Tracce e Sentieri

Passeggiate splinderiane di Amalteo

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Blogger: AMALTEO
Nome: Amalteo
2° metà del 900-later than never. “Perché vale la pena di vivere? E’ un’ottima domanda… Be’, ci sono cose per cui vale la pena di vivere … Per esempio, per me, direi … tutta la musica e le interpretazioni di Nina Simone … la voce di Ray Charles, quasi sempre … Il ballo di Al Pacino in Scent of a Woman … le note di John Lewis quando volano nelle fughe di Bach … Louis Armstrong, l’incisione di West and blues del 1928 … i film di Sergio Leone … i racconti di Stephen King … gli azzurri e i gialli di Van Gogh … i quadri di Peppo Spagnoli, che dimostra che si può fare molto anche da luoghi piccoli… il sorriso di Luciana …. ... e poi anche ...” da Woody Allen, Manhattan (con qualche cambiamento) pamalteo@gmail.com

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giovedì, 08 maggio 2008

Eugenio Scalfari, L'uomo che non credeva in dio, Einaudi 2008

Il ragionante Pensiero di Eugenio Scalfari ha funzionato sul mio Io come un incontro psicanalitico.

Passaggi-Chiave:
  • studio sull'Io
  • come il vissuto della persona condiziona i pensieri e - viceversa - come i vissuti condizionano il pensiero
  • il controllo sulla psiche nella relazione con il padre e la madre
  • la scoperta del "lato oscuro delle cose": l'irruzione dell'Es
  • tenere assieme il tetto della coppia genitoriale (sicurezza) espone al rischio di non sapersi confrontare con l'imprevedibilità della vita (rischio)
  • la terza via costituita dalla sindrome del "genitore dei propri genitori"
  • i "buoni" e i "cattivi": soggettività di queste etichette
  • ciascuno si pone al centro dell'universo
  • da cui la soggettività mobile e la relatività dei giudizi
  • le "stelle danzanti" di Nietsche
  • le sconfitte nello spazio civile
  • Beppe Grillo: "il peggio del peggio degli italiani; "l'arcitaliano del peggio"

postato da: AMALTEO alle ore maggio 08, 2008 12:43 | link | commenti (3)
categorie: pensare storia contemporanea, pensare politica, pensare psiche

Agenda politica: la nascita del governo quasi-personalistico del “capo”

Lui ha vinto le elezioni, loro hanno il potere e loro dovranno provare di saper fare gli statisti.

Oggi l’agenda politica mostra in tutta evidenza la nascita di un governo nordista e  quasi-personalistico del “capo” e una altrettanto evidente velocità nelle decisioni.

E' il Governo del Cavaliere  di Massimo Franco

dal Corriere della Sera

Si riattualizza la verità questa fine osservazione:

“Gli storici di domani parleranno del periodo 1994-2014 come oggi noi parliamo del fascismo.

In che senso? Non certo nel senso che l’Italia di oggi abbia tratti fascisti, ma nel senso che entrambi saranno visti come due periodi storici piuttosto lunghi, piuttosto omogenei, e dominati da una figura politica centrale, Mussolini nel ventennio fascista, Berlusconi in quello - appunto - berlusconiano. Parlo di ventennio berlusconiano perché, in qualsiasi modo evolva la crisi di questi giorni, è estremamente probabile che le prossime elezioni le vinca il centro-destra e che Berlusconi resti al centro della scena fino al 2014 (o al 2020, se nel 2013 riuscirà a coronare il sogno di diventare Presidente della Repubblica).

In Luca Ricolfi, La Stampa, 27 gennaio 2008

Il quarto governo Berlusconi (dopo quello breve del 1994 e i due governi nella quattordicesima legislatura) è questo.

