro profetico articolo 11) di superare i poteri sovrani assoluti dello Stato nazione. Certo è importante che la Costituzione si adatti a un ordinamento mutato, dove la scelta del governo è ormai nelle mani dei cittadini anziché del Parlamento. Il referendum che introdusse il maggioritario, nel 1993, prolungò discussioni già iniziate negli Anni 80. Ma qui siamo di fronte a un patologico accanimento terapeutico, come scrive Luciano Vandelli in Psicopatologia delle riforme quotidiane (il Mulino 2006): siamo di fronte a riforme ciclotimiche, che - come la devoluzione - oscillano tra frenesie e lunghe indolenze; a riforme autistiche, elaborate da un legislatore che è stato indifferente a ogni critica e stimolo esterno; a riforme schizofreniche, che predicano il decentramento e praticano l’accentramento massimo dei poteri del Premier.

La Costituzione sarà cambiata ma - si spera - con metodi diversi da quelli adottati dalla sinistra e poi, con decuplicata faziosità giacobina, dalla destra. Si spiega così, forse, il tiepido impegno del nuovo governo in una campagna referendaria che pure concerne l’essenza del rapporto fra cittadini e potere. Si spera che la Carta cambi non in segrete baite montane come ai tempi di Berlusconi, non in esoteriche bicamerali dove solo conta il rapporto di forza tra partiti: ma all’aperto, sapendo che in discussione è il patto della società, è il corpo non transeunte della cosa pubblica, è la regola di Montesquieu riguardante i contropoteri («È necessario, perché non ci sia abuso di potere, che il potere arresti il potere»). Questo è il sacro che conviene salvare: non la politica alta rispetto alla bassa, ma la sussistenza di due politiche, ciascuna con tempi e aspirazioni differenti. Questa è la dissacrazione (la de-regalizzazione, dice Kantorowicz) cui non sarà irragionevole dire no.
postato da: AMALTEO alle ore giugno 18, 2006 22:06 | link | commenti (10)
categorie: pensare storia contemporanea, pensare politica, pensare politica elezioni
sabato, 17 giugno 2006

Riforma costituzionale del 25 giugno 2006

NOpergifBossi, Lega Nord.
Se vince il no al referendum del 25-26 giugno, vorrà dire che «il Paese non cambierà mai più democraticamente. Bisognerà trovare altre vie ... »
Il Corriere della Sera del 15/6/2006

Per stemperare il nervosismo che mi provocano queste spacconate celtiche, assieme agli insulti di Maroni al Presidente Carlo Azeglio Ciampi ("Un conservatore di 87 anni ...") mi rileggo questa noterella di Michele Serra:

Padani in Svizzera

Adesso al Bossi gli è venuto il ticchio della Svizzera. È una novità: noi (che seguiamo con deplorevole distrazione le faccende secessioniste) eravamo rimasti ai progetti del compian­to professor Miglio, che sognava una Grande Baviera, da Monaco a Spotorno, per via dei Bagni Mirasole che a Miglio piacevano tanto. Be', dobbiamo ammettere che questa del­l'annessione alla Svizzera (o della Svizzera, il Bossi chiarisca) ci piace di più, ci solleva da quella vaga idea di elmetti chio­dati che aleggiava attorno ai discorsi di Herr Miglio, e ci so­spinge verso immagini di turismo alpestre, ski-lift e torta di noci. Volendo buttarla sul culturale (senza offese per la Lega, per carità), c'è poi da considerare che unendoci alla Svizzera si coronerebbe infine il vecchio sogno delle avanguardie let­terarie, che si lamentavano, da ragazzi, che la cultura italiana si fermasse a Chiasso. Diventando svizzeri potremmo final­mente sprovincializzarci, arrivare a Lugano o addirittura a Bellinzona, che non sarà Parigi ma è sempre meglio di Ponte-dilegno. Ginevra no, a Ginevra parlano francese e sono pro­testanti, le radici cattoliche sarebbero in pericolo, e poi Gine­vra non è popolana, è piena di fichetti con due lauree, mi sa che devono esserci anche parecchi finocchi, come direbbe Borghezio. Riassumendo, Padania e Svizzera unite ma Gine­vra se la tenga la Francia. Fattibilità del progetto? Zero, ma che c'entra? È per fare due chiacchiere allegre.

