Proiezione ore 16: 59,9 % NOPadani in Svizzera
Adesso al Bossi gli è venuto il ticchio della Svizzera. È una novità: noi (che seguiamo con deplorevole distrazione le faccende secessioniste) eravamo rimasti ai progetti del compianto professor Miglio, che sognava una Grande Baviera, da Monaco a Spotorno, per via dei Bagni Mirasole che a Miglio piacevano tanto. Be', dobbiamo ammettere che questa dell'annessione alla Svizzera (o della Svizzera, il Bossi chiarisca) ci piace di più, ci solleva da quella vaga idea di elmetti chiodati che aleggiava attorno ai discorsi di Herr Miglio, e ci sospinge verso immagini di turismo alpestre, ski-lift e torta di noci. Volendo buttarla sul culturale (senza offese per la Lega, per carità), c'è poi da considerare che unendoci alla Svizzera si coronerebbe infine il vecchio sogno delle avanguardie letterarie, che si lamentavano, da ragazzi, che la cultura italiana si fermasse a Chiasso. Diventando svizzeri potremmo finalmente sprovincializzarci, arrivare a Lugano o addirittura a Bellinzona, che non sarà Parigi ma è sempre meglio di Ponte-dilegno. Ginevra no, a Ginevra parlano francese e sono protestanti, le radici cattoliche sarebbero in pericolo, e poi Ginevra non è popolana, è piena di fichetti con due lauree, mi sa che devono esserci anche parecchi finocchi, come direbbe Borghezio. Riassumendo, Padania e Svizzera unite ma Ginevra se la tenga la Francia. Fattibilità del progetto? Zero, ma che c'entra? È per fare due chiacchiere allegre.
Michele Serra in Tutti i santi giorni, Feltrinelli 2006, p. 26-27
Quello che posso fare - lo farò-
anche se sarà poco - un piccolo narciso -
quello che non posso fare, deve rimanere
ignoto alla possibilità.
Emily Dickinson
La Costituzione del 1946-1947 Voto NO alla riforma costituzionale della destra (e mi pento, tantissimo mi pento, di avere incautamente votato sì a quella della sinistra nel 2001).
Voto NO innanzitutto per i contenuti e gli effetti, ma anche per il modo con cui questa riforma è stata progettata e approvata.
Ricordo che la proposta di avvio è stata una “riflessione” estiva di 4 (quattro) autodefinitisi “saggi” (fra cui un personaggio da libri di Stephen King, come Calderoli) che si sono ritrovati per qualche giorno in una baita di montagna a Lorenzago di Cadore.
Voglio ricordare qui, in serie storica, i passaggi decisionali della nostra Costituzione della Repubblica:
• giugno1944: approvazione di una legge che afferma: “Dopo la liberazione del territorio nazionale, le forme istituzionali saranno scelte dal popolo italiano, che a tal fine eleggerà a suffragio universale diretto e segreto, una Assemblea Costituente per determinare la nuova Costruzione dello Stato”
• giugno1946: elezione dei deputati alla Costituente e nomina della Commissione per la Costituzione composta da 75 deputati fra cui: Terracini, Basso, Bozzi, Calamandrei, Di Vittorio, Dossetti, Einaudi, Fanfani, Iotti, La Pira, Lussu, Mancini, Moro, Mortati, Paratore, Togliatti … (il meglio della politica di tutti i partiti post-fascisti)
• luglio1946, nomina di 4 sotto-commissioni: Diritti e doveri dei cittadini; Ordinamento costituzionale della Repubblica (poi suddivisa in due sotto-commissioni); Diritti e doveri economico-sociali
• agosto-dicembre1946: elezione di un Comitato di redazione. Proprio così: per scriverla meglio, in buon italiano. Letterati e linguisti hanno contribuito alla scrittura
• gennaio 1947: presentazione alla Assemblea Costituente
• restante 1947: l’Assemblea Costituente tenne 347 sedute; alla Costituzione furono dedicate 170 sedute; sui 140 articoli furono presentati 1663 emendamenti; durante la discussione parlarono 275 oratori, con un complesso di 1090 interventi
• 22 dicembre 1947: approvazione della Costituzione
• 1 gennaio 1948: entrata in vigore della Costituzione. Particolare irrilevante per la storia ma biograficamente rilevante per me: il 1948 è l’anno della mia nascita
Scrivo questa nota sotto la spinta della indignazione per la lettura del successivo resoconto su come, invece, è stata approvata la riforma di cui un pugno di elettori italiani deciderà la sorte.
Da: Emanuele Rossi e Vincenzo Casamassima, La riforma costituzionale tra passato e futuro, in Studi Zancan Politiche e servizi alle persone n. 2, 2006, p. 34-36
(Emanuele Rossi è professore di diritto costituzionale alla Scuola superiore Sant’Anna di Pisa).
Questo è il primo e fondamentale punto da sottolineare: la riforma recentemente approvata si presenta come una riforma «di parte», il frutto della contrattazione interna tra le forze di Governo (premierato fortissimo e reintroduzione dell'interesse nazionale in cambio della devolution), in gran parte, bisogna dire, estranee all'arco delle culture politiche rappresentate alla Costituente. Se si è d'accordo sul fatto che la Costituzione debba configurarsi come il quadro condiviso nel cui ambito possano incontrarsi e anche scontrarsi le forze politiche e sociali, si capisce di quale portata sarebbe il danno causato dall'entrata in vigore della suddetta riforma costituzionale.