12 ministri con potere di spesa:

Franco Frattini (Fi) agli Esteri,

Roberto Maroni (Lega Nord) all'Interno,

Angelino Alfano (Fi) alla Giustizia;

Ignazio La Russa (An) alla Difesa;

Giulio Tremonti (Fi) all'Economia;

Claudio Scajola (Fi) allo Sviluppo economico;

Luca Zaia (Lega) alle Politiche agricole,

Stefania Prestigiacomo (Fi) all'Ambiente,

Altero Matteoli (An) all'Infrastrutture;

Maurizio Sacconi (Fi) al Welfare,

Maria Stella Gelmini (Fi) alla Pubblica Istruzione,

Sandro Bondi (Fi) ai Beni Culturali.

9 ministri senza potere di spesa.

Umberto Bossi (Lega) Riforme;

Raffaele Fitto (Fi) dei Rapporti con le Regioni e

Elio Vito (Fi), a lungo candidato per via Arenula, a quelli con il Parlamento.

Andrea Ronchi (An) andrà alle Politiche europee;

Renato Brunetta (Fi) alla Pubblica amministrazione e Innovazione

Roberto Calderoli (Lega) alla Semplificazione;

Giorgia Meloni (An) alle Politiche giovanili;

Mara Carfagna (Fi) alle Pari Opportunità;

Gianfranco Rotondi (Dca).
 

Penso tristemente al calvario del leggendario Romano Prodi che doveva invece mediare anche per andare a fare la pipì ai cessi di Palazzo Chigi.

Basta scorrere la cronologia del Governo Prodi 2006-2008:

·         29 aprile 2006: Fausto Bertinotti di Rifondazione Comunista pretende di essere eletto Presidente della Camera (invece di favorire la scelta di affidare questo incarico alla allora opposizione, come “noi” invece abbiamo preteso – non ottenendolo – in questi giorni. L’effetto a cascata sarà che tutte le tre massime cariche istituzionali vengono occupate dal centro-sinistra)

·         Il 18 maggio viene approvato il Governo Prodi composto da 14 ministri senza potere di spesa e 12 ministri senza prortafoglio

·         inizio luglio 2006: il ministro Ferrero di Rifondazione Comunista contesta il Documento di programmazione economica e non lo vota

·         fine luglio 2006: il voto sull'indulto provoca una spaccatura all'interno del centrosinistra

·         fine luglio 2006: il decreto sull'Afghanistan e le missioni all'estero mette in rilievo le differenze strategiche in materia di politica estera fra centro-sinistra riformista e cosiddetta “sinistra antagonista”

·         28 dicembre 2006: Verdi, Pdci, Rifondazione scendono in piazza contro il loro governo in tema di precarietà e politiche del lavoro

·         16 gennaio 2007: in occasione dell'ampliamento della base Usa di Vicenza la cosiddetta sinistra "antagonista" e numerosi parlamentari della maggioranza partecipano attivamente a manifestazioni contro il governo e le sue politiche per la difesa

·         31 gennaio 2007: viene approvata in Parlamento una mozione sui Dico, il governo  vara  un disegno di legge  che si ferma subito per le contrarietà interne alla coalizione

·         21 febbraio 2007: il Senato boccia la mozione di politica estera del Governo. Votano contro un esponente di Rifondazione comunista e di uno dei Comunisti italiani. Prodi si dimette. Giorgio Napolitano lo rinvia alle Camere, dove il Governo Prodi viene riconfermato approvando un programma di 12 punti. Il 28 febbraio l'esecutivo ottiene la fiducia al Senato.

·         19-22 aprile 2007: i congressi di Ds e Margherita decidono di far nascere il Partito Democratico. Dai Ds si dimette Fabio Mussi, che fonda la Sinistra democratica; dalla Margherita se ne vanno Willer Bordon ed altri

·         8 maggio 2007: la ministra Rosy Bindi non invita le organizzazioni degli omosessuali ad un convegno sulla famiglia. I ministri Ferrero e Bonino dissentono e non partecipano alla iniziativa, segnando la loro distanza sulle politiche per la famiglia

·         12 maggio 2007: la parte di sinistra della coalizione organizza una manifestazione a sostegno delle unioni di fatto tra gay. Vi partecipano molti esponenti di centrosinistra, contro il parere del governo e del presidente Prodi