Michele Serra in Tutti i santi giorni, Feltrinelli 2006, p. 26-27

Il sorriso tende a farmi sbollire la rabbia. E a farmi abbassare la pressione.
Spero che il Sud esca dalla pigrizia a vada a votare. Qui al Nord tira una brutta aria. E il Centro non è sufficiente a far cambiare il corso del referendum.

postato da: AMALTEO alle ore giugno 17, 2006 17:02 | link | commenti (5)
categorie: pensare politica, pensare politica elezioni

Tendenza al diario

tracceDuccio Demetrio è stato un collega di lavoro per molti anni. In alcuni momenti anche un amico, perso e poi ritrovato.
Ha inventato una situazione. Non solo: l'ha organizzata ed animata. Quindi ha fatto molto di più che avere una idea.
Oggi trovo questo suo recente scritto, che rilancio anche qui (le sottolineature sono mie).
Ma la fonte di tutta l'esperienza è a questo indirizzo: http://www.lua.it/

La sindrome di Anghiari

di Duccio Demetrio

Quando una comunità si occupa di sentimenti "anomali"

"…ricordò i suoi sogni confusi e con un indulgente sorriso,
col senso di superiorità dell’uomo che si fa la barba alla luce diurna della ragionevolezza,
scosse la testa a tutte quelle sciocchezze.
Non che si sentisse molto riposato, ma era fresco come il nuovo giorno.."
Thomas Mann
Da "La montagna incantata"