Un ottimo motivo per respingere la proposta in sede referendaria è dato dunque in primis dalla necessità di sgombrare il campo da un testo approvato in primo luogo contro e non con le minoranze, e inoltre con una trasparenza e una linearità di condotta del tutto carenti.
La riforma in esame, infatti, è stata approvata senza alcun tentativo serio di mediazione con l'opposizione: alla Camera il progetto di legge è stato approvato con 295 voti a favore, tutti della maggioranza, e 202 contro; al Senato si è assistito addirittura al voto contrario di alcuni esponenti della stessa maggioranza, senza alcun voto favorevole proveniente dalle file dell'opposizione.
Con riguardo al procedimento seguito, occorre ricordare che la proposta iniziale è frutto di una «riflessione» estiva di quattro soi-disants «saggi» (i senatori Andrea Pastore, Forza Italia; Domenico Nania, Alleanza Nazionale; Roberto Calderoli, Lega Nord; Francesco D'Onofrio, Unione dei Democratici Cristiani e dei Democratici di Centro) che si sono ritrovati per alcuni giorni in una baita di montagna in località Lorenzago di Cadore (per qualche straniero che leggesse questi avvenimenti per la prima volta occorre sottolineare che è tutto vero, e non stiamo scherzando): il testo da questi predisposto (la «bozza di Lorenzago») è stato poi rivisto e concordato dai partiti della maggioranza (non certo, si badi, attraverso un dibattito interno magari articolato su base locale, con coinvolgimento di esperti e votazioni interne: ma soltanto nel senso di un confronto tra le rispettive segreterie con al massimo la partecipazione di qualche «maggiorente»). Il Governo ha poi approvato il testo e l'ha presentato al Senato (come si è detto, è la prima volta che una riforma della Costituzione è proposta dal Governo), e il Senato l'ha approvato in prima lettura il 25 marzo 2004: ovviamente a maggioranza e senza troppa libertà di manovra nemmeno per i senatori della maggioranza. Basti pensare che in alcune circostanze si è addirittura pensato di porre la questione di fiducia: ciò avrebbe dovuto provocare un sussulto di dignità in coloro che avevano denunciato come fatto gravissimo la circostanza che la riforma costituzionale del 2001 fosse stata approvata dalla sola maggioranza.
Tornando alla cronaca, dopo il voto finale del Senato ci si sarebbe dovuti aspettare che quel testo andasse alla Camera e lo si prendesse in esame. Non è andata così. Si è provveduto a ulteriori vertici tra i partiti (leggasi sempre segreterie o loro diramazioni) per formulare un altro e diverso testo (per un periodo si è addirittura prospettata, dato che nel frattempo si era arrivati all'estate successiva, una riedizione del concistoro dei saggi in una baita di montagna, ma forse il caldo meno asfissiante dell'estate 2004 ci ha risparmiato questa eventualità). Quando è iniziata la discussione alla Camera, il 13 settembre, il nuovo ministro per le riforme sen. Calderoli ha illustrato le proposte di modifica elaborate dal Governo sotto forma di emendamenti al testo approvato (da quella stessa maggioranza) al Senato. Due giorni dopo, i capigruppo della maggioranza hanno depositato un «pacchetto di emendamenti» a prima firma Elio Vito.
La successiva discussione e approvazione ha poi seguito percorsi misteriosi: si è cominciato dall'art. 1 (e fin qui ci siamo), poi si è deciso di saltare all'art. 32 della proposta (che riguarda il titolo V), per poi ritornare all'art. 2. A ogni buon conto, il 15 ottobre 2004 la Camera ha approvato il «nuovo" testo, che assai differiva da quello approvato dal Senato: tali modifiche, lo si ripete, non sono state conseguenti a iniziative dell'opposizione (come potrebbe o forse dovrebbe avvenire in una logica di dialettica parlamentare), e nemmeno (salvo alcuni sporadici casi) a emendamenti di parlamentari della maggioranza, ma sono state conseguenti a ripensamenti delle segreterie politiche dei partiti di maggioranza (o forse a ridefinizione dei propri compromessi) di cui il Senato, attraverso la sua maggioranza, ha «preso atto».
A quel punto si è dovuti tornare al Senato per la prima lettura (il procedimento di revisione costituzionale prevede infatti, lo si ricorda, una doppia approvazione da parte di ciascuna Camera sull'identico testo): a quel punto il Senato, senza alcuna modifica, lo ha approvato in data 23 marzo 2005.
In seconda lettura il testo è stato poi esaminato e approvato prima dalla Camera (con approvazione finale in data 20 ottobre 2005) e successivamente dal Senato (in data 16 novembre 2005). Merita sottolineare la particolare «cura» con la quale il testo è stato esaminato alla Camera in questa seconda lettura, con specifico riguardo alla Commissione («Affari costituzionali») competente in materia. I lavori che detta Commissione ha dedicato all'esame del testo sono iniziati il giorno 26 luglio alle ore 14.30: dopo la relazione del presidente/relatore (on. Bruno, Forza Italia), che ha illustrato i contenuti della riforma, alle ore 15 si è passati ad altro argomento. L'esame è proseguito il giorno successivo alle ore 15.20: è intervenuto l'on. Marone dei Democratici di Sinistra, che ha duramente criticato il testo in e-same. Al termine del suo intervento (ore 15.50), la seduta è stata tolta. Il giorno ancora successivo (siamo al 28 luglio), l'esame è ripreso alle ore 15.15 con l'intervento dell'on. Zaccaria della Margherita, che si è espresso in senso fortemente contrario all'approvazione del testo, sottolineandone le numerose contraddizioni e i pericoli ad esso sottesi. Alle ore 15.45, vale a dire al termine del suo intervento, la seduta è terminata. La Commissione è stata riconvocata per il giorno ancora successivo, venerdì 29 luglio, alle ore 13.30, seduta nella quale sono intervenuti gli on. Bressa (Margherita), Leoni (Democratici di Sinistra), Boato (Misto-Verdi): tutti contrari alla proposta in discussione. In particolare l'on. Boato ha chiesto in quella sede di svolgere un'ulteriore attività istruttoria nel mese di settembre «al fine di disporre talune limitate audizioni di costituzionalisti ed esperti della materia». A tale richiesta ha replicato il presidente della Commissione, che ha escluso la necessità di procedere a tali audizioni.