·         20 maggio 2007 : Prodi annuncia che c'è un accordo nel governo per redistribuire risorse economiche ottenute dalle politiche fiscali. Rifondazione, Pdci, Verdi protestano per i criteri adottati in questa scelta

·         22 maggio 2007: il comandante della Guardia di finanza  Roberto Speciale denuncia il viceministro Visco per ingerenze rispetto al suo ruolo. Il governo lo dimissiona e a Visco vengono tolte le deleghe su questo corpo dello stato. Nella maggioranza l'Italia dei valori di Di Pietro era per le dimissioni di Visco

·         29 settembre 2007: nasce l'Unione democratica di Bordon e Manzione che intimano a Prodi di dimezzare i ministri, altrimenti ritirerebbero il sostegno al governo

·         14 ottobre 2007: Walter Veltroni è nominato segretario del Partito democratico. La sinistra massimalista comincia la sua opera di denigrazione: "nuova democrazia cristiana"; "partito americano", partito "moderato", come se fare politiche moderate fosse un vizio da condannare e non la virtù dei responsabili del bene comune

·         21 ottobre 2007: Di Pietro chiede che Mastella si dimetta dal governo, a causa di alcuni procedimenti giudiziari a suo carico

·         25 ottobre 2007: al Senato il Governo viene battuto sul decreto allegato alla Finanziaria

·         30 ottobre 2007: il Governo viene sconfitto in Commissione alla Camera sulla proposta di istituire una commissione d'inchiesta sui fatti del G8 a Genova

·         6 dicembre 2007: il Senato approva sul filo del rasoio (160 voti contro 158: sono decisivi i voti di Cossiga e di altri senatori a vita) la conversione del "decreto sicurezza". Paola Binetti vota contro. Nei successivi giorni si scopre che c'è un errore nel testo e il Presidente della Repubblica non lo firmerà. Il governo decide di far decadere il decreto

·         10 gennaio 2008: in Campania scoppia la "questione rifiuti". 10 anni di governo regionale di centrosinistra ha impedito la costruzione di termodistruttori: Bassolino e Pecoraro Scanio vengono giudicati i responsabile di questa catastrofe ecologica. Il governo nomina un super-commissario che dovreebbe gestire questa emergenza. La parte di sinistra della coalizione è contro questa scelta.

·         15 gennaio 2008: viene impedito al professor Ratzinger (che fra l'altro è anche papa) di tenere una lectio magistralis all'Università La Sapienza. I cosiddetti "laici" applaudono a questa operazione di censura della espressione di pensiero

·         16 gennaio 2008: il ministro della Giustizia Mastella, che non ha avuto solidarietà dalla parte della sinistra massimalista del governo,  si dimette in seguito alle inchieste giudiziarie che coinvolgono lui e sua moglie. Due giorni dopo l'Udeur ritira il suo appoggio al governo Prodi, che entra in una crisi irreversibile.

 

Chi è causa del suo mal …

Infine, poiché non bastano le due sconfitte una di seguito all’altra, Massimo D’alema che è stato il peggiore Ministro degli Esteri della Repubblica italiana e che contemporaneamente è anche una carogna (“corpo di animale morto da tempo”, persona spregevole, da cui “non fidarti di quella carogna”) si mette ad organizzare una linea alternativa contro Walter Veltroni con 4 bastonate in perfetto "stile sabotaggio":

  • “La sconfitta è stata grave, ed è di lungo periodo. Serve quindi una riflessione approfondita…”. .. “La sintonia tra Berlusconi e il Paese, cominciata nel ’94, non è mai finita”
  • Il Pd “deve cercare di coalizzare coalizzare tutte le forze che si oppongono alla destra” perché anche se non è in Parlamento la sinistra radicale “non è scomparsa dal Paese e il Pd non è chiamato a continuare a correre sempre da solo, anche perché in Italia ci sono leggi elettorali diverse. Con il 33% l’autosufficienza sarebbe un errore”
  • Partito del Nord? “Abbiamo bisogno di un grande partito nazionale, fortemente radicato nel territorio, con una struttura federale che abbia dei leader”
  • “Non sono candidato nè aspiro a nessuna carica, quindi non sono antagonista di nessuno”  che vuol dire: mi tengo le mani libere e organizzo una “corrente” alternativa ad una leadership elaborata in anni di discussioni faticose e sancita dal voto delle primarie (3 milioni e mezzo di partecipanti”

E’ la conferma della vecchia legge della cultura di sinistra: vedere solo nemici.