Un preambolo: se appare quel, solo nostro, settimo giorno
 

"Anomali" (inusuali, imprevedibili od anche ricorsivi) sono taluni nostri sentimenti taciuti. Li proviamo, però non ce li comunichiamo reciprocamente. Eppure sarebbero fecondi se in palio, oltre alle carriere di ogni tipo, mettessimo il nostro diventare donne e uomini dotati di un raziocinio più sincero. Sono anomali, poi, perché la vocazione naturale del sentire dovrebbe trovare luoghi di parola, di scrittura, di espressione appropriati. Questi luoghi non sono certo le organizzazioni o le modalità di convivenza usuali nelle quali lavoriamo, insegniamo, produciamo, ci impegniamo, ci riproduciamo o trasgrediamo.
Sono emozioni e riflessioni, queste, che impariamo a contenere e che, a lungo andare, autoconvincendoci di ciò, possono anche scomparire venendoci soltanto a trovare in forma di sogno o mediante disturbi fastidiosi dal latente significato.
Rabbia, disprezzo, indignazione, insofferenza, rancore, invidia, livore, sadismo ma nondimeno la malinconia, la nostalgia, la tristezza, la consolazione, il cordoglio, la compassione la tenerezza… non possono, o sanno, abitare le nostre parole normali e le nostre giornate uguali, nei diversi stati di veglia che potrebbero esaminarle.
Le terapie sono state inventate anche per loro, è cosa risaputa, ma poi vengono ricondotte a questo o a quel modello clinico. Per cui ci resta la delusione e il senso di colpa di averle narrate invano: anche perché di alcune non vorremmo proprio liberarci, anzi, vorremmo ancor più comprenderne, oltre che il senso, la "bellezza": dolce o tremenda. L'anomalia nostra è attribuibile al percepirne tutta la presenza, pur trovandoci nella impossibilità e nell’impotenza (consapevole) di non riuscire a palesarle nella vita ordinaria o nella delusione che qualcuno le usi come mezzo per farci sentire impotenti e incapaci di spiegarne le origini. Sono sentimenti perciò ammutoliti, negati, in cerca di qualcuno che li ascolti e raccolga. A lungo andare, tale silenzio incide sugli stessi nostri modi d’essere e persino su di essi. Li sprechiamo, e così viene a mancarci più di una versione poetica, umana, filosofica disinteressata della vita.
Sono anomali, allora, quei sentimenti che ci inducono a cercare la stanza dell’analisi, uno spazio intimo amoroso (al rischio di distruggerlo per eccessiva facondia), un confessore, una seduta di psicosocioanalisi, un gruppo di psicodramma.
In altri casi, e possono farsi feconda sindrome alla luce del sole, siamo persino in grado di creare momenti paralleli, se non alternativi, di condivisione relazionale (compensativa, se vogliamo ancora avvalerci di questa frusta categoria), in un onirismo della ragione, che ci mancano nel regime diurno. Affinché le anomalie del sentire possano diventare le "malie" di un altro viversi, in altre forme: ugualmente, anzi più intensamente, pubbliche, proclamabili e persino declamabili. Senza platee e schermi che non siano il luogo degli affetti che, allora, finalmente ci ospiterà volentieri perché siamo diventati noi per primi più ospitali verso uguali sentire. E forse muovendo alla ricerca di un sentire disvelato e rivelato soprattutto a se stessi potremmo evitare che tanto il passato quanto il presente" ci sfuggano di mano". Quando, come oggi, ci rammentano Dario Forti e Pino Varchetta "Le donne e gli uomini che operano sentono che qualcosa - un insieme spesso indefinibile di variabili diverse - ha tolto loro le e diluito i vissuti di un significato personale, cui ricondurre le loro ore di lavoro"(1) Anche il non ammettere di essere affetti da "asfissia da tempo", ci riporta a uno dei sentimenti anomali che ci limitiamo a ricacciare indietro in un’allegria da soffocamento sistematicamente perseguito.
Questo scritto è la cronaca breve di un disagio personale che inizia dalla fine; dalla presentazione di una comunità da me inventata per oltrepassare l’anomalia (normalissima e doverosa nella quotidianità professionale e nelle relazioni di vita) delle finzioni e degli occultamenti necessari, che pur tuttavia ci tocca agire e accettare con dolore e disagio. Quando tentiamo di alzare e diradare la nebbia su tutto ciò, scopriamo di iniziare ad ammalarci, invece di guarire. La sindrome, all’inizio oscura, non può essere confusa con la ricerca della verità, dell’assoluta trasparenza reciproca. Bensì può essere isolata nei sintomi del tenace perseguimento di un luogo informale (non un setting, né una seduta di gruppo di autocoscienza) in cui tali anomalie possano essere esaminate, narrate, descritte in aperta confidenza e iniziale anonimato. Lontani da occhi e orecchie indiscrete. Un luogo diverso dagli ordinari luoghi va cercando chi, poiché questi non trova, non si sente bene e si distanzia sempre più dai comportamenti di coloro che ritengono infermo, invece, chi ne sente la mancanza. E vorrebbe parlarne, scriverne, leggerne. Cinema e romanzi e teatro, è risaputo, anche per aiutare a guarire costoro sono stati da tempo inventati.
Lo strano morbo compare dunque tutte le volte che vogliamo sfidare le normalità del nascondere, del fingere, del tacere, dell’ignorare: per meglio apparire e appartenere, per meglio assolvere funzioni e compiti quale sia l’ordine organizzativo frequentato. Io ci ho provato e mi sono ammalato.