Dopo gli interventi suddetti, il presidente ha dichiarato chiusa la discussione e ha posto in votazione il conferimento del mandato al relatore (cioè a sé medesimo) a riferire favorevolmente all'assemblea: dopo, lo si ricorda, che nessuno (salvo il presidente/relatore) era intervenuto a difesa del disegno di legge. La Commissione, ovviamente a maggioranza, ha accolto la richiesta del presidente. Alle ore 15.35 la seduta è stata tolta.
In totale, dunque, la Commissione ha dedicato all'esame della riforma di tutta la seconda parte della Costituzione un totale di 3 ore e mezza (concentrate nell'ultima settimana di luglio), senza alcun intervento a favore della riforma e con tutti interventi contrari. Si potrebbe obiettare a tali perplessità rilevando che in verità si trattava della seconda approvazione di un testo che era già stato approvato dalla stessa Camera: o-biezione fondata, ma alla quale si può replicare che se i regolamenti parlamentari la prevedono è perché si ravvisa la necessità di proseguire l'esame, dato che nulla esclude che in quella sede si possano approvare ulteriori modifiche al testo di legge.
Questo è stato dunque l'iter seguito per l'approvazione della riforma costituzionale: procedura che dovrebbe giustificare di per sé sola, e cioè indipendentemente dal merito della proposta, un rigetto in sede di referendum, per lo svilimento che in tal modo si è realizzato della Carta costituzionale come patrimonio comune e come testo di riferimento per tutto il Paese.
Domenica prossima voterò NO perchè questa riforma costituzionale porta il marchio della Lega Nord e i leghisti mi fanno paura.Ma lo sono in modo radicalmente diverso, distinto dalla politica che si fa tutti i giorni in Parlamento, nei partiti, e a intervalli regolari nelle urne. La prima politica, quella della Carta, fonda il pactum societatis: il patto fra cittadini, le condizioni istituzionali che consentono loro di non perire in guerre civili, la fiducia che le norme saranno rispettate da tutti. Esso presuppone l’adesione a regole condivise. La seconda politica è il pactum subjectionis: essa produce il governo, e ha al suo centro la forza (Zagrebelsky, Principî e voti, Einaudi 2005).
La Costituzione ritaglia nella democrazia uno spazio sacro che protegge la cosa pubblica dalla contingenza e non a caso predispone argini contro il prevalere del numero, contro il dispotismo potenziale d’ogni maggioranza. È fin da principio che Dio dice a Mosè: «Non seguirai la maggioranza per agire male e non deporrai in processo per deviare verso la maggioranza, per falsare la giustizia. Non favorirai nemmeno il debole nel suo processo» (Esodo 23: 2-3). Quel che Zagrebelsky scrive a proposito della Consulta vale per la Costituzione: la sua funzione «è politica, ma allo stesso tempo non appartiene alla politica; è essenziale al nostro modo d’intendere la democrazia, ma allo stesso tempo non viene dalla democrazia». In democrazia sono cruciali il numero, la maggioranza. Nella Costituzione il numero non è tutto: le sue leggi valgono quale che sia il numero dei vincenti, e protegge dall’annientamento i perdenti. Sulla Costituzione «non si vota». I suoi principi «non dipendono dall’esito di nessuna votazione».
Precisamente su quest’essenza voteremo: sull’opportunità o no di sottrarre la Costituzione alle peripezie della politica intesa come governo e come forza basata sui numeri. Sull’opportunità o no di restringere lo spazio sempre più grande, soffocante, che la seconda politica rischia di prendere nella vita dei cittadini e nel loro patto di convivenza. Sul principio che quando è in gioco la Carta non si vota, e in ogni caso non si delibera nei modi in cui ordinariamente si vota in democrazia: a maggioranza. Per questo la scelta non è tra innovazione e conservazione. Non è il vecchio che vale la pena conservare né l’immutabilità d’un ordine, ma l’idea che debbano esistere regole e patti le cui tradizioni e i cui tempi non coincidono con quelli di partiti, governi, programmi.
Quello che si tratta di salvare o non salvare è il corpo duraturo, metafisico, non transeunte del re. I re passano, e ciascuno di essi preso individualmente è mortale e triste - ha «occhi pieni di lacrime», subisce usurpazioni e quando precipita non può che «parlare di tombe, di vermi e di epitaffi», dicono i re spodestati nel ciclo delle Guerra delle Rose di Shakespeare. Quel che non cambia di contro è la Corona, è la regalità: acquisite in tempi passati per elezione divina, incarnate nel pactum societatis a partire dal giorno in cui il diritto divino venne meno. I due corpi del re vanno tenuti disgiunti, perché resti vivo l’inaugurale patto che dissuade dalla guerra di tutti contro tutti, e che fonda un rapporto non effimero, non continuamente modificabile, fra i cittadini e chi li comanda. Nella ricostruzione di Ernst Kantorowicz la Corona è il corpo mistico e immortale del re, ha un carattere sacramentale e indelebile (character indelebilis), non ha i naturali difetti che possiede il monarca: a seconda dei due corpi sono diversi gli onori, il tempo, la natura della forza, l’idea di ciò che è privato e di ciò che è pubblico (I due corpi del Re, Einaudi 1989).