E in particolare vederli fra i compagni di viaggio.

postato da: AMALTEO alle ore maggio 08, 2008 10:35 | link | commenti (3)
categorie: pensare politica elezioni, pensare politica neodestre
lunedì, 05 maggio 2008

Una sola storia e due memorie

Si dice: guardiamo al futuro e sul passato si faccia ricerca storica.
Diciamo che è necessario e realistico.
La politica funziona così: loro hanno il potere e loro dovranno provare a fare gli statisti.
Vorrei, tuttavia, sottrarmi alla litania della "memoria condivisa" di cui blaterano i post-fascisti Gianfranco Fini e Gianni Alemanno.

Lo "loro" memoria non sarà mai la mia memoria.

Percorro il ragionamento aiutandomi con un basico scritto di Sergio Luzzatto e un ricordo delle torture ed uccisione del partigiano ebreo Emanuele Artom.

Sottolineature mie



confusione che oggi si fa tra memoria condivisa e storia condivisa; più in generale tra bisogno di memoria e bisogno di storia.... Occorrerebbe spiegare che la memoria collettiva sulla quale si affaticava la mente geniale di uno studioso come Marc Bloch non equivale necessariamente alla memoria condivisa" (pag. 15) di cui tessono l’elogio i revisionisti da strapazzo.

"L’una (la storia) rimanda a un unico passato, cui nessuno di noi può sottrarsi, mentre l"altra (la memoria condivisa) sembra presumere un’operazione più o meno forzosa di azzeramento delle identità e di occultamento delle differenze. Il rischio di una memoria condivisa è una smemoratezza patteggiata, la comunione nella dimenticanza" (pag. 25).

"Credo sia venuto il momento di dire ai cattivi maestri - votino a destra o a sinistra - una cosa semplicissima, ma di dirla forte e chiara: la guerra civile combattuta tra il 1943 e 45 (o 46) non ha bisogno di interpretazioni bipartisan che ridistribuiscano equamente ragioni e torti, elogi e necrologi. Perché certe guerre civili meritano di essere combattute. E perché la moralità della Resistenza consistette anche nella determinazione degli antifascisti di rifondare l"Italia anche a costo di spargere sangue" (pag. 29). "Ripeto: si può condividere una storia - e si può condividere una nazione o addirittura una patria - senza per questo dover dividere delle memorie. Dico di più: una nazione e perfino una patria hanno bisogno come del pane di memorie antagonistiche, fondate su lacerazioni originarie, su valori identitari, su appartenenze non abdicabili né contrattabili".

"Oggi, con il mio collega storico - nonchè mio ex professore alla Normale - Roberto Vivarelli io certamente condivido, da cittadino italiano, tutta una storia. È quella stessa storia (a poste­riori cosi straziante, e infatti cosi poco studia­ta) che fece in maggioranza degli ebrei italiani, e forse di mio nonno, altrettanti volenterosi am­miratori di Mussolini.

Ma se parliamo di me­moria, io desidero e pretendo che la mia e quel­la di Vivarelli restino memorie divise. Si tenga pure, lui, la memoria di suo padre squadrista, marciatore su Roma, volontario in tutte le guer­re del duce; si tenga la memoria di se stesso, im­berbe volontario delle brigate nere. Io mi ten­go la memoria del nonno che non ho mai cono­sciuto: del medico che perse, dopo la cattedra universitaria, ogni diritto di curare pazienti «ariani», prima di nascondersi a Lucca come un topo braccato per sfuggire ai risultati estremi della persecuzione razziale. E mi tengo la memoria di mio padre bambino, che dovette cela­re tra i monti della Garfagnana la sua origina­ria condizione di «mezzo» ebreo, cosi da sottrarsi al treno per Auschwitz.