Definisco perciò Sindrome di Anghiari, il tormento gratificante che mi affligge da alcuni anni e che turba, in una gioia pensosa (quasi in letitia francescana), anche tutti coloro che la sopportano come me, non potendone più di non poter normalizzare quel che nelle organizzazioni (le più micro o le più macro di appartenenza od infausta creazione) è vietato coltivare e confidare. Non (sempre) per colpa perversa o istituzionalizzata, di questo o quel tiranno (capo ufficio, preside, manager, oppure coniuge o figlio o allievo impertinente, amante, ecc); perché, ribadisco, così van le cose: quando il potere, i doveri, i dispetti reciproci, le ambizioni, il sussiego, la prudenza, la buona educazione, la paura, ci impediscono di soffermarci su questi sempre inabilitati e resi occulti sentire.
Per quanto concerne dunque la mia malattia (non assumendomi responsabilità in vece d’altri), che prende nome da un luogo reale, non si tratta dell’amore spaesante per uno dei borghi medioevali toscani più belli d’Italia; una versione aggiornata, per intenderci, della ben nota sindrome di Stendhal. Tale esperienza affettiva (che colà mi conduce spesso) non è paragonabile ad un deliquio o ad un obnubilamento dei sensi. Anzi, me li acutizza e risveglia. Piuttosto, mi riconcilia ogni volta con il piacere ben consapevole e razionale di ritrovarmi in una comunità in cui il "sentimento di appartenenza" -di cui vi decifrerò il significato- è la dimensione prevalente che, per mie indubbi limiti e incapacità, non sono riuscito a scoprire e a costruire altrove. Non a mia personale misura (per essere sinceri, per lo meno non del tutto); a misura di una piccola aggregazione umana in transito, contingente e sempre diversa, resa possibile grazie, invece, al valore e all'amore universale, sempiterno poiché qualcuno prima o poi lo raccoglie, per la scrittura. Ecco, il problema è trovare una casa -un'appartenenza camminante-dove si possa andare e venire a proprio piacimento e da lasciare, quando, dopo tanta scrittura, potrai tornare ad appartenere alle altre appartenenze più sicuro del tuo sentire anche se dovrai continuare a tenere per te certe emozioni. Con un notes, una penna, un diario per amici fidati. Da Anghiari, si torna sempre con più di uno nelle tasche: la scrittura ti sdoppia e accentua l’abitudine al dialogo interiore. Sai che, al rientro, i fogli potranno raccogliere i sentimenti che provi nella sicurezza che queste pagine non ti tradiranno mai; nell’orgoglio di imparare a raccontare a se stessi quelle anomalie del sentire.
Ma è in una vita temporanea messa in comune (nell’intreccio di un tempo e di uno spazio apicali, memorabili) che tutto questo prende forma e si sviluppa.
Anghiari non è una ridicola e presuntuosa "piccola Atene" della scrittura, semmai, una polis della memoria autobiografica: personale e collettiva. Dove sostare e lavorare insieme non per produrre alcunché che non siano parole in libertà (retrospettive e introspettive); per pensare e ripensarsi; per riflettere sulla propria vita al passato e al presente; per occuparsi delle biografie degli altri: salvando storie, raccogliendo ricordi altrimenti perduti, "intossicandosi" della mania di tenere un diario, di scrivere appunti, di leggere quel che l’altro in amicizia, trovando qui un’opportunità di raccoglimento e spunti meditativi, va scrivendo di sé o di te, ascoltandoti. Qui ci si cura, in sostanza, imparando una mania o a non considerarla più nociva; confermandola, sviluppandola aspirando a contagiare altri. Non è una comunità similmonastica di spiritualità laica, ma di "monatti" e di untori grafomaniaci. E' un habitat di ossessioni innocue che ti dà energia, togliendotela quando, alla fine di una giornata, hai narrato l’inenarrabile. E’ un luogo partecipativo che ti fa ricordare di più per dimenticare, in modo buono (cioè libero e profondo) e fertile; che ti chiede di riscoprire il piacere della solitudine, stando diversamente con gli altri.
Più avanti, spiegherò meglio perché abbia avuto bisogno di trovare questo spazio tra le mura di ricerca e di soggiorno, frequentato -or sono sette anni- da centinaia di persone che vi ritornano ad intervalli. E che se anche non lo faranno più, comunque, si saranno sperimentate con la penna, per riprenderla in tempi migliori e propizi. Per intraprendere altre forme di ripensamento, talvolta meno dure di quelle cui una pagina bianca e un po’ di inchiostro ti impongono di scoprire. Anghiari è la sindrome che cercavo: per vivere diversamente un modo di stare tra adulti di varia cultura, provenienza e genere, non soltanto italiani, che non si conoscono affatto e che qui possono conoscersi (non con giochi psicologici, tantrici e vivaddio nemmeno per cercarvi la felicità) come mai è avvenuto accadesse loro.
Qui si riflette "nello specchio del proprio inchiostro" (l’espressione è di Michel Leiris) e, se si vuole, ci si scambia quel che si scrive per comunicare emozioni. Per scoprire che "scrivendo, scrivendo e scrivendo", disse Elias Canetti, puoi fingere persino di dimenticarti della tua infelicità. Qualche volta. E’ un esperimento continuo di nuova convivenza e tolleranza reciproca: in presenza fisica, o nella distanza, di carattere epistolare.