La modernità democratica mostra ogni giorno di non poter fare a meno di queste categorie. Le rivoluzioni stesse sono state negli ultimi secoli stratagemmi cruenti per restaurare il corpo mistico di re che avevano perso la regalità, e che avevano fuso quel che non andava fuso (i due corpi, il privato e il pubblico). Anche i tumulti hanno spesso quest’obiettivo inconfessato. Nel ’68 tutto era votato a negazione, distruzione. Nel Policlinico a Roma ogni cosa venne imbrattata, disfatta: pareti, mobili, autorità. Una sola cosa gli studenti non toccarono mai, misteriosamente: il busto di Umberto I che sta a metà scalinata all’ingresso della direzione dell’ospedale. Il corpus indelebilis doveva restare tale. Sulla corona «non si vota», come non si vota sulla Costituzione.
Può sembrare un paradosso ma proprio su questo voteremo: se sia lecito votare, sulla Costituzione. Se bastino i numeri e le maggioranze tipiche delle democrazie, per riscriverla senza violare magari la lettera della Carta, ma violando di sicuro l’etica istituzionale che l’impregna. Se l’ultima riforma risponda all’esigenza della prima politica o della seconda, se sia il risultato d’una adesione o d’una prova di forza. Per il modo in cui è stata imposta contro la minoranza sembrerebbe che il corpo mistico sia stato offeso, gravemente, anche se l’offesa non è nuova.
Già prima di Bossi e Berlusconi fu un governo di sinistra a imporre modifiche unilaterali, riformando nel 2001 il titolo V della Carta con la sola forza dei propri numeri, e in fine legislatura. Quella fu la prima rottura, irresponsabile; quella la breccia attraverso cui poi ha fatto irruzione Berlusconi. Quel che venne dopo fu una riscrittura ben più sostanziale (non qualche paragrafo ma ben 52 articoli, cui se ne aggiungono 3 nuovi), ma è con piccole smagliature che l’etica istituzionale comincia ad alterarsi. Tanto più che nella riforma del 2005 non mancano correttivi - è lo stesso Augusto Barbera, costituzionalista Ds, a dirlo - che son stati introdotti «per rimediare ai pericoli per l’unità nazionale del federalismo sgangherato del Titolo V dell’Ulivo»: è il caso della clausola sull’interesse nazionale, che può esser invocato per far valere le ragioni dello Stato unitario in caso di crisi di competenze.
Tuttavia non è questo il punto: non è la bontà o malvagità di singoli paragrafi, anche se i paragrafi malvagi sono davvero numerosi. Quel che insidia la Costituzione è l’Opa che vien lanciata su di essa dalla politica, dai partiti, non per ultimo dalle Regioni. Altri modi di mutarla ci devono pur essere, basati sul consenso non di una maggioranza - di parlamentari o Regioni - ma su alleanze ampie almeno quanto fu ampio l’arco costituzionale. Quel che mina la Carta sono le molte bicamerali non sempre trasparenti, che hanno preceduto il finale colpo di forza di Berlusconi. La minoranza di sinistra presentò nel settembre 2003 un suo disegno di legge (i relatori erano Villoni e Bassanini), proponendo alla maggioranza un testo comune, ma quest’ultima la respinse perché ormai voleva una Costituzione nata dalla sola forza dei numeri: una Costituzione non costituzionale, dicono alcuni. È così che ha prevalso il corpo naturale e mortale del re, sulla regalità dell’istituzione che lo trascende perché gli sopravvive. Il corpo naturale s’è impossessato del secondo corpo, ha deciso di far tutt’uno con esso, e lo ha stritolato. Tutti i punti contestati discendono da questa volontà: il potere assoluto dato al primo ministro, il depotenziamento e l’abolizione di un’enorme quantità di contrappesi (presidenza della Repubblica, opposizione, Parlamento), la politicizzazione della Corte Costituzionale (le nomine politiche aumentano rispetto a quelle non politiche). Discende da questa volontà anche il potere esclusivo dato alle Regioni in materie come scuola, polizia, sanità, cultura. Il giurista Andrea Manzella ricorda come i poteri esclusivi siano assurdi, in una Carta destinata a intrecciarsi con future costituzioni europee e con l’esigenza (già presente nel nostro profetico articolo 11) di superare i poteri sovrani assoluti dello Stato nazione. Certo è importante che la Costituzione si adatti a un ordinamento mutato, dove la scelta del governo è ormai nelle mani dei cittadini anziché del Parlamento. Il referendum che introdusse il maggioritario, nel 1993, prolungò discussioni già iniziate negli Anni 80. Ma qui siamo di fronte a un patologico accanimento terapeutico, come scrive Luciano Vandelli in Psicopatologia delle riforme quotidiane (il Mulino 2006): siamo di fronte a riforme ciclotimiche, che - come la devoluzione - oscillano tra frenesie e lunghe indolenze; a riforme autistiche, elaborate da un legislatore che è stato indifferente a ogni critica e stimolo esterno; a riforme schizofreniche, che predicano il decentramento e praticano l’accentramento massimo dei poteri del Premier.