Inoltre, sostengo che è assurdo pretendere di versare il sangue di mio nonno, di mio padre, o di qualunque altro ebreo fortunosamente scam­pato alla Soluzione finale, nell'improbabile cal­derone di un sangue dei vincitori in tutto e per tutto distinto dal sangue dei vinti.
No, davvero non riesco a pensare a mio nonno come a un vin­citore: lui che nel 1915, da fervido irredentista triestino, si era arruolato volontario nella Gran­de Guerra per combattere sotto le insegne di Ca­sa Savoia; lui che, vent'anni più tardi, ha letto la firma del suo maestro Pende in calce al «Ma­nifesto della razza»; lui che il io giugno del 1940 - ormai da ebreo perseguitato - è nondimeno sceso con suo figlio (mio padre) in piazza De Fer­rari, a Genova, per raccogliere dall'altoparlante la voce di Mussolini che annunciava stentorea l'entrata dell'Italia fascista nella seconda guerre mondiale; lui che, nell'Italia della Repubblica, non avrebbe comunque più ritrovato lo scranne della sua cattedra universitaria. (Pag. 24-25)

Tra i due schieramenti vi era incompatibilità di valori:
"La qualità etica dei valori in nome dei quali le brigate partigiane (anche le Garibaldi) fecero la Resistenza risiede precisamente nella loro incompatibilità con i valori in nome dei quali le brigate nere spalleggiarono la Wehrmacht e le SS nell’opera di repressione del banditismo antifascista"(pag. 31).

"Mi riesce più gradito riconoscere nella guerra partigiana la carta di identità del paese in cui sono nato e mi riesce necessario pensare all’Italia della Resistenza come al terreno dove gli Italiani devono tracciare ‘ora e sempre’ i confini non negoziabili della loro identità, la soglia del non rinunciabile da sé" (pag. 33).

da Sergio Luzzatto, La crisi dell'antifascismo, Einaudi 2002


"Emanuele Artom sognava un mondo senza guerre: a renderlo possibile sarebbe stata una generazione di «uomini nuovi» scaturita direttamente dall'esperienza della lotta antifascista. In questo senso, il disincanto con cui all'inizio guardava i suoi compagni si trasmutò lentamente in speranza. «Siamo quello che siamo: un complesso di individui, in parte disinteressati e in buona fede, in parte arrivisti politici, in parte soldati sbandati che temono la deportazione in Germania, in parte spinti dal desiderio di avventura, in parte da quello di rapina», aveva scritto il 22 novembre 1943, appena arrivato in banda. Subito dopo, però, affiorò la consapevolezza che in ogni uomo c'è una scintilla da cui partire, che «si cresce e si diventa migliori nel confronto con la vita e con la morte».

Fu catturato dai tedeschi durante un rastrellamento in prossimità del Colle Giulian, in Val Pellice, il 25 marzo 1944. Torturato per cinque giorni, fu trasferito nelle carceri Nuove di Torino. Lì, in una cella, fu rinvenuto cadavere il 7 aprile. Della sua sepoltura non si è mai trovata traccia. Le testimonianze dei compagni di prigionia sono raccapriccianti: bagni nell'acqua gelata, unghie estirpate, percosse fino a sfigurarlo, e poi gli scherni, gli insulti, Emanuele fotografato per la rivista Der Adler a cavallo di una mula, con una scopa in mano. Era stato riconosciuto come commissario politico e come ebreo: di qui l'accanimento dei carnefici, l'orrore di un martirio straziante."

in Giovanni De Luna recensione di:
Diario di un partigiano ebreo, Bollati Boringhieri, pp. 232, e18) a cura di Gury Schwarz.