Tale metodo, spontaneamente delineatosi a partire da un desiderio, ha comunque contaminato non pochi.
Si diventa i pazienti-impazienti dell’arte della scrittura autobiografica: la cui sintomatologia si esplica nel modo più aggressivo, quando non te ne importa affatto di scrivere in funzione di qualcos’altro. Allorché non ti interessa più nemmeno scrivere per lasciare a qualcuno la tua storia. Ne avvertono la visibile ossessione tutti coloro che cercavano forse come me -nel tempo della maturità- un sito dove l’unico motivo di incontro potesse essere il far lavorare il pensiero ammalandosi soprattutto del piacere di iniziarsi al filosofare. Una filosofia che prende le mosse dalle piccole cose, dagli interstizi trascurati di un’esistenza, da quella filosofia da "camera" e non altamente sinfonica che, per distrazione o presunzione, non facciamo nascere dalle parole più banali della nostra quotidianità.
Alcuni la considerano una "clinica", fra l’altro a buon prezzo, dove accade però di infettarsi ancor più di penna, e tale è poiché ti reclini su di te ad ascoltarti con lo stetoscopio del lapis. Altri, ed io fra questi, essendone l’inventore con un caro amico, trovano qui quel che, vanamente, hanno cercato, migranti o stanziali delle organizzazioni più disparate. Delusi, non disperanti, dalla vita d’ufficio, del lavoro amministrativo o politico, della scuola o della formazione scoprono in questa comunità (a basso tasso e costo organizzativo e ad alta tensione umanistica) quel che cercavano e continuano a cercare nei diversi posti di lavoro. Ammesso e non concesso, ovviamente, che di questo sentano il richiamo oscuro. In altri termini, un modo meno asettico, formale, funzionalistico di stare insieme, in una oziosità operosa che non possiamo permetterci quando in palio sono interessi economici, di carriera, di sopravvivenza, di impegno. Anghiari non è una opportunità regressiva per anime perse e fallite: lo è soltanto per chi forse aveva qualche conto in sospeso per i tanti -troppi- appuntamenti rinviati con la coscienza, con l’autocritica, con la voglia di cambiare: questo sì.
Qui produci qualcosa, a differenza della coltivazione di altri loisir alla moda, che non serve a niente. Che non aspira a vincere un concorso letterario, un premio di poesia, a pubblicare: tutt’al più, l’unica ricaduta potrà riguardare il trasferimento di quanto scrivendo si è sperimentato su di sé in altri luoghi in cui disseminare l’arte e la cura della scrittura. La bacchetta da rabdomanti che ti consente di rintracciare quanto ancor di sorgivo giace nella tua mente e nella tua vita. Qui puoi disperdere al vento del primo finestrino quanto hai scritto per giorni e giorni. Poi un dubbio ti ferma, di solito, poiché quelle righe sono il tuo alter ego, il personaggio che sei stato e quello nuovo che sta stagliandosi in una nuova gestazione, soltanto affidata a te, alla tua caparbietà scrivana. E’ l’anomalo sentire che sta uscendo dalla sua imposta cattività e che ti chiede cura e rispetto.
La sindrome di Anghiari (più esattamente per la Libera Università dell’Autobiografia, che è l’opificio di tutto questo scrivere: diaristico, autobiografico, epistolare e autoanalitico(2)) ha rappresentato la "difesa immunitaria" di cui avevo bisogno, per sopportare i corridoi e i tavoli dove ho dato e do il mio contributo professionale e organizzativo. In una quotidianità usuale e mutilante purtroppo. Anghiari serve per disintossicarmi dalle impercettibili o vistose manifestazioni di disumanità che, senza accorgermene, o pervicacemente lucido, accumulo; lavorando nelle stanze usuali (nelle mie elettive, o in altre velocemente sostandovi) dalla mattina alla sera.
Lo scrivere molto, tantissimo, in continuazione, in uno spazio e in flussi di coscienza "disinteressati" può dimostrarsi una medicina che riesce a penetrare negli intervalli lavorativi consueti. Se essa ti rende, da un lato, meno ingrata la giornata più tesa, quando ti ritagli metodicamente spazi di scrittura tra una riunione e l’altra, in aereo, ad un caffè (in questo, Pino Varchetta o Cristiano Cassani fanno scuola con la loro macchina fotografica, del resto), rivelandosi essa il tuo non-luogo interiore; dall’altro, i suoi effetti calmanti e auto-lenitivi dovuti all’esercizio di una creatività umile, minima, ludica eppur salvifica, generano qualche risonanza, qualche interesse imitativo, proprio là dove devi essere ogni giorno.
La scrittura delle cose che ci riguardano più intimamente (segrete e tali da secretarsi ancor più in linguaggi ermetici, simbolici e metaforici inventati all’uopo) è il nostro settimo giorno, perché praticata in tali forme e per tali scopi non è un lavoro, è una sorta di orazione, di rendiconto, se non a Dio, all’io che più di tanto non frequentiamo. Per cui, il sapere e il riuscire a far sapere ad altri quali siano i vantaggi dello scrivere di sé-per-sé con altri–da-sé, non può che generare gruppo, aggregazione minuscola e temporanea. I legami che si moltiplicano tra non più ignoti gli uni agli altri, oltre il genius loci che ora abita nel borgo, sono l’aspetto saliente di una generatività comunitaria che produce quasi sempre fitti epistolari on line, blog, interazioni poetiche via sms.