La Costituzione sarà cambiata ma - si spera - con metodi diversi da quelli adottati dalla sinistra e poi, con decuplicata faziosità giacobina, dalla destra. Si spiega così, forse, il tiepido impegno del nuovo governo in una campagna referendaria che pure concerne l’essenza del rapporto fra cittadini e potere. Si spera che la Carta cambi non in segrete baite montane come ai tempi di Berlusconi, non in esoteriche bicamerali dove solo conta il rapporto di forza tra partiti: ma all’aperto, sapendo che in discussione è il patto della società, è il corpo non transeunte della cosa pubblica, è la regola di Montesquieu riguardante i contropoteri («È necessario, perché non ci sia abuso di potere, che il potere arresti il potere»). Questo è il sacro che conviene salvare: non la politica alta rispetto alla bassa, ma la sussistenza di due politiche, ciascuna con tempi e aspirazioni differenti. Questa è la dissacrazione (la de-regalizzazione, dice Kantorowicz) cui non sarà irragionevole dire no.
Bossi, Lega Nord.Padani in Svizzera
Adesso al Bossi gli è venuto il ticchio della Svizzera. È una novità: noi (che seguiamo con deplorevole distrazione le faccende secessioniste) eravamo rimasti ai progetti del compianto professor Miglio, che sognava una Grande Baviera, da Monaco a Spotorno, per via dei Bagni Mirasole che a Miglio piacevano tanto. Be', dobbiamo ammettere che questa dell'annessione alla Svizzera (o della Svizzera, il Bossi chiarisca) ci piace di più, ci solleva da quella vaga idea di elmetti chiodati che aleggiava attorno ai discorsi di Herr Miglio, e ci sospinge verso immagini di turismo alpestre, ski-lift e torta di noci. Volendo buttarla sul culturale (senza offese per la Lega, per carità), c'è poi da considerare che unendoci alla Svizzera si coronerebbe infine il vecchio sogno delle avanguardie letterarie, che si lamentavano, da ragazzi, che la cultura italiana si fermasse a Chiasso. Diventando svizzeri potremmo finalmente sprovincializzarci, arrivare a Lugano o addirittura a Bellinzona, che non sarà Parigi ma è sempre meglio di Ponte-dilegno. Ginevra no, a Ginevra parlano francese e sono protestanti, le radici cattoliche sarebbero in pericolo, e poi Ginevra non è popolana, è piena di fichetti con due lauree, mi sa che devono esserci anche parecchi finocchi, come direbbe Borghezio. Riassumendo, Padania e Svizzera unite ma Ginevra se la tenga la Francia. Fattibilità del progetto? Zero, ma che c'entra? È per fare due chiacchiere allegre.
Michele Serra in Tutti i santi giorni, Feltrinelli 2006, p. 26-27
Duccio Demetrio è stato un collega di lavoro per molti anni. In alcuni momenti anche un amico, perso e poi ritrovato.di Duccio Demetrio
Quando una comunità si occupa di sentimenti "anomali"
"…ricordò i suoi sogni confusi e con un indulgente sorriso,
col senso di superiorità dell’uomo che si fa la barba alla luce diurna della ragionevolezza,
scosse la testa a tutte quelle sciocchezze.
Non che si sentisse molto riposato, ma era fresco come il nuovo giorno.."
Thomas Mann
Da "La montagna incantata"
Un preambolo: se appare quel, solo nostro, settimo giorno
"Anomali" (inusuali, imprevedibili od anche ricorsivi) sono taluni nostri sentimenti taciuti. Li proviamo, però non ce li comunichiamo reciprocamente. Eppure sarebbero fecondi se in palio, oltre alle carriere di ogni tipo, mettessimo il nostro diventare donne e uomini dotati di un raziocinio più sincero. Sono anomali, poi, perché la vocazione naturale del sentire dovrebbe trovare luoghi di parola, di scrittura, di espressione appropriati. Questi luoghi non sono certo le organizzazioni o le modalità di convivenza usuali nelle quali lavoriamo, insegniamo, produciamo, ci impegniamo, ci riproduciamo o trasgrediamo.
Sono emozioni e riflessioni, queste, che impariamo a contenere e che, a lungo andare, autoconvincendoci di ciò, possono anche scomparire venendoci soltanto a trovare in forma di sogno o mediante disturbi fastidiosi dal latente significato.
Rabbia, disprezzo, indignazione, insofferenza, rancore, invidia, livore, sadismo ma nondimeno la malinconia, la nostalgia, la tristezza, la consolazione, il cordoglio, la compassione la tenerezza… non possono, o sanno, abitare le nostre parole normali e le nostre giornate uguali, nei diversi stati di veglia che potrebbero esaminarle.
Le terapie sono state inventate anche per loro, è cosa risaputa, ma poi vengono ricondotte a questo o a quel modello clinico. Per cui ci resta la delusione e il senso di colpa di averle narrate invano: anche perché di alcune non vorremmo proprio liberarci, anzi, vorremmo ancor più comprenderne, oltre che il senso, la "bellezza": dolce o tremenda. L'anomalia nostra è attribuibile al percepirne tutta la presenza, pur trovandoci nella impossibilità e nell’impotenza (consapevole) di non riuscire a palesarle nella vita ordinaria o nella delusione che qualcuno le usi come mezzo per farci sentire impotenti e incapaci di spiegarne le origini. Sono sentimenti perciò ammutoliti, negati, in cerca di qualcuno che li ascolti e raccolga. A lungo andare, tale silenzio incide sugli stessi nostri modi d’essere e persino su di essi. Li sprechiamo, e così viene a mancarci più di una versione poetica, umana, filosofica disinteressata della vita.