Quale memoria condivisa con questa storia?
postato da: AMALTEO alle ore maggio 05, 2008 20:48 | link | commenti (20)
categorie: pensare storia contemporanea, pensare politica neodestre
venerdì, 02 maggio 2008

Il colore viola



Ho appreso nei miei primi rudimenti dell’arte della pittura che il rosso carminio unito al blu ciano origina il viola. Utilizzare solo i 5 colori di base è l’esortazione indispensabile allo sprovveduto principiante per prendere confidenza con i cromatismi delle tonalità e delle sfumature dei colori derivati.


 

Ma  poter rendere omaggio in prima persona alle macchie di colore che nel mio giardino esplodono è obiettivo ben presto fallito. Sì, perché per quanto sprema tubetti e mi dia da fare nel mescolamento delle molli paste, nulla è vicino a ciò che la natura spontaneamente mi offre. E così ammiro beato, spostando lo sguardo dalla mia tavolozza di plastica a quella genuina della mia vegetazione.
E’ il momento delle gradazioni dal rosa al viola.


Per essere sinceri, già quando ero immerso nella sinfonia del giallo, SASSIFRAGHECOTOGNO GIAPPONESE davano mostra di sé. Ma erano una cosiddetta minoranza relativa.
 


Ora che il giallo si è spento, con maggior audacia, di settimana in settimana puntuali si presentano all’appello le varie generazioni del rosso-blu.

Per la prima volta il giovane LILLA’ espone le sue infiorescenze, dimostrando energia e vitalità nonostante la sua ancora bassa statura.

 

 
Non manca mai di impressionarmi la lotta delle
CAMELIE screziate e delle giganti PEONIE  contro lo scorrere del tempo. Sono entrambi fiori grandi, gonfi, turgidi. Forse la natura si è un po’ presa gioco di loro, affidandoli ad un sostegno troppo esile per la loro pezzatura.

 


 

Il fatto è che crollano a terra con una velocità spietata: le CAMELIE, tutte intere, sembra scelgano un letto più comodo su cui coricarsi; le PEONIE, invece, “spetalano” con  aria depressa, deluse dallo scarso riconoscimento prestato al lavorio di un anno delle loro pazienti gemme.

 


Noncurante delle pene inflitte agli eleganti cespugli che, inermi, depositano al suolo la loro parte migliore, il ROSMARINO REPENS getta le sue code dal balcone sovrastante, fra la lavanda e la salvia che lo ammirano composte. Le sue chiome sono inghirlandate da una moltitudine di minuscoli fiori violetti, gioia e nutrimento per i ghiotti  lepidotteri ed imenotteri avventori.

 

 
Altrettanto viola, ma più aristocratici, gli
IRIS mantengono uno sguardo vigile e apprensivo, poiché anche quest’anno non capiscono come può accadere che vento e acqua tipici di questo mese possano sciupare così velocemente il loro fragile manto.

 

Ma il vero tocco d’artista se lo riservano, in contemporanea, AZALEE e GLICINE

Il gruppo rosso-arancio vicino alla panca si allarga sempre di più e inizia a reclamare la seduta sui sedili di legno, in  speranzosa attesa sotto la
cerata blu che li ha riparati dall’umido clima invernale.

 


A pioggia, lunghi grappoli profumatissimi scendono dal cielo, inebriando l’aria  di un delicato effluvio. E’ il GLICINE, che baldanzoso tenta di avvitare le fluttuanti estremità dei rami ai primi appigli che trova, quasi avesse l’intenzione di raggiungere il poco distante gelsomino, che fra un mese gli darà il cambio nella profumazione dell’aria quasi estiva.

 

Vicino alla forsithia, un po’ più insignificante ora che il giallo ha cessato di ricoprirla,  si scorge una distesa violacea. Sono le AZALEE sorelle maggiori, il primo tentativo di rendere più colorato quei nove gradini che erano al mio giungere dal corridoio delle viti.

 

In principio erano due macchie di colore violaceo e bianco. Un inverno più freddo del solito ha però impedito all’azalea bianca, delicata e cagionevole, di continuare la sua esistenza. Al suo posto (ammetto un po’ osé per accostamento) c’è ora un’AZALEA MOLLIS  arancione. La annovero comunque, nonostante la gamma del colore non sia quella qui considerata.