Dove il sentimento di poter condividere le proprie scoperte e grafomanie nell’assoluta disutilità dello scrivere, lo ribadisco, per solo diletto, è già una pozione catartica che non evapora lì, nello stare empaticamente in presenza soltanto in situ, qualche fine settimana, per poi svanire; quanto, semmai, una radura di ricerca, anche molto ingrata e faticosa come ogni cimento del genere, per se stessi, dove impari - grazie allo scrivere - a fare a meno di te stesso. A dimenticarti di te. O, per lo meno, di quelle parti di te che, col passare degli anni, diventeranno sempre meno importanti allo spegnersi dei riflettori. Quando altre lampade, nella penombra incalzante, a luce diretta sui tuoi pensieri e fogli vanno accese.

tratta da: http://www.lua.it/pubb/nostos/don-uom/060430-Demetrio1.html

Comunicazione: contenuti e tono

tracce"La parola comunica il pensiero, il tono le emozioni"

Ezra Pound


ripreso da: http://www.frasicelebri.it/
postato da: AMALTEO alle ore giugno 17, 2006 09:37 | link | commenti
categorie: leggere scrivere
venerdì, 16 giugno 2006

Salute e malattia: la comunicazione problematica

tracce"Sediamoci dieci minuti e aspettiamo il referto".
Oggi ho accompagnato la persona a me più cara a fare un esame medico e ho intercettato questa frase detta da un infermiere ad una paziente mentre la faceva sedere nella sala di attesa.
Subito mi è affiorato alla mente che i molecolari e continui progressi della medicina hanno una problematica retroazione sul piano psicologico e relazionale.
Oggi un "referto" può tendere a diventare una "sentenza" sul destino del nostro corpo, il bene biologico che ci accompagna per tutto il ciclo di vita. A tanto porta la medicina predittiva. Il potere della tecnica ci rende sempre più coscienti del nostro destino.
Riflettevo anche a quanto abbiamo bisogno delle istituzioni di servizio. Senza di esse la nostra vita sarebbe semplicemente impossibile.
Mi fisso le parole - chiave di questa mattinata: "accompagnare", "referto", "sentenza", "corpo". Tutto in un generale clima di "attesa".
"Attàccati al badante" ho infine detto alla persona a me più cara.
postato da: AMALTEO alle ore giugno 16, 2006 23:41 | link | commenti (4)
categorie: vivere diario, vivere salute e malattia
martedì, 13 giugno 2006

Luoghi: battelli sul lago

Si avvicina l'estate.
Si ripete il ciclo annuale dei miei piaceri. E i battelli bianchi sulle acque profonde ne sono una parte scolpita nella memoria biografica.
Già ora spero anche nella prossima estate.

BATTELLO















Aggiungo, per il "comune sentire":

Al ritorno da ogni viaggio che mi abbia portato in luoghi meravigliosi e felici, sento il bisogno di fare una capatina sulle nostre rive: una specie di affettuosa ricognizione per controllare se il lago di Co­mo regga ancora il contronto con gli scenari famosi e i grandi panorami.
Col Corno d'Oro, l'isola di Patmos o Venezia negli occhi, neanche l'amore per le patrie sponde potrebbe indurmi a stravedere, ma il verdetto è ogni volta gioiosamente positivo... Ricordo un consigliere pro­vinciale di Gravedona che, andato in Croazia per una battuta di caccia, liquidò quella pur amena re­gione con una battuta che mi è rimasta in mente: « Sì, bell... ma che passa i nost sit... ».
Io non sono così campanilista, ma sono lieto che i nost sit siano qui a portata di vista, e penso con un certo sgomento a due brutte ipotesi: quella, per for­tuna assai remota, di un diverso comportamento del ghiacciaio abduano, dal cui progressivo ritiro si for­mò il Lario (bastava che lo sperone di Bellagio avesse un fronte pia ampio, e il lago si sarebbe formato più a Nord...)  ...

Carlo Ferrario, Alfabeto comasco, Nodo Libri, Como 1989, p. 61
(non parente, ma amico di cognome)

postato da: AMALTEO alle ore giugno 13, 2006 23:33 | link | commenti (2)
categorie: vivere diario, vivere luoghi, vivere memoria