Sono anomali, allora, quei sentimenti che ci inducono a cercare la stanza dell’analisi, uno spazio intimo amoroso (al rischio di distruggerlo per eccessiva facondia), un confessore, una seduta di psicosocioanalisi, un gruppo di psicodramma.
In altri casi, e possono farsi feconda sindrome alla luce del sole, siamo persino in grado di creare momenti paralleli, se non alternativi, di condivisione relazionale (compensativa, se vogliamo ancora avvalerci di questa frusta categoria), in un onirismo della ragione, che ci mancano nel regime diurno. Affinché le anomalie del sentire possano diventare le "malie" di un altro viversi, in altre forme: ugualmente, anzi più intensamente, pubbliche, proclamabili e persino declamabili. Senza platee e schermi che non siano il luogo degli affetti che, allora, finalmente ci ospiterà volentieri perché siamo diventati noi per primi più ospitali verso uguali sentire. E forse muovendo alla ricerca di un sentire disvelato e rivelato soprattutto a se stessi potremmo evitare che tanto il passato quanto il presente" ci sfuggano di mano". Quando, come oggi, ci rammentano Dario Forti e Pino Varchetta "Le donne e gli uomini che operano sentono che qualcosa - un insieme spesso indefinibile di variabili diverse - ha tolto loro le e diluito i vissuti di un significato personale, cui ricondurre le loro ore di lavoro"(1) Anche il non ammettere di essere affetti da "asfissia da tempo", ci riporta a uno dei sentimenti anomali che ci limitiamo a ricacciare indietro in un’allegria da soffocamento sistematicamente perseguito.
Questo scritto è la cronaca breve di un disagio personale che inizia dalla fine; dalla presentazione di una comunità da me inventata per oltrepassare l’anomalia (normalissima e doverosa nella quotidianità professionale e nelle relazioni di vita) delle finzioni e degli occultamenti necessari, che pur tuttavia ci tocca agire e accettare con dolore e disagio. Quando tentiamo di alzare e diradare la nebbia su tutto ciò, scopriamo di iniziare ad ammalarci, invece di guarire. La sindrome, all’inizio oscura, non può essere confusa con la ricerca della verità, dell’assoluta trasparenza reciproca. Bensì può essere isolata nei sintomi del tenace perseguimento di un luogo informale (non un setting, né una seduta di gruppo di autocoscienza) in cui tali anomalie possano essere esaminate, narrate, descritte in aperta confidenza e iniziale anonimato. Lontani da occhi e orecchie indiscrete. Un luogo diverso dagli ordinari luoghi va cercando chi, poiché questi non trova, non si sente bene e si distanzia sempre più dai comportamenti di coloro che ritengono infermo, invece, chi ne sente la mancanza. E vorrebbe parlarne, scriverne, leggerne. Cinema e romanzi e teatro, è risaputo, anche per aiutare a guarire costoro sono stati da tempo inventati.
Lo strano morbo compare dunque tutte le volte che vogliamo sfidare le normalità del nascondere, del fingere, del tacere, dell’ignorare: per meglio apparire e appartenere, per meglio assolvere funzioni e compiti quale sia l’ordine organizzativo frequentato. Io ci ho provato e mi sono ammalato.
Definisco perciò Sindrome di Anghiari, il tormento gratificante che mi affligge da alcuni anni e che turba, in una gioia pensosa (quasi in letitia francescana), anche tutti coloro che la sopportano come me, non potendone più di non poter normalizzare quel che nelle organizzazioni (le più micro o le più macro di appartenenza od infausta creazione) è vietato coltivare e confidare. Non (sempre) per colpa perversa o istituzionalizzata, di questo o quel tiranno (capo ufficio, preside, manager, oppure coniuge o figlio o allievo impertinente, amante, ecc); perché, ribadisco, così van le cose: quando il potere, i doveri, i dispetti reciproci, le ambizioni, il sussiego, la prudenza, la buona educazione, la paura, ci impediscono di soffermarci su questi sempre inabilitati e resi occulti sentire.
Per quanto concerne dunque la mia malattia (non assumendomi responsabilità in vece d’altri), che prende nome da un luogo reale, non si tratta dell’amore spaesante per uno dei borghi medioevali toscani più belli d’Italia; una versione aggiornata, per intenderci, della ben nota sindrome di Stendhal. Tale esperienza affettiva (che colà mi conduce spesso) non è paragonabile ad un deliquio o ad un obnubilamento dei sensi. Anzi, me li acutizza e risveglia. Piuttosto, mi riconcilia ogni volta con il piacere ben consapevole e razionale di ritrovarmi in una comunità in cui il "sentimento di appartenenza" -di cui vi decifrerò il significato- è la dimensione prevalente che, per mie indubbi limiti e incapacità, non sono riuscito a scoprire e a costruire altrove. Non a mia personale misura (per essere sinceri, per lo meno non del tutto); a misura di una piccola aggregazione umana in transito, contingente e sempre diversa, resa possibile grazie, invece, al valore e all'amore universale, sempiterno poiché qualcuno prima o poi lo raccoglie, per la scrittura. Ecco, il problema è trovare una casa -un'appartenenza camminante-dove si possa andare e venire a proprio piacimento e da lasciare, quando, dopo tanta scrittura, potrai tornare ad appartenere alle altre appartenenze più sicuro del tuo sentire anche se dovrai continuare a tenere per te certe emozioni. Con un notes, una penna, un diario per amici fidati. Da Anghiari, si torna sempre con più di uno nelle tasche: la scrittura ti sdoppia e accentua l’abitudine al dialogo interiore. Sai che, al rientro, i fogli potranno raccogliere i sentimenti che provi nella sicurezza che queste pagine non ti tradiranno mai; nell’orgoglio di imparare a raccontare a se stessi quelle anomalie del sentire.
Ma è in una vita temporanea messa in comune (nell’intreccio di un tempo e di uno spazio apicali, memorabili) che tutto questo prende forma e si sviluppa.
Anghiari non è una ridicola e presuntuosa "piccola Atene" della scrittura, semmai, una polis della memoria autobiografica: personale e collettiva. Dove sostare e lavorare insieme non per produrre alcunché che non siano parole in libertà (retrospettive e introspettive); per pensare e ripensarsi; per riflettere sulla propria vita al passato e al presente; per occuparsi delle biografie degli altri: salvando storie, raccogliendo ricordi altrimenti perduti, "intossicandosi" della mania di tenere un diario, di scrivere appunti, di leggere quel che l’altro in amicizia, trovando qui un’opportunità di raccoglimento e spunti meditativi, va scrivendo di sé o di te, ascoltandoti. Qui ci si cura, in sostanza, imparando una mania o a non considerarla più nociva; confermandola, sviluppandola aspirando a contagiare altri. Non è una comunità similmonastica di spiritualità laica, ma di "monatti" e di untori grafomaniaci. E' un habitat di ossessioni innocue che ti dà energia, togliendotela quando, alla fine di una giornata, hai narrato l’inenarrabile. E’ un luogo partecipativo che ti fa ricordare di più per dimenticare, in modo buono (cioè libero e profondo) e fertile; che ti chiede di riscoprire il piacere della solitudine, stando diversamente con gli altri.
Più avanti, spiegherò meglio perché abbia avuto bisogno di trovare questo spazio tra le mura di ricerca e di soggiorno, frequentato -or sono sette anni- da centinaia di persone che vi ritornano ad intervalli. E che se anche non lo faranno più, comunque, si saranno sperimentate con la penna, per riprenderla in tempi migliori e propizi. Per intraprendere altre forme di ripensamento, talvolta meno dure di quelle cui una pagina bianca e un po’ di inchiostro ti impongono di scoprire. Anghiari è la sindrome che cercavo: per vivere diversamente un modo di stare tra adulti di varia cultura, provenienza e genere, non soltanto italiani, che non si conoscono affatto e che qui possono conoscersi (non con giochi psicologici, tantrici e vivaddio nemmeno per cercarvi la felicità) come mai è avvenuto accadesse loro.
Qui si riflette "nello specchio del proprio inchiostro" (l’espressione è di Michel Leiris) e, se si vuole, ci si scambia quel che si scrive per comunicare emozioni. Per scoprire che "scrivendo, scrivendo e scrivendo", disse Elias Canetti, puoi fingere persino di dimenticarti della tua infelicità. Qualche volta. E’ un esperimento continuo di nuova convivenza e tolleranza reciproca: in presenza fisica, o nella distanza, di carattere epistolare.
Tale metodo, spontaneamente delineatosi a partire da un desiderio, ha comunque contaminato non pochi.
Si diventa i pazienti-impazienti dell’arte della scrittura autobiografica: la cui sintomatologia si esplica nel modo più aggressivo, quando non te ne importa affatto di scrivere in funzione di qualcos’altro. Allorché non ti interessa più nemmeno scrivere per lasciare a qualcuno la tua storia. Ne avvertono la visibile ossessione tutti coloro che cercavano forse come me -nel tempo della maturità- un sito dove l’unico motivo di incontro potesse essere il far lavorare il pensiero ammalandosi soprattutto del piacere di iniziarsi al filosofare. Una filosofia che prende le mosse dalle piccole cose, dagli interstizi trascurati di un’esistenza, da quella filosofia da "camera" e non altamente sinfonica che, per distrazione o presunzione, non facciamo nascere dalle parole più banali della nostra quotidianità.
Alcuni la considerano una "clinica", fra l’altro a buon prezzo, dove accade però di infettarsi ancor più di penna, e tale è poiché ti reclini su di te ad ascoltarti con lo stetoscopio del lapis. Altri, ed io fra questi, essendone l’inventore con un caro amico, trovano qui quel che, vanamente, hanno cercato, migranti o stanziali delle organizzazioni più disparate. Delusi, non disperanti, dalla vita d’ufficio, del lavoro amministrativo o politico, della scuola o della formazione scoprono in questa comunità (a basso tasso e costo organizzativo e ad alta tensione umanistica) quel che cercavano e continuano a cercare nei diversi posti di lavoro. Ammesso e non concesso, ovviamente, che di questo sentano il richiamo oscuro. In altri termini, un modo meno asettico, formale, funzionalistico di stare insieme, in una oziosità operosa che non possiamo permetterci quando in palio sono interessi economici, di carriera, di sopravvivenza, di impegno. Anghiari non è una opportunità regressiva per anime perse e fallite: lo è soltanto per chi forse aveva qualche conto in sospeso per i tanti -troppi- appuntamenti rinviati con la coscienza, con l’autocritica, con la voglia di cambiare: questo sì.
Qui produci qualcosa, a differenza della coltivazione di altri loisir alla moda, che non serve a niente. Che non aspira a vincere un concorso letterario, un premio di poesia, a pubblicare: tutt’al più, l’unica ricaduta potrà riguardare il trasferimento di quanto scrivendo si è sperimentato su di sé in altri luoghi in cui disseminare l’arte e la cura della scrittura. La bacchetta da rabdomanti che ti consente di rintracciare quanto ancor di sorgivo giace nella tua mente e nella tua vita. Qui puoi disperdere al vento del primo finestrino quanto hai scritto per giorni e giorni. Poi un dubbio ti ferma, di solito, poiché quelle righe sono il tuo alter ego, il personaggio che sei stato e quello nuovo che sta stagliandosi in una nuova gestazione, soltanto affidata a te, alla tua caparbietà scrivana. E’ l’anomalo sentire che sta uscendo dalla sua imposta cattività e che ti chiede cura e rispetto.
La sindrome di Anghiari (più esattamente per la Libera Università dell’Autobiografia, che è l’opificio di tutto questo scrivere: diaristico, autobiografico, epistolare e autoanalitico(2)) ha rappresentato la "difesa immunitaria" di cui avevo bisogno, per sopportare i corridoi e i tavoli dove ho dato e do il mio contributo professionale e organizzativo. In una quotidianità usuale e mutilante purtroppo. Anghiari serve per disintossicarmi dalle impercettibili o vistose manifestazioni di disumanità che, senza accorgermene, o pervicacemente lucido, accumulo; lavorando nelle stanze usuali (nelle mie elettive, o in altre velocemente sostandovi) dalla mattina alla sera.
Lo scrivere molto, tantissimo, in continuazione, in uno spazio e in flussi di coscienza "disinteressati" può dimostrarsi una medicina che riesce a penetrare negli intervalli lavorativi consueti. Se essa ti rende, da un lato, meno ingrata la giornata più tesa, quando ti ritagli metodicamente spazi di scrittura tra una riunione e l’altra, in aereo, ad un caffè (in questo, Pino Varchetta o Cristiano Cassani fanno scuola con la loro macchina fotografica, del resto), rivelandosi essa il tuo non-luogo interiore; dall’altro, i suoi effetti calmanti e auto-lenitivi dovuti all’esercizio di una creatività umile, minima, ludica eppur salvifica, generano qualche risonanza, qualche interesse imitativo, proprio là dove devi essere ogni giorno.
La scrittura delle cose che ci riguardano più intimamente (segrete e tali da secretarsi ancor più in linguaggi ermetici, simbolici e metaforici inventati all’uopo) è il nostro settimo giorno, perché praticata in tali forme e per tali scopi non è un lavoro, è una sorta di orazione, di rendiconto, se non a Dio, all’io che più di tanto non frequentiamo. Per cui, il sapere e il riuscire a far sapere ad altri quali siano i vantaggi dello scrivere di sé-per-sé con altri–da-sé, non può che generare gruppo, aggregazione minuscola e temporanea. I legami che si moltiplicano tra non più ignoti gli uni agli altri, oltre il genius loci che ora abita nel borgo, sono l’aspetto saliente di una generatività comunitaria che produce quasi sempre fitti epistolari on line, blog, interazioni poetiche via sms.
Dove il sentimento di poter condividere le proprie scoperte e grafomanie nell’assoluta disutilità dello scrivere, lo ribadisco, per solo diletto, è già una pozione catartica che non evapora lì, nello stare empaticamente in presenza soltanto in situ, qualche fine settimana, per poi svanire; quanto, semmai, una radura di ricerca, anche molto ingrata e faticosa come ogni cimento del genere, per se stessi, dove impari - grazie allo scrivere - a fare a meno di te stesso. A dimenticarti di te. O, per lo meno, di quelle parti di te che, col passare degli anni, diventeranno sempre meno importanti allo spegnersi dei riflettori. Quando altre lampade, nella penombra incalzante, a luce diretta sui tuoi pensieri e fogli vanno accese.
tratta da: http://www.lua.it/pubb/nostos/don-uom/060430-Demetrio1.html
"La parola comunica il pensiero, il tono le emozioni"
"Sediamoci dieci minuti e aspettiamo il referto".
Al ritorno da ogni viaggio che mi abbia portato in luoghi meravigliosi e felici, sento il bisogno di fare una capatina sulle nostre rive: una specie di affettuosa ricognizione per controllare se il lago di Como regga ancora il contronto con gli scenari famosi e i grandi panorami.
Col Corno d'Oro, l'isola di Patmos o Venezia negli occhi, neanche l'amore per le patrie sponde potrebbe indurmi a stravedere, ma il verdetto è ogni volta gioiosamente positivo... Ricordo un consigliere provinciale di Gravedona che, andato in Croazia per una battuta di caccia, liquidò quella pur amena regione con una battuta che mi è rimasta in mente: « Sì, bell... ma che passa i nost sit... ».
Io non sono così campanilista, ma sono lieto che i nost sit siano qui a portata di vista, e penso con un certo sgomento a due brutte ipotesi: quella, per fortuna assai remota, di un diverso comportamento del ghiacciaio abduano, dal cui progressivo ritiro si formò il Lario (bastava che lo sperone di Bellagio avesse un fronte pia ampio, e il lago si sarebbe formato più a Nord...) ...
Carlo Ferrario, Alfabeto comasco, Nodo Libri, Como 1989, p. 61
(non parente, ma amico di cognome)