 

Osservo sempre con scetticismo la seconda pianta di GLICINE che ricopre la pergola del terrazzo sopra il pontile.

 

 Diversamente dall’altra ha un colore più intenso e il fogliame viaggia in parallelo con la comparsa del grappolo fiorito. Per cui ogni anno mormoro fra me e me che la fioritura è scarsa. E ogni anno Luciana mi spiega che per godere di quella odorosa cascata, non bisogna guardare dall’alto, ma andarci proprio sotto e alzare gli occhi.

 

Spazio anche alle foglie. Di aprile rispuntano le foglie purpuree a cinque lobi dell’ACERO CANADESE, lassù, vicino al noce, e dell’ACERO GIAPPONESE  che con il suo largo ombrello ripara gli ultimi tulipani.

 

 
Dopo la rapida fioritura marzolina, al
PRUNO DA FIORE è rimasto il bel fogliame rosso cupo e, a cercarli con attenzione, piccoli frutticini tinti di porpora, deliziose leccornie per gli amici alati che da quelle parti hanno capito esserci un generoso banchetto.


E così, quando l’occhio ricade sulle mie prove colore, capisco la potenza della cromoterapia.

Rosso, colore dell’agire. Blu, colore del sentire.

Rosso, spinta all’azione. Blu, quiete che subentra all’appagamento dell’azione.

Ripongo i tubetti sparsi sul tavolo.

Una sosta di fronte alla rossa peonia  e una tregua sotto il tranquillo viola del glicine diluiscono uno spirito sacrificale per me decisamente troppo oneroso.

 



Fotografie di Luciana

Altre pagine in sintonia con questa:

postato da: AMALTEO alle ore maggio 02, 2008 21:37 | link | commenti (37)
categorie: vivere alberi, vivere luoghi, vivere orto giardino
giovedì, 01 maggio 2008

Arrivederci ... a questa sera

Saluti a coloro che passeranno di qui.
Vediamo se curare un orto è come curare se stessi.
Nelle ore passate ho sentito:


postato da: AMALTEO alle ore maggio 01, 2008 09:56 | link | commenti (5)
categorie:
mercoledì, 30 aprile 2008

... il gran principio che ci fa creature socievoli ...

Va beh ...
mettiamola così ...
Vediamo il paesaggio storico politico dentro questo processo della vita:

Né le qualità socievoli, né le affezioni benevole che sono naturali all'uomo, né le virtù reali che egli è capace di acquistare con la ragione e con l'abnegazione, sono il fondamento della società, ma ciò che noi chiamiamo male in questo mondo, male morale o naturale, è il gran principio che ci fa creature socievoli, la solida base, la vita e il sostegno di tutti i commerci e gli impieghi senza eccezione. Per conseguenza, se il male cessasse, la società si avvierebbe al suo dissolvimento.

Bernard de Mandeville
da La favola delle api
copiato da: akatalepsia
postato da: AMALTEO alle ore aprile 30, 2008 09:21 | link | commenti (19)
categorie: pensare storia contemporanea, pensare politica elezioni
martedì, 29 aprile 2008

Il linguaggio della neodestra

Bossi alla sinistra: «I fucili sono sempre caldi»

«Non so cosa vuole la sinistra, noi siamo pronti, se vogliono fare gli scontri io ho trecentomila uomini sempre a disposizione, se vogliono accomodarsi»

da La Stampa
postato da: AMALTEO alle ore aprile 29, 2008 14:09 | link | commenti (1)
categorie: pensare politica elezioni, pensare politica neodestre
lunedì, 28 aprile 2008

Comune di Roma:

La terra è sempre più desolata e il paesaggio politico sempre più plumbeo.

Al Comune di Roma il post-fascista Alemanno di Alleanza Nazionale ha preso
783.225 voti (53,7%) e Rutelli, del Partito Democratico, 676.472 (46,3%). Sono venuti a mancare un bel mazzo di voti, probabilmente anche a causa dell'astensionismo attivamente sostenuto dai faffanculisti di Beppe Grillo nonchè della "loro" maggiore capacità di mobilitare i "glielo mettiamo nel culo" (chi di faffanculo agisce di prendilo nel culo perisce):

decine di migliaia di cittadini - di sinistra, evidentemente - hanno votato per Zingaretti alla Provincia e contro Rutelli (dunque per Alemanno) al Comune. Un voto, bisogna dirlo con chiarezza e subito, del tutto ideologico, che viene in gran parte dalla sinistra radicale, così convinta dalla tesi autoassolutoria che vede nel Pd la colpa della sua scomparsa dal Parlamento, da far pagare al Pd la battaglia di Roma, lavorando contro Rutelli. Per questi cannibali fratricidi, grillisti e antagonisti, Rutelli era il bersaglio ideale, come anche per qualche estremista del Pd: troppo cattolico, importatore della Binetti, amico dei vescovi, come se la scommessa fondativa e perenne del Pd non fosse quella di tenere insieme, a sinistra, cattolici ed ex comunisti. Un ideologismo a senso unico: che serve ad azzoppare la sinistra, facendola perdere, mentre non scatta per bloccare l'uomo di An in marcia verso il Campidoglio
Ezio Mauro

Nel giro di 15 giorni il conteggio delle schede (operazione manuale che sostiene la democrazia: si girano sottosopra le urne e si conta) ha segnalato in modo chiarissimo che gli elettori italiani erano e sono in maggioranza di destra:

questo dato testimonia l'inclinazione a destra del Paese, che dura da quindici anni, ma che è diventata un precipizio negli ultimi mesi, travolgendo persone, gruppi dirigenti, governi nazionali e locali. C'è nel voto di Roma un dato di "destra reale" così netto, addirittura biografico, fisico, concreto, che deve far riflettere
Ezio Mauro

In realtà dovrei dire sono di "neodestra", come con efficacia ha analizzato ed argomentato Raffaele Simone nel suo "Il mostro mite: perchè l'Occidente non va a sinistra", Garzanti 2008, ben prima della frana di questi giorni..

Un terremoto elettorale come questo - del tutto omologo a quello del 18 aprile 1948 (Edoardo Novelli, Le lezioni del quarantotto, Donzelli, 2008) - si spiega solo sui tempi lunghi.
C'è un ciclo politico iniziato nel 1994 che ha subito solo due brevi interruzioni nel 1996 e nel 2006 e che ora ha raggiunto la sua stabilità.
In questo arco di tempo la coalizione di centro-sinistra - in gran parte a causa del ribellismo della sua componente estrema - ha perso la sfida del saper governare.
Sbagliata l'analisi, sbagliate le alleanze.

Quello che più mi impressiona è la cecità nell'analizzare un dato conosciuto da decenni: l'invecchiamento demografico.
Un paese con i nostri tassi di invecchiamento è un paese impaurito: i vecchi sono persone che aspirano ad una vita tranquilla. E' di oggi la notizia che ben 30.000 anziani in questi anni si sono sposati con le loro badanti. I poveretti, alla ricerca di qualche masturbazione e del cambio del pannolone, si sono messi nelle manone di queste abili manipolatrici del bisogno di sicurezza.
Questi aspiranti vecchi temono allo stesso modo la microcriminalità indotta dalla immigrazione senza regole e i giovani palestrati con i tatuaggi e le borchie dei centri sociali.

Così le elezioni politiche del 13 aprile sono state vinte da "loro" sul tema dei veti allo sviluppo nelle regioni che trainano l'economia italiana e quelle simboliche di Roma sul tema della sicurezza.
La situazione è seria e nauseante.
Occorrerà fare qualche gesto di igiene mentale.
Difendersi ... difendersi ... difendersi ...
Resistere ... resistere ... resistere
Sopra-vivere ... sopra-vivere ... sopra-vivere

Stare nel gorgo provando a tenere fuori la testa.

Gli amici ed altri ancora sentono e pensano